Filtra per Categoria
Autonomia Bolognese
Autonomie del Meridione
Fondo DeriveApprodi
Collettivi Politici Veneti
Autonomia Toscana
Blog

di Toni Negri

La “sto­ria dei vin­ti” ci ha per­se­gui­ta­to. Da quan­do Ben­ja­min ne ave­va par­la­to su tutt’altra sce­na, acqui­si­ta e stra­vol­ta dal­la cat­ti­va coscien­za dell’intellettualità di sini­stra, la scia­gu­ra­ta imma­gi­ne si era dif­fu­sa come un virus mali­gno, sic­ché, inte­rio­riz­za­ta in gran par­te di noi, la nostra sto­ria non si riu­sci­va nep­pu­re a rac­con­tar­la ma solo a lamen­tar­la. Dop­pia pena per gli scon­fit­ti: per­den­ti e dimen­ti­ca­ti. Da qual­che anno, un edi­to­re e mol­ti com­pa­gni si sono mes­si al lavo­ro per strap­pa­re la sto­ria degli anni Set­tan­ta a quel desti­no. Essa comin­cia a ricon­fi­gu­rar­si: meno distor­ta, non più sepol­ta sot­to i muc­chi del­le scar­tof­fie del­la repres­sio­ne giu­di­zia­ria o sot­to le mil­le pagi­ne di misti­fi­ca­zio­ne socio­lo­gi­ca del “ter­ro­ri­smo”. Man mano la “sto­ria dei vin­ti”, scrit­ta dai vin­ci­to­ri, vie­ne mes­sa fuo­ri mer­ca­to, men­tre i vin­ti comin­cia­no a dir­la tut­ta, a rac­con­ta­re cioè come dal­le magliet­te a stri­sce dei gio­va­ni metal­mec­ca­ni­ci e doc­kers che nel luglio ’60 get­ta­ro­no fuo­ri i fasci­sti da Geno­va ai pro­le­ta­ri di Piaz­za Sta­tu­to del ’62, dai gran­di scio­pe­ri e dal­le lot­te dell’autunno cal­do alle occu­pa­zio­ni del­le uni­ver­si­tà nel lun­go ’68 ita­lia­no e poi fino a quan­do nel ’77 gli stu­den­ti e gli auto­no­mi but­ta­ro­no fuo­ri Lama dall’università di Roma e ten­ne­ro quel­la di Bolo­gna con­tro i tanks del­la poli­zia… – insom­ma, come in que­sto suc­ce­der­si di anni che una lugu­bre fan­ta­sia chia­ma “di piom­bo”, vis­se inve­ce una resi­sten­za pro­le­ta­ria ric­ca di for­za, di gio­ia, e d’immaginazione del comu­ni­smo.
Il libro sui Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti (Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, Roma, 2019), appar­so subi­to dopo quel­lo sui comi­ta­ti poli­ti­ci del vicen­ti­no, la fini­sce con il lut­to degli anni Ses­san­ta-Set­tan­ta – è piut­to­sto un libro di vin­ci­to­ri che di vin­ti. Per così dire, è la goc­cia che fa tra­boc­ca­re il vaso. Pro­va­te a met­te­re que­sto libro dei due Despa­li accan­to a quel­li del duo Ven­tu­ra-Calo­ge­ro, epo­ni­mi del­la repres­sio­ne: che cosa ne con­clu­de­re­te? Che di qua c’è la veri­tà schiet­ta e viva­ce del­la rivol­ta di una gene­ra­zio­ne di ragaz­zi che sogna­no la giu­sti­zia socia­le e pen­sa­no che le con­di­zio­ni sto­ri­che del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co e socia­le per­met­ta­no di con­qui­star­la; dall’altra par­te ci sono teoremi/​fake news, ceci­tà o distur­bi dell’intelligenza sto­ri­ca, tri­stez­za e disa­stro dell’anima di una éli­te socia­li­sta ormai in per­di­zio­ne.
Il libro dei due Despa­li è un rac­con­to con­ver­sa­to (con la media­zio­ne di Mim­mo Ser­san­te) tra due diri­gen­ti dei Cpv nel perio­do che va dal­la chiu­su­ra di Pote­re ope­ra­io (1973) all’inizio degli Ottan­ta, quan­do la repres­sio­ne schiac­ciò l’espressione poli­ti­ca del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio. In que­sto inter­ven­to mi sof­fer­me­rò solo su due pun­ti cen­tra­li, pri­ma di apri­re la discus­sio­ne su un paio di altri pro­ble­mi ai qua­li alcu­ne di que­ste pagi­ne sol­le­ci­ta­no. Il dibat­ti­to, natu­ral­men­te, con­ti­nue­rà.
Pri­mo tema: il Vene­to. L’insistenza degli auto­ri sul­le carat­te­ri­sti­che loca­li, vene­te, del movi­men­to che han­no con­tri­bui­to a costrui­re, è addi­rit­tu­ra ridon­dan­te. È per loro una que­stio­ne di prin­ci­pio: un’organizzazione auto­no­ma non può che esse­re radi­cal­men­te ter­ri­to­ria­le, il con­trol­lo del ter­ri­to­rio ne divie­ne il segno più pre­ci­so per un’esistenza dura­tu­ra ed un’azione effi­ca­ce. Ora, il rac­con­to dell’attività dei Cpv, fat­to in que­sto libro, risul­ta pro­ban­te. Si è trat­ta­to di un radi­ca­men­to asso­lu­ta­men­te deci­si­vo nel defi­ni­re che cosa pos­sa esse­re un con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le nel socia­le. In que­ste con­di­zio­ni, una mino­ran­za intel­li­gen­te e atti­va ha sapu­to agi­re da mag­gio­ran­za, e comun­que da avan­guar­dia di mas­sa degli sfrut­ta­ti.
Resta da chie­der­si per­ché que­sta espe­rien­za sia a tal pun­to riu­sci­ta in que­gli anni, nel Vene­to.
Che non era un feu­do del­la sini­stra, anzi, cono­sce­va una scar­sa tra­di­zio­ne ope­ra­ia e comu­ni­sta. La rispo­sta è chia­ra: l’autonomia, negli anni Ses­san­ta in fab­bri­ca, nei Set­tan­ta sul ter­ri­to­rio, rap­pre­sen­tò nel Vene­to un vero e pro­prio shock poli­ti­co in quel­la che si rite­ne­va una “cat­to­li­cis­si­ma” regio­ne, che era allo­ra cer­ta­men­te fuo­ri dal trian­go­lo indu­stria­le, e dove non vive­va una mag­gio­ran­za ope­ra­ia. Fu un ful­mi­ne che incen­diò la pra­te­ria. Per­ché? Per­ché il Vene­to era allo­ra una regio­ne sot­to pres­sio­ne. In assen­za di migra­zio­ni inter­ne, si fug­gi­va dal­la cam­pa­gna men­tre l’emigrazione euro­pea rien­tra­va, la nuo­va fles­si­bi­li­tà ope­ra­ia e la pri­ma ter­zia­riz­za­zio­ne indu­stria­le met­te­va­no in col­le­ga­men­to vari stra­ti del lavo­ro vivo, la popo­la­zio­ne fem­mi­ni­le entra­va nel­le fab­bri­che e così con­qui­sta­va un ruo­lo auto­no­mo nel­la fami­glia, un pri­mo benes­se­re per­met­te­va ai figli e alle figlie degli ope­rai di entra­re nel­le uni­ver­si­tà, ecc. Que­sto – si obiet­ta – non avve­ni­va tut­ta­via solo nel Vene­to. Ma il Vene­to era una pen­to­la sot­to pres­sio­ne, con la Dc e il gran­de capi­ta­le che si eser­ci­ta­va­no nel tener­la com­pres­sa. E così il Vene­to esplo­de – meglio, sono le orga­niz­za­zio­ni auto­no­me che lo fan­no esplo­de­re. Il comi­ta­to di Por­to Mar­ghe­ra fin dal­la metà degli anni Ses­san­ta e i Cpv dall’inizio dei Set­tan­ta costrui­sco­no straor­di­na­ri poli di comu­ni­ca­zio­ne e di orga­niz­za­zio­ne pro­le­ta­ria, altro­ve assen­ti su un così lun­go perio­do e con una così soli­da con­si­sten­za, e rap­pre­sen­ta­no nuo­ve for­me di soli­da­rie­tà, di liber­tà e… di gio­ia nel­la lot­ta.
Il secon­do ele­men­to sul qua­le gli auto­ri del libro insi­sto­no è il pre­sen­ta­re i Cpv come orga­niz­za­zio­ne dell’ope­ra­io socia­le. È del tut­to vero. I col­let­ti­vi vene­ti (e, al loro inter­no, su que­sto pun­to, l’esempio vicen­ti­no è ancor più espli­ci­to) era­no costi­tui­ti da una popo­la­zio­ne per mol­ti ver­si inter­cam­bia­bi­le, di ope­rai, stu­den­ti, arti­gia­ni, impie­ga­ti… Ora, qua­si tut­te le nuo­ve orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to (gio­va­ni­le e non) nel nord Ita­lia, in quel perio­do, nel mila­ne­se come in Emi­lia, ed anche fra Tori­no e Geno­va, sono in qual­che modo costi­tui­te dall’“operaio socia­le” – esat­ta­men­te come nel Vene­to. Pri­me gene­ra­zio­ni pre­ca­rie si accom­pa­gna­no alle ulti­me gene­ra­zio­ni di “una vita al lavo­ro”. La pre­sa di coscien­za dell’automazione cre­scen­te dell’industria impo­ne per la pri­ma vol­ta – anche a que­ste ulti­me – la con­sa­pe­vo­lez­za che la  pre­ca­rie­tà, oltre ad esse­re un’eventuale for­ma del sala­rio, sarà for­ma per­ma­nen­te di vita lavo­ra­ti­va. Gli auto­ri insi­sto­no però sul fat­to che i Cpv avreb­be­ro anti­ci­pa­to le for­me di orga­niz­za­zio­ne dell’operaio socia­le. Il che è in par­te vero. In quel­la fase i Cpv rap­pre­sen­ta­ro­no il meglio di quel­la nuo­va espe­rien­za di clas­se. E tut­ta­via – e qui si apre la discus­sio­ne – que­sta espe­rien­za e quel modo di orga­niz­za­zio­ne stan­no abba­stan­za stret­te all’operaio socia­le. Non basta­no infat­ti la cri­si del­la fab­bri­ca e l’uscita da que­sta di set­to­ri del­la for­za-lavo­ro, l’apparire di for­me mol­te­pli­ci di orga­niz­za­zio­ne del lavo­ro dif­fu­so e dell’organizzazione del­la lot­ta in fab­bri­ca e nel socia­le, il len­to movi­men­to che vede la ripro­du­zio­ne pri­vi­le­gia­ta sul­la pro­du­zio­ne e quin­di l’affermazione del­la ten­den­za all’integrazione del “gene­re” nel­la clas­se, per con­clu­de­re alla solu­zio­ne del pro­ble­ma di orga­niz­za­zio­ne per l’operaio socia­le e a loca­liz­zar­la nel­la sto­ria dei Cpv. L’operaio socia­le cor­ri­spon­de infat­ti, nel­la sua matu­ri­tà, al con­so­li­dar­si del­la coo­pe­ra­zio­ne pro­dut­ti­va socia­le.
Quan­do il lavo­ro si è dema­te­ria­liz­za­to e si pre­sen­ta come mobi­le nel­lo spa­zio e fles­si­bi­le nel tem­po, e soprat­tut­to quan­do la tec­no­lo­gia ege­mo­ne strut­tu­ra e coman­da il lavo­ro cogni­ti­vo – solo a quel livel­lo e in quel­le dimen­sio­ni, cre­do, veri­fi­che­re­mo una nuo­va figu­ra di orga­niz­za­zio­ne. Dob­bia­mo con­clu­de­re che i Cpv non sia­no for­me orga­niz­za­ti­ve dell’operaio socia­le? Lo sono, ma – esat­ta­men­te come altre for­me di lot­ta e mili­tan­za negli anni Set­tan­ta – sono espe­rien­ze del pas­sag­gio del­la cen­tra­li­tà orga­niz­za­ti­va dal­la fab­bri­ca al socia­le, dall’operaio-massa all’operaio socia­le. Pon­go­no il pro­ble­ma del ter­ri­to­rio e del­la mol­te­pli­ci­tà del­le inter­se­zio­ni di clas­se (e di gene­re) e pon­go­no inol­tre a que­sto livel­lo, in que­sta situa­zio­ne, il tema dell’uso del­la for­za: ma anche que­sto è anco­ra un pas­sag­gio. Solo alla fine degli anni Novan­ta, uscen­do dal­la repres­sio­ne, comin­ce­re­mo a per­cor­re­re e a misu­ra­re inte­ra­men­te il ter­re­no mol­ti­tu­di­na­rio dell’operaio socia­le. Le pri­me espe­rien­ze con­se­guen­ti su que­sto ter­re­no le avre­mo nel ciclo di lot­te che giun­ge a Geno­va e che è tem­po­ra­nea­men­te bloc­ca­to dall’11 set­tem­bre, per ria­prir­si più tar­di (Occu­pyIndi­gna­dos, ecc.).
A par­ti­re dal rico­no­sci­men­to di que­sti pun­ti for­ti del libro si pos­so­no ora por­re alcu­ne doman­de agli auto­ri. La pri­ma è per­ché non abbia­no volu­to apri­re alla con­ti­nui­tà  del­la sto­ria dei Col­let­ti­vi dopo la fine degli anni Set­tan­ta. Una sto­ria che avreb­be per­mes­so di por­re con mag­gior for­za il tema dell’operaio socia­le e del­la sua orga­niz­za­zio­ne su un ter­re­no ormai qua­li­fi­ca­to da una fon­da­men­ta­le e gene­ra­le con­ver­sio­ne mol­ti­tu­di­na­ria del pro­le­ta­ria­to.
Que­sta tra­sfor­ma­zio­ne era sta­ta d’altra par­te ampia­men­te com­pre­sa dai com­pa­gni che in que­gli anni avvia­ro­no quel­la con­ti­nui­tà in una nuo­va sto­ria.
[Inci­den­tal­men­te, nel qua­dro di que­sta con­ti­nui­tà, piut­to­sto che nel lamen­to­so ritor­no alle dia­tri­be car­ce­ra­rie, sareb­be for­se sta­to più faci­le per gli auto­ri dare una rispo­sta meno set­ta­ria alla tor­men­ta­ta quæ­stio del­la “dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca” (non giu­di­zia­le) dal ter­ro­ri­smo. Mi sia per­mes­so pro­por­re due ele­men­ti per appros­si­ma­re una rispo­sta che stia nel­la con­ti­nui­tà del­la sto­ria dei Cpv. In pri­mo luo­go: il radi­ca­le ripu­dio da par­te dei Cpv dell’omicidio poli­ti­co, pra­ti­ca­to dal­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti, e la con­se­guen­te denun­cia dell’uccisione di Moro da par­te del­le Bri­ga­te ros­se. Non si trat­ta qui di una “dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca dal ter­ro­ri­smo”? In secon­do luo­go: appe­na ricom­po­sti, alla fine degli anni Ottan­ta, i Cpv deci­do­no di rista­bi­li­re il rap­por­to con gli esi­lia­ti e di lavo­ra­re con loro a Pari­gi e insie­me pro­du­co­no una rivi­sta. Non si trat­ta­va così di ade­ri­re, non solo prag­ma­ti­ca­men­te (in un perio­do deli­ca­to e dif­fi­ci­le di revi­sio­ne gene­ra­le del­la teo­ria e del­le pra­ti­che dell’autonomia) al pro­gram­ma di rico­stru­zio­ne deli­nea­to nell’“Elogio di assen­za di memo­ria”?]
La secon­da que­stio­ne riguar­da il tema dell’esercizio del­la for­za. È più che evi­den­te che richia­mar­si a que­sto pro­po­si­to all’esperienza degli anni Set­tan­ta dei Cpv non può qui, oggi, esse­re par­ti­co­lar­men­te uti­le. Per ben che vada, richia­man­do­la, ci pren­de­reb­be­ro per dei fasti­dio­si black bloc! Si trat­ta piut­to­sto di inven­ta­re del nuo­vo, con­vin­ti che nel­la socie­tà digi­ta­liz­za­ta non sia­no pos­si­bi­li ripre­se o ripe­ti­zio­ni del vec­chio. Risul­ta dun­que assai dub­bia ogni pro­po­sta lega­ta ad esem­pi trat­ti dal­la sto­ria dei Cpv.
Così come risul­ta assai dub­bio (altro pun­to di discus­sio­ne) che, sen­za il 7 apri­le, avreb­be potu­to aprir­si nel Vene­to (insi­sto, nel Vene­to) un fron­te poli­ti­co anta­go­ni­sta che inter­pre­tas­se le nuo­ve figu­re del lavo­ro pro­dut­ti­vo sul ter­ri­to­rio del­la fab­bri­ca dif­fu­sa. Comun­que, a mio pare­re, se si fos­se data que­sta pos­si­bi­li­tà, ne sareb­be risul­ta­ta, alla meglio, un’appendice di pro­ces­si irre­den­ti­sti (sen­za ave­re la sto­ria di quel­li irlan­de­si o baschi) o, nel peg­gio­re dei casi, la mano sini­stra di pro­ces­si di regio­na­liz­za­zio­ne nazio­na­li­sta (come avven­ne in Cata­lo­gna). In tal caso i Cpv avreb­be­ro rinun­cia­to a rap­pre­sen­ta­re l’autonomia pro­le­ta­ria, ope­ra­ia, insom­ma le ragio­ni di fon­do del­la sto­ria dell’autonomia. Lascia­te cade­re que­ste illu­sio­ni, la que­stio­ne che oggi piut­to­sto si pone è come la mol­ti­tu­di­ne (cioè quel pro­le­ta­ria­to socia­le e pre­ca­rio che i Cpv ave­va­no comin­cia­to ad orga­niz­za­re negli anni Set­tan­ta) pos­sa di nuo­vo far­si clas­se poli­ti­ca.
A que­sto pro­po­si­to biso­gne­rà disten­de­re la sto­ria dell’autonomia al di là dei suoi limi­ti pas­sa­ti che in manie­ra assai limi­ta­ta si offri­va­no alla con­ver­gen­za orga­niz­za­ti­va sia del­le com­po­nen­ti che avan­za­va­no cri­ti­che e riven­di­ca­zio­ni di gene­re, sia di quel­le eco­lo­gi­che. Non man­ca­va cer­to una sen­si­bi­li­tà in pro­po­si­to – in par­ti­co­la­re la par­te­ci­pa­zio­ne alle lot­te con­tro il nuclea­re da par­te dei Cpv fu imme­dia­ta e vi agi­ro­no da pro­ta­go­ni­sti –, ma il suo risvol­to orga­niz­za­ti­vo ave­va anco­ra un pro­fi­lo “paci­fi­sta” piut­to­sto che eco­lo­gi­co.
È bene apri­re la discus­sio­ne sol­le­ci­ta­ti da que­sto bel libro pro­prio nel mez­zo del­la cri­si da coro­na­vi­rus – quan­do l’infezione neo­li­be­ra­le si è rove­scia­ta sul regi­me che l’ha pro­dot­ta. Di con­tro, esi­ste la pos­si­bi­li­tà di rea­gi­re, di lot­ta­re, di vin­ce­re. Qui, in que­sta cri­si (e spe­ro anche in que­sta recen­sio­ne) risuo­na quel gri­do di resi­sten­za che in Fran­cia i gile­ts jau­nes ci han­no di nuo­vo appre­so, a noi che tan­to abbia­mo impa­ra­to dai col­let­ti­vi vene­ti: “tous ensem­ble”… per il pote­re operaio.

Pari­gi, Pasqua 2020