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Richieste della procura generale della Repubblica di Venezia avverse la sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore presso il Tribunale di Padova il 4 settembre 1981

Il processo del 7 aprile e il perché di alcuni silenzi

Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni è sta­to Giu­di­ce Istrut­to­re a Pado­va nel­l’in­chie­sta giu­di­zia­ria del cosid­det­to “pro­ces­so del 7 Apri­le – tron­co­ne veneto”

da “Que­stio­ne Giu­sti­zia”, fasci­co­lo 4/​2024, rivi­sta di Magi­stra­tu­ra Demo­cra­ti­ca:  inter­ven­to di Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni in occa­sio­ne del Con­ve­gno dedi­ca­to ai sessant’anni di Magi­stra­tu­ra demo­cra­ti­ca – Roma, Cam­pi­do­glio, Sala del­la Pro­to­mo­te­ca, 9–10 novem­bre 2024.

di Gio­van­ni Palombarini

Per coglie­re il sen­so com­ples­si­vo, di fon­do, del pro­ces­so del 7 apri­le 1979, e per capir­ne alcu­ni aspet­ti del tut­to stra­va­gan­ti rispet­to a un nor­ma­le pro­ces­so pena­le, i mol­ti silen­zi, è neces­sa­rio col­lo­car­lo in un ampio perio­do, la secon­da metà del Nove­cen­to, più pro­pria­men­te accan­to alla gran­de vicen­da ita­lia­na, nata e anche fini­ta in quel perio­do, del ten­ta­ti­vo di due sog­get­ti diver­si di por­ta­re il comu­ni­smo alla gui­da del Paese.

La sfi­da poli­ti­ca, anche fuo­ri Pado­va, ma a Pado­va in modo esem­pla­re, para­dig­ma­ti­co, è sta­ta fra i comu­ni­sti sal­da­men­te inqua­dra­ti nel­le orga­niz­za­zio­ni sto­ri­che del movi­men­to ope­ra­io, in par­ti­co­la­re nel Pci, che dal­la Resi­sten­za in poi sem­bra­va diven­ta­re sem­pre più for­te, e i comu­ni­sti che si for­ma­va­no, e così si auto­de­fi­ni­va­no, negli scon­tri socia­li che sta­va­no mol­ti­pli­can­do­si a par­ti­re dall’inizio degli anni ses­san­ta, nel­le fab­bri­che e nel­le scuo­le, richia­man­do­si all’idea del rifiu­to del lavo­ro. Entram­bi i sog­get­ti nel­le loro mani­fe­sta­zio­ni innal­za­va­no la ban­die­ra ros­sa. La nasci­ta dei Qua­der­ni Ros­si nel 1961 e i fat­ti di Piaz­za Sta­tu­to a Tori­no, del luglio 1962, segna­no l’inizio di que­sto feno­me­no, di que­sta sfi­da. Scri­ve­rà Anto­nio Negri qual­che anno dopo: «Nostro com­pi­to è la restau­ra­zio­ne teo­ri­ca del rifiu­to del lavo­ro nel pro­gram­ma, nel­la tat­ti­ca, nel­la stra­te­gia dei comu­ni­sti». Mario Isnen­ghi ha osser­va­to, in pro­po­si­to, che a un cer­to pun­to era matu­ra­to uno scon­tro riso­lu­ti­vo fra due sini­stre: quel­la che anco­ra pren­de­va di richia­mar­si alla “rivo­lu­zio­ne” e non esclu­de­va il ricor­so alla vio­len­za, e quel­la che ave­va smes­so di far­lo – invo­lu­zio­ne o evo­lu­zio­ne che fos­se – in nome del­la Costi­tu­zio­ne e dell’ordine repub­bli­ca­no. Di que­sto scon­tro Pado­va è sta­ta occa­sio­nal­men­te il cen­tro, la spe­ri­men­ta­zio­ne esem­pla­re. Attra­ver­so l’iniziativa del 7 apri­le, le due ipo­te­si “per il comu­ni­smo” si sono dura­men­te scon­tra­te. Quel­la nata più di recen­te ha riven­di­ca­to sem­pre i suoi idea­li. Quan­do la Cor­te d’assise di Pado­va e quel­la d’appello di Roma han­no assol­to le per­so­ne indi­ca­te come i capi del par­ti­to arma­to, in entram­be le aule gli impu­ta­ti e i loro difen­so­ri han­no into­na­to l’Inter­na­zio­na­le.

La cro­na­ca del gior­na­le loca­le Il mat­ti­no di Pado­va die­de l’idea di quel che sta­va suc­ce­den­do, di come comin­cia­va la bat­ta­glia, con que­sto bre­ve arti­co­lo: «Tut­to comin­ciò saba­to 7 apri­le 1979. Alle 10 un aereo atter­rò al “Mar­co Polo” di Tes­se­ra. Ne disce­se­ro una cin­quan­ti­na di uffi­cia­li del­la ex Digos agli ordi­ni di un vice­que­sto­re di Roma, che sali­ro­no su due pull­man, desti­na­zio­ne Pado­va. Nep­pu­re mez­zo­ra dopo la cit­tà era asse­dia­ta da mez­zi blin­da­ti, impos­si­bi­le uscir­ne sen­za incap­pa­re in un posto di bloc­co. L’operazione fu masto­don­ti­ca: 22 ordi­ni di cat­tu­ra, 70 ordi­ni di com­pa­ri­zio­ne e un cen­ti­na­io di per­qui­si­zio­ni domi­ci­lia­ri. Il bli­tz del sosti­tu­to Pie­tro Calo­ge­ro comin­ciò così».

Va pre­mes­so, pri­ma di affron­ta­re il tema dei sor­pren­den­ti silen­zi che han­no carat­te­riz­za­to il pro­ces­so, che la lun­ga sto­ria del con­tra­sto radi­ca­le fra il pub­bli­co mini­ste­ro pado­va­no e il giu­di­ce istrut­to­re ha il pri­mo fon­da­men­to nel­la diver­gen­za sull’esistenza o meno dell’unico par­ti­to arma­to com­pren­si­vo di BR, Pri­ma Linea, Auto­no­mia Orga­niz­za­ta. Per­ché il pm, per soste­ne­re la sua tesi, si è basa­to su una let­tu­ra di docu­men­ti e avve­ni­men­ti che al giu­di­ce istrut­to­re non è appar­sa con­vin­cen­te. «L’AO», dice il pm, «nasce a Pado­va nel cor­so di un semi­na­rio pres­so la Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che (…) vie­ne con­ce­pi­ta e rea­liz­za­ta come una com­ples­sa orga­niz­za­zio­ne poli­ti­co-mili­ta­re con arti­co­la­zio­ni este­se a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le, aven­ti cia­scu­na un orga­no di dire­zio­ne regio­na­le, col­le­ga­te tra­mi­te que­sto a una strut­tu­ra diret­ti­va cen­tra­le e dota­te nel pro­prio ambi­to di rela­ti­va auto­no­mia». Dun­que c’è un par­ti­to. Ebbe­ne, il giu­di­ce istrut­to­re let­te­ral­men­te non vede tut­to que­sto, in par­ti­co­la­re non tro­va riscon­tri alla tesi dell’unica orga­niz­za­zio­ne este­sa a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le. E ciò ha ine­vi­ta­bi­li rifles­si sull’istruttoria, e poi sui giu­di­zi del­le cor­ti del meri­to, che rifiu­te­ran­no, a Pado­va come a Roma, il “teo­re­ma Calo­ge­ro”. E tut­ta­via que­sto teo­re­ma, infon­da­to sul pia­no pro­ces­sua­le ed erra­to nel­la rico­stru­zio­ne di vicen­de sin­go­le e col­let­ti­ve (Auto­no­mia Ope­ra­ia e BR han­no avu­to vicen­de diver­se, Anto­nio Negri e Rena­to Cur­cio han­no avu­to sto­rie diver­se), ha tro­va­to la sua for­za, al di fuo­ri dei pro­ces­si, nel­la per­ce­zio­ne di un feno­me­no rea­le, e cioè che a sini­stra del Pci era nato e si sta­va svi­lup­pan­do nel Pae­se il ten­ta­ti­vo, a più voci e disor­di­na­to, di cer­ca­re una nuo­va stra­da per arri­va­re al comu­ni­smo. Il pm inter­pre­ta tut­to que­sto in modo sche­ma­ti­co e sem­pli­ce, ed erra­to. Dice e scri­ve: «Un uni­co ver­ti­ce diri­ge il ter­ro­ri­smo in Ita­lia. Un’unica orga­niz­za­zio­ne lega Bri­ga­te Ros­se e grup­pi arma­ti dell’Autonomia. Un’unica stra­te­gia ever­si­va ispi­ra l’attacco al cuo­re e alla base del­lo Sta­to».

Il Pci, il 7 apri­le 1979, supe­ra­te tan­te pre­ce­den­ti incer­tez­ze e abban­do­na­to il ten­ta­ti­vo di attri­bui­re a qual­che ser­vi­zio segre­to l’insorgere del feno­me­no, ha ormai chia­ra la natu­ra poli­ti­ca del­la “lot­ta arma­ta”, e ha un’occasione per inflig­ge­re a que­sto peri­co­lo­so con­cor­ren­te un col­po mici­dia­le. Il vec­chio mot­to di René Renoult, “pas d’ennemis à gau­che!”, vie­ne dimen­ti­ca­to. Da quel momen­to in poi, per un lun­go perio­do di tem­po, que­sto par­ti­to ha soste­nu­to l’inchiesta, sen­za ten­ten­na­men­ti, dal suo ini­zio, fino all’inizio degli anni Novan­ta, anche for­nen­do con­cre­te col­la­bo­ra­zio­ni, come l’indicazione di testi­mo­ni. Sareb­be­ro mol­te le cita­zio­ni in pro­po­si­to. Momen­ti impor­tan­ti di que­sta col­la­bo­ra­zio­ne, mol­to valo­riz­za­ti anche dai media, si sono avu­ti quan­do due ade­ren­ti al par­ti­to dichia­ra­ro­no al pm e alla poli­zia di ave­re rico­no­sciu­to la voce di Anto­nio Negri, e anche quel­la del gior­na­li­sta Giu­sep­pe Nico­tri, come quel­le di colo­ro che, duran­te il seque­stro Moro, ave­va­no tele­fo­na­to alla fami­glia per trat­ta­re e, infi­ne, per annun­cia­re la mor­te del seque­stra­to. Fat­to impor­tan­te e discus­so, però non cor­ri­spon­den­te alla real­tà. Qual­che tem­po dopo, con il pro­ce­de­re del­le inchie­ste in varie par­ti d’Italia, si sareb­be potu­to infat­ti sape­re che le voci dei due tele­fo­ni­sti era­no quel­le dei bri­ga­ti­sti Vale­rio Moruc­ci e Mario Moret­ti. Ma Anto­nio Negri, esclu­so a que­sto pun­to che fos­se un com­po­nen­te del­la dire­zio­ne stra­te­gi­ca del­le BR (esclu­se le tele­fo­na­te, nul­la rima­ne­va a suo cari­co, quan­to a BR), rima­ne­va comun­que al cen­tro dell’attenzione del pm Calo­ge­ro con un ruo­lo supe­rio­re. «Appa­re ine­qui­vo­ca­bi­le che il Negri è sta­to in que­sto ulti­mo decen­nio un auten­ti­co moto­re del­la tra­ma ever­si­va»: così avreb­be scrit­to il pub­bli­co mini­ste­ro nel­la sua con­clu­si­va requi­si­to­ria. La posi­zio­ne del Pci rima­se fer­ma. Dun­que “il par­ti­to” del­la lot­ta arma­ta, comun­que, esi­ste­va anco­ra, e anda­va com­bat­tu­to. In que­sto con­te­sto si spie­ga­no alcu­ni cla­mo­ro­si silen­zi di fron­te ad avve­ni­men­ti del pro­ces­so, altri­men­ti inspie­ga­bi­li. È sta­to uti­liz­za­to, il silen­zio, per difen­de­re l’impostazione di fon­do dell’inchiesta, per impe­di­re che ne venis­se intac­ca­ta la cre­di­bi­li­tà. Se è sta­to avvia­to un pro­ces­so pena­le che deve otte­ne­re un deter­mi­na­to risul­ta­to poli­ti­co, non ci si può per­met­te­re di evi­den­ziar­ne even­tua­li sban­da­men­ti fuo­ri dal­le rego­le. Se del caso, si può uti­liz­za­re il silenzio.

Un fat­to ogget­ti­va­men­te cla­mo­ro­so, rima­sto sco­no­sciu­to ai più, è sta­ta la ricu­sa­zio­ne del magi­stra­to desi­gna­to secon­do le “tabel­le” a pre­sie­de­re la Cor­te d’assise di Pado­va, cosa mai avve­nu­ta in pre­ce­den­za a Pado­va. Io ne ho sapu­to ben poco, anche per­ché tut­ta la vicen­da ven­ne con­dot­ta riser­va­ta­men­te. Quel magi­stra­to era ami­co o solo cono­scen­te di qual­cu­no fra gli impu­ta­ti? Ave­va tenu­to qual­che com­por­ta­men­to rien­tran­te nei casi di ricu­sa­zio­ne rego­la­ti dal codi­ce di pro­ce­du­ra pena­le? No. Io non ho chie­sto nien­te a nes­su­no, ho rac­col­to solo com­men­ti volan­ti. Se ne par­la nei cor­ri­doi del tri­bu­na­le, ten­tan­do di capi­re, vi sareb­be­ro ragio­ni di con­ve­nien­za. Si dice che quel pre­si­den­te, fuo­ri dall’esercizio del­le sue fun­zio­ni, in un col­lo­quio infor­ma­le con un col­le­ga sul­le sca­le del tri­bu­na­le, abbia espres­so scet­ti­ci­smo sul valo­re dei docu­men­ti pro­po­sti a soste­gno dell’accusa (“gior­na­let­ti”, li avreb­be defi­ni­ti). Un can­cel­lie­re, pre­sen­te al col­lo­quio, avreb­be infor­ma­to un avvo­ca­to del Pci il qua­le, a sua vol­ta, ne avreb­be rife­ri­to al pm. Tut­ti vole­va­no dare il pro­prio con­tri­bu­to. Lo scon­tro in atto fra le due ipo­te­si di cam­mi­no ver­so il comu­ni­smo pote­va giu­sti­fi­ca­re que­sti incon­sue­ti pas­sag­gi di infor­ma­zio­ni. Ven­ne a par­lar­me­ne Alber­to Fer­ri­go­lo, gior­na­li­sta del Mani­fe­sto. Si dice­va anco­ra – ne par­la­no i gior­na­li­sti – che il pub­bli­co mini­ste­ro, una vol­ta pro­po­sta l’istanza di ricu­sa­zio­ne, si fos­se reca­to alla Cor­te d’appello di Vene­zia per spie­ga­re e soste­ne­re la sua istan­za (in effet­ti, anco­ra oggi è dif­fi­ci­le imma­gi­nar­ne le ragio­ni). A un cer­to pun­to, il pre­si­den­te desi­gna­to si asten­ne; in ogni caso, anche se l’istanza del pm fos­se sta­ta respin­ta, la sua imma­gi­ne pro­fes­sio­na­le avreb­be ripor­ta­to un dan­no. Tut­to ciò avven­ne riser­va­ta­men­te, nes­sun dibat­ti­to pub­bli­co vi è sta­to su que­sto fat­to ecce­zio­na­le, per la stam­pa del Pci non vi era nul­la da eccepire.

Nel pro­ces­so, che vede una ini­zia­le discu­ti­bi­le divi­sio­ne (le accu­se a Negri di BR e del seque­stro Moro a Roma ven­go­no fat­te rapi­da­men­te cade­re), la vicen­da del Pro­fes­sor Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, impu­ta­to solo di asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va fino alla con­te­sta­zio­ne dell’insurrezione, non è for­mal­men­te spie­ga­bi­le. Il pm Pie­tro Calo­ge­ro ave­va tra­smes­so a Roma, qua­le sede com­pe­ten­te, gli impu­ta­ti rag­giun­ti da una dupli­ce impu­ta­zio­ne, cioè anche quel­la di ban­da arma­ta (costi­tu­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne del­le BR). Fer­ra­ri Bra­vo ave­va solo asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va, come gli altri impu­ta­ti trat­te­nu­ti a Pado­va. I giu­di­ci pado­va­ni ten­ta­ro­no di ricu­pe­ra­re la sua posi­zio­ne, “c’è sta­to un erro­re” dico­no ai giu­di­ci roma­ni, ma sono inu­ti­li gli incon­tri con Achil­le Gal­luc­ci e Fran­ce­sco Ama­to – nono­stan­te il pare­re del pg Ciam­pa­ni, pre­sen­te in un’occasione, “vedre­mo” è la rispo­sta. L’impostazione di fon­do, un uni­co par­ti­to arma­to, anda­va for­te­men­te dife­sa. La real­tà era che Fer­ra­ri Bra­vo, assi­sten­te di Anto­nio Negri alla Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che, gode­va di un for­te pre­sti­gio: a par­te gli scrit­ti e la col­la­bo­ra­zio­ne con la rivi­sta Auto­no­mia, non vi era nul­la a suo cari­co ma, anche se non det­to da nes­su­no, era con­si­de­ra­to un diri­gen­te del par­ti­to arma­to. Dun­que, in silen­zio, e nel silen­zio del Pci e del­la sua stam­pa, ven­ne trat­te­nu­to fino a quan­do, con la con­te­sta­zio­ne del rea­to di insur­re­zio­ne, ogni discor­so si chiu­se. Anche per lui la com­pe­ten­za a trat­ta­re il pro­ces­so rima­ne­va a Roma.

Mol­ti impu­ta­ti han­no sof­fer­to lun­ghi perio­di di custo­dia in car­ce­re, anche di anni, pri­ma di esse­re assol­ti. Fra di loro, quan­do è sta­to assol­to da ogni impu­ta­zio­ne con for­mu­la pie­na, Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, che inu­til­men­te ave­vo ten­ta­to di ricu­pe­ra­re alla mia istrut­to­ria, ave­va sof­fer­to ben cin­que anni di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va. Mi sarei aspet­ta­to che un fat­to così gra­ve susci­tas­se nume­ro­si com­men­ti. Inve­ce l’intero siste­ma poli­ti­co è rima­sto in silen­zio. Di lì a qual­che anno, con l’arrivo di Tan­gen­to­po­li, un eser­ci­to di garan­ti­sti sareb­be entra­to in cam­po per pro­te­sta­re con­tro gli ecces­si di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va, ma nel 1987, l’anno del­la sen­ten­za del­la Cor­te d’assise d’appello di Roma, di fron­te a quel tem­po incre­di­bi­le di custo­dia non ave­va­no tro­va­to nul­la da ridire.

E il Csm? Incon­tran­do per caso a Bolo­gna Fede­ri­co Man­ci­ni, docen­te di dirit­to del lavo­ro, mio ami­co e com­po­nen­te del Csm, mi sono sen­ti­to dire: “sono indi­gna­to per quel che ti stan­no facen­do”. Gli chie­si se il Con­si­glio aves­se qual­co­sa da dire su quan­to sta­va suc­ce­den­do. “Pro­ve­rò a sen­ti­re”. Ma la rispo­sta del Csm fu delu­den­te: il Con­si­glio rima­se in silen­zio, non c’era nes­su­no da tute­la­re. Furo­no in pochi a com­pren­de­re la gra­vi­tà del­la situa­zio­ne, e a scri­ver­ne ripe­tu­ta­men­te. Ricor­do Ros­sa­na Ros­san­da e Lui­gi Ferrajoli.

E però que­sto duel­lo sen­za remo­re si avvia­va a una con­clu­sio­ne ama­ra per entram­bi i con­ten­den­ti. Le Bri­ga­te Ros­se, orga­niz­za­zio­ne ita­lia­na di estre­ma sini­stra costi­tui­ta­si nel 1970 per pro­pa­gan­da­re e svi­lup­pa­re la lot­ta arma­ta rivo­lu­zio­na­ria per il comu­ni­smo, di matri­ce mar­xi­sta-leni­ni­sta, il più nume­ro­so e il più lon­ge­vo grup­po ter­ro­ri­sti­co di sini­stra del Secon­do dopo­guer­ra esi­sten­te in Euro­pa occi­den­ta­le, han­no con­clu­so la loro espe­rien­za nel 1988 con un docu­men­to sot­to­scrit­to da alcu­ni fra i più impor­tan­ti diri­gen­ti. Nel­lo stes­so perio­do si anda­va dis­sol­ven­do l’esperienza dell’Autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta. Il 9 mar­zo 1985, a Trie­ste, era avve­nu­ta l’uccisione da par­te di agen­ti del­la Digos e del Sisde, del mili­tan­te di Auto­no­mia Ope­ra­ia, Pie­tro Maria Wal­ter Gre­co (det­to “Pedro”). Per ricor­dar­lo, nel 1987 nac­que a Pado­va il Cen­tro socia­le occu­pa­to “Pedro”. Peral­tro, le cro­na­che non han­no più avu­to occa­sio­ne di inte­res­sar­si di ini­zia­ti­ve dell’Autonomia. Appun­to, nel­la secon­da metà degli anni ottan­ta è matu­ra­ta la fine per entram­be le esperienze. 

Nel frat­tem­po, nel giu­gno 1985 fal­li­va il refe­ren­dum sul taglio del­la sca­la mobi­le intro­dot­to l’anno pre­ce­den­te dal Gover­no di Bet­ti­no Cra­xi. Qui si può sim­bo­li­ca­men­te indi­vi­dua­re il momen­to del pas­sag­gio dal­la pri­ma alla secon­da Repub­bli­ca. Dopo qual­che tem­po si for­me­rà il pri­mo Gover­no Ber­lu­sco­ni (1994), nel qua­le con­flui­ro­no, tra gli altri, oltre gli ami­ci del pre­si­den­te, cin­que espo­nen­ti del­la Lega di Umber­to Bos­si, cin­que del Movi­men­to socia­le ita­lia­no e, sor­pren­den­te­men­te, Giu­lia­no Fer­ra­ra, noto gior­na­li­sta ex-Pci. Nel 1991 si era svol­to l’ultimo con­gres­so del Pci, il ventesimo. 

Le ragio­ni di tut­ti que­sti silen­zi? In gene­re, chi valu­ta­va l’inchiesta del 7 apri­le come la neces­sa­ria rispo­sta del­lo Sta­to al ter­ro­ri­smo li ha giu­sti­fi­ca­ti con l’esigenza di non crea­re impic­ci alla meri­te­vo­le ini­zia­ti­va di un’istituzione, la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Pado­va, che con corag­gio ave­va svol­to un suo com­pi­to, quel­lo di con­tra­sta­re la cri­mi­na­li­tà arma­ta. Chi ha soste­nu­to anche poli­ti­ca­men­te quell’inchiesta, come il Pci, li ha con­si­de­ra­ti neces­sa­ri, non solo nel­la pro­spet­ti­va di riu­sci­re a scon­fig­ge­re un peri­co­lo­so assal­to alle isti­tu­zio­ni repub­bli­ca­ne, ma anche per can­cel­la­re dal­la sce­na un temi­bi­le con­cor­ren­te nel­la ricer­ca del comunismo. 

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