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L’Autonomia ope­ra­ia vicen­ti­na dal­la rivol­ta di Val­da­gno alla repres­sio­ne di Thie­ne, Edi­zio­ni Deri­veAp­pro­di, Roma, 2019, pp. 256, € 19,00

A voler spie­ga­re come si scri­ve un testo docu­men­ta­to e rigo­ro­so, su un fram­men­to dei nostri anni ’70, sen­za melan­co­nie memo­ria­li­sti­che e nar­ci­si­smi bio­gra­fi­ci, il quin­to volu­me del­la serie “Gli auto­no­mi” potreb­be esse­re cita­to come esem­pio vir­tuo­so.
Il libro, dedi­ca­to all’esperienza del movi­men­to auto­no­mo nell’alto vicen­ti­no – una peri­me­tra­zio­ne solo appa­ren­te­men­te mar­gi­na­le, in real­tà ric­ca di impli­ca­zio­ni e con­nes­sio­ni gene­ra­li –, è scrit­to “al pre­sen­te”: nien­te nostal­gie, nien­te auto­com­pia­ci­men­to, meno che mai dis­so­cia­zio­ne. L’autore non fa mai astra­zio­ne dal suo pun­to di osser­va­zio­ne natu­ra­le: la durez­za spi­go­lo­sa e inaf­fer­ra­bi­le dei tem­pi d’oggi.

Il rac­con­to dell’autonomia vicen­ti­na pre­sen­ta dei trat­ti di vivo inte­res­se, innan­zi tut­to per la spe­ci­fi­ci­tà del ter­ri­to­rio. Quel­la rac­con­ta­ta da Dona­to Taglia­pie­tra, diri­gen­te dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti, ex pri­gio­nie­ro degli infi­ni­ti pro­ces­si che segui­ro­no al 7 apri­le, è innan­zi­tut­to una sto­ria ope­ra­ia, anche e soprat­tut­to nel­la sua dimen­sio­ne di rifiu­to del­la fab­bri­ca: la cro­na­ca dell’emersione embrio­na­le di un “altro movi­men­to ope­ra­io”, in cui un pez­zo di gio­ven­tù di pro­vin­cia riget­ta la coa­zio­ne al lavo­ro e l’etica sacri­fi­ca­le del cot­ti­mo e del­lo straor­di­na­rio a cui i padri ave­va­no sacri­fi­ca­to la vita.

Non a caso il libro si apre con i fat­ti del­la rivol­ta di Val­da­gno qua­si a sot­to­li­nea­re la matri­ce pro­le­ta­ria (non gene­ri­ca­men­te ribel­le o con­tro­cul­tu­ra­le) di quel­la incu­ba­zio­ne che sul fini­re degli anni del boom, pre­pa­ra le con­di­zio­ni dell’esplosione del decen­nio successivo:

Nell’ambito del­la pri­ma indu­stria­liz­za­zio­ne ita­lia­na l’industria tes­si­le vicen­ti­na ha un ruo­lo di prim’ordine, tan­to da con­fe­ri­re a que­sta pro­vin­cia carat­te­ri strut­tu­ra­li che l’avvicinano di più all’esperienza del trian­go­lo indu­stria­le che a quel­la vene­ta e ita­lia­na […] A ren­de­re ori­gi­na­le il pro­ces­so di indu­stria­liz­za­zio­ne vicen­ti­no è sta­to il modo in cui la fab­bri­ca si inse­ri­sce nel­la strut­tu­ra socia­le pre­e­si­sten­te, appa­ren­te­men­te sen­za trau­mi né frat­tu­re net­te, anzi sal­va­guar­dan­do gli anti­chi equi­li­bri. Tut­to ciò ha fat­to par­la­re di uno spe­ci­fi­co model­lo di svi­lup­po: quel­lo vene­to. Fino all’aprile del 1968 alla Mar­zot­to di Val­da­gno (p. 11)

Sui fat­ti di Val­da­gno, mol­to si è scrit­to, col­lo­can­do­li addi­rit­tu­ra tra gli epi­so­di fon­da­ti­vi del ’68 ita­lia­no: la sta­tua del fon­da­to­re Gae­ta­no Mar­zot­to abbat­tu­ta, le ore di scon­tri con la poli­zia den­tro ter­ri­to­ri abi­tua­ti alla paci­fi­ca­zio­ne e a un’etica del lavo­ro asfis­sian­te. È l’autonomia di clas­se all’opera, pri­ma che si gene­ra­liz­zi l’uso stes­so del­la categoria.

Da quel fecon­do spar­tiac­que, nei gran­di comu­ni indu­stria­li di Thie­ne, Schio, Mara­no, Bas­sa­no, l’autunno cal­do evo­ca una gene­ra­zio­ne di gio­va­nis­si­mi qua­dri di movi­men­to – interni/​esterni al tes­su­to del­le fab­bri­che – che avvia­no un’altra pras­si e un’altra pro­get­tua­li­tà den­tro i ter­ri­to­ri. Si con­so­li­da un’area di con­trap­po­si­zio­ne ed estra­nei­tà ai due mon­di allo­ra ege­mo­ni: il Vene­to bian­co – con i suoi casca­mi cle­ri­ca­li e demo­cri­stia­ni – e l’opposizione uffi­cia­le, il Pci – con le sue stra­te­gie e ritua­li­tà paludate.

Ini­zia la sta­gio­ne dei grup­pi, l’emersione di un’“altra sini­stra” che pren­de for­ma pub­bli­ca, con le sue sedi, le sue sigle, le sue ini­zia­ti­ve. È una sta­gio­ne bre­ve, tut­to si con­su­ma in un lam­po: i tem­pi sono acce­le­ra­ti, den­si e straor­di­na­ria­men­te fecon­di. Pote­re ope­ra­io si è sciol­ta nel ’73, Lot­ta Con­ti­nua anna­spa den­tro la radi­ca­li­tà del­le sue con­trad­di­zio­ni e del­le aspet­ta­ti­ve che il con­flit­to ha evo­ca­to soprat­tut­to nel­le com­po­nen­ti più gio­va­ni­li. È il 1976, quan­do la nuo­va com­po­si­zio­ne gio­va­ni­le di movi­men­to nel­la bas­sa vicen­ti­na, matu­ra un pas­sag­gio di rottura:

Tem­po qual­che set­ti­ma­na e uscia­mo da Lot­ta Con­ti­nua. Sem­pli­ce­men­te, sen­za stra­sci­chi pole­mi­ci, anzi man­te­nen­do intat­to il patri­mo­nio rela­zio­na­le costrui­to nel­la mili­tan­za con­di­vi­sa. Nien­te por­te sbat­tu­te o accu­se incro­cia­te. D’altronde non por­tia­mo via le mas­se, sem­pli­ce­men­te una par­te rela­ti­va­men­te pic­co­la ma mol­to coe­sa e deter­mi­na­ta, non par­te­ci­pa più a quell’agire col­let­ti­vo e pro­get­tua­le dopo tre anni abbon­dan­ti di appar­te­nen­za. Andia­mo a costrui­re quo­ti­dia­ni­tà da un’altra par­te. Da quel momen­to sia­mo un’altra cosa […] Il nuo­vo rife­ri­men­to è l’Autonomia Ope­ra­ia, che non è un nuo­vo grup­po, ma un pro­get­to poli­ti­co e di lot­ta da costrui­re insie­me. Con un tem­pi­smo per­fet­to arri­va la pro­po­sta dei com­pa­gni dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Pado­va­ni, fat­ta a tut­te le real­tà di movi­men­to del­la regio­ne, di incon­trar­ci per discu­te­re un pro­get­to di orga­niz­za­zio­ne regio­na­le. (p. 38)

Il vene­to bian­co ripro­du­ce le stes­se dina­mi­che socia­li e gene­ra­zio­na­li del resto d’Italia. Que­sta nuo­va com­po­si­zio­ne gio­va­ni­le, al di là del­le sigle di rife­ri­men­to, si col­lo­ca cul­tu­ral­men­te in una con­di­zio­ne di rot­tu­ra esi­sten­zia­le con il mon­do dei padri: il rifiu­to del­le ideo­lo­gie lavo­ri­ste – sia in sal­sa micro-capi­ta­li­sti­ca che ber­lin­gue­ria­na –, la ten­den­za a fare comu­ni­tà, costruen­do una nuo­va mili­tan­za che coin­ci­de con le scel­te di vita, la musi­ca, le spe­ri­men­ta­zio­ni psi­che­de­li­che, la libe­ra­zio­ne ses­sua­le. E il tema del­le legit­ti­mi­tà dell’uso del­la for­za – anche arma­ta – che ormai comin­cia diven­ta­re dirimente.

Nasce una mili­tan­za con carat­te­ri­sti­che nuo­ve, che agi­sce den­tro dina­mi­che e filie­re socia­li mol­to diret­te. Con Alqua­ti pos­sia­mo defi­nir­la di “medio rag­gio”, nel sen­so di un inter­ven­to poli­ti­co pub­bli­co, for­te­men­te con­di­vi­so, pra­ti­ca­to nel quo­ti­dia­no e in uno spe­ci­fi­co ter­ri­to­rio; con­di­zio­ne che per­met­te più facil­men­te di non sca­de­re nel lea­de­ri­smo e nel sog­get­ti­vi­smo per­ché impe­gna­ta alla orga­niz­za­zio­ne del­la for­ma pub­bli­ca dell’autonomia ope­ra­ia. Si trat­ta di orga­ni­smi pro­le­ta­ri di mas­sa, auto­no­mi da par­ti­ti e sin­da­ca­ti, dove la lot­ta per affer­ma­re i biso­gni e l’uso del­la for­za mar­cia­no di pari pas­so: si vuo­le esse­re qua­dri com­ples­si­vi, nel sen­so che non deve esser­ci sepa­ra­zio­ne tra il poli­ti­co e il mili­ta­re. Tra il ’76 e l’80 si regi­stra­no in Vene­to più di 500 atti di “uso ragio­na­to del­la for­za”. Nel­la mag­gior par­te dei casi sono azio­ni di sabo­tag­gio e dan­neg­gia­men­ti nei con­fron­ti del­le pro­prie­tà di fasci­sti, for­ze dell’ordine, poli­ti­ci demo­cri­stia­ni e baro­ni uni­ver­si­ta­ri. Fra­tel­lan­za e intel­li­gen­za, for­za e com­pli­ci­tà: que­sto diven­ta lo spa­zio dove si col­lo­ca la nuo­va mili­tan­za. (p. 51)

Tut­to si mesco­la fre­ne­ti­ca­men­te in mesi che val­go­no come anni, men­tre la cri­si ita­lia­na si avvi­ta sem­pre di più tra ten­ta­zio­ni auto­ri­ta­rie e il fosco oriz­zon­te del com­pro­mes­so sto­ri­co in gesta­zio­ne.
In una dimen­sio­ne di den­sa socia­li­tà e con­tro­po­te­re rea­le eser­ci­ta­to nei ter­ri­to­ri, si va a costi­tui­re quel­lo che l’autore defi­ni­sce “il labo­ra­to­rio vene­to” – un rap­por­to di for­za rea­le che misu­ra ogni gior­no la pro­pria ege­mo­nia; ma che costrin­ge anche a rein­ven­ta­re con­ti­nua­men­te for­me, lin­guag­gi e pra­ti­che, per rima­ne­re al pas­so con i tem­pi del­la crisi/​ristrutturazione che sta ridi­se­gnan­do la socie­tà vene­ta. L’allungamento del­la filie­ra pro­dut­ti­va – che oggi è assun­to come ele­men­to fon­da­men­ta­le di gerar­chiz­za­zio­ne del lavo­ro vivo – cono­sce in quel tes­su­to un suo cam­po fon­da­men­ta­le di avvio e spe­ri­men­ta­zio­ne. I gio­va­ni auto­no­mi vicen­ti­ni “inse­guo­no” davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che i loro coe­ta­nei ope­rai, orga­niz­zan­do le ron­de con­tro gli straor­di­na­ri o l’intervento con­tro i licen­zia­men­ti, ma devo­no anche nel con­tem­po costrui­re le loro “filie­re” alter­na­ti­ve – socia­li e anta­go­ni­ste – in cui ricom­por­re nel ter­ri­to­rio quel mon­do ope­ra­io che si va sfi­lac­cian­do, nel decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo, nell’autosfruttamento dei capan­non­ci­ni e del lavo­ro a domicilio.

Tut­ta la sto­ria dell’Autonomia vicen­ti­na – per col­lo­ca­zio­ne, cul­tu­ra, memo­ria – è imper­nia­ta sul rifiuto/​superamento del­la con­di­zio­ne ope­ra­ia. L’esperienza sto­ri­ca dei Grup­pi Socia­li vive all’interno di que­sta dina­mi­ca diven­tan­do imme­dia­ta­men­te lo stru­men­to attra­ver­so il qua­le aggre­di­re e rom­pe­re la nuo­va costri­zio­ne al lavo­ro. In par­ti­co­la­re que­sto pro­get­to orga­niz­za­ti­vo tro­va soste­gno pie­no nel­la teo­ria dell’operaio socia­le che per­met­te a tut­ti – ope­rai, disoc­cu­pa­ti, stu­den­ti, pic­co­li com­mer­cian­ti, pre­ca­ri etc – di sen­tir­si diret­ta­men­te mes­si in pro­du­zio­ne […] Esi­stia­mo allo­ra come ope­rai e ope­ra­ie socia­li, non come figu­re socio­lo­gi­che ma in quan­to sog­get­ti poli­ti­ci capa­ci di tro­va­re solu­zio­ni che libe­ri­no con­flit­to di clas­se, nel­la sua for­ma post-for­di­sta. L’intervento mili­tan­te quo­ti­dia­no pri­vi­le­gia i nuo­vi distret­ti indu­stria­li, i nuo­vi labo­ra­to­ri, i pae­si dove i com­par­ti del­la gran­de fab­bri­ca ven­go­no decen­tra­ti. Il lavo­ro ci inse­gue sem­pre più den­tro il ter­ri­to­rio e noi lì lo abbia­mo aspet­ta­to. Per­ché que­sto è il ter­re­no in cui sia­mo più for­ti. (p. 93)

L’operaio socia­le è quin­di la cate­go­ria che sup­por­ta que­sto sfor­zo tut­to poli­ti­co: e nasce dal­la pra­ti­ca, dal­la neces­si­tà di “giu­sti­fi­ca­re” e siste­ma­tiz­za­re que­sti pro­ces­si. Orto­pras­si e spre­giu­di­ca­tez­za teo­ri­ca sono in que­gli anni due poli che mar­ca­no un pro­ces­so neces­sa­rio e vir­tuo­so di pras­si-teo­ria-pras­si (poi diven­te­ran­no sbra­ca­men­to solip­si­sti­co, man mano che il con­flit­to si essic­che­rà e reste­ran­no in cam­po solo i chiac­chie­ro­ni da semi­na­rio, ma que­sto è un altra storia).

L’autore ren­de pun­ti­glio­sa­men­te con­to dei pro­ces­si di for­ma­zio­ne del­le strut­tu­re auto­no­me – dai coor­di­na­men­ti ope­rai ai comi­ta­ti stu­den­te­schi, ricom­po­sti oriz­zon­tal­men­te nel­la figu­ra dei Grup­pi Socia­li – ‚così come del­le cam­pa­gne che scan­di­ran­no la for­za cre­scen­te dell’autonomia ope­ra­ia in vene­to e la sua pro­get­tua­li­tà nazio­na­le, in rap­por­to con l’area mila­ne­se di Ros­so.
Nasce Radio Sher­wood – con la sua reda­zio­ne vicen­ti­na – ed il set­ti­ma­na­le poli­ti­co Auto­no­mia: stru­men­ti indi­spen­sa­bi­li per ren­de­re con­to del­la ric­chez­za del­le ini­zia­ti­ve dif­fu­se sul ter­ri­to­rio.
Le ron­de ope­ra­ie “mobi­li” con­tro gli straor­di­na­ri, diven­ta­no model­lo di inter­ven­to nel socia­le, nel­la lot­ta per la casa e nel­le pri­me occu­pa­zio­ni di spa­zi socia­li. Il cre­scen­do del con­tro­po­te­re evo­ca un cre­scen­do di repres­sio­ne, che pro­va a rin­tuz­za­re, pal­mo a pal­mo, l’egemonia che gli auto­no­mi con­qui­sta­no su pez­zi impor­tan­ti di tes­su­to socia­le: i con­fe­de­ra­li e il PCI diven­ta­no par­te atti­va di que­sto sfor­zo di con­tra­sto all’autonomia ope­ra­ia, in un sus­se­guir­si di arre­sti, pro­ces­si e inchie­ste, che cul­mi­ne­ran­no, nel gran­de sho­w­do­wn fina­le del PM Calo­ge­ro (il libro ripor­ta anche l’imbarazzante e fami­ge­ra­to post pub­bli­ca­to nel 2017 da Umber­to Con­ta­rel­lo, all’epoca ven­ti­duen­ne segre­ta­rio del­la FGCI pado­va­na, che rac­con­ta di come Calo­ge­ro andas­se per­so­nal­men­te nei loca­li del­la Fede­ra­zio­ne del PCI ad istruir­lo sul­la ver­sio­ne che avreb­be dovu­to soste­ne­re come testi­mo­ne d’accusa al pro­ces­so con­tro l’Autonomia…).

Ma nel vicen­ti­no lo spar­tiac­que di un’epoca non è il 7 apri­le del ’79. È piut­to­sto la tra­ge­dia di Thie­ne, la mor­te ina­spet­ta­ta di tre gio­va­ni pro­le­ta­ri dei col­let­ti­vi vicen­ti­ni, Ange­lo del San­to, Alber­to Gra­zia­ni e Maria Anto­niet­ta Ber­na, e il suc­ces­si­vo assur­do sui­ci­dio in car­ce­re di Loren­zo Bor­to­li. Dona­to Taglia­pie­tra lascia capi­re che fu quell’evento a segna­re la fine di qual­co­sa: agli attac­chi repres­si­vi le strut­tu­re auto­no­me era­no abi­tua­te; ma i fat­ti di Thie­ne reca­no un segno auto­di­strut­ti­vo che dif­fi­cil­men­te avreb­be potu­to ricomporsi.

A Thie­ne, attor­no alle ore 17.00, un’esplosione pro­vo­ca la mor­te di tre com­pa­gni, mili­tan­ti dei Cpv. La sto­ria si inter­rom­pe e si capi­sce che nien­te più sareb­be sta­to come pri­ma. Esi­ste un pri­ma e un dopo l’11 apri­le ’79. (p. 163)

I tre mili­tan­ti sta­va­no rea­liz­zan­do un ordi­gno esplo­si­vo che sareb­be ser­vi­to den­tro la cam­pa­gna di rispo­sta alla maxi reta­ta del 7 Apri­le. Le strut­tu­re dell’autonomia vicen­ti­na riven­di­ca­no imme­dia­ta­men­te l’internità del­le figu­re e del per­cor­so dei tre gio­va­ni mili­tan­ti mor­ti e scri­vo­no in un comu­ni­ca­to usci­to subi­to dopo i fatti:

Nes­su­na dispu­ta di linea poli­ti­ca, nes­su­na dif­fe­ren­zia­zio­ne di impo­sta­zio­ne di ana­li­si den­tro il movi­men­to, può offu­sca­re, nega­re l’appartenenza dei com­pa­gni all’intero movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio, a tut­ti i comu­ni­sti. L’intero movi­men­to di clas­se deve riven­di­ca­re a sé que­sti com­pa­gni cadu­ti. Per non dimen­ti­ca­re. Per ricor­da­re. (p. 164)

L’autore ci ripor­ta al cli­ma dram­ma­ti­co di quei giorni.

Quel­la che si sca­te­na con­tro una pic­co­la real­tà di pro­vin­cia è una repres­sio­ne sen­za egua­li. Cru­de­le e fero­ce. L’intento è quel­lo di sra­di­ca­re defi­ni­ti­va­men­te l’organizzazione auto­no­ma. Vie­ne mes­sa in cam­po da Dal­la Chie­sa attra­ver­so un’operazione che mili­ta­riz­za per un mese un inte­ra zona. (p. 167)

Man­da­ti di cat­tu­ra e per­qui­si­zio­ni pio­vo­no a tap­pe­to su tut­to il territorio:

Nel nostro caso nien­te vie­ne rispar­mia­to, fino alla con­te­sta­zio­ne a tut­ti del rea­to di omi­ci­dio. Non esi­ste un impian­to accu­sa­to­rio, non è mai esi­sti­to duran­te tut­ta la fase pro­ces­sua­le. La volon­tà di spar­ge­re ter­ro­re con la rap­pre­sa­glia è l’impianto accu­sa­to­rio. Scat­ta­no dap­per­tut­to posti di bloc­co, con­trol­li nei luo­ghi fre­quen­ta­ti dai com­pa­gni e nel­le loro abi­ta­zio­ni. Nei luo­ghi fre­quen­ta­ti dal movi­men­to i poli­ziot­ti si sca­te­na­no con­tro le com­pa­gne con pro­vo­ca­zio­ni ses­si­ste. (p. 168)

Le per­so­ne care alle vit­ti­me ven­go­no arre­sta­te o inqui­si­te. Tra loro Loren­zo Bor­to­li, affit­tua­rio dell’appartamento in cui avvie­ne la tra­ge­dia e com­pa­gno di Maria Anto­niet­ta. Dopo due mesi di iso­la­men­to, ves­sa­zio­ni, tra­sfe­ri­men­ti e pro­vo­ca­zio­ni, Loren­zo si sui­ci­da nel­la sezio­ne tran­si­ti del car­ce­re di Vero­na. Da set­ti­ma­ne è in pie­di una cam­pa­gna di opi­nio­ne per la sua libe­ra­zio­ne, visti i ten­ta­ti­vi di sui­ci­dio già mes­si in atto e lo sta­to di pro­fon­da pro­stra­zio­ne psi­co­lo­gi­ca pro­vo­ca­ta dal­la mor­te del­la com­pa­gna, oltre che dal­la deten­zio­ne. Il quar­to fune­ra­le a pugni chiu­si, nel­la pic­co­la stra­zia­ta pro­vin­cia vicentina.

Tra lati­tan­za, car­ce­re e pro­ces­si (le ulti­me pre­scri­zio­ni arri­va­no nel 2006!) la vicen­da poli­ti­co orga­niz­za­ti­va dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vicen­ti­ni ter­mi­na all’inizio degli anni ’80. Le scel­te di vita si divi­do­no, il ter­ri­to­rio muta segno rapi­da­men­te: l’eroina si dif­fon­de capil­lar­men­te anche nei pic­co­li cen­tri; ampi set­to­ri del Vene­to, soprat­tut­to fino al rapi­men­to Dozier, resta­no zone alta­men­te mili­ta­riz­za­te (a Pado­va cit­tà si riu­sci­rà a rom­pe­re il divie­to di mani­fe­sta­zio­ne solo nel 1985, dopo l’esecuzione sbir­re­sca di Pedro Gre­co). E cosa più impor­tan­te: la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne socia­le accom­pa­gna la valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca del “model­lo vene­to”, che pas­sa da dimen­sio­ne pro­dut­ti­va mar­gi­na­le e peri­fe­ri­ca, all’inserimento nel­le gran­di filie­re pro­dut­ti­ve tede­sche e mitteleuropee.

L’autore, a dif­fe­ren­za di altri che han­no con­tri­bui­to ai volu­mi pre­ce­den­ti del­la serie, ci tie­ne a ren­de­re ono­re ai tan­ti che han­no pro­se­gui­to, negli anni 80/​90 la con­ti­nui­tà di un’ipotesi poli­ti­co orga­niz­za­ti­va lega­ta all’autonomia.

Quan­do uscii le cose era­no cam­bia­te, ma mi sen­ti­vo anco­ra inter­no a una situa­zio­ne di lot­ta soli­da e impor­tan­te. La sto­ria con­ti­nua­va. Mai un gior­no a Pado­va, dagli stu­di di Vico­lo Pon­te­cor­vo, Radio Sher­wood era sta­ta in silen­zio. Accom­pa­gna­va soste­ne­va, difen­de­va e orga­niz­za­va lo spa­zio auto­no­mo. Nasce­va il Coor­di­na­men­to Nazio­na­le Anti­nu­clea­re Antim­pe­ria­li­sta, che tan­ta impor­tan­za ebbe in quel pre­ci­so momen­to, con­si­de­ran­do quan­to di dram­ma­ti­co sta­va suc­ce­den­do den­tro le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti clan­de­sti­ne e nel­le car­ce­ri spe­cia­li. […] Da quel ciclo di lot­te pre­se­ro vita le pri­me occu­pa­zio­ni con l’avvio, lun­go gli anni Novan­ta del movi­men­to dei Cen­tri Socia­li. Nel 1988 a Pado­va, in via Tici­no, nasce­va il Pedro, l’anno dopo a Mestre il Rivol­ta, poi il Morion a Vene­zia, l’Aggro nel Tre­vi­gia­no, l’Emoprimodellalista nel­la bas­sa pado­va­na, fino allo Ya Basta di Vicen­za. […] Quel­lo fu mol­to som­ma­ria­men­te l’impianto di movi­men­to con il qua­le si arri­vò a Geno­va 2001. E dopo Geno­va il movi­men­to di lot­ta con­tro la base ame­ri­ca­na di Dal Molin, a Vicen­za, nel feb­bra­io 2007 por­tò in piaz­za una mani­fe­sta­zio­ne auto­no­ma di 200.000 per­so­ne. (p. 203)

Tut­to sto­ri­ca­men­te cor­ret­to. Ma non ci si può sot­trar­re alla doman­da più dolo­ro­sa, con cui fa i con­ti Eli­sa­bet­ta Michie­lin nel­la bel­la introduzione:

Aver visto giu­sto, aver guar­da­to al ter­ri­to­rio pone però un pro­ble­ma. Com’è potu­to acca­de­re che lo stes­so ter­ri­to­rio, lo stes­so rifiu­to del lavo­ro, han­no por­ta­to a un cam­bia­men­to di segno ina­spet­ta­to nel­la sua radi­ca­li­tà? Insom­ma, come e per­ché si è pro­dot­to l’uomo nuo­vo del­la Lega? Quei ragaz­zi che, piut­to­sto di entra­re in fab­bri­ca, ave­va­no deci­so di pren­de­re le armi, come sono diven­ta­ti gli sfrut­ta­to­ri di se stes­si nel­le miria­di di pic­co­li opi­fi­ci che han­no fat­to il mira­co­lo del Nord Est nel seco­lo scor­so? […] E anco­ra: che quel­la pro­du­zio­ne di sog­get­ti­vi­tà, mol­ti­pli­ca­tri­ce di liber­tà e di inven­zio­ne, abbia par­to­ri­to il mostro dell’autoreferenzialità e dell’esclusione, in una paro­la l’inimicizia asso­lu­ta nei con­fron­ti dell’altro e la com­ple­ta iden­ti­fi­ca­zio­ne con il lavo­ro? (p. 9)

Doman­de dolo­ro­se. Rispo­ste che meri­te­reb­be­ro ben più di un libro.