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QUADERNI DEL TERRITORIO 1A

Ipo­te­si, pro­gram­mi di ricer­ca sul ter­ri­to­rio meridionale

Contro la barbarie del capitale potere operaio per il comunismo

Da un volan­to­ne pub­bli­ca­to da « Ros­so vivo » e « Sen­za Tre­gua», Mila­no, luglio 1976

Com­pa­gni, ogni anno, a miglia­ia di pro­le­ta­ri vie­ne il san­gue agli occhi per un fat­to appa­ren­te­men­te «sen­za sen­so», di cer­to insop­por­ta­bi­le e pro­vo­ca­to­rio: la distru­zio­ne di ton­nel­la­te e ton­nel­la­te di frut­ta, di pro­dot­ti del­la ter­ra in gene­re. Un ente di Sta­to, l’Ai­ma, com­pra la frut­ta per avviar­la «alle fos­se bio­lo­gi­che», per avviar­la a esse­re stri­to­la­ta dai cin­go­li dei trat­to­ri.
La con­trad­di­zio­ne è sol­tan­to appa­ren­te.
La ragio­ne di que­sto «feno­me­no», come si sa, è eco­no­mi­ca: milio­ni di chi­li di pesche, di mele, di pere, di pomo­do­ri ven­go­no distrut­ti per «soste­ne­re i prez­zi». Cioè per far sì che la frut­ta pos­sa esse­re ven­du­ta nei nego­zi e nei super­mar­ket a 700, 800, 1000 lire al chi­lo. Com­pa­gni, i padro­ni e i «tec­ni­ci» del­l’e­co­no­mia par­la­no di «sovrap­pro­du­zio­ne». Ma «sovrap­pro­du­zio­ne» rispet­to a che? For­se rispet­to ai biso­gni, alla vita, del­le don­ne, degli uomi­ni, dei gio­va­ni, dei bam­bi­ni pro­le­ta­ri? Cer­ta­men­te no: sovrap­pro­du­zio­ne rispet­to alla pos­si­bi­li­tà dei padro­ni di rea­liz­za­re il pro­fit­to fon­da­to sul plu­sva­lo­re estor­to al lavo­ro ope­ra­io, rispet­to alla loro pos­si­bi­li­tà di nega­re la sod­di­sfa­zio­ne dei biso­gni del­le mas­se pro­le­ta­rie, di nega­re l’«abbondanza» per­ché que­sta sareb­be la fine del­la con­di­zio­ne su cui si fon­da il regi­me del lavo­ro sala­ria­to: la schia­vi­tù del biso­gno, la costri­zio­ne a ven­de­re la pro­pria for­za lavo­ro per vive­re. Il capi­ta­li­smo, com­pa­gni, è que­sto.
L’e­co­no­mia è scien­za del­la scar­si­tà. Il fine del siste­ma è infat­ti il pro­fit­to, l’ac­cu­mu­la­zio­ne del capi­ta­le – non lo svi­lup­po del­la ric­chez­za gene­ra­le.
Le mer­ci sono solo occa­sio­ni di accu­mu­la­zio­ne di poten­za e di coman­do del capi­ta­le, e solo secon­da­ria­men­te, solo per­ché pos­sa avve­ni­re lo scam­bio (solo per­ché, cioè pos­sa­no esse­re ven­du­te con­sen­ten­do al padro­ne la rea­liz­za­zio­ne del pro­fit­to), sono anche beni uti­li a sod­di­sfa­re alcu­ni «biso­gni», alcu­ne esi­gen­ze di vita. Una mas­sa immen­sa di lavo­ro vie­ne ero­ga­ta da milio­ni di pro­le­ta­ri, non per costrui­re la loro ric­chez­za, non per libe­rar­si dal biso­gno, non per gode­re di una serie di beni e pro­dur­re una ric­ca base mate­ria­le del­la pro­pria esi­sten­za; que­sta mas­sa di lavo­ro ser­ve ad accre­sce­re infi­ni­ta­men­te la poten­za imper­so­na­le del capi­ta­le: que­sta mas­sa enor­me di lavo­ro si cri­stal­liz­za in un mon­te di pro­dot­ti, di mer­ci (mac­chi­na­ri per fab­bri­ca­re altre mer­ci, ogget­ti di con­su­mo, beni), che schiac­cia­no colui che li ha pro­dot­ti e al qua­le non appar­ten­go­no, che vive la pri­va­zio­ne di essi (se sono beni di con­su­mo) o il domi­nio di essi sul­la pro­pria vita (se sono mez­zi di pro­du­zio­ne). Que­ste mer­ci ser­vo­no per­ché han­no un «valo­re», per­ché vie­ne fis­sa­to un loro «prez­zo», per­ché del­la loro ven­di­ta vie­ne rea­liz­za­to un pro­fit­to, che vie­ne inve­sti­to a sua vol­ta e crea altre pos­si­bi­li­tà di suc­chia­re il san­gue ad altri pro­le­ta­ri. Nel regi­me capi­ta­li­sti­co, che vige su sca­la mon­dia­le, la mise­ria di milio­ni di uomi­ni è la con­di­zio­ne del man­te­ni­men­to di que­sto mec­ca­ni­smo di ripro­du­zio­ne. Il capi­ta­li­smo come siste­ma mon­dia­le è in defi­ni­ti­va una gran­de «fab­bri­ca di capi­ta­le», cioè una fab­bri­ca di altro lavo­ro sfrut­ta­to, di altra mise­ria, di altra sepa­ra­zio­ne dei pro­le­ta­ri dal­la pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za. Com­pa­gni, que­sto avvie­ne nel­la quo­ti­dia­ni­tà del rap­por­to di sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sti­co, in ogni minu­to del­la nostra esi­sten­za di pro­le­ta­ri. Ma alcu­ni fat­ti par­ti­co­la­ri visto­si sono come la pun­ta di un ice­berg, e pos­so­no ser­vi­re a ren­de­re que­ste cose chia­re e lam­pan­ti agli occhi di milio­ni di uomi­ni, ai qua­li sve­la­no que­sta real­tà che sta sot­to le appa­ren­ze del­la nostra socie­tà, que­sto «infer­no del­la fab­bri­ca» che vivia­mo quo­ti­dia­na­men­te come pro­le­ta­ri. La que­stio­ne del­la distru­zio­ne del­la frut­ta è uno di que­sti fat­ti. Un altro esem­pio sono gli «omi­ci­di bian­chi»: in Ita­lia muo­re sul lavo­ro un ope­ra­io ogni sei ore. Altret­tan­to rive­la­to­re è un fat­to come quel­lo di Seve­so: la «viet­na­miz­za­zio­ne» di 150.000 pro­le­ta­ri da par­te di una del­le tan­te «fab­bri­che del­la mor­te» che nel capi­ta­li­smo, natu­ral­men­te, vivo­no e pro­spe­ra­no.
Lì la que­stio­ne di fon­do non è una sor­ta di «ecce­zio­na­li­tà» cri­mi­na­le del­l’Ic­me­sa e del­la Roche né la cri­mi­na­le com­pli­ci­tà del­le «pub­bli­che auto­ri­tà», Sta­to cen­tra­le o Enti loca­li che sia­no; né la cate­na schi­fo­sa di omer­tà che attor­no all’e­pi­so­dio è sta­ta costrui­ta.
La vera que­stio­ne è che tut­to que­sto è nor­ma­le, per­ché il capi­ta­li­smo è que­sto, un regi­me che pro­du­ce mer­ci, cioè indif­fe­ren­te­men­te beni uti­li e arne­si di mor­te, fri­go­ri­fe­ri e bom­be ato­mi­che, cioc­co­la­ti­ni o defo­lian­ti. Il Tcdd, il vele­no del­la «nube tos­si­ca» che sta­gna alla peri­fe­ria di Mila­no, è una mer­ce, que­sta è la sua carat­te­ri­sti­ca gene­ra­le.
Il capi­ta­li­smo è il regi­me del lavo­ro sala­ria­to e del­la pro­du­zio­ne di mer­ci a mez­zo di coman­do, e può indif­fe­ren­te­men­te distrug­ge­re beni di sus­si­sten­za pri­ma­ria o com­bi­na­re ele­men­ti chi­mi­ci capa­ci di sca­te­na­re spa­ven­to­si pro­ces­si di distru­zio­ne del­la vita. Com­pa­gni, ogni gior­no, i gior­na­li di par­te capi­ta­li­sti­ca, da quel­li del tra­di­zio­na­le ceto bor­ghe­se a quel­li del­la nuo­va social­de­mo­cra­zia auto­ri­ta­ria, dal « Cor­rie­re del­la Sera » a «l’U­ni­tà », assu­mo­no toni da «civi­liz­za­to­ri». Ma, com­pa­gni, qua­le «civil­tà»? Anco­ra una vol­ta, oggi, biso­gna affer­ma­re che l’al­ter­na­ti­va è: comu­ni­smo o bar­ba­rie. Per­ché, com­pa­gni, la bar­ba­rie è que­sta. È la com­pres­sio­ne distrut­ti­va del­lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve socia­li per impe­dir­ne la libe­ra­zio­ne, per impe­di­re la pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za gene­ra­le. La bar­ba­rie moder­na, com­pa­gni, vive nel­l’in­fer­no quo­ti­dia­no del­la fab­bri­ca socia­le, nel­l’in­fer­no del­lo sfrut­ta­men­to e in quel­lo del­l’e­mar­gi­na­zio­ne e del­la mise­ria. Com­pa­gni, que­sta è già guer­ra: nel mas­sa­cro quo­ti­dia­no degli omi­ci­di bian­chi, nei ritua­li mas­sa­cri di Pasqua e Fer­ra­go­sto sul­le auto­stra­de a glo­ria del­la Fiat, nel­la noci­vi­tà socia­le degli inqui­na­men­ti, nel­la medi­ci­na che ucci­de, nel­le for­me che met­to­no in evi­den­za la natu­ra del­la «civi­liz­za­zio­ne» capi­ta­li­sti­ca. Ope­rai, pro­le­ta­ri, com­pa­gni, gli uomi­ni di que­sto regi­me han­no l’ar­di­re di bol­la­re come atten­ta­to alla «civi­liz­za­zio­ne», alla «soli­da­rie­tà demo­cra­ti­ca», l’u­ni­ca pra­ti­ca razio­na­le e legit­ti­ma per gli ope­rai e i pro­le­ta­ri: la distru­zio­ne di que­sto sta­to di cose, il pro­gram­ma comu­ni­sta, la for­za orga­niz­za­ta, la volon­tà di dit­ta­tu­ra ope­ra­ia, la vio­len­za pro­le­ta­ria. Pen­sa­te a quan­to è ridi­co­lo, e cri­mi­na­le, chi star­naz­za sui gio­va­ni pro­le­ta­ri che lan­cia­no una «molo­tov» con­tro una vetri­na, e inve­ce fa discor­si «ragio­ne­vo­li», mode­ra­ti sul fat­to che 150.000 pro­le­ta­ri pos­sa­no sape­re da un gior­no all’al­tro di esse­re sta­ti viet­na­miz­za­ti, i cam­pi distrut­ti col napalm, la mer­ce pro­dot­ta dal­la fati­ca del­la loro gior­na­ta lavo­ra­ti­va capa­ce di sov­ver­ti­re il codi­ce gene­ti­co che pre­sie­de alla vita del­le gene­ra­zio­ni futu­re. Di fron­te a que­ste occa­sio­ni di pre­sa di coscien­za e di cri­ti­ca teo­ri­ca e pra­ti­ca appa­re chia­ro che i pro­le­ta­ri non han­no da per­de­re che le loro cate­ne; che con­tro que­sto regi­me socia­le, con­tro que­sta «civil­tà» tut­to è legit­ti­mo, che «una rapi­na in ban­ca è nien­te a con­fron­to del­la fon­da­zio­ne di una ban­ca, che l’o­mi­ci­dio è nien­te di fron­te al lavo­ro». Com­pa­gni pro­le­ta­ri, alla dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sti­ca si può sfug­gi­re. Oggi il comu­ni­smo è pos­si­bi­le e neces­sa­rio, il comu­ni­smo è matu­ro. Que­sta chia­rez­za vive nel­la pro­fon­di­tà e irre­ver­si­bi­li­tà del­la cri­si capi­ta­li­sti­ca, vive nel­l’u­ni­fi­ca­zio­ne del­le mas­se pro­le­ta­rie attor­no a una radi­ca­li­tà sen­za pre­ce­den­ti di biso­gno, a un livel­lo estre­ma­men­te alto, di auto­no­mia socia­le, all’e­mer­gen­za di un siste­ma di biso­gni che muo­ve il costi­tuir­si del movi­men­to pro­le­ta­rio in una for­mi­da­bi­le mac­chi­na desi­de­ran­te. Que­sta matu­ri­tà sta nel­la coscien­za del­la nuo­va pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za che vive nel­l’e­nor­me svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve, nel­la scien­za, nel­la tec­ni­ca, nel­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le, nel­l’in­tel­li­gen­za pro­dut­ti­va del­l’in­di­vi­duo socia­le pro­le­ta­rio. Com­pa­gni, non esi­ste alcu­na «ogget­ti­vi­tà» eco­no­mi­ca: si trat­ta pura­men­te e sem­pli­ce­men­te di una que­stio­ne di rap­por­ti di for­za. Com­pa­gni, com­pa­gne, le misu­re che la clas­se ope­ra­ia può e deve pren­de­re di fron­te all’av­ve­le­na­men­to di tut­to il ter­ri­to­rio-nord di Mila­no e ai rifles­si di que­sto avve­le­na­men­to su tut­ta la cit­tà, sono altret­tan­to dure, altret­tan­to deter­mi­na­te e dra­sti­che di quan­to appa­re cini­ca­men­te deter­mi­na­to il pro­gram­ma capi­ta­li­sta di distru­zio­ne coscien­te, di rischio cal­co­la­to del geno­ci­dio pro­le­ta­rio. A miglia­ia, ogni anno, i pro­le­ta­ri nel­le fab­bri­che muo­io­no stri­to­la­ti diret­ta­men­te dal­la mac­chi­na di pro­du­zio­ne; nel­la zona-nord con in testa fab­bri­che come l’Ic­me­sa, l’Ac­na, la Snia di Vare­do e di Cesa­no la noci­vi­tà per ope­ra­ie e ope­rai è tan­to alta da esse­re di con­ti­nuo mor­ta­le: ma oggi, oggi i padro­ni ren­do­no orga­ni­co il loro atten­ta­to alla vita dei pro­le­ta­ri e rivol­go­no la loro pro­du­zio­ne bel­li­ca non solo in lon­ta­ni Viet­nam, così ognu­no si sal­va con la soli­da­rie­tà a paro­le, ma diret­ta­men­te qui, con­tro i pro­le­ta­ri di qui. La nube tos­si­ca era in aggua­to da anni, da sem­pre, ogni gior­no e ogni not­te come da sem­pre for­ze altret­tan­to distrut­ti­ve sono in aggua­to e pos­so­no sca­te­nar­si con spa­ven­to­sa poten­zia­li­tà distrut­ti­va.
La pos­si­bi­li­tà del­l’in­ci­den­te è una rego­la e nes­sun codi­ce pena­le puni­sce la cri­mi­na­li­tà poten­zia­le che c’è die­tro il più pic­co­lo atto, il più pic­co­lo mec­ca­ni­smo del­l’in­gra­nag­gio capi­ta­li­sti­co. La «viet­na­miz­za­zio­ne» di 150.000 pro­le­ta­ri è nor­ma­le: il capi­ta­li­smo è una «fab­bri­ca di lavo­ro sfrut­ta­to», una fab­bri­ca di pro­fit­ti; la carat­te­ri­sti­ca pri­ma­ria del Tcdd è pri­ma di tut­to quel­la di esse­re una mer­ce. La nube di Seve­so, due chi­lo­gram­mi e mez­zo di dios­si­na, dimo­stra nel rove­scio che oggi non è più pos­si­bi­le non sape­re, far fin­ta di non sape­re. Gli ope­rai del­l’Ic­me­sa, i tec­ni­ci, sape­va­no e san­no che, coop­ta­ti con alti sala­ri e sti­pen­di, con lavo­ro nero e straor­di­na­rio, nel­lo sfrut­ta­men­to ope­ra­io più bestia­le, costrui­va­no e pro­du­ce­va­no mor­te per sé e per altri. Il Con­si­glio di fab­bri­ca lo sape­va e lo sape­va­no sia le cosid­det­te auto­ri­tà loca­li, sia i sin­da­ca­ti pro­vin­cia­li. Oggi lo san­no tut­ti gli ope­rai: la que­stio­ne non è più ristret­ta al pic­co­lo nucleo di ope­rai del­l’Ic­me­sa né tan­to meno alle cosid­det­te auto­ri­tà né ai sin­da­ca­ti, que­sto è un pro­ble­ma di tut­ta la clas­se ope­ra­ia! Com­pa­gni, lo Sta­to cir­con­da con i caval­li di fri­sia e le sue trup­pe le zone avve­le­na­te che si allar­ga­no sem­pre di più, i sin­da­ca­ti chie­do­no con­trol­li e orga­niz­za­zio­ne dei ser­vi­zi sani­ta­ri, «l’U­ni­tà» chie­de con­trol­li e, anco­ra una vol­ta, il rico­no­sci­men­to del­la mor­te come malat­tia pro­fes­sio­na­le.
I sin­da­ca­ti demo­cri­stia­ni che han­no da sem­pre dato car­ta bian­ca alle fab­bri­che del­la mor­te, e Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne, l’or­ga­niz­za­zio­ne inte­gra­li­sta e cor­po­ra­ti­va che anco­ra ritie­ne di aver dirit­to di paro­la in zona pro­le­ta­ria, ten­ta­no in ogni modo (con la disin­for­ma­zio­ne, la dema­go­gia e la mani­po­la­zio­ne dei dati) di non esse­re tra­vol­ti dal­la rea­zio­ne pro­le­ta­ria.
Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne pro­po­ne, oggi, di difen­de­re il «pro­prio foco­la­re» ai pro­le­ta­ri: un foco­la­re di mise­ria, di sfrut­ta­men­to, di sot­to­mis­sio­ne, di mor­te.
La Demo­cra­zia cri­stia­na e le sue arti­co­la­zio­ni cer­ca­no di por­ta­re a ter­mi­ne, come sem­pre, l’o­pe­ra di distru­zio­ne del capi­ta­le, per otte­ne­re assie­me geno­ci­dio pro­le­ta­rio e con­sen­so pro­le­ta­rio alla pro­pria distru­zio­ne! Ope­rai, pro­le­ta­ri, la clas­se ope­ra­ia deve rom­pe­re que­sto ghet­to di pau­ra, di ricat­to, di impo­ten­za. Il capi­ta­le, tan­to più evi­den­te­men­te cri­mi­na­le quan­do si appli­ca alle pro­du­zio­ni di guer­ra, va col­pi­to con ogni mez­zo: la distru­zio­ne e il sabo­tag­gio di que­ste pro­du­zio­ni è all’or­di­ne del gior­no!
La chiu­su­ra e il bloc­co di que­ste pro­du­zio­ni è all’or­di­ne del gior­no! Il pro­ble­ma del­l’oc­cu­pa­zio­ne è altra cosa, su altra sca­la di fron­te alla dimen­sio­ne di tut­to ciò! All’Ic­me­sa, oggi, i diri­gen­ti, i fun­zio­na­ri del capi­ta­le che in que­sto caso non solo han­no col­la­bo­ra­to alla mac­chi­na del­lo sfrut­ta­men­to e del domi­nio sui pro­le­ta­ri, ma anche al fun­zio­na­men­to del­la mac­chi­na spe­ci­fi­ca di distru­zio­ne a fini di pro­fit­to, devo­no ave­re nel­la fab­bri­ca un puro ruo­lo di ostag­gi fin­tan­to­ché il loro ordi­gno mostruo­so non sarà sta­to disin­ne­sca­to. La Roche va col­pi­ta in ogni sua dimen­sio­ne pro­dut­ti­va, ispet­to­ri, medi­ci e auto­ri­tà loca­li con­ni­ven­ti van­no segna­la­ti e inter­det­ti con la stes­sa deter­mi­na­zio­ne con cui scien­te­men­te ogni gior­no atten­ta­no alla nostra vita. Per quan­to riguar­da il ter­ri­to­rio nes­su­no può pen­sa­re di rico­strui­re le con­di­zio­ni di vita e di lavo­ro pre­e­si­sten­ti alla «nube».
Per­ché la vita degli ope­rai del­l’Ic­me­sa e del nord-Mila­no era già ipo­te­ca­ta da un regi­me di distru­zio­ne.
Per­ché i lavo­ra­to­ri del­l’Ic­me­sa pro­du­ce­va­no ogni gior­no la loro mor­te e la pos­si­bi­li­tà di mor­te per miglia­ia di pro­le­ta­ri, per­ché a que­sto li costrin­ge­va la rego­la spie­ta­ta del regi­me capi­ta­li­sta, la costri­zio­ne a ven­de­re la for­za-lavo­ro per vive­re! Com­pa­gni, gli ope­rai che lavo­ra­no all’Ic­me­sa, coscien­ti o meno di ciò che pro­du­ce­va­no, han­no oggi la pos­si­bi­li­tà di riscat­tar­si da lun­ghi anni di bestia­le sfrut­ta­men­to e iso­la­men­to dal resto del­la clas­se ope­ra­ia. Deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia sen­za quar­tie­re all’ap­pa­ra­to deci­sio­na­le del­la Roche, deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia alla distru­zio­ne del­le pro­du­zio­ni noci­ve nel­la zona, deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia per uni­re le pic­co­le fab­bri­che pro­dut­tri­ci di mor­te che in que­sta e in altre zone con­ti­nua­no a lavo­ra­re. Ope­rai del­l’Ic­me­sa! Pro­le­ta­ri! In que­sti anni la schia­vi­tù del biso­gno vi ha costret­ti a esse­re ogget­ti­va­men­te agen­ti di una del­le più mostruo­se sezio­ni del capi­ta­le.
Oggi la vostra pos­si­bi­li­tà di riscat­to pas­sa per la scel­ta di apri­re con­tro padro­ni, Roche, Sta­to del­le mul­ti­na­zio­na­li, una lot­ta sen­za quar­tie­re. Non pote­te cer­to affi­da­re la garan­zia del vostro sala­rio a una ripre­sa di que­ste pro­du­zio­ni di mor­te.
Non sono legit­ti­me solu­zio­ni indi­vi­dua­li o set­to­ria­li: è alla clas­se ope­ra­ia, alla auto­ri­tà socia­le che deri­va alle sue avan­guar­die comu­ni­ste dal ruo­lo che han­no svol­to nel­le lot­te auto­no­me ope­ra­ie e pro­le­ta­rie che dove­te rife­rir­vi. Ope­rai del­l’Ic­me­sa! Pro­le­ta­ri. La clas­se ope­ra­ia si assu­me tut­to il pro­ble­ma: quel­lo imme­dia­to del­le case, del sala­rio, del­le don­ne e dei bam­bi­ni col­pi­ti, da subi­to.
La sezio­ne ita­lia­na del­la clas­se ope­ra­ia inter­na­zio­na­le ha la for­za e la matu­ri­tà suf­fi­cien­te per decre­ta­re – sul cam­mi­no del­l’ab­bat­ti­men­to del regi­me capi­ta­li­sti­co e del­la costru­zio­ne di una nuo­va socie­tà – la fine del­le pro­du­zio­ni che ser­vo­no a orga­niz­za­re la mor­te, il geno­ci­dio, la distru­zio­ne dei proletari.

Resta in vigore il decreto operaio

Da ”Sen­za tregua’’

Com­pa­gne, com­pa­gni, nel­le lot­te del­la Car­lo Erba e Car­lo Erba Stru­men­ta­zio­ne di que­sti mesi c’è il segno pro­fon­do del­la svol­ta deci­si­va che sta pren­den­do lo scon­tro tra le clas­si in Ita­lia.
Il biso­gno di comu­ni­smo del pro­le­ta­rio e la pra­ti­ca del pote­re ope­ra­io si scon­tra­no con la volon­tà fero­ce di par­te capi­ta­li­sti­ca di schiac­cia­re la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria, rubar­le i frut­ti di anni di lot­te, ribut­tar­la – con l’at­tac­co alle avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie, all’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma, con la ristrut­tu­ra­zio­ne, con i licen­zia­men­ti diret­te e indi­ret­ti (gio­va­ni, don­ne ecc.) e con l’at­tac­co al sala­rio – nel­lo sfrut­ta­men­to degli anni più neri. Tut­to que­sto è con­di­zio­ne per i padro­ni e per lo Sta­to per impor­re un nuo­vo coman­do sul­la clas­se ope­ra­ia, sul pro­le­ta­ria­to; sono le con­di­zio­ni per distrug­ge­re la nostra for­za. Vi è poi un altro aspet­to impor­tan­te che è l’i­deo­lo­gia con cui si cer­ca con­ti­nua­men­te di far­ci capi­re che sono giu­sti gli aumen­ti dei prez­zi, la disoc­cu­pa­zio­ne e che, se non sono giu­sti, sono giu­sti­fi­ca­ti, e che comun­que biso­gna sta­re buo­ni per­ché c’è la cri­si e «dob­bia­mo sal­va­re l’e­co­no­mia, la demo­cra­zia, le isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che». La demo­cra­zia ha volu­to e vuol dire che i capi­ta­li­sti coman­da­no e si arric­chi­sco­no men­tre per gli ope­rai e i pro­le­ta­ri signi­fi­ca obbe­di­re, lavo­ra­re per loro ed esse­re sem­pre più sfrut­ta­ti.
«Sal­va­re l’e­co­no­mia» per noi vuol dire con­ti­nua­re a ven­de­re le nostre teste, le nostre brac­cia, la salu­te, la vita per tirar­ci fuo­ri da vive­re, men­tre la ric­chez­za da noi pro­dot­ta ci vie­ne estor­ta. Le «isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che» ser­vo­no a garan­ti­re il regi­me socia­le del­lo sfrut­ta­men­to. La poli­zia, i cor­pi sepa­ra­ti del­lo Sta­to ser­vo­no a difen­de­re le «isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che» man­te­nen­do l’or­di­ne pub­bli­co e cioè, l’or­di­ne del­lo sfrut­ta­men­to, dei pri­vi­le­gi, del­le ingiu­sti­zie. È a par­ti­re da que­sto dibat­ti­to, dal­la veri­fi­ca con­cre­ta nei repar­ti e più in gene­ra­le, che si svi­lup­pa la lot­ta, che pro­se­gue duran­te e dopo il con­trat­to. È a par­ti­re dal­le esi­gen­ze con­cre­te che la lot­ta pone gior­no per gior­no, che nasce e si svi­lup­pa l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma degli ope­rai che vedo­no nel­la pra­ti­ca del pote­re l’u­ni­ca pos­si­bi­li­tà di difen­de­re le loro con­di­zio­ni, la loro for­za, uni­ca garan­zia per la pro­spet­ti­va, in con­trap­po­si­zio­ne al pote­re padro­na­le e alla linea del­le orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li e dei Con­si­gli di fab­bri­ca che sven­do­no con­ti­nua­men­te inte­res­si, lot­ta, for­za del­la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria ten­tan­do di far cre­de­re alla pos­si­bi­li­tà di uno sboc­co posi­ti­vo, per noi, all’in­ter­no di que­sto siste­ma. È que­sta nuo­va coscien­za che por­ta i com­pa­gni e set­to­ri sem­pre più con­si­sten­ti di ope­rai a far diven­ta­re il repar­to il luo­go pri­vi­le­gia­lo del dibat­ti­to, del­le deci­sio­ni poli­ti­che, del­l’i­ni­zia­ti­va, del­la lot­ta. Così par­to­no i pri­mi cor­tei sera­li con­tro lo straor­di­na­rio di capi e diri­gen­ti; si apre lo scon­tro con la dire­zio­ne azien­da­le e con i lavo­ra­to­ri inte­res­sa­ti con­tro il lavo­ro a domi­ci­lio, con­tro il decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo (un altro modo per distrug­ge­re la for­za), con­tro la scel­ta indi­vi­dua­le di usci­re dal­la cri­si, con­tro il ricat­to alla lot­ta.
Il dibat­ti­to pro­se­gue su infla­zio­ne-sala­rio e si comin­cia a lot­ta­re con­tro le cate­go­rie, non più viste in ter­mi­ni di chi è più bra­vo a lavo­ra­re, ma per chi non accet­ta di far­si sfrut­ta­re ed è con­tro i pri­vi­le­gi e le divi­sio­ni. Non si par­la più di pro­fes­sio­na­li­tà, di anni di anzia­ni­tà, ma si chie­de la ridu­zio­ne dra­sti­ca del­le cate­go­rie per aumen­ta­re i sala­ri soprat­tut­to per chi pren­de meno ed è sem­pre sta­to discri­mi­na­to dagli altri. Insie­me a que­sto, il rifiu­to ai tra­sfe­ri­men­ti inter­ni che non sia­no sta­ti deci­si col­let­ti­va­men­te dagli ope­rai. Su que­sto pun­to è impor­tan­te sot­to­li­nea­re l’i­ni­zia­ti­va diret­ta del­le com­pa­gne di alcu­ni uffi­ci che in modo orga­niz­za­to sono sta­te le pri­me a oppor­si agli spo­sta­men­ti, e che oggi – in testa alle lot­te – stan­no discu­ten­do e orga­niz­zan­do­si su tut­ta la loro con­di­zio­ne, di don­ne e di sala­ria­te. Su que­ste ini­zia­ti­ve, la dire­zio­ne, con in testa alcu­ni capi (Guar­ne­ri, Di Pie­tro e altri), comin­cia a far­si viva in dife­sa del­lo sfrut­ta­men­to e del coman­do poli­ti­co in fab­bri­ca. La lot­ta per il con­trat­to, vuo­ta fin dal­l’i­ni­zio con gli ope­rai estra­nei alla lot­ta (per­mes­si, ferie, duran­te gli scio­pe­ri si gio­ca a car­te), comin­cia a pren­de­re sen­so e tro­va i com­pa­gni pron­ti, insie­me a 250 ope­rai cir­ca, a rispon­de­re al decre­to­ne del gover­no Dc con un bloc­co stra­da­le. All’uf­fi­cio tec­ni­co, repar­to del­lo sta­bi­li­men­to, vie­ne espul­so il capo offi­ci­na Dai­do­ne che evi­ta­va sem­pre gli scio­pe­ri e deri­de­va gli ope­rai incaz­za­ti per l’au­men­to del prez­zo del­la ben­zi­na.
Altre fer­ma­te auto­no­me con­tro i capi ven­go­no fat­te anche in altri repar­ti. Vie­ne spaz­za­to via il ten­ta­ti­vo da par­te di alcu­ni capi (Sal­vi ed altri) di orga­niz­za­re il cru­mi­rag­gio. La lot­ta è poli­ti­ca, di que­sto è coscien­te la par­te più atti­va del­la fab­bri­ca. Non si trat­ta di «con­trat­to» ma di pote­re. Al pote­re capi­ta­li­sta si con­trap­po­ne il pote­re ope­ra­io; al coman­do capi­ta­li­sta si con­trap­po­ne il coman­do, l’e­ge­mo­nia del­l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma. Le mano­vre del­la dire­zio­ne diven­ta­no sem­pre più chia­re.
Attac­ca­re diret­ta­men­te i com­pa­gni diven­ta l’o­biet­ti­vo cen­tra­le. Cer­ca­re di far appa­ri­re «ille­ga­li» al resto del­la fab­bri­ca i com­por­ta­men­ti auto­no­mi degli ope­rai fa par­te di que­sto pia­no (cri­mi­na­liz­za­re l’au­to­no­mia).
In que­sto sen­so il padro­ne uti­liz­za i capi, dele­ga­ti, «lavo­ra­to­ri» che si pre­sta­no a que­sto gio­co. Polet­ti Pie­ro denun­cia più vol­te alla dire­zio­ne lavo­ra­to­ri, com­pa­gni e com­pa­gne, per atti­vi­tà poli­ti­ca in fab­bri­ca.
Vie­ne pro­ces­sa­to in assem­blea e revo­ca­to da dele­ga­to da tut­ta l’as­sem­blea. Difen­de­re l’or­ga­niz­za­zio­ne e la for­za è per noi impor­tan­te. Anche più in gene­ra­le lo scon­tro tra le clas­si si alza di livel­lo.
L’in­fla­zio­ne aumen­ta in modo ver­ti­gi­no­so, si chia­ri­sco­no sem­pre di più i ter­mi­ni del­la cri­si, la man­can­za di pro­spet­ti­va degli ope­rai all’in­ter­no del siste­ma capi­ta­li­sta, le pro­vo­ca­zio­ni padro­na­li por­ta­no gli ope­rai a deci­de­re for­me di lot­ta più dure. Il bloc­co del­le mer­ci: la par­te­ci­pa­zio­ne degli ope­rai è atti­va insie­me alla volon­tà di scon­tro. Per la linea sin­da­ca­le il bloc­co del­le mer­ci è la spal­la­ta per la fir­ma del con­trat­to.
Per i com­pa­gni è un momen­to di orga­niz­za­zio­ne del pote­re deci­sio­na­le degli ope­rai, del­la loro for­za, del­la loro capa­ci­tà di impor­si sul coman­do gerar­chi­co del­la fab­bri­ca, sul­le for­ze pro­dut­ti­ve per anda­re avan­ti. Que­sto non pia­ce alla Ces che lascia spa­zio alle pro­vo­ca­zio­ni e gli dà una coper­tu­ra poli­ti­ca. È di nuo­vo Polet­ti che, insie­me a Caset­ta Rober­to (tec­ni­co assun­to da due mesi), deci­de pre­me­di­ta­ta­men­te di inve­sti­re i com­pa­gni sul can­cel­lo del­la fab­bri­ca con una Vol­vo tar­ga­ta MI E74423. La rispo­sta è imme­dia­ta. Cin­que­cen­to ope­rai cir­ca, capi­ta la gra­vi­tà del­la pro­vo­ca­zio­ne, decre­ta­no l’e­spul­sio­ne dal­la fab­bri­ca dei due pro­vo­ca­to­ri (Polet­ti vie­ne allon­ta­na­to imme­dia­ta­men­te da un cor­teo) e con essa cre­sce la coscien­za del­la pro­pria for­za che si mani­fe­sta alcu­ni gior­ni dopo quan­do è Caset­ta a ripre­sen­tar­si in fab­bri­ca chia­ma­to dal­la dire­zio­ne. Lo scio­pe­ro è di nuo­vo auto­no­mo e imme­dia­to. Impos­ses­san­do­si del­l’in­ter­fo­no vie­ne este­so a tut­ta la fab­bri­ca, e Caset­ta vie­ne ricac­cia­to fuo­ri. Alcu­ni gior­ni pri­ma era sta­ta di nuo­vo la dire­zio­ne a chia­ma­re i cara­bi­nie­ri – zelan­ti e arma­ti per difen­de­re i padro­ni – per far por­tar fuo­ri un pac­chet­to dal­la fab­bri­ca. La cel­lu­la del Pci esce con un car­tel­lo che sui fat­ti acca­du­ti dice testual­men­te: «[…] ma se dura è la con­dan­na con­tro que­sti due pro­vo­ca­to­ri, ancor più dura deve esse­re la con­dan­na con­tro chi all’in­ter­no del­la Ces ope­ra una poli­ti­ca di divi­sio­ne».
In sostan­za, se que­sti due devo­no esse­re allon­ta­na­ti, i com­pa­gni devo­no esse­re licen­zia­ti, per­ché esse­re in testa alle lot­te per la cel­lu­la del Pci vuol dire divi­de­re il movi­men­to. Que­sti com­por­ta­men­ti del Pci e del Psi non sono nuo­vi e sono il frut­to di una linea di cedi­men­to e di orga­ni­ca col­la­bo­ra­zio­ne con la rior­ga­niz­za­zio­ne padro­na­le espres­sa nel­le lot­te di que­sti anni. L’i­ni­zia­ti­va del sin­da­ca­to pro­vin­cia­le e di zona – insie­me al Pci e Psi di fab­bri­ca – di far cam­bia­re idea agli ope­rai cir­ca l’e­spul­sio­ne di que­sti due vie­ne bat­tu­ta di nuo­vo (il sin­da­ca­to è costret­to ad alli­near­si), ed è di nuo­vo l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma a muo­ver­si diret­ta­men­te dal repar­to per sma­sche­ra­re que­sto pia­no. Vie­ne così ricon­fer­ma­ta la deci­sio­ne pre­sa. Non c’è posto per pro­vo­ca­to­ri e fasci­sti in fab­bri­ca e nel ter­ri­to­rio pro­le­ta­rio. Lo scon­tro fra le due linee anche alcu­ni gior­ni pri­ma – quan­do i com­pa­gni del magaz­zi­no gene­ra­le e del Ces ave­va­no por­ta­to in fab­bri­ca e in men­sa a man­gia­re (prez­zo poli­ti­co) i lavo­ra­to­ri del­la «Simind» che era­no sta­ti licen­zia­ti con mano­vre losche e che sta­va­no pre­si­dian­do il can­tie­re inter­no alla fab­bri­ca – e poi anco­ra duran­te l’as­sem­blea per l’ap­pro­va­zio­ne del con­trat­to. L’as­sem­blea dicen­do no all’ac­cor­do del con­trat­to ha riba­di­to che in que­sta fase non vi sono pos­si­bi­li­tà di accor­do con i padro­ni. Non esi­ste una solu­zio­ne di com­pro­mes­so, ma solo pote­re con­tro pote­re, for­za con­tro for­za. Per noi quin­di si trat­ta di sma­sche­ra­re e col­pi­re den­tro le fab­bri­che, nel ter­ri­to­rio, nel pae­se, le for­ze del capi­ta­le e chi è con­tro la pro­spet­ti­va di pote­re del­la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria, con­tro la sua eman­ci­pa­zio­ne, con­tro il suo biso­gno di comu­ni­smo. Su que­sta stra­da, lun­ga e dif­fi­ci­le, andia­mo avan­ti oggi con la con­sa­pe­vo­lez­za che la for­za che abbia­mo, quel­la che costrui­re­mo sono l’e­le­men­to cen­tra­le da difen­de­re per garan­tir­ci la pro­spet­ti­va di libe­ra­zio­ne dal­la schia­vi­tù del lavo­ro sala­ria­to. Sul­la que­stio­ne del «decre­to ope­ra­io» di espul­sio­ne di Polet­ti e Caset­ta, l’a­zien­da ha gio­ca­to una pesan­te mano­vra inti­mi­da­to­ria, annun­cian­do licen­zia­men­ti di avan­guar­die rico­no­sciu­te, in gran par­te del Comi­ta­to ope­ra­io comu­ni­sta. Nono­stan­te il pro­nun­cia­men­to con­tra­rio dei com­pa­gni inte­res­sa­ti, il voto con­tra­rio di una cin­quan­ti­na di ope­rai e la volon­tà – riaf­fer­ma­ta dal­la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­l’as­sem­blea – di non riman­giar­si il decre­to (anche se parec­chi ope­rai han­no assun­to una posi­zio­ne ela­sti­ca dichia­ran­do espli­ci­ta­men­te che la ragio­ne di que­sto è la volon­tà di tute­la­re a ogni costo e pri­ma di tut­to i sei com­pa­gni) – il sin­da­ca­to ha rag­giun­to un accor­do col padro­ne garan­ten­do la «nor­ma­liz­za­zio­ne» del­le ten­sio­ne in fab­bri­ca e il con­se­guen­te rien­tro (dopo il 15 luglio) dei due figu­ri anti­o­pe­rai. Vedre­mo come la pro­va di for­za si svi­lup­pe­rà: il pro­ble­ma non è la gior­na­ta del 15, il «decre­to o pre­mio» resta vali­do e gli ope­rai sapran­no comun­que impor­re il rispetto.

Il processo operaio, oggi


Da «SENZA TREGUA gior­na­le degli ope­rai comu­ni­sti», spe­cia­le 


«Orga­niz­za­zio­ne del lavo­ro! Ma il lavo­ro sala­ria­to è l’at­tua­le orga­niz­za­zio­ne bor­ghe­se del lavo­ro. Sen­za di esso non vi è capi­ta­le, né bor­ghe­sia, né socie­tà bor­ghe­se.
Un pro­prio mini­ste­ro del lavo­ro! Ma i mini­ste­ri del­le finan­ze, del com­mer­cio, dei lavo­ri pub­bli­ci, non sono for­se mini­ste­ri bor­ghe­si del lavo­ro?… », alla cita­zio­ne dal Marx del ’48 pos­sia­mo oggi aggiun­ge­re: «Un Tri­bu­na­le, una Pre­tu­ra, una Giu­sti­zia del lavo­ro? Ma non si trat­ta del­la giu­sti­zia bor­ghe­se sul com­por­ta­men­to pro­le­ta­rio, sul­la lot­ta del­l’o­pe­ra­io, sui movi­men­ti del­la clas­se ope­ra­ia, già di per sé cri­mi­na­le, già di per sé irri­du­ci­bil­men­te anta­go­ni­sta, di fat­to vio­len­ta ed ever­si­va per la giu­sti­zia bor­ghe­se?». E davan­ti al Tri­bu­na­le del lavo­ro di Mila­no si pre­sen­ta­no il 15 luglio, alle ore 16, gli ope­rai che la Magne­ti Marel­li-Fiat vuo­le licen­zia­re da un anno, ma che da un anno sono ogni gior­no pre­sen­ti al loro posto di lot­ta, den­tro la fab­bri­ca.
Sia la pri­ma sca­den­za pro­ces­sua­le (il pre­to­re Bona­vi­ta­co­la davan­ti a 400 ope­rai emet­te sen­ten­za favo­re­vo­le al padro­ne), sia la secon­da sca­den­za (il pre­to­re Mun­to­ni riam­met­te in fab­bri­ca gli ope­rai che però già ci van­no), sia que­sto appel­lo di oggi han­no ria­per­to la que­stio­ne del pro­ces­so ope­ra­io, cioè la que­stio­ne del­la pre­sen­za degli ope­rai in Palaz­zo dì Giu­sti­zia. La leg­ge-Bro­do­li­ni – la leg­ge n. 300 subi­to bat­tez­za­ta «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» – fu la san­zio­ne del­la pre­sen­za nel­la fab­bri­ca di un sin­da­ca­to rifon­da­to e che ave­va ret­to l’ur­to del movi­men­to; quel­la san­zio­ne di una pro­spet­ti­va accet­ta­ta dal­la bor­ghe­sia in cui la lot­ta sala­ria­le vie­ne assun­ta nel­la sua fun­zio­ne di sti­mo­lo e di dina­mi­smo del siste­ma; ma fu la trac­cia su cui lavo­ra­re per la sta­bi­liz­za­zio­ne del­la lot­ta, per il con­trol­lo del­la con­flit­tua­li­tà e lo sca­ri­co del­le ten­sio­ni quo­ti­dia­ne di clas­se den­tro i tem­pi lun­ghi del­la pro­ce­du­ra giu­di­zia­ria, fuo­ri del­la fab­bri­ca e del­la trat­ta­ti­va diret­ta, den­tro il Palaz­zo di Giu­sti­zia, den­tro la rego­la­men­ta­zio­ne di una leg­ge del­lo Sta­to, den­tro l’im­ma­gi­ne di uno Sta­to inter­me­dia­rio «inter par­tes».
In que­sto sen­so si carat­te­riz­zò da subi­to come «un’ar­ma a dop­pio taglio»: rati­fi­ca di un alto pote­re socia­le, riven­di­ca­ti­vo di clas­se (l’o­pe­ra­io come rigi­di­tà nel­la fab­bri­ca e come doman­da di beni nel­la socie­tà) nel­la fase alta del ciclo eco­no­mi­co; e «l’am­mor­tiz­za­to­re» del­le ten­sio­ni nel­la fase di cri­si e di con­trat­tac­co capi­ta­li­sti­co. Una sor­ta di mec­ca­ni­smo «a due tem­pi», capa­ce di usa­re la stes­sa appa­ren­za di «impar­zia­li­tà» e la cre­di­bi­li­tà, la legit­ti­ma­zio­ne che si gua­da­gna negli anni del­le «vac­che gras­se», per legit­ti­ma­re il suo fun­zio­na­men­to aper­ta­men­te anti­o­pe­ra­io quan­do que­sta è la com­mit­ten­za che l’in­te­res­se capi­ta­li­sti­co gli dà. Uno dei clas­si­ci stru­men­ti di inter­pre­ta­zio­ne dell’«interesse gene­ra­le» di par­te capi­ta­li­sti­ca, lega­to alla rea­liz­za­zio­ne del pro­fit­to medio, è dun­que a vol­te con­trad­dit­to­rio con l’in­te­res­se del sin­go­lo capi­ta­li­sta, «a mag­gior glo­ria» del­le rego­le gene­ra­li del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne. Come stru­men­to anti­o­pe­ra­io, ha fun­zio­na­to come un mec­ca­ni­smo a mol­la: ogni sen­ten­za favo­re­vo­le agli ope­rai ha avu­to anche l’ef­fet­to di cari­car­la, per pre­pa­ra­re il con­trac­col­po anti­o­pe­ra­io. Poco impor­ta qui nota­re come per mesi e per più di una occa­sio­ne la «leg­ge 300» ha rap­pre­sen­ta­to una san­zio­ne posi­ti­va di un movi­men­to di lot­ta che si era dispie­ga­to per due anni come gene­ra­le, che ave­va pro­fon­da­men­te segna­to la pra­ti­ca sin­da­ca­le sen­za poter ribal­ta­re la natu­ra del sin­da­ca­to.
Que­sto movi­men­to ave­va costi­tui­to un polo di attra­zio­ne per una serie di Pre­to­ri demo­cra­ti­ci, che ave­va fat­to emer­ge­re una serie di volen­te­ro­si avvo­ca­ti riu­ni­ti in comi­ta­ti e col­let­ti­vi. Que­ste varian­ti tat­ti­che non muta­no la que­stio­ne di fon­do, la fun­zio­ne stra­te­gi­ca del­la leg­ge, e, pri­ma di tut­to, il più orga­ni­co tela­io e dise­gno poli­ti­co in cui la leg­ge si inscri­ve, e che alla fine ha pre­val­so. Poco impor­ta anche nota­re qui gli infi­ni­ti erro­ri e le nume­ro­se illu­sio­ni che sono sta­te col­ti­va­te attor­no al cosid­det­to «sta­tu­to» (e sot­to­li­nea­re come la sua intro­du­zio­ne in set­to­ri a sin­da­ca­li­smo arre­tra­to sia sta­ta nega­ta sia dal­lo Sta­to, sia dal­l’i­sti­tu­to sin­da­ca­le pre­via futu­ra omo­ge­nei­tà e con­trol­lo da rag­giun­ger­si – la scuo­la è l’e­sem­pio più visto­so di que­sta sepa­ra­zio­ne).
Tut­to quan­to era in sospet­to, oggi – in una fase di chia­ri­fi­ca­zio­ne mas­si­ma del­le par­ti e di anta­go­ni­smi espli­ci­ti – vie­ne in chia­ro. In chia­ro la tenu­ta dei «Pre­to­ri demo­cra­ti­ci», in chia­ro lo schie­ra­men­to degli avvo­ca­ti sot­to e fuo­ri del­la tute­la sin­da­ca­le, in chia­ro anche il trion­fa­li­smo e l’il­lu­sio­ne di nume­ro­se avan­guar­die. La «leg­ge 300» è il frut­to di una con­ven­zio­ne di com­por­ta­men­ti tra padro­na­to e isti­tu­to sin­da­ca­le fon­da­ta sul­l’i­po­te­si (inter­clas­si­sta) e la pra­ti­ca (repres­si­va) che – stan­te una labo­rio­si­tà cre­scen­te, una accet­ta­zio­ne incon­di­zio­na­ta del­la disci­pli­na e gerar­chia pro­dut­ti­va del «pre­sta­to­re d’o­pe­ra» – sia eli­mi­na­bi­le la san­zio­ne mini­ma e mas­si­ma da par­te del padro­ne; e che comun­que si trat­ti sem­pre di ver­ten­ze com­po­ni­bi­li, di un dan­no che si risol­ve con il risar­ci­men­to.
La real­tà va in un altro modo, vi è rifiu­to del lavo­ro sala­ria­to e non cre­scen­te labo­rio­si­tà; vi è attac­co cre­scen­te alle gerar­chie di fab­bri­ca e non accet­ta­zio­ne del codi­ce disci­pli­na­re; di pre­sta­to­re d’o­pe­ra non si trat­ta ma di clas­se ope­ra­ia coscien­te; di ver­ten­za com­po­ni­bi­le non si par­la ma di un con­flit­to radi­ca­le, cre­scen­te, che assu­me spes­so le for­me mas­si­me del con­flit­to di clas­se: nien­te di tut­to que­sto può esse­re risar­ci­to in nes­sun modo; gli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri non si ven­do­no e non ven­do­no la lot­ta, il lavo­ro poli­ti­co fat­to e da fare – e non per mora­li­smo ma per cal­co­lo mate­ria­le (i tem­pi del­la cor­ru­zio­ne del­le avan­guar­die – pen­sia­mo ad alcu­ni vec­chi epi­so­di del­l’Al­fa – appar­ten­go­no a un refe­ren­te ope­ra­io tra­di­zio­na­le, sto­ri­ca­men­te data­to, improv­vi­sa­to e con una sua fun­zio­ne tan­to momen­ta­nea quan­to spon­ta­neo era il movi­men­to di repar­to e di fab­bri­ca da essi gui­da­to).
Gli ope­rai che oggi gui­da­no que­ste lot­te di fon­do den­tro la fab­bri­ca o sono muta­ti radi­cal­men­te rispet­to alle ori­gi­ni di movi­men­to, o sono refe­ren­te ope­ra­io gio­va­ne carat­te­riz­za­to dal­la nuo­va qua­li­tà del­la lot­ta, dal­la nuo­va fun­zio­ne del­l’a­van­guar­dia non più lega­ta all’im­me­dia­ti­smo (e allo spa­zio imme­dia­to) del­la lot­ta sin­da­ca­le ed eco­no­mi­ca, ma al pro­get­to stra­te­gi­co del­la rivo­lu­zio­ne.
C’è insie­me – nel­la stret­ta del­la cri­si – una vera e pro­pria cadu­ta del­la pos­si­bi­le, ipo­tiz­za­bi­le, tra­di­zio­na­le, fun­zio­ne di par­zia­le redi­stri­bu­zio­ne di plus-valo­re che il sin­da­ca­to a vicen­de sto­ri­che alter­ne assu­me nel­la sua fun­zio­ne di isti­tu­to inter­no al siste­ma. La lot­ta sala­ria­le ope­ra­ia, la lot­ta ope­ra­ia e pro­le­ta­ria sul red­di­to, non ha più dun­que una rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà lega­le sta­bi­le: o si muo­ve in modo indi­scri­mi­na­to e sel­vag­gio (e per­ché no, anche cor­po­ra­ti­vo), o è assun­ta nel­la rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà rea­le di orga­ni­smi sta­bi­li, pri­ma di tut­to cre­sciu­ti sul­la discri­mi­nan­te poli­ti­ca, risul­ta­to del­le pri­me esi­gen­ze poli­ti­che di una clas­se ope­ra­ia che si pone il pro­ble­ma di come «fuo­riu­sci­re dal siste­ma» pri­ma fuo­riu­scen­do dal­le sca­den­ze, dal­le scan­sio­ni (con­trat­ti, ver­ten­ze, com­pa­ti­bi­li­tà, pro­fes­sio­na­li­tà, qua­li­fi­ca­zio­ne, disci­pli­na, esa­me, pro­prie­tà, leg­ge, Sta­to ecc.) con cui si rego­la­men­ta com­ples­si­va­men­te l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, il domi­nio socia­le bor­ghe­se sui mez­zi di pro­du­zio­ne.
Que­sti con­te­nu­ti del­la lot­ta fan­no esplo­de­re l’i­dil­lio del­le posi­zio­ni e il gio­co del­le par­ti nel pro­ces­so ope­ra­io.
La «leg­ge 300» è sem­pre di più uno strac­cio, il carat­te­re ine­so­ra­bi­le – anche nel futi­le det­ta­glio di uno o due licen­zia­men­ti – del­la natu­ra di clas­se del­la giu­sti­zia si affer­ma, con la soli­ta appa­ren­te ottu­si­tà, che è inve­ce luci­da, fero­ce deter­mi­na­zio­ne di fon­do.
L’an­di­ri­vie­ni pre­to­ri­le vie­ne bloc­ca­to dai giu­di­ci di Tri­bu­na­le che taglia­no cor­to bru­sca­men­te con la far­sa esi­sten­zia­le del­la Pre­tu­ra e affer­ma­no la loro natu­ra di fun­zio­na­ri diret­ti del padro­na­to nel­le sue arti­co­la­zio­ni regio­na­li e cit­ta­di­ne (qui a Mila­no, l’As­so­lom­bar­da). Reg­go­no bene anche all’in­sul­to: i cor­do­ni degli armi­ge­ri di Sta­to li tute­la­no dal­le res­se e dagli assem­bra­men­ti pro­ces­sua­li ope­rai – quan­do ci sono -; non rimar­reb­be che distrug­ger­li. Nel cuo­re del­lo Sta­to, il fun­zio­na­rio sin­da­ca­le che ha con­dot­to in fab­bri­ca la par­te del­la repres­sio­ne inter­na al movi­men­to, che ha gesti­to la sot­tra­zio­ne del­la lot­ta al suo «habi­tat» tra­di­zio­na­le non è più che quel­lo che Gram­sci (par­don) chia­ma­va l’in­tel­let­tua­le di tipo rura­le: « …sono in gran par­te “tra­di­zio­na­li”; (…) que­sto tipo di intel­let­tua­le met­te a con­tat­to la mas­sa con­ta­di­na con l’am­mi­ni­stra­zio­ne sta­ta­le e per que­sta stes­sa fun­zio­ne ha una gran­de fun­zio­ne poli­ti­co-socia­le, per­ché la media­zio­ne pro­fes­sio­na­le è dif­fi­cil­men­te scin­di­bi­le dal­la media­zio­ne poli­ti­ca.
Inol­tre: nel­la cam­pa­gna l’in­tel­let­tua­le ha un medio teno­re di vita supe­rio­re o alme­no diver­so da quel­lo del medio con­ta­di­no… ». Se la for­za orga­niz­za­ta che que­sto «nuo­vo intel­let­tua­le in veste vul­ga­ta del capi­ta­le» rap­pre­sen­ta è sta­ta distrut­ta nel­la lot­ta in fab­bri­ca, anche la sua ideo­lo­gia sarà ridot­ta a car­ta strac­cia e la sua media­zio­ne non var­rà che una auto­con­vin­zio­ne. Que­sto «intel­let­tua­le» è sta­to distrut­to nel­la vicen­da Magne­ti-ope­rai licen­zia­ti, per­ché già pri­ma la sua rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà era sta­ta distrut­ta nel repar­to e nel­la fab­bri­ca. Ma nel cuo­re del­lo Sta­to gli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri vedo­no ten­der­si al mas­si­mo la lot­ta, la loro capa­ci­tà di orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma, la loro capa­ci­tà di sol­le­ci­ta­re una nuo­va intel­li­gen­za anta­go­ni­sta nel­la clas­se.
Il pro­ces­so ope­ra­io rom­pe i veli del­le pre­ce­den­ti misti­fi­ca­zio­ni, fuo­rie­sce dai ten­ta­ti­vi di gover­no lega­le del­lo scon­tro di clas­se immi­se­ren­do­li di col­po, met­te da par­te il vec­chio media­to­re sin­da­ca­le e si pre­sen­ta di fron­te al giu­di­ce come a un nemi­co giu­ra­to, dispie­gan­do tut­ta la sua for­za. Del Tri­bu­na­le del lavo­ro i padro­ni han­no cer­ca­to di fare un isti­tu­to secon­da­rio che mini­miz­zas­se lo scon­tro di clas­se.
La clas­se ope­ra­ia ha inve­ce tut­to l’in­te­res­se a ripor­tar­lo alla dimen­sio­ne rea­le di vero e pro­prio Tri­bu­na­le poli­ti­co anti-ope­ra­io, dove si rico­strui­sce pro­ces­so dopo pro­ces­so una ideo­lo­gia padro­na­le e gerar­chi­ca sal­da­ta a dure san­zio­ni, a sen­ten­ze una dopo l’al­tra nega­ti­ve che chiu­do­no mesi ed anni di illu­sio­ne foren­se del­l’o­pe­ra­io di fab­bri­ca. Sta­na­re que­sti lupi è com­pi­to degli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri, scar­di­na­re l’or­di­ne di Palaz­zo di Giu­sti­zia pre­sen­tan­do­si non come a una sca­den­za secon­da­ria, ma come a una sca­den­za poli­ti­ca.
Sap­pia­mo tut­ti quan­to di deter­mi­na­to, quan­ta volon­tà poli­ti­ca di distru­zio­ne del­la clas­se vi è nel pro­ce­de­re «obiet­ti­vo ed eco­no­mi­co» del­la ristrut­tu­ra­zio­ne, del­la cas­sa inte­gra­zio­ne, del licen­zia­men­to; abbia­mo qui, nel licen­zia­men­to poli­ti­co e nel­le sue istan­ze cele­bra­ti­ve, il «pas­so più avan­ti» che pos­sia­mo fare non da soli con­tro lo Sta­to, ma con pro­fon­de moti­va­zio­ni den­tro la lot­ta ope­ra­ia più vasta. Il Tri­bu­na­le del lavo­ro nien­te altro è che il Tri­bu­na­le del­le san­zio­ni con­tro l’in­di­sci­pli­na e la ribel­lio­ne ope­ra­ia quo­ti­dia­na al lavo­ro sala­ria­to; qui si chiu­de anche la «liber­tà di scio­pe­ro» costi­tu­zio­na­le, qui si ten­ta la per­fe­zio­ne del­la gestio­ne col­le­gia­le padro­ni-sin­da­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to ope­ra­io; fuo­ri del­le emo­zio­ni ses­san­tot­te­sche e den­tro la radi­ca­liz­za­zio­ne cre­scen­te del­le lot­te, le istan­ze pren­do­no le giu­ste dimen­sio­ni.
Alla san­zio­ne del licen­zia­men­to padro­na­le si aggiun­ge la defi­ni­zio­ne cri­mi­na­le del­la lot­ta, si cele­bra la ripro­va­zio­ne del­lo Sta­to, si schiac­cia l’o­pe­ra­io alla dimen­sio­ne di cit­ta­di­no qual­sia­si che ha vio­la­to le leg­gi del­la comu­ne con­vi­ven­za. È tut­to que­sto che stia­mo lavo­ran­do a distrug­ge­re con la pre­sen­za ope­ra­ia in Palaz­zo di Giu­sti­zia, è com­pi­to dei rivo­lu­zio­na­ri far­lo, è que­sta – dopo la cri­si coniu­ga­le con la «dop­pia ammi­ni­stra­zio­ne», la «pre­tu­ra dei lavo­ra­to­ri» e lo «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» del movi­men­to, del­le avan­guar­die, degli avvo­ca­ti – la stra­da da pren­de­re. Anche in que­sto sen­so ha agi­to la lot­ta degli ope­rai Magne­ti, anche que­sto por­ta la bat­ta­glia con­tro il licen­zia­men­to dei 4 com­pa­gni che – lo ripe­tia­mo – usci­ran­no dal­la fab­bri­ca quan­do lo deci­de­re­mo noi.

Le magie del multirobot Capitale

Una favo­la fan­ta­scien­ti­fi­ca nar­ra­ta ai ragaz­zi e non proi­bi­ta agli adulti

Max Capa, Mari­na Mele, Dona­tel­la Ber­ra e altri del «labo­ra­to­rio spe­ri­men­ta­le gra­fi­co», Le magie del mul­ti­ro­bot capi­ta­le. Una «favo­la fan­ta­scien­ti­fi­ca» nar­ra­ta ai ragaz­zi e non proi­bi­ta agli adul­ti, Edi­zio­ni Otta­via­no, Mila­no 1976


Per quan­to con­cer­ne il «let­to­re» di que­sto libro desi­de­ria­mo por­re una chia­ra e inde­ro­ga­bi­le neces­si­tà: il testo scrit­to non è l’o­ra­to­re di par­ti­to, del mini-par­ti­to o il con­cio­na­re di un ideo­lo­go che ha nel­l’im­ma­gi­ne un sup­por­to di como­do: l’im­ma­gi­ne deve esse­re let­ta come e più del testo: essa ten­de a non esse­re sepa­ra­ta dal testo stes­so. Il pia­ce­re di que­sta let­tu­ra uni­ta­ria è altre­sì inde­ro­ga­bi­le: altri­men­ti dovre­mo con­clu­de­re che abbia­mo fat­to que­sto libro per dei futu­ri – o attua­li – robo­tiz­za­ti. Sarà poco bel­lo per noi, estre­ma­men­te non bel­lo per i robot.