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Brutto ciao

Maria­ro­sa Dal­la Costa, Leo­pol­di­na For­tu­na­ti, Brut­to ciao, Edi­zio­ni del­le don­ne, Roma 1976


«II rifiu­to del­la pro­crea­zio­ne è un momen­to con­qui­sta­to attra­ver­so un arco di lot­te che defi­ni­sco­no un nuo­vo rap­por­to all’in­ter­no del­la clas­se, fra don­ne e uomi­ni, fra il luo­go di lavo­ro non sala­ria­to e il luo­go di lavo­ro sala­ria­to; l’u­so del­l’e­mi­gra­zio­ne è la con­trof­fen­si­va sta­ta­le rispet­to al rifiu­to del­le don­ne a pro­crea­re».
«La casa­lin­ga di clas­se ope­ra­ia, emer­sa duran­te la guer­ra come figu­ra por­tan­te del­le lot­te sul ter­re­no socia­le, costi­tui­sce nel­l’im­me­dia­to dopo­guer­ra il sog­get­to poli­ti­co che ini­zia l’of­fen­si­va di clas­se rispet­to sia ai sala­ria­ti che ai non sala­ria­ti». «Dopo aver reso il sala­rio maschi­le ter­re­no di lot­ta sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà sul ter­re­no socia­le, l’au­to­no­mia e il pote­re poli­ti­co del­le don­ne sem­bra­no dis­sol­ver­si nel­l’on­da­ta cre­scen­te del­le lot­te ope­ra­ie di fab­bri­ca; in real­tà diven­ta­no il moto­re del­le lot­te sot­ter­ra­nee che inve­sti­ran­no la fami­glia e mine­ran­no sem­pre più radi­cal­men­te la stra­ti­fi­ca­zio­ne di pote­re den­tro la clas­se».

Maria­ro­sa Dal­la Costa, autri­ce tra l’al­tro di Pote­re fem­mi­ni­le e sov­ver­sio­ne socia­le, ha aper­to con Sel­ma James nel Movi­men­to Fem­mi­ni­sta il dibat­ti­to sul­la fami­glia come cen­tro di pro­du­zio­ne, sul­la don­na come ripro­dut­tri­ce del­la for­za-lavo­ro e sul sala­rio al lavo­ro dome­sti­co. Lavo­ra pres­so l’I­sti­tu­to di Scien­ze Poli­ti­che e Socia­li del­l’U­ni­ver­si­tà di Pado­va.
Pol­da For­tu­na­ti lavo­ra pres­so l’I­sti­tu­to di Psi­co­lo­gia del­l’U­ni­ver­si­tà di Pado­va. Sta per pub­bli­ca­re sul pri­mo nume­ro dei «Qua­der­ni Fem­mi­ni­sti» il sag­gio Fami­glia e mer­ca­to del lavo­ro.

QUADERNI DEL TERRITORIO 2

Sta­to, regio­ni e con­ver­sio­ne produttiva

Lavoro zero n° 4

  • Lot­ta con­tro il lavoro
  • E allo­ra ci paghi­no in dollari…
  • Pren­dia­mo­ci tut­to, anche l’energia
  • Il pia­no nucleare
  • Let­te­ra dagli USA
  • Qui Buda­pe­st qui
  • Pote­re DC – a cia­scu­no il suo
  • Ver­so l’Eu­ro­pa fede­ra­le tedesca?

Autonomia proletaria

da «MARXIANA», n. 1, Roma 1976

di Enzo Modu­gno

Cri­ti­ca del­la poli­ti­ca

Il pro­ble­ma è quel­lo del nes­so che si sta­bi­li­sce tra gli uomi­ni nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, nel qua­le si pre­sen­ta­no come indi­vi­dui iso­la­ti, in segui­to alla dis­so­lu­zio­ne del­le for­me socia­li feu­da­li e allo svi­lup­po del­le nuo­ve for­ze pro­dut­ti­ve. Que­sto indi­vi­duo iso­la­to (1) è il noc­cio­lo del­la que­stio­ne.
Come si col­le­ga, come entra in socie­tà?
L’al­ter­nar­si di «orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma» e «par­ti­to» (2) ha qui le sue radi­ci: i pro­le­ta­ri per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si e que­sta uni­fi­ca­zio­ne può avve­ni­re (è avve­nu­ta e avvie­ne) in due modi: 1) alla base diret­ta­men­te, con col­le­ga­men­ti imme­dia­ti che essi deter­mi­na­no e con­trol­la­no; oppu­re 2) indi­ret­ta­men­te, con una media­zio­ne ester­na.
È neces­sa­rio sot­to­li­nea­re che sono due for­me sto­ri­che di vol­ta in vol­ta effet­ti­va­men­te ope­ran­ti: la loro ana­li­si cri­ti­ca non con­sen­te pole­mi­che ‘inge­nue’ tra soste­ni­to­ri del­la spon­ta­nei­tà e soste­ni­to­ri del par­ti­to; né fa un pas­so avan­ti chi ten­ta di com­bi­na­re le due cose.
È una inge­nui­tà infat­ti cre­de­re che que­ste for­me dipen­da­no dal­la buo­na o cat­ti­va volon­tà degli uomi­ni e che non abbia­no, tut­te e due, radi­ci pro­fon­de nel modo di pro­du­zio­ne.
Il pun­to di vista dei soste­ni­to­ri del par­ti­to-media­to­re ester­no pog­gia inte­ra­men­te sul pre­sup­po­sto che i pro­le­ta­ri sia­no, per pre­di­spo­si­zio­ne natu­ra­le, iso­la­ti, inca­pa­ci di uni­fi­ca­zio­ne; per uni­fi­car­li, per far­li entra­re nel­la sto­ria, diven­ta dun­que neces­sa­rio un inter­ven­to che ven­ga dal di fuo­ri, por­ta­to­re del­la scien­za, del­la teo­ria, del pro­get­to poli­ti­co.
Discen­den­za gia­co­bi­na dei pro­fe­ti del XVIII seco­lo, pen­sa­no come loro che l’in­di­vi­duo iso­la­to sia un dato natu­ra­le, il pun­to di par­ten­za. Marx inve­ce ha mostra­to che è un risul­ta­to sto­ri­co: «Quan­to più risa­lia­mo indie­tro nel­la sto­ria, tan­to più […] l’in­di­vi­duo che pro­du­ce ci appa­re non auto­no­mo, par­te di un insie­me più gran­de » (3). Solo nel­la socie­tà bor­ghe­se si pre­sen­ta come indi­vi­duo iso­la­to, solo in que­sta socie­tà rie­sce ad iso­lar­si.
La ragio­ne è nota: i carat­te­ri socia­li del lavo­ro si ogget­ti­va­no nei pro­dot­ti, appa­io­no come pro­prie­tà socia­li del­le mer­ci, e il rap­por­to socia­le tra i pro­dut­to­ri appa­re come rap­por­to socia­le fra le mer­ci, esi­sten­te al di fuo­ri dei pro­dut­to­ri. Dun­que non è che i pro­dut­to­ri iso­la­ti non viva­no in socie­tà: è solo che que­sta socie­tà, que­sto nes­so che li lega, si pre­sen­ta come qual­co­sa di estra­neo e di ogget­ti­vo di fron­te agli indi­vi­dui; non come loro rela­zio­ne reci­pro­ca, ma come loro subor­di­na­zio­ne a rap­por­ti che sus­si­sto­no indi­pen­den­te­men­te da loro.
La rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra le cose. Insom­ma è que­sto tipo di uni­tà, di nes­so soda­le, che gene­ra l’i­so­la­men­to.
È impor­tan­te tener fer­mo que­sto nes­so socia­le rei­fi­ca­to crea­to dal­la pro­du­zio­ne di mer­ci, per­ché il nes­so crea­to dal­lo Sta­to moder­no e quel­lo crea­to dal par­ti­to sono la stes­sa cosa. Ma que­sto tipo di uni­tà rei­fi­ca­ta che gene­ra l’i­so­la­men­to gene­ra anche il suo con­tra­rio: l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta. Marx descri­ve anche que­sta: «Nel­la socie­tà così com’è tro­via­mo già occul­ta­te le con­di­zio­ni per una socie­tà sen­za clas­si»: per esem­pio, la divi­sio­ne del lavo­ro gene­ra l’ag­glo­me­ra­zio­ne, la coo­pe­ra­zio­ne, gli inte­res­si di clas­se; e i con­flit­ti fra sin­go­li ope­rai e sin­go­li bor­ghe­si sem­pre più assu­mo­no il carat­te­re di con­flit­ti tra due clas­si.
«È così che gli ope­rai inco­min­cia­no a for­ma­re coa­li­zio­ni con­tro i bor­ghe­si, riu­nen­do­si per difen­de­re il loro sala­rio. Essi fon­da­no per­si­no asso­cia­zio­ni per­ma­nen­ti per approv­vi­gio­nar­si per le sol­le­va­zio­ni even­tua­li. Qua è là la lot­ta diven­ta som­mos­sa. Di quan­do in quan­do gli ope­rai vin­co­no, ma solo in modo effi­me­ro. Il vero risul­ta­to del­le loro lot­te non è il suc­ces­so imme­dia­to, ma l’u­nio­ne sem­pre più este­sa degli ope­rai. Essa è age­vo­la­ta dai cre­scen­ti mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne che sono crea­ti dal­la gran­de indu­stria e che col­le­ga­no tra di loro ope­rai di loca­li­tà diver­se. Basta que­sto sem­pli­ce col­le­ga­men­to per con­cen­tra­re le mol­te lot­te loca­li, aven­ti dap­per­tut­to un ugua­le carat­te­re, in una lot­ta nazio­na­le, in una lot­ta di clas­se. Ma ogni lot­ta di clas­se è lot­ta poli­ti­ca. E l’u­nio­ne per rag­giun­ge­re la qua­le ai bor­ghi­gia­ni del Medioe­vo, con le loro stra­de vici­na­li, occor­se­ro dei seco­li, oggi, con le fer­ro­vie, vie­ne rea­liz­za­ta dai pro­le­ta­ri in pochi anni» (4).
Tut­ta­via que­sto pro­ces­so di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta non è linea­re, pro­ce­de per fasi alter­ne. Infat­ti que­sta orga­niz­za­zio­ne degli ope­rai in clas­se, se è vero che risor­ge sem­pre di nuo­vo più for­te, più sal­da, più poten­te, è anche vero che «vie­ne ad ogni istan­te nuo­va­men­te spez­za­ta dal­la con­cor­ren­za che gli ope­rai si fan­no tra loro stes­si» (5) sul mer­ca­to come pos­ses­so­ri del­la for­za-lavo­ro.
Ecco come il modo di pro­du­zio­ne, la pro­du­zio­ne di mer­ci, gene­ra sem­pre di nuo­vo l’o­pe­ra­io iso­la­to: per­ché fa vale­re sem­pre di nuo­vo il nes­so ogget­ti­vo, il mer­ca­to. Si ripro­du­ce l’i­so­la­men­to ma que­sta vol­ta ad un gra­do diver­so, con ulte­rio­ri deter­mi­na­zio­ni.
Ora, la nasci­ta del sin­da­ca­to nazio­na­le, del par­ti­to ope­ra­io nazio­na­le, affon­da qui le sue radi­ci, tro­va qui la sua neces­si­tà sto­ri­ca, in que­sto rin­no­var­si del­l’i­so­la­men­to. Ma la loro esi­sten­za sarà con­trad­dit­to­ria per­ché l’i­so­la­men­to ope­ra­io, come abbia­mo visto, sem­pre di nuo­vo gene­ra il suo con­tra­rio, l’u­ni­fi­ca­zio­ne imme­dia­ta, la fusio­ne, e così via.
Il par­ti­to e il sin­da­ca­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na, indi­ret­ta – pog­gia­no inte­ra­men­te sul­la momen­ta­nea inca­pa­ci­tà di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta, non media­ta, degli ope­rai; così che quan­do que­sta tor­ne­rà a mani­fe­star­si tro­ve­rà una situa­zio­ne muta­ta, tro­ve­rà la cor­po­sa pre­sen­za di que­ste isti­tu­zio­ni ormai in posi­zio­ne anta­go­ni­sti­ca. Sor­te per uni­fi­ca­re la clas­se, fini­ran­no con l’im­pe­di­re ogni altra spe­cie di uni­fi­ca­zio­ne che non sia la loro.
Soviet, con­si­gli, comi­ta­ti d’a­zio­ne e altre for­me di auto­no­mia ope­ra­ia in que­sti ulti­mi anni han­no avu­to vita dif­fi­ci­le, più che per loro debo­lez­za inter­na per il fat­to che par­ti­ti e sin­da­ca­ti (ai qua­li biso­gna aggiun­ge­re quei grup­pi che aspi­ra­no a pren­der­ne il posto) han­no siste­ma­ti­ca­men­te, e con tut­te le loro for­ze, ten­ta­to di negar­li o di rias­sor­bir­li, in una par­ti­ta che giu­sta­men­te con­si­de­ra­va­no mor­ta­le. Le dif­fi­col­tà del­l’au­to­no­mia del movi­men­to dun­que non pos­so­no esse­re attri­bui­te all’in­ca­pa­ci­tà, di cui que­sto sof­fri­reb­be, di supe­ra­re il loca­li­smo, il cor­po­ra­ti­vi­smo, il ribel­li­smo, ecc. Non è così e lo abbia­mo visto. Non solo: ormai è neces­sa­rio veri­fi­ca­re la stes­sa “neces­si­tà sto­ri­ca” del par­ti­to e del sin­da­ca­to, che appun­to cor­ri­spon­de ad un deter­mi­na­to gra­do di evo­lu­zio­ne del pro­le­ta­ria­to. Dun­que anche il loro supe­ra­men­to è una neces­si­tà sto­ri­ca che non si può fare a meno di coglie­re se si riper­cor­re lo svi­lup­po del­la lot­ta di clas­se.
Le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie loca­li, lega­te ai mestie­ri, han­no da poco sosti­tui­to le cor­po­ra­zio­ni medioe­va­li: e tut­ta­via in esse la paro­la è ai pro­ta­go­ni­sti, l’o­pe­ra­io si pre­sen­ta in tut­ta la sua pie­nez­za; ma solo per­ché non ha rea­liz­za­to l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà del­la lot­ta di clas­se, e per­ché que­sta uni­ver­sa­li­tà – si può dire, para­fra­san­do Marx – egli non se l’è anco­ra con­trap­po­sta come una for­za indi­pen­den­te da lui, come una orga­niz­za­zio­ne nazio­na­le dove non ha più dirit­to di paro­la. Cer­to il col­le­ga­men­to nazio­na­le è pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di col­le­ga­men­to, o a un col­le­ga­men­to sol­tan­to loca­le fon­da­to su soli­da­rie­tà di mestie­re, ecc. D’al­tra par­te non è pos­si­bi­le subor­di­na­re que­sti col­le­ga­men­ti più ampi pri­ma di aver­li crea­ti. Ma non è nem­me­no pos­si­bi­le pen­sa­re che que­sto tipo di col­le­ga­men­to, di uni­ver­sa­li­tà, sia l’u­ni­ca pos­si­bi­li­tà di uni­fi­ca­zio­ne. Infat­ti, l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io alla sua orga­niz­za­zio­ne dimo­stra che egli sta anco­ra crean­do le for­me del­la lot­ta, e che non sta lot­tan­do a par­ti­re da que­ste for­me. L’as­so­cia­zio­ne loca­le, di mestie­re, è un col­le­ga­men­to che cor­ri­spon­de a una fase del capi­ta­li­smo. L’ul­te­rio­re svi­lup­po pro­du­ce, insie­me al col­le­ga­men­to più ampio, anche l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io (non ha più la paro­la); però pro­du­ce anche l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà dei suoi col­le­ga­men­ti. Guar­da­re indie­tro alla pie­nez­za del­le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie è un pun­to di vista roman­ti­co. Ma d’al­tra par­te è ridi­co­lo cre­de­re che quel com­ple­to svuo­ta­men­to che è l’or­ga­niz­za­zio­ne nazio­na­le di oggi sia la for­ma final­men­te sco­per­ta di col­le­ga­men­to.
Gli ope­rai i cui col­le­ga­men­ti, in quan­to loro rela­zio­ni pro­prie, comu­ni, sono già assog­get­ta­ti al loro comu­ne con­trol­lo, sono ope­rai di una fase sto­ri­ca più svi­lup­pa­ta. È que­sta fase che ci sta dinan­zi. Ma a que­sto, cioè al di là del­l’at­tac­co a quel pun­to di vista roman­ti­co, il par­ti­to non è mai per­ve­nu­to, per­ché la sua strut­tu­ra non gli per­met­te di vede­re oltre.
Dun­que se il par­ti­to pre­sup­po­ne l’in­te­res­se di clas­se, comu­ne a tut­ti gli ope­rai, pre­sup­po­ne al tem­po stes­so l’o­pe­ra­io iso­la­to, e pre­sup­po­ne non solo la dis­so­lu­zio­ne del­le pri­me asso­cia­zio­ni loca­li, ecc., ma lo scac­co del­le gran­di lot­te auto­no­me di oggi, la man­can­za o l’in­ter­ru­zio­ne dei col­le­ga­men­ti diret­ti ecc..
Per cui il par­ti­to si pre­sen­ta ai sin­go­li ope­rai come un rap­por­to ester­no, indi­pen­den­te da loro; che media l’u­ni­tà dei sin­go­li ope­rai tra loro scol­le­ga­ti. Ed è una media­zio­ne che «pre­sen­ta facil­men­te i con­ti del­la sua ope­ra­ti­vi­tà sto­ri­ca rea­le» ha scrit­to Ros­sa­na Ros­san­da. L’al­ter­no decli­na­re del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta, come abbia­mo visto, ren­de pos­si­bi­le que­sta uni­fi­ca­zio­ne media­ta.
I pro­le­ta­ri cioè in que­sta fase ripon­go­no nel par­ti­to e nel sin­da­ca­to quel­la fidu­cia che non sono più dispo­sti a ripor­re in se stes­si, nel­le lot­te auto­no­me, auto­ge­sti­te, ecc. (6).
Ma per­ché i pro­le­ta­ri han­no fidu­cia nel par­ti­to?
Evi­den­te­men­te solo per­ché il par­ti­to è volon­tà pro­le­ta­ria rei­fi­ca­ta; solo per­ché i pro­le­ta­ri han­no alie­na­to la loro volon­tà, i loro col­le­ga­men­ti, la dire­zio­ne del­le loro lot­te ad una éli­te che ha avu­to la capa­ci­tà e i mez­zi di rap­pre­sen­ta­re, di ogget­ti­va­re, di cri­stal­liz­za­re la volon­tà pro­le­ta­ria.
Que­sto tra­sfe­ri­men­to ad altri però è irto di con­trad­di­zio­ni. È sta­to scrit­to nel 1762, ma era noto anche pri­ma che la volon­tà non può esse­re alie­na­ta, non si rap­pre­sen­ta: o è quel­la stes­sa, o è un’al­tra; non c’è via di mez­zo. Eppu­re, a dispet­to di Rous­seau, è quel­lo che avvie­ne tut­ti i gior­ni nel­lo Sta­to moder­no e dun­que anche nel par­ti­to ope­ra­io e nel sin­da­ca­to: la volon­tà diven­ta altra.
Pro­prio come il lavo­ro uma­no che non può esse­re rap­pre­sen­ta­to in una cosa, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’uo­mo per­de le sue qua­li­tà socia­li a favo­re del­la cosa che diven­ta mer­ce, si distac­ca dal suo pro­dut­to­re, cade in mano ad altri; e diven­ta pos­si­bi­le lo sfrut­ta­men­to; così nel nostro caso la volon­tà ope­ra­ia non può esse­re rap­pre­sen­ta­ta da una isti­tu­zio­ne ester­na, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’o­pe­ra­io non con­ta più come tale ma solo come mem­bro del­l’i­sti­tu­zio­ne la qua­le sol­tan­to diven­ta il vero sog­get­to, la sede del­la «ini­zia­ti­va rivo­lu­zio­na­ria», e l’o­pe­ra­io è ridot­to a sua appen­di­ce.
Così la volon­tà ope­ra­ia si cri­stal­liz­za, cade in mano ad altri, fini­sce per con­trap­por­si agli ope­rai. Ma se in tut­to que­sto c’è una «radi­ce idea­li­sti­ca» (7), biso­gna aggiun­ge­re che è lo stes­so “idea­li­smo” del­la mer­ce e del­lo Sta­to, non l’ ”erro­re” di qual­che hege­lia­no.
Que­sta neces­si­tà di tra­sfor­ma­re la loro uni­tà nel­la for­ma del par­ti­to, se dimo­stra da un lato che gli ope­rai per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si, dimo­stra dal­l’al­tro che que­sta uni­tà non si è rea­liz­za­ta imme­dia­ta­men­te. Gli ope­rai si inse­ri­sco­no in una uni­fi­ca­zio­ne rea­liz­za­ta da altri inve­ce di deci­der­ne e con­trol­lar­ne l’an­da­men­to. È una uni­fi­ca­zio­ne fuo­ri di loro, sot­to la qua­le ven­go­no sus­sun­ti, che non crea­no essi stes­si ma che tro­va­no bel­l’e fat­ta.
E se è vero che vi si inse­ri­sco­no con auto­no­ma deci­sio­ne, è anche vero che in quel momen­to non han­no alter­na­ti­va: insom­ma deci­do­no ciò che sono social­men­te costret­ti a deci­de­re. La dis­so­lu­zio­ne o l’im­pos­si­bi­li­tà del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta li ren­de libe­ri di accet­ta­re que­sti rap­pre­sen­tan­ti.
Han­no tor­to gli alchi­mi­sti, le due uni­fi­ca­zio­ni sono alter­na­ti­ve, il media­to­re ester­no non potrà che por­si come sog­get­to e farà del­la clas­se un suo pre­di­ca­to, è una pura inge­nui­tà pen­sa­re che i pro­le­ta­ri pos­sa­no tene­re il con­trol­lo di una uni­fi­ca­zio­ne fat­ta da altri.
Non c’è col­le­ga­men­to diret­to tra un pro­le­ta­rio e l’al­tro, non sono lega­ti tra loro, ma cia­scu­no è lega­to all’i­sti­tu­zio­ne e attra­ver­so que­sta si col­le­ga­no.
Insom­ma riman­go­no iso­la­ti, anco­ra una vol­ta. Ecco per­ché l’o­pe­ra­io iso­la­to non è sol­tan­to il pun­to di par­ten­za del par­ti­to ma anche il suo risul­ta­to sto­ri­co. Il par­ti­to (8), come lo Sta­to e come il capi­ta­le, ripro­du­ce così di con­ti­nuo le con­di­zio­ni del­la sua esi­sten­za.
In un sen­so più ampio que­sto iso­la­men­to è il gran­de risul­ta­to sto­ri­co del­la pro­du­zio­ne di mer­ci e del­lo Sta­to moder­no, il «lato magni­fi­co» dice Marx: que­sta con­nes­sio­ne, que­sta uni­fi­ca­zio­ne rei­fi­ca­ta, ester­na, indi­pen­den­te dal­la volon­tà e dal­la con­sa­pe­vo­lez­za dei sin­go­li, che tut­ta­via fun­zio­na, è rea­le, assi­cu­ra l’u­ni­ver­sa­li­tà dei col­le­ga­men­ti.
Que­sta uni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta, ester­na, è cer­to pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di uni­fi­ca­zio­ne. Ma è anche insul­so pen­sa­re que­sta uni­fi­ca­zio­ne ester­na come la sola pos­si­bi­le, inscin­di­bi­le dal­la con­di­zio­ne del­l’o­pe­ra­io per­ché que­sto sareb­be capa­ce solo di riven­di­ca­zio­ni eco­no­mi­che, iso­la­te, cor­po­ra­ti­ve, ecc.
Que­sto pun­to di vista non tie­ne con­to, da un lato, del­le «fer­ro­vie» di cui par­la­va Marx. Dal­l’al­tro non tie­ne con­to del­la natu­ra del­la media­zio­ne ester­na, che è una uni­fi­ca­zio­ne che si tra­mu­ta di con­ti­nuo in iso­la­men­to, che è volon­tà ope­ra­ia che si cri­stal­liz­za, si sepa­ra, cade in mano ad altri e fini­sce col con­trap­por­si come cosa indi­pen­den­te e aven­te esi­sten­za al di fuo­ri, indi­pen­den­te­men­te dal­l’o­pe­ra­io cui appar­te­ne­va. Sono anche qui, in que­sto tipo di iso­la­men­to, le ragio­ni del­la spin­ta ope­ra­ia all’au­to­no­mia, dei con­ti­nui ten­ta­ti­vi di una diver­sa uni­fi­ca­zio­ne, diret­ta, imme­dia­ta.
Que­sto pun­to di vista cre­de che l’u­ni­fi­ca­zio­ne, la rap­pre­sen­tan­za, la stra­te­gia, il pro­get­to poli­ti­co, la pre­sa del pote­re pra­ti­ca­ti da un par­ti­to, sia­no la rea­liz­za­zio­ne ope­ra­ia di que­ste cose; ma che poi sono sta­te adul­te­ra­te dal­la dege­ne­ra­zio­ne, dal­la buro­cra­zia, dagli erro­ri, dai tra­di­men­ti, dal revi­sio­ni­smo, ecc.. O anche che, cer­to, i par­ti­ti sino­ra han­no fal­li­to i ten­ta­ti­vi di rea­liz­zar­le nel­la loro for­ma vera­men­te ope­ra­ia, ma che ora, con in pugno la vera dot­tri­na, sarà final­men­te pos­si­bi­le.
A costo­ro va rispo­sto che il par­ti­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na – è effet­ti­va­men­te la rea­liz­za­zio­ne del­la rap­pre­sen­tan­za, del­la uni­fi­ca­zio­ne, del­la stra­te­gia, del­la pre­sa del pote­re, e che que­gli ele­men­ti di dege­ne­ra­zio­ne che com­pa­io­no a distor­cer­ne la natu­ra «ope­ra­ia» sono dege­ne­ra­zio­ni imma­nen­ti al par­ti­to, alla media­zio­ne ester­na, e appun­to la rea­liz­za­zio­ne del­la pre­sa del pote­re, del­la rap­pre­sen­tan­za e del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne che si mostra­no come pote­re di Sta­to, buro­cra­zia, iso­la­men­to.
È desi­de­rio tan­to pio quan­to scioc­co che la rap­pre­sen­tan­za non si svi­lup­pi in buro­cra­zia o che l’u­ni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta non si risol­va in iso­la­men­to.
Que­sto pun­to di vista, che va alla risco­per­ta del­la purez­za del par­ti­to, non vede o dimen­ti­ca la sto­ria, ed è con­dan­na­to a ripe­ter­la.

2.

Se voles­si­mo iden­ti­fi­ca­re dopo il 1850 i cicli di lot­ta e di appren­di­men­to descrit­ti da Vester (9) fino a quel­la data, dovrem­mo tener con­to, da un lato, del­l’af­fer­mar­si del­le gran­di orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to – par­ti­ti e sin­da­ca­ti – che han­no dato all’al­ter­nar­si di quei cicli una svol­ta isti­tu­zio­na­le; dal­l’al­tro, del con­ti­nuo riaf­fer­mar­si dei gran­di movi­men­ti di mas­sa auto­no­mi, al di fuo­ri o in alter­na­ti­va a quel­le orga­niz­za­zio­ni (10).
La sto­ria del pro­le­ta­ria­to si mostra così come un intrec­cio 1) di orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma e 2) di orga­niz­za­zio­ne sin­da­ca­le e di par­ti­to.
Que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne poi, la loro sto­ria, le leg­gi del loro alter­nar­si sono così stret­ta­men­te lega­te alle vicen­de del­lo Sta­to poli­ti­co e del­la socie­tà civi­le che non si vede come sia pos­si­bi­le ana­li­si che non le con­si­de­ri tut­te.
Dun­que la sto­ria del pro­le­ta­ria­to non può esse­re inte­sa come sto­ria del­le sue isti­tu­zio­ni (11) e del­le rela­ti­ve ideo­lo­gie e stra­te­gie, né come sto­ria dei soli momen­ti alti, dei gran­di movi­men­ti spon­ta­nei.
È neces­sa­rio risa­li­re all’am­bi­gui­tà del­lo Sta­to moder­no, alle sue con­trad­di­zio­ni: sono que­ste che pun­tual­men­te si riflet­to­no nel­la sto­ria del pro­le­ta­ria­to e del­le sue isti­tu­zio­ni. L’in­trec­cio di que­ste due sto­rie, di quel­la del­le mas­se e di quel­la dei comi­ta­ti cen­tra­li, di que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne cioè, lo si può coglie­re cri­ti­ca­men­te solo nel con­te­sto più gene­ra­le di una ana­li­si del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co.
Così que­sti pro­ble­mi di sto­ria del pro­le­ta­ria­to ne coin­vol­go­no altri, e rin­via­no tut­ti all’a­na­li­si degli isti­tu­ti fon­da­men­ta­li del mon­do moder­no e dun­que alla mar­xia­na cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, che dovrà costi­tui­re per­ciò l’as­se del­l’in­da­gi­ne.
Scri­ve Marx nel 1875, che in una «socie­tà col­let­ti­vi­sta, fon­da­ta sul­la pro­prie­tà comu­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne, i pro­dut­to­ri non scam­bia­no i loro pro­dot­ti; tan­to meno il lavo­ro incor­po­ra­to nei pro­dot­ti appa­re come valo­re di que­sti pro­dot­ti, come una pro­prie­tà ogget­ti­va da essi pos­se­du­ta, per­ché ora, in con­trap­po­sto alla socie­tà capi­ta­li­sti­ca, non è più indi­ret­ta­men­te ma diret­ta­men­te che i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no par­te inte­gran­te del lavo­ro del­la comu­ni­tà» (12).
In real­tà tut­ta l’o­pe­ra di Marx, può esse­re vista come l’a­na­li­si di que­sto pro­ces­so indi­ret­to attra­ver­so il qua­le, nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no lavo­ro socia­le. E dun­que come il lavo­ro indi­vi­dua­le, attra­ver­so tra­sfor­ma­zio­ni suc­ces­si­ve, in un pro­ces­so che l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca non riu­sci­va a vede­re, si tra­sfor­mi fino ad emer­ge­re alla super­fi­cie nel­le cate­go­rie del prez­zo di mer­ca­to, del pro­fit­to, ecc.
Che ruo­lo abbia la poli­ti­ca in que­sto pro­ces­so indi­ret­to, che ruo­lo svol­ga­no lo Sta­to e il dirit­to, Marx lo ha accen­na­to in innu­me­re­vo­li pas­si.
La rico­stru­zio­ne del­la cri­ti­ca mar­xia­na del­la poli­ti­ca e del dirit­to, nodo cen­tra­le sia per quan­to riguar­da lo stu­dio del capi­ta­li­smo sia per quan­to riguar­da la tran­si­zio­ne dal capi­ta­li­smo ad un’al­tra socie­tà, è ormai un pro­ble­ma che richie­de solu­zio­ne e lo dimo­stra la ripre­sa degli stu­di in que­sta dire­zio­ne. Natu­ral­men­te l’or­ga­niz­za­zio­ne del pro­le­ta­ria­to, come vedre­mo, non sfug­ge a que­sta cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, soprat­tut­to dopo l’af­fer­mar­si dei gran­di par­ti­ti e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li: le descri­zio­ni che ne ha fat­to la socio­lo­gia, da Rober­to Michels (13) in poi, non sono di gran­de aiu­to. Ci sono buo­ne ragio­ni dun­que per que­sta ripre­sa, anche se fino­ra sono sta­ti trop­po tra­scu­ra­ti a que­sto fine gli scrit­ti di cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca che Marx ripre­se a par­ti­re dal 1857.
Cer­to alla luce di que­sti, che cul­mi­ne­ran­no con la pub­bli­ca­zio­ne del pri­mo volu­me del Capi­ta­le e che con­ti­nue­ran­no, non sap­pia­mo con qua­le inten­si­tà per via degli ine­di­ti (14), fino alla mor­te, diven­ta mol­to discu­ti­bi­le una sepa­ra­zio­ne, sia pure per como­di­tà di lavo­ro, del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia da quel­la del­la poli­ti­ca e del dirit­to; in que­sti scrit­ti qua­si ad ogni pagi­na ci sono ele­men­ti di “poli­ti­ca”. Se Marx pri­vi­le­gia la strut­tu­ra eco­no­mi­ca del­la socie­tà, ciò non è dovu­to al fat­to che Marx sia un «eco­no­mi­sta», né al fat­to che il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le è la con­di­zio­ne del pro­ces­so vita­le socia­le, poli­ti­co, intel­let­tua­le, ecc.: sic­co­me ciò vale per tut­te le epo­che, non ci direb­be anco­ra nul­la sul per­ché di que­sta scel­ta fat­ta a pro­po­si­to del­la socie­tà bor­ghe­se. La ragio­ne sta inve­ce nel fat­to che pro­prio il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le spie­ga per­ché nel­la socie­tà bor­ghe­se la par­te prin­ci­pa­le è rap­pre­sen­ta­ta dal­l’e­co­no­mia, così come è sem­pre il modo di pro­dur­re che spie­ga per­ché nel mon­do anti­co la par­te prin­ci­pa­le era rap­pre­sen­ta­ta dal­la poli­ti­ca e nel Medioe­vo era rap­pre­sen­ta­ta dal cat­to­li­ce­si­mo (15).
Nel­la socie­tà bor­ghe­se insom­ma, la pro­du­zio­ne pre­ce­de la comu­ni­tà, vi sono rap­por­ti socia­li tra le cose e rap­por­ti di cose tra gli uomi­ni, e chi vuo­le ana­liz­za­re que­sta socie­tà deve ana­liz­za­re que­sti rap­por­ti. Infat­ti ora non ci sono più rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, il lavo­ra­to­re è libe­ro dagli anti­chi vin­co­li di clien­te­la, di ser­vi­tù, di pre­sta­zio­ne, per­ché lo scam­bio «ren­de super­fluo il gre­ga­ri­smo e lo dis­sol­ve» (16). I lega­mi dove­va­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc. fin quan­do il pote­re del dena­ro non era anco­ra diven­ta­to il nexus rerum et homi­num.
Ora inve­ce l’u­ni­co nexus è il dena­ro e il lavo­ra­to­re è libe­ro. Ma è una liber­tà dupli­ce, per­ché il lavo­ra­to­re libe­ro da que­gli anti­chi rap­por­ti è anche libe­ro da ogni ave­re, da ogni for­ma di esi­sten­za ogget­ti­va, da ogni pro­prie­tà. È libe­ro, pri­vo del­le con­di­zio­ni ogget­ti­ve, dei mez­zi di sus­si­sten­za, del­lo stru­men­to di lavo­ro, che una vol­ta, d’u­ne maniè­re ou d’u­ne autre (17) dice Marx, nel bene e nel male, era­no pro­prie­tà del­le mas­se. Con la con­se­guen­za di gran­de impor­tan­za che «la cosa che gli si con­trap­po­ne è ora diven­ta­ta la vera comu­ni­tà che egli cer­ca di far sua e dal­la qua­le inve­ce vie­ne ingo­ia­to» (18).
Dun­que sem­bra que­sta la ragio­ne per cui Marx, inve­ce di un trat­ta­to sul­lo Sta­to, ci ha lascia­to la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. La cri­ti­ca di Marx, insom­ma, sco­pre la pri­ma­rie­tà dei rap­por­ti socio-eco­no­mi­ci su quel­li poli­ti­co-giu­ri­di­ci: se si affron­tas­se­ro solo que­sti ulti­mi, sarem­mo costret­ti, per spie­gar­li, a uscir fuo­ri dal­la loro dimen­sio­ne. Già Rous­seau d’al­tra par­te ave­va intui­to (19) che un popo­lo è un popo­lo pri­ma di dar­si a un re.
Marx mostra in modo defi­ni­ti­vo che volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za, che sono i pila­stri di tut­to il pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, pre­sup­pon­go­no rap­por­ti di pro­du­zio­ne bor­ghe­si ed han­no come base il valo­re di scam­bio.
«Non solo dun­que ugua­glian­za e liber­tà sono rispet­ta­ti nel­lo scam­bio basa­to sui valo­ri di scam­bio», scri­ve Marx nei Grun­dris­se, ma que­sto scam­bio «è anzi la base pro­dut­ti­va, rea­le di ogni ugua­glian­za e liber­tà. Come idee pure esse ne sono sol­tan­to le espres­sio­ni idea­liz­za­te; e in quan­to si svi­lup­pa­no in rap­por­ti giu­ri­di­ci, poli­ti­ci e socia­li, esse sono sol­tan­to que­sta base ad una diver­sa poten­za» (20). L’u­gua­glian­za si pone mate­rial­men­te, esi­ste espres­sa­men­te in for­ma ogget­ti­va, un lavo­ra­to­re o un re, dice Marx, che acqui­sti­no la stes­sa mer­ce, sono com­ple­ta­men­te ugua­li, qual­sia­si dif­fe­ren­za tra loro è can­cel­la­ta per­ché tut­ti e due si pre­sen­ta­no come pos­ses­so­ri di dena­ro. A sua vol­ta il ven­di­to­re si pre­sen­ta sol­tan­to come il pos­ses­so­re di una mer­ce che cor­ri­spon­de al dena­ro dei com­pra­to­ri. D’al­tra par­te si trat­ta di una tran­sa­zio­ne volon­ta­ria, l’in­di­vi­duo agi­sce in pie­na liber­tà, non c’è nes­su­na vio­len­za; o meglio, se vio­len­za c’è, que­sta non vie­ne dal­l’e­ster­no, ma dal­l’in­te­res­se che l’in­di­vi­duo ha a sod­di­sfa­re i suoi biso­gni. In que­sto sen­so volon­tà è ugua­le a inte­res­se.
È dun­que qui nel­la cir­co­la­zio­ne, nei rap­por­ti di dena­ro, la base dei rap­por­ti giu­ri­di­co-poli­ti­ci del­la socie­tà bor­ghe­se. Ed è qui, nel­la cir­co­la­zio­ne, che «cer­ca scam­po la demo­cra­zia bor­ghe­se» (21), cioè in que­sto pro­ces­so di super­fi­cie dove tut­te le anti­te­si imma­nen­ti appa­io­no can­cel­la­te, dove i vin­co­li di dipen­den­za per­so­na­le sono spez­za­ti, dove non ci sono più dif­fe­ren­ze di san­gue, di edu­ca­zio­ne, ecc., dove gli indi­vi­dui scam­bia­no come per­so­ne libe­re e indi­pen­den­ti.
Que­sta sfe­ra insom­ma «sedu­ce la demo­cra­zia» (22), ma non solo quel­la «bor­ghe­se»; «vie­ne in luce – scri­ve Marx – l’i­net­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti (soprat­tut­to dei fran­ce­si, che pre­ten­do­no di addi­ta­re il socia­li­smo come rea­liz­za­zio­ne del­le idee del­la socie­tà bor­ghe­se espres­se dal­la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se), i qua­li dimo­stra­no che lo scam­bio, il valo­re di scam­bio ecc., sono ori­gi­na­ria­men­te (ossia nel tem­po) o con­cet­tual­men­te (ossia nel­la for­ma ade­gua­ta) un siste­ma del­la liber­tà e ugua­glian­za di tut­ti, ma sono sta­ti poi adul­te­ra­ti dal dena­ro, dal capi­ta­le ecc.» (23).
Que­sta «inet­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti» accom­pa­gne­rà la socie­tà bor­ghe­se sino alla sua fine. Dopo Prou­d­hon si è ripre­sen­ta­ta. Da un lato i social­de­mo­cra­ti­ci che han­no pre­te­so rica­va­re dai prin­ci­pi libe­ra­li tra­di­zio­na­li una pro­ble­ma­ti­ca socia­li­sta: Bern­stein, Laski, Stra­chey, che con Loc­ke e Kant in tasca si sono assun­ti il com­pi­to super­fluo, direb­be Marx, di vole­re rea­liz­za­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, cioè l’e­spres­sio­ne idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, «ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (24). Vede que­sta «inet­ti­tu­di­ne» Sola­ri che scri­ve: «Illo­gi­ci sono quel­li che in favo­re del quar­to sta­to invo­ca­no i prin­ci­pi indi­vi­dua­li­sti del­lo sta­to di dirit­to, dan­do ad essi una esten­sio­ne e un signi­fi­ca­to che cer­ta­men­te non com­por­ta­no» (25).
D’al­tra par­te que­sto pun­to di vista riaf­fio­ra, anche se in un altro con­te­sto, in colo­ro che riten­go­no che lo Sta­to sia uno Sta­to di clas­se per­ché non rea­liz­ze­reb­be le affer­ma­zio­ni con­te­nu­te nel­le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che sareb­be­ro dun­que nien­t’al­tro che un «ingan­no». Quin­di allo «Sta­to socia­li­sta» spet­te­reb­be il com­pi­to di attua­re quei dirit­ti che lo Sta­to bor­ghe­se use­reb­be solo come fac­cia­ta. Que­sto pun­to di vista ricor­da anco­ra Prou­d­hon quan­do affer­ma che «la pro­prie­tà è un fur­to»: in real­tà se è vero che sem­pre il capi­ta­li­sta cer­ca di paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re, è però vero che non è que­sto il modo di fun­zio­na­re del­la socie­tà bor­ghe­se: Marx mostra che lo sfrut­ta­men­to non è un fur­to, ma che si veri­fi­ca pro­prio quan­do vie­ne rispet­ta­ta la leg­ge del valo­re. La stes­sa cosa si può dire del­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo: è uno Sta­to di clas­se non per­ché non rispet­ta le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che è cer­ta­men­te una voca­zio­ne del­la bor­ghe­sia, come lo è la peren­ne ten­den­za a paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re; ma è uno Sta­to di clas­se pro­prio nel suo nor­ma­le fun­zio­na­men­to per il solo fat­to che trat­ta in modo ugua­le indi­vi­dui disu­gua­li, che è ad un tem­po la carat­te­ri­sti­ca del­lo scam­bio di valo­ri di scam­bio e del­la nor­ma astrat­ta e gene­ra­le del dirit­to for­ma­le (26).
Dun­que la sfe­ra giu­ri­di­co-poli­ti­ca è espres­sio­ne dei rap­por­ti eco­no­mi­ci più sem­pli­ci, del­la cir­co­la­zio­ne cioè, del­lo scam­bio di mer­ci, del mer­ca­to, di que­sta «sfe­ra rumo­ro­sa che sta alla super­fi­cie ed è acces­si­bi­le a tut­ti gli sguar­di» nel­la qua­le «cer­ca scam­po la demo­cra­zia», e «il libe­ro-scam­bi­sta vul­ga­ris pren­de a pre­sti­to con­ce­zio­ni, con­cet­ti e nor­me per il suo giu­di­zio sul­la socie­tà del capi­ta­le» (27).
Ma que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, del­lo scam­bio, pre­sa auto­no­ma­men­te è una pura astra­zio­ne, per­ché si trat­ta di un pro­ces­so super­fi­cia­le al fon­do del qua­le si veri­fi­ca­no ben altri pro­ces­si; quin­di se non si lascia que­sta sfe­ra, se non ci si adden­tra nel «segre­to labo­ra­to­rio del­la pro­du­zio­ne» (28) non si può vede­re come il valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in capi­ta­le e come il lavo­ro che pro­du­ce valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in lavo­ro sala­ria­to, e quin­di non si vedrà nean­che come il siste­ma del dena­ro, che è effet­ti­va­men­te il siste­ma del­la ugua­glian­za, del­la liber­tà, del­la volon­tà, del dirit­to, si con­ver­ta poi in disu­gua­glian­za, illi­ber­tà, moder­no pri­vi­le­gio. È inte­res­san­te a que­sto pun­to con­fron­ta­re due pas­si, uno di Marx ed uno di Hegel, nei qua­li, men­tre que­st’ul­ti­mo si limi­ta a con­sta­ta­re come il dena­ro ren­da pos­si­bi­le il dirit­to e la liber­tà sog­get­ti­va, restan­do impi­glia­to in que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, Marx, che cono­sce le più pro­fon­de anti­te­si per­ché è entra­to, a dif­fe­ren­za di Hegel, dove non si entra «except on busi­ness» e si pro­du­ce il plu­sva­lo­re, può, dal can­to suo, con­sta­ta­re ben altri pro­ces­si.
I due pas­si sono paral­le­li. Scri­ve Hegel nei Linea­men­ti di Filo­so­fia del Dirit­to (29): «Ciò che si deve pre­sta­re [allo Sta­to], sola­men­te se sia ridot­to a dena­ro, in quan­to valo­re uni­ver­sa­le esi­sten­te del­le cose e del­le pre­sta­zio­ni, può esse­re deter­mi­na­to in manie­ra giu­sta e, nel­lo stes­so tem­po, in modo che i lavo­ri e i ser­vi­gi par­ti­co­la­ri, che il sin­go­lo può pre­sta­re, sia­no media­ti dal suo arbi­trio». Può sor­pren­de­re, con­ti­nua Hegel, che «lo Sta­to non esi­ga una pre­sta­zio­ne diret­ta, ma pre­ten­da la sola ric­chez­za che si pre­sen­ta come mone­ta […] la mone­ta non è una ric­chez­za par­ti­co­la­re accan­to alle altre, ma è l’u­ni­ver­sa­le di esse, in quan­to si pro­du­co­no nel­la este­rio­ri­tà del­l’e­si­sten­za, nel­la qua­le esse pos­so­no esse­re inte­se in quan­to cosa. Sol­tan­to in que­sto estre­mo este­rio­re, è pos­si­bi­le la deter­mi­na­tez­za quan­ti­ta­ti­va e, quin­di, la giu­sti­zia e l’e­gua­glian­za del­le pre­sta­zio­ni – Pla­to­ne nel suo Sta­to, fa asse­gna­re dai supe­rio­ri gli indi­vi­dui alle clas­si par­ti­co­la­ri e impor­re loro le pre­sta­zio­ni par­ti­co­la­ri […]; nel­la monar­chia feu­da­le, i vas­sal­li ave­va­no, pari­men­ti, ser­vi­zi inde­ter­mi­na­ti ma da pre­sta­re anche nel­la loro par­ti­co­la­ri­tà: p. es., l’uf­fi­cio di giu­di­ce e simi­li; le pre­sta­zio­ni in Orien­te, in Egit­to per le smi­su­ra­te archi­tet­tu­re etc., sono del pari di qua­li­tà par­ti­co­la­re etc. In que­sti rap­por­ti, man­ca il prin­ci­pio del­la liber­tà sog­get­ti­va, per cui il fat­to sostan­zia­le del­l’in­di­vi­duo, il qua­le in tali pre­sta­zio­ni è, quan­to al suo con­te­nu­to, un che di par­ti­co­la­re, è media­to dal­la sua volon­tà par­ti­co­la­re; – dirit­to, il qua­le è pos­si­bi­le uni­ca­men­te per la pre­te­sa del­le pre­sta­zio­ni nel­la for­ma del valo­re gene­ra­le, e il qua­le è la ragio­ne che ha pro­dot­to que­sta tra­sfor­ma­zio­ne».
Ed ecco come Marx trat­ta lo stes­so argo­men­to, nel Fram­men­to del testo pri­mi­ti­vo (1858) di Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, dove scri­ve che la monar­chia asso­lu­ta, essa stes­sa già pro­dot­to del­la ric­chez­za bor­ghe­se ad un gra­do ormai non più com­pa­ti­bi­le con i vec­chi rap­por­ti feu­da­li, per esse­re in gra­do di eser­ci­ta­re la sua auto­ri­tà su tut­ti i pun­ti – e fino alla peri­fe­ria – del ter­ri­to­rio, ha biso­gno di una leva mate­ria­le: il pote­re del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le e di una ric­chez­za del tut­to indi­pen­den­te da par­ti­co­la­ri rap­por­ti loca­li, natu­ra­li, indi­vi­dua­li. Ave­va biso­gno del­la ric­chez­za nel­la sua for­ma di dena­ro. «La monar­chia asso­lu­ta si com­por­ta per­ciò in modo atti­vo nel tra­sfor­ma­re il dena­ro in mez­zo di paga­men­to uni­ver­sa­le. Il che si può otte­ne­re sol­tan­to attra­ver­so la cir­co­la­zio­ne for­za­ta, che fa cir­co­la­re i pro­dot­ti al di sot­to del loro valo­re. Per essa la tra­sfor­ma­zio­ne di tut­te le impo­ste in dena­ro è que­stio­ne vita­le. Quin­di, ad un pri­mo sta­dio, la tra­sfor­ma­zio­ne del­le pre­sta­zio­ni natu­ra­li in paga­men­ti in dena­ro appa­re come la sop­pres­sio­ne di tut­ti i rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, come vit­to­ria del­la socie­tà bor­ghe­se, che si riscat­ta in dena­ro con­tan­te dai vin­co­li che la impri­gio­na­no» (30). Hegel, come abbia­mo visto, è fer­mo a que­sto «pri­mo sta­dio».
«Da par­te roman­ti­ca» inve­ce, que­sto pro­ces­so vie­ne visto come «sosti­tu­zio­ne di gret­ti e indif­fe­ren­ti rap­por­ti mone­ta­ri al posto del vario e vario­pin­to lega­me uma­no», men­tre, già sot­to Lui­gi XIV, a Boi­sguil­le­bert il dena­ro appa­re come male­di­zio­ne uni­ver­sa­le che «fa lan­gui­re le rea­li fon­ti di pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za». «II dena­ro – scri­ve inve­ce Marx – è pro­prie­tà “imper­so­na­le”. In esso io pos­so por­ta­re in giro con me, nel­la mia tasca, l’u­ni­ver­sa­le pote­re socia­le, l’u­ni­ver­sa­le rap­por­to socia­le come una cosa nel­le mani del­la per­so­na pri­va­ta, che pro­prio in quan­to tale eser­ci­ta poi que­sto pote­re» (31). E nei Grun­dris­se: «Lo scam­bio gene­ra­le del­le atti­vi­tà e dei pro­dot­ti, che è diven­ta­to con­di­zio­ne di vita per ogni sin­go­lo indi­vi­duo, il nes­so che uni­sce l’u­no all’al­tro, si pre­sen­ta ad essi estra­neo, indi­pen­den­te, come una cosa. Nel valo­re di scam­bio la rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra cose; la capa­ci­tà per­so­na­le, in una capa­ci­tà del­le cose […]. Strap­pa­te alla cosa que­sto pote­re socia­le e dovre­te dar­lo alle per­so­ne sul­le per­so­ne», per­ché se man­ca la for­za socia­le del mez­zo di scam­bio diven­ta neces­sa­ria «la for­za del­la comu­ni­tà che lega insie­me gli indi­vi­dui, il rap­por­to patriar­ca­le, la comu­ni­tà anti­ca, il feu­da­le­si­mo e la cor­po­ra­zio­ne » (32). Nel 1851 Marx ave­va scrit­to: «Ciò che ogni sin­go­lo indi­vi­duo pos­sie­de nel dena­ro è una gene­ri­ca pos­si­bi­li­tà di scam­bio, median­te la qua­le egli può sta­bi­li­re a suo pia­ci­men­to e in pie­no dirit­to la sua par­te­ci­pa­zio­ne ai pro­dot­ti socia­li. Cia­scun indi­vi­duo pos­sie­de il pote­re socia­le nel­la sua tasca sot­to for­ma di una cosa. Toglie­te alla cosa que­sto pote­re socia­le, e dovre­te dare que­sto pote­re imme­dia­ta­men­te alla per­so­na sul­la per­so­na. Sen­za il dena­ro dun­que non è pos­si­bi­le svi­lup­po indu­stria­le alcu­no. I lega­mi devo­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc., fin quan­do il pote­re del dena­ro non è diven­ta­to il nexus rerum et homi­num» (33).
Dun­que men­tre Hegel vede nel­l’af­fer­mar­si del dena­ro la pos­si­bi­li­tà del dirit­to e del­la liber­tà sog­get­ti­va, in con­trap­po­si­zio­ne ai rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, per Marx que­sta del­l’in­di­pen­den­za per­so­na­le è cer­to una for­ma socia­le impor­tan­te, che segue quel­la del­la dipen­den­za per­so­na­le, ma è una for­ma socia­le fon­da­ta sul­la dipen­den­za mate­ria­le. Indi­pen­den­za per­so­na­le nel­la cir­co­la­zio­ne, ma dipen­den­za mate­ria­le nel­la pro­du­zio­ne. Tener­si alla cir­co­la­zio­ne dun­que, non solo non per­met­te di vede­re la dipen­den­za mate­ria­le, ma, ed è la con­se­guen­za più gra­ve, non per­met­te di capi­re che in real­tà que­sta secon­da for­ma sta crean­do le con­di­zio­ni di una ter­za, del­la «libe­ra indi­vi­dua­li­tà, fon­da­ta sul­lo svi­lup­po uni­ver­sa­le degli indi­vi­dui e sul­la subor­di­na­zio­ne del­la loro pro­dut­ti­vi­tà col­let­ti­va, socia­le, egua­le loro patri­mo­nio socia­le» (34).
Insom­ma è di gran­de impor­tan­za la distin­zio­ne che Marx fa tra cir­co­la­zio­ne e pro­du­zio­ne. Da que­sto pun­to di vista la cri­ti­ca all’e­co­no­mia clas­si­ca, a Smith e a Ricar­do, è l’e­sat­to pen­dant del­la cri­ti­ca a Rous­seau e a Hegel, e al pen­sie­ro poli­ti­co moder­no. La sco­per­ta del plu­sva­lo­re avreb­be spie­ga­to a Ricar­do il per­ché del­la “ecce­zio­ne” alla teo­ria del valo­re che Ricar­do non può spie­gar­si per­ché rima­ne fer­mo alla distri­bu­zio­ne; avreb­be mostra­to a Rous­seau, che pure l’a­ve­va intui­to, che la volon­tà non è e non può esse­re la base del dirit­to e ad Hegel che la liber­tà sog­get­ti­va si con­ver­te in illi­ber­tà.
Ora, tut­te le con­trad­di­zio­ni non solo del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, ma del­le stes­se isti­tu­zio­ni, del­lo stes­so Sta­to moder­no, sono l’e­sat­to cor­ri­spon­den­te del­le dif­fi­col­tà e del­le con­trad­di­zio­ni del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca e del fat­to che lo scam­bio di equi­va­len­ti nel­la cir­co­la­zio­ne si con­ver­te in uno scam­bio ine­gua­le nel­la pro­du­zio­ne: per que­sto, pas­san­do dal­la cir­co­la­zio­ne alla pro­du­zio­ne, volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za si con­ver­to­no nel loro con­tra­rio.
Scri­ve Marx: «que­sto scam­bio di equi­va­len­ti avvie­ne ma è solo lo stra­to super­fi­cia­le di una pro­du­zio­ne che si fon­da sul­la appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio; ma sot­to la par­ven­za del­lo scam­bio. Que­sto siste­ma di scam­bio si fon­da sul capi­ta­le in quan­to sua base, e se lo si con­si­de­ra sepa­ra­ta­men­te da quel­lo, così come esso si mostra alla super­fi­cie, come siste­ma auto­no­mo, allo­ra è una mera par­ven­za ma una par­ven­za neces­sa­ria. E per­ciò non c’è più da mera­vi­gliar­si se il siste­ma dei valo­ri di scam­bio – scam­bio di equi­va­len­ti misu­ra­ti sul­la base del lavo­ro – si ribal­ta o piut­to­sto mostra come suo fon­do nasco­sto, l’ap­pro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, la com­ple­ta sepa­ra­zio­ne tra lavo­ro e pro­prie­tà» (35).
Insom­ma lo scam­bio di equi­va­len­ti sem­bra pre­sup­por­re la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. E a que­sto si fer­ma l’e­co­no­mia vol­ga­re «che vede sol­tan­to le cose pro­dot­te». Ma l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro e la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to sono due cose com­ple­ta­men­te diver­se. Il lavo­ro ogget­ti­va­to signi­fi­ca non ogget­ti­vi­tà del­l’o­pe­ra­io. «Nel­la socie­tà bor­ghe­se il lavo­ra­to­re – dice Marx – non ha una esi­sten­za ogget­ti­va, esi­ste solo sog­get­ti­va­men­te» (36). Il lavo­ro ogget­ti­va­to insom­ma è ogget­ti­vi­tà con­trap­po­sta all’o­pe­ra­io, è pro­prie­tà di una volon­tà a lui estra­nea. È qui che nasce lo Sta­to moder­no: ciò che si pre­sen­ta­va pri­ma come un pro­ces­so rea­le, cioè la appro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro, diven­ta ora pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; cioè si pre­sen­ta come un rap­por­to giu­ri­di­co, come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne, e quin­di ha biso­gno di esse­re «legal­men­te rico­no­sciu­to» di esse­re «posto come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le» (37).
Lo scam­bio di equi­va­len­ti, cioè, la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, que­sto pro­ces­so super­fi­cia­le, iden­ti­fi­ca la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro con la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to. Tut­to ciò «sedu­ce la demo­cra­zia», ha «sedot­to» quei socia­li­sti che pen­sa­va­no che vi potes­se esse­re capi­ta­le sen­za capi­ta­li­sti, che è come dire appun­to pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to e nel­lo stes­so tem­po pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. Ma «il capi­ta­le è neces­sa­ria­men­te al tem­po stes­so capi­ta­li­sta» (38).
Con l’ar­ti­gia­na­to cit­ta­di­no, seb­be­ne esso si basi essen­zial­men­te sul­lo scam­bio, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si pre­sen­ta come un pro­ces­so rea­le, e dun­que ha biso­gno di ben poche leg­gi; non ha nes­sun biso­gno di esse­re rico­no­sciu­to come rap­por­to giu­ri­di­co per­ché appun­to è un pro­ces­so rea­le. Lo sco­po imme­dia­to del­l’ar­ti­gia­no non è quel­lo di arric­chir­si ma di sus­si­ste­re in quan­to arti­gia­no. Quan­do inve­ce si inco­min­cia a pro­dur­re per l’ar­ric­chi­men­to, quan­do la pro­du­zio­ne si espan­de, quan­do lo scam­bio di equi­va­len­ti si gene­ra­liz­za, allo­ra l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro si con­ver­te nel­la pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; e come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne ha biso­gno di esse­re legal­men­te rico­no­sciu­ta, di esse­re posta come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, per­ché ormai il pro­ces­so rea­le è un altro, ormai lo scam­bio di equi­va­len­ti, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si rove­scia, dice Marx, « si mostra, attra­ver­so una dia­let­ti­ca neces­sa­ria, come sepa­ra­zio­ne asso­lu­ta di lavo­ro e pro­prie­tà, e appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, sen­za equi­va­len­te. La pro­du­zio­ne basa­ta sul valo­re di scam­bio, alla cui super­fi­cie si svol­ge quel­lo scam­bio libe­ro ed ugua­le di equi­va­len­ti, è alla base uno scam­bio di lavo­ro ogget­ti­va­to in quan­to valo­re di uso, o, si può anche dire, un rap­por­to del lavo­ro con le sue con­di­zio­ni ogget­ti­ve – e quin­di con la ogget­ti­vi­tà da essa stes­sa crea­ta – in quan­to pro­prie­tà altrui: alie­na­zio­ne del lavo­ro » (39).
Ecco dun­que qua­li sono i fon­da­men­ti del­la leg­ge, del dirit­to, del­la volon­tà gene­ra­le.
Marx così ha dato nuo­vo spes­so­re a ciò che ave­va scrit­to per esem­pio oltre die­ci anni pri­ma nel­l’I­deo­lo­gia Tede­sca, dove mostra­va che in real­tà l’e­si­sten­za del­la leg­ge e del­lo Sta­to non dipen­de dal­la volon­tà degli indi­vi­dui, non dipen­de dal­la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te, e tan­to meno dal­la volon­tà del­le clas­si domi­na­te, le qua­li fino a quan­do lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve non lo per­met­te­rà «vor­reb­be­ro l’im­pos­si­bi­le se aves­se­ro la volon­tà di abo­li­re la con­cor­ren­za e con essa lo Sta­to e la leg­ge» (40).
Tema ripre­so da Marx qua­si tren­t’an­ni dopo in pole­mi­ca con Baku­nin: «La volon­tà e non la situa­zio­ne eco­no­mi­ca, è la base del­la sua rivo­lu­zio­ne socia­le». (Appun­ti sul libro di Baku­nin « Sta­to e anar­chia »).
Tra i nume­ro­si pas­si sul­la volon­tà, si veda­no per esem­pio que­sti: a pag. 60 del­l’I­deo­lo­gia tede­sca, cit. « Poi­ché lo Sta­to è la for­ma in cui gli indi­vi­dui di una clas­se domi­nan­te fan­no vale­re i loro inte­res­si comu­ni e in cui si rias­su­me l’in­te­ra socie­tà civi­le di un’e­po­ca, ne segue che tut­te le isti­tu­zio­ni comu­ni pas­sa­no attra­ver­so l’in­ter­me­dia­rio del­lo Sta­to e rice­vo­no una for­ma poli­ti­ca. Di qui l’il­lu­sio­ne che la leg­ge ripo­si sul­la volon­tà e anzi sul­la volon­tà strap­pa­ta dal­la sua base rea­le, sul­la volon­tà libe­ra. Allo stes­so modo, il dirit­to a sua vol­ta vie­ne ridot­to alla leg­ge. Il dirit­to pri­va­to si svi­lup­pa con­tem­po­ra­nea­men­te alla pro­prie­tà pri­va­ta dal­la dis­so­lu­zio­ne del­la comu­ni­tà natu­ra­le ».
A pagi­na 61: «Nel dirit­to pri­va­to i rap­por­ti di pro­prie­tà esi­sten­ti sono espres­si come risul­ta­to del­la volon­tà gene­ra­le. Lo stes­so ius uten­di et abu­ten­di espri­me da una par­te il fat­to che la pro­prie­tà pri­va­ta è diven­ta­ta del tut­to indi­pen­den­te dal­la comu­ni­tà, dal­l’al­tra l’il­lu­sio­ne che la pro­prie­tà pri­va­ta stes­sa sia fon­da­ta sul­la pura volon­tà pri­va­ta, sul dispor­re ad arbi­trio del­la cosa. Nel­la pra­ti­ca l’a­bu­ti ha limi­ti assai deter­mi­na­ti per il pro­prie­ta­rio pri­va­to, se non vuo­le veder pas­sa­re la sua pro­prie­tà e quin­di il suo ius abu­ten­di in mani altrui, poi­ché in real­tà la cosa, con­si­de­ra­ta uni­ca­men­te in rap­por­to alla sua volon­tà, non è affat­to una cosa, ma sol­tan­to nel­lo scam­bio e indi­pen­den­te­men­te dal dirit­to diven­ta una cosa, diven­ta pro­prie­tà rea­le (un rap­por­to che i filo­so­fi chia­ma­no un’i­dea). Que­sta illu­sio­ne giu­ri­di­ca che ridu­ce il dirit­to alla pura volon­tà con­du­ce neces­sa­ria­men­te a que­sto, nel­lo svi­lup­po ulte­rio­re dei rap­por­ti di pro­prie­tà, che cia­scu­no può ave­re un tito­lo giu­ri­di­co a una cosa sen­za ave­re real­men­te la cosa. […] Que­sta stes­sa illu­sio­ne dei giu­ri­sti spie­ga come per essi e per ogni codi­ce in gene­re sia casua­le che degli indi­vi­dui entri­no in rap­por­ti fra loro (per esem­pio: con­trat­ti), e come secon­do loro que­sti rap­por­ti sia­no di quel­li che si pos­so­no strin­ge­re o non strin­ge­re, a pia­ce­re, e il cui con­te­nu­to dipen­de dal­l’ar­bi­trio indi­vi­dua­le dei con­traen­ti ». E a pag. 189: «Tan­to Kant quan­to i bor­ghe­si tede­schi, dei qua­li egli era l’en­co­mia­sti­co por­ta­vo­ce, non si accor­se­ro che alla base di quei pen­sie­ri teo­ri­ci dei bor­ghe­si era­no inte­res­si mate­ria­li e una volon­tà con­di­zio­na­ta e deter­mi­na­ta dai rap­por­ti mate­ria­li di pro­du­zio­ne; egli quin­di sepa­rò quel­la espres­sio­ne teo­ri­ca dagli inte­res­si che essa espri­me, fece del­le deter­mi­na­zio­ni del­la volon­tà, mate­rial­men­te moti­va­te, del­la bor­ghe­sia fran­ce­se, auto­de­ter­mi­na­zio­ni pure del­la ‘libe­ra volon­tà ‘, del­la volon­tà in sé e per sé, del­la volon­tà uma­na, e le tra­sfor­mò così in deter­mi­na­zio­ni ideo­lo­gi­che pura­men­te con­cet­tua­li e in postu­la­ti mora­li».
Del resto, pri­ma che le con­di­zio­ni sia­no svi­lup­pa­te al pun­to di poter­la pro­dur­re, «que­sta volon­tà, nasce sol­tan­to nel­l’im­ma­gi­na­zio­ne degli ideo­lo­gi. Una vol­ta che le con­di­zio­ni sono abba­stan­za svi­lup­pa­te per pro­dur­la, l’i­deo­lo­go può imma­gi­nar­si que­sta volon­tà come pura­men­te arbi­tra­ria, e tale quin­di da poter esse­re con­ce­pi­ta in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za» (41).
Insom­ma non è la volon­tà a fare le leg­gi, come cre­do­no i «visio­na­ri, che nel dirit­to e nel­la leg­ge vedo­no la domi­na­zio­ne di una volon­tà gene­ra­le, per sé indi­pen­den­te» (42).
Eppu­re, a guar­da­re bene, tut­to que­sto c’è anche in Rous­seau; anche se cer­to in for­ma fan­ta­sti­ca, a cau­sa del­l’as­sen­za di una ana­li­si dei rap­por­ti eco­no­mi­ci.
In real­tà la volon­tà gene­ra­le – nel Con­trat Social – non è che poi voglia mol­to: si limi­ta a ren­de­re obbli­ga­to­rie le leg­gi, che in fon­do tro­va bel­le e fat­te.
Insom­ma Rous­seau – che pure nel Discor­so sul­l’i­ne­gua­glian­za ave­va intui­to la base del dirit­to e del­la leg­ge – nel Con­trat­to imma­gi­na, seguen­do la tra­di­zio­ne, un miti­co legi­sla­to­re «intel­li­gen­za supe­rio­re», «uomo straor­di­na­rio», «ci vor­reb­be­ro degli dei per dare leg­gi agli uomi­ni» (43). L’u­ni­ca fun­zio­ne del­la Volon­tà gene­ra­le sem­bra esse­re quel­la di obbli­ga­re i sin­go­li (44).
Marx ha ripor­ta­to con for­za que­sto legi­sla­to­re dal mito alla real­tà. Il legi­sla­to­re di Rous­seau fa la fine che fa Gio­ve con la sco­per­ta del para­ful­mi­ne. Tut­ta­via que­ste dif­fi­col­tà in Rous­seau e in Hegel, come d’al­tra par­te le dif­fi­col­tà del­la teo­ria del valo­re in Smith e in Ricar­do, sono dif­fi­col­tà rea­li, pas­sa­te dal­la real­tà nei libri. Marx riu­sci­rà a scan­da­gliar­le entram­be con la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca.
Le leg­gi, come le mer­ci, ci sono sem­pre sta­te, ma solo nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, e nel­lo Sta­to moder­no che gli cor­ri­spon­de, esse si gene­ra­liz­za­no. Entram­be pog­gia­no sul­la stes­sa base, sono neces­sa­rie per lo stes­so moti­vo: «l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri, e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» (45).
Tra i pro­prie­ta­ri pri­va­ti c’è un rap­por­to di reci­pro­ca estra­nei­tà, essi si affron­ta­no come per­so­ne indi­pen­den­ti l’u­na dal­l’al­tra, «il con­te­gno degli uomi­ni, pura­men­te ato­mi­sti­co nel loro pro­ces­so socia­le di pro­du­zio­ne, e quin­di la for­ma di cosa dei loro pro­pri rap­por­ti di pro­du­zio­ne, indi­pen­den­te dal loro con­trol­lo e dal loro con­sa­pe­vo­le agi­re indi­vi­dua­le, si mostra­no in pri­mo luo­go nel fat­to che i pro­dot­ti del loro lavo­ro assu­mo­no gene­ral­men­te la for­ma di mer­ce» (46).
Sono que­ste le con­di­zio­ni nel­le qua­li si pro­du­ce la volon­tà.
Dun­que si trat­ta di una volon­tà che non può esse­re con­ce­pi­ta «in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za», che non è pura­men­te arbi­tra­ria, ma è con­di­zio­na­ta dal modo di pro­du­zio­ne, dai rap­por­ti rea­li, dal­la vita mate­ria­le degli indi­vi­dui. Que­sta volon­tà è l’in­te­res­se pri­va­to e «il suo con­te­nu­to, come la for­ma e i mez­zi del­la sua rea­liz­za­zio­ne, sono dati da con­di­zio­ni socia­li indi­pen­den­ti da tut­ti» (47).
La cri­stal­liz­za­zio­ne di que­sta volon­tà nel­la leg­ge, dun­que, è un pro­dot­to neces­sa­rio del­lo stes­so pro­ces­so che ha por­ta­to all’af­fer­mar­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti e dun­que all’af­fer­mar­si del­la stes­sa volon­tà. Infat­ti, le per­so­ne indi­pen­den­ti, i pro­prie­ta­ri pri­va­ti, han­no biso­gno di dare alla loro volon­tà – che è nien­te altro che il loro inte­res­se – una espres­sio­ne uni­ver­sa­le. E si badi che que­sta for­ma di leg­ge che essi impon­go­no alla loro volon­tà, non dipen­de da una scel­ta arbi­tra­ria. Essi insom­ma sono costret­ti ad assi­cu­ra­re le con­di­zio­ni entro le qua­li i rap­por­ti di pro­du­zio­ne esi­sten­ti pos­sa­no con­ti­nua­re ad affer­mar­si. E pro­prio per que­sto si ren­de neces­sa­rio che que­sti rap­por­ti sia­no vali­di per tut­ti.
La leg­ge dun­que è l’e­spres­sio­ne del­la volon­tà dei pro­prie­ta­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti, con­di­zio­na­ta dai loro inte­res­si comu­ni (48).
È così che lo Sta­to moder­no si svi­lup­pa insie­me allo svi­lup­par­si del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Nel­la misu­ra in cui, affer­man­do­si le per­so­ne indi­pen­den­ti, si affer­ma la loro volon­tà, que­sta deve neces­sa­ria­men­te tra­sfor­mar­si in leg­ge. È un pro­ces­so mol­to simi­le, e non è pura ana­lo­gia ma dipen­de dal­l’og­get­to stes­so di cui si trat­ta, a quel­lo del­la neces­sa­ria tra­sfor­ma­zio­ne dei pro­dot­ti del lavo­ro in mer­ci (49).
La volon­tà del­l’in­di­vi­duo, poi­ché ora egli è libe­ro da ogni lega­me con altri uomi­ni, può affer­mar­si non imme­dia­ta­men­te ben­sì solo assu­men­do que­sta for­ma gene­ra­le, dopo un pro­ces­so com­ples­so il cui model­lo più com­piu­to è il moder­no Sta­to rap­pre­sen­ta­ti­vo. Ma in che modo la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te rie­sce a por­si come espres­sio­ne uni­ver­sa­le, come leg­ge del­lo Sta­to, attra­ver­so qua­le pro­ces­so rie­sce a far appa­ri­re «come vali­de per tut­ti» le con­di­zio­ni del­la pro­pria esi­sten­za, assi­cu­ran­do­ne così la con­ti­nui­tà con­tro altre clas­si?
E dopo l’af­fer­mar­si del suf­fra­gio uni­ver­sa­le il pro­ble­ma diven­ta: attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà dei domi­na­ti pren­de la for­ma di leg­ge del­lo Sta­to? Cioè attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà si distac­ca dal lavo­ra­to­re iso­la­to fino a diven­ta­re una volon­tà che gli si con­trap­po­ne, pro­prio come il pro­dot­to del suo lavo­ro che si stac­ca da lui e gli si con­trap­po­ne come capi­ta­le?
Come Smith intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re lo scam­bio tra capi­ta­le e lavo­ro dal­la leg­ge del­lo scam­bio di equi­va­len­ti e non può chia­rir­si que­sta con­trad­di­zio­ne per­ché con­trap­po­ne diret­ta­men­te il capi­ta­le al lavo­ro, inve­ce che alla for­za lavo­ro, così la con­ce­zio­ne idea­li­sti­ca del­lo Sta­to (50), che cre­de che si trat­ti sol­tan­to del­la volon­tà, e che sia la volon­tà gene­ra­le espres­sa sot­to for­ma di leg­ge a lega­re gli indi­vi­dui – con­ce­zio­ne che coin­ci­de con la qua­si tota­li­tà del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no (51) – intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re la leg­ge dal­la volon­tà popo­la­re per­ché con­sta­ta che il prin­ci­pio demo­cra­ti­co del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo, con l’av­ven­to dei “gran­di Sta­ti” – cioè con l’af­fer­mar­si del­la bor­ghe­sia, se da un lato rag­giun­ge una esten­sio­ne sen­za pre­ce­den­ti, dal­l’al­tro deve cede­re alla neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti, alla neces­sa­ria media­zio­ne dei par­ti­ti, ecc., modi­fi­can­do­si sostan­zial­men­te: pro­prio nel momen­to del­la sua mas­si­ma esten­sio­ne sem­bra non vale­re più.
E quin­di o riman­da quel prin­ci­pio ai «pic­co­li sta­ti» al «popo­lo di dei» (52) pro­prio come Smith riman­da­va la leg­ge del valo­re agli sta­di « pri­mi­ti­vi e roz­zi ».
Oppu­re, come nel­la repub­bli­ca di Kant, fa coe­si­ste­re il pri­ma­to del­la leg­ge e la non sovra­ni­tà del popo­lo, men­tre Hegel (al para­gra­fo 301 dei Linea­men­ti di filo­so­fia del dirit­to) scri­ve, con remi­ni­scen­za rous­so­ia­na, il popo­lo è «la par­te che non sa quel che vuo­le» e, con remi­ni­scen­za kan­tia­na: «sape­re che cosa si vuo­le e, ancor più, che cosa vuo­le la volon­tà che è in sé la ragio­ne, è il frut­to di una cono­scen­za e di una pene­tra­zio­ne più pro­fon­da che, appun­to, non è affa­re del popo­lo».
Oppu­re affer­ma che si trat­ta di una fin­zio­ne (si ricor­di il «fur­to» di Prou­d­hon), come nel caso di Kel­sen: «una fin­zio­ne, anche quan­do esi­ste un lega­me più o meno stret­to tra la volon­tà dei rap­pre­sen­tan­ti e la volon­tà dei rap­pre­sen­ta­ti, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za in una costi­tu­zio­ne fon­da­ta sugli Sta­ti, secon­do le cui dispo­si­zio­ni i rap­pre­sen­tan­ti degli Sta­ti sono vin­co­la­ti alle istru­zio­ni dei loro elet­to­ri, e pos­so­no esse­re rimos­si in qual­sia­si momen­to. Anche in que­sti casi, infat­ti, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te è diver­sa da quel­la del rap­pre­sen­ta­to. La fin­zio­ne del­l’i­den­ti­tà di volon­tà è anco­ra più chia­ra se la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te non è in alcun modo lega­ta alla volon­tà del rap­pre­sen­ta­to, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za […] del popo­lo in un par­la­men­to moder­no, i cui mem­bri sono giu­ri­di­ca­men­te indi­pen­den­ti nel­l’e­ser­ci­zio del­le loro fun­zio­ni: situa­zio­ne che si vuol defi­ni­re dicen­do che han­no “man­da­to non vin­co­lan­te”» (53).
Insom­ma, demo­cra­ti­ci o no, al pen­sie­ro poli­ti­co l’e­qua­zio­ne «leg­ge-volon­tà popo­la­re» non rie­sce, pro­prio come non rie­sce a Smith l’e­qua­zio­ne valo­re-lavo­ro: que­sti ne con­clu­de che la leg­ge del valo­re-lavo­ro con­te­nu­to non rego­la il modo di pro­du­zio­ne di mer­ci; quel­li che il prin­ci­pio del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne non si rea­liz­za nel­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo.
Il che è cer­ta­men­te vero se si con­si­de­ra la clas­se ope­ra­ia e il suo inte­res­se ad abo­li­re gli attua­li rap­por­ti di pro­du­zio­ne.
Ma non è vero se si con­si­de­ra­no ope­rai e capi­ta­li­sti come agen­ti del­lo scam­bio, il cui inte­res­se con­si­ste nel far rispet­ta­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, ecc. È in que­sti rap­por­ti che «cer­ca scam­po» lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo, che in que­sto sen­so è vera­men­te lo Sta­to del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo: solo che le dif­fi­col­tà che con­tra­sta­no l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne sono le dif­fi­col­tà stes­se del­la volon­tà; è l’e­si­sten­za stes­sa di que­sta «volon­tà» – che por­ta segna­ta in fron­te la sua appar­te­nen­za ad indi­vi­dui iso­la­ti che scam­bia­no le loro mer­ci – ad indi­ca­re che la sua auto­de­ter­mi­na­zio­ne non potrà rea­liz­zar­si che come volon­tà di garan­ti­re i rap­por­ti di scam­bio.
Cioè come volon­tà di tene­re in pie­di uno Sta­to a garan­zia del­le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne. Il lavo­ra­to­re può dav­ve­ro espri­me­re la sua volon­tà: ma può esse­re solo la volon­tà di un indi­vi­duo che scam­bia la sua mer­ce sul mer­ca­to, e come tale il suo inte­res­se è che ven­ga ven­du­ta al suo valo­re, che ven­ga rispet­ta­ta l’u­gua­glian­za e la liber­tà, ecc., ecc. Ciò che tie­ne uni­to lo Sta­to, scri­ve Hegel, non è la for­za, ma «uni­ca­men­te il sen­ti­men­to fon­da­men­ta­le del­l’or­di­ne, che tut­ti han­no». Que­sta e solo que­sta è la volon­tà che può esse­re espres­sa: la volon­tà del­la per­so­na iso­la­ta (abbia­mo visto che il par­ti­to non modi­fi­ca que­sto iso­la­men­to), del­l’a­gen­te del­lo scam­bio.
Cioè una volon­tà ugua­glia­ta, astrat­ta; quan­do com­pra­no la stes­sa mer­ce, ope­ra­io e capi­ta­li­sta sono ugua­li. Ed è que­sta volon­tà che può/​deve diven­ta­re gene­ra­le. E se è come agen­ti del mer­ca­to che pos­so­no esse­re ugua­li, è dun­que solo in que­sta sfe­ra che si pos­so­no equi­pa­ra­re le volon­tà. Se si pre­sen­tas­se­ro come agen­ti del­l’al­tra sfe­ra, del­la pro­du­zio­ne, l’u­gua­glian­za ver­reb­be can­cel­la­ta, non sareb­be­ro più com­pa­ra­bi­li, non si arri­ve­reb­be mai a una leg­ge. Dun­que non la volon­tà di agen­te del­la pro­du­zio­ne, ma solo quel­la di agen­te del­lo scam­bio può esse­re ugua­glia­ta.
La pos­si­bi­li­tà di que­sto ugua­glia­men­to è la pos­si­bi­li­tà stes­sa del­lo Sta­to moder­no.
Insom­ma biso­gna déna­tu­rer ope­rai sala­ria­ti e capi­ta­li­sti spo­stan­do­li nel­la cir­co­la­zio­ne dove ricom­pa­io­no tut­ti come pro­prie­ta­ri di mer­ci, libe­ri, egua­li e indi­pen­den­ti. «Pro­prio l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» scri­ve Marx, «ren­de neces­sa­rio il rin­ne­ga­men­to di se stes­si nel­la leg­ge e nel dirit­to» (54). Ecco per­ché per Marx il con­trat social di Rous­seau, che «met­te in rap­por­to e in col­le­ga­men­to, median­te un pat­to, sog­get­ti per natu­ra indi­pen­den­ti», altro non è che «l’an­ti­ci­pa­zio­ne del­la “socie­tà bor­ghe­se” che si pre­pa­ra­va dal XVI seco­lo e che nel XVIII ha com­piu­to pas­si da gigan­te ver­so la sua matu­ri­tà» (55).
Di diver­so avvi­so è l’in­ter­pre­ta­zio­ne secon­do la qua­le la leg­ge e la volon­tà gene­ra­le di Rous­seau non avreb­be­ro nien­te a che fare con la socie­tà bor­ghe­se. Rous­seau si sareb­be fer­ma­to alla socia­liz­za­zio­ne solo poli­ti­ca non per­ché «sta anti­ci­pan­do la socie­tà bor­ghe­se», ma sol­tan­to per un limi­te sto­ri­co-ogget­ti­vo inva­li­ca­bi­le.
Tan­to che baste­reb­be aggiun­ger­vi la socia­liz­za­zio­ne del­la pro­prie­tà per fare del Con­trat social il model­lo del comu­ni­smo. Que­sta inter­pre­ta­zio­ne ha cer­to avu­to gran­di meri­ti nel con­tra­sta­re lo sta­li­ni­smo, e ne ha tut­to­ra per ciò che riguar­da le liber­tà civi­li. Ma non si può tace­re che rischia di fini­re nell’«utopismo di non capi­re la neces­sa­ria dif­fe­ren­za tra con­fi­gu­ra­zio­ne rea­le e idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, e di voler­si per­ciò assu­me­re il com­pi­to super­fluo di voler­ne rea­liz­za­re di nuo­vo l’e­spres­sio­ne idea­le, ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (56).
Quan­to alla dispu­ta sul­la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­ti­va, se la volon­tà pos­sa esse­re rap­pre­sen­ta­ta (Rous­seau), se la rap­pre­sen­tan­za sia una fin­zio­ne (Kel­sen) ecc., va osser­va­to che se il cit­ta­di­no potes­se dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma, se cioè pos­se­des­se i mez­zi per espri­mer­la, fareb­be le leg­gi e non andreb­be a vota­re. Ma una coin­ci­den­za diret­ta tra volon­tà e leg­ge abo­li­reb­be o il prin­ci­pio del dirit­to di voto che si gene­ra­liz­za pro­prio con la demo­cra­zia moder­na, oppu­re la stes­sa demo­cra­zia moder­na che si basa appun­to sul­la volon­tà dele­ga­ta. La volon­tà può diven­ta­re gene­ra­le solo se rom­pe i loca­li­smi, i par­ti­co­la­ri­smi, in coin­ci­den­za con l’e­sten­der­si del mer­ca­to: quin­di, se una con­di­zio­ne del­la volon­tà gene­ra­le è l’e­si­sten­za di cit­ta­di­ni libe­ri, cioè capa­ci di vole­re, altra con­di­zio­ne è che sia­no libe­ri anche dai mez­zi per espri­me­re que­sta volon­tà, che altri­men­ti si espri­me­reb­be in altro modo che nel­la leg­ge del­lo Sta­to.
Infat­ti men­tre pri­ma, nel bene e nel nude, mez­zi di espres­sio­ne e volon­tà ade­ri­va­no – si pen­si alle auto­no­mie nel Medioe­vo e per­si­no nel­la monar­chia asso­lu­ta – (57) con lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo anche la deci­sio­ne di costrui­re un pon­te nel più sper­du­to vil­lag­gio, dice Marx nel Diciot­to Bru­ma­io, diven­ta un pro­ble­ma di Sta­to. La dipen­den­za mate­ria­le per­met­te ora una cen­tra­liz­za­zio­ne – gra­zie al dena­ro, come abbia­mo visto – che la dipen­den­za per­so­na­le non per­met­te­va: vie­ne tut­to accen­tra­to e i cit­ta­di­ni sono pri­va­ti dei mez­zi di espres­sio­ne del­la loro volon­tà. È que­sta una azio­ne siste­ma­ti­ca del­lo Sta­to moder­no, che fa i suoi pri­mi pas­si con la monar­chia asso­lu­ta.
I rap­pre­sen­tan­ti, cioè il par­la­men­to, sono ora il mez­zo per espri­me­re la volon­tà. Alla super­fi­cie del­la demo­cra­zia bor­ghe­se le leg­gi appa­io­no come volon­tà dei cit­ta­di­ni. In real­tà per diven­ta­re leg­ge la volon­tà deve esse­re dap­pri­ma rap­pre­sen­ta­ta. Il cit­ta­di­no non può dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma; al con­tra­rio, subi­sce un pro­ces­so di astra­zio­ne, di egua­glia­men­to, al ter­mi­ne del qua­le non può real­men­te deci­de­re, ma solo deci­de­re che altri deci­da, e solo a que­sta con­di­zio­ne può espri­me­re la sua volon­tà.
Iden­ti­fi­can­do leg­gi e volon­tà dei cit­ta­di­ni si pon­go­no come coin­ci­den­ti cose che non lo sono: si sal­ta­no ter­mi­ni medi che inve­ce van­no svi­lup­pa­ti. Per diven­ta­re leg­ge le volon­tà dei sin­go­li deb­bo­no tra­sfor­mar­si nel­la volon­tà di un ter­zo che le equi­pa­ri, le equi­val­ga.
La volon­tà del rap­pre­sen­tan­te dun­que è una volon­tà accan­to alle altre, accan­to a quel­la dei rap­pre­sen­ta­ti; ma ne è l’e­qui­va­len­te gene­ra­le.
Ciò che vie­ne dele­ga­ta non è la volon­tà che «o è quel­la stes­sa o è un’al­tra: non c’è via di mez­zo» (58). Infat­ti si pre­sen­ta diret­ta­men­te al rap­pre­sen­tan­te non la volon­tà ma il cit­ta­di­no. Ciò che que­sti dele­ga non è la volon­tà ma la capa­ci­tà di vole­re («Si può tra­smet­te­re il pote­re non la volon­tà») (59). Appe­na la sua volon­tà vie­ne eser­ci­ta­ta («duran­te l’e­le­zio­ne dei mem­bri del par­la­men­to») (60) essa ha già ces­sa­to di appar­te­ner­gli («appe­na que­sti sono elet­ti, esso diven­ta schia­vo, non è più nien­te») (61); da quel momen­to non è più capa­ce di vole­re e quin­di non può più dele­ga­re alcun­ché. La volon­tà è la sostan­za del­la dele­ga, ma essa stes­sa non vie­ne dele­ga­ta.
Rous­seau e Kel­sen inve­ce pre­ten­do­no, come abbia­mo visto, iden­ti­tà imme­dia­ta tra volon­tà e leg­ge; que­sto indu­ce il pri­mo a riman­da­re la demo­cra­zia al «popo­lo di dei», il secon­do a far deri­va­re la nor­ma dal­la nor­ma. Tut­ti e due con­tro la rap­pre­sen­tan­za, per­do­no l’oc­ca­sio­ne di ana­liz­zar­la e ten­go­no nei con­fron­ti di que­sta media­zio­ne lo stes­so atteg­gia­men­to degli «abo­li­zio­ni­sti del­la mone­ta» nei con­fron­ti del­l’al­tro media­to­re, il dena­ro.
Rous­seau arri­ve­rà ad ammet­te­re, nel­le Con­si­de­ra­zio­ni sul Gover­no di Polo­nia, la neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti nei gran­di Sta­ti, anche se con tut­te le cau­te­le pos­si­bi­li, man­da­to impe­ra­ti­vo, rota­zio­ne ecc.; pre­cau­zio­ni che, abbia­mo visto, lo stes­so Kel­sen non tro­va mol­to effi­ca­ci e con ragio­ne: pre­ten­de­re che la rap­pre­sen­tan­za vin­co­la­ta non si svi­lup­pi in rap­pre­sen­tan­za non vin­co­la­ta è come pre­ten­de­re che la pro­du­zio­ne di mer­ci non si svi­lup­pi in pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca di mer­ci (62)


In real­tà, insom­ma, la rap­pre­sen­tan­za si svi­lup­pa neces­sa­ria­men­te insie­me allo svi­lup­par­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti, come il dena­ro con le mer­ci.
Il per­ché del­la demo­cra­zia moder­na, indi­ret­ta, non sta nei «gran­di nume­ri», nel fat­to che non è pos­si­bi­le nei «gran­di Sta­ti» sta­re tut­ti in una piaz­za. Se fos­se così l’e­let­tro­ni­ca (63) potreb­be risol­ve­re il pro­ble­ma. Il per­ché sta inve­ce negli indi­vi­dui iso­la­ti pro­dut­to­ri di mer­ci, pri­va­ti e indi­pen­den­ti. Se ce ne fos­se­ro anche solo due in una piaz­za, si sbra­ne­reb­be­ro per­ché i loro inte­res­si, acco­sta­ti diret­ta­men­te, sareb­be­ro incon­ci­lia­bi­li, bel­lum omnium con­tro omnes.
Ecco per­ché nes­su­no scam­bio sareb­be pos­si­bi­le sen­za il valo­re di scam­bio, «media­to­re uni­ver­sa­le» (64). I rap­por­ti tra gli uomi­ni deb­bo­no esse­re media­ti dal­le cose fin­ché sono pro­dut­to­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti ecc. La sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, il mer­ca­to, assi­cu­ra que­sta media­zio­ne. È qui che cia­scu­no, per­se­guen­do il suo inte­res­se pri­va­to, per­se­gue l’in­te­res­se gene­ra­le (65). È que­sto il regno del­la «Prov­vi­den­za onni­scal­tra», del­la «mano invi­si­bi­le».
Ora, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te, del­la éli­te poli­ti­ca, si pone come media­zio­ne uni­ver­sa­le solo incar­nan­do que­sto inte­res­se gene­ra­le che, abbia­mo visto, non può esse­re che «l’E­den dei dirit­ti» (66), le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne.
Dun­que dire rap­pre­sen­tan­te signi­fi­ca dire liber­tà, ugua­glian­za, pro­prie­tà, leg­ge, dirit­to, ecc..
La social­de­mo­cra­zia tede­sca era fat­ta di «rap­pre­sen­tan­ti»: sta qui la radi­ce del­l’in­vo­lu­zio­ne, non negli «erro­ri» e nei «tra­di­men­ti».
I par­ti­ti poli­ti­ci e i sin­da­ca­ti rap­pre­sen­ta­no (67) sì inte­res­si con­tra­stan­ti, ma nel­la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, lot­ta­no per sta­bi­li­re le con­di­zio­ni del­la distri­bu­zio­ne (que­sto va det­to agli sraf­fìa­ni che, come Ricar­do, si fer­ma­no a que­sta sfe­ra): un par­ti­to – o un sin­da­ca­to – che agis­se per modi­fi­ca­re le con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne, sareb­be «anti­co­sti­tu­zio­na­le»; ma que­sto, lo vedre­mo, non è e non può esse­re l’af­fa­re dei rap­pre­sen­tan­ti.
È neces­sa­rio dun­que esa­mi­na­re il pro­ces­so attra­ver­so il qua­le le orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to si sono tra­sfor­ma­te fino a pren­de­re la for­ma dei gran­di par­ti­ti poli­ti­ci costi­tu­zio­na­li e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li, in cor­ri­spon­den­za del­la neces­si­tà del­la lot­ta poli­ti­ca e del­la lot­ta eco­no­mi­ca del pro­le­ta­ria­to.
Si trat­ta di capi­re attra­ver­so qua­le pro­ces­so le lot­te con­tro le con­di­zio­ni stes­se del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, cioè a livel­lo del­la sfe­ra del­la pro­du­zio­ne, deca­do­no con­ti­nua­men­te a livel­lo del­la cir­co­la­zio­ne (68), pren­den­do la for­ma del par­ti­to poli­ti­co e del sin­da­ca­to, rap­pre­sen­tan­ti del pro­le­ta­ria­to per la dife­sa – poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca – del livel­lo sto­ri­co del valo­re del­la for­za-lavo­ro, per la dife­sa cioè del­le con­di­zio­ni gene­ra­li del­la socie­tà bor­ghe­se, del­la leg­ge del valo­re, con­tro una bor­ghe­sia in pre­da alla ver­ti­gi­ne di far sol­di vio­lan­do le sue stes­se leg­gi.
E non si trat­ta del­la man­can­za di una linea rivo­lu­zio­na­ria. «Il pote­re sop­pri­me la liber­tà degli ope­rai così come il capi­ta­le» affer­ma Marx nel 1871; a) movi­men­to eco­no­mi­co e b) azio­ne poli­ti­ca, sono «indis­so­lu­bil­men­te uni­ti » (IX riso­lu­zio­ne del­la Con­fe­ren­za di Lon­dra del 1871).
a) Fin­ché il lavo­ro si cri­stal­liz­za nel­le mer­ci, è in que­sta for­ma che i pro­le­ta­ri pos­so­no riap­pro­priar­se­ne; ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do il pro­dot­to del lavo­ro si pre­sen­te­rà in for­ma di mer­ce sarà impos­si­bi­le una effet­ti­va riap­pro­pria­zio­ne. Dun­que lot­ta sala­ria­le ma nel­lo stes­so tem­po lot­ta con­tro il lavo­ro sala­ria­to, con­tro il rap­por­to di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, con­tro la pro­du­zio­ne di mer­ci.
b) fin­ché la socie­tà espri­me­rà un pote­re poli­ti­co, i pro­le­ta­ri dovran­no lot­ta­re per riap­pro­priar­se­ne, ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do «la for­za socia­le si sepa­ra nel­la figu­ra del­la for­za poli­ti­ca, non sarà pos­si­bi­le nes­su­na eman­ci­pa­zio­ne uma­na (Marx, Que­stio­ne ebrai­ca).
Que­ste cose era­no già chia­re cen­to anni fa. Il pro­ble­ma che si pone dun­que non è quel­lo del­la linea rivo­lu­zio­na­ria, ben­sì quel­lo di capi­re per­ché per esem­pio la social­de­mo­cra­zia tede­sca, che al tem­po del­la sua fon­da­zio­ne que­ste cose le sape­va benis­si­mo, ha segui­to poi un’al­tra stra­da. La sua sto­ria non può esse­re spie­ga­ta con i «tra­di­men­ti» e gli «erro­ri» (Que­sto modo di pro­ce­de­re somi­glia alla pre­te­sa di spie­ga­re la sto­ria dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne come «una fal­si­fi­ca­zio­ne mali­gna­men­te orga­niz­za­ta dai gover­ni»). Né la si può spie­ga­re met­ten­do­la sul con­to del­la «buro­cra­zia»: biso­gne­reb­be spie­ga­re il per­ché del­la buro­cra­zia.
D’al­tra par­te ad impe­dir­ne il desti­no non basta la buo­na volon­tà dei diri­gen­ti, per quan­to essi sog­get­ti­va­men­te pos­sa­no ele­var­si al di sopra dei rap­por­ti che li deter­mi­na­no.
È a que­sti rap­por­ti che biso­gna guar­da­re, alla «strut­tu­ra isti­tu­zio­na­le» di que­sti par­ti­ti.

Note

* Que­ste note sono già appar­se, con qual­che modi­fi­ca, pres­so l’e­di­to­re Fischer di Fran­co­for­te, col tito­lo Arbei­te­rau­to­no­mie und Par­tei nel­lo Jahr­buch Arbei­ter­bewe­gung, n. 3, 1975.
1 KARL MARX, Grun­dris­se der Kri­tik der poli­ti­schen Oeko­no­mie, Die­tz Ver­lag 1953, trad. it. di Enzo Gril­lo: Linea­men­ti fon­da­men­ta­li del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, Firen­ze 1970, volu­me II, p. 123, d’o­ra in poi cita­to come Linea­men­ti.
2 Tra gli scrit­ti più recen­ti di un lun­go dibat­ti­to si veda J.P. SARTRE, Il rischio del­la spon­ta­nei­tà, la logi­ca del­l’i­sti­tu­zio­ne, intro­dot­to da un arti­co­lo di ROSSANA ROSSANDA, Da Marx a Marx. Clas­se e par­ti­to, «il mani­fe­sto», set­tem­bre 1969. Di Sar­tre si veda Cri­ti­que de la rai­son dia­lec­ti­que, trad. it. di PAOLO CARUSO, Mila­no 1963; que­sto libro inte­res­sa qui per un aspet­to che la sini­stra ita­lia­na ha com­ple­ta­men­te tra­scu­ra­to; la descri­zio­ne del­la sto­ria del grup­po che insor­ge, dal pro­le­ta­ria­to in serie al pro­le­ta­ria­to in fusio­ne, al giu­ra­men­to, alla fra­ter­ni­tà-ter­ro­re, fino allo STUPRO isti­tu­zio­na­le (par­ti­to, sin­da­ca­to). L’im­por­tan­za del testo è tale che non si vede come si pos­sa fare poli­ti­ca, o cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, sen­za comun­que tener­ne con­to.
3 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, trad. it. L. Col­let­ti, nel volu­me Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. Roma 1957, p. 172.
4 Mani­fe­sto del par­ti­to comu­ni­sta, I, Bor­ghe­si e pro­le­ta­ri.
5 Ibid.
6 Sono que­ste le ragio­ni che stan­no die­tro al Che fare? di Lenin. Va nota­to che il libro fu scrit­to solo qual­che anno dopo gli Ele­men­ti di scien­za poli­ti­ca, di Gae­ta­no Mosca (1896), e sem­bra esse­re la rispo­sta di sini­stra alla teo­ria del­la clas­se poli­ti­ca.
7 ROSSANA ROSSANDA, art. cit.
8 Non è di que­sto par­ti­to che par­la Marx: «Io ti ricor­do pri­ma di tut­to – scri­ve a Frei­li­grath nel 1860 – che, dopo che la Lega (dei Comu­ni­sti) fu sciol­ta, die­tro mia pro­po­sta, nel novem­bre ’52, io non ho mai appar­te­nu­to, né appar­ten­go a nes­su­na asso­cia­zio­ne, segre­ta o pub­bli­ca; che dun­que il par­ti­to in que­sto sen­so asso­lu­ta­men­te tran­si­to­rio, per me ha ces­sa­to di esi­ste­re da 8 anni. […] Dun­que del «par­ti­to» nel sen­so del­la tua let­te­ra io non so nien­te dal ’52. Se tu sei poe­ta io sono cri­ti­co, e ne ho avu­to sin­ce­ra­men­te abba­stan­za del­le espe­rien­ze fat­te nel ’49–52. La Lega, come la ‘Socie­tà del­le sta­gio­ni’, come cen­to altre socie­tà, sono sol­tan­to un epi­so­dio nel­la sto­ria del par­ti­to, che si costrui­sce natu­ral­men­te (natur­wu­ch­sig) sul ter­re­no del­la socie­tà moder­na… Ho dun­que in que­sta let­te­ra cer­ca­to di eli­mi­na­re l’e­qui­vo­co che io sot­to par­ti­to inten­des­si una ‘Lega’ mor­ta da 8 anni, o una reda­zio­ne di gior­na­le sciol­ta da 12 anni. Sot­to par­ti­to io inten­de­vo il par­ti­to nel gros­so sen­so sto­ri­co del ter­mi­ne».
9 MICHAEL VESTER, Die Entste­hung des Pro­le­ta­ria­ts als Lern­pro­zess, Euro­pai­sche Ver­lag­san­stalt, Frark­furt am Main 1970. Si veda per lo stes­so perio­do l’or­mai clas­si­co E.P. THOMPSON, The Making of the English Wor­king Class, trad. it. di Bru­no Maf­fi, Mila­no 1969.
10 Cfr. VITTORIO FOA, Sin­da­ca­ti e lot­te socia­li in Sto­ria d’I­ta­lia, volu­me quin­to, tomo secon­do, Tori­no 1973, pp. 1718–1828, che rile­va la non coin­ci­den­za tra riscos­sa ope­ra­ia e pro­gres­si elet­to­ra­li dei par­ti­ti ope­rai.
11 Cfr. STEFANI MERLI, Pro­le­ta­ria­to di fab­bri­ca e capi­ta­li­smo indu­stria­le, Firen­ze 1972, p. 25.
12 Cri­ti­ca al pro­gram­ma di Gotha.
13 ROBERTO MICHELS, La socio­lo­gia del par­ti­to poli­ti­co, Bolo­gna 1966.
14 Com’è noto, cir­ca ven­ti­mi­la pagi­ne mano­scrit­te di Marx giac­cio­no anco­ra inde­ci­fra­te negli archi­vi di Mosca. Ne è sta­ta annun­cia­ta la pub­bli­ca­zio­ne per l’an­no 2000. Il Pcus, se tut­to va bene, ci avrà mes­so ottan­t’an­ni per pub­bli­ca­re tut­to Marx.
15 KARL MARX, II Capi­ta­le, Roma 1970, volu­me I, tomo I, p. 96
16 Cfr. KARL MAKX, Linea­men­ti, cit., II, p. 123.
17 Ivi, II, p. 135.
18 Ivi, II, p. 124.
19 J.J. ROUSSEAU, Le con­trat social, III, 15. E si veda UMBERTO CERRONI, Socie­tà civi­le e Sta­to poli­ti­co in Hegel, Bari 1974, p. 76.
20 Linea­men­ti, cit.. I, p. 214.
21 Ivi, I, p. 209.
22 Ivi, I, p. 106.
23 Ivi, I, p. 209.
24 Ibid.
25 G. SOLARI, Indi­vi­dua­li­smo e Dirit­to Pri­va­to, Tori­no 1939, p. 287, cita­to da Cer­ro­ni.
26 Cfr. Cer­ro­ni, cit..
27 KARL MARX, Il Capi­ta­le, cit., I, 1, p. 193.
28 Ibid.
29 Trad. it. F. Mes­si­neo, Bari 1954, § 299, pp. 255, 256, 257.
30 Cfr. KARL MARX, Scrit­ti ine­di­ti di eco­no­mia poli­ti­ca, Roma 1963, p. 34. La tra­du­zio­ne è sta­ta in par­te modi­fi­ca­ta.
31 Ivi, pp. 35, 36.
32 Linea­men­ti, cit., p. 98.
33 Ibid.
34 Ivi, p. 99.
34 Ivi, II, pp. 141, 142.
35 Ivi, II, p. 124.
36 Ivi, II, p. 148.
38 Ivi, II, p. 146.
39 Ivi, II, p. 148.
40 L’i­deo­lo­gia tede­sca, Roma 1958, p. 325.
41 Ibid.
42 Ibid.
43 J.J. ROUSSEAU, Le Con­tract social, II, 7.
44 Ivi II, 7.
45 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
46 II Capi­ta­le, I, I, p. 107.
47 Linea­men­ti, cit., I, p. 97.
48 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., pp. 324–325.
49 Che la mer­ce e lo Sta­to abbia­no la stes­sa strut­tu­ra è sta­to sot­to­li­nea­to tra gli altri da E.B. PASUKANIS, La teo­ria del dirit­to e il mar­xi­smo in Teo­rie sovie­ti­che del dirit­to, Mila­no 1964, che, nota Umber­to Cer­ro­ni, «ha cer­ca­to di esten­de­re, per così dire, al cam­po del­le cate­go­rie giu­ri­di­che il pro­ce­di­men­to gene­ra­le che Marx ha appli­ca­to al cam­po del­le cate­go­rie eco­no­mi­che». Per par­te sua UMBERTO CERRONI, La liber­tà dei moder­ni, Bari 1968, p. 112, ritie­ne che si deb­ba «veri­fi­ca­re se e in che modo dal­la meto­do­lo­gia ela­bo­ra­ta da Marx sia pos­si­bi­le estrar­re una linea di ricer­ca e rico­stru­zio­ne sto­ri­co-teo­ri­ca attor­no al dirit­to che sia in qual­che misu­ra avvi­ci­na­bi­le, per rile­van­za cri­ti­ca, a quel­la che Marx stes­so ha segui­to per l’e­co­no­mia poli­ti­ca nel Capi­ta­le». Si veda anco­ra di UMBERTO CERRONI, Teo­ria del­la cri­si socia­le in Marx, Bari, 1971, dove a p. 177 si osser­va che il dirit­to è «rego­la­to­re for­ma­le, di una equi­va­len­za che non è equi­va­len­za (equi­va­len­za solo per la for­ma), esat­ta­men­te come l’e­qui­va­len­za del­lo scam­bio pro­dut­ti­vo moder­no (sala­rio con­tro uso del­la for­za lavo­ro) è non-equi­va­len­za: appro­pria­zio­ne di plu­sva­lo­re sen­za con­tro­par­ti­ta (Some­thing for nothing). Cri­ti­ca del­lo Sta­to (rap­pre­sen­ta­ti­vo) e cri­ti­ca del dirit­to (for­ma­le) si inne­sta­no alla cri­ti­ca del­la ine­qui­va­len­za del­lo scam­bio che pro­du­ce. Ne nasce una cri­ti­ca socia­le, che si radi­ca ad un livel­lo natu­ra­li­sti­co rispet­to alla sfe­ra del­la volon­tà, pro­prio come la ripre­sa del­le cate­go­rie natu­ra­li­sti­che in eco­no­mia con­sen­te la cri­ti­ca del mec­ca­ni­smo capi­ta­li­sti­co nel suo insie­me». Per un para­go­ne tra valo­re e Sta­to si veda BERTELL OLLMAN, Alienation:Marx’s con­cep­tion of man in capi­ta­li­st socie­ty, Cam­brid­ge, 1971. E anco­ra LAURA AMMANNATI in un sag­gio su Sta­to e mer­ce, con­ve­gno Isso­co, Firen­ze 1975; ALAN WOLFE, New direc­tions in the mar­xi­st theo­ry of poli­tics, «Poli­tics and Socie­ty», IV, n. 2, 1974; FRANCESCO FISTETTI, Cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia e cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, De Dona­to, Bari, 1976.
50 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 329.
51 THOMAS HOBBES: «I lega­mi socia­li si strin­go­no di libe­ra volon­tà », Ele­men­ti filo­so­fi­ci del cit­ta­di­no, Tori­no 1948, p. 76.
52 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 4.
53 HANS KELSEN, Rei­ne Rech­tsleh­re, trad. it. di Mario G. Losa­no La dot­tri­na pura del dirit­to, Tori­no 1966, pp. 332
54 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
55 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, cit., p. 171. Si veda anche L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 73.
56 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 219. L’in­ter­pre­ta­zio­ne alla qua­le si è accen­na­to non tro­va con­cor­de VALENTINO GERRATANA che, per esem­pio, scri­ve, nel­la cita­ta intro­du­zio­ne al Discor­so sul­l’o­ri­gi­ne e i fon­da­men­ti del­l’i­ne­gua­glian­za tra gli uomi­ni, p. 60: «In effet­ti l’i­dea cen­tra­le del Con­trat­to socia­le, il tra­sfe­ri­men­to del­la sovra­ni­tà poli­ti­ca dagli uomi­ni alla leg­ge, come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, media­zio­ne e garan­zia del­la liber­tà di tut­ti, ha qual­co­sa di misti­co e di reli­gio­so: pre­sup­po­ne in ogni caso un mon­do dis­so­cia­to, in cui l’u­ni­ver­sa­le è sepa­ra­bi­le dal par­ti­co­la­re, gli inte­res­si comu­ni dagli inte­res­si pri­va­ti, e che non può vive­re sen­za media­zio­ne reli­gio­sa. Ma si trat­ta di un misti­ci­smo che, indi­pen­den­te­men­te da ogni teo­ria, è pro­dot­to diret­ta­men­te da un pro­ces­so rea­le di misti­fi­ca­zio­ne del­la moder­na socie­tà bor­ghe­se». E anco­ra: «La leg­ge al di sopra degli uomi­ni: è que­sta la solu­zio­ne di Rous­seau, ed è la solu­zio­ne, il gran­de mito, del­la demo­cra­zia bor­ghe­se». A pro­po­si­to di Ger­ra­ta­na, scri­ve EUGENIO GARIN nel­la Intro­du­zio­ne agli Scrit­ti poli­ti­ci, di J.J. Rous­seau, Bari 1971, p. LXI: «Giu­sta­men­te insi­ste sul­la ‘for­te cari­ca mora­le’ V. Ger­ra­ta­na, nel suo sag­gio su L’e­re­sia di J.J. Rous­seau… in cui il rap­por­to con Marx (e Engels) è posto con gran­de misu­ra ». E si veda UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, p. 135: «il radi­ca­li­smo poli­ti­co di Rous­seau get­ta essen­zia­li pre­sup­po­sti poli­ti­ci per la nuo­va rivo­lu­zio­ne socia­le. Li get­ta, ovvia­men­te, alla manie­ra stes­sa in cui la teo­ria valo­re-lavo­ro di Smith e Ricar­do get­ta i pre­sup­po­sti del­la teo­ria mar­xia­na del plu­sva­lo­re. Si trat­ta di un col­le­ga­men­to cri­ti­co». Ed in effet­ti ci sem­bra che i neo-rous­so­ia­ni in ‘poli­ti­ca’ ripe­ta­no le stes­se incom­pren­sio­ni dei neo-ricar­dia­ni in ‘eco­no­mia’.
57 Ambi­ti d’au­to­no­mia, come per esem­pio i ceti pro­vin­cia­li, le asso­cia­zio­ni regio­na­li, le for­ze loca­li, le signo­rie fon­dia­rie e cit­ta­di­ne, i pote­ri inter­me­di, per­si­sto­no cer­ta­men­te, come ele­men­to anti­co, anco­ra duran­te l’as­so­lu­ti­smo. Scri­ve Oestreich: «L’am­mi­ni­stra­zio­ne asso­lu­ti­sta non cono­sce­va nes­sun ‘inqua­dra­men­to’ tota­le di una socie­tà di mas­sa livel­la­ta, fino nel­le fami­glie, non si inge­ri­va nel com­ples­so del­la vita pri­va­ta del sin­go­lo, non pos­se­de­va la bru­ta­le volon­tà e le con­se­guen­ti pos­si­bi­li­tà di diri­ge­re l’o­pi­nio­ne e le ten­den­ze pub­bli­che nel sen­so di una ideo­lo­gia di Sta­to e di par­ti­to uni­ta­ria e uffi­cia­le ». «Non si può asso­lu­ta­men­te par­la­re di un con­trol­lo tota­le del­la sfe­ra pub­bli­ca e per­so­na­le da par­te del­lo Sta­to asso­lu­to». E cita KARL MANNHEIM: «L’as­so­lu­ti­smo era solo appa­ren­te­men­te tota­li­ta­rio. Per lo più esso non pos­se­de­va i mez­zi per espli­ca­re il pre­do­mi­nio sul­la tota­li­tà del­la vita degli abi­tan­ti del ter­ri­to­rio in que­stio­ne». Vedi GERHARD OESTREICH, Pro­ble­mi di strut­tu­ra del­l’as­so­lu­ti­smo euro­peo, trad. it. di Ser­gio Zeni, nel volu­me Lo Sta­to moder­no, Bolo­gna 1971, I, p. 175.
58 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 15.
59 Ivi, II, 1.
60 Ivi, III, 15.
61 Ibid.
62 Cfr. J.J. ROUSSEAU, Con­si­de­ra­zio­ni sul gover­no di Polo­nia, in Scrit­ti poli­ti­ci, Bari 1971, a cura di Maria Garin, volu­me ter­zo, p. 204: «Uno dei mag­gio­ri incon­ve­nien­ti dei gran­di Sta­ti, quel­lo fra tut­ti che fa del­la liber­tà la cosa più dif­fi­ci­le da con­ser­va­re, è che il pote­re legi­sla­ti­vo non può pre­sen­tar­vi­si diret­ta­men­te, e può agi­re solo per depu­ta­zio­ne. La cosa inclu­de aspet­ti buo­ni e cat­ti­vi, ma il male supe­ra il bene. È impos­si­bi­le cor­rom­pe­re il legi­sla­to­re in cor­po, ma ingan­nar­lo è faci­le. I suoi rap­pre­sen­tan­ti, inve­ce, sono dif­fi­ci­li da ingan­na­re, ma faci­li da cor­rom­pe­re, e rara­men­te acca­de che cor­rot­ti non sia­no». «Vedo due mez­zi atti a pre­ve­ni­re il ter­ri­bi­le male del­la cor­ru­zio­ne… muta­re spes­so i rap­pre­sen­tan­ti… impe­gna­re i rap­pre­sen­tan­ti a segui­re scru­po­lo­sa­men­te le istru­zio­ni rice­vu­te». Inve­ce per Lenin man­da­to impe­ra­ti­vo, revo­ca­bi­li­tà per­ma­nen­te, orga­ni­smi ese­cu­ti­vi e legi­sla­ti­vi al tem­po stes­so, costi­tui­reb­be­ro la sop­pres­sio­ne del par­la­men­to. Per una let­tu­ra di Sta­to e rivo­lu­zio­ne di Lenin si veda­no, tra gli altri CABLO CICERCHIA, Leni­ni­smo e rivo­lu­zio­ne socia­li­sta, Bari, 1970, e UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, pp. 123–150. E anco­ra OSKAR ANWEILER, Sto­ria dei soviet, Bari, 1972, e GIULIANO PROCACCI, II par­ti­to nel siste­ma sovie­ti­co. 1917–1945, in «Cri­ti­ca mar­xi­sta», gen­na­io-feb­bra­io, mar­zo-apri­le 1974.
63 Cfr. UMBERTO CERRONI, Tec­ni­ca e liber­tà, Bari 1970 e Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, cit., p. 95.
64 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 96.
65 Ibid.
66 KARL MARX, II capi­ta­le, cit., I, I, p. 193.
67 «Fra l’in­di­vi­duo e lo Sta­to si inse­ri­sco­no quel­le for­ma­zio­ni col­let­ti­ve che, come par­ti­ti poli­ti­ci, rias­su­mo­no le ugua­li volon­tà dei sin­go­li indi­vi­dui». HANS KELSEN, Essen­za e valo­re del­la demo­cra­zia, nel volu­me I fon­da­men­ti del­la demo­cra­zia, Bolo­gna, 1966, p. 24.
68 Cfr. Rifor­ma socia­le o rivo­lu­zio­ne, di ROSA LUXEMBURG.

ROSSO n°13–14 ‑nuova serie- NUMERO SPECIALE

gior­na­le den­tro il movimento