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Una anti­ci­pa­zio­ne di Lan­fran­co Cami­ni­ti in pre­vi­sio­ne del­l’u­sci­ta del volu­me sul­le auto­no­mie del meridione.

Guer­ra sociale. 

Con­si­de­ra­va­mo que­sta, la nostra pras­si e il nostro com­pi­to. Solo che noi non ave­va­mo una gran­de espe­rien­za «mili­ta­re» – e da qual­che par­te biso­gna­va cominciare. 

Ho qual­che ricor­do dei miei pastic­ci: la not­te pri­ma dell’assemblea di Cosen­za, ave­va­mo deci­so di fare una pic­co­la «not­te dei fuochi». 

A me toc­cò una sede poli­ti­ca a Rosar­no, altre pic­co­le cose si sareb­be­ro fat­te in pro­vin­cia di Cosen­za, di Reg­gio, sul­la joni­ca – andai con la mia tani­ca di ben­zi­na, l’innesco e tut­to, lasciam­mo il volan­ti­no, e via. Ma sto por­to­ne non pren­de­va fuo­co. Facem­mo un giro lar­go, tor­nam­mo – nien­te. non era nean­che not­te fon­da, che poi Rosar­no era anche un luo­go pat­tu­glia­tis­si­mo. Al secon­do o ter­zo giro, final­men­te appic­ciò: ave­va­mo fat­to il nostro dovere. 

L’attentato alla Liqui­chi­mi­ca di Sali­ne Joni­che fal­lì la pri­ma sera per­ché non ci era­va­mo por­ta­ti die­tro una tron­che­se per taglia­re la rete di pro­te­zio­ne; nascon­dem­mo le bor­se con l’innesco e la ben­zi­na sot­to un pon­ti­cel­lo, pre­gan­do che li avrem­mo ritro­va­ti. La secon­da sera andò tut­to bene. 

Diver­si anni dopo incon­trai a tavo­la, a casa di un paren­te, uno degli addet­ti alla vigi­lan­za not­tur­na, che ave­va­mo lega­to e imba­va­glia­to per siste­ma­re le bor­se che avreb­be­ro bru­cia­to la sala di coman­do del­la pro­du­zio­ne. Rac­con­ta­va quel­la sera – sì, ave­va avu­to pau­ra – con tran­quil­li­tà: pen­sai fos­se meglio non dir­gli che ave­va di fron­te pro­prio l’uomo che gli ave­va fat­to pas­sa­re il più brut­to quar­to d’ora del­la sua vita, maga­ri mi spac­ca­va i denti. 

La mat­ti­na dell’attentato alla cen­tra­le del­la Cas­sa di Rispar­mio di Cala­bria e Luca­nia a Cosen­za, l’auto che ave­va­mo ruba­to non vole­va saper­ne di par­ti­re – era tut­to pron­to, anche il volan­ti­no, con la data e la spie­ga. Ebbi un col­po di culo: con­ti­nuan­do a sfre­ga­re i con­tat­ti che ave­va­mo spel­la­to, scat­tò la scin­til­la e l’auto si mise in moto. Poi, andò bene. 

A una rapi­na da un gio­iel­lie­re a Napo­li, ci fre­gò la gen­ti­lez­za – non strin­gem­mo bene il nastro intor­no i suoi pol­si e quel­lo si libe­rò pro­prio cor­ren­do die­tro i com­pa­gni che intan­to era­no usci­ti e pro­va­va­no a dile­guar­si. Lo fer­mai spa­ran­do­gli da lon­ta­no, con una 6.35 – l’unica arma che mi ero por­ta­to die­tro – e lo pre­si al fega­to, e quel­lo si acca­sciò. Ci andò bene a entram­bi, e inve­ce andò male ai com­pa­gni, per­ché tut­to quel tram­bu­sto fece arri­va­re i «fal­chi» del­la poli­zia, che sta­zio­na­va­no lì vici­no, e ne arre­sta­ro­no due e fu l’inizio del­la fine. 

In un atten­ta­to all’Italsider di Taran­to, piaz­zam­mo del pla­sti­co con una mic­cia lun­ga su un nastro che ci ave­va­no indi­ca­to, ma era pro­prio all’esterno e ai mar­gi­ni. andam­mo via e ’sto bot­to non lo sen­ti­va­mo – poi ci fu, ma lo sen­tim­mo solo noi. Hai voglia a comu­ni­ca­ti – nes­su­no riu­sci­va a tro­va­re «il dan­no», ce ne mise­ro di giorni. 

A una rapi­na a Poten­za, che ave­va­mo fat­to per dare un po’ di sol­di a una strut­tu­ra di com­pa­gni del­la Puglia, men­tre scap­pa­va­mo con la bor­sa con il mal­lop­po, Fio­ra mi chie­se se ave­vo trat­te­nu­to qual­co­sa per noi; dis­si di sì, anche se non era nei pat­ti – anch’io, fece lei.

A un’irruzione all’Intersind di Paler­mo, dove rin­chiu­dem­mo in una stan­za una deci­na di impie­ga­ti e poi tra­fu­gam­mo car­te, mi ero mes­so le len­ti­ne a con­tat­to e dei baf­fi fin­ti, che però non si incol­la­va­no bene e mez­zo ogni tan­to mi casca­va e io sta­vo sem­pre lì a siste­mar­lo – ma nes­su­no descris­se il mio aspet­to; dis­se­ro solo che «par­la­vo sen­za accen­to», come mini­mo veni­vo da Mila­no, il che un po’ mi diver­ti­va. Però fum­mo in gra­do di coo­pe­ra­re per la più bel­la rapi­na di que­gli anni, l’assalto al Club Medi­ter­ra­née di Nico­te­ra – con una squa­dra tra­ve­sti­ta da cara­bi­nie­ri da ter­ra e una squa­dra che arri­vò in moto­sca­fo dal mare, e svuo­tam­mo l’intera cas­sa e le cas­set­te di scu­rez­za, con una fuga tra le cam­pa­gne e di nuo­vo via mare – che ci sareb­be sta­ta bene in un film. Cer­to l’avevamo fat­ta con chi «con­trol­la­va» il ter­ri­to­rio – e come altri­men­ti? facem­mo fif­ty-fif­ty, come veri gentiluomini.Non era­va­mo clandestini. 

Con quel­la stes­sa fac­cia face­va­mo assem­blee e rapi­ne, riu­nio­ni e atten­ta­ti. in guer­ra, d’altronde, si com­bat­te a viso aperto