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di Wil­ler Montefusco

È il dua­li­smo che sem­bra ser­peg­gia­re più o meno impli­ci­ta­men­te in alcu­ni inter­ven­ti che si sono suc­ce­du­ti fino­ra. Cre­do sia peri­co­lo­so con­trap­por­re i due gene­ri. Sot­to­li­nea­re la sto­ria rispet­to al rac­con­to sem­bra tra­di­re il biso­gno di giu­sti­fi­ca­re l’affidabilità e la veri­di­ci­tà del libro (non si trat­ta sem­pli­ce­men­te di un rac­con­to, per di più auto­bio­gra­fi­co, di due atto­ri immer­si nel­le vicen­de; è sto­ria a tut­ti gli effet­ti …). Sot­to­li­nea­re il rac­con­to rispet­to alla sto­ria desta sospet­to (dopo­tut­to si trat­ta di un rac­con­to, per di più auto­bio­gra­fi­co, come tale non si può pre­ten­de­re che sia sul­lo stes­so pia­no del­la sto­ria “obiet­ti­va”…). In ambe­due i casi si rischia l’irrilevanza del rac­con­to come storia.

For­se è il caso di non con­trap­por­re le due dimen­sio­ni, ma piut­to­sto di met­ter­le in nes­so, sen­za fon­der­le: il rac­con­to come sto­ria e la sto­ria come rac­con­to. L’utilizzo del­la for­ma rac­con­to è legit­ti­ma “per­ché la fon­te ora­le è di per sé nar­ra­ti­va”, dice Mim­mo (p. 8). Cer­to, la paro­la “sto­ria” deri­va da “ἴστωρ colui cha ha visto (da una radi­ce indeur. che signi­fi­ca ‘vede­re’)” (M. Cor­te­laz­zo P. Zol­li, Dizio­na­rio eti­mo­lo­gi­co del­la lin­gua ita­lia­na). Ma è anche rac­con­ta­re, nar­ra­re, posto che il vede­re deve pur esse­re comu­ni­ca­to. Il sape­re del vede­re si rea­liz­za nel nar­ra­re. La dimen­sio­ne del rac­con­to non è elu­di­bi­le nel ripor­ta­re ciò che si è visto e pen­sa­to e fat­to. Come sono ine­lu­di­bi­li i rischi che que­sto com­por­ta, in quan­to il rac­con­to auto­bio­gra­fi­co è lega­to alla memo­ria, e la memo­ria, si sa, alte­ra, omet­te, appros­si­ma, a vol­te crea allu­ci­na­zio­ni. Sem­bra bana­le ma non lo è, per­ché allo­ra il nar­ra­re impli­ca sem­pre un pun­to di vista.

Solo la fon­te ora­le? Per­ché anche la sto­ria è rac­con­to. Vale la pena di nota­re che l’Ilia­de ci ricor­da che ἴστωρ impli­ca­va la nozio­ne di ‘giu­di­ce’; così la scrit­tu­ra del­la sto­ria avreb­be da sem­pre un carat­te­re ‘giu­di­zia­rio’, basa­to sul­la let­tu­ra soprat­tut­to del­le ‘car­te’, dei docu­men­ti, e poi, se ci sono, dei testi­mo­ni, come si fa in un pro­ces­so. D’altra par­te, non si dice di un fat­to o di una serie di fat­ti che la “sto­ria poi giu­di­che­rà”? E non può giu­di­ca­re se non secon­do una pro­spet­ti­va già data.

Con­tro que­sta sto­ria pro­ces­sua­le è pos­si­bi­le una for­ma di sto­ria che anche alcu­ni sto­ri­ci di pro­fes­sio­ne – quel­li ‘veri’ – chia­ma­no ‘indi­sci­pli­na­ta’, nel sen­so di non sot­to­po­sta alle rego­le che fino­ra l’hanno costi­tui­ta come disci­pli­na auto­no­ma, come un gene­re di scrit­tu­ra che avreb­be la pre­te­sa di esse­re non pro­spet­ti­ca e sen­za coin­vol­gi­men­ti emo­ti­vi, per­ché que­sti defor­ma­no, fal­si­fi­ca­no, spor­ca­no la purez­za del­la visio­ne. Un rac­con­to che ema­na da una sor­ta di occhio di Dio, l’unico al di sopra di tut­to e tut­ti, legit­ti­mo e capa­ce di coglie­re il sen­so del­le cose “così come sono state”.

A que­sta nozio­ne si oppo­ne la for­ma di dia­lo­go che Pie­ro, Gia­co­mo e Mim­mo rico­strui­sco­no, e che non è affat­to secon­da­ria. Si badi bene: dia­lo­go non nel sen­so comu­ne di ricer­ca dell’accordo o del com­pro­mes­so, di supe­ra­men­to e com­po­si­zio­ne del­le dif­fe­ren­ze. Qui il dia­lo­go ha l’impronta mate­ria­li­sta e per nien­te acco­mo­dan­te del­la mul­tiac­cen­tua­ti­vi­tà e del­la poli­fo­nia di Michail Bach­tin. Non si esclu­de il dia­lo­go dal­la pole­mi­ca né dal­le dispu­te inter­mi­na­bi­li, che ren­do­no pos­si­bi­le quel­lo che Marx chia­ma la ‘pra­ti­ca cri­ti­ca’ di sfi­da dell’inganno, poi­ché si par­te dal pre­sup­po­sto che il lin­guag­gio stes­so è fon­da­men­tal­men­te ete­ro­ge­neo, mez­zo divi­so e con­flit­tua­le. Non un siste­ma ma una pra­ti­ca col­let­ti­va immer­sa nel­la real­tà sto­ri­co-socia­le. La paro­la pro­pria allu­de sem­pre, suo mal­gra­do, lo sap­pia o no, alla paro­la altrui. Anche l’atto di paro­la più ano­di­no, imper­so­na­le e neu­tro è, nel­lo stes­so tem­po, la rispo­sta a doman­de pas­sa­te e una richie­sta rivol­ta a pos­si­bi­li inter­lo­cu­to­ri, pre­sen­ti o pre­sun­ti. La for­ma stes­sa di dia­lo­go a due del rac­con­to assu­me que­sta mul­tiac­cen­tua­ti­vi­tà costi­tu­ti­va, è par­te di un tes­su­to di atti di paro­la pas­sa­ti, di voci diver­se, di into­na­zio­ni varia­bi­li secon­do i luo­ghi e le posi­zio­ni nel­la cate­na. Gli altri inter­ven­ti nel libro e sul libro non fan­no altro che dare cor­po a que­sta plu­ra­li­tà di accen­ti in prin­ci­pio inesauribile.

Non solo. Dia­lo­go tra due, ma anche rife­ri­men­to diret­to a Mim­mo, un ter­zo pre­sen­te che sem­bra in una posi­zio­ne di puro ascol­to. Lo scar­to rispet­to alla nar­ra­zio­ne del pas­sa­to rin­via al momen­to pre­sen­te del rac­con­to, e la for­ma di doman­da del rife­ri­men­to (“Cosa ho pen­sa­to quel 16 mar­zo, Mim­mo?”, p. 97) mate­ria­liz­za, anche qui con un nome pro­prio, quel­lo che Bach­tin – anco­ra – chia­ma ‘respon­si­vi­tà’: un com­po­sto di ine­vi­ta­bi­li­tà del­la rispo­sta e di chia­ma­ta di respon­sa­bi­li­tà. Ogni atto di paro­la, ogni discor­so, oltre che rispon­de­re a doman­de pas­sa­te, inter­pel­la, con­vo­ca, richie­de e anti­ci­pa rispo­ste, si pro­iet­ta nel futu­ro. Pas­sa­to, pre­sen­te e futu­ro si impli­ca­no reci­pro­ca­men­te. E la valu­ta­zio­ne, che per­mea ogni discor­so pas­sa­to, pre­sen­te e futu­ro è inter­na alla cate­na di doman­de e rispo­ste, non al di fuo­ri o al di sopra.

Il rac­con­to non vuo­le per for­za inse­gna­re, per­ché “ai gio­va­ni non può impor­tar­glie­ne di meno di una lezion­ci­na sif­fat­ta” (p. 11), ma inter­pel­la­re sì, è ine­vi­ta­bi­le. Da chi ha visto secon­do un pun­to di vista. Non nel sen­so bana­le e defor­man­te ormai dif­fu­so nei media e nei dibat­ti­ti tele­vi­si­vi, secon­do cui ogni discor­so è ‘nar­ra­zio­ne’, nell’accezione libe­ral-indi­vi­dua­li­sti­ca: ognu­no rac­con­ta, ognu­no come la pen­sa, per cui la legit­ti­mi­tà e il dirit­to al nar­ra­re di chiun­que sci­vo­la nel­la neu­tra­liz­za­zio­ne ed equi­va­len­za di ogni discor­so, per­ché, appun­to, tut­to è nar­ra­re e la ‘veri­tà’ non esiste.

Nel sen­so inve­ce di fedel­tà e pra­ti­ca di un “sape­re situa­to e cor­po­reo, par­zia­le e par­ti­gia­no, che si disten­de a par­ti­re da un luo­go e un tem­po spe­ci­fi­co” (Tizia­na Ter­ra­no­va). E soprat­tut­to che si espli­ci­ta, dichia­ra i pre­sup­po­sti che moti­va­no il pun­to di vista, chia­ma all’assunzione di respon­sa­bi­li­tà per­so­na­le. Il bru­li­ca­re di nomi pro­pri di per­so­ne, di luo­ghi, di rife­ri­men­ti ideo­lo­gi­ci, di date, che Gia­co­mo e Pie­ro spar­go­no qua e là spe­ci­fi­ca­no i con­te­sti spa­zia­li e tem­po­ra­li, arti­co­la­no e spie­ga­no i pun­ti di vista del racconto.

Cor­po­reo signi­fi­ca che fan­no par­te di quel sape­re anche le emo­zio­ni, sia quel­le che ori­gi­na­no gli avve­ni­men­ti sia quel­le che spin­go­no alla pre­sa di paro­la, al rac­con­to. Non è un caso che il dia­lo­go ini­zia pro­prio con il ricor­do di una pas­sio­ne vis­su­ta al con­tat­to con un libro di Ador­no: “Era la vita offe­sa che si rivol­ta­va e pren­de­va la paro­la” (p. 17). E anche le emo­zio­ni che la let­tu­ra pro­vo­ca, per­ché il rac­con­to è anche un’esperienza este­ti­ca, di godi­men­to. Sot­to­li­nea­re trop­po que­sta dimen­sio­ne com­por­ta dei rischi, potreb­be spin­ge­re imper­cet­ti­bil­men­te ver­so un appa­ga­men­to pura­men­te edo­ni­sti­co, a sca­pi­to del­la pre­gnan­za sto­ri­ca e poli­ti­ca. Ma è comun­que legit­ti­ma, va recu­pe­ra­ta e valorizzata.

Per que­sto è neces­sa­rio insi­ste­re sul­la poli­fo­nia, nel sen­so più ampio, che ani­ma il rac­con­to e il libro, che si rivol­ge, chia­ma, inter­pel­la, even­tual­men­te richie­de con­te­sta­zio­ne e con­tro-discor­so, altre voci, altre into­na­zio­ni e valu­ta­zio­ni, e il sapo­re e il colo­re del­le emo­zio­ni. E non si trat­ta di un movi­men­to dia­let­ti­co, per cui tut­to si ricom­po­ne e si paci­fi­ca a un livel­lo supe­rio­re dove tut­to rice­ve signi­fi­ca­to e dire­zio­ne. Al con­tra­rio, tut­to si com­pli­ca e si svi­lup­pa. È indi­sci­pli­na­ta e spor­ca, ma que­sta è la sto­ria vera. Anzi, sen­za aggettivi.