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di Gian­mar­co De Pieri

Deve esi­ste­re per for­za un infer­no,
per­ché in nes­sun altro posto voi potre­te rice­ve­re una puni­zio­ne ade­gua­ta ai vostri cri­mi­ni.
Fino a quan­do esi­ste­rà gen­te come voi, l’inferno sarà un’esigenza essen­zia­le del cosmo.
(J. Lon­don, Il tal­lo­ne di fer­ro)

Lo spi­ri­to è anco­ra in me; ma non ho più nien­te da pre­di­ca­re.
Sen­to piut­to­sto la voca­zio­ne di tra­sci­na­re le fol­le die­tro di me, di gui­dar­le. Ma dove non so.
(J. Stein­beck, Furo­re)

È un obbli­go ten­ta­re di fer­mar­vi per­ché fini­sca l’ingiustizia.
È un obbli­go dare voce ai fra­tel­li e sorel­le che in tut­to il pia­ne­ta sof­fro­no a cau­sa vostra.
È un obbli­go non cede­re alla pau­ra dei vostri eser­ci­ti e alza­re la testa.
È un obbli­go per­ché solo per obbli­go noi dichia­ria­mo le guer­re.
Ma se dob­bia­mo sce­glie­re tra lo scon­tro con le vostre trup­pe d’occupazione e la ras­se­gna­zio­ne, non abbia­mo dub­bi.
Ci scon­tre­re­mo.
(Tute Bian­che per l’umanità con­tro il neoliberismo)

La let­tu­ra di Auto­no­mi VI di Gia­co­mo, Pie­ro e Mim­mo è sta­ta come gode­re di un buon bic­chie­re di vino ros­so, di una riser­va super­ba. Dif­fi­ci­le met­te­re per iscrit­to i flus­si di pen­sie­ro che sca­tu­ri­sco­no da que­sta pia­ce­vo­le emo­zio­ne, in par­te per­ché il movi­men­to del gusto, si sa, lavo­ra sul pas­sa­to e sul pre­sen­te, sul­la cir­co­la­zio­ne dei sapo­ri e sul­la ripro­po­si­zio­ne degli odo­ri. Par­lia­mo di oggi o di allo­ra? Dei tre­men­di 70 e dell’italiota pau­ra ad affron­ta­re la pro­pria sto­ria o del pre­sen­te? Devo par­la­re da pado­va­no o da bolo­gne­se, da Orga­niz­za­to tra Dif­fu­si?
Il testo dei com­pa­gni rimet­te al cen­tro del cam­po da gio­co poli­ti­co alcu­ni temi che sono sem­pli­ce­men­te non evi­ta­bi­li, come del resto la straor­di­na­ria sta­gio­ne degli Auto­no­mi ci per­met­te di ragio­na­re di oggi oltre il limi­ti del­la com­pa­ti­bi­li­tà con il capi­ta­li­smo.
Vedia­mo alcu­ni temi trat­ta­ti e che mi paio­no prio­ri­ta­ri.
Il rap­por­to con il ter­ri­to­rio. Il ter­ri­to­rio non è mai inte­so come spa­zio poli­ti­co neu­tro, ma come ope­ra­zio­ne poli­ti­ca fin dal­la sua iden­ti­fi­ca­zio­ne geo­gra­fi­ca. Il ter­ri­to­rio è – in par­te – ma sopra­tut­to si fa, e que­sto è il moti­vo per il qua­le la zoniz­za­zio­ne dei col­let­ti­vi è figlia di un’osservazione sapien­te del­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se e si  tra­du­ce in pro­get­to poli­ti­co di omo­ge­neiz­za­zio­ne.
Lad­do­ve la com­po­si­zio­ne di clas­se si defi­ni­sce come clu­ster di pae­si, par­roc­chie, fab­bri­che, scuo­le, piaz­ze, lì «si pro­get­ta e si met­te in ope­ra» un pro­get­to poli­ti­co comu­ni­sta da costrui­re con un ampio spet­tro di lavo­ro orga­niz­za­ti­vo (dal comi­ta­to ope­ra­io al comi­ta­to di lot­ta sul­la casa, dai comi­ta­ti di linea dei pen­do­la­ri alla ron­da con­tro in lavo­ro nero nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa).
Non si par­te dal­la socio­lo­gia dell’operaio socia­le, ma si vuo­le costrui­re l’operaio socia­le come sin­te­si poli­ti­ca tra la fine del ciclo di lot­te dell’operaio mas­sa, la sus­sun­zio­ne rea­le del ter­ri­to­rio al capi­ta­le e la poten­za d’attacco auto­no­ma dei con­tro­po­te­ri: il par­ti­to dell’operaio socia­le è un obiet­ti­vo stra­te­gi­co, non il lamen­to del ritor­no all’operaio mas­sa, e il ter­ri­to­rio non è solo un map­pa­le geo­gra­fi­co, ma è il tavo­lo da gio­co del go.
La fab­bri­ca degli Auto­no­mi è un’impresa-rete, che ha (solo) sul­lo sfon­do la Car­ra­ro o il Petrol­chi­mi­co e al cen­tro (soprat­tut­to) la filie­ra «post­for­di­sta» dei Benet­ton e le ope­ra­ie che sono rese ter­zi­ste, pre­lu­dio del­le par­ti­te iva. Per cer­ti ver­si l’operaio socia­le è l’infante del pre­ca­rio degli anni 2000, il cui pro­gram­ma ha nel sala­rio socia­le l’elemento stra­te­gi­co e poten­zial­men­te ricom­po­si­ti­vo.
Il sala­rio socia­le por­ta natu­ral­men­te al tema del pote­re poli­ti­co, ben pre­sen­te nel­le cir­co­la­ri dell’Organizzazione dei col­let­ti­vi, che infat­ti pon­go­no il pro­ble­ma dei prez­zi poli­ti­ci come sal­to di qua­li­tà dei con­tro­po­te­ri ter­ri­to­ria­li. Se il sala­rio era la misu­ra del pote­re ope­ra­io nel­la fab­bri­ca for­di­sta, il prez­zo poli­ti­co dei beni-ser­vi­zi, ovve­ro il sala­rio socia­le è la misu­ra del rap­por­to di for­za tra capi­ta­li­sta col­let­ti­vo e ope­ra­io socia­le ovve­ro del pre­ca­ria­to socia­le.
La scon­fit­ta degli Auto­no­mi non si è con­clu­sa con la vit­to­ria dei social­de­mo­cra­ti­ci fau­to­ri del com­pro­mes­so sto­ri­co, che in pochi anni sono pre­ci­pi­ta­ti in una cri­si sen­za fine, ma ha lie­vi­ta­to l’individualismo pro­prie­ta­rio, rias­sun­to nel­lo slo­gan «padro­ni a casa nostra»; dal­la ban­die­ra «ognu­no secon­do le sue capa­ci­tà, a ognu­no secon­do i suoi biso­gni» all’egoismo rapa­ce dell’Ombra Par­ty lega­io­lo.
Il rap­por­to tra ter­ri­to­ri. Tema da sem­pre e per sem­pre deci­si­vo, per­ché se è vero che con­ti solo se esi­sti sul cam­po – lezio­ne dell’autonomia orga­niz­za­ta vene­ta –, è altret­tan­to vero che il pro­ble­ma è come fede­ra­re ter­ri­to­ri, come costrui­re uni­tà nel­le dif­fe­ren­ze, come uni­fi­ca­re il coman­do. In buo­na sostan­za: come costruia­mo il comu­ne poli­ti­co sen­za «man­gia­re i risi in testa» alle basi ter­ri­to­ria­li?
Come non rinun­cia­re a espri­me­re fino in fon­do il biso­gno comu­ni­sta del par­ti­to e uni­re quel­lo che il capi­ta­le – e l’antropologia cul­tu­ra­le – ha divi­so?
Da sem­pre que­sto è il tema, fin dal Mani­fe­sto di Marx ed Engels, alme­no. Noi abbia­mo biso­gno del par­ti­to e – non ma – dei ter­ri­to­ri, lad­do­ve il par­ti­to non è l’astrazione del­la capa­ci­tà poli­ti­ca del­le zone omo­ge­nee ben­sì la loro con­ver­gen­za, fede­ra­zio­ne tra loro innan­zi­tut­to, e per loro.
Che fol­lia che da quarant’anni que­sto tema ven­ga bana­liz­za­to da noi stes­si o neu­tra­liz­za­to dal pote­re e dai revi­sio­ni­sti. Eli­mi­na­re il tema dell’organizzazione e del­la sua ten­sio­ne all’unità coo­pe­ra­ti­va e fede­ra­ti­va ha volu­to dire arre­tra­re la discus­sio­ne poli­ti­ca, se va bene, all’era del socia­li­smo uto­pi­sta, pre­scien­ti­fi­co, per il qua­le la fat­to­ria comu­ni­sta avreb­be con­vis­su­to con la fab­bri­ca tay­lo­ri­sta (Ottie­ri e Scel­ba, Fou­rier con quel­lo che osser­vò Engels in Inghil­ter­ra). Non fun­zio­na così.
Il pro­ble­ma del­la sog­get­ti­vi­tà. I com­pa­gni ci ricor­da­no che non si può fare fin­ta che le sor­ti del pro­get­to sia­no sospe­se al desti­no dei cicli del­le lot­te socia­li, del resto nem­me­no un’impresa sal­ta per aria in ragio­ne del­la sem­pli­ce flut­tua­zio­ne del valo­re di scam­bio del­la sua azio­ne.
La sog­get­ti­vi­tà è nell’organizzazione, è nel cor­po socia­le dif­fu­so, è arti­co­la­ta e inte­gra­ta, il qua­dro com­ples­si­vo non ha dele­ghe, ma assu­me con respon­sa­bi­li­tà e sen­za spac­co­ne­rie il ruo­lo, sta nel­le lot­te, ma pre-esi­ste e soprav­vi­ve a esse; insom­ma, si tor­na al con­tri­bu­to di Pan­zie­ri sul­la spon­ta­nei­tà e al suo rap­por­to con l’organizzazione.
Si può per­de­re un con­si­glio di fab­bri­ca, ma si deve tene­re nel comi­ta­to ope­ra­io, si può ave­re una cri­si nel grup­po socia­le ma la Com­mis­sio­ne deve pro­dur­re cir­co­la­zio­ne teo­ri­ca anche nei momen­ti di bas­sa. Non sto riat­tua­liz­zan­do l’adagio «alla clas­se la stra­te­gia, al par­ti­to la tat­ti­ca», ma pro­van­do a dire che, una vol­ta mes­so da par­te l’opportunismo del­la cat­ti­va let­tu­ra (cro­cia­na e para­cu­la) di Gram­sci, l’organizzazione assu­me su di sé la sin­te­si tra tat­ti­che con­ti­gen­ti e pen­sie­ro stra­te­gi­co, for­zan­do il pre­sen­te alla luce del futu­ro.
Qui si ritor­na alla rela­zio­ne tra Mao e Lenin (non tra mao-ismo e lenin-ismo), imma­gi­nan­do che il più gran­de rivo­lu­zio­na­rio del­la sto­ria ope­ra­ia a Capri gio­cas­se non a scac­chi, ma a go.
Mi pare che l’attraversamento del movi­men­to del ’77 sia esem­pio per­fet­to: inve­sti­men­to sen­za alcun com­por­ta­men­to spe­cu­la­ti­vo od oppor­tu­ni­sta sul movi­men­to, ma anche defi­ni­zio­ne di un pro­ces­sua­li­tà poli­ti­ca che ha un pri­ma e un dopo, sen­za rei­fi­car­ne la qua­li­tà car­si­ca.
Insom­ma, anche qui Lenin: ci sono i soviet tra gli ope­rai, viva i soviet!
Cosa signi­fi­ca que­sto nell’era del­la movi­men­ta­zio­ne socia­le lea­der-less? Vuol dire azze­ra­re la sog­get­ti­vi­tà? No, esat­ta­men­te il con­tra­rio. La meto­do­lo­gia pro­ces­sua­le del­le lot­te è cam­po di lie­vi­ta­zio­ne natu­ra­le di nuo­vi com­por­ta­men­ti poli­ti­ci del «qua­dro com­ples­si­vo» con­tem­po­ra­neo, che si deve inter­ro­ga­re su come pra­ti­ca­re discor­so poli­ti­co spe­ci­fi­co, ma anche lavo­ra­re in modo inter­sti­zia­le nel­le e tra le lot­te. Vale anco­ra per i qua­dri, quel­lo che ripe­te­va­no i com­pa­gni docen­ti di Scien­ze poli­ti­che di Pado­va: «stu­dia­te com­pa­gni, sia­te pre­pa­ra­ti!».
Il pro­ble­ma del­la lot­ta arma­ta. Pro­ble­ma che va affron­ta­to, come ben scri­ve Auto­no­mia, come una scel­ta di cam­po stra­te­gi­ca cui segue una discus­sio­ne tat­ti­ca ed eti­ca. Il pro­ble­ma fu quel­lo del «par­ti­to arma­to» che sba­gliò ripe­tu­ta­men­te, i dan­ni del cui schian­to han­no dan­neg­gia­to anche quan­ti in pro­po­si­to ave­va una stra­te­gia diver­sa. For­se avreb­be­ro dovu­to ascol­ta­re di più Radio Sher­wood.
Mi rima­ne la curio­si­tà di sape­re come si sareb­be risol­ta la discus­sio­ne tra Movi­men­to Comu­ni­sta Orga­niz­za­to e Lenin sull’«unità dei comu­ni­sti» negli anni ’80, chis­sà.
Abbia­mo tut­ti acqui­si­to, giu­sta­men­te, che c’è un meto­do ope­rai­sta nel­la let­tu­ra del­le tra­sfor­ma­zio­ni del­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se; for­se dob­bia­mo rico­no­sce­re che c’è un meto­do auto­no­mo nel­la costru­zio­ne dell’intervento poli­ti­co. Ope­rai­sti e auto­no­mi si intrec­cia­no, ma non sono la stes­sa cosa, come, ed è chia­ro in Auto­no­mi VI che i Col­let­ti­vi non sono la con­ti­nua­zio­ne di Pote­re ope­ra­io. E allo­ra come potreb­be esser­ci uti­le qui e ora il meto­do auto­no­mo?
Il modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta ha este­so la sus­sun­zio­ne rea­le all’intera vita, il gene­ral intel­lect è enor­me­men­te cre­sciu­to, il capi­ta­le ha for­za­to la leg­ge del valo­re, ha este­so all’inverosimile il lavo­ro pro­dut­ti­vo e si è ristrut­tu­ra­to; dal­le pri­me ana­li­si sul post-for­di­smo abbia­mo ormai un’intera let­te­ra­tu­ra sui movi­men­ti di capi­ta­le glo­ba­le e finan­zia­riz­za­to, che ha stu­dia­to la sua qua­li­tà estrat­ti­vi­sta e la nuo­va divi­sio­ne inter­na­zio­na­le del lavo­ro.
Mi vie­ne da dire che, da un pun­to di vista astrat­ta­men­te teo­ri­co, abbia­mo avu­to in pro­po­si­to svi­lup­pi inten­si, ma che man­ca una pras­si che rige­ne­ri e risi­gni­fi­chi que­sta teo­ria.
Goo­gle e Face­book, ad esem­pio, sono «una nuo­va ari­sto­cra­zia finan­zia­ria, una nuo­va cate­go­ria di paras­si­ti nel­la for­ma di esco­gi­ta­to­ri di pro­get­ti, di fon­da­to­ri e di diret­to­ri che sono tali solo di nome; tut­to un siste­ma di fro­di e di imbro­gli (Marx)». Le inter­net com­pa­nies sono gli e‑robber barons di que­sto seco­lo nuo­vo, i ren­tier del­la pro­du­zio­ne socia­le, accu­mu­la­no ric­chez­ze straor­di­na­rie appro­prian­do­si del sur­plus che pro­du­cia­mo nell’interazione digi­ta­le sul­le piat­ta­for­me, abbrac­cia­ti al nostro part­ner di vita smart­pho­ne, in una ses­sio­ne di ricer­ca on line. «Sia­mo diven­ta­ti ogget­ti dai qua­li ven­go­no estrat­te le mate­rie pri­me (…) per le pro­prie fab­bri­che di pre­vi­sio­ni» (Zuboff), come Ford tra­sfor­ma­va accia­io in T‑model, così Goo­gle si appro­pria del­la natu­ra uma­na, sor­ve­glian­do­la, per pro­dur­re le pro­prie mer­ci, la più impor­tan­te del­le qua­li è la pre­vi­sio­ne dei com­por­ta­men­ti futu­ri.
Nel­la sus­sun­zio­ne rea­le e digi­ta­le del­la vita al capi­ta­le la ripro­du­zio­ne socia­le è del tut­to stra­te­gi­ca per i pro­ces­si di accu­mu­la­zio­ne.
L’estrazione di plus-valo­re è pos­si­bi­le per­ché il gigan­te­sco svi­lup­po del­la capa­ci­tà pro­dut­ti­va –imma­te­ria­le e mate­ria­le, soft­ware e hard­ware – è sog­gio­ga­ta in una  rela­zio­ne di sfrut­ta­men­to. Non è pos­si­bi­le un capi­ta­le scis­so dal lavo­ro, non pos­so­no vive­re sen­za di noi; è pos­si­bi­le – pur­trop­po – una rela­zio­ne estrat­ti­vi­sta tra capi­ta­le e lavo­ro nel­la qua­le gli algo­rit­mi sono lo stru­men­to attua­ti­vo.
Para­fra­san­do Marx, «è pro­du­zio­ne socia­le sen­za il con­trol­lo del­la pro­prie­tà pri­va­ta».
Il capi­ta­li­smo «fon­da mon­di, orga­niz­za la socie­tà in modo nuo­vo», crea un nuo­vo cor­pus di leg­gi che cer­ti­fi­ca­no i rap­por­ti di for­za sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­ti tra le clas­si. I  movi­men­ti di capi­ta­le lo fece­ro cam­bian­do le cam­pa­gne ingle­si come ci rac­con­ta­ro­no i Level­lers, colo­ran­do di gri­gio il cie­lo di Lon­dra osser­va­to da Dic­kens, dan­do un auto ugua­le e diver­sa a tut­ti, orga­niz­zan­do il ter­ri­to­rio come una fab­bri­ca dif­fu­sa.
Ora il capi­ta­li­smo pro­du­ce il nostro futu­ro archi­vian­do i dati del nostro pre­sen­te, in un cir­cui­to di valo­riz­za­zio­ne non vin­co­la­to da limi­ti spa­zia­li o da pote­ri sta­tua­li; pes­si­mo ma eccel­len­te nemi­co che rina­sce dal­le pro­prie cri­si e dai nostri cicli di lot­ta.
Gli e‑robber barons sono in situa­zio­ne ana­lo­ga a quel­la vis­su­ta nell’era del­la cor­sa all’oro, ope­ra­no in una sostan­zia­le assen­za di leg­gi, nel defi­cit del­le lot­te del gene­ral intel­lect; non ci sor­pren­de­reb­be se nel­lo shock del­la gestio­ne emer­gen­zia­le del­la cri­si del coro­na virus, col­po defi­ni­ti­vo al libe­ra­li­smo demo­cra­ti­co, fos­se­ro le stes­se  piat­ta­for­me digi­ta­li a occu­pa­re il ruo­lo del­la gestio­ne del­la demo­cra­zia e del­la liber­tà, met­ten­do al ser­vi­zio del­le gover­nan­ce sta­tua­li la loro enor­me capa­ci­tà di cal­co­lo e di cono­scen­za dei com­por­ta­men­ti indi­vi­dua­li. Sarem­mo per­tan­to a un enne­si­ma sov­ver­sio­ne dall’alto: il capi­ta­le potreb­be ester­na­liz­za­re le fun­zio­ni pub­bli­che del con­trol­lo e disci­pli­na­men­to, inau­gu­ran­do una nuo­va sta­gio­ne del dirit­to, aggior­nan­do la costi­tu­zio­ne for­ma­le a quel­la mate­ria­le.
Imma­gi­na­te che il mono­po­lio del­la fun­zio­ne del con­trol­lo nel­lo sta­to d’emergenza pas­si dal­lo Sta­to e i suoi appa­ra­ti agli algo­rit­mi del­le piat­ta­for­me, sarem­mo di fron­te a un cam­bia­men­to epo­ca­le, para­go­na­bi­le alla nomi­na diret­ta del­lo sce­rif­fo da par­te del­le impre­se di mining nel­la sta­gio­ne del Wild West, con dro­ni e il soft­ware nel­le mani del­la nuo­va Pin­ker­ton digi­ta­le. Era­no fur­fan­ti estrat­to­ri di mine­ra­le pre­gia­to allo­ra, sono ban­di­ti estrat­to­ri di infor­ma­zio­ni e di vita oggi.
Il meto­do auto­no­mo ci for­ni­sce dei poten­ti uten­si­li per ope­ra­re, ci invi­ta a cono­sce­re que­sta nuo­va fab­bri­ca inte­gra­le e glo­ba­le del­la ripro­du­zio­ne socia­le, a inchie­sta­re que­sto lavo­ra­to­re col­let­ti­vo, a orga­niz­za­re chi scri­ve gli algo­rit­mi, ad abbrac­cia­re la per­va­si­vi­tà del­la fab­bri­ca, a orga­niz­zar­ne il sabo­tag­gio del­le linee pro­dut­ti­ve.
L’imma­gi­na­rio auto­no­mo è il pro­le­ta­rio brac­cian­te Tom Joad di Furo­re, alla ricer­ca del lavo­ro in Cali­for­nia, il diri­gen­te rivo­lu­zio­na­rio Big Bill del sin­da­ca­to Inter­na­tio­nal Wor­kers of the World, – anche se in Auto­no­mi VI lo stru­men­to sin­da­ca­to non mi pare ven­ga valo­riz­za­to –, e sarà il nuo­vo bol­sce­vi­co e-Kamo, sen­za il cui ope­ra­re ille­ga­le Lenin non avreb­be potu­to pub­bli­ca­re Iskra.
Sono debi­to­re agli auto­ri per aver­mi indi­ca­to la stra­da di lot­ta: non il lud­di­smo, ma la costru­zio­ne dell’algo­rit­mo comu­ni­sta, ovve­ro l’appropriazione comu­ne del­le miliar­di di righe di codi­ce che ora orga­niz­za­no lo sfrut­ta­men­to e che pos­so­no, dipen­de anche da noi, esse­re una leva per avan­za­re ver­so il Nuo­vo Mon­do.
Gra­zie Gia­co­mo, Pie­ro, Mim­mo. La lot­ta continua.