Filtra per Categoria
Autonomia Bolognese
Autonomie del Meridione
Fondo DeriveApprodi
Collettivi Politici Veneti
Autonomia Toscana
Blog
Autonomia Romana
Autonomia Milanese

Autonomia proletaria

da «MARXIANA», n. 1, Roma 1976

di Enzo Modu­gno

Cri­ti­ca del­la poli­ti­ca

Il pro­ble­ma è quel­lo del nes­so che si sta­bi­li­sce tra gli uomi­ni nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, nel qua­le si pre­sen­ta­no come indi­vi­dui iso­la­ti, in segui­to alla dis­so­lu­zio­ne del­le for­me socia­li feu­da­li e allo svi­lup­po del­le nuo­ve for­ze pro­dut­ti­ve. Que­sto indi­vi­duo iso­la­to (1) è il noc­cio­lo del­la que­stio­ne.
Come si col­le­ga, come entra in socie­tà?
L’al­ter­nar­si di «orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma» e «par­ti­to» (2) ha qui le sue radi­ci: i pro­le­ta­ri per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si e que­sta uni­fi­ca­zio­ne può avve­ni­re (è avve­nu­ta e avvie­ne) in due modi: 1) alla base diret­ta­men­te, con col­le­ga­men­ti imme­dia­ti che essi deter­mi­na­no e con­trol­la­no; oppu­re 2) indi­ret­ta­men­te, con una media­zio­ne ester­na.
È neces­sa­rio sot­to­li­nea­re che sono due for­me sto­ri­che di vol­ta in vol­ta effet­ti­va­men­te ope­ran­ti: la loro ana­li­si cri­ti­ca non con­sen­te pole­mi­che ‘inge­nue’ tra soste­ni­to­ri del­la spon­ta­nei­tà e soste­ni­to­ri del par­ti­to; né fa un pas­so avan­ti chi ten­ta di com­bi­na­re le due cose.
È una inge­nui­tà infat­ti cre­de­re che que­ste for­me dipen­da­no dal­la buo­na o cat­ti­va volon­tà degli uomi­ni e che non abbia­no, tut­te e due, radi­ci pro­fon­de nel modo di pro­du­zio­ne.
Il pun­to di vista dei soste­ni­to­ri del par­ti­to-media­to­re ester­no pog­gia inte­ra­men­te sul pre­sup­po­sto che i pro­le­ta­ri sia­no, per pre­di­spo­si­zio­ne natu­ra­le, iso­la­ti, inca­pa­ci di uni­fi­ca­zio­ne; per uni­fi­car­li, per far­li entra­re nel­la sto­ria, diven­ta dun­que neces­sa­rio un inter­ven­to che ven­ga dal di fuo­ri, por­ta­to­re del­la scien­za, del­la teo­ria, del pro­get­to poli­ti­co.
Discen­den­za gia­co­bi­na dei pro­fe­ti del XVIII seco­lo, pen­sa­no come loro che l’in­di­vi­duo iso­la­to sia un dato natu­ra­le, il pun­to di par­ten­za. Marx inve­ce ha mostra­to che è un risul­ta­to sto­ri­co: «Quan­to più risa­lia­mo indie­tro nel­la sto­ria, tan­to più […] l’in­di­vi­duo che pro­du­ce ci appa­re non auto­no­mo, par­te di un insie­me più gran­de » (3). Solo nel­la socie­tà bor­ghe­se si pre­sen­ta come indi­vi­duo iso­la­to, solo in que­sta socie­tà rie­sce ad iso­lar­si.
La ragio­ne è nota: i carat­te­ri socia­li del lavo­ro si ogget­ti­va­no nei pro­dot­ti, appa­io­no come pro­prie­tà socia­li del­le mer­ci, e il rap­por­to socia­le tra i pro­dut­to­ri appa­re come rap­por­to socia­le fra le mer­ci, esi­sten­te al di fuo­ri dei pro­dut­to­ri. Dun­que non è che i pro­dut­to­ri iso­la­ti non viva­no in socie­tà: è solo che que­sta socie­tà, que­sto nes­so che li lega, si pre­sen­ta come qual­co­sa di estra­neo e di ogget­ti­vo di fron­te agli indi­vi­dui; non come loro rela­zio­ne reci­pro­ca, ma come loro subor­di­na­zio­ne a rap­por­ti che sus­si­sto­no indi­pen­den­te­men­te da loro.
La rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra le cose. Insom­ma è que­sto tipo di uni­tà, di nes­so soda­le, che gene­ra l’i­so­la­men­to.
È impor­tan­te tener fer­mo que­sto nes­so socia­le rei­fi­ca­to crea­to dal­la pro­du­zio­ne di mer­ci, per­ché il nes­so crea­to dal­lo Sta­to moder­no e quel­lo crea­to dal par­ti­to sono la stes­sa cosa. Ma que­sto tipo di uni­tà rei­fi­ca­ta che gene­ra l’i­so­la­men­to gene­ra anche il suo con­tra­rio: l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta. Marx descri­ve anche que­sta: «Nel­la socie­tà così com’è tro­via­mo già occul­ta­te le con­di­zio­ni per una socie­tà sen­za clas­si»: per esem­pio, la divi­sio­ne del lavo­ro gene­ra l’ag­glo­me­ra­zio­ne, la coo­pe­ra­zio­ne, gli inte­res­si di clas­se; e i con­flit­ti fra sin­go­li ope­rai e sin­go­li bor­ghe­si sem­pre più assu­mo­no il carat­te­re di con­flit­ti tra due clas­si.
«È così che gli ope­rai inco­min­cia­no a for­ma­re coa­li­zio­ni con­tro i bor­ghe­si, riu­nen­do­si per difen­de­re il loro sala­rio. Essi fon­da­no per­si­no asso­cia­zio­ni per­ma­nen­ti per approv­vi­gio­nar­si per le sol­le­va­zio­ni even­tua­li. Qua è là la lot­ta diven­ta som­mos­sa. Di quan­do in quan­do gli ope­rai vin­co­no, ma solo in modo effi­me­ro. Il vero risul­ta­to del­le loro lot­te non è il suc­ces­so imme­dia­to, ma l’u­nio­ne sem­pre più este­sa degli ope­rai. Essa è age­vo­la­ta dai cre­scen­ti mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne che sono crea­ti dal­la gran­de indu­stria e che col­le­ga­no tra di loro ope­rai di loca­li­tà diver­se. Basta que­sto sem­pli­ce col­le­ga­men­to per con­cen­tra­re le mol­te lot­te loca­li, aven­ti dap­per­tut­to un ugua­le carat­te­re, in una lot­ta nazio­na­le, in una lot­ta di clas­se. Ma ogni lot­ta di clas­se è lot­ta poli­ti­ca. E l’u­nio­ne per rag­giun­ge­re la qua­le ai bor­ghi­gia­ni del Medioe­vo, con le loro stra­de vici­na­li, occor­se­ro dei seco­li, oggi, con le fer­ro­vie, vie­ne rea­liz­za­ta dai pro­le­ta­ri in pochi anni» (4).
Tut­ta­via que­sto pro­ces­so di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta non è linea­re, pro­ce­de per fasi alter­ne. Infat­ti que­sta orga­niz­za­zio­ne degli ope­rai in clas­se, se è vero che risor­ge sem­pre di nuo­vo più for­te, più sal­da, più poten­te, è anche vero che «vie­ne ad ogni istan­te nuo­va­men­te spez­za­ta dal­la con­cor­ren­za che gli ope­rai si fan­no tra loro stes­si» (5) sul mer­ca­to come pos­ses­so­ri del­la for­za-lavo­ro.
Ecco come il modo di pro­du­zio­ne, la pro­du­zio­ne di mer­ci, gene­ra sem­pre di nuo­vo l’o­pe­ra­io iso­la­to: per­ché fa vale­re sem­pre di nuo­vo il nes­so ogget­ti­vo, il mer­ca­to. Si ripro­du­ce l’i­so­la­men­to ma que­sta vol­ta ad un gra­do diver­so, con ulte­rio­ri deter­mi­na­zio­ni.
Ora, la nasci­ta del sin­da­ca­to nazio­na­le, del par­ti­to ope­ra­io nazio­na­le, affon­da qui le sue radi­ci, tro­va qui la sua neces­si­tà sto­ri­ca, in que­sto rin­no­var­si del­l’i­so­la­men­to. Ma la loro esi­sten­za sarà con­trad­dit­to­ria per­ché l’i­so­la­men­to ope­ra­io, come abbia­mo visto, sem­pre di nuo­vo gene­ra il suo con­tra­rio, l’u­ni­fi­ca­zio­ne imme­dia­ta, la fusio­ne, e così via.
Il par­ti­to e il sin­da­ca­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na, indi­ret­ta – pog­gia­no inte­ra­men­te sul­la momen­ta­nea inca­pa­ci­tà di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta, non media­ta, degli ope­rai; così che quan­do que­sta tor­ne­rà a mani­fe­star­si tro­ve­rà una situa­zio­ne muta­ta, tro­ve­rà la cor­po­sa pre­sen­za di que­ste isti­tu­zio­ni ormai in posi­zio­ne anta­go­ni­sti­ca. Sor­te per uni­fi­ca­re la clas­se, fini­ran­no con l’im­pe­di­re ogni altra spe­cie di uni­fi­ca­zio­ne che non sia la loro.
Soviet, con­si­gli, comi­ta­ti d’a­zio­ne e altre for­me di auto­no­mia ope­ra­ia in que­sti ulti­mi anni han­no avu­to vita dif­fi­ci­le, più che per loro debo­lez­za inter­na per il fat­to che par­ti­ti e sin­da­ca­ti (ai qua­li biso­gna aggiun­ge­re quei grup­pi che aspi­ra­no a pren­der­ne il posto) han­no siste­ma­ti­ca­men­te, e con tut­te le loro for­ze, ten­ta­to di negar­li o di rias­sor­bir­li, in una par­ti­ta che giu­sta­men­te con­si­de­ra­va­no mor­ta­le. Le dif­fi­col­tà del­l’au­to­no­mia del movi­men­to dun­que non pos­so­no esse­re attri­bui­te all’in­ca­pa­ci­tà, di cui que­sto sof­fri­reb­be, di supe­ra­re il loca­li­smo, il cor­po­ra­ti­vi­smo, il ribel­li­smo, ecc. Non è così e lo abbia­mo visto. Non solo: ormai è neces­sa­rio veri­fi­ca­re la stes­sa “neces­si­tà sto­ri­ca” del par­ti­to e del sin­da­ca­to, che appun­to cor­ri­spon­de ad un deter­mi­na­to gra­do di evo­lu­zio­ne del pro­le­ta­ria­to. Dun­que anche il loro supe­ra­men­to è una neces­si­tà sto­ri­ca che non si può fare a meno di coglie­re se si riper­cor­re lo svi­lup­po del­la lot­ta di clas­se.
Le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie loca­li, lega­te ai mestie­ri, han­no da poco sosti­tui­to le cor­po­ra­zio­ni medioe­va­li: e tut­ta­via in esse la paro­la è ai pro­ta­go­ni­sti, l’o­pe­ra­io si pre­sen­ta in tut­ta la sua pie­nez­za; ma solo per­ché non ha rea­liz­za­to l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà del­la lot­ta di clas­se, e per­ché que­sta uni­ver­sa­li­tà – si può dire, para­fra­san­do Marx – egli non se l’è anco­ra con­trap­po­sta come una for­za indi­pen­den­te da lui, come una orga­niz­za­zio­ne nazio­na­le dove non ha più dirit­to di paro­la. Cer­to il col­le­ga­men­to nazio­na­le è pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di col­le­ga­men­to, o a un col­le­ga­men­to sol­tan­to loca­le fon­da­to su soli­da­rie­tà di mestie­re, ecc. D’al­tra par­te non è pos­si­bi­le subor­di­na­re que­sti col­le­ga­men­ti più ampi pri­ma di aver­li crea­ti. Ma non è nem­me­no pos­si­bi­le pen­sa­re che que­sto tipo di col­le­ga­men­to, di uni­ver­sa­li­tà, sia l’u­ni­ca pos­si­bi­li­tà di uni­fi­ca­zio­ne. Infat­ti, l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io alla sua orga­niz­za­zio­ne dimo­stra che egli sta anco­ra crean­do le for­me del­la lot­ta, e che non sta lot­tan­do a par­ti­re da que­ste for­me. L’as­so­cia­zio­ne loca­le, di mestie­re, è un col­le­ga­men­to che cor­ri­spon­de a una fase del capi­ta­li­smo. L’ul­te­rio­re svi­lup­po pro­du­ce, insie­me al col­le­ga­men­to più ampio, anche l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io (non ha più la paro­la); però pro­du­ce anche l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà dei suoi col­le­ga­men­ti. Guar­da­re indie­tro alla pie­nez­za del­le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie è un pun­to di vista roman­ti­co. Ma d’al­tra par­te è ridi­co­lo cre­de­re che quel com­ple­to svuo­ta­men­to che è l’or­ga­niz­za­zio­ne nazio­na­le di oggi sia la for­ma final­men­te sco­per­ta di col­le­ga­men­to.
Gli ope­rai i cui col­le­ga­men­ti, in quan­to loro rela­zio­ni pro­prie, comu­ni, sono già assog­get­ta­ti al loro comu­ne con­trol­lo, sono ope­rai di una fase sto­ri­ca più svi­lup­pa­ta. È que­sta fase che ci sta dinan­zi. Ma a que­sto, cioè al di là del­l’at­tac­co a quel pun­to di vista roman­ti­co, il par­ti­to non è mai per­ve­nu­to, per­ché la sua strut­tu­ra non gli per­met­te di vede­re oltre.
Dun­que se il par­ti­to pre­sup­po­ne l’in­te­res­se di clas­se, comu­ne a tut­ti gli ope­rai, pre­sup­po­ne al tem­po stes­so l’o­pe­ra­io iso­la­to, e pre­sup­po­ne non solo la dis­so­lu­zio­ne del­le pri­me asso­cia­zio­ni loca­li, ecc., ma lo scac­co del­le gran­di lot­te auto­no­me di oggi, la man­can­za o l’in­ter­ru­zio­ne dei col­le­ga­men­ti diret­ti ecc..
Per cui il par­ti­to si pre­sen­ta ai sin­go­li ope­rai come un rap­por­to ester­no, indi­pen­den­te da loro; che media l’u­ni­tà dei sin­go­li ope­rai tra loro scol­le­ga­ti. Ed è una media­zio­ne che «pre­sen­ta facil­men­te i con­ti del­la sua ope­ra­ti­vi­tà sto­ri­ca rea­le» ha scrit­to Ros­sa­na Ros­san­da. L’al­ter­no decli­na­re del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta, come abbia­mo visto, ren­de pos­si­bi­le que­sta uni­fi­ca­zio­ne media­ta.
I pro­le­ta­ri cioè in que­sta fase ripon­go­no nel par­ti­to e nel sin­da­ca­to quel­la fidu­cia che non sono più dispo­sti a ripor­re in se stes­si, nel­le lot­te auto­no­me, auto­ge­sti­te, ecc. (6).
Ma per­ché i pro­le­ta­ri han­no fidu­cia nel par­ti­to?
Evi­den­te­men­te solo per­ché il par­ti­to è volon­tà pro­le­ta­ria rei­fi­ca­ta; solo per­ché i pro­le­ta­ri han­no alie­na­to la loro volon­tà, i loro col­le­ga­men­ti, la dire­zio­ne del­le loro lot­te ad una éli­te che ha avu­to la capa­ci­tà e i mez­zi di rap­pre­sen­ta­re, di ogget­ti­va­re, di cri­stal­liz­za­re la volon­tà pro­le­ta­ria.
Que­sto tra­sfe­ri­men­to ad altri però è irto di con­trad­di­zio­ni. È sta­to scrit­to nel 1762, ma era noto anche pri­ma che la volon­tà non può esse­re alie­na­ta, non si rap­pre­sen­ta: o è quel­la stes­sa, o è un’al­tra; non c’è via di mez­zo. Eppu­re, a dispet­to di Rous­seau, è quel­lo che avvie­ne tut­ti i gior­ni nel­lo Sta­to moder­no e dun­que anche nel par­ti­to ope­ra­io e nel sin­da­ca­to: la volon­tà diven­ta altra.
Pro­prio come il lavo­ro uma­no che non può esse­re rap­pre­sen­ta­to in una cosa, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’uo­mo per­de le sue qua­li­tà socia­li a favo­re del­la cosa che diven­ta mer­ce, si distac­ca dal suo pro­dut­to­re, cade in mano ad altri; e diven­ta pos­si­bi­le lo sfrut­ta­men­to; così nel nostro caso la volon­tà ope­ra­ia non può esse­re rap­pre­sen­ta­ta da una isti­tu­zio­ne ester­na, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’o­pe­ra­io non con­ta più come tale ma solo come mem­bro del­l’i­sti­tu­zio­ne la qua­le sol­tan­to diven­ta il vero sog­get­to, la sede del­la «ini­zia­ti­va rivo­lu­zio­na­ria», e l’o­pe­ra­io è ridot­to a sua appen­di­ce.
Così la volon­tà ope­ra­ia si cri­stal­liz­za, cade in mano ad altri, fini­sce per con­trap­por­si agli ope­rai. Ma se in tut­to que­sto c’è una «radi­ce idea­li­sti­ca» (7), biso­gna aggiun­ge­re che è lo stes­so “idea­li­smo” del­la mer­ce e del­lo Sta­to, non l’ ”erro­re” di qual­che hege­lia­no.
Que­sta neces­si­tà di tra­sfor­ma­re la loro uni­tà nel­la for­ma del par­ti­to, se dimo­stra da un lato che gli ope­rai per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si, dimo­stra dal­l’al­tro che que­sta uni­tà non si è rea­liz­za­ta imme­dia­ta­men­te. Gli ope­rai si inse­ri­sco­no in una uni­fi­ca­zio­ne rea­liz­za­ta da altri inve­ce di deci­der­ne e con­trol­lar­ne l’an­da­men­to. È una uni­fi­ca­zio­ne fuo­ri di loro, sot­to la qua­le ven­go­no sus­sun­ti, che non crea­no essi stes­si ma che tro­va­no bel­l’e fat­ta.
E se è vero che vi si inse­ri­sco­no con auto­no­ma deci­sio­ne, è anche vero che in quel momen­to non han­no alter­na­ti­va: insom­ma deci­do­no ciò che sono social­men­te costret­ti a deci­de­re. La dis­so­lu­zio­ne o l’im­pos­si­bi­li­tà del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta li ren­de libe­ri di accet­ta­re que­sti rap­pre­sen­tan­ti.
Han­no tor­to gli alchi­mi­sti, le due uni­fi­ca­zio­ni sono alter­na­ti­ve, il media­to­re ester­no non potrà che por­si come sog­get­to e farà del­la clas­se un suo pre­di­ca­to, è una pura inge­nui­tà pen­sa­re che i pro­le­ta­ri pos­sa­no tene­re il con­trol­lo di una uni­fi­ca­zio­ne fat­ta da altri.
Non c’è col­le­ga­men­to diret­to tra un pro­le­ta­rio e l’al­tro, non sono lega­ti tra loro, ma cia­scu­no è lega­to all’i­sti­tu­zio­ne e attra­ver­so que­sta si col­le­ga­no.
Insom­ma riman­go­no iso­la­ti, anco­ra una vol­ta. Ecco per­ché l’o­pe­ra­io iso­la­to non è sol­tan­to il pun­to di par­ten­za del par­ti­to ma anche il suo risul­ta­to sto­ri­co. Il par­ti­to (8), come lo Sta­to e come il capi­ta­le, ripro­du­ce così di con­ti­nuo le con­di­zio­ni del­la sua esi­sten­za.
In un sen­so più ampio que­sto iso­la­men­to è il gran­de risul­ta­to sto­ri­co del­la pro­du­zio­ne di mer­ci e del­lo Sta­to moder­no, il «lato magni­fi­co» dice Marx: que­sta con­nes­sio­ne, que­sta uni­fi­ca­zio­ne rei­fi­ca­ta, ester­na, indi­pen­den­te dal­la volon­tà e dal­la con­sa­pe­vo­lez­za dei sin­go­li, che tut­ta­via fun­zio­na, è rea­le, assi­cu­ra l’u­ni­ver­sa­li­tà dei col­le­ga­men­ti.
Que­sta uni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta, ester­na, è cer­to pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di uni­fi­ca­zio­ne. Ma è anche insul­so pen­sa­re que­sta uni­fi­ca­zio­ne ester­na come la sola pos­si­bi­le, inscin­di­bi­le dal­la con­di­zio­ne del­l’o­pe­ra­io per­ché que­sto sareb­be capa­ce solo di riven­di­ca­zio­ni eco­no­mi­che, iso­la­te, cor­po­ra­ti­ve, ecc.
Que­sto pun­to di vista non tie­ne con­to, da un lato, del­le «fer­ro­vie» di cui par­la­va Marx. Dal­l’al­tro non tie­ne con­to del­la natu­ra del­la media­zio­ne ester­na, che è una uni­fi­ca­zio­ne che si tra­mu­ta di con­ti­nuo in iso­la­men­to, che è volon­tà ope­ra­ia che si cri­stal­liz­za, si sepa­ra, cade in mano ad altri e fini­sce col con­trap­por­si come cosa indi­pen­den­te e aven­te esi­sten­za al di fuo­ri, indi­pen­den­te­men­te dal­l’o­pe­ra­io cui appar­te­ne­va. Sono anche qui, in que­sto tipo di iso­la­men­to, le ragio­ni del­la spin­ta ope­ra­ia all’au­to­no­mia, dei con­ti­nui ten­ta­ti­vi di una diver­sa uni­fi­ca­zio­ne, diret­ta, imme­dia­ta.
Que­sto pun­to di vista cre­de che l’u­ni­fi­ca­zio­ne, la rap­pre­sen­tan­za, la stra­te­gia, il pro­get­to poli­ti­co, la pre­sa del pote­re pra­ti­ca­ti da un par­ti­to, sia­no la rea­liz­za­zio­ne ope­ra­ia di que­ste cose; ma che poi sono sta­te adul­te­ra­te dal­la dege­ne­ra­zio­ne, dal­la buro­cra­zia, dagli erro­ri, dai tra­di­men­ti, dal revi­sio­ni­smo, ecc.. O anche che, cer­to, i par­ti­ti sino­ra han­no fal­li­to i ten­ta­ti­vi di rea­liz­zar­le nel­la loro for­ma vera­men­te ope­ra­ia, ma che ora, con in pugno la vera dot­tri­na, sarà final­men­te pos­si­bi­le.
A costo­ro va rispo­sto che il par­ti­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na – è effet­ti­va­men­te la rea­liz­za­zio­ne del­la rap­pre­sen­tan­za, del­la uni­fi­ca­zio­ne, del­la stra­te­gia, del­la pre­sa del pote­re, e che que­gli ele­men­ti di dege­ne­ra­zio­ne che com­pa­io­no a distor­cer­ne la natu­ra «ope­ra­ia» sono dege­ne­ra­zio­ni imma­nen­ti al par­ti­to, alla media­zio­ne ester­na, e appun­to la rea­liz­za­zio­ne del­la pre­sa del pote­re, del­la rap­pre­sen­tan­za e del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne che si mostra­no come pote­re di Sta­to, buro­cra­zia, iso­la­men­to.
È desi­de­rio tan­to pio quan­to scioc­co che la rap­pre­sen­tan­za non si svi­lup­pi in buro­cra­zia o che l’u­ni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta non si risol­va in iso­la­men­to.
Que­sto pun­to di vista, che va alla risco­per­ta del­la purez­za del par­ti­to, non vede o dimen­ti­ca la sto­ria, ed è con­dan­na­to a ripe­ter­la.

2.

Se voles­si­mo iden­ti­fi­ca­re dopo il 1850 i cicli di lot­ta e di appren­di­men­to descrit­ti da Vester (9) fino a quel­la data, dovrem­mo tener con­to, da un lato, del­l’af­fer­mar­si del­le gran­di orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to – par­ti­ti e sin­da­ca­ti – che han­no dato all’al­ter­nar­si di quei cicli una svol­ta isti­tu­zio­na­le; dal­l’al­tro, del con­ti­nuo riaf­fer­mar­si dei gran­di movi­men­ti di mas­sa auto­no­mi, al di fuo­ri o in alter­na­ti­va a quel­le orga­niz­za­zio­ni (10).
La sto­ria del pro­le­ta­ria­to si mostra così come un intrec­cio 1) di orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma e 2) di orga­niz­za­zio­ne sin­da­ca­le e di par­ti­to.
Que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne poi, la loro sto­ria, le leg­gi del loro alter­nar­si sono così stret­ta­men­te lega­te alle vicen­de del­lo Sta­to poli­ti­co e del­la socie­tà civi­le che non si vede come sia pos­si­bi­le ana­li­si che non le con­si­de­ri tut­te.
Dun­que la sto­ria del pro­le­ta­ria­to non può esse­re inte­sa come sto­ria del­le sue isti­tu­zio­ni (11) e del­le rela­ti­ve ideo­lo­gie e stra­te­gie, né come sto­ria dei soli momen­ti alti, dei gran­di movi­men­ti spon­ta­nei.
È neces­sa­rio risa­li­re all’am­bi­gui­tà del­lo Sta­to moder­no, alle sue con­trad­di­zio­ni: sono que­ste che pun­tual­men­te si riflet­to­no nel­la sto­ria del pro­le­ta­ria­to e del­le sue isti­tu­zio­ni. L’in­trec­cio di que­ste due sto­rie, di quel­la del­le mas­se e di quel­la dei comi­ta­ti cen­tra­li, di que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne cioè, lo si può coglie­re cri­ti­ca­men­te solo nel con­te­sto più gene­ra­le di una ana­li­si del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co.
Così que­sti pro­ble­mi di sto­ria del pro­le­ta­ria­to ne coin­vol­go­no altri, e rin­via­no tut­ti all’a­na­li­si degli isti­tu­ti fon­da­men­ta­li del mon­do moder­no e dun­que alla mar­xia­na cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, che dovrà costi­tui­re per­ciò l’as­se del­l’in­da­gi­ne.
Scri­ve Marx nel 1875, che in una «socie­tà col­let­ti­vi­sta, fon­da­ta sul­la pro­prie­tà comu­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne, i pro­dut­to­ri non scam­bia­no i loro pro­dot­ti; tan­to meno il lavo­ro incor­po­ra­to nei pro­dot­ti appa­re come valo­re di que­sti pro­dot­ti, come una pro­prie­tà ogget­ti­va da essi pos­se­du­ta, per­ché ora, in con­trap­po­sto alla socie­tà capi­ta­li­sti­ca, non è più indi­ret­ta­men­te ma diret­ta­men­te che i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no par­te inte­gran­te del lavo­ro del­la comu­ni­tà» (12).
In real­tà tut­ta l’o­pe­ra di Marx, può esse­re vista come l’a­na­li­si di que­sto pro­ces­so indi­ret­to attra­ver­so il qua­le, nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no lavo­ro socia­le. E dun­que come il lavo­ro indi­vi­dua­le, attra­ver­so tra­sfor­ma­zio­ni suc­ces­si­ve, in un pro­ces­so che l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca non riu­sci­va a vede­re, si tra­sfor­mi fino ad emer­ge­re alla super­fi­cie nel­le cate­go­rie del prez­zo di mer­ca­to, del pro­fit­to, ecc.
Che ruo­lo abbia la poli­ti­ca in que­sto pro­ces­so indi­ret­to, che ruo­lo svol­ga­no lo Sta­to e il dirit­to, Marx lo ha accen­na­to in innu­me­re­vo­li pas­si.
La rico­stru­zio­ne del­la cri­ti­ca mar­xia­na del­la poli­ti­ca e del dirit­to, nodo cen­tra­le sia per quan­to riguar­da lo stu­dio del capi­ta­li­smo sia per quan­to riguar­da la tran­si­zio­ne dal capi­ta­li­smo ad un’al­tra socie­tà, è ormai un pro­ble­ma che richie­de solu­zio­ne e lo dimo­stra la ripre­sa degli stu­di in que­sta dire­zio­ne. Natu­ral­men­te l’or­ga­niz­za­zio­ne del pro­le­ta­ria­to, come vedre­mo, non sfug­ge a que­sta cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, soprat­tut­to dopo l’af­fer­mar­si dei gran­di par­ti­ti e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li: le descri­zio­ni che ne ha fat­to la socio­lo­gia, da Rober­to Michels (13) in poi, non sono di gran­de aiu­to. Ci sono buo­ne ragio­ni dun­que per que­sta ripre­sa, anche se fino­ra sono sta­ti trop­po tra­scu­ra­ti a que­sto fine gli scrit­ti di cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca che Marx ripre­se a par­ti­re dal 1857.
Cer­to alla luce di que­sti, che cul­mi­ne­ran­no con la pub­bli­ca­zio­ne del pri­mo volu­me del Capi­ta­le e che con­ti­nue­ran­no, non sap­pia­mo con qua­le inten­si­tà per via degli ine­di­ti (14), fino alla mor­te, diven­ta mol­to discu­ti­bi­le una sepa­ra­zio­ne, sia pure per como­di­tà di lavo­ro, del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia da quel­la del­la poli­ti­ca e del dirit­to; in que­sti scrit­ti qua­si ad ogni pagi­na ci sono ele­men­ti di “poli­ti­ca”. Se Marx pri­vi­le­gia la strut­tu­ra eco­no­mi­ca del­la socie­tà, ciò non è dovu­to al fat­to che Marx sia un «eco­no­mi­sta», né al fat­to che il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le è la con­di­zio­ne del pro­ces­so vita­le socia­le, poli­ti­co, intel­let­tua­le, ecc.: sic­co­me ciò vale per tut­te le epo­che, non ci direb­be anco­ra nul­la sul per­ché di que­sta scel­ta fat­ta a pro­po­si­to del­la socie­tà bor­ghe­se. La ragio­ne sta inve­ce nel fat­to che pro­prio il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le spie­ga per­ché nel­la socie­tà bor­ghe­se la par­te prin­ci­pa­le è rap­pre­sen­ta­ta dal­l’e­co­no­mia, così come è sem­pre il modo di pro­dur­re che spie­ga per­ché nel mon­do anti­co la par­te prin­ci­pa­le era rap­pre­sen­ta­ta dal­la poli­ti­ca e nel Medioe­vo era rap­pre­sen­ta­ta dal cat­to­li­ce­si­mo (15).
Nel­la socie­tà bor­ghe­se insom­ma, la pro­du­zio­ne pre­ce­de la comu­ni­tà, vi sono rap­por­ti socia­li tra le cose e rap­por­ti di cose tra gli uomi­ni, e chi vuo­le ana­liz­za­re que­sta socie­tà deve ana­liz­za­re que­sti rap­por­ti. Infat­ti ora non ci sono più rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, il lavo­ra­to­re è libe­ro dagli anti­chi vin­co­li di clien­te­la, di ser­vi­tù, di pre­sta­zio­ne, per­ché lo scam­bio «ren­de super­fluo il gre­ga­ri­smo e lo dis­sol­ve» (16). I lega­mi dove­va­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc. fin quan­do il pote­re del dena­ro non era anco­ra diven­ta­to il nexus rerum et homi­num.
Ora inve­ce l’u­ni­co nexus è il dena­ro e il lavo­ra­to­re è libe­ro. Ma è una liber­tà dupli­ce, per­ché il lavo­ra­to­re libe­ro da que­gli anti­chi rap­por­ti è anche libe­ro da ogni ave­re, da ogni for­ma di esi­sten­za ogget­ti­va, da ogni pro­prie­tà. È libe­ro, pri­vo del­le con­di­zio­ni ogget­ti­ve, dei mez­zi di sus­si­sten­za, del­lo stru­men­to di lavo­ro, che una vol­ta, d’u­ne maniè­re ou d’u­ne autre (17) dice Marx, nel bene e nel male, era­no pro­prie­tà del­le mas­se. Con la con­se­guen­za di gran­de impor­tan­za che «la cosa che gli si con­trap­po­ne è ora diven­ta­ta la vera comu­ni­tà che egli cer­ca di far sua e dal­la qua­le inve­ce vie­ne ingo­ia­to» (18).
Dun­que sem­bra que­sta la ragio­ne per cui Marx, inve­ce di un trat­ta­to sul­lo Sta­to, ci ha lascia­to la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. La cri­ti­ca di Marx, insom­ma, sco­pre la pri­ma­rie­tà dei rap­por­ti socio-eco­no­mi­ci su quel­li poli­ti­co-giu­ri­di­ci: se si affron­tas­se­ro solo que­sti ulti­mi, sarem­mo costret­ti, per spie­gar­li, a uscir fuo­ri dal­la loro dimen­sio­ne. Già Rous­seau d’al­tra par­te ave­va intui­to (19) che un popo­lo è un popo­lo pri­ma di dar­si a un re.
Marx mostra in modo defi­ni­ti­vo che volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za, che sono i pila­stri di tut­to il pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, pre­sup­pon­go­no rap­por­ti di pro­du­zio­ne bor­ghe­si ed han­no come base il valo­re di scam­bio.
«Non solo dun­que ugua­glian­za e liber­tà sono rispet­ta­ti nel­lo scam­bio basa­to sui valo­ri di scam­bio», scri­ve Marx nei Grun­dris­se, ma que­sto scam­bio «è anzi la base pro­dut­ti­va, rea­le di ogni ugua­glian­za e liber­tà. Come idee pure esse ne sono sol­tan­to le espres­sio­ni idea­liz­za­te; e in quan­to si svi­lup­pa­no in rap­por­ti giu­ri­di­ci, poli­ti­ci e socia­li, esse sono sol­tan­to que­sta base ad una diver­sa poten­za» (20). L’u­gua­glian­za si pone mate­rial­men­te, esi­ste espres­sa­men­te in for­ma ogget­ti­va, un lavo­ra­to­re o un re, dice Marx, che acqui­sti­no la stes­sa mer­ce, sono com­ple­ta­men­te ugua­li, qual­sia­si dif­fe­ren­za tra loro è can­cel­la­ta per­ché tut­ti e due si pre­sen­ta­no come pos­ses­so­ri di dena­ro. A sua vol­ta il ven­di­to­re si pre­sen­ta sol­tan­to come il pos­ses­so­re di una mer­ce che cor­ri­spon­de al dena­ro dei com­pra­to­ri. D’al­tra par­te si trat­ta di una tran­sa­zio­ne volon­ta­ria, l’in­di­vi­duo agi­sce in pie­na liber­tà, non c’è nes­su­na vio­len­za; o meglio, se vio­len­za c’è, que­sta non vie­ne dal­l’e­ster­no, ma dal­l’in­te­res­se che l’in­di­vi­duo ha a sod­di­sfa­re i suoi biso­gni. In que­sto sen­so volon­tà è ugua­le a inte­res­se.
È dun­que qui nel­la cir­co­la­zio­ne, nei rap­por­ti di dena­ro, la base dei rap­por­ti giu­ri­di­co-poli­ti­ci del­la socie­tà bor­ghe­se. Ed è qui, nel­la cir­co­la­zio­ne, che «cer­ca scam­po la demo­cra­zia bor­ghe­se» (21), cioè in que­sto pro­ces­so di super­fi­cie dove tut­te le anti­te­si imma­nen­ti appa­io­no can­cel­la­te, dove i vin­co­li di dipen­den­za per­so­na­le sono spez­za­ti, dove non ci sono più dif­fe­ren­ze di san­gue, di edu­ca­zio­ne, ecc., dove gli indi­vi­dui scam­bia­no come per­so­ne libe­re e indi­pen­den­ti.
Que­sta sfe­ra insom­ma «sedu­ce la demo­cra­zia» (22), ma non solo quel­la «bor­ghe­se»; «vie­ne in luce – scri­ve Marx – l’i­net­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti (soprat­tut­to dei fran­ce­si, che pre­ten­do­no di addi­ta­re il socia­li­smo come rea­liz­za­zio­ne del­le idee del­la socie­tà bor­ghe­se espres­se dal­la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se), i qua­li dimo­stra­no che lo scam­bio, il valo­re di scam­bio ecc., sono ori­gi­na­ria­men­te (ossia nel tem­po) o con­cet­tual­men­te (ossia nel­la for­ma ade­gua­ta) un siste­ma del­la liber­tà e ugua­glian­za di tut­ti, ma sono sta­ti poi adul­te­ra­ti dal dena­ro, dal capi­ta­le ecc.» (23).
Que­sta «inet­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti» accom­pa­gne­rà la socie­tà bor­ghe­se sino alla sua fine. Dopo Prou­d­hon si è ripre­sen­ta­ta. Da un lato i social­de­mo­cra­ti­ci che han­no pre­te­so rica­va­re dai prin­ci­pi libe­ra­li tra­di­zio­na­li una pro­ble­ma­ti­ca socia­li­sta: Bern­stein, Laski, Stra­chey, che con Loc­ke e Kant in tasca si sono assun­ti il com­pi­to super­fluo, direb­be Marx, di vole­re rea­liz­za­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, cioè l’e­spres­sio­ne idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, «ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (24). Vede que­sta «inet­ti­tu­di­ne» Sola­ri che scri­ve: «Illo­gi­ci sono quel­li che in favo­re del quar­to sta­to invo­ca­no i prin­ci­pi indi­vi­dua­li­sti del­lo sta­to di dirit­to, dan­do ad essi una esten­sio­ne e un signi­fi­ca­to che cer­ta­men­te non com­por­ta­no» (25).
D’al­tra par­te que­sto pun­to di vista riaf­fio­ra, anche se in un altro con­te­sto, in colo­ro che riten­go­no che lo Sta­to sia uno Sta­to di clas­se per­ché non rea­liz­ze­reb­be le affer­ma­zio­ni con­te­nu­te nel­le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che sareb­be­ro dun­que nien­t’al­tro che un «ingan­no». Quin­di allo «Sta­to socia­li­sta» spet­te­reb­be il com­pi­to di attua­re quei dirit­ti che lo Sta­to bor­ghe­se use­reb­be solo come fac­cia­ta. Que­sto pun­to di vista ricor­da anco­ra Prou­d­hon quan­do affer­ma che «la pro­prie­tà è un fur­to»: in real­tà se è vero che sem­pre il capi­ta­li­sta cer­ca di paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re, è però vero che non è que­sto il modo di fun­zio­na­re del­la socie­tà bor­ghe­se: Marx mostra che lo sfrut­ta­men­to non è un fur­to, ma che si veri­fi­ca pro­prio quan­do vie­ne rispet­ta­ta la leg­ge del valo­re. La stes­sa cosa si può dire del­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo: è uno Sta­to di clas­se non per­ché non rispet­ta le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che è cer­ta­men­te una voca­zio­ne del­la bor­ghe­sia, come lo è la peren­ne ten­den­za a paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re; ma è uno Sta­to di clas­se pro­prio nel suo nor­ma­le fun­zio­na­men­to per il solo fat­to che trat­ta in modo ugua­le indi­vi­dui disu­gua­li, che è ad un tem­po la carat­te­ri­sti­ca del­lo scam­bio di valo­ri di scam­bio e del­la nor­ma astrat­ta e gene­ra­le del dirit­to for­ma­le (26).
Dun­que la sfe­ra giu­ri­di­co-poli­ti­ca è espres­sio­ne dei rap­por­ti eco­no­mi­ci più sem­pli­ci, del­la cir­co­la­zio­ne cioè, del­lo scam­bio di mer­ci, del mer­ca­to, di que­sta «sfe­ra rumo­ro­sa che sta alla super­fi­cie ed è acces­si­bi­le a tut­ti gli sguar­di» nel­la qua­le «cer­ca scam­po la demo­cra­zia», e «il libe­ro-scam­bi­sta vul­ga­ris pren­de a pre­sti­to con­ce­zio­ni, con­cet­ti e nor­me per il suo giu­di­zio sul­la socie­tà del capi­ta­le» (27).
Ma que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, del­lo scam­bio, pre­sa auto­no­ma­men­te è una pura astra­zio­ne, per­ché si trat­ta di un pro­ces­so super­fi­cia­le al fon­do del qua­le si veri­fi­ca­no ben altri pro­ces­si; quin­di se non si lascia que­sta sfe­ra, se non ci si adden­tra nel «segre­to labo­ra­to­rio del­la pro­du­zio­ne» (28) non si può vede­re come il valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in capi­ta­le e come il lavo­ro che pro­du­ce valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in lavo­ro sala­ria­to, e quin­di non si vedrà nean­che come il siste­ma del dena­ro, che è effet­ti­va­men­te il siste­ma del­la ugua­glian­za, del­la liber­tà, del­la volon­tà, del dirit­to, si con­ver­ta poi in disu­gua­glian­za, illi­ber­tà, moder­no pri­vi­le­gio. È inte­res­san­te a que­sto pun­to con­fron­ta­re due pas­si, uno di Marx ed uno di Hegel, nei qua­li, men­tre que­st’ul­ti­mo si limi­ta a con­sta­ta­re come il dena­ro ren­da pos­si­bi­le il dirit­to e la liber­tà sog­get­ti­va, restan­do impi­glia­to in que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, Marx, che cono­sce le più pro­fon­de anti­te­si per­ché è entra­to, a dif­fe­ren­za di Hegel, dove non si entra «except on busi­ness» e si pro­du­ce il plu­sva­lo­re, può, dal can­to suo, con­sta­ta­re ben altri pro­ces­si.
I due pas­si sono paral­le­li. Scri­ve Hegel nei Linea­men­ti di Filo­so­fia del Dirit­to (29): «Ciò che si deve pre­sta­re [allo Sta­to], sola­men­te se sia ridot­to a dena­ro, in quan­to valo­re uni­ver­sa­le esi­sten­te del­le cose e del­le pre­sta­zio­ni, può esse­re deter­mi­na­to in manie­ra giu­sta e, nel­lo stes­so tem­po, in modo che i lavo­ri e i ser­vi­gi par­ti­co­la­ri, che il sin­go­lo può pre­sta­re, sia­no media­ti dal suo arbi­trio». Può sor­pren­de­re, con­ti­nua Hegel, che «lo Sta­to non esi­ga una pre­sta­zio­ne diret­ta, ma pre­ten­da la sola ric­chez­za che si pre­sen­ta come mone­ta […] la mone­ta non è una ric­chez­za par­ti­co­la­re accan­to alle altre, ma è l’u­ni­ver­sa­le di esse, in quan­to si pro­du­co­no nel­la este­rio­ri­tà del­l’e­si­sten­za, nel­la qua­le esse pos­so­no esse­re inte­se in quan­to cosa. Sol­tan­to in que­sto estre­mo este­rio­re, è pos­si­bi­le la deter­mi­na­tez­za quan­ti­ta­ti­va e, quin­di, la giu­sti­zia e l’e­gua­glian­za del­le pre­sta­zio­ni – Pla­to­ne nel suo Sta­to, fa asse­gna­re dai supe­rio­ri gli indi­vi­dui alle clas­si par­ti­co­la­ri e impor­re loro le pre­sta­zio­ni par­ti­co­la­ri […]; nel­la monar­chia feu­da­le, i vas­sal­li ave­va­no, pari­men­ti, ser­vi­zi inde­ter­mi­na­ti ma da pre­sta­re anche nel­la loro par­ti­co­la­ri­tà: p. es., l’uf­fi­cio di giu­di­ce e simi­li; le pre­sta­zio­ni in Orien­te, in Egit­to per le smi­su­ra­te archi­tet­tu­re etc., sono del pari di qua­li­tà par­ti­co­la­re etc. In que­sti rap­por­ti, man­ca il prin­ci­pio del­la liber­tà sog­get­ti­va, per cui il fat­to sostan­zia­le del­l’in­di­vi­duo, il qua­le in tali pre­sta­zio­ni è, quan­to al suo con­te­nu­to, un che di par­ti­co­la­re, è media­to dal­la sua volon­tà par­ti­co­la­re; – dirit­to, il qua­le è pos­si­bi­le uni­ca­men­te per la pre­te­sa del­le pre­sta­zio­ni nel­la for­ma del valo­re gene­ra­le, e il qua­le è la ragio­ne che ha pro­dot­to que­sta tra­sfor­ma­zio­ne».
Ed ecco come Marx trat­ta lo stes­so argo­men­to, nel Fram­men­to del testo pri­mi­ti­vo (1858) di Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, dove scri­ve che la monar­chia asso­lu­ta, essa stes­sa già pro­dot­to del­la ric­chez­za bor­ghe­se ad un gra­do ormai non più com­pa­ti­bi­le con i vec­chi rap­por­ti feu­da­li, per esse­re in gra­do di eser­ci­ta­re la sua auto­ri­tà su tut­ti i pun­ti – e fino alla peri­fe­ria – del ter­ri­to­rio, ha biso­gno di una leva mate­ria­le: il pote­re del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le e di una ric­chez­za del tut­to indi­pen­den­te da par­ti­co­la­ri rap­por­ti loca­li, natu­ra­li, indi­vi­dua­li. Ave­va biso­gno del­la ric­chez­za nel­la sua for­ma di dena­ro. «La monar­chia asso­lu­ta si com­por­ta per­ciò in modo atti­vo nel tra­sfor­ma­re il dena­ro in mez­zo di paga­men­to uni­ver­sa­le. Il che si può otte­ne­re sol­tan­to attra­ver­so la cir­co­la­zio­ne for­za­ta, che fa cir­co­la­re i pro­dot­ti al di sot­to del loro valo­re. Per essa la tra­sfor­ma­zio­ne di tut­te le impo­ste in dena­ro è que­stio­ne vita­le. Quin­di, ad un pri­mo sta­dio, la tra­sfor­ma­zio­ne del­le pre­sta­zio­ni natu­ra­li in paga­men­ti in dena­ro appa­re come la sop­pres­sio­ne di tut­ti i rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, come vit­to­ria del­la socie­tà bor­ghe­se, che si riscat­ta in dena­ro con­tan­te dai vin­co­li che la impri­gio­na­no» (30). Hegel, come abbia­mo visto, è fer­mo a que­sto «pri­mo sta­dio».
«Da par­te roman­ti­ca» inve­ce, que­sto pro­ces­so vie­ne visto come «sosti­tu­zio­ne di gret­ti e indif­fe­ren­ti rap­por­ti mone­ta­ri al posto del vario e vario­pin­to lega­me uma­no», men­tre, già sot­to Lui­gi XIV, a Boi­sguil­le­bert il dena­ro appa­re come male­di­zio­ne uni­ver­sa­le che «fa lan­gui­re le rea­li fon­ti di pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za». «II dena­ro – scri­ve inve­ce Marx – è pro­prie­tà “imper­so­na­le”. In esso io pos­so por­ta­re in giro con me, nel­la mia tasca, l’u­ni­ver­sa­le pote­re socia­le, l’u­ni­ver­sa­le rap­por­to socia­le come una cosa nel­le mani del­la per­so­na pri­va­ta, che pro­prio in quan­to tale eser­ci­ta poi que­sto pote­re» (31). E nei Grun­dris­se: «Lo scam­bio gene­ra­le del­le atti­vi­tà e dei pro­dot­ti, che è diven­ta­to con­di­zio­ne di vita per ogni sin­go­lo indi­vi­duo, il nes­so che uni­sce l’u­no all’al­tro, si pre­sen­ta ad essi estra­neo, indi­pen­den­te, come una cosa. Nel valo­re di scam­bio la rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra cose; la capa­ci­tà per­so­na­le, in una capa­ci­tà del­le cose […]. Strap­pa­te alla cosa que­sto pote­re socia­le e dovre­te dar­lo alle per­so­ne sul­le per­so­ne», per­ché se man­ca la for­za socia­le del mez­zo di scam­bio diven­ta neces­sa­ria «la for­za del­la comu­ni­tà che lega insie­me gli indi­vi­dui, il rap­por­to patriar­ca­le, la comu­ni­tà anti­ca, il feu­da­le­si­mo e la cor­po­ra­zio­ne » (32). Nel 1851 Marx ave­va scrit­to: «Ciò che ogni sin­go­lo indi­vi­duo pos­sie­de nel dena­ro è una gene­ri­ca pos­si­bi­li­tà di scam­bio, median­te la qua­le egli può sta­bi­li­re a suo pia­ci­men­to e in pie­no dirit­to la sua par­te­ci­pa­zio­ne ai pro­dot­ti socia­li. Cia­scun indi­vi­duo pos­sie­de il pote­re socia­le nel­la sua tasca sot­to for­ma di una cosa. Toglie­te alla cosa que­sto pote­re socia­le, e dovre­te dare que­sto pote­re imme­dia­ta­men­te alla per­so­na sul­la per­so­na. Sen­za il dena­ro dun­que non è pos­si­bi­le svi­lup­po indu­stria­le alcu­no. I lega­mi devo­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc., fin quan­do il pote­re del dena­ro non è diven­ta­to il nexus rerum et homi­num» (33).
Dun­que men­tre Hegel vede nel­l’af­fer­mar­si del dena­ro la pos­si­bi­li­tà del dirit­to e del­la liber­tà sog­get­ti­va, in con­trap­po­si­zio­ne ai rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, per Marx que­sta del­l’in­di­pen­den­za per­so­na­le è cer­to una for­ma socia­le impor­tan­te, che segue quel­la del­la dipen­den­za per­so­na­le, ma è una for­ma socia­le fon­da­ta sul­la dipen­den­za mate­ria­le. Indi­pen­den­za per­so­na­le nel­la cir­co­la­zio­ne, ma dipen­den­za mate­ria­le nel­la pro­du­zio­ne. Tener­si alla cir­co­la­zio­ne dun­que, non solo non per­met­te di vede­re la dipen­den­za mate­ria­le, ma, ed è la con­se­guen­za più gra­ve, non per­met­te di capi­re che in real­tà que­sta secon­da for­ma sta crean­do le con­di­zio­ni di una ter­za, del­la «libe­ra indi­vi­dua­li­tà, fon­da­ta sul­lo svi­lup­po uni­ver­sa­le degli indi­vi­dui e sul­la subor­di­na­zio­ne del­la loro pro­dut­ti­vi­tà col­let­ti­va, socia­le, egua­le loro patri­mo­nio socia­le» (34).
Insom­ma è di gran­de impor­tan­za la distin­zio­ne che Marx fa tra cir­co­la­zio­ne e pro­du­zio­ne. Da que­sto pun­to di vista la cri­ti­ca all’e­co­no­mia clas­si­ca, a Smith e a Ricar­do, è l’e­sat­to pen­dant del­la cri­ti­ca a Rous­seau e a Hegel, e al pen­sie­ro poli­ti­co moder­no. La sco­per­ta del plu­sva­lo­re avreb­be spie­ga­to a Ricar­do il per­ché del­la “ecce­zio­ne” alla teo­ria del valo­re che Ricar­do non può spie­gar­si per­ché rima­ne fer­mo alla distri­bu­zio­ne; avreb­be mostra­to a Rous­seau, che pure l’a­ve­va intui­to, che la volon­tà non è e non può esse­re la base del dirit­to e ad Hegel che la liber­tà sog­get­ti­va si con­ver­te in illi­ber­tà.
Ora, tut­te le con­trad­di­zio­ni non solo del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, ma del­le stes­se isti­tu­zio­ni, del­lo stes­so Sta­to moder­no, sono l’e­sat­to cor­ri­spon­den­te del­le dif­fi­col­tà e del­le con­trad­di­zio­ni del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca e del fat­to che lo scam­bio di equi­va­len­ti nel­la cir­co­la­zio­ne si con­ver­te in uno scam­bio ine­gua­le nel­la pro­du­zio­ne: per que­sto, pas­san­do dal­la cir­co­la­zio­ne alla pro­du­zio­ne, volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za si con­ver­to­no nel loro con­tra­rio.
Scri­ve Marx: «que­sto scam­bio di equi­va­len­ti avvie­ne ma è solo lo stra­to super­fi­cia­le di una pro­du­zio­ne che si fon­da sul­la appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio; ma sot­to la par­ven­za del­lo scam­bio. Que­sto siste­ma di scam­bio si fon­da sul capi­ta­le in quan­to sua base, e se lo si con­si­de­ra sepa­ra­ta­men­te da quel­lo, così come esso si mostra alla super­fi­cie, come siste­ma auto­no­mo, allo­ra è una mera par­ven­za ma una par­ven­za neces­sa­ria. E per­ciò non c’è più da mera­vi­gliar­si se il siste­ma dei valo­ri di scam­bio – scam­bio di equi­va­len­ti misu­ra­ti sul­la base del lavo­ro – si ribal­ta o piut­to­sto mostra come suo fon­do nasco­sto, l’ap­pro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, la com­ple­ta sepa­ra­zio­ne tra lavo­ro e pro­prie­tà» (35).
Insom­ma lo scam­bio di equi­va­len­ti sem­bra pre­sup­por­re la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. E a que­sto si fer­ma l’e­co­no­mia vol­ga­re «che vede sol­tan­to le cose pro­dot­te». Ma l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro e la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to sono due cose com­ple­ta­men­te diver­se. Il lavo­ro ogget­ti­va­to signi­fi­ca non ogget­ti­vi­tà del­l’o­pe­ra­io. «Nel­la socie­tà bor­ghe­se il lavo­ra­to­re – dice Marx – non ha una esi­sten­za ogget­ti­va, esi­ste solo sog­get­ti­va­men­te» (36). Il lavo­ro ogget­ti­va­to insom­ma è ogget­ti­vi­tà con­trap­po­sta all’o­pe­ra­io, è pro­prie­tà di una volon­tà a lui estra­nea. È qui che nasce lo Sta­to moder­no: ciò che si pre­sen­ta­va pri­ma come un pro­ces­so rea­le, cioè la appro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro, diven­ta ora pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; cioè si pre­sen­ta come un rap­por­to giu­ri­di­co, come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne, e quin­di ha biso­gno di esse­re «legal­men­te rico­no­sciu­to» di esse­re «posto come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le» (37).
Lo scam­bio di equi­va­len­ti, cioè, la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, que­sto pro­ces­so super­fi­cia­le, iden­ti­fi­ca la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro con la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to. Tut­to ciò «sedu­ce la demo­cra­zia», ha «sedot­to» quei socia­li­sti che pen­sa­va­no che vi potes­se esse­re capi­ta­le sen­za capi­ta­li­sti, che è come dire appun­to pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to e nel­lo stes­so tem­po pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. Ma «il capi­ta­le è neces­sa­ria­men­te al tem­po stes­so capi­ta­li­sta» (38).
Con l’ar­ti­gia­na­to cit­ta­di­no, seb­be­ne esso si basi essen­zial­men­te sul­lo scam­bio, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si pre­sen­ta come un pro­ces­so rea­le, e dun­que ha biso­gno di ben poche leg­gi; non ha nes­sun biso­gno di esse­re rico­no­sciu­to come rap­por­to giu­ri­di­co per­ché appun­to è un pro­ces­so rea­le. Lo sco­po imme­dia­to del­l’ar­ti­gia­no non è quel­lo di arric­chir­si ma di sus­si­ste­re in quan­to arti­gia­no. Quan­do inve­ce si inco­min­cia a pro­dur­re per l’ar­ric­chi­men­to, quan­do la pro­du­zio­ne si espan­de, quan­do lo scam­bio di equi­va­len­ti si gene­ra­liz­za, allo­ra l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro si con­ver­te nel­la pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; e come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne ha biso­gno di esse­re legal­men­te rico­no­sciu­ta, di esse­re posta come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, per­ché ormai il pro­ces­so rea­le è un altro, ormai lo scam­bio di equi­va­len­ti, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si rove­scia, dice Marx, « si mostra, attra­ver­so una dia­let­ti­ca neces­sa­ria, come sepa­ra­zio­ne asso­lu­ta di lavo­ro e pro­prie­tà, e appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, sen­za equi­va­len­te. La pro­du­zio­ne basa­ta sul valo­re di scam­bio, alla cui super­fi­cie si svol­ge quel­lo scam­bio libe­ro ed ugua­le di equi­va­len­ti, è alla base uno scam­bio di lavo­ro ogget­ti­va­to in quan­to valo­re di uso, o, si può anche dire, un rap­por­to del lavo­ro con le sue con­di­zio­ni ogget­ti­ve – e quin­di con la ogget­ti­vi­tà da essa stes­sa crea­ta – in quan­to pro­prie­tà altrui: alie­na­zio­ne del lavo­ro » (39).
Ecco dun­que qua­li sono i fon­da­men­ti del­la leg­ge, del dirit­to, del­la volon­tà gene­ra­le.
Marx così ha dato nuo­vo spes­so­re a ciò che ave­va scrit­to per esem­pio oltre die­ci anni pri­ma nel­l’I­deo­lo­gia Tede­sca, dove mostra­va che in real­tà l’e­si­sten­za del­la leg­ge e del­lo Sta­to non dipen­de dal­la volon­tà degli indi­vi­dui, non dipen­de dal­la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te, e tan­to meno dal­la volon­tà del­le clas­si domi­na­te, le qua­li fino a quan­do lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve non lo per­met­te­rà «vor­reb­be­ro l’im­pos­si­bi­le se aves­se­ro la volon­tà di abo­li­re la con­cor­ren­za e con essa lo Sta­to e la leg­ge» (40).
Tema ripre­so da Marx qua­si tren­t’an­ni dopo in pole­mi­ca con Baku­nin: «La volon­tà e non la situa­zio­ne eco­no­mi­ca, è la base del­la sua rivo­lu­zio­ne socia­le». (Appun­ti sul libro di Baku­nin « Sta­to e anar­chia »).
Tra i nume­ro­si pas­si sul­la volon­tà, si veda­no per esem­pio que­sti: a pag. 60 del­l’I­deo­lo­gia tede­sca, cit. « Poi­ché lo Sta­to è la for­ma in cui gli indi­vi­dui di una clas­se domi­nan­te fan­no vale­re i loro inte­res­si comu­ni e in cui si rias­su­me l’in­te­ra socie­tà civi­le di un’e­po­ca, ne segue che tut­te le isti­tu­zio­ni comu­ni pas­sa­no attra­ver­so l’in­ter­me­dia­rio del­lo Sta­to e rice­vo­no una for­ma poli­ti­ca. Di qui l’il­lu­sio­ne che la leg­ge ripo­si sul­la volon­tà e anzi sul­la volon­tà strap­pa­ta dal­la sua base rea­le, sul­la volon­tà libe­ra. Allo stes­so modo, il dirit­to a sua vol­ta vie­ne ridot­to alla leg­ge. Il dirit­to pri­va­to si svi­lup­pa con­tem­po­ra­nea­men­te alla pro­prie­tà pri­va­ta dal­la dis­so­lu­zio­ne del­la comu­ni­tà natu­ra­le ».
A pagi­na 61: «Nel dirit­to pri­va­to i rap­por­ti di pro­prie­tà esi­sten­ti sono espres­si come risul­ta­to del­la volon­tà gene­ra­le. Lo stes­so ius uten­di et abu­ten­di espri­me da una par­te il fat­to che la pro­prie­tà pri­va­ta è diven­ta­ta del tut­to indi­pen­den­te dal­la comu­ni­tà, dal­l’al­tra l’il­lu­sio­ne che la pro­prie­tà pri­va­ta stes­sa sia fon­da­ta sul­la pura volon­tà pri­va­ta, sul dispor­re ad arbi­trio del­la cosa. Nel­la pra­ti­ca l’a­bu­ti ha limi­ti assai deter­mi­na­ti per il pro­prie­ta­rio pri­va­to, se non vuo­le veder pas­sa­re la sua pro­prie­tà e quin­di il suo ius abu­ten­di in mani altrui, poi­ché in real­tà la cosa, con­si­de­ra­ta uni­ca­men­te in rap­por­to alla sua volon­tà, non è affat­to una cosa, ma sol­tan­to nel­lo scam­bio e indi­pen­den­te­men­te dal dirit­to diven­ta una cosa, diven­ta pro­prie­tà rea­le (un rap­por­to che i filo­so­fi chia­ma­no un’i­dea). Que­sta illu­sio­ne giu­ri­di­ca che ridu­ce il dirit­to alla pura volon­tà con­du­ce neces­sa­ria­men­te a que­sto, nel­lo svi­lup­po ulte­rio­re dei rap­por­ti di pro­prie­tà, che cia­scu­no può ave­re un tito­lo giu­ri­di­co a una cosa sen­za ave­re real­men­te la cosa. […] Que­sta stes­sa illu­sio­ne dei giu­ri­sti spie­ga come per essi e per ogni codi­ce in gene­re sia casua­le che degli indi­vi­dui entri­no in rap­por­ti fra loro (per esem­pio: con­trat­ti), e come secon­do loro que­sti rap­por­ti sia­no di quel­li che si pos­so­no strin­ge­re o non strin­ge­re, a pia­ce­re, e il cui con­te­nu­to dipen­de dal­l’ar­bi­trio indi­vi­dua­le dei con­traen­ti ». E a pag. 189: «Tan­to Kant quan­to i bor­ghe­si tede­schi, dei qua­li egli era l’en­co­mia­sti­co por­ta­vo­ce, non si accor­se­ro che alla base di quei pen­sie­ri teo­ri­ci dei bor­ghe­si era­no inte­res­si mate­ria­li e una volon­tà con­di­zio­na­ta e deter­mi­na­ta dai rap­por­ti mate­ria­li di pro­du­zio­ne; egli quin­di sepa­rò quel­la espres­sio­ne teo­ri­ca dagli inte­res­si che essa espri­me, fece del­le deter­mi­na­zio­ni del­la volon­tà, mate­rial­men­te moti­va­te, del­la bor­ghe­sia fran­ce­se, auto­de­ter­mi­na­zio­ni pure del­la ‘libe­ra volon­tà ‘, del­la volon­tà in sé e per sé, del­la volon­tà uma­na, e le tra­sfor­mò così in deter­mi­na­zio­ni ideo­lo­gi­che pura­men­te con­cet­tua­li e in postu­la­ti mora­li».
Del resto, pri­ma che le con­di­zio­ni sia­no svi­lup­pa­te al pun­to di poter­la pro­dur­re, «que­sta volon­tà, nasce sol­tan­to nel­l’im­ma­gi­na­zio­ne degli ideo­lo­gi. Una vol­ta che le con­di­zio­ni sono abba­stan­za svi­lup­pa­te per pro­dur­la, l’i­deo­lo­go può imma­gi­nar­si que­sta volon­tà come pura­men­te arbi­tra­ria, e tale quin­di da poter esse­re con­ce­pi­ta in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za» (41).
Insom­ma non è la volon­tà a fare le leg­gi, come cre­do­no i «visio­na­ri, che nel dirit­to e nel­la leg­ge vedo­no la domi­na­zio­ne di una volon­tà gene­ra­le, per sé indi­pen­den­te» (42).
Eppu­re, a guar­da­re bene, tut­to que­sto c’è anche in Rous­seau; anche se cer­to in for­ma fan­ta­sti­ca, a cau­sa del­l’as­sen­za di una ana­li­si dei rap­por­ti eco­no­mi­ci.
In real­tà la volon­tà gene­ra­le – nel Con­trat Social – non è che poi voglia mol­to: si limi­ta a ren­de­re obbli­ga­to­rie le leg­gi, che in fon­do tro­va bel­le e fat­te.
Insom­ma Rous­seau – che pure nel Discor­so sul­l’i­ne­gua­glian­za ave­va intui­to la base del dirit­to e del­la leg­ge – nel Con­trat­to imma­gi­na, seguen­do la tra­di­zio­ne, un miti­co legi­sla­to­re «intel­li­gen­za supe­rio­re», «uomo straor­di­na­rio», «ci vor­reb­be­ro degli dei per dare leg­gi agli uomi­ni» (43). L’u­ni­ca fun­zio­ne del­la Volon­tà gene­ra­le sem­bra esse­re quel­la di obbli­ga­re i sin­go­li (44).
Marx ha ripor­ta­to con for­za que­sto legi­sla­to­re dal mito alla real­tà. Il legi­sla­to­re di Rous­seau fa la fine che fa Gio­ve con la sco­per­ta del para­ful­mi­ne. Tut­ta­via que­ste dif­fi­col­tà in Rous­seau e in Hegel, come d’al­tra par­te le dif­fi­col­tà del­la teo­ria del valo­re in Smith e in Ricar­do, sono dif­fi­col­tà rea­li, pas­sa­te dal­la real­tà nei libri. Marx riu­sci­rà a scan­da­gliar­le entram­be con la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca.
Le leg­gi, come le mer­ci, ci sono sem­pre sta­te, ma solo nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, e nel­lo Sta­to moder­no che gli cor­ri­spon­de, esse si gene­ra­liz­za­no. Entram­be pog­gia­no sul­la stes­sa base, sono neces­sa­rie per lo stes­so moti­vo: «l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri, e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» (45).
Tra i pro­prie­ta­ri pri­va­ti c’è un rap­por­to di reci­pro­ca estra­nei­tà, essi si affron­ta­no come per­so­ne indi­pen­den­ti l’u­na dal­l’al­tra, «il con­te­gno degli uomi­ni, pura­men­te ato­mi­sti­co nel loro pro­ces­so socia­le di pro­du­zio­ne, e quin­di la for­ma di cosa dei loro pro­pri rap­por­ti di pro­du­zio­ne, indi­pen­den­te dal loro con­trol­lo e dal loro con­sa­pe­vo­le agi­re indi­vi­dua­le, si mostra­no in pri­mo luo­go nel fat­to che i pro­dot­ti del loro lavo­ro assu­mo­no gene­ral­men­te la for­ma di mer­ce» (46).
Sono que­ste le con­di­zio­ni nel­le qua­li si pro­du­ce la volon­tà.
Dun­que si trat­ta di una volon­tà che non può esse­re con­ce­pi­ta «in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za», che non è pura­men­te arbi­tra­ria, ma è con­di­zio­na­ta dal modo di pro­du­zio­ne, dai rap­por­ti rea­li, dal­la vita mate­ria­le degli indi­vi­dui. Que­sta volon­tà è l’in­te­res­se pri­va­to e «il suo con­te­nu­to, come la for­ma e i mez­zi del­la sua rea­liz­za­zio­ne, sono dati da con­di­zio­ni socia­li indi­pen­den­ti da tut­ti» (47).
La cri­stal­liz­za­zio­ne di que­sta volon­tà nel­la leg­ge, dun­que, è un pro­dot­to neces­sa­rio del­lo stes­so pro­ces­so che ha por­ta­to all’af­fer­mar­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti e dun­que all’af­fer­mar­si del­la stes­sa volon­tà. Infat­ti, le per­so­ne indi­pen­den­ti, i pro­prie­ta­ri pri­va­ti, han­no biso­gno di dare alla loro volon­tà – che è nien­te altro che il loro inte­res­se – una espres­sio­ne uni­ver­sa­le. E si badi che que­sta for­ma di leg­ge che essi impon­go­no alla loro volon­tà, non dipen­de da una scel­ta arbi­tra­ria. Essi insom­ma sono costret­ti ad assi­cu­ra­re le con­di­zio­ni entro le qua­li i rap­por­ti di pro­du­zio­ne esi­sten­ti pos­sa­no con­ti­nua­re ad affer­mar­si. E pro­prio per que­sto si ren­de neces­sa­rio che que­sti rap­por­ti sia­no vali­di per tut­ti.
La leg­ge dun­que è l’e­spres­sio­ne del­la volon­tà dei pro­prie­ta­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti, con­di­zio­na­ta dai loro inte­res­si comu­ni (48).
È così che lo Sta­to moder­no si svi­lup­pa insie­me allo svi­lup­par­si del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Nel­la misu­ra in cui, affer­man­do­si le per­so­ne indi­pen­den­ti, si affer­ma la loro volon­tà, que­sta deve neces­sa­ria­men­te tra­sfor­mar­si in leg­ge. È un pro­ces­so mol­to simi­le, e non è pura ana­lo­gia ma dipen­de dal­l’og­get­to stes­so di cui si trat­ta, a quel­lo del­la neces­sa­ria tra­sfor­ma­zio­ne dei pro­dot­ti del lavo­ro in mer­ci (49).
La volon­tà del­l’in­di­vi­duo, poi­ché ora egli è libe­ro da ogni lega­me con altri uomi­ni, può affer­mar­si non imme­dia­ta­men­te ben­sì solo assu­men­do que­sta for­ma gene­ra­le, dopo un pro­ces­so com­ples­so il cui model­lo più com­piu­to è il moder­no Sta­to rap­pre­sen­ta­ti­vo. Ma in che modo la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te rie­sce a por­si come espres­sio­ne uni­ver­sa­le, come leg­ge del­lo Sta­to, attra­ver­so qua­le pro­ces­so rie­sce a far appa­ri­re «come vali­de per tut­ti» le con­di­zio­ni del­la pro­pria esi­sten­za, assi­cu­ran­do­ne così la con­ti­nui­tà con­tro altre clas­si?
E dopo l’af­fer­mar­si del suf­fra­gio uni­ver­sa­le il pro­ble­ma diven­ta: attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà dei domi­na­ti pren­de la for­ma di leg­ge del­lo Sta­to? Cioè attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà si distac­ca dal lavo­ra­to­re iso­la­to fino a diven­ta­re una volon­tà che gli si con­trap­po­ne, pro­prio come il pro­dot­to del suo lavo­ro che si stac­ca da lui e gli si con­trap­po­ne come capi­ta­le?
Come Smith intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re lo scam­bio tra capi­ta­le e lavo­ro dal­la leg­ge del­lo scam­bio di equi­va­len­ti e non può chia­rir­si que­sta con­trad­di­zio­ne per­ché con­trap­po­ne diret­ta­men­te il capi­ta­le al lavo­ro, inve­ce che alla for­za lavo­ro, così la con­ce­zio­ne idea­li­sti­ca del­lo Sta­to (50), che cre­de che si trat­ti sol­tan­to del­la volon­tà, e che sia la volon­tà gene­ra­le espres­sa sot­to for­ma di leg­ge a lega­re gli indi­vi­dui – con­ce­zio­ne che coin­ci­de con la qua­si tota­li­tà del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no (51) – intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re la leg­ge dal­la volon­tà popo­la­re per­ché con­sta­ta che il prin­ci­pio demo­cra­ti­co del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo, con l’av­ven­to dei “gran­di Sta­ti” – cioè con l’af­fer­mar­si del­la bor­ghe­sia, se da un lato rag­giun­ge una esten­sio­ne sen­za pre­ce­den­ti, dal­l’al­tro deve cede­re alla neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti, alla neces­sa­ria media­zio­ne dei par­ti­ti, ecc., modi­fi­can­do­si sostan­zial­men­te: pro­prio nel momen­to del­la sua mas­si­ma esten­sio­ne sem­bra non vale­re più.
E quin­di o riman­da quel prin­ci­pio ai «pic­co­li sta­ti» al «popo­lo di dei» (52) pro­prio come Smith riman­da­va la leg­ge del valo­re agli sta­di « pri­mi­ti­vi e roz­zi ».
Oppu­re, come nel­la repub­bli­ca di Kant, fa coe­si­ste­re il pri­ma­to del­la leg­ge e la non sovra­ni­tà del popo­lo, men­tre Hegel (al para­gra­fo 301 dei Linea­men­ti di filo­so­fia del dirit­to) scri­ve, con remi­ni­scen­za rous­so­ia­na, il popo­lo è «la par­te che non sa quel che vuo­le» e, con remi­ni­scen­za kan­tia­na: «sape­re che cosa si vuo­le e, ancor più, che cosa vuo­le la volon­tà che è in sé la ragio­ne, è il frut­to di una cono­scen­za e di una pene­tra­zio­ne più pro­fon­da che, appun­to, non è affa­re del popo­lo».
Oppu­re affer­ma che si trat­ta di una fin­zio­ne (si ricor­di il «fur­to» di Prou­d­hon), come nel caso di Kel­sen: «una fin­zio­ne, anche quan­do esi­ste un lega­me più o meno stret­to tra la volon­tà dei rap­pre­sen­tan­ti e la volon­tà dei rap­pre­sen­ta­ti, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za in una costi­tu­zio­ne fon­da­ta sugli Sta­ti, secon­do le cui dispo­si­zio­ni i rap­pre­sen­tan­ti degli Sta­ti sono vin­co­la­ti alle istru­zio­ni dei loro elet­to­ri, e pos­so­no esse­re rimos­si in qual­sia­si momen­to. Anche in que­sti casi, infat­ti, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te è diver­sa da quel­la del rap­pre­sen­ta­to. La fin­zio­ne del­l’i­den­ti­tà di volon­tà è anco­ra più chia­ra se la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te non è in alcun modo lega­ta alla volon­tà del rap­pre­sen­ta­to, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za […] del popo­lo in un par­la­men­to moder­no, i cui mem­bri sono giu­ri­di­ca­men­te indi­pen­den­ti nel­l’e­ser­ci­zio del­le loro fun­zio­ni: situa­zio­ne che si vuol defi­ni­re dicen­do che han­no “man­da­to non vin­co­lan­te”» (53).
Insom­ma, demo­cra­ti­ci o no, al pen­sie­ro poli­ti­co l’e­qua­zio­ne «leg­ge-volon­tà popo­la­re» non rie­sce, pro­prio come non rie­sce a Smith l’e­qua­zio­ne valo­re-lavo­ro: que­sti ne con­clu­de che la leg­ge del valo­re-lavo­ro con­te­nu­to non rego­la il modo di pro­du­zio­ne di mer­ci; quel­li che il prin­ci­pio del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne non si rea­liz­za nel­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo.
Il che è cer­ta­men­te vero se si con­si­de­ra la clas­se ope­ra­ia e il suo inte­res­se ad abo­li­re gli attua­li rap­por­ti di pro­du­zio­ne.
Ma non è vero se si con­si­de­ra­no ope­rai e capi­ta­li­sti come agen­ti del­lo scam­bio, il cui inte­res­se con­si­ste nel far rispet­ta­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, ecc. È in que­sti rap­por­ti che «cer­ca scam­po» lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo, che in que­sto sen­so è vera­men­te lo Sta­to del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo: solo che le dif­fi­col­tà che con­tra­sta­no l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne sono le dif­fi­col­tà stes­se del­la volon­tà; è l’e­si­sten­za stes­sa di que­sta «volon­tà» – che por­ta segna­ta in fron­te la sua appar­te­nen­za ad indi­vi­dui iso­la­ti che scam­bia­no le loro mer­ci – ad indi­ca­re che la sua auto­de­ter­mi­na­zio­ne non potrà rea­liz­zar­si che come volon­tà di garan­ti­re i rap­por­ti di scam­bio.
Cioè come volon­tà di tene­re in pie­di uno Sta­to a garan­zia del­le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne. Il lavo­ra­to­re può dav­ve­ro espri­me­re la sua volon­tà: ma può esse­re solo la volon­tà di un indi­vi­duo che scam­bia la sua mer­ce sul mer­ca­to, e come tale il suo inte­res­se è che ven­ga ven­du­ta al suo valo­re, che ven­ga rispet­ta­ta l’u­gua­glian­za e la liber­tà, ecc., ecc. Ciò che tie­ne uni­to lo Sta­to, scri­ve Hegel, non è la for­za, ma «uni­ca­men­te il sen­ti­men­to fon­da­men­ta­le del­l’or­di­ne, che tut­ti han­no». Que­sta e solo que­sta è la volon­tà che può esse­re espres­sa: la volon­tà del­la per­so­na iso­la­ta (abbia­mo visto che il par­ti­to non modi­fi­ca que­sto iso­la­men­to), del­l’a­gen­te del­lo scam­bio.
Cioè una volon­tà ugua­glia­ta, astrat­ta; quan­do com­pra­no la stes­sa mer­ce, ope­ra­io e capi­ta­li­sta sono ugua­li. Ed è que­sta volon­tà che può/​deve diven­ta­re gene­ra­le. E se è come agen­ti del mer­ca­to che pos­so­no esse­re ugua­li, è dun­que solo in que­sta sfe­ra che si pos­so­no equi­pa­ra­re le volon­tà. Se si pre­sen­tas­se­ro come agen­ti del­l’al­tra sfe­ra, del­la pro­du­zio­ne, l’u­gua­glian­za ver­reb­be can­cel­la­ta, non sareb­be­ro più com­pa­ra­bi­li, non si arri­ve­reb­be mai a una leg­ge. Dun­que non la volon­tà di agen­te del­la pro­du­zio­ne, ma solo quel­la di agen­te del­lo scam­bio può esse­re ugua­glia­ta.
La pos­si­bi­li­tà di que­sto ugua­glia­men­to è la pos­si­bi­li­tà stes­sa del­lo Sta­to moder­no.
Insom­ma biso­gna déna­tu­rer ope­rai sala­ria­ti e capi­ta­li­sti spo­stan­do­li nel­la cir­co­la­zio­ne dove ricom­pa­io­no tut­ti come pro­prie­ta­ri di mer­ci, libe­ri, egua­li e indi­pen­den­ti. «Pro­prio l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» scri­ve Marx, «ren­de neces­sa­rio il rin­ne­ga­men­to di se stes­si nel­la leg­ge e nel dirit­to» (54). Ecco per­ché per Marx il con­trat social di Rous­seau, che «met­te in rap­por­to e in col­le­ga­men­to, median­te un pat­to, sog­get­ti per natu­ra indi­pen­den­ti», altro non è che «l’an­ti­ci­pa­zio­ne del­la “socie­tà bor­ghe­se” che si pre­pa­ra­va dal XVI seco­lo e che nel XVIII ha com­piu­to pas­si da gigan­te ver­so la sua matu­ri­tà» (55).
Di diver­so avvi­so è l’in­ter­pre­ta­zio­ne secon­do la qua­le la leg­ge e la volon­tà gene­ra­le di Rous­seau non avreb­be­ro nien­te a che fare con la socie­tà bor­ghe­se. Rous­seau si sareb­be fer­ma­to alla socia­liz­za­zio­ne solo poli­ti­ca non per­ché «sta anti­ci­pan­do la socie­tà bor­ghe­se», ma sol­tan­to per un limi­te sto­ri­co-ogget­ti­vo inva­li­ca­bi­le.
Tan­to che baste­reb­be aggiun­ger­vi la socia­liz­za­zio­ne del­la pro­prie­tà per fare del Con­trat social il model­lo del comu­ni­smo. Que­sta inter­pre­ta­zio­ne ha cer­to avu­to gran­di meri­ti nel con­tra­sta­re lo sta­li­ni­smo, e ne ha tut­to­ra per ciò che riguar­da le liber­tà civi­li. Ma non si può tace­re che rischia di fini­re nell’«utopismo di non capi­re la neces­sa­ria dif­fe­ren­za tra con­fi­gu­ra­zio­ne rea­le e idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, e di voler­si per­ciò assu­me­re il com­pi­to super­fluo di voler­ne rea­liz­za­re di nuo­vo l’e­spres­sio­ne idea­le, ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (56).
Quan­to alla dispu­ta sul­la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­ti­va, se la volon­tà pos­sa esse­re rap­pre­sen­ta­ta (Rous­seau), se la rap­pre­sen­tan­za sia una fin­zio­ne (Kel­sen) ecc., va osser­va­to che se il cit­ta­di­no potes­se dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma, se cioè pos­se­des­se i mez­zi per espri­mer­la, fareb­be le leg­gi e non andreb­be a vota­re. Ma una coin­ci­den­za diret­ta tra volon­tà e leg­ge abo­li­reb­be o il prin­ci­pio del dirit­to di voto che si gene­ra­liz­za pro­prio con la demo­cra­zia moder­na, oppu­re la stes­sa demo­cra­zia moder­na che si basa appun­to sul­la volon­tà dele­ga­ta. La volon­tà può diven­ta­re gene­ra­le solo se rom­pe i loca­li­smi, i par­ti­co­la­ri­smi, in coin­ci­den­za con l’e­sten­der­si del mer­ca­to: quin­di, se una con­di­zio­ne del­la volon­tà gene­ra­le è l’e­si­sten­za di cit­ta­di­ni libe­ri, cioè capa­ci di vole­re, altra con­di­zio­ne è che sia­no libe­ri anche dai mez­zi per espri­me­re que­sta volon­tà, che altri­men­ti si espri­me­reb­be in altro modo che nel­la leg­ge del­lo Sta­to.
Infat­ti men­tre pri­ma, nel bene e nel nude, mez­zi di espres­sio­ne e volon­tà ade­ri­va­no – si pen­si alle auto­no­mie nel Medioe­vo e per­si­no nel­la monar­chia asso­lu­ta – (57) con lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo anche la deci­sio­ne di costrui­re un pon­te nel più sper­du­to vil­lag­gio, dice Marx nel Diciot­to Bru­ma­io, diven­ta un pro­ble­ma di Sta­to. La dipen­den­za mate­ria­le per­met­te ora una cen­tra­liz­za­zio­ne – gra­zie al dena­ro, come abbia­mo visto – che la dipen­den­za per­so­na­le non per­met­te­va: vie­ne tut­to accen­tra­to e i cit­ta­di­ni sono pri­va­ti dei mez­zi di espres­sio­ne del­la loro volon­tà. È que­sta una azio­ne siste­ma­ti­ca del­lo Sta­to moder­no, che fa i suoi pri­mi pas­si con la monar­chia asso­lu­ta.
I rap­pre­sen­tan­ti, cioè il par­la­men­to, sono ora il mez­zo per espri­me­re la volon­tà. Alla super­fi­cie del­la demo­cra­zia bor­ghe­se le leg­gi appa­io­no come volon­tà dei cit­ta­di­ni. In real­tà per diven­ta­re leg­ge la volon­tà deve esse­re dap­pri­ma rap­pre­sen­ta­ta. Il cit­ta­di­no non può dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma; al con­tra­rio, subi­sce un pro­ces­so di astra­zio­ne, di egua­glia­men­to, al ter­mi­ne del qua­le non può real­men­te deci­de­re, ma solo deci­de­re che altri deci­da, e solo a que­sta con­di­zio­ne può espri­me­re la sua volon­tà.
Iden­ti­fi­can­do leg­gi e volon­tà dei cit­ta­di­ni si pon­go­no come coin­ci­den­ti cose che non lo sono: si sal­ta­no ter­mi­ni medi che inve­ce van­no svi­lup­pa­ti. Per diven­ta­re leg­ge le volon­tà dei sin­go­li deb­bo­no tra­sfor­mar­si nel­la volon­tà di un ter­zo che le equi­pa­ri, le equi­val­ga.
La volon­tà del rap­pre­sen­tan­te dun­que è una volon­tà accan­to alle altre, accan­to a quel­la dei rap­pre­sen­ta­ti; ma ne è l’e­qui­va­len­te gene­ra­le.
Ciò che vie­ne dele­ga­ta non è la volon­tà che «o è quel­la stes­sa o è un’al­tra: non c’è via di mez­zo» (58). Infat­ti si pre­sen­ta diret­ta­men­te al rap­pre­sen­tan­te non la volon­tà ma il cit­ta­di­no. Ciò che que­sti dele­ga non è la volon­tà ma la capa­ci­tà di vole­re («Si può tra­smet­te­re il pote­re non la volon­tà») (59). Appe­na la sua volon­tà vie­ne eser­ci­ta­ta («duran­te l’e­le­zio­ne dei mem­bri del par­la­men­to») (60) essa ha già ces­sa­to di appar­te­ner­gli («appe­na que­sti sono elet­ti, esso diven­ta schia­vo, non è più nien­te») (61); da quel momen­to non è più capa­ce di vole­re e quin­di non può più dele­ga­re alcun­ché. La volon­tà è la sostan­za del­la dele­ga, ma essa stes­sa non vie­ne dele­ga­ta.
Rous­seau e Kel­sen inve­ce pre­ten­do­no, come abbia­mo visto, iden­ti­tà imme­dia­ta tra volon­tà e leg­ge; que­sto indu­ce il pri­mo a riman­da­re la demo­cra­zia al «popo­lo di dei», il secon­do a far deri­va­re la nor­ma dal­la nor­ma. Tut­ti e due con­tro la rap­pre­sen­tan­za, per­do­no l’oc­ca­sio­ne di ana­liz­zar­la e ten­go­no nei con­fron­ti di que­sta media­zio­ne lo stes­so atteg­gia­men­to degli «abo­li­zio­ni­sti del­la mone­ta» nei con­fron­ti del­l’al­tro media­to­re, il dena­ro.
Rous­seau arri­ve­rà ad ammet­te­re, nel­le Con­si­de­ra­zio­ni sul Gover­no di Polo­nia, la neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti nei gran­di Sta­ti, anche se con tut­te le cau­te­le pos­si­bi­li, man­da­to impe­ra­ti­vo, rota­zio­ne ecc.; pre­cau­zio­ni che, abbia­mo visto, lo stes­so Kel­sen non tro­va mol­to effi­ca­ci e con ragio­ne: pre­ten­de­re che la rap­pre­sen­tan­za vin­co­la­ta non si svi­lup­pi in rap­pre­sen­tan­za non vin­co­la­ta è come pre­ten­de­re che la pro­du­zio­ne di mer­ci non si svi­lup­pi in pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca di mer­ci (62)


In real­tà, insom­ma, la rap­pre­sen­tan­za si svi­lup­pa neces­sa­ria­men­te insie­me allo svi­lup­par­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti, come il dena­ro con le mer­ci.
Il per­ché del­la demo­cra­zia moder­na, indi­ret­ta, non sta nei «gran­di nume­ri», nel fat­to che non è pos­si­bi­le nei «gran­di Sta­ti» sta­re tut­ti in una piaz­za. Se fos­se così l’e­let­tro­ni­ca (63) potreb­be risol­ve­re il pro­ble­ma. Il per­ché sta inve­ce negli indi­vi­dui iso­la­ti pro­dut­to­ri di mer­ci, pri­va­ti e indi­pen­den­ti. Se ce ne fos­se­ro anche solo due in una piaz­za, si sbra­ne­reb­be­ro per­ché i loro inte­res­si, acco­sta­ti diret­ta­men­te, sareb­be­ro incon­ci­lia­bi­li, bel­lum omnium con­tro omnes.
Ecco per­ché nes­su­no scam­bio sareb­be pos­si­bi­le sen­za il valo­re di scam­bio, «media­to­re uni­ver­sa­le» (64). I rap­por­ti tra gli uomi­ni deb­bo­no esse­re media­ti dal­le cose fin­ché sono pro­dut­to­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti ecc. La sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, il mer­ca­to, assi­cu­ra que­sta media­zio­ne. È qui che cia­scu­no, per­se­guen­do il suo inte­res­se pri­va­to, per­se­gue l’in­te­res­se gene­ra­le (65). È que­sto il regno del­la «Prov­vi­den­za onni­scal­tra», del­la «mano invi­si­bi­le».
Ora, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te, del­la éli­te poli­ti­ca, si pone come media­zio­ne uni­ver­sa­le solo incar­nan­do que­sto inte­res­se gene­ra­le che, abbia­mo visto, non può esse­re che «l’E­den dei dirit­ti» (66), le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne.
Dun­que dire rap­pre­sen­tan­te signi­fi­ca dire liber­tà, ugua­glian­za, pro­prie­tà, leg­ge, dirit­to, ecc..
La social­de­mo­cra­zia tede­sca era fat­ta di «rap­pre­sen­tan­ti»: sta qui la radi­ce del­l’in­vo­lu­zio­ne, non negli «erro­ri» e nei «tra­di­men­ti».
I par­ti­ti poli­ti­ci e i sin­da­ca­ti rap­pre­sen­ta­no (67) sì inte­res­si con­tra­stan­ti, ma nel­la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, lot­ta­no per sta­bi­li­re le con­di­zio­ni del­la distri­bu­zio­ne (que­sto va det­to agli sraf­fìa­ni che, come Ricar­do, si fer­ma­no a que­sta sfe­ra): un par­ti­to – o un sin­da­ca­to – che agis­se per modi­fi­ca­re le con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne, sareb­be «anti­co­sti­tu­zio­na­le»; ma que­sto, lo vedre­mo, non è e non può esse­re l’af­fa­re dei rap­pre­sen­tan­ti.
È neces­sa­rio dun­que esa­mi­na­re il pro­ces­so attra­ver­so il qua­le le orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to si sono tra­sfor­ma­te fino a pren­de­re la for­ma dei gran­di par­ti­ti poli­ti­ci costi­tu­zio­na­li e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li, in cor­ri­spon­den­za del­la neces­si­tà del­la lot­ta poli­ti­ca e del­la lot­ta eco­no­mi­ca del pro­le­ta­ria­to.
Si trat­ta di capi­re attra­ver­so qua­le pro­ces­so le lot­te con­tro le con­di­zio­ni stes­se del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, cioè a livel­lo del­la sfe­ra del­la pro­du­zio­ne, deca­do­no con­ti­nua­men­te a livel­lo del­la cir­co­la­zio­ne (68), pren­den­do la for­ma del par­ti­to poli­ti­co e del sin­da­ca­to, rap­pre­sen­tan­ti del pro­le­ta­ria­to per la dife­sa – poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca – del livel­lo sto­ri­co del valo­re del­la for­za-lavo­ro, per la dife­sa cioè del­le con­di­zio­ni gene­ra­li del­la socie­tà bor­ghe­se, del­la leg­ge del valo­re, con­tro una bor­ghe­sia in pre­da alla ver­ti­gi­ne di far sol­di vio­lan­do le sue stes­se leg­gi.
E non si trat­ta del­la man­can­za di una linea rivo­lu­zio­na­ria. «Il pote­re sop­pri­me la liber­tà degli ope­rai così come il capi­ta­le» affer­ma Marx nel 1871; a) movi­men­to eco­no­mi­co e b) azio­ne poli­ti­ca, sono «indis­so­lu­bil­men­te uni­ti » (IX riso­lu­zio­ne del­la Con­fe­ren­za di Lon­dra del 1871).
a) Fin­ché il lavo­ro si cri­stal­liz­za nel­le mer­ci, è in que­sta for­ma che i pro­le­ta­ri pos­so­no riap­pro­priar­se­ne; ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do il pro­dot­to del lavo­ro si pre­sen­te­rà in for­ma di mer­ce sarà impos­si­bi­le una effet­ti­va riap­pro­pria­zio­ne. Dun­que lot­ta sala­ria­le ma nel­lo stes­so tem­po lot­ta con­tro il lavo­ro sala­ria­to, con­tro il rap­por­to di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, con­tro la pro­du­zio­ne di mer­ci.
b) fin­ché la socie­tà espri­me­rà un pote­re poli­ti­co, i pro­le­ta­ri dovran­no lot­ta­re per riap­pro­priar­se­ne, ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do «la for­za socia­le si sepa­ra nel­la figu­ra del­la for­za poli­ti­ca, non sarà pos­si­bi­le nes­su­na eman­ci­pa­zio­ne uma­na (Marx, Que­stio­ne ebrai­ca).
Que­ste cose era­no già chia­re cen­to anni fa. Il pro­ble­ma che si pone dun­que non è quel­lo del­la linea rivo­lu­zio­na­ria, ben­sì quel­lo di capi­re per­ché per esem­pio la social­de­mo­cra­zia tede­sca, che al tem­po del­la sua fon­da­zio­ne que­ste cose le sape­va benis­si­mo, ha segui­to poi un’al­tra stra­da. La sua sto­ria non può esse­re spie­ga­ta con i «tra­di­men­ti» e gli «erro­ri» (Que­sto modo di pro­ce­de­re somi­glia alla pre­te­sa di spie­ga­re la sto­ria dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne come «una fal­si­fi­ca­zio­ne mali­gna­men­te orga­niz­za­ta dai gover­ni»). Né la si può spie­ga­re met­ten­do­la sul con­to del­la «buro­cra­zia»: biso­gne­reb­be spie­ga­re il per­ché del­la buro­cra­zia.
D’al­tra par­te ad impe­dir­ne il desti­no non basta la buo­na volon­tà dei diri­gen­ti, per quan­to essi sog­get­ti­va­men­te pos­sa­no ele­var­si al di sopra dei rap­por­ti che li deter­mi­na­no.
È a que­sti rap­por­ti che biso­gna guar­da­re, alla «strut­tu­ra isti­tu­zio­na­le» di que­sti par­ti­ti.

Note

* Que­ste note sono già appar­se, con qual­che modi­fi­ca, pres­so l’e­di­to­re Fischer di Fran­co­for­te, col tito­lo Arbei­te­rau­to­no­mie und Par­tei nel­lo Jahr­buch Arbei­ter­bewe­gung, n. 3, 1975.
1 KARL MARX, Grun­dris­se der Kri­tik der poli­ti­schen Oeko­no­mie, Die­tz Ver­lag 1953, trad. it. di Enzo Gril­lo: Linea­men­ti fon­da­men­ta­li del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, Firen­ze 1970, volu­me II, p. 123, d’o­ra in poi cita­to come Linea­men­ti.
2 Tra gli scrit­ti più recen­ti di un lun­go dibat­ti­to si veda J.P. SARTRE, Il rischio del­la spon­ta­nei­tà, la logi­ca del­l’i­sti­tu­zio­ne, intro­dot­to da un arti­co­lo di ROSSANA ROSSANDA, Da Marx a Marx. Clas­se e par­ti­to, «il mani­fe­sto», set­tem­bre 1969. Di Sar­tre si veda Cri­ti­que de la rai­son dia­lec­ti­que, trad. it. di PAOLO CARUSO, Mila­no 1963; que­sto libro inte­res­sa qui per un aspet­to che la sini­stra ita­lia­na ha com­ple­ta­men­te tra­scu­ra­to; la descri­zio­ne del­la sto­ria del grup­po che insor­ge, dal pro­le­ta­ria­to in serie al pro­le­ta­ria­to in fusio­ne, al giu­ra­men­to, alla fra­ter­ni­tà-ter­ro­re, fino allo STUPRO isti­tu­zio­na­le (par­ti­to, sin­da­ca­to). L’im­por­tan­za del testo è tale che non si vede come si pos­sa fare poli­ti­ca, o cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, sen­za comun­que tener­ne con­to.
3 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, trad. it. L. Col­let­ti, nel volu­me Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. Roma 1957, p. 172.
4 Mani­fe­sto del par­ti­to comu­ni­sta, I, Bor­ghe­si e pro­le­ta­ri.
5 Ibid.
6 Sono que­ste le ragio­ni che stan­no die­tro al Che fare? di Lenin. Va nota­to che il libro fu scrit­to solo qual­che anno dopo gli Ele­men­ti di scien­za poli­ti­ca, di Gae­ta­no Mosca (1896), e sem­bra esse­re la rispo­sta di sini­stra alla teo­ria del­la clas­se poli­ti­ca.
7 ROSSANA ROSSANDA, art. cit.
8 Non è di que­sto par­ti­to che par­la Marx: «Io ti ricor­do pri­ma di tut­to – scri­ve a Frei­li­grath nel 1860 – che, dopo che la Lega (dei Comu­ni­sti) fu sciol­ta, die­tro mia pro­po­sta, nel novem­bre ’52, io non ho mai appar­te­nu­to, né appar­ten­go a nes­su­na asso­cia­zio­ne, segre­ta o pub­bli­ca; che dun­que il par­ti­to in que­sto sen­so asso­lu­ta­men­te tran­si­to­rio, per me ha ces­sa­to di esi­ste­re da 8 anni. […] Dun­que del «par­ti­to» nel sen­so del­la tua let­te­ra io non so nien­te dal ’52. Se tu sei poe­ta io sono cri­ti­co, e ne ho avu­to sin­ce­ra­men­te abba­stan­za del­le espe­rien­ze fat­te nel ’49–52. La Lega, come la ‘Socie­tà del­le sta­gio­ni’, come cen­to altre socie­tà, sono sol­tan­to un epi­so­dio nel­la sto­ria del par­ti­to, che si costrui­sce natu­ral­men­te (natur­wu­ch­sig) sul ter­re­no del­la socie­tà moder­na… Ho dun­que in que­sta let­te­ra cer­ca­to di eli­mi­na­re l’e­qui­vo­co che io sot­to par­ti­to inten­des­si una ‘Lega’ mor­ta da 8 anni, o una reda­zio­ne di gior­na­le sciol­ta da 12 anni. Sot­to par­ti­to io inten­de­vo il par­ti­to nel gros­so sen­so sto­ri­co del ter­mi­ne».
9 MICHAEL VESTER, Die Entste­hung des Pro­le­ta­ria­ts als Lern­pro­zess, Euro­pai­sche Ver­lag­san­stalt, Frark­furt am Main 1970. Si veda per lo stes­so perio­do l’or­mai clas­si­co E.P. THOMPSON, The Making of the English Wor­king Class, trad. it. di Bru­no Maf­fi, Mila­no 1969.
10 Cfr. VITTORIO FOA, Sin­da­ca­ti e lot­te socia­li in Sto­ria d’I­ta­lia, volu­me quin­to, tomo secon­do, Tori­no 1973, pp. 1718–1828, che rile­va la non coin­ci­den­za tra riscos­sa ope­ra­ia e pro­gres­si elet­to­ra­li dei par­ti­ti ope­rai.
11 Cfr. STEFANI MERLI, Pro­le­ta­ria­to di fab­bri­ca e capi­ta­li­smo indu­stria­le, Firen­ze 1972, p. 25.
12 Cri­ti­ca al pro­gram­ma di Gotha.
13 ROBERTO MICHELS, La socio­lo­gia del par­ti­to poli­ti­co, Bolo­gna 1966.
14 Com’è noto, cir­ca ven­ti­mi­la pagi­ne mano­scrit­te di Marx giac­cio­no anco­ra inde­ci­fra­te negli archi­vi di Mosca. Ne è sta­ta annun­cia­ta la pub­bli­ca­zio­ne per l’an­no 2000. Il Pcus, se tut­to va bene, ci avrà mes­so ottan­t’an­ni per pub­bli­ca­re tut­to Marx.
15 KARL MARX, II Capi­ta­le, Roma 1970, volu­me I, tomo I, p. 96
16 Cfr. KARL MAKX, Linea­men­ti, cit., II, p. 123.
17 Ivi, II, p. 135.
18 Ivi, II, p. 124.
19 J.J. ROUSSEAU, Le con­trat social, III, 15. E si veda UMBERTO CERRONI, Socie­tà civi­le e Sta­to poli­ti­co in Hegel, Bari 1974, p. 76.
20 Linea­men­ti, cit.. I, p. 214.
21 Ivi, I, p. 209.
22 Ivi, I, p. 106.
23 Ivi, I, p. 209.
24 Ibid.
25 G. SOLARI, Indi­vi­dua­li­smo e Dirit­to Pri­va­to, Tori­no 1939, p. 287, cita­to da Cer­ro­ni.
26 Cfr. Cer­ro­ni, cit..
27 KARL MARX, Il Capi­ta­le, cit., I, 1, p. 193.
28 Ibid.
29 Trad. it. F. Mes­si­neo, Bari 1954, § 299, pp. 255, 256, 257.
30 Cfr. KARL MARX, Scrit­ti ine­di­ti di eco­no­mia poli­ti­ca, Roma 1963, p. 34. La tra­du­zio­ne è sta­ta in par­te modi­fi­ca­ta.
31 Ivi, pp. 35, 36.
32 Linea­men­ti, cit., p. 98.
33 Ibid.
34 Ivi, p. 99.
34 Ivi, II, pp. 141, 142.
35 Ivi, II, p. 124.
36 Ivi, II, p. 148.
38 Ivi, II, p. 146.
39 Ivi, II, p. 148.
40 L’i­deo­lo­gia tede­sca, Roma 1958, p. 325.
41 Ibid.
42 Ibid.
43 J.J. ROUSSEAU, Le Con­tract social, II, 7.
44 Ivi II, 7.
45 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
46 II Capi­ta­le, I, I, p. 107.
47 Linea­men­ti, cit., I, p. 97.
48 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., pp. 324–325.
49 Che la mer­ce e lo Sta­to abbia­no la stes­sa strut­tu­ra è sta­to sot­to­li­nea­to tra gli altri da E.B. PASUKANIS, La teo­ria del dirit­to e il mar­xi­smo in Teo­rie sovie­ti­che del dirit­to, Mila­no 1964, che, nota Umber­to Cer­ro­ni, «ha cer­ca­to di esten­de­re, per così dire, al cam­po del­le cate­go­rie giu­ri­di­che il pro­ce­di­men­to gene­ra­le che Marx ha appli­ca­to al cam­po del­le cate­go­rie eco­no­mi­che». Per par­te sua UMBERTO CERRONI, La liber­tà dei moder­ni, Bari 1968, p. 112, ritie­ne che si deb­ba «veri­fi­ca­re se e in che modo dal­la meto­do­lo­gia ela­bo­ra­ta da Marx sia pos­si­bi­le estrar­re una linea di ricer­ca e rico­stru­zio­ne sto­ri­co-teo­ri­ca attor­no al dirit­to che sia in qual­che misu­ra avvi­ci­na­bi­le, per rile­van­za cri­ti­ca, a quel­la che Marx stes­so ha segui­to per l’e­co­no­mia poli­ti­ca nel Capi­ta­le». Si veda anco­ra di UMBERTO CERRONI, Teo­ria del­la cri­si socia­le in Marx, Bari, 1971, dove a p. 177 si osser­va che il dirit­to è «rego­la­to­re for­ma­le, di una equi­va­len­za che non è equi­va­len­za (equi­va­len­za solo per la for­ma), esat­ta­men­te come l’e­qui­va­len­za del­lo scam­bio pro­dut­ti­vo moder­no (sala­rio con­tro uso del­la for­za lavo­ro) è non-equi­va­len­za: appro­pria­zio­ne di plu­sva­lo­re sen­za con­tro­par­ti­ta (Some­thing for nothing). Cri­ti­ca del­lo Sta­to (rap­pre­sen­ta­ti­vo) e cri­ti­ca del dirit­to (for­ma­le) si inne­sta­no alla cri­ti­ca del­la ine­qui­va­len­za del­lo scam­bio che pro­du­ce. Ne nasce una cri­ti­ca socia­le, che si radi­ca ad un livel­lo natu­ra­li­sti­co rispet­to alla sfe­ra del­la volon­tà, pro­prio come la ripre­sa del­le cate­go­rie natu­ra­li­sti­che in eco­no­mia con­sen­te la cri­ti­ca del mec­ca­ni­smo capi­ta­li­sti­co nel suo insie­me». Per un para­go­ne tra valo­re e Sta­to si veda BERTELL OLLMAN, Alienation:Marx’s con­cep­tion of man in capi­ta­li­st socie­ty, Cam­brid­ge, 1971. E anco­ra LAURA AMMANNATI in un sag­gio su Sta­to e mer­ce, con­ve­gno Isso­co, Firen­ze 1975; ALAN WOLFE, New direc­tions in the mar­xi­st theo­ry of poli­tics, «Poli­tics and Socie­ty», IV, n. 2, 1974; FRANCESCO FISTETTI, Cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia e cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, De Dona­to, Bari, 1976.
50 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 329.
51 THOMAS HOBBES: «I lega­mi socia­li si strin­go­no di libe­ra volon­tà », Ele­men­ti filo­so­fi­ci del cit­ta­di­no, Tori­no 1948, p. 76.
52 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 4.
53 HANS KELSEN, Rei­ne Rech­tsleh­re, trad. it. di Mario G. Losa­no La dot­tri­na pura del dirit­to, Tori­no 1966, pp. 332
54 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
55 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, cit., p. 171. Si veda anche L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 73.
56 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 219. L’in­ter­pre­ta­zio­ne alla qua­le si è accen­na­to non tro­va con­cor­de VALENTINO GERRATANA che, per esem­pio, scri­ve, nel­la cita­ta intro­du­zio­ne al Discor­so sul­l’o­ri­gi­ne e i fon­da­men­ti del­l’i­ne­gua­glian­za tra gli uomi­ni, p. 60: «In effet­ti l’i­dea cen­tra­le del Con­trat­to socia­le, il tra­sfe­ri­men­to del­la sovra­ni­tà poli­ti­ca dagli uomi­ni alla leg­ge, come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, media­zio­ne e garan­zia del­la liber­tà di tut­ti, ha qual­co­sa di misti­co e di reli­gio­so: pre­sup­po­ne in ogni caso un mon­do dis­so­cia­to, in cui l’u­ni­ver­sa­le è sepa­ra­bi­le dal par­ti­co­la­re, gli inte­res­si comu­ni dagli inte­res­si pri­va­ti, e che non può vive­re sen­za media­zio­ne reli­gio­sa. Ma si trat­ta di un misti­ci­smo che, indi­pen­den­te­men­te da ogni teo­ria, è pro­dot­to diret­ta­men­te da un pro­ces­so rea­le di misti­fi­ca­zio­ne del­la moder­na socie­tà bor­ghe­se». E anco­ra: «La leg­ge al di sopra degli uomi­ni: è que­sta la solu­zio­ne di Rous­seau, ed è la solu­zio­ne, il gran­de mito, del­la demo­cra­zia bor­ghe­se». A pro­po­si­to di Ger­ra­ta­na, scri­ve EUGENIO GARIN nel­la Intro­du­zio­ne agli Scrit­ti poli­ti­ci, di J.J. Rous­seau, Bari 1971, p. LXI: «Giu­sta­men­te insi­ste sul­la ‘for­te cari­ca mora­le’ V. Ger­ra­ta­na, nel suo sag­gio su L’e­re­sia di J.J. Rous­seau… in cui il rap­por­to con Marx (e Engels) è posto con gran­de misu­ra ». E si veda UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, p. 135: «il radi­ca­li­smo poli­ti­co di Rous­seau get­ta essen­zia­li pre­sup­po­sti poli­ti­ci per la nuo­va rivo­lu­zio­ne socia­le. Li get­ta, ovvia­men­te, alla manie­ra stes­sa in cui la teo­ria valo­re-lavo­ro di Smith e Ricar­do get­ta i pre­sup­po­sti del­la teo­ria mar­xia­na del plu­sva­lo­re. Si trat­ta di un col­le­ga­men­to cri­ti­co». Ed in effet­ti ci sem­bra che i neo-rous­so­ia­ni in ‘poli­ti­ca’ ripe­ta­no le stes­se incom­pren­sio­ni dei neo-ricar­dia­ni in ‘eco­no­mia’.
57 Ambi­ti d’au­to­no­mia, come per esem­pio i ceti pro­vin­cia­li, le asso­cia­zio­ni regio­na­li, le for­ze loca­li, le signo­rie fon­dia­rie e cit­ta­di­ne, i pote­ri inter­me­di, per­si­sto­no cer­ta­men­te, come ele­men­to anti­co, anco­ra duran­te l’as­so­lu­ti­smo. Scri­ve Oestreich: «L’am­mi­ni­stra­zio­ne asso­lu­ti­sta non cono­sce­va nes­sun ‘inqua­dra­men­to’ tota­le di una socie­tà di mas­sa livel­la­ta, fino nel­le fami­glie, non si inge­ri­va nel com­ples­so del­la vita pri­va­ta del sin­go­lo, non pos­se­de­va la bru­ta­le volon­tà e le con­se­guen­ti pos­si­bi­li­tà di diri­ge­re l’o­pi­nio­ne e le ten­den­ze pub­bli­che nel sen­so di una ideo­lo­gia di Sta­to e di par­ti­to uni­ta­ria e uffi­cia­le ». «Non si può asso­lu­ta­men­te par­la­re di un con­trol­lo tota­le del­la sfe­ra pub­bli­ca e per­so­na­le da par­te del­lo Sta­to asso­lu­to». E cita KARL MANNHEIM: «L’as­so­lu­ti­smo era solo appa­ren­te­men­te tota­li­ta­rio. Per lo più esso non pos­se­de­va i mez­zi per espli­ca­re il pre­do­mi­nio sul­la tota­li­tà del­la vita degli abi­tan­ti del ter­ri­to­rio in que­stio­ne». Vedi GERHARD OESTREICH, Pro­ble­mi di strut­tu­ra del­l’as­so­lu­ti­smo euro­peo, trad. it. di Ser­gio Zeni, nel volu­me Lo Sta­to moder­no, Bolo­gna 1971, I, p. 175.
58 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 15.
59 Ivi, II, 1.
60 Ivi, III, 15.
61 Ibid.
62 Cfr. J.J. ROUSSEAU, Con­si­de­ra­zio­ni sul gover­no di Polo­nia, in Scrit­ti poli­ti­ci, Bari 1971, a cura di Maria Garin, volu­me ter­zo, p. 204: «Uno dei mag­gio­ri incon­ve­nien­ti dei gran­di Sta­ti, quel­lo fra tut­ti che fa del­la liber­tà la cosa più dif­fi­ci­le da con­ser­va­re, è che il pote­re legi­sla­ti­vo non può pre­sen­tar­vi­si diret­ta­men­te, e può agi­re solo per depu­ta­zio­ne. La cosa inclu­de aspet­ti buo­ni e cat­ti­vi, ma il male supe­ra il bene. È impos­si­bi­le cor­rom­pe­re il legi­sla­to­re in cor­po, ma ingan­nar­lo è faci­le. I suoi rap­pre­sen­tan­ti, inve­ce, sono dif­fi­ci­li da ingan­na­re, ma faci­li da cor­rom­pe­re, e rara­men­te acca­de che cor­rot­ti non sia­no». «Vedo due mez­zi atti a pre­ve­ni­re il ter­ri­bi­le male del­la cor­ru­zio­ne… muta­re spes­so i rap­pre­sen­tan­ti… impe­gna­re i rap­pre­sen­tan­ti a segui­re scru­po­lo­sa­men­te le istru­zio­ni rice­vu­te». Inve­ce per Lenin man­da­to impe­ra­ti­vo, revo­ca­bi­li­tà per­ma­nen­te, orga­ni­smi ese­cu­ti­vi e legi­sla­ti­vi al tem­po stes­so, costi­tui­reb­be­ro la sop­pres­sio­ne del par­la­men­to. Per una let­tu­ra di Sta­to e rivo­lu­zio­ne di Lenin si veda­no, tra gli altri CABLO CICERCHIA, Leni­ni­smo e rivo­lu­zio­ne socia­li­sta, Bari, 1970, e UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, pp. 123–150. E anco­ra OSKAR ANWEILER, Sto­ria dei soviet, Bari, 1972, e GIULIANO PROCACCI, II par­ti­to nel siste­ma sovie­ti­co. 1917–1945, in «Cri­ti­ca mar­xi­sta», gen­na­io-feb­bra­io, mar­zo-apri­le 1974.
63 Cfr. UMBERTO CERRONI, Tec­ni­ca e liber­tà, Bari 1970 e Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, cit., p. 95.
64 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 96.
65 Ibid.
66 KARL MARX, II capi­ta­le, cit., I, I, p. 193.
67 «Fra l’in­di­vi­duo e lo Sta­to si inse­ri­sco­no quel­le for­ma­zio­ni col­let­ti­ve che, come par­ti­ti poli­ti­ci, rias­su­mo­no le ugua­li volon­tà dei sin­go­li indi­vi­dui». HANS KELSEN, Essen­za e valo­re del­la demo­cra­zia, nel volu­me I fon­da­men­ti del­la demo­cra­zia, Bolo­gna, 1966, p. 24.
68 Cfr. Rifor­ma socia­le o rivo­lu­zio­ne, di ROSA LUXEMBURG.