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di Gio­van­ni Iozzoli

Che vi sia cia­scun lo dice, dove sia nes­sun lo sa.
Loren­zo Da Ponte

Quan­do ho recen­si­to su Car­mil­la il bel volu­me dei fra­tel­li Despa­li, mi si sono subi­to imbat­tu­to nei nodi tra­di­zio­na­li di un discor­so sull’autonomia ope­ra­ia: quel­li rela­ti­vi alla sostan­zia­le inaf­fer­ra­bi­li­tà del­la sua nar­ra­zio­ne. Qual­sia­si ogget­to sto­ri­co-socia­le che deve esse­re rac­con­ta­to, va innan­zi­tut­to peri­me­tra­to. E la scel­ta di misu­ra, meto­do e con­te­nu­ti, in que­sta pre­se­le­zio­ne, risul­ta deci­si­va. Il discor­so comin­cia pre­ci­sa­men­te nel­la testa del nar­ra­to­re, quan­do ope­ra que­sta cer­ni­ta di fat­ti e con­te­sti, espri­men­do una pre­di­le­zio­ne del tut­to per­so­na­le, maga­ri con qual­che buo­na ragio­ne, ma sem­pre arbi­tra­ria. È per quel­lo che la let­te­ra­tu­ra nar­ra­ti­va, la for­ma roman­zo, risul­ta spes­so così effi­ca­ce nel rac­con­to dei muta­men­ti socia­li: per­ché per­met­te di sot­trar­si alle gri­glie rigi­de, ai peri­me­tri pre­im­po­sta­ti, con­sen­ten­do di attra­ver­sa­re in sciol­tez­za con­fi­ni tema­ti­ci e disci­pli­na­ri: semi­nan­do sug­ge­stio­ni, più che tesi (sug­ge­stio­ni che ovvia­men­te pos­so­no risul­ta­re poli­ti­ca­men­te assai fecon­de: il Mani­fe­sto del par­ti­to comu­ni­sta cosa fu, se non uno straor­di­na­rio esem­pio di nar­ra­zio­ne evo­ca­ti­va, che rac­con­tan­do il mito impe­ri­tu­ro del­la rivol­ta degli oppres­si e col­lo­can­do­lo den­tro la veri­tà sto­ri­ca, ne favo­ri­va il suo inve­ra­men­to socia­le, la sua incar­na­zio­ne den­tro i cor­pi vivi?)

Tor­nia­mo a noi. Quan­do si rac­con­ta “l’autonomia”, c’è il con­sue­to nodo di fon­do da scio­glie­re, sem­pre. Si sta par­lan­do del­le moven­ze auto­no­me del­la lot­ta di clas­se o si sta par­lan­do del­le for­me orga­niz­za­te e sto­ri­ca­men­te defi­ni­te che tali moven­ze han­no espres­so?   Qua­si sem­pre gli auto­ri del­la serie han­no dato per scon­ta­to che l’eccezionalità dell’esperienza auto­no­ma, si col­lo­chi pro­prio nel­la coin­ci­den­za tra le due dimen­sio­ni – quel­la “ogget­ti­va” e quel­la del­la sog­get­ti­vi­tà –, alme­no nei suoi momen­ti più alti. Coin­ci­den­za che è sta­ta effet­ti­va­men­te la sua pecu­lia­ri­tà, la sua ori­gi­na­li­tà, la sua for­za – ma ha anche rap­pre­sen­ta­to il limi­te sto­ri­co dell’autonomia ope­ra­ia ita­lia­na. Per­ché quan­do un ciclo si è defi­ni­ti­va­men­te spen­to, rea­liz­za­to che que­sta coin­ci­den­za vir­tuo­sa non si dava più, le for­me orga­niz­za­te si sono sciol­te o si son ricon­ver­ti­te in pro­get­ti qua­si sem­pre con­fu­si. Insom­ma: o tut­to o nien­te. E que­sto è mol­to “auto­no­mo”, nel sen­so di vel­lei­ta­ria impa­zien­za, di aspet­ta­ti­va mai al ribas­so che fu pro­pria di una gene­ra­zio­ne. Il ceto poli­ti­co auto­no­mo ha det­to: o sia­mo l’espressione di quel­la con­fluen­za magi­ca o è meglio lasciar per­de­re e aspet­ta­re che la sto­ria apra nuo­ve pro­spet­ti­ve . Un atteg­gia­men­to che sem­bra un nobi­le rifiu­to, ma in real­tà nascon­de una postu­ra pro­fon­da­men­te dog­ma­ti­ca – cioè anti­dia­let­ti­ca, nel sen­so clas­si­co del­la pole­mi­ca mar­xi­sta: le for­me orga­niz­za­te del movi­men­to ope­ra­io – e le for­me sto­ri­che dell’autonomia orga­niz­za­ta – ser­vo­no pro­prio a “tene­re” quan­do i livel­li del­la lot­ta di clas­se cala­no, quan­do è neces­sa­rio più che mai assu­me­re una fun­zio­ne di par­ti­to (liqui­da­ti tut­ti gli ideo­lo­gi­smi sull’avanguardia ester­na – bla,bla,bla – ma sem­pre di par­ti­to si sta par­lan­do). Insom­ma, quan­do c’era più biso­gno dell’autonomia orga­niz­za­ta (al prin­ci­pio dei due decen­ni 80 e 90) pro­prio allo­ra si è eclis­sa­ta. Solo sto­riac­ce di repres­sio­ne e ceto poli­ti­co? Man­can­za di ricam­bio gene­ra­zio­na­le? O que­ste auto­li­qui­da­zio­ni pon­go­no un pro­ble­ma di teo­ria-pras­si mol­to più pro­fon­do? Bel­la rifles­sio­ne, sareb­be, stu­dia­re l’autonomia ope­ra­ia ita­lia­na a par­ti­re non dai suoi pun­ti alti ma dal­la riti­ra­ta del­le sue for­me orga­niz­za­te – argo­men­to a cui si sot­trag­go­no qua­si tut­ti con mal­ce­la­to imba­raz­zo, come se si trat­tas­se di un pas­sag­gio irri­so­rio, un tabù o di un auto­ma­ti­smo sot­tin­te­so – “dove­va­mo” scio­glier­ci, punto.

Quan­do mi avvi­ci­nai all’”area” (pre­gnan­te ed effi­me­ra defi­ni­zio­ne che rias­su­me in sé l’essenza del­la sua sto­ria), riu­scii a misu­ra­re la poten­za del­le due eclis­si. Agli ini­zi degli anni ‘80, a par­te la testar­da per­si­sten­za di Roma e Pado­va, le orga­niz­za­zio­ni dell’autonomia ope­ra­ia era­no scom­par­se, alcu­ne nel­lo spa­zio di un mat­ti­no. Die­ci anni dopo, nel ’93 e ’94, nel pie­no del­la cri­si del­la Pri­ma Repub­bli­ca, si repli­ca il sui­ci­dio, su sca­la mol­to ridot­ta, in con­te­sti radi­cal­men­te muta­ti, cer­to, ma più o meno con la stes­sa dina­mi­ca. Que­sta pul­sio­ne auto­di­strut­ti­va cos’è? C’entrano i mona­ci tibe­ta­ni che disper­do­no i bel­lis­si­mi man­da­la di sab­bia appe­na for­ma­ti? Il sacro ter­ro­re del­la deri­va grup­pet­ta­ra? La fasci­na­zio­ne del nuo­vi­smo? Boh. Quel­lo che so è che noi auto­no­mi di “secon­da gene­ra­zio­ne”, all’inizio degli anni ‘80 – tan­to per fare un esem­pio – avrem­mo mol­to gra­di­to tro­va­re qual­co­sa che non fos­se­ro pac­chi di rivi­ste inven­du­te o libri incel­lo­fa­na­ti (a Napo­li, non so per­ché, era­no fini­te cen­ti­na­ia di copie de La fab­bri­ca del­la stra­te­gia di Toni Negri: gira­va­no da un custo­de all’altro sen­za che nes­su­no si deci­des­se a leg­ger­li. Para­dig­ma di una stagione).

I gio­va­ni auto­no­mi avreb­be­ro sicu­ra­men­te gra­di­to tro­va­re orga­ni­smi poli­ti­co-sin­da­ca­li anco­ra atti­vi, sedi ope­ran­ti, momen­ti semi­na­ria­li di for­ma­zio­ne poli­ti­ca (oddio, somi­glia tro­po a “scuo­le qua­dri”? L’ho det­ta gros­sa? Va bè: lascia­mo “momen­ti semi­na­ria­li” che suo­na meglio); e know how dei più diver­si, dal­la tipo­gra­fia alla “boc­cia”. Ma sareb­be sta­to trop­po linea­re, trop­po banal­men­te “poli­ti­co”, un sem­pli­ce pas­sag­gio di tra­smis­sio­ne gene­ra­zio­na­le di memo­rie e pra­ti­che (un vec­chio roma­no una vol­ta mi apo­stro­fò: ahò, e che semo, Lot­ta Comu­ni­sta?!). Cosic­ché “gli sco­stu­ma­ti auto­no­mi” evo­ca­ti da Bove e Festa, si sco­pro­no sco­stu­ma­ti soprat­tut­to per­ché orfa­ni, tro­va­tel­li, pic­co­li Sisi­fo che devo­no sem­pre tirar su macerie.

Tor­nan­do all’inizio del discor­so: è chia­ro, che nel­la nar­ra­zio­ne, tra le due dimen­sio­ni del rac­con­to (la a minu­sco­la e quel­la maiu­sco­la) io fac­cio il tifo per l’Autonomia Orga­niz­za­ta; non per­ché non sia con­sa­pe­vo­le del­la dipen­den­za del­la sog­get­ti­vi­tà dal movi­men­to socia­le, ma per­ché dopo quarant’anni (e una col­la­na di sei libri) di “quell’autonomia” stia­mo par­lan­do, non di altro. Con che cri­te­rio si potreb­be­ro del resto distin­gue­re le lot­te auto­no­me da quel­le “non auto­no­me”? Per la radi­ca­li­tà del­le for­me? Mah. Oggi i Si Cobas met­to­no in cam­po ini­zia­ti­ve mol­to radi­ca­li, ma di asso­lu­ta orto­dos­sia sin­da­ca­le: chie­do­no con­trat­ti, tavo­li pre­fet­ti­zi, e che altro dovreb­be chie­de­re un sin­da­ca­to? Tra vent’anni i loro corag­gio­si pic­chet­ti come saran­no rac­con­ta­ti: espres­sio­ne dell’autonomia di clas­se di una nuo­va ope­ra­ie­tà, o mera ipo­te­si neo­sin­da­ca­le? Lo capi­re­mo nel 2040.

A pro­po­si­to di lot­ta sin­da­ca­le. Quan­do nell’‘84 mi avvi­ci­nai alla più vici­na del­le sedi auto­no­me – che era comun­que a cin­quan­ta chi­lo­me­tri da casa mia – non c’era una sola real­tà ita­lia­na in cui per­si­ste­va una pre­sen­za orga­niz­za­ta nel mon­do del lavo­ro (tran­ne gli este­nua­ti orga­ni­smi Policilinico/​Enel di Roma e, mi pare, un inter­ven­to alla Magri­ni Gali­leo dei soli­ti pado­va­ni). A for­za di teo­riz­za­re il rifiu­to del lavo­ro – e la fore­sta di frain­ten­di­men­ti che sor­ge­va rigo­glio­sa e impe­ne­tra­bi­le su quel ter­re­no – le/​gli auto­nom* si era­no riti­ra­ti dall’intervento nel mon­do ope­ra­io. Ci era­va­mo più o meno scor­da­ti che la mag­gior par­te degli ita­lia­ni e del­le ita­lia­ne la mat­ti­na pun­ta­va la sve­glia e si ritro­va­va obtor­to col­lo a pas­sa­re la sua gior­na­ta den­tro un posto di lavo­ro – nel­la cele­ber­ri­ma “fab­bri­ca socia­le” – onde con­tri­bui­re alla meri­to­ria ope­ra di accu­mu­lo ed estra­zio­ne del plu­sva­lo­re socia­le: pro­ces­so sui cui teo­riz­za­va­mo disin­vol­ta­men­te sen­za mai sbat­te­re la testa su chi quel plu­sla­vo­ro lo for­ni­va gen­til­men­te ogni gior­no. E’ un esem­pio di astra­zio­ne for­za­ta oltre ogni limi­te, fino a diven­ta­re fal­sa coscien­za, auto estra­nea­zio­ne dal­la real­tà: faci­le maneg­gia­re le cate­go­rie astrat­te nel­la nostra testa,meno faci­le par­la­re alle per­so­ne che abbia­mo davan­ti, dif­fi­ci­lis­si­mo organizzarle.

Anche l’operaio socia­le è sta­ta un’altra bel­lis­si­ma nar­ra­zio­ne, un’invenzione dav­ve­ro intel­li­gen­te, lo dico sen­za iro­nia. Una spa­da teo­ri­ca per affron­ta­re gli anni duri del­la tran­si­zio­ne e dare a miglia­ia di ragaz­zi un paten­ti­no di iden­ti­fi­ca­zio­ne socia­le deci­si­vo per rac­con­ta­re se stes­si, il loro pro­ta­go­ni­smo socia­le, per fon­da­re mate­ria­li­sti­ca­men­te quel­la che altri­men­ti pote­va esse­re scam­bia­to solo per fame di vita e ribel­li­smo gio­va­ni­le. Ma biso­gna­va sta­re atten­ti a impu­gnar­la, quel­la spa­da: se la pren­di dal­la par­te del taglio fa male soprat­tut­to a te. Pen­sa­va­mo che l’operaio socia­le potes­se esse­re la foglia di fico die­tro cui nascon­de­re la nostra inca­pa­ci­tà di ri-radi­car­ci nel­la clas­se (la clas­se è nien­te, la coo­pe­ra­zio­ne socia­le è tut­to! For­se qual­che tar­do Ber­nei­ste­nia­no post-ope­rai­sta lo scris­se pure da qual­che par­te…)   Quan­do poi a par­ti­re dal ‘92, con la cri­ti­ca al model­lo con­cer­ta­ti­vo, si apre una nuo­va sta­gio­ne nel­le fab­bri­che e nei posti di lavo­ro, comin­cia­mo a cor­re­re e inven­ta­re scu­se, come gli sco­la­ri soma­ri che arri­va­no impre­pa­ra­ti all’esame: e giù ubria­ca­tu­re “coba­si­ste” – i nuo­vi Soviet, secon­do qual­che otti­mi­sta. (Ecco, una cosa che pen­sa­vo con­fu­sa­men­te allo­ra e mi si è chia­ri­ta ades­so – ed è asso­lu­ta­men­te bana­le: non si darà mai auto­no­mia ope­ra­ia sen­za inter­ven­to ope­ra­io orga­niz­za­to nel­le fab­bri­che e negli sta­bi­li­men­ti. Ecco, l’ho det­to. Mi sono liberato)

L’autonomia è ico­no­cla­sta! Distrug­ge le sue for­me. Bru­cia i pon­ti che attra­ver­sa. Bel­lo, poe­ti­co, ma poco pra­ti­co. Sareb­be sta­to meglio con­ser­va­re qual­co­si­na, per le gene­ra­zio­ni futu­re. Vero, c’è sta­ta scon­fit­ta poli­ti­co-mili­ta­re e cen­ti­na­ia di anni di gale­ra com­mi­na­ti, lo Sta­to ha fat­to il suo dove­re con inu­sua­le effi­cien­za. Ma mol­ti abban­do­ni sono sta­ti volon­tà di impo­ten­za, desi­de­rio di estir­pa­re le radi­ci. Catar­si este­tiz­zan­te e cul­to del­la scon­fit­ta. Insof­fe­ren­za pue­ri­le ver­so i tem­pi lun­ghi del­la sto­ria e la dram­ma­ti­ca veri­tà dell’età adul­ta: le cose non van­no mica come te le aspet­ti (a meno che non ti chia­mi Vla­di­mir Illic).

La teo­ria del­la neces­si­tà del supe­ra­men­to del­la memo­ria non ha mai con­vin­to né me né nes­su­no del­le cen­ti­na­ia di mili­tan­ti con cui ho par­la­to nel cor­so di qual­che decen­nio. È uno di quei sopra­mo­bi­li di fami­glia inu­ti­li che tenia­mo appog­gia­ti a pren­de­re pol­ve­re. Un movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio si fon­da sul­la memo­ria. L’alternativa alla memo­ria è l’Alzheimer, a meno che qual­cu­no non pre­ten­da di spac­ciar­la per innocenza.

Nel 1994/​95 un po’ di situa­zio­ni pro­va­ro­no a tene­re in pie­di un cir­cui­to nazio­na­le che “reg­ges­se” alla cri­si del vec­chio CNNA. C’era la rivi­sta VIS a ViS, gui­da­ta dal­la ver­ve di quel for­mi­da­bi­le affa­bu­la­to­re che era il com­pian­to Mar­co Melot­ti. Recu­pe­ram­mo il vec­chio slo­gan dell’Auto­no­mia pos­si­bi­le, ma sen­za rife­ri­men­ti a Metro­po­li o a voli pin­da­ri­ci – solo per dire che era anco­ra pos­si­bi­le con­ti­nua­re a nuo­ta­re nel­lo stes­so alveo, nel­la stes­sa dire­zio­ne… Ma ormai le sto­rie si sta­va­no diva­ri­can­do. A mol­ti vec­chi auto­no­mi quell’abito anda­va stret­to e il pas­sa­to pesa­va come una cam­bia­le. Le sto­rie indi­vi­dua­li fibril­la­va­no e si divi­de­va­no: la Sel­va Laca­do­na, l’assessorato alle poli­ti­che socia­li, la deli­be­ra per i cen­tri socia­li e lo Scio­pe­ro Gene­ra­le Autor­ga­niz­za­to! Ognu­no per la sua stra­da, con­sa­pe­vo­li che si era con­dan­na­ti al rein­con­tro, ma in con­di­zio­ni più scaz­za­te, divi­si­ve e povere.

Lo sape­vo che fini­va così. Inve­ce di scri­ve­re un pez­zo col­to e raf­fi­na­to sul rap­por­to tra gene­ral intel­lect e muta­zio­ne del­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se (tan­to avrei sco­piaz­za­to), mi sono mes­so a par­la­re del­le e dei “com­pa­gn*”: com­pa­gn* in car­ne e ossa, del­le e degli auto­nom* ver*, quell* che ride­va­no e pian­ge­va­no sul lat­te bevu­to e quel­lo ver­sa­to. Mi sem­bra un livel­lo di veri­tà più pro­fon­do. Altri­men­ti pro­du­cia­mo nuo­va misti­fi­ca­zio­ne, nuo­va alie­na­zio­ne, una nuo­va “cosi­fi­ca­zio­ne”: la lot­ta di clas­se è un rap­por­to tra per­so­ne, non è una “cosa”. Anche l’Autonomia non è mai sta­ta una cosa: piut­to­sto un reti­co­lo di rela­zio­ni com­pli­ca­te e dina­mi­che, tra fac­ce, bio­gra­fie, per­so­ne, con­te­sti , mon­di. Ma tut­to mol­to con­cre­to, tut­ta roba che si potes­se toc­ca­re con mano.

E oggi? Dov’è l’autonomia? Dove la situia­mo? I neri ame­ri­ca­ni in rivol­ta? I lavo­ra­to­ri del­la logi­sti­ca? Tut­to quel­lo che si muo­ve o solo qual­co­sa che decli­nia­mo noi, secon­do le nostre cate­go­rie? “Tut­to” è auto­no­mia di clas­se? Ma tut­to signi­fi­ca nien­te. Rovel­li epi­ste­mo­lo­gi­ci e filo­so­fi­ci, pri­ma che poli­ti­ci. Non ho rispo­ste. Ci vor­reb­be la let­te­ra­tu­ra, per schia­rir­ci le idee o for­se per ingar­bu­gliar­le anco­ra di più, con esi­ti defi­ni­ti­vi. Ser­vi­reb­be (maga­ri ne esi­sto­no diver­si, pub­bli­ca­ti anche da Deri­veap­pro­di, ma non io non anco­ra tro­va­to quel­lo giu­sto) qual­che buon roman­zo sugli auto­no­mi, sul­la loro inca­pa­ci­tà di assu­me­re la misu­ra del­le cose, la misu­ra del­la sto­ria, il sen­so del­le pro­por­zio­ni, l’innocenza un po’ genui­na e un po’ para­cu­la del­le sto­rie. Ma sareb­be dif­fi­ci­le sot­trar­si all’estetica deca­den­te e roman­ti­ca del pas­sa­mon­ta­gna, al rac­con­to ste­reo­ti­pa­to degli scon­tri di piaz­za – ma non è lì che dovreb­be situar­si il cuo­re del rac­con­to, non è lì, e non so nean­che io dove (la famo­sa inaf­fer­ra­bi­li­tà di cui sopra). Eppu­re rac­con­tar­si è fon­da­men­ta­le. Sen­za il rac­con­to non c’è nien­te, o c’è il rac­con­to del nemico.

Insom­ma, gli auto­no­mi han­no sba­glia­to un sac­co di cose ma di loro si con­ti­nua a scri­ve­re e par­la­re, per il carat­te­re sfug­gen­te, qua­si misti­co, del loro segre­to. Han­no mes­so le mani in qual­che dispo­si­ti­vo inac­ces­si­bi­le dove esi­ste la veri­tà del­la lot­ta di clas­se e dell’utopia rivo­lu­zio­na­ria. Han­no smon­ta­to il car­ter del­la mac­chi­na e, poi, non han­no sapu­to bene che fare del gro­vi­glio che han­no tro­va­to davan­ti; e il mar­chin­ge­gno ades­so è lì, dispo­ni­bi­le, con tut­ti i fili di fuo­ri, pron­to a esse­re mano­mes­so. Come un inter­ven­to a cuo­re aperto.