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di Mau­ri­zio Lazzarato

Par­ti­re da quest’altro «luo­go» del­la poli­ti­ca per­met­te di inter­ro­gar­si sull’eclisse dei sog­get­ti, teo­rie, orga­niz­za­zio­ni che abbia­no come pro­get­to poli­ti­co la rivo­lu­zio­ne.
Le ragio­ni van­no sicu­ra­men­te cer­ca­te negli anni di cui trat­ta il libro di Gia­co­mo e Pie­ro. Nel­la tra­di­zio­ne dei movi­men­ti rivo­lu­zio­na­ri, la scon­fit­ta è sem­pre sta­ta un mez­zo uti­le per ride­fi­ni­re la tat­ti­ca e la stra­te­gia. La Comu­ne di Pari­gi è sta­ta anche una rispo­sta ai limi­ti del­la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se e la for­ma del par­ti­to bol­sce­vi­co nasce da una rifles­sio­ne sul per­ché del mas­sa­cro dei “com­mu­nards”. La guer­ra e il pote­re era­no gli sco­gli sui qua­li si infran­ge­va il sogno rivo­lu­zio­na­rio, Lenin pro­po­ne di tra­sfor­ma­re la guer­ra in guer­ra civi­le rivo­lu­zio­na­ria per la pre­sa del pote­re.
Nes­sun vero bilan­cio è sta­to fat­to del­la nostra scon­fit­ta che la dice già lun­ga sul­la sua pro­fon­di­tà.
A metà degli anni Ses­san­ta, Han­nah Arendt con­si­de­ra­va anco­ra che le guer­re e le rivo­lu­zio­ni, dopo aver deter­mi­na­to la fisio­no­mia del XX seco­lo, costi­tui­va­no i “due pro­ble­mi poli­ti­ci cen­tra­li”. La guer­ra è l’altra real­tà che non sem­bra più far par­te del­le prio­ri­tà teo­ri­che e poli­ti­che, men­tre tut­ti i rivo­lu­zio­na­ri sono sta­ti degli otti­mi stra­te­ghi mili­ta­ri (gli asia­ti­ci su tut­ti!).
La filo­so­fa tede­sca si lan­cia anche in una pre­vi­sio­ne che si veri­fi­che­rà fal­la­ce: “sem­bra più pro­ba­bi­le che la rivo­lu­zio­ne sepa­ra­ta dal­la guer­ra, sus­si­sta in un avve­ni­re pre­ve­di­bi­le”. La sto­ria degli ulti­mi cinquant’anni ha decre­ta­to che se le guer­re con­ti­nua­no alle­gra­men­te, la rivo­lu­zio­ne sem­bra scom­par­sa.
Anche per una “libe­ra­le” come la Arendt la rivo­lu­zio­ne ave­va costi­tui­to, per due seco­li, la for­ma stes­sa del­la poli­ti­ca. L’iniziativa poli­ti­ca era tra le mani di quel­li che orga­niz­za­va­no la rot­tu­ra. Il seco­lo Ven­te­si­mo ci sug­ge­ri­reb­be di modi­fi­ca­re lo slo­gan dell’operaismo “pri­ma la clas­se e poi il capi­ta­le” con uno più ade­gua­to “pri­ma la rivo­lu­zio­ne e poi il capi­ta­le”, per­ché gli ope­rai non sono sta­ti il cuo­re del­le rivo­lu­zio­ni vit­to­rio­se del XX seco­lo.
Cosa è suc­ces­so negli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta che ci ha por­ta­to a que­sta situa­zio­ne ?
Nel mar­xi­smo euro­peo, che è sem­pre sta­to mol­to cen­tra­to sul Nord del mon­do, come se il capi­ta­li­smo vi fos­se rin­chiu­so, Hans Jun­ger Kra­hl costi­tui­sce un’eccezione. Il gio­va­ne e talen­tuo­so filo­so­fo tede­sco cono­sciu­to in Ita­lia come un anti­ci­pa­to­re del­le teo­rie del lavo­ro cogni­ti­vo, ha in real­tà ela­bo­ra­to una teo­ria del­la rivo­lu­zio­ne che mi sem­bra un buon pun­to di par­ten­za.
Alla fine degli anni Ses­san­ta, Kra­hl dice che non esi­ste nes­sun esem­pio di rivo­lu­zio­ne vit­to­rio­sa nei pae­si svi­lup­pa­ti, ma che inve­ce le rivo­lu­zio­ni con­ti­nua­no a scop­pia­re nei pae­si del Ter­zo mon­do. Ma ciò che svi­lup­pa non è una teo­ria ter­zo­mon­di­sta. Cer­ca di capi­re cosa pos­sa signi­fi­ca­re que­sto sem­pli­ce dato di fat­to che ha comun­que  deter­mi­na­to il cor­so del Ven­te­si­mo seco­lo (con l’Unione sovie­ti­ca) e deter­mi­ne­rà quel­lo del Ven­tu­ne­si­mo (con la Cina).
Le rivo­lu­zio­ni nel­le colo­nie e semi­co­lo­nie (come la Cina) han­no crea­to un fat­to nuo­vo. Per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo, la rivo­lu­zio­ne mon­dia­le è una pos­si­bi­li­tà glo­bal­men­te pre­sen­te e visi­bi­le. Essa indi­ca con­tem­po­ra­nea­men­te «l’unità inter­na­zio­na­le del­la pro­te­sta anti­ca­pi­ta­li­sta” e una nuo­va costel­la­zio­ne del­la sto­ria mon­dia­le che pone dei pro­ble­mi ine­di­ti alla rivo­lu­zio­ne.
Lo slo­gan del Mani­fe­sto, “pro­le­ta­ri di tut­ti i pae­si uni­te­vi”, in real­tà non impli­ca­va che qual­che pae­se euro­peo. È la rivo­lu­zio­ne bol­sce­vi­ca che, veri­fi­ca­ta la scon­fit­ta in Euro­pa, apre, dal 1920, alla lot­ta dei “popo­li oppres­si” dal colo­nia­li­smo e dall’imperialismo . La rivo­lu­zio­ne che sem­bra­va segna­re il pas­so, si espan­de e cono­sce una secon­da gio­vi­nez­za in Orien­te pro­du­cen­do il feno­me­no poli­ti­co for­se più impor­tan­te del Ven­te­si­mo seco­lo, l’attacco, orga­niz­za­to, teo­riz­za­to, coscien­te, dopo quat­tro seco­li di sfrut­ta­men­to e oppres­sio­ne, alla divi­sio­ne centro/​colonie che costi­tui­sce il segre­to dell’accumulazione capi­ta­li­sta.
Se Kra­hl regi­stra l’attualità del­la rivo­lu­zio­ne mon­dia­le, è suf­fi­cien­te­men­te luci­do per affer­ma­re che la dop­pia ter­ri­to­ria­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca (centro/​colonie) costi­tui­sce une dif­fi­col­tà mag­gio­re per l’imporsi del­la rivo­lu­zio­ne. La pras­si rivo­lu­zio­na­ria in atto nel Sud del mon­do non può costi­tui­re un para­dig­ma per le lot­te nel Nord e il Sud non potrà mai supe­ra­re il capi­ta­li­smo da solo.
Il pun­to di for­za del capi­ta­li­smo è sem­pre sta­ta la mon­dia­liz­za­zio­ne, ma attra­ver­sa­ta da que­sta divi­sio­ne che non ha solo moti­va­zio­ni eco­no­mi­che, ma anche poli­ti­che.
L’organizzazione degli Sta­ti euro­pei (lo jus publi­cum euro­paeum), la limi­ta­zio­ne del­le loro sete di con­qui­sta, del­la loro riva­li­tà sul suo­lo euro­peo è resa pos­si­bi­le sol­tan­to dal fat­to che l’appropriazione sen­za limi­ti è auto­riz­za­ta e inci­ta­ta nel­le colo­nie.
Guer­re rego­la­te in Euro­pa e guer­re sel­vag­ge nel resto del mon­do. Il colo­nia­li­smo fa par­te del­la costi­tu­zio­ne mate­ria­le degli Sta­ti euro­pei, anche se que­sta veri­tà è nega­ta da tut­ta la filo­so­fia e la filo­so­fia poli­ti­ca.
Men­tre la pos­si­bi­li­tà di rivo­lu­zio­ni socia­li ter­ri­to­rial­men­te limi­ta­te è cre­sciu­ta nei pae­si colo­nia­li, la pos­si­bi­li­tà di una pras­si che sop­pri­ma il capi­ta­li­smo in Occi­den­te s’è ridot­ta. Se la rivo­lu­zio­ne ha del­le chan­ces dif­fe­ren­ti al di là e al di qua del­la linea di colo­re colo­nia­le, si pone allo­ra il pro­ble­ma del rap­por­to tra lot­te che si svi­lup­pa­no tra ter­ri­to­ri ete­ro­ge­nei.
“Qua­le può esse­re la media­zio­ne tra l’attualità del­la rivo­lu­zio­ne nel­la sto­ria mon­dia­le e le azio­ni quo­ti­dia­ne dei movi­men­ti di pro­te­sta nel­le metro­po­li del nord?”.
Sono sta­to sor­pre­so dal­la quan­ti­tà di rife­ri­men­ti alle rivo­lu­zio­ni asia­ti­che che ci sono nel libro. Anche se, come dice­va Kra­hl, quel­le pras­si con­te­ne­va­no para­dig­mi dif­fi­cil­men­te appli­ca­bi­li in Occi­den­te, por­ta­va­no inve­ce con sé mol­te veri­tà vali­de anche per noi.
Que­sta affer­ma­zio­ne di Ho Chi Minh è anco­ra pro­gram­ma­ti­ca­men­te attua­le: “Il capi­ta­li­smo è una san­gui­su­ga che ha una ven­to­sa appli­ca­ta sul pro­le­ta­ria­to del­la metro­po­li e un’altra sul pro­le­ta­ria­to del­le colo­nie. Se si vuo­le ucci­de­re la bestia biso­gna taglia­re le due ven­to­se con­tem­po­ra­nea­men­te. Altri­men­ti, taglian­do­ne una sol­tan­to, l’altra con­ti­nue­rà a suc­chia­re il san­gue del pro­le­ta­ria­to: la bestia con­ti­nue­rà a vive­re e la ven­to­sa taglia­ta rina­sce­rà”.
La capa­ci­tà del capi­ta­li­smo di supe­ra­re la rot­tu­ra rap­pre­sen­ta­ta dal­le rivo­lu­zio­ni anti-impe­ria­li­ste costruen­do un model­lo di sfrut­ta­men­to neo­co­lo­nia­le ren­de il pun­to di vista del com­pa­gno viet­na­mi­ta anco­ra par­ti­co­lar­men­te luci­do.
Di que­sta sto­ria del capi­ta­li­smo come mer­ca­to (o meglio accu­mu­la­zio­ne) mon­dia­le non c’è nes­su­na trac­cia nel­le Bib­bia dell’operaismo, Ope­rai e capi­ta­le. Tron­ti rac­con­ta di un capi­ta­li­smo che in real­tà non è mai esi­sti­to, per­ché dal­la sua nasci­ta fun­zio­na arti­co­lan­do “iso­le di lavo­ro astrat­to”, ana­liz­za­te per­spi­ca­ce­men­te, cir­con­da­te da “ocea­ni di lavo­ro gra­tui­to o a buon mer­ca­to” ero­ga­to da schia­vi, don­ne, ser­vi, colo­niz­za­ti indi­ge­ni e dal­la Natu­ra, la cui assen­za testi­mo­nia di una visio­ne muti­la­ta del Capi­ta­le. L’accumulazione ope­ra sepa­ran­do e facen­do fun­zio­na­re insie­me un lavo­ro valo­riz­za­to (il lavo­ro “pro­dut­ti­vo” del lavo­ra­to­re “libe­ro”) e un lavo­ro sva­lo­riz­za­to (il lavo­ro “impro­dut­ti­vo” del lavoratore/​lavoratrice “non libe­ri” e la dispo­ni­bi­li­tà gra­tui­ta del­le risor­se natu­ra­li). Valo­riz­za­te e sva­lo­riz­za­te sono anche le sog­get­ti­vi­tà per­ché gli schia­vi, le don­ne, i colo­niz­za­ti sono infe­rio­ri all’uomo bian­co e più pros­si­mi alla natu­ra . Il colo­re del­la pel­le e il ses­so sono i segni bio­lo­gi­ci del­la “dif­fe­ren­za”.
Valo­riz­za­zio­ne e sva­lo­riz­za­zio­ne sono solo del­le armi poli­ti­che che non han­no nes­sun fon­da­men­to eco­no­mi­co (pro­dut­ti­vo e impro­dut­ti­vo sono un’ideologia che il mar­xi­smo ha pur­trop­po con­di­vi­so con l’economia poli­ti­ca !)
Quel­lo che Tron­ti non vede­va e non vede tut­to­ra era chia­ra­men­te nel­la testa dei rivo­lu­zio­na­ri del Ter­zo mon­do . Duran­te il con­gres­so costi­tu­ti­vo del Par­ti­to comu­ni­sta fran­ce­se Ho Chi Minh si dispe­ra­va di come i comu­ni­sti euro­pei non capis­se­ro la for­ma mon­dia­le del­la pro­du­zio­ne e l’esistenza dei due pro­le­ta­ria­ti e di come veni­va­no usa­ti l’uno con­tro l’altro.
Non ci si oppo­ne alla cadu­ta ten­den­zia­le del sag­gio del pro­fit­to sol­tan­to con la mobi­liz­za­zio­ne del­la scien­za, del­la tec­ni­ca, del­la coo­pe­ra­zio­ne del lavo­ro astrat­to.
Più l’investimento in Gene­ral Intel­lect è impor­tan­te, più ampio e appro­fon­di­to deve esse­re l’impiego del lavo­ro gra­tui­to, di lavo­ro sot­to­pa­ga­to, del lavo­ro, anco­ra oggi, ser­vi­le, schia­vi­sti­co.
È sta­to dimo­stra­to che anche l’intelligenza arti­fi­cia­le con­tem­po­ra­nea si svi­lup­pa a par­ti­re da que­sto model­lo, esa­spe­ran­do­lo. Una pic­co­lis­si­ma “iso­la” di lavo­ra­to­ri intel­let­tua­li (cogni­ti­vi?) e un ocea­no di milio­ni di lavo­ra­to­ri paga­ti qual­che cen­te­si­mo di dol­la­ro per ogni clic pro­dot­to dai loro com­pu­ter, pre­ca­ri che vivo­no pro­prio nel­le ex colo­nie.
Mi sem­bra che que­sto model­lo colo­nia­le, o meglio neo­co­lo­nia­le, inve­ce di scom­pa­ri­re sot­to l’avanzare del­la moder­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sta, si sia affer­ma­to anche nei pae­si del cen­tro: nume­ro pro­gres­si­va­men­te ridot­to di lavo­ra­to­ri “libe­ri”, assun­ti con con­trat­to, dife­si da dirit­ti e leg­gi e una mas­sa cre­scen­te di lavo­ro pre­ca­rio, al nero, non pro­tet­to da leg­gi e dirit­ti.
Le divi­sio­ni “colo­nia­li” attra­ver­sa­no oggi i pae­si del cen­tro ripro­du­cen­do una divi­sio­ne etni­ca tra bian­chi e non bian­chi, nazio­na­li e immi­gra­ti . Il raz­zi­smo ha una por­ta­ta poli­ti­ca stra­te­gi­ca nel­la gestio­ne del­la for­za lavo­ro e dell’ordine poli­ti­co non solo a livel­lo mon­dia­le, ma anche loca­le. Raz­zi­smo e ses­si­smo sono armi asso­lu­ta­men­te moder­ne e non del­le rela­zio­ni socia­li pre capi­ta­li­ste desti­na­te a scom­pa­ri­re con lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve (Engels pen­sa­va che il capi­ta­li­smo avreb­be deter­mi­na­to la scom­par­sa del patriar­ca­to e Lenin che il lavo­ro sala­ria­to sop­pres­so il lavo­ro dome­sti­co).
La socia­liz­za­zio­ne del capi­ta­le impli­ci­ta in Ope­rai e capi­ta­le è una socia­liz­za­zio­ne del­la clas­se ope­ra­ia e del­la rela­zio­ne sala­ria­le, men­tre inve­ce il capi­ta­le ha pre­fe­ri­to una socia­liz­za­zio­ne con­tem­po­ra­nea del lavo­ro astrat­to e del suo model­lo neo­co­lo­nia­le e del lavo­ro dome­sti­co .
L’irruzione del movi­men­to del­le don­ne nel­le lot­te mon­dia­li, dopo quel­lo dei colo­niz­za­ti, ha con­tri­bui­to ad aggra­va­re la cri­si del mar­xi­smo per­ché, come per gli schia­vi, ser­vi, colo­niz­za­ti, con­ta­di­ni ecc. si trat­ta di “lavo­ro impro­dut­ti­vo” che ha una gran­de capa­ci­tà di mobi­liz­za­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca.
La par­te più inte­res­san­te (per me) del movi­men­to fem­mi­ni­sta, il fem­mi­ni­smo mate­ria­li­sta, cri­ti­ca con­tem­po­ra­nea­men­te il con­cet­to di lot­ta di clas­se e lo esten­de.
Una vol­ta dis­sol­ta l’esistenza poli­ti­ca del­la clas­se ope­ra­ia (non la sua esi­sten­za eco­no­mi­ca o socio­lo­gi­ca che è anzi aumen­ta­ta), il con­cet­to di lot­ta di clas­se sem­bra aver per­so ogni signi­fi­ca­to. La sola pos­si­bi­li­tà di far­lo fun­zio­na­re mi sem­bra con­te­nu­ta in que­sta teo­ria dell’inizio degli anni Set­tan­ta: la rela­zio­ne uomini/​donne è una rela­zio­ne di clas­se, per­ché uomi­ni e don­ne sono isti­tui­ti, nel­la loro dif­fe­ren­za gerar­chi­ca, dall’appropriazione vio­len­ta di una clas­se da par­te di un’altra.
Appro­pria­zio­ne che con­si­ste nel­la costri­zio­ne al lavo­ro o meglio ai lavo­ri (dal lavo­ro dome­sti­co al lavo­ro affet­ti­vo, ses­sua­le, di cura ecc.) e costi­tui­sce un “modo di pro­du­zio­ne” che non è ridu­ci­bi­le al modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta.
Uno slo­gan potreb­be rias­su­me­re que­sto fem­mi­ni­smo mate­ria­li­sta: né dif­fe­ren­za, né alte­ri­tà, ma lot­ta di clas­se, che è una cri­ti­ca sia alle filo­so­fie degli anni Set­tan­ta che a una par­te dei movi­men­ti fem­mi­ni­sti. Tra­sfor­ma­re le “dif­fe­ren­ze” in oppo­si­zio­ni di clas­se e lavo­ra­re non per affer­ma­re la dif­fe­ren­za del­le “don­ne”, ma abo­lir­le in quan­to clas­se, è il com­pi­to poli­ti­co e ambi­zio­so che si dan­no (più dif­fi­ci­le sarà tro­va­re una poli­ti­ca che cor­ri­spon­da a que­ste posi­zio­ni teo­ri­che). L’obbligo alla ete­ro­ses­sua­li­tà è “una” del­la oppres­sio­ni. La gerar­chia tra uomi­ni e don­ne deve ripro­dur­si in tut­ti gli ambi­ti del­la socie­tà e non solo nel­la sfe­ra ses­sua­le. L’invito impli­ci­to con­te­nu­to in que­sto fem­mi­ni­smo è di pas­sa­re dal­la lot­ta di clas­se alle lot­te di clas­se al plu­ra­le.
La for­za lavo­ro mon­dia­le è allo­ra costi­tui­ta non sol­tan­to da rela­zio­ni di clas­se nel sen­so mar­xia­no (o tron­tia­no), ma anche di rela­zio­ni di clas­se raz­zia­li e ses­sua­li.
Ora, se cinquant’anni fa era dif­fi­ci­le (impos­si­bi­le cre­do! L’“operaio socia­le” coglie­va solo alcu­ni aspet­ti di que­sta tra­sfor­ma­zio­ne, il fem­mi­ni­smo altri, le rivo­lu­zio­ni anti- impe­ria­li­ste altri anco­ra ecc.) anti­ci­pa­re que­sta com­po­si­zio­ne tec­ni­ca e poli­ti­ca di for­za lavo­ro mon­dia­le e le sue moda­li­tà di orga­niz­za­zio­ne e di rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria, la cosa stu­pe­fa­cen­te è che cinquant’anni dopo si sia­no fat­ti pochis­si­mi pas­si in avan­ti in que­sto sen­so. E tut­ta­via i pro­ble­mi irri­sol­ti all’epoca anti­ci­pa­va­no mol­ti degli attua­li.
Nei due cicli di lot­te del 2011 e 2019, mal­gra­do e for­se anche a cau­sa di un ulte­rio­re svi­lup­po del­la mon­dia­liz­za­zio­ne impo­sta alle rivo­lu­zio­ni del Ven­te­si­mo seco­lo, il pro­ble­ma del­la “rivo­lu­zio­ne mon­dia­le” e le dif­fe­ren­ze tra lot­te nel Sud e nel Nord si ripro­pon­go­no. Nel­le insur­re­zio­ni del 2019 i movi­men­ti del­le don­ne gio­ca­no un ruo­lo cen­tra­le (soprat­tut­to in Ame­ri­ca Lati­na).
Se le indi­ca­zio­ni poli­ti­che più inno­va­tri­ci e radi­ca­li pro­ven­go­no dal Sud che rap­por­to esse pos­so­no ave­re con le lot­te pos­si­bi­li e even­tua­li del Nord? La dif­fi­col­tà, all’epoca, di costrui­re moda­li­tà di orga­niz­za­zio­ne gene­ra­liz­za­bi­li, dif­fi­col­tà che il libro di Gia­co­mo e Pie­ro espri­me con l’“agire da par­ti­to sen­za il sup­por­to del par­ti­to”, ci invi­te­reb­be a pen­sar­ne del­le nuo­ve, tra­sver­sa­li alle divi­sio­ni di clas­se con­tem­po­ra­nee. Qua­li? Non lo so, ma se non si avan­za su que­sto ter­re­no lo sce­na­rio più pro­ba­bi­le potreb­be esse­re trat­teg­gia­to dall’ultima cosa che vor­rei dire.
La nostra tra­di­zio­ne teo­ri­ca ha tra­scu­ra­to il ruo­lo del­le guer­re nel Ven­te­si­mo seco­lo.
Noi datia­mo la nasci­ta del­la “socié­tà fab­bri­ca” nel dopo­guer­ra. In real­tà la pri­ma gran­de socia­liz­za­zio­ne del lavo­ro è sta­ta orga­niz­za­ta dal­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le e dal­la sua “eco­no­mia di guer­ra”. Tut­ta la socie­tà, tut­te le atti­vi­tà, sen­za distin­zio­ne tra pro­dut­ti­vo e impro­dut­ti­vo, sono sta­te fina­liz­za­te alla pro­du­zio­ne di distru­zio­ne. La Secon­da guer­ra mon­dia­le ha anco­ra accen­tua­to la fun­zio­ne distrut­ti­va del lavo­ro, del­la tec­ni­ca e del­la scien­za. Le for­ze pro­dut­ti­ve che dove­va­no rea­liz­za­re il socia­li­smo o il pro­gres­so, han­no inve­ce pro­dot­to la più gran­de distru­zio­ne, di uomi­ni, di beni e di natu­ra che l’umanità abbia mai cono­sciu­to. Non sono sicu­ro che i con­cet­ti di “lavo­ro” e di “for­ze pro­dut­ti­ve” ne sia­no usci­ti inden­ni, che sia­no anco­ra gli stes­si di cui par­la­va Marx. Visto lo sta­to del pia­ne­ta e del­le spe­cie che lo abi­ta­no, sem­bre­reb­be che, da allo­ra, ogni atto di pro­du­zio­ne sia con­tem­po­ra­nea­men­te un atto di distru­zio­ne. La cosid­det­ta “cri­si eco­lo­gi­ca” è il frut­to di que­sto nuo­va carat­te­ri­sti­ca del­la pro­du­zio­ne. Il capi­ta­li­smo non è più solo un sus­se­guir­si di “cri­si” eco­no­mi­co-poli­ti­che le cui carat­te­ri­sti­che cono­scia­mo da seco­li, ma anche “cata­stro­fi” come quel­la “sani­ta­ria” che stia­mo viven­do e quel­la eco­lo­gi­ca che è già in cor­so, che non cono­scia­mo affat­to.
Se mai il capi­ta­li­smo è sta­to pro­gres­si­vo (nel­le colo­nie que­sta sto­ria non è mai pas­sa­ta!) oggi è la sua fun­zio­ne distrut­ti­va che sale alla ribal­ta. Quel­lo che si è capi­to dopo le guer­re tota­li è che il capi­ta­li­smo ha una ten­den­za gene­ra­le non al pro­gres­so, ma all’autodistruzione, al sui­ci­dio. Se nel­le cri­si ha for­se potu­to fun­zio­na­re la “distru­zio­ne crea­ti­va” di Schum­pe­ter (dico for­se per­ché sen­za guer­re, guer­re di con­qui­sta, fasci­smi, repres­sio­ne non sareb­be usci­to da nes­su­na cri­si), nel­le cata­stro­fi si trat­ta solo di distru­zio­ne distrut­ti­va.
Se non si svi­lup­pa­no del­le for­ze rivo­lu­zio­na­rie, la pre­vi­sio­ne del Mani­fe­sto potreb­be avve­rar­si: la guer­ra di clas­se si con­clu­de o con la tra­sfor­ma­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria del­la socie­tà o con il tra­mon­to del­le clas­si (al plu­ra­le) in con­flit­to. Maga­ri è que­sta la natu­ra del­le cata­stro­fi in cor­so !
La rivo­lu­zio­ne è più neces­sa­ria che cinquant’anni fa, l’uscita da que­sta mac­chi­na mor­ti­fe­ra anco­ra più urgente!