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La sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti rac­con­ta­ta dai suoi pro­ta­go­ni­sti. Il VI volu­me degli Auto­no­mi rico­strui­sce, attra­ver­so le voci di Pie­ro e Gia­co­mo Despa­li, il lun­go Ses­san­tot­to ita­lia­no nel ter­ri­to­rio – il Nord Est – che più di altri sarà inve­sti­to dal muta­men­to pro­dut­ti­vo e poli­ti­co del­la Secon­da Repubblica

di Fran­ce­sco Raparelli

7 apri­le 2020

Mili­tan­te com­ples­si­vo. Sem­bre­reb­be, di pri­mo acchi­to, quel­lo «di pro­fes­sio­ne» pre­sen­ta­to da Lenin nel Che fare? Eppu­re, non è la stes­sa cosa. È un modo di esse­re del sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio nel­la tran­si­zio­ne nove­cen­te­sca, il sal­to d’epoca che dal for­di­smo, e dal­lo Sta­to key­ne­sia­no, pro­ce­de ver­so la socie­tà del gene­ral intel­lect. Un mili­tan­te comu­ni­sta e com­bat­ten­te, cer­to, ma del tut­to inter­no al pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, nel­la sua «gran­de tra­sfor­ma­zio­ne». Orga­niz­za­to­re rigo­ro­so, è vero, ma desi­de­ro­so di assa­po­ra­re i Grun­dris­se di Marx o gli Illu­mi­ni­sti. Agi­ta­to­re davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che, senz’altro, ma pure e soprat­tut­to nel­le piaz­ze libe­re, ascol­tan­do i Led Zep­pe­lin e pro­get­tan­do un lun­go viag­gio. Un roma­no del­la spe­cie in que­stio­ne, scom­par­so trop­po pre­sto, per ritrar­re fat­tez­ze e com­por­ta­men­ti del­la nuo­va figu­ra pro­dut­ti­va, dell’intel­let­tua­li­tà di mas­sa, usò un’espressione avvin­cen­te: hope­ful­mon­sters; in gene­ti­ca, i mostri pie­ni di spe­ran­za che scan­di­sco­no i sal­ti evo­lu­ti­vi. Sfug­ge ai più, ma la com­par­sa del­le figu­re ormai fin trop­po note del lavo­ro cogni­ti­vo – pove­ro di sala­rio, pre­ca­rio di con­trat­to, ric­co di com­pe­ten­ze e capa­ci­tà impren­di­to­ria­li – ha un pre­ce­den­te nel mili­tan­te com­ples­si­vo degli ita­li­ci anni Set­tan­ta. Mostro pie­no di spe­ran­za, appun­to.

Il libro-inter­vi­sta a cura di Mim­mo Ser­san­te, il VI volu­me Deri­veAp­pro­di dedi­ca­to alla sto­ria dell’Autonomia Ope­ra­ia, ha per pro­ta­go­ni­sti due mili­tan­ti com­ples­si­vi di Pado­va: due fra­tel­li di ori­gi­ne dal­ma­ta, Pie­ro e Gia­co­mo Despa­li. La loro sto­ria por­ta con sé e rac­con­ta quel­la dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti, vicen­da nata dopo lo scio­gli­men­to del grup­po Pote­re Ope­ra­io e con­clu­sa dal­la furia repres­si­va che ha ini­zio il 7 apri­le del 1979. Il volu­me, com­po­sto anche da sche­de, inter­vi­ste e docu­men­ti, diver­te e appas­sio­na chi i fra­tel­li li cono­sce e li ha fre­quen­ta­ti, ma sol­le­ci­ta anche i gio­va­ni che da non mol­to si sono but­ta­ti nel­la mischia. Il rac­con­to è den­so e impe­gna­ti­vo, inten­dia­mo­ci. Eppu­re c’è rit­mo: la for­ma del dia­lo­go è quel­la giu­sta, per­ché sen­za poli­fo­nia non c’è sto­ria di que­gli anni; il ricor­do del­le gesta, giu­sta­men­te orgo­glio­so, non sfug­ge alla lama dell’autocritica; il det­ta­glio bio­gra­fi­co, che pure com­pa­re, è sem­pre aggan­cia­to ai sus­sul­ti dell’epoca.

Pro­via­mo a indi­vi­dua­re alcu­ni pun­ti sin­go­la­ri, che orien­ta­no e muo­vo­no la lettura.

Il ter­ri­to­rio. Un Mao non dog­ma­ti­co inse­gna ai pado­va­ni che la spa­zio non è già dato, sta­ti­co. È piut­to­sto dina­mi­co, ha a che fare con la fab­bri­ca che si fa socie­tà, con la pro­du­zio­ne che divie­ne coe­sten­si­va alla ripro­du­zio­ne. Non stu­pi­sce, allo­ra, che il ter­ri­to­rio sia in pri­mo luo­go quel­lo dei pen­do­la­ri, la mer­ce for­za-lavo­ro, sia essa in for­ma­zio­ne o già impie­ga­ta, che si muo­ve e cir­co­la. Non è Mao, ma è Marx ovvia­men­te, quel­lo acu­mi­na­to dell’operaismo dei “Qua­der­ni ros­si” e di “Clas­se ope­ra­ia”, quel­lo che ha il nome di Toni Negri e dell’Istituto di Scien­ze Poli­ti­che dell’Università di Pado­va. Il gio­co del go, però, indi­ca che il ter­ri­to­rio va strap­pa­to, occu­pa­to. È nel ter­ri­to­rio che si fa la «base ros­sa», il con­tro­po­te­re, ovve­ro un dua­li­smo di pote­re per­ma­nen­te, che non ambi­sce alla pre­sa del Palaz­zo d’Inverno. È nel ter­ri­to­rio che il nuo­vo sog­get­to pro­le­ta­rio – sco­la­riz­za­to, osti­le alla fati­ca sala­ria­ta, intra­pren­den­te – si com­po­ne e fa del­la sua esi­sten­za, del suo desi­de­rio di cono­scen­za, tra­ma offensiva.

La muta. Il com­bat­ten­te non è un clan­de­sti­no, e nem­me­no un «tifo­so». Ha sem­pre in men­te l’adagio di Lukács – da Lenin sem­pre ispi­ra­to: «per lot­ta­re effi­ca­ce­men­te con­tro la bor­ghe­sia, occor­re varia­re di con­ti­nuo le armi lega­li e ille­ga­li e spes­so uti­liz­zar­le con­tem­po­ra­nea­men­te nel­le stes­se que­stio­ni». Non si trat­ta di eroi roman­ti­ci, né di mona­ci del­la III Inter­na­zio­na­le: meglio pen­sa­re ai lupi. Il mas­si­mo teo­ri­co del­la sovra­ni­tà sta­ta­le, ovve­ro Tho­mas Hob­bes, defi­ni­reb­be le mute di lupi «siste­mi irre­go­la­ri». Cosa inten­de­va il misan­tro­po? Il fede­ra­li­smo con­tro lo Sta­to, l’uso col­let­ti­vo del­la for­za con­tro il Levia­ta­no. Il mostro bibli­co, che fa il popo­lo con­tro la mol­ti­tu­di­ne, teme fol­le­men­te la mol­ti­tu­di­ne con­tro il popo­lo. C’è dun­que una lun­ga tra­di­zio­ne che pre­ce­de e sol­le­ci­ta gli auto­no­mi vene­ti, e non solo loro ovvia­men­te (pen­sia­mo a Roma, Mila­no, Bolo­gna): quel­la che ritie­ne rego­la la sedi­tio e leg­ge il com­pro­mes­so tem­po­ra­neo; quel­la che strin­ge pat­ti bat­ta­glian­do, ma respin­ge i con­trat­ti e il dirit­to privato.

Biblio­te­ca. I pri­mi sag­gi del mate­ria­li­smo, quel­lo razio­na­le e quel­lo sto­ri­co, Pie­ro e Gia­co­mo li tro­va­no tra i libri degli Isti­tu­ti tec­ni­ci fre­quen­ta­ti. Si chia­ma mobi­li­tà socia­le. La lot­ta ope­ra­ia e il lun­go Ses­san­tot­to ita­lia­no sono in pri­mo luo­go que­sto: «non farò la tua stes­sa spor­ca vita», lamen­ta­va Clau­dio Lol­li. Rifiu­to del lavo­ro è sì com­bat­ti­men­to, ma per­ché è desi­de­rio di cono­scen­za, di socia­li­tà altra. I fra­tel­li Despa­li, ed è for­se il movi­men­to più bel­lo del rac­con­to, fan­no del­le loro let­tu­re le pro­ta­go­ni­ste del­la sce­na, al pari del pic­chet­to e del­la men­sa auto­ge­sti­ta, degli scon­tri e del­le assem­blee del 1977. L’operaismo è la sco­per­ta di un Marx sco­no­sciu­to, dal Pci e dal­la sini­stra mano­mes­so e mal­trat­ta­to. Ed è una chia­ve per met­te­re in scac­co Fran­co­for­te e la sua Scuo­la. Ma ci sono anche Geor­ge Jack­son e Ange­la Davis. C’è il Set­te­cen­to fran­ce­se che pre­pa­ra la rivo­lu­zio­ne bor­ghe­se, c’è la Fran­cia di Fou­cault e Deleu­ze. Il mili­tan­te com­ples­si­vo sco­pre mon­di, pre­pa­ran­do le sue armi.

Essen­do una sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci, il rac­con­to si fer­ma con la deva­sta­zio­ne repres­si­va di Calo­ge­ro e teo­re­mi vari. È vero però che, se c’è un ele­men­to dav­ve­ro sin­go­la­re dell’Autonomia vene­ta, que­sto è la sua con­ti­nui­tà, la capa­ci­tà di rilan­cia­re l’innovazione poli­ti­ca con la sta­gio­ne dei cen­tri socia­li, col «popo­lo di Seat­tle», col movi­men­to dei Forum socia­li. È vero pure che inter­ru­zio­ne vi fu. Per la repres­sio­ne, indub­bia­men­te, ma per un pro­ble­ma più rile­van­te, che anco­ra ci afflig­ge: qua­le il rove­scio del­la fab­bri­ca post­for­di­sta? Il movi­men­to dell’Autonomia, che anti­ci­pa il sal­to d’epoca, vie­ne dal­lo stes­so supe­ra­to. I mostri pie­ni di spe­ran­za si fan­no recal­ci­tran­ti alla for­ma par­ti­to, più in gene­ra­le all’organizzazione, pre­fe­ren­do l’exit alla voi­ce. Pro­ble­ma di ieri, nel­la tran­si­zio­ne in cor­so; pro­ble­ma di oggi, con la tran­si­zio­ne fini­ta da un pez­zo e il neo­li­be­ra­li­smo, con­tro­ri­vo­lu­zio­ne per­ma­nen­te, che pas­sa di cri­si in crisi.

Nel­la foto 28/​05/​1975: scon­tri a Pado­va per impe­di­re il comi­zio del pre­si­den­te dell’Msi Covel­li (via col­let­ti­vi­po­li­ti­ci­ve­ne­ti)

Trat­to da: https://www.dinamopress.it/news/mostri-pieni-speranza