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Loren­zo Bor­to­li (1952–1979), La fab­bri­ca, olio su tela, 50×60, 1967.

“E tut­to anco­ra farà male, madre”
“Non è vero che non sia­mo sta­ti feli­ci”
Fran­co Fortini

La fabbrica è il primo dipinto conosciuto di Lorenzo. Il fatto che un quindicenne dipinga questo soggetto ci aiuta a capire il peso della fabbrica che ha nel paese di Marano Vicentino. Ma quello che a noi interessa è cosa vede nella fabbrica, perché è quello che vediamo tutti: un luogo tetro, senza luce e vita, un edificio oscuro schiacciato da un cielo plumbeo con un’unica presenza viva, l’abitazione in primo piano (casa sua?) dove, per della luce che filtra dalle finestre, sappiamo esserci umanità.
Non così nella fabbrica, luogo morto per il pensiero e i sogni e, soprattutto, per la sensibilità di un quindicenne che sta affacciandosi al mondo. È un dipinto rivelatore.”

Loren­zo Bor­to­li, vie­ne lascia­to mori­re sui­ci­da (dopo ben due ten­ta­ti­vi) nel car­ce­re di Vero­na a pochis­si­mi mesi dall’arresto nell’ambito del­la inchie­sta sui Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti col­le­ga­ta all’esplosione dove muo­re la com­pa­gna Maria Anto­niet­ta Ber­na, l’operaio Ange­lo Dal San­to e lo stu­den­te Alber­to Gra­zia­ni. I tre com­pa­gni sta­va­no costruen­do un ordi­gno rudi­men­ta­le. Qui una sua biografia/​ricordo da cui è trat­ta l’ultima mis­si­va di Bortoli.

Foglio di richie­sta, Car­ce­re di Vero­na 18–6‑79
Al signor diret­to­re del­la casa cir­con­da­ria­le di Vero­na.
Le sarei vera­men­te gra­to se potes­se far per­ve­ni­re ai miei fami­lia­ri il seguen­te tele­gram­ma: “Rag­giun­to Anto­nia. Vi pre­go di esse­re sepol­to con lei. Vi assi­cu­ro che sto bene così. Un abbrac­cio. Dite a Van­na di non pian­ge­re, ma di ricor­dar­si come era­va­mo feli­ci come ora che sia­mo nuo­va­men­te insie­me. Loren­zo”
La pre­ghe­rei di far per­ve­ni­re anche il grup­po di foto­gra­fie, difal­can­do le spe­se dal mio con­to per­so­na­le. La rin­gra­zio vivamente.


Pubblichiamo l’introduzione di Elisabetta Michielin al V volume che la casa editrice Derive Approdi ha dedicato alla ricostruzione della storia dell’Autonomia operaia italiana. Il volume di Donato Tagliapietra, in particolare, ricostruisce la storia dei Collettivi politici vicentini attraverso i documenti politici, i volantini e le testimonanzie di chi è stato protagonista di quegli eventi e di quel territorio.

Che bel libro ha scrit­to Dona­to il “ros­so”. Ros­so di capel­li e di par­te! Lo dicia­mo subi­to. Un libro neces­sa­rio per­ché rico­strui­sce con ric­chez­za e pas­sio­ne un perio­do cru­cia­le del­la sto­ria dei ten­ta­ti­vi rivo­lu­zio­na­ri del nostro Pae­se e del ter­ri­to­rio del nord est. Un eser­ci­zio di scrit­tu­ra e rifles­sio­ne che tira fuo­ri dal­le tene­bre una memo­ria can­cel­la­ta, con­se­gna­ta alle aule di giu­sti­zia o alla memo­ria di chi l’ha rico­strui­ta solo per deni­grar­la o scon­giu­rar­ne la pos­si­bi­le riproposizione.

In par­ti­co­la­re, Dona­to rico­strui­sce il perio­do che l’ha visto fra i pro­ta­go­ni­sti dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti nel ter­ri­to­rio dell’alto vicen­ti­no usan­do qua­si esclu­si­va­men­te i docu­men­ti pro­dot­ti dal­la stes­sa orga­niz­za­zio­ne e le inter­vi­ste ai mili­tan­ti di allora.

Una sto­ria che non cede mai al bio­gra­fi­smo indi­vi­dua­le e alle sue deri­ve nar­ci­si­sti­che per­ché sem­pre anco­ra­ta all’interno di un movi­men­to che ha coin­vol­to deci­ne e deci­ne di mili­tan­ti e che tie­ne sem­pre insie­me la sog­get­ti­vi­tà e il ter­ri­to­rio dove que­sta sog­get­ti­vi­tà è nata, si è svi­lup­pa­ta, ha acqui­si­to sen­so e inci­so in modo con­cre­to nei rap­por­ti di pote­re e di clas­se, finan­che nel cor­po vivo del­le orga­niz­za­zio­ni ope­ra­ie. A Dona­to rico­no­scia­mo il meri­to di esse­re riu­sci­to a descri­ver­la con sem­pli­ci­tà, sen­za enfa­si. In pagi­ne tra le più vive e coin­vol­gen­ti del libro, la vedia­mo all’opera su ver­ten­ze spe­ci­fi­che riguar­dan­ti l’orario di lavo­ro e l’imposizione del­la rias­sun­zio­ne di ope­rai licen­zia­ti, nel­le cam­pa­gne “lavo­ra­re tut­ti lavo­ra­re meno” con le ron­de e i pic­chet­ti con­tro il lavo­ro nero e l’uso degli straor­di­na­ri oppu­re in quel­le per il dirit­to alla casa e l’imposizione dei prez­zi poli­ti­ci per i beni di pri­ma neces­si­tà. Ecco­li allo­ra gli auto­no­mi all’opera, ragaz­ze e ragaz­zi gio­va­nis­si­mi che sen­za alcun sen­so di infe­rio­ri­tà o di sud­di­tan­za, comin­cia­no ad apri­re le pri­me fal­le nel­le strut­tu­re rigi­de del sin­da­ca­to che da tut­ta que­sta sto­ria esce con le ossa rot­te. La Cisl in par­ti­co­la­re, con i suoi qua­dri arro­gan­ti e pate­ti­ci. Ma è con le ron­de, i pic­chet­ti e le assem­blee strap­pa­te con un atto d’imperio al padron­ci­no e al sin­da­ca­to che lo sguar­do di Dona­to si fa più atten­to e vigi­le. È den­tro i sin­go­li fat­ti ma anche al mar­gi­ne, volu­ta­men­te, e l’effetto per chi leg­ge è di stra­nia­men­to: ma vera­men­te acca­de­va­no que­ste cose? Sì, acca­de­va­no gra­zie a que­sti ragaz­zi che oltre al pane pre­ten­de­va­no le rose: entra­re ai con­cer­ti gra­tis, man­gia­re gra­tis alle men­se e ai risto­ran­ti, occu­pa­re spa­zi di socia­li­tà, muo­ve­re guer­ra all’eroina che intan­to spaz­za­va i pae­si. Ragaz­zi che vole­va­no cam­bia­re il mon­do ma anche sod­di­sfa­re nell’immediato i biso­gni e il desi­de­rio di una socia­li­tà altra.

Una sto­ria ric­ca ma anche con­trad­di­to­ria e con uno stra­sci­co di tra­ge­die come la mor­te di Anto­niet­ta, Ange­lo, Alber­to, Loren­zo; ma è solo l’occhio postu­mo del vin­ci­to­re a per­met­ter­si di crea­re i pro­pri miti ripu­li­ti men­tre vede le sto­rie inter­rot­te come una sem­pli­ce serie di com­por­ta­men­ti cri­mi­na­li e violenti.

Pos­sia­mo così entra­re nel labo­ra­to­rio poli­ti­co del Col­let­ti­vo vicen­ti­no che è sta­to anche luo­go di ami­ci­zia pro­fon­da, vede­re il far­si di que­sta orga­niz­za­zio­ne, il suo pren­de­re cor­po attra­ver­so i testi, i volan­ti­ni, i docu­men­ti poli­ti­ci, le rifles­sio­ni di par­te sen­za acce­de­re, se non mar­gi­nal­men­te, ad altre fon­ti: gior­na­li­sti­che, sin­da­ca­li, del PCI o pena­li. Se que­sta scel­ta può sem­bra­re ridut­ti­va dal pun­to di vista sto­ri­co – per­ché si pen­sa che la sto­ria deb­ba esse­re rico­strui­ta com­po­nen­do e illu­mi­nan­do il perio­do in esa­me attra­ver­so il coz­za­re e la giu­stap­po­si­zio­ne di pun­ti di vista diver­si – in que­sto libro sia­mo inve­ce orgo­glio­sa­men­te anco­ra­ti alla pre­sa di par­te, all’idea che non esi­ste e non può esi­ste­re una sto­ria neu­tra o paci­fi­ca­ta posto che, sep­pur sot­to altre for­me, sia­mo anco­ra immer­si in quel rap­por­to socia­le e in quel dilem­ma che non si è anco­ra riu­sci­ti a scio­glie­re. Trat­tan­do­si di una rela­zio­ne socia­le e di pote­re, la veri­tà può esse­re pen­sa­ta solo dal pun­to di vista del­lo sfrut­ta­to che dal­la sua posi­zio­ne può aggre­dir­la, cer­ca­re di rom­per­la risol­ven­do­la a pro­prio van­tag­gio. “Pen­sa­re con le mani” avreb­be dovu­to esse­re il tito­lo del libro.

Ma per­ché Dona­to, a dif­fe­ren­za di altri testi­mo­ni e mili­tan­ti del tem­po, può per­met­ter­si di sosta­re, a distan­za di 40 anni, in que­sto “ango­let­to” sen­za sem­bra­re né esse­re un nostal­gi­co? Noi pen­sia­mo che pos­sa far­lo per­ché l’esperienza dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti ha mol­to da inse­gna­re e da con­se­gna­re ai nostri tem­pi. Si trat­ta di una sto­ria che per mol­ti ver­si ha anti­ci­pa­to la nostra. Si pen­si al ter­ri­to­rio. I Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti han­no pen­sa­to il ter­ri­to­rio non solo come luo­go in cui si crea e si valo­riz­za il capi­ta­le – ed è quan­to acca­de oggi – ma lo han­no let­te­ral­men­te inven­ta­to come luo­go del con­flit­to e di pro­du­zio­ne di sog­get­ti­vi­tà anta­go­ni­sta. E infat­ti solo per­ché era­no lega­ti al ter­ri­to­rio que­sti auto­no­mi pote­va­no eser­ci­ta­re uno sti­le di mili­tan­za che com­pren­de­va un uso medio del­la for­za: non la esclu­de­vi a prio­ri ma nean­che ne face­vi un fetic­cio esal­tan­do­la come il livel­lo più alto del­la sog­get­ti­vi­tà rivo­lu­zio­na­ria. Il pro­gram­ma di inter­ven­to sul ter­ri­to­rio la con­tem­pla­va den­tro l’esperienza dell’illegalità di mas­sa e all’interno di un eser­ci­zio rea­le di con­tro­po­te­re; in bre­ve, dove­va esse­re radi­ca­ta nel­le isti­tu­zio­ni che riu­sci­vi a crea­re in spa­zi libe­ra­ti dove costrui­vi rea­le autovalorizzazione.

Un buon esem­pio di rico­stru­zio­ne sto­ri­ca, si dice­va. Vero, per­ché l’altro aspet­to inte­res­san­te di que­sto lavo­ro è che, più che un eser­ci­zio di rifles­sio­ne post – si trat­ti di riven­di­ca­zio­ne o di cri­ti­ca – ha inve­ce la fre­schez­za del­la sto­ria che si costrui­sce momen­to per momen­to. In sostan­za il vec­chio ada­gio “pri­ma le lot­te, poi la teo­ria” vale anche nel caso del Col­let­ti­vo vicen­ti­no. Con la let­tu­ra di que­sti docu­men­ti e di que­sta rico­stru­zio­ne sia­mo immer­si nel­la con­cre­tez­za del­le deci­sio­ni e dei com­por­ta­men­ti che si dava­no momen­to per momen­to sia in rela­zio­ne al luo­go in cui vive­vi e all’intervento che gior­no per gior­no face­vi, sia in rela­zio­ne a ciò che suc­ce­de­va in Ita­lia in quel momen­to, vale a dire i movi­men­ti di ristrut­tu­ra­zio­ne in cor­so, i ten­ta­ti­vi di sot­tra­zio­ne al coman­do capi­ta­li­sti­co e al lavo­ro di ampie fet­te di pro­le­ta­ria­to, il con­fron­to aspro e pun­tua­le con le altre orga­niz­za­zio­ni sia dal lato del­la lot­ta arma­ta che del­le altre orga­niz­za­zio­ni dell’Autonomia operaia.

Improv­vi­sa­men­te, ci dice Dona­to, que­sti ragaz­zi – alcu­ni anche ragaz­zi­ni – non ci stan­no più alla disci­pli­na. Così le due gran­di agen­zie di nor­ma­liz­za­zio­ne e ripro­du­zio­ne socia­le, la scuo­la e la fab­bri­ca, comin­cia­no a svuo­tar­si e a ribal­tar­si. Que­sti ragaz­zi non sono più dispo­ni­bi­li a entra­re in fab­bri­ca come i loro padri che nel­la fab­bri­ca e con­tro la fab­bri­ca ave­va­no lot­ta­to, pur aven­do un rap­por­to con i loro padri. Dona­to rico­strui­sce mol­to bene la sto­ria pre­ce­den­te la nasci­ta dei Col­let­ti­vi, la pre­sen­za di Lot­ta Con­ti­nua, le maglie lar­ghe del sin­da­ca­to, tor­nan­do indie­tro fino i lasci­ti del­la Resistenza.

Così, gra­zie agli auto­no­mi, l’alto vicen­ti­no smet­te di esse­re il luo­go del ripo­so, il dor­mi­to­rio all’ombra del­le chie­se del Vene­to tra­di­zio­na­le. Il ter­ri­to­rio cam­bia di segno e diven­ta il luo­go dove si desi­de­ra e si pra­ti­ca una vita diver­sa, ci si cono­sce e si crea­no lega­mi di soli­da­rie­tà che poi resi­ste­ran­no anche alla repressione.

Qui nasco­no anche i Cen­tri Socia­li. La mili­tan­za è ami­ci­zia e l’amicizia è mili­tan­za. Non esi­ste che lavo­ri otto ore in fab­bri­ca, dor­mi per altre otto e per il tem­po che ti resta te ne stai in fami­glia oppu­re fai il mili­tan­te. Per tut­te le 24 ore del­la tua gior­na­ta sei un mili­tan­te, e non per dove­re; al con­tra­rio, per­ché nes­sun momen­to del­la tua vita può esse­re pri­vo di signi­fi­ca­to, per­ché in tut­ta la tua vita costrui­sci rap­por­ti nuo­vi e comu­ni­sti. C’è mol­ta gio­ia rab­bio­sa o mol­ta rab­bia gio­io­sa nel­la vita di que­sti gio­va­ni ragaz­zi, in que­ste peri­fe­rie che inve­ce di esse­re il luo­go del­la ripro­du­zio­ne di una vita ven­du­ta alla fab­bri­ca, sono diven­ta­ti luo­ghi del ri-cono­scer­si, per pren­der­si quel­lo che si vuo­le, per ave­re una vita degna di esse­re vis­su­ta. È la pri­ma gene­ra­zio­ne che ha scel­to qual­sia­si mez­zo per evi­ta­re il lavo­ro di fab­bri­ca a cui i padri era­no sta­ti inca­te­na­ti, la pri­ma a dimo­stra­re che si era comu­ni­sta sen­za pas­sa­re per la fabbrica.

Tin­to Brass, il regi­sta che costrui­rà poi la sua car­rie­ra sui film ero­ti­ci – la for­ma più spen­di­bi­le del desi­de­rio – nel 1963 gira un deli­zio­so film – Chi lavo­ra è per­du­to – che coglie appie­no l’aura del tem­po. Boni­fa­cio, il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta, sta per esse­re assun­to in fab­bri­ca; giron­zo­la per Vene­zia fan­ta­sti­can­do per­ché non ha nes­su­na voglia di comin­cia­re. Non è come i suoi ami­ci del PCI che cre­do­no nel­le vir­tù tau­ma­tur­gi­che del lavo­ro; per lui lavo­ra­re è solo un’alternativa al car­ce­re o al mani­co­mio: un lavo­ro non per il lavo­ro ma per quat­tro sol­di. Tan­to vale “scas­si­na­re le ban­che che alman­co sono sol­di per i sol­di”. D’altra par­te anche sul can­cel­lo di Ausch­wi­tz c’era scrit­to che il lavo­ro ren­de liberi!

Le stes­se cose le dirà Feli­ce Manie­ro al qua­le biso­gna pure rico­no­sce­re l’onestà del­la nar­ra­zio­ne di sé: per­ché sei diven­ta­to un ban­di­to? Per­ché ho fat­to la ter­za media e non vole­vo fare 40 anni di fabbrica.

Que­sti gio­va­ni scan­sa­fa­ti­che e pie­ni di desi­de­rio, come miglia­ia e miglia­ia di altri gio­va­ni in tut­ta Ita­lia, han­no rifiu­ta­to col­let­ti­va­men­te il lavo­ro di fab­bri­ca. Piut­to­sto han­no imbrac­cia­to il fuci­le, pen­san­do e cer­can­do così di ren­de­re con­cre­ta la sot­tra­zio­ne al lavo­ro. In fon­do il sen­so di que­sta sto­ria è pro­prio que­sto. Ma c’è un altro suo aspet­to che meri­ta atten­zio­ne, spie­ga­bi­le solo con la cen­tra­li­tà assun­ta dal ter­ri­to­rio nel­la pra­ti­ca poli­ti­ca del seg­men­to vicen­ti­no dei Col­let­ti­vi vene­ti: nes­su­na deri­va mili­ta­ri­sta e nes­su­na pia­ga di pentitismo.

Per­ché non è sta­to pas­sa­to il con­fi­ne del­la por­ta stret­ta dell’omicidio poli­ti­co e per­ché il radi­ca­men­to sul ter­ri­to­rio, i rap­por­ti ami­ca­li, di mili­tan­za modu­la­ta sul­la per­fet­ta cono­scen­za dei luo­ghi del­la lot­ta e dei livel­li rag­giun­ti da que­sta, han­no per­mes­so un’intelligenza dell’agire che ha tenu­to in sal­vo una gene­ra­zio­ne di mili­tan­ti che, caso uni­co, è riu­sci­ta poi ad attra­ver­sa­re il seco­lo por­tan­do con sé sia la voglia di con­ti­nua­re a lot­ta­re che una stru­men­ta­zio­ne di let­tu­ra e di anti­ci­pa­zio­ne rea­le del model­lo vene­to che tan­to ha riem­pi­to le cro­na­che poli­ti­che e industriali.

Aver visto giu­sto, aver guar­da­to al ter­ri­to­rio pone però un pro­ble­ma. Come è potu­to acca­de­re che lo stes­so ter­ri­to­rio, lo stes­so rifiu­to del lavo­ro, han­no por­ta­to a un cam­bia­men­to di segno ina­spet­ta­to nel­la sua radi­ca­li­tà? Insom­ma, come e per­ché si è pro­dot­to l’uomo del­la lega? Quei ragaz­zi che, piut­to­sto di entra­re in fab­bri­ca ave­va­no deci­so di pren­de­re le armi, come sono diven­ta­ti gli sfrut­ta­to­ri di se stes­si nel­le miria­di di pic­co­li opi­fi­ci che han­no fat­to il mira­co­lo del nord est alla fine del seco­lo scor­so? Come è sta­to pos­si­bi­le che gli stes­si ter­ri­to­ri attra­ver­sa­ti dal­le ron­de di gio­va­ni indi­spo­nen­ti e indi­spo­ni­bi­li, sia­no diven­ta­ti i luo­ghi dell’identità leghi­sta? E anco­ra: che quel­la pro­du­zio­ne di sog­get­ti­vi­tà, mol­ti­pli­ca­tri­ce di liber­tà e di inven­zio­ne, abbia par­to­ri­to il mostro dell’autoreferenzialità e dell’esclusione, in una paro­la l’inimicizia asso­lu­ta nei con­fron­ti dell’altro e la com­ple­ta iden­ti­fi­ca­zio­ne con il lavoro?

Evi­den­te­men­te la rispo­sta non può esse­re quel­la che il fina­le di par­ti­ta potreb­be sug­ge­ri­re, sia pure som­mes­sa­men­te. È vero, i nostri ragaz­zi se la son vista brut­ta dopo l’11 apri­le del ’79. Dona­to ci rac­con­ta del­la repres­sio­ne poli­zie­sca e giu­di­zia­ria con­cer­ta­ta dal gene­ra­le dei cara­bi­nie­ri Dal­la Chie­sa e dal P. M. Ren­de. Un rac­con­to, anche qui, sen­za sba­va­tu­re. Come dire: sia­mo in guer­ra ed è logi­co che il nemi­co rispon­da. Le per­qui­si­zio­ni domi­ci­lia­ri, i posti di bloc­co, i fer­mi arbi­tra­ri, gli arre­sti e le con­dan­ne face­va­no par­te del gio­co e noi l’avevamo mes­so in con­to e in que­sta logi­ca anche l’ometto che piscia, Calo­ge­ro, acqui­sta una sua digni­tà, un senso.

Ma poi arri­va­no i mor­ti, nel modo più ina­spet­ta­to e cru­de­le e nem­me­no per mano del­lo Sta­to, alme­no diret­ta­men­te. Ma a que­sto pun­to il rac­con­to fini­sce. Dona­to depo­ne la veste del­lo sto­ri­co per indos­sa­re quel­la del com­pa­gno e dell’amico feri­to nei sen­ti­men­ti più pro­fon­di. A noi è venu­to in men­te il per­so­nag­gio del coro gre­co che spes­so nascon­de­va nel cuo­re un segre­to. Rive­lar­lo, ren­de­va pos­si­bi­le la solu­zio­ne del­la tra­ge­dia. Alla luce di quei mor­ti, tra­gi­ca ci appa­re anche la sto­ria del Col­let­ti­vo vicen­ti­no: una sor­ta di iti­ne­ra­rio dall’innocenza alla col­pa “in cui la tra­ge­dia appa­re come la col­pe­vo­lez­za del giu­sto [e] la com­me­dia come la giu­sti­fi­ca­zio­ne del col­pe­vo­le[1]. Già, la com­me­dia. Esat­ta­men­te quel­la prin­ci­pia­ta in Ita­lia dal­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne neo­li­be­ri­sta, pre­vio il 7 apri­le di Calo­ge­ro e l’8 set­tem­bre di Cesa­re Romi­ti. È in essa che dovre­mo cer­ca­re la rispo­ste alle nostre doman­de. Ma que­sta è vera­men­te un’altra storia.

[1] G. Agam­ben, Cate­go­rie ita­lia­ne. Stu­di di poe­ti­ca, Mar­si­lio, Vene­zia 1996, p. 12.

IL LIBRO

Donato Tagliapietra
Gli autonomi
L’autonomia operaia vicentina.
Dalla rivolta di Valdagno alla repressione

pp 256
2019
€ 19,00
Deri­ve Approdi

L’AUTORE

DONATO TAGLIAPIETRA

(1954) è mer­can­te d’antiquariato. Nel­la secon­da metà degli anni ’70 ha mili­ta­to nei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti. Nel 1980, dopo un anno e mez­zo di lati­tan­za vie­ne arre­sta­to e scon­ta tre anni di car­ce­re. Nel 2007 con­tri­bui­sce alla costru­zio­ne del movi­men­to «No Dal Molin», con­tro la nuo­va base mili­ta­re ame­ri­ca­na. Negli anni suc­ces­si­vi ricom­po­ne l’archivio dei mate­ria­li mili­tan­ti che era anda­to disper­so dal­la repres­sio­ne e lavo­ra alla scrit­tu­ra di que­sto libro.