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Sergio Bianchi e Roberto Gelini, Bandiera Rossa, luglio 2020, acrilico e carta su cartone, 47×47 cm

BREVE GUIDA PER LA NAVIGAZIONE

 

Gli anni sessanta

Alla fine degli anni cinquanta il movimento comunista internazionale conosce una profonda crisi dopo l’intervento armato in Ungheria del Patto di Varsavia e dopo il “rapporto Krusciov” del 1956. A seguire si consumerà la rottura tra il partito comunista della Repubblica Popolare Cinese e quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il secondo accusato di “revisionismo”.

In Italia erano avvenute profonde modifiche nell’assetto del capitale e della composizione operaia, con la diminuzione delle attività agricole e la dilatazione di quelle industriali e terziarie. I partiti della sinistra parlamentare e i sindacati non ne coglieranno la portata, sia per limiti politici che teorici.

Una ristrutturazione produttiva e tecnologica, che riguarderà soprattutto le industrie e i settori di punta, investirà la dinamica complessiva dell’intera società. Tale sviluppo aveva come proprio asse il ristagno dei salari e l’aumento esponenziale della produttività operaia. Quella realtà sanciva la sconfitta subita dal movimento operaio e sindacale negli anni cinquanta. Alla fine degli anni ‘50 e inizi ‘60 riprendono le lotte operaie. In fabbrica viene introdotta massicciamente la catena di montaggio. All’operaio professionale (con un forte spessore ideologico, memore della lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale) si affiancheranno operai dequalificati, che negli anni aumenteranno per una ampia migrazione interna dal sud al nord della penisola; operai senza “memoria”, che ben presto diventeranno maggioranza in fabbrica. E’ in questo contesto che nel 1961 nasce a Torino l’esperienza dei Quaderni Rossi, un gruppo di intellettuali militanti critici verso i partiti tradizionali della sinistra, che “riscoprirà” il marxismo critico come arma teorico-politica per leggere e portare alla luce le contraddizioni che stavano alla base dello sfruttamento capitalistico. Gruppi analoghi si costituiranno anche in altre grandi città industriali, a Milano, a Venezia (Porto Marghera), a Roma. L’esperienza dei Quaderni Rossi si intreccerà negli anni con le prime esperienze di organismi autonomi di base come il “potere operaio pisano”, il “potere operaio veneto-emiliano”, il “Gatto selvaggio”. L’uso creativo, non ideologico, di Karl Marx diventa l’arma metodologica fondamentale per la conricerca, ovvero per l’indagine, l’inchiesta operaia: “fare inchiesta insieme agli operai”.

Si rilegge il “Capitale” di Marx (in quel decennio si scopriranno sempre di Marx i “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, i mitici “Grundrisse”). Si cercò di capire se le categorie marxiane potevano essere “usate” nella pratica politica, per potere cogliere il “punto di vista operaio” sulla realtà, si cercò di scoprire all’interno dello sviluppo capitalistico, all’interno della fabbrica moderna, il rapporto di comando e la lotta come elemento fondamentale e permanente dello sviluppo del processo di produzione capitalistico.

Nelle fabbriche, apparentemente “mute”, c’era una conflittualità profondissima, repressa dal capitale. La classe operaia non era integrata ma assoggettata e dominata da forme violente di repressione, forme non esterne ma completamente interne al processo di produzione. Il comando e il processo di valorizzazione erano la stessa cosa. La violenza era violenza del rapporto di produzione capitalistico, la resistenza operaia era resistenza sulla catena di montaggio. Per i militanti dei Quaderni Rossi bisognava scoprire la verità della sintesi capitalistica attraverso l’emergenza della resistenza operaia: era la lotta che in ogni momento spiegava la struttura oggettiva del capitale, erano la lotta, la ribellione e il sabotaggio che rivelavano di volta in volta come fosse organizzato il potere del capitale in fabbrica.

Queste riflessioni e questa ricerca erano inconciliabili con la strategia del Partito comunista italiano e dei Sindacati, che confidavano nello sviluppo delle forze produttive come premessa a una futura e ipotetica società socialista, relegando la condizione operaia alla sfera delle rivendicazioni economiche e alle cosiddette “riforme di struttura”. Per le forze della sinistra riformista (“i revisionisti”) lo sviluppo tecnologico era legato all’idea di progresso e alla “ideologia del lavoro”, la tecnologia era “oggettiva”.

Per i Quaderni Rossi, che recuperano Marx, lo sviluppo tecnologico era invece tutto interno allo sviluppo capitalistico: “la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie contenuto al suo lavoro”. La macchina e la scienza si separano così dal produttore e diventano funzioni del capitale. Non esiste un momento in cui l’operaio lavora “liberamente”. In fabbrica sul fordismo della catena di montaggio viene applicato il taylorismo del taglio dei tempi di lavoro: è lo sviluppo tecnologico che determina nelle sue caratteristiche professionali la forza lavoro operaia e di conseguenza ne sancisce la schiavitù politica. Nei Quaderni Rossi sarà già presente la tematica del “rifiuto del lavoro” e l’intuizione della “autonomia operaia”.

Nelle fabbriche si allargano le rivendicazioni salariali, basate su bisogni concreti e materiali.

L’operaio della catena di montaggio sarà definito come “operaio massa”, che non rispetta nessuna delle regole dello sciopero fin ad allora praticato, ma ne inventa di nuove come lo sciopero “a fischietto” o a “gatto selvaggio”: con un segnale convenuto il lavoro viene interrotto senza preavviso.

La vecchia sinistra politica e sindacale ne rimarrà spiazzata.

Il rinnovo dei contratti nel 1962, a Torino, sarà lo spartiacque tra il periodo disciplinato della ricostruzione postbellica e quello della riapertura della conflittualità che sfocerà sette anni dopo nell’ “autunno caldo”. Grandi scioperi alla Lancia e alla Michelin di Torino; con i vecchi operai ci saranno anche i più giovani di recente migrazione; cortei interni, cortei esterni per le strade. Lo sciopero si estenderà a tutte le fabbriche torinesi. Il grande sciopero del 7, 8 ,9 luglio 1962 di migliaia operai sfocerà in durissimi scontri con la polizia.

Le tre giornate della Rivolta di piazza Statuto anticipano per la prima volta quella che sarà la storia del movimento dell’autonomia operaia in Italia, con la comparsa dell’operaio massa, l’operaio dequalificato ad alta produttività, ribelle al suo destino, che porterà lo scontro di classe dalla fabbrica nei territori, nel tessuto cittadino.

La pubblicazione di “Cronache dei Quaderni Rossi” darà un’analisi approfondita della lotta operaia ma non sanerà la frattura interna al gruppo sul “che fare” dopo gli scontri di piazza, che porterà agli inizi del 1964 alla nascita del giornale “Classe Operaia”. Questa esperienza si concluderà nel 1967. Una parte dei suoi componenti rientrerà nel Pci e nel Sindacato, un’altra si immergerà nelle lotte dell’operaio massa e dei nuovi strati proletari.

La fine del decennio vedrà esplodere le contraddizioni di classe non solo in fabbrica ma all’interno di tutta la società, a partire dal movimento degli studenti medi e universitari. Nel 1967 sono decine le scuole occupate. La critica al sistema scolastico è radicale: critica ai programmi, al modello di studio, alla selezione. Nel biennio successivo esplode la lotta anche dentro le università, a seguito della liberalizzazione dell’accesso agli studi: una massa enorme di giovani proletari e proletarie può “accedere alla cultura universitaria” che da subito sarà investita da una critica radicale. Il biennio rosso ‘68-‘69 è un vulcano che esplode, a conclusione di un decennio di trasformazioni, cambiamenti non solo nei rapporti di classe nei posti di lavoro ma nei comportamenti sociali, culturali, sessuali, di genere, di costume. Un nuovo proletariato irrompe nella storia delle lotte di classe, con la voglia di far saltare in aria il controllo sociale, per nuove forme sociali, economiche e culturali.

Gli esempi, i riferimenti a livello internazionale per questo nuovo proletariato erano numerosi e potenti: come la beat generation, la controcultura, il movimento degli studenti e dei neri negli USA, la rivoluzione cubana, il nascente movimento femminista, la “grande rivoluzione culturale cinese”, la lotta armata del popolo vietnamita contro l’imperialismo americano, la lotta del popolo palestinese per una società laica e multietnica, i movimenti armati di liberazione nazionale nelle Americhe, in Africa e in Asia. La lava rossa di quella esplosione sociale, operaia e proletaria, investirà l’intera società, scavando tra le contraddizioni di classe per tutto il decennio successivo. Quel biennio eccezionale può essere riassunto nell’urlo di rabbia e di lotta del giovane operaio meridionale della grande fabbrica del nord Italia: VOGLIAMO TUTTO!

All’interno di questo vasto e articolato movimento, importante fu l’esperienza delle avanguardie rivoluzionarie nelle lotte operaie alla Fiat di Torino del 1969. Gruppi di militanti da tutta Italia (veneto-emiliani, trentini, milanesi, pisani, romani) si ritroveranno davanti ai cancelli della fabbrica. Si pubblicherà “La Classe”, “giornale delle lotte operaie e studentesche” e “megafono della Fiat”. In luglio dopo la battaglia di corso Traiano in occasione di uno sciopero sindacale per la riforma delle pensioni, l’assemblea permanente operai-studenti convoca un convegno dei comitati e delle avanguardie di fabbrica, che sancirà la fine di un progetto unitario. Da una parte i militanti del Potere operaio pisano e gli studenti torinesi che daranno vita all’organizzazione e al giornale “Lotta continua” (titolo che riprendeva lo slogan dei volantini di fabbrica distribuiti in quei mesi di lotta) e dall’altra parte i militanti de La Classe che in settembre daranno vita all’organizzazione di Potere operaio.

Nel 1969 l’insubordinazione operaia e studentesca attraverserà tutta la penisola, la repressione poliziesca colpirà con brutalità, con la legittimazione della magistratura, decine e decine di lotte operaie e studentesche. Nasce la “teoria degli opposti estremismi” alimentata dalla stampa di regime.

Il 25 aprile ’69 scoppiano due bombe a Milano, il 13 maggio due a Roma e una a Torino, in agosto ci saranno 8 attentati ferroviari: inizia la “strategia della tensione”, con l’uso delle forze di polizia, dei gruppi neofascisti, dei cosiddetti “servizi segreti separati”, con l’applicazione del codice penale Rocco di epoca fascista e ancora in vigore. Gli attentati saranno attribuiti ai militanti dell’estrema sinistra, in particolare alla “pista anarchica”. In autunno riprendono le lotte operaie e studentesche a Torino, come nel centro-nord e nel meridione. Il 12 dicembre una bomba fa una strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, vengono subito additati come colpevoli “gli anarchici”.

Nel biennio rosso si formerà una vasta leva di militanti, cresciuti nelle lotte operaie e studentesche. Questa nuova soggettività rivoluzionaria darà vita a organizzazioni politiche, i cosiddetti “gruppi extraparlamentari di sinistra”, che saranno presenti e protagonisti nelle lotte sociali e di classe nei primi anni ‘70. I principali tra questi saranno Lotta continua, Potere operaio, il Manifesto, Avanguardia operaia, il Movimento studentesco della Statale di Milano e l’Unione dei comunisti (m-l).

Gli anni settanta

Sia durante l’“autunno caldo” del 1969 che nel corso del 1970 il sabotaggio, il pestaggio di capi e capetti, la distruzione di automobili di capi e dirigenti, l’uso di un contropotere interno, erano diventate pratiche diffuse e usuali nelle fabbriche dei grandi poli industriali, così come le manifestazioni, le mobilitazioni e i cortei esterni alla fabbrica spesso trasgredivano la “legalità sindacale” per sfociare in comportamenti di scontro fisico con le forze di polizia. Un esempio importante sono state le tre giornate dell’“insurrezione di Porto Marghera” nei primi giorni di agosto del ’70. Gli operai delle imprese d’appalto dopo 200 ore di sciopero non avevano ancora ottenuto i vantaggi e i benefici degli operai assunti alla Montedison. Il 2 agosto bloccano il cavalcavia e la stazione di Mestre; da Padova arriva la Celere, vengono erette barricate, scoppiano scontri con la polizia nel quartiere proletario di Ca’ Emiliani e tumulti nel centro di Marghera, la popolazione scende in piazza a fianco degli operai, la polizia carica, moltissimi feriti vengono portati in ospedale, dalle fabbriche escono le macchine movimentatrici che bloccano i rinforzi della polizia; il giorno seguente dopo un massiccio picchettaggio anche la Montedison chiude. Marghera è in uno stato d’assedio, più volte la popolazione accerchia la polizia che carica, pesta, spara (tre feriti), perquisisce. Marghera diviene una zona di guerra: pneumatici e jeep bruciate; alberi e cartelli stradali divelti; blocchi di cemento, camion, tubi vengono usati per la barricata di via Fratelli Bandiera. Si canta “Bandiera rossa”. L’indomani i sindacati finalmente proclamano uno sciopero, altro corteo, altra tensione, in serata si firma l’accordo sulle ditte appaltatrici: vengono accettate tutte le richieste operaie!

Anche nelle scuole, nelle università, nei quartieri le lotte assumeranno comportamenti di rottura della legalità con occupazioni, con la critica dei programmi di studio, con l’imposizione del “voto politico”, con scontri con la polizia, con la pratica non retorica ma fisica dell’antifascismo militante. In questo clima tra le forze rivoluzionarie c’era anche il timore di una possibile svolta reazionaria e autoritaria degli apparati dello Stato.

Quindi fu necessario dotarsi di strutture di difesa, organismi politico-militari non solo difensivi ma anche offensivi: non solo servizi d’ordine per occupazioni e manifestazioni, ma strutture militanti per un uso di parte della forza operaia e proletaria. La pratica della “violenza proletaria”, della “illegalità di massa”, della “lotta armata”, nei suoi aspetti teorici e organizzativi, coinvolgerà per tutti gli anni settanta il movimento rivoluzionario italiano, con proposte e sbocchi diversi.

Tra i gruppi rivoluzionari saranno Potere operaio, Lotta continua e il Collettivo politico metropolitano di Milano che in quegli inizi del decennio con modalità diverse affronteranno queste problematiche.

Questo Collettivo pubblicherà nel 1970 il foglio “Sinistra proletaria”, a seguire lo scioglimento e la nascita delle Brigate rosse, un’organizzazione comunista combattente clandestina, che pubblicherà agli esordi alcuni numeri del foglio “Nuova resistenza”. In quei primi anni opereranno anche i GAP, gruppi di azione partigiana che, ipotizzando un colpo di stato reazionario, propugneranno un modello di lotta partigiana tradizionale (basi in montagna, uso dell’esplosivo, trasmissioni radio clandestine, ecc).

Tra gli anni ’69 e ’70 le questioni fondamentali agitate nel movimento operaio e nel nascente movimento rivoluzionario erano quelle dell’organizzazione e della prospettiva strategica delle lotte. Fin da subito la critica è portata alla subalternità del sindacato, al quale si delegava la mediazione nella contrattazione del prezzo di vendita della forza-lavoro. Il sindacato era visto come strumento di controllo e di divisione della lotta operaia. Nell’autunno ’69 con la critica al sindacato si diffondono i consigli di fabbrica, che avrebbero dovuto essere non più strutture burocratiche ed esterne ma rappresentanti, tramite i delegati, della volontà della base operaia.

Inizialmente i consigli saranno osteggiati dalla burocrazia sindacale che col tempo li svuoterà per farne propri organi di rappresentanza. I consigli saranno criticati dalla sinistra operaia (in particolare dagli operai e dai militanti vicini a Lotta continua e Potere operaio, dalle nascenti Assemblee autonome, come a Porto Marghera, e dai CUB, comitati unitari di base, come alla Pirelli e alla Sit-Siemens di Milano) per la reintroduzione di fatto di un criterio di delega a scapito dell’ organizzazione autonoma operaia, indebolendo la spinta dal basso dei reparti, e per la sostanziale sudditanza dei consigli al ruolo sindacale di mediazione.

In quei primi anni ‘70 gli operai lotteranno per l’egualitarismo salariale, contro i ritmi e i carichi di lavoro, per il salario garantito, contro la nocività, per la salute in fabbrica, per l’autoriduzione dei costi sociali. Il padronato inizialmente impreparato e impaurito dalla ribellione operaia e proletaria reagirà lungo tutto il decennio con una strategia di ristrutturazione industriale che, facendo proprie le indicazioni più innovative e utili al profitto emerse dalle lotte operaie, avrà come obiettivo la sconfitta dell’operaio massa con il decentramento produttivo, con l’ innovazione tecnologica e la riduzione della massa operaia, con la lenta ripresa del controllo interno ai cicli di produzione, con i licenziamenti, con la cassa integrazione, con il lavoro nero.

A partire dal biennio ‘68-‘69 esplode e si diffonde il movimento femminista. Negli anni ‘70 nasceranno numerosi gruppi, collettivi e movimenti di massa, con percorsi di dibattito e di organizzazione autonomi e separati dalle realtà del movimento rivoluzionario, su tematiche o obiettivi di lotta che ponevano l’attenzione non più su una richiesta di uguaglianza e assimilazione al mondo maschile, come nella “prima ondata” a partire dall’ ‘800, ma sulle differenze sessuali e biologiche identificate come base della discriminazione che produce differenze sociali e culturali tra uomini e donne: la riappropriazione del proprio corpo, la sessualità, la maternità, lo sfruttamento del lavoro domestico, l’aborto (verrà legalizzato col referendum del 1978), la presa di coscienza che il “personale è politico”, la pratica dell’autocoscienza, la critica alla istituzione famigliare, alla gestione dei consultori, alla relazione di coppia e ai rapporti sessuali. Nel marzo del 1973, a Torino, si andava delineando un accordo insoddisfacente nella vertenza Fiat, il sindacato era sottoposto a una intensa critica operaia. Gli operai iniziano forme di lotta autonome, a metà mese viene proclamato uno sciopero ad oltranza che in poco tempo si generalizza a tutte le officine di Mirafiori, ogni giorno i cortei interni spazzolavano i reparti. La mattina di giovedì 29 gli operai decidono per l’occupazione della fabbrica e mentre i giornali annunciano che l’accordo era quasi fatto un corteo interno di migliaia di operai blocca i 12 cancelli d’ingresso, vengono issate le bandiere rosse. E‘ il momento più alto delle lotte dell’operaio massa, i giovani operai con la bandana rossa, che esprimevano la radicalità di un rifiuto consapevole della prestazione lavorativa, non erano più emigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati, formatisi nel clima delle lotte studentesche e nelle esperienze aggregative di quartiere. Il lunedì seguente i sindacati firmano l’accordo, poi sottoscritto dalla maggioranza operaia: inquadramento unico, aumento salariale uguale per tutti, riduzione dell’orario a 39 ore, una settimana in più di ferie, diritto allo studio con 150 ore retribuite.

L’ autonomia operaia, nata nell’autunno caldo del ’69 e cresciuta negli anni successivi, esprimeva così tutta la sua potenza, il potere operaio nelle fabbriche dei grandi poli industriali era reale e massificato.

L’occupazione di Mirafiori fu l’episodio culminante dell’intero ciclo di lotte autonome iniziato nel ’68 e ne rappresentò nello stesso tempo anche la fine. Si apriva una nuova fase dello scontro di classe, l’autonomia operaia uscirà dalle fabbriche per confrontarsi con i nuovi soggetti proletari, per reinventarsi nelle metropoli e nei territori. Anche il movimento rivoluzionario sarà investito da quel vento di cambiamenti. Una parte del personale politico dei gruppi rivoluzionari della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”, investiti da una crisi irreversibile e dopo scioglimenti e trasformazioni varie, sceglierà il terreno della legalità istituzionale; nasceranno così partitini e “cartelli elettorali”, che saranno di fatto irrilevanti fin da subito come peso politico e numerico all’interno del sistema partitico parlamentare italiano, mentre dall’ altra parte migliaia di militanti di questi gruppi diventeranno protagonisti di centinaia di collettivi, comitati, assemblee autonome, centri sociali, coordinamenti, case occupate in tutti i territori della penisola. All’interno di questa diffusa autonomia operaia e proletaria territoriale, di quest’area vasta come una galassia, nella seconda metà del decennio nasceranno diverse esperienze e proposte organizzative, con diverse storie politiche e formazioni culturali, con propri giornali e strumenti di comunicazione, con sedi distinte, che costituiranno l’area della cosiddetta Autonomia operaia organizzata.

Al convegno di Rosolina (Rovigo) nel giugno del 1973 si scioglie Potere operaio, gran parte dei militanti intraprende percorsi politico-organizzativi diversi, come nell’area milanese, dove con fuoriusciti da altre organizzazioni in crisi, come il Gruppo Gramsci, pubblicheranno il giornale “Rosso”. L’area di Rosso sarà una importante rete di intervento dei Collettivi politici operai, degli operai delle assemblee autonome, delle nuove figure del proletariato giovanile dei collettivi autonomi nei quartieri e dei collettivi politici studenteschi. Rosso diventerà punto di riferimento politico e teorico sia di assemblee autonome operaie del nord Italia, con propri giornali come “Senza padroni” all’Alfa Romeo, “Lavoro Zero” a Porto Marghera e “Mirafiori rossa” a Torino e sia di realtà organizzate interne alle varie autonomie territoriali della penisola.

Sempre a Milano altri militanti di Potere operaio, assieme ai militanti della “corrente operaia” usciti da Lotta continua daranno vita a Senza tregua (il primo numero del loro giornale esce nel 1975, fino al 1978).

I terreni di intervento saranno i comitati operai di grandi fabbriche e i quartieri. Da Senza tregua, in un complesso interscambio di esperienze, nasceranno i Comitati comunisti rivoluzionari, che saranno una componente significativa all’interno di alcune realtà dell’autonomia operaia a livello nazionale. Dal tronco di Senza tregua nascerà anche Prima linea, un’organizzazione comunista combattente, presente soprattutto nel nord e centro Italia.

Nel gennaio del 1975 esce il primo e unico numero della rivista “Linea di condotta”, per iniziativa di un gruppo di militanti e intellettuali di Potere operaio. Linea di condotta, per i temi trattati come il problema dell’organizzazione, il salario garantito e indiretto, i prezzi politici, la crisi e la ristrutturazione capitalistica, sarà un importante riferimento teorico-politico per diverse esperienze organizzate.

In Veneto dopo lo scioglimento di Potere operaio, i militanti dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera aderiranno al progetto di Rosso, altri a Senza tregua e poi ai Comitati comunisti rivoluzionari, altri ai Collettivi politici veneti per il potere operaio, che diventeranno in quella seconda metà degli anni ‘70 una importante realtà, unica per il progetto politico-organizzativo dispiegato a livello territoriale, nel panorama dell’autonomia operaia organizzata italiana. L’organizzazione nasce a Padova nell’autunno del 1974 e si espande negli anni successivi a livello regionale. Dentro un reale e vasto radicamento territoriale i militanti comunisti dei Collettivi politici veneti elaboreranno un progetto organizzativo, una teoria e una pratica, basati sul concetto leninista: “agire da partito pur non essendo ancora un partito”. Nel ’76 pubblicheranno due numeri di “per il potere operaio” e, dall’ottobre ’78, “Autonomia”, settimanale politico comunista.

Tra il 1970/1971 non si realizzerà il tentativo di unificazione tra il Manifesto e Potere operaio (con la proposta dei comitati politici). Tra il 1971 e il 1972 a Roma gruppi di militanti, a partire dalla crisi della sinistra extraparlamentare, daranno vita nel corso degli anni a una realtà autonoma operaia importante, per radicamento e qualità politico-organizzativa, i Comitati autonomi operai (con sede in via dei Volsci). Inizialmente aderiranno, per allontanarsi poco dopo, al progetto di Rosso. Pubblicheranno il giornale “Rivolta di classe” e, dal gennaio 1978, i “Volsci”, radicando il loro intervento nelle fabbriche, nel terziario, nel lavoro nero, nella scuola, tra i ferrovieri, gli ospedalieri, i lavoratori dell’Enel e i disoccupati. All’esperienza dei Comitati autonomi operai romani faranno riferimento numerose realtà del centro e del sud Italia.

Molti militanti di Lotta continua, che si scioglierà nel novembre del 1976 al congresso di Rimini dopo una travagliata crisi interna, confluiranno nelle realtà organizzate e diffuse dell’autonomia operaia come a Milano, Firenze e, soprattutto, nel sud Italia. Nelle regioni meridionali l’autonomia avrà soprattutto una dimensione orizzontale, diffusa, ricca di iniziative di lotta sparse nel territorio ed espressione delle contraddizioni di classe, antiche e moderne, di questi territori. In alcune regioni si darà vita a progetti di autonomia operaia organizzata, come i Primi fuochi di guerriglia, e si pubblicheranno giornali come “Comunismo” e “Vogliamo tutto”.

L’autonomia operaia si sviluppò a livello metropolitano e territoriale in anni di ristrutturazione industriale capitalistica, che scardinerà la forza e il peso degli operai in fabbrica. In quella tumultuosa e materiale ridefinizione dei rapporti di classe emergeranno nuove soggettività operaie e proletarie. Il rifiuto del lavoro che aveva attraversato, nelle fabbriche, tutti gli anni ‘60 e la prima metà dei ‘70 diventerà identità e pratica di quella nuova generazione proletaria. Licenziamenti, lavoro nero, perdita della sicurezza e della garanzia del “posto fisso”, del reddito garantito, disoccupazione, precarietà nei rapporti di lavoro, saranno in quegli anni nuove forme dello sfruttamento capitalistico; emergeranno nuove figure precarie e non garantite, che avranno comunque direttamente o indirettamente una funzione produttiva perché la loro natura era operaia in quanto da esse si estraeva plusvalore in modo nuovo e originale; una nuova composizione di classe, un nuovo “operaio sociale”. I giovani proletari, le donne, gli studenti non lotteranno più semplicemente per “entrare o rientrare in fabbrica”, le loro lotte saranno contro lo sfruttamento e il lavoro salariato, per una critica radicale della forma merce, per forme di appropriazione di beni e servizi, per soddisfare i propri bisogni con l’azione organizzata e diretta, quindi per prezzi politici di beni e servizi, con occupazioni di case, per il salario sociale, per spazi autogestiti e propri strumenti di comunicazione, con pratiche di illegalità di massa, con l’ uso della forza, con “espropri proletari”, con ronde nella fabbrica diffusa, nel territorio contro il lavoro nero, nelle scuole e università, con azioni di lotta armata sempre commisurate al livello e allo sviluppo delle lotte e dei movimenti di massa per costruire un reale contropotere operaio e proletario nelle fabbriche e nei territori.

Nuovamente, come negli anni ‘60 con l’operaio massa, il Pci e i Sindacati non si confronteranno con quelle nuove realtà operaie e proletarie per miopia culturale e scelta politica, per cui la risposta dei vecchi “revisionisti” diventati moderni “riformisti” sarà di etichettarle come un “pericolo per la democrazia” da emarginare, criminalizzare e reprimere. Nel 1975 il Pci aveva ottenuto un clamoroso successo elettorale nelle elezioni amministrative sull’onda delle lotte dei movimenti di massa degli anni precedenti e, ritenendo di averne ripreso il controllo, si propose come “partito di governo” con il progetto e la proposta politica del “compromesso storico”.

Irrompe nello scontro di classe il “Movimento del ‘77”. Il 3 dicembre 1976 la circolare del ministro della Pubblica Istruzione Malfatti vieta di fare più esami nella stessa materia, smantellando così la liberalizzazione dei piani di studi in vigore dal ’68. Partono le agitazioni nelle università; a febbraio i fascisti irrompono nell’università d Roma: spari, è ferito gravemente uno studente, occupazione di Lettere, migliaia in corteo, la polizia spara, feriti un poliziotto e due studenti. Occupata la Statale di Milano, manifestazioni a Torino, in 15000 manifestano a Napoli (studenti, disoccupati organizzati, precari scolarizzati), occupazioni di altre università. L’università occupata a Roma diviene “spazio liberato”, si riempie di studenti medi, di giovani di quartiere, di donne, di “indiani metropolitani” (la componente “creativa” del movimento). Grande corteo a Bologna. La lotta prosegue per il ritiro della circolare Malfatti, per la libertà dei compagni arrestati, per la garanzia di spazi autogestiti. Ancora una volta Pci e Sindacati rifiutano qualsiasi rapporto con quel nuovo e vasto movimento con una linea politica di chiusura e di criminalizzazione.

Il 17 febbraio viene indetto dentro l’università il comizio di Luciano Lama, segretario generale della Cgil.

Alla critica “gioiosa e creativa” sotto il palco degli indiani metropolitani il servizio d’ordine del Pci e del sindacato reagisce violentemente, il movimento presente risponde con la forza, Lama se ne va, il palco viene distrutto. Nei giorni e nei mesi successivi lo scontro politico anche con l’uso delle armi da parte di forze di polizia e del movimento rivoluzionario si estenderà in tutta Italia.

L’ 11 marzo a Bologna, dopo una provocazione dell’organizzazione politica cattolica Comunione e Liberazione, scontri e intervento della polizia con armi e lacrimogeni, viene ucciso Francesco Lorusso, un militante di Lotta continua. Radio Alice, radio e voce del movimento bolognese, ne darà la notizia.

Seguiranno cortei, barricate, occupazioni, uso di molotov e sanpietrini contro il Resto del Carlino, contro due commissariati di polizia, contro uffici Fiat e negozi di alta moda che sfruttavano il lavoro delle detenute. Il 12 viene convocata una manifestazione nazionale a Roma: confluiscono migliaia e migliaia di militanti, tutti attrezzati per lo scontro, l’università romana diventa una fabbrica per le molotov. Corteo immenso, scontri con la polizia, scambi di arma da fuoco, colpiti posti di polizia, l’ambasciata cilena, banche, concessionarie, svuotata un’armeria, spari di fucile contro le mura del carcere di Regina Coeli, assaltata la sede del comando carabinieri. A Bologna irruzione di mille carabinieri nell’università e nei luoghi pubblici del movimento, che sfasciano e sequestrano ogni cosa, compaiono i mezzi blindati. Mesi di lotte e scontri in tutta Italia. A Padova e Bologna partono inchieste giudiziarie con decine di arresti e mandati di cattura. Il 12 maggio durante una manifestazione del Partito radicale per ricordare il terzo anniversario del referendum vinto sul divorzio è uccisa una giovane donna, Giorgiana Masi. Viene indetto a Bologna un convegno del Movimento.

Il 22, 23, 24 settembre centomila giovani da tutta Italia convergono su Bologna, in treno, in autobus, in auto, con zaini, coperte, sacchi a pelo, costumi, strumenti musicali. Piazze, parchi, edifici pubblici si trasformano in enormi bivacchi; per le strade si balla, si dipinge, si fa animazione, si canta, si fa teatro, si gioca, mentre al Palazzetto dello Sport le varie componenti del Movimento si scontrano sulla leadership e discutono animatamente sul suo futuro, senza trovare una sintesi politica. Al terzo giorno del convegno un lunghissimo corteo, variegato e festoso, con alla testa i militanti dell’Autonomia operaia organizzata, sfilerà per ore in città senza incidenti.

Il Movimento del ’77 mostrerà in quei mesi di mobilitazioni, lotte, scontri, illegalità di massa, uso della forza, la “potenza” dei nuovi soggetti proletari che stavano emergendo in quegli anni di ristrutturazione capitalistica sociale e politica ma evidenzierà anche i problemi, i ritardi, le debolezze nel movimento rivoluzionario e in particolare all’ interno dell’autonomia operaia organizzata nel costruire una progettualità politica e organizzativa complessiva. L’enorme partecipazione di massa alle scadenze di piazza in quei mesi confermò sia un’autonomia proletaria diffusa e sia una disomogeneità dell’Autonomia operaia organizzata nel costruire un reale radicamento sociale nei vari territori, con un concreto contropotere operaio e proletario, reale espressione di una progettualità politico-organizzativa. Dopo Bologna i militanti ritorneranno nei loro territori e si confronteranno sul “che fare”, con una politica repressiva delle istituzioni e degli apparati statali sempre più pesante (come a Torino con la chiusura di sedi del movimento e a Roma della sede di via dei Volsci dei Comitati autonomi operai, con scontri, arresti, feriti, denunce). In quella difficile fase emergeranno in modo chiaro le contraddizioni e le differenti valutazioni politiche sui reali rapporti di forza e di classe nel paese all’interno del movimento rivoluzionario, tra le componenti dell’Autonomia operaia organizzata e le Brigate rosse, la principale tra le organizzazioni combattenti clandestine per progetto politico e livelli organizzativi. Per le Brigate rosse la diffusione dell’illegalità di massa e dell’insubordinazione sociale nel paese evidenziava una forza e una potenza del proletariato nello scontro di classe con la borghesia tali da ritenere maturi i tempi per un’accelerazione dei livelli della lotta armata, con azioni di combattimento, come l’omicidio politico, azioni che avrebbero dovuto indicare agli operai e ai proletari la direzione per la guerra di classe. Le principali organizzazioni dell’autonomia operaia giudicarono quelle analisi e quelle azioni, come l’omicidio politico, politicamente sbagliate perché un’insurrezione armata non era all’ordine del giorno e perché danneggiavano nei fatti non il nemico di classe ma le realtà del movimento rivoluzionario che operavano per costruire un contropotere operaio e proletario, anche sul terreno dell’uso della forza e della lotta armata, massificato e non “per bande”.

Quelle contraddizioni interne al movimento rivoluzionario si manifesteranno apertamente nel 1978 con il rapimento e l’uccisione (16 marzo-9 maggio) da parte delle Brigate rosse di Aldo Moro, importante dirigente politico della Democrazia cristiana, partito di governo.

Il 1978 è un anno ricco di lotte e di mobilitazioni dell’autonomia operaia diffusa e organizzata nei vari territori del paese; la risposta repressiva degli apparati dello Stato è sempre più violenta con arresti, feriti, morti, rastrellamenti, perquisizioni di abitazioni, quartieri e caseggiati, con un uso brutale di nuove “leggi speciali antiterrorismo” che sospendevano i principi e la prassi dello “stato di diritto”, fondamento della democrazia liberale.

In quel contesto i gruppi dirigenti delle principali organizzazioni dell’Autonomia operaia avanzeranno due proposte politiche distinte: da una parte i Collettivi politici veneti per il potere operaio e Rosso porranno l’urgenza del Partito dell’Autonomia operaia e dall’altra i Comitati autonomi operai romani sosterranno la necessità di un Movimento dell’Autonomia operaia.

Il confronto tra quelle due ipotesi strategiche non produsse una sintesi e una volontà politica capace di unire le forze organizzate dell’Autonomia operaia in quella fase di duro scontro di classe, di attacco repressivo del sistema politico istituzionale, determinato a indebolire, dividere e sconfiggere una volte per tutte il movimento rivoluzionario.

E’ in quella realtà di disomogeneità politica e organizzativa delle forze rivoluzionarie che il 7 aprile del 1979 reparti della Digos, Carabinieri e Polizia su mandato dei giudici padovani Calogero e Fais effettueranno decine e decine di arresti di esponenti dell’Autonomia operaia in diverse città italiane.

L’ operazione repressiva sarà giustificata con il cosiddetto “Teorema Calogero”: esiste una direzione strategica dell’intero movimento rivoluzionario, esiste un’unica organizzazione “terroristica” che fa capo al gruppo di intellettuali docenti dell’Istituto di Scienze politiche dell’università di Padova.

L’accusa era di banda armata, insurrezione armata contro i poteri dello Stato, più vari altri reati; accusa storicamente risibile e falsa, che cadrà nel corso dei processi ma che permetterà in quella fase allo Stato di completare il progetto strategico di annientamento delle forze comuniste rivoluzionarie. Nei mesi e anni successivi si susseguiranno altri blitz e inchieste giudiziarie in tutta Italia con migliaia di imputati a piede libero, arrestati e latitanti, con condanne penali per centinaia e centinaia di anni di galera. Nello stesso anno si chiudeva il lungo ciclo della ristrutturazione industriale padronale con la sconfitta definitiva dell’autonomia organizzata e del potere operaio all’interno delle fabbriche: il 9 ottobre saranno licenziati 61 operai alla Fiat con l’accusa di “contiguità con il terrorismo” con il tacito e collaborativo appoggio del Sindacato; il 5 ottobre 1980 la Fiat mette 24000 operai in cassa integrazione e il giorno dopo ne licenzia 15000; sciopero, blocco e picchettaggi dei cancelli di Mirafiori, appoggio formale del Pci alle mobilitazioni, ritiro dei licenziamenti e rilancio padronale con circa 23000 operai in cassa integrazione in tutti gli stabilimenti italiani; il 14 ottobre, in risposta ai picchetti e dopo la morte per infarto di un caporeparto, che stava forzando i blocchi, per le strade di Torino ci sarà la cosiddetta “marcia dei quarantamila” (in realtà molti meno) quadri e impiegati Fiat contro la lotta operaia; il Sindacato chiuderà in fretta e al ribasso la vertenza sindacale. Per tutto il decennio a Torino non vi furono più manifestazioni operaie paragonabili a quelle avvenute nell’autunno 1980 fino al febbraio del 1994 con una grande manifestazione contro la decisione della Fiat di promuovere una nuova ondata di migliaia di licenziamenti di operai e impiegati (parecchi dei quali avevano “marciato” in appoggio al padrone quattordici anni prima!).

Gli anni ottanta

In quel contesto generale, sociale e politico, le superstiti e ridimensionate forze dell’Autonomia operaia organizzata, fortemente indebolite dall’emorragia di quadri (arresti, latitanza, esilio in Francia) promuoveranno e organizzeranno nei primi anni del decennio iniziative di lotta nel segno della resistenza alla controrivoluzione che lo Stato e il padronato pubblico e privato avevano scatenato contro le avanguardie rivoluzionarie: resistenza alla repressione, alla tortura come pratica per “piegare” i militanti rivoluzionari, alle carceri speciali, al divieto di polizia di manifestare nelle piazze e nelle strade (a Padova, ad esempio, sarà possibile scendere in piazza solo nel 1985 per la morte di Pietro Maria Greco “Pedro”, da anni latitante e ammazzato brutalmente in strada a Trieste da una squadra di agenti di polizia).

Le contraddizioni e le divisioni politiche tra le forze del movimento rivoluzionario frantumeranno anche l’unità del fronte carcerario diviso tra le posizioni del “combattentismo clandestino” e quelle della “dissociazione politica dal terrorismo”.

Nei territori le restanti realtà dell’autonomia diffusa e organizzata lotteranno per mantenere o riaprire gli spazi di agibilità politica mobilitandosi sia con iniziative sulle tematiche agitate e praticate negli anni ‘70 come la casa, i prezzi politici, il salario sociale, la lotta operaia e sia su nuovi terreni, soprattutto nella seconda metà del decennio, come l’antinucleare e l’antimilitarismo.

La questione del nucleare era già emersa nella seconda metà del decennio precedente con iniziative come la mobilitazione nel 1977 contro l’apertura della centrale nucleare di Montalto di Castro e il Convegno nazionale del febbraio 1979 a Genova contro il Piano Nazionale Nucleare promosso dai militanti dell’autonomia genovese con i Volsci del Comitato politico Enel di Roma e con i Collettivi politici veneti per il potere operaio. Nel 1983 nascerà il Coordinamento nazionale antinucleare e antimperialista. Nel 1986, l’anno dell’esplosione e dell’incendio del reattore nucleare di Chernobyl, il movimento si mobiliterà contro il funzionamento delle centrali di Caorso, Montalto di Castro, Trino Vercellese; le forme di lotta saranno i campeggi, l’azione diretta, il presidio per impedire il funzionamento degli impianti. Nel 1983 l’installazione dei missili Cruise dotati di testate nucleari nella base NATO di Comiso (Ragusa) e la partecipazione delle forze armate italiane alla Missione internazionale in Libano daranno vita a un movimento antimilitarista che negli anni si svilupperà in un più ampio movimento per la pace. Sempre nella seconda metà del decennio diventeranno centrali le tematiche ecologiche e ambientaliste, così come si sperimenteranno iniziative per una rete nazionale di radio libere e di movimento. Nel 1989 viene sgomberato il centro sociale Leoncavallo di Milano, le realtà dei centri sociali diventeranno protagoniste di un movimento che sarà centrale nelle lotte del decennio successivo. In quell’anno ci sarà la ripresa delle lotte nell’università con il “movimento della pantera”. Negli anni ‘90 emergeranno nuovi movimenti, nuove forme di lotta e di organizzazione.

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