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di Gian­fran­co Bettin

Deri­veAp­pro­di con­ti­nua la pub­bli­ca­zio­ne di volu­mi dedi­ca­ti alla rico­stru­zio­ne di una del­le espe­rien­ze prin­ci­pa­li del movi­men­to ita­lia­no, l’Autonomia. Il sesto volu­me del­la  serie, cura­to da Mim­mo Ser­san­te (mili­tan­te e stu­dio­so, come un po’ tut­ti i cura­to­ri dei diver­si volu­mi, il che ren­de l’opera nel suo insie­me più inten­sa e plau­si­bi­le), è un’intervista e un dia­lo­go con e tra i fra­tel­li Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io (cor­re­da­ta di alcu­ne altre inter­vi­ste a ex mili­tan­ti, di sche­de rias­sun­ti­ve e docu­men­ti dell’epoca). Intel­let­tua­le soli­do e fine (la sua pri­ma cita­zio­ne nel libro è per l’Ulisse dan­te­sco) e a lun­go mili­tan­te, Gia­co­mo; mili­tan­te anco­ra più a lun­go e intel­let­tual­men­te curio­so e impe­gna­to Pie­ro (cita subi­to Mini­ma Mora­lia. Medi­ta­zio­ni del­la vita offe­sa, di Ador­no, come testo for­ma­ti­vo: «La vita offe­sa che si rivol­ta­va e pren­de­va la paro­la»), i fra­tel­li Despa­li sono sta­ti i lea­der più influen­ti di quel­la luci­da, furen­te e cora­le espe­rien­za che è sta­ta l’Autonomia pado­va­na (e vene­ta, con pro­pag­gi­ni nel più vasto nor­de­st). La rac­con­ta­no a Ser­san­te, e ai let­to­ri, con disin­can­to e fran­chez­za.
I moti­vi per leg­ge­re que­sto libro sono mol­ti, sia per chi inten­da sca­va­re in que­gli anni sia per chi voglia coglier­ne i nes­si, non pochi, con i nostri. In que­sto sen­so, è uti­le a sto­ri­ci e a mili­tan­ti, e a chiun­que abbia voglia di capi­re di più di una sta­gio­ne cru­cia­le del­la nostra sto­ria. Il rac­con­to, ine­vi­ta­bil­men­te anche auto­bio­gra­fi­co, resti­tui­sce inol­tre il per­cor­so di due lea­der di movi­men­to dal pro­fi­lo sin­go­la­re. Dal­ma­ti, venu­ti in Ita­lia da bam­bi­ni non per moti­vi poli­ti­ci ben­sì eco­no­mi­ci, man­te­nen­do un lega­me con la par­te di fami­glia rima­sta a Zara, padre di sini­stra e madre che, da casa­lin­ga, «sco­pri­rà la poli­ti­ca dopo il 7 apri­le», quan­do i figli, come mol­ti altri mili­tan­ti, ver­ran­no col­pi­ti dal­le note inchie­ste (finen­do Gia­co­mo per diver­si anni in car­ce­re e Pie­ro a lun­go lati­tan­te), sono anche fra i non mol­ti lea­der di auten­ti­ca ori­gi­ne pro­le­ta­ria che i movi­men­ti ita­lia­ni dell’epoca abbia­no avu­to. Una del­le ragio­ni, que­sta loro lea­der­ship, che fon­da­va­no la capa­ci­tà dei Col­let­ti­vi pado­va­ni di spa­zia­re ege­mo­ni­ca­men­te dai gio­va­ni ribel­li del­la bor­ghe­sia vene­ta ai gio­va­ni del vec­chio e nuo­vo pro­le­ta­ria­to sia nel­la pro­vin­cia che in ambi­to metro­po­li­ta­no. Regi­stran­do, anche sog­get­ti­va­men­te, le muta­zio­ni socia­li in cor­so in tem­po rea­le: «Anche noi ne face­va­mo par­te (del­la nuo­va com­po­si­zio­ne socia­le, NdR) per età, per­cor­si sco­la­sti­ci, for­me di vita… In più sen­ti­va­mo di far­ne par­te. Sì, c’era que­sto comu­ne sen­ti­re dif­fi­ci­le da spie­ga­re, for­se per­ché non c’era nul­la da spie­ga­re, era così e basta».
Qui Pie­ro rac­con­ta del­la «sco­per­ta» dell’operaio socia­le, poi descrit­to e valo­riz­za­to nel­la sua nuo­va cen­tra­li­tà anche poli­ti­ca da Negri («Pos­sia­mo dire di aver­lo anti­ci­pa­to sul ter­re­no del­la poli­ti­ca pra­ti­ca»). Ci arri­va­no attra­ver­so l’autocoscienza di sé e anche attra­ver­so l’inchiesta sul cam­po, a vol­te strut­tu­ra­ta, siste­ma­ti­ca (i cui mate­ria­li fini­sco­no infi­ne sul­le rivi­ste di area, ulti­ma «Auto­no­mia»), ma più spes­so, nel­la quo­ti­dia­ni­tà, la sco­per­ta del­la nuo­va com­po­si­zio­ne socia­le vie­ne intui­ta, spe­ri­men­ta­ta. E su di essa vie­ne model­la­ta l’iniziativa poli­ti­ca che così, dai luo­ghi ori­gi­na­ri, dal­le roc­ca­for­ti dell’Università e del­le supe­rio­ri pado­va­ne e di alcu­ne fab­bri­che (com­pre­so il Petrol­chi­mi­co di Por­to Mar­ghe­ra, rac­co­glien­do l’eredità dell’assemblea auto­no­ma e dei suoi leg­gen­da­ri lea­der ope­rai), si irra­dia sul ter­ri­to­rio (con i «grup­pi socia­li» e con i «comi­ta­ti» tema­ti­ci e/​o di zona), che rap­pre­sen­ta­no il tes­su­to di base su cui si inne­sta l’organizzazione poli­ti­ca vera e pro­pria, in tut­te le sue arti­co­la­zio­ni. L’esperienza dei Col­let­ti­vi vene­ti è di inte­res­se anche su que­sto pia­no, per chi voglia con­fron­tar­si con una ver­sio­ne ori­gi­na­le e, per anni, par­ti­co­lar­men­te effi­ca­ce del­la for­ma par­ti­to, un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio e comu­ni­sta per voca­zio­ne e pras­si. Il libro con­tie­ne sia rifles­sio­ni retro­spet­ti­ve degli auto­ri e del cura­to­re sia docu­men­ti uti­li a com­ple­ta­re il qua­dro (anche in rap­por­to a espe­rien­ze simi­li avve­nu­te altro­ve, soprat­tut­to nel con­fron­to con Roma, con i Vol­sci in par­ti­co­la­re, e con i ten­ta­ti­vi di strut­tu­ra­re un sog­get­to nazio­na­le a par­ti­re dal­le visio­ni stra­te­gi­che e di fase di intel­let­tua­li mili­tan­ti di rife­ri­men­to, Toni Negri in pri­mis).
Ciò che, tut­ta­via, mi sem­bra più attua­le e forie­ro di rifles­sio­ni sul nostro pre­sen­te riguar­da pro­prio la sco­per­ta del­la figu­ra che ver­rà chia­ma­ta «ope­ra­io socia­le» e che, nel rac­con­to dei Despa­li, diven­ta poi, con una meta­mor­fo­si spiaz­zan­te e per cer­ti ver­si agghiac­cian­te, «l’uomo del­la Lega».
Il Vene­to in cui nasce la rivol­ta stu­den­te­sca e ope­ra­ia è quel­lo che sta uscen­do dal­la pover­tà, dal­la con­di­zio­ne rura­le, pun­teg­gia­to di iso­le indu­stria­li (pic­co­le o sgra­na­te, sal­vo il gran­de polo di Mar­ghe­ra), segna­to dall’egemonia cle­ri­ca­le e demo­cri­stia­na, scos­sa ma non rove­scia­ta dal ciclo di con­te­sta­zio­ni e lot­te, da muta­men­ti di men­ta­li­tà e nuo­vi sti­li di vita. Ma dura poco. Il Vene­to del tra­mon­to del­la civil­tà con­ta­di­na e dell’avvento di un’epoca indu­stria­le diven­ta, pre­sto, un’altra cosa anco­ra. È il nuo­vo mon­do dell’operaio socia­le, appun­to, del­la pro­du­zio­ne che esce dal recin­to del­la fab­bri­ca for­di­sta e si spar­pa­glia sul ter­ri­to­rio (più tar­di, oggi, entre­rà per­fi­no nel­le sin­go­le abi­ta­zio­ni, nel più per­so­na­le ambi­to di ognu­no di noi). I Col­let­ti­vi sono, nel movi­men­to, nel­la sini­stra tut­ta, fra i più luci­di osser­va­to­ri di que­sta meta­mor­fo­si e i più pron­ti, come si è det­to, a ricon­fi­gu­ra­re la pro­pria agen­da di lavo­ro e la pro­pria stes­sa orga­niz­za­zio­ne. L’operaio socia­le, però, non si rive­la affat­to incar­na­re in manie­ra dif­fu­sa e linea­re la for­ma nuo­va di una sog­get­ti­vi­tà ribel­le che nel­la fab­bri­ca for­di­sta si era mani­fe­sta­ta (e anco­ra era pre­sen­te, in mol­ti luo­ghi). A gran­de distan­za di tem­po, anche con il sug­ge­sti­vo aiu­to di un roman­zo nel­la cui tra­ma si pos­so­no ritro­va­re vicen­de per qual­che ver­so ana­lo­ghe, Pasto­ra­le Ame­ri­ca­na di Phi­lip Roth, Pie­ro ripen­sa a quel­la vicen­da e con­clu­de che quel Vene­to, «labo­ra­to­rio del­la nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se», inve­ce che il luo­go del­la rot­tu­ra, «era diven­ta­to il luo­go dell’identità leghi­sta «men­tre il rifiu­to del lavo­ro sala­ria­to si era risol­to nel­la com­ple­ta iden­ti­fi­ca­zio­ne col lavo­ro». Era diven­ta­to il mon­do che un bra­vo atto­re e auto­re di que­ste par­ti, Andrea Pen­nac­chi, fa ora espri­me­re con le paro­le e la postu­ra orgo­glio­se, gre­vi e ottu­se del suo eroe, il Poja­na.
Gia­co­mo ripren­de il ragio­na­men­to a par­ti­re dal Petrol­chi­mi­co, l’altro pia­ne­ta pre­ci­pi­ta­to nel vec­chio Vene­to a scon­vol­ger­lo: «Arri­va la cri­si e con la cri­si i licen­zia­men­ti; la nostra avan­guar­dia che fa? Deve pur cam­pa­re; non può rifiu­ta­re il lavo­ro e anda­re a far­si le can­ne in piaz­za Fer­ret­to a Mestre. Deve tro­var­si un lavo­ro, inven­tar­se­lo. Tor­na a casa e fa l’imprenditore per­ché altri­men­ti come caz­zo cam­pa la fami­glia, come man­gia? Poi c’è la pro­vin­cia… Met­ti insie­me que­ste due real­tà e avrai l’uomo del­la Lega». Una let­tu­ra, anco­ra­ta al dato mate­ria­le cru­do e con­di­zio­nan­te, che si esten­de alla stes­sa gene­ra­zio­ne del ’77: «Non mi con­vin­ce la tesi soste­nu­ta a suo tem­po secon­do cui col ’77 sareb­be appar­sa una nuo­va gene­ra­zio­ne di gio­va­ni che volon­ta­ria­men­te pre­fe­ri­sce le mil­le occu­pa­zio­ni al lavo­ro sot­to padro­ne. Sono con­vin­to inve­ce che noi sia­mo i figli, i pro­dot­ti del capi­ta­li­smo; è il padro­ne che ha crea­to que­sta figu­ra. Nes­su­no, ne sono con­vin­to, vuol fare il pre­ca­rio».
La que­stio­ne, però, è che l’«operaio socia­le», a un cer­to pun­to, sem­bra but­tar­si ani­ma e cor­po, nel nuo­vo desti­no. Sem­bra far­lo pro­prio. Spo­sar­lo. Sem­bra deci­de­re che la pro­pria liber­tà e la pro­pria eman­ci­pa­zio­ne eco­no­mi­ca e poli­ti­ca, riven­di­ca­te dap­pri­ma in fab­bri­ca con for­za, con rab­bia, spes­so con intel­li­gen­te dirom­pen­za, ora dipen­do­no da altro: dall’impegno sul lavo­ro, con sacri­fi­cio, fino all’auto sfrut­ta­men­to (lad­do­ve si lavo­ra da soli o nell’impresa di fami­glia, ma a vol­te anche nell’impresa del padro­ne ami­co, del padro­ne com­pae­sa­no). Esse­re libe­ri sem­bra ora signi­fi­ca­re pro­va­re a fare sol­di, fat­tu­ra­re, quin­di pro­dur­re, con­cor­re­re (tro­va­re per­ciò i pro­pri riva­li non nell’avversario di clas­se ben­sì nel con­cor­ren­te appun­to), par­te­ci­pa­re alla gara dell’accumulazione, chie­de­re nuo­ve rego­le non per esse­re ugua­li, non per ave­re dirit­ti socia­li, ben­sì age­vo­la­zio­ni fisca­li (o eva­sio­ni, elu­sio­ni, in con­flit­to con lo Sta­to esat­to­re, con la sua buro­cra­zia e il suo cen­tra­li­smo). Signi­fi­ca guar­da­re agli oriz­zon­ti inter­na­zio­na­li – non inter­na­zio­na­li­sti – come obiet­ti­vi di mer­ca­to e, con­tem­po­ra­nea­men­te, guar­da­re al loca­le come al cuo­re del pro­prio ambien­te pro­dut­ti­vo, eco­no­mi­co, e bar­dar­lo come se fos­se una casa­mat­ta poli­ti­ca a tute­la di que­ste prio­ri­tà. Ecco l’uomo e il mon­do del­la Lega.
Nel libro ci si chie­de qua­li erro­ri sia­no sta­ti com­mes­si, dal movi­men­to, dai Col­let­ti­vi stes­si, per non riu­sci­re a impe­di­re que­sta deri­va. E, giu­sta­men­te, si sot­to­li­nea come l’abbattersi del­la repres­sio­ne sui Col­let­ti­vi e su tut­to il movi­men­to alla fine del decen­nio Set­tan­ta, abbia tol­to di mez­zo un sog­get­to che, col­ta la nuo­va dina­mi­ca, pote­va met­te­re in cam­po una pro­po­sta radi­ca­le, alter­na­ti­va a quel­la che poi sareb­be diven­ta­ta la pro­po­sta leghi­sta. La Lega nasce pro­prio allo­ra: «Ripu­li­to il Vene­to dagli auto­no­mi, tut­to per lor signo­ri è sta­to più faci­le».
Sareb­be potu­ta anda­re diver­sa­men­te? Le for­ze che han­no crea­to il Poja­na­stan, per dir­la anco­ra con Pen­nac­chi, era­no for­mi­da­bi­li. Era­no le for­ze stes­se del capi­ta­li­smo sbri­glia­to e pre­po­ten­te, vora­ce di pro­fit­ti e pro­dut­ti­vi­tà, che si sca­te­na in que­gli anni e che fa del Vene­to e del nor­de­st ita­lia­no una del­le loco­mo­ti­ve, secon­do l’abusata meta­fo­ra, del­lo svi­lup­po nazio­na­le ed euro­peo e una del­le capi­ta­li del­la glo­ba­liz­za­zio­ne neo­li­be­ri­sta a caval­lo del mil­len­nio. Dif­fi­ci­le con­tra­star­ne la dina­mi­ca. Tut­ta­via, una for­za capa­ce di sta­re in cam­po leg­gen­do con tem­pe­sti­vi­tà le con­trad­di­zio­ni di quel tem­po e di offri­re un’alternativa poli­ti­ca e cul­tu­ra­le e anche, per così dire, un’indicazione di pos­si­bi­le comu­ni­tà diver­sa, avreb­be potu­to gio­car­si le sue car­te, mostra­re un’altra via all’emancipazione.
Non sareb­be­ro basta­ti i Col­let­ti­vi, ovvia­men­te. Ma la loro pre­co­ce intel­li­gen­za del­le cose e la sog­get­ti­vi­tà dispo­ni­bi­le a gio­car­si inten­sa­men­te e pie­na­men­te sui nuo­vi per­cor­si del­la meta­mor­fo­si in atto avreb­be­ro potu­to aggre­ga­re altre for­ze, anche di diver­sa pro­ve­nien­za. Pie­ro dice che han­no soprav­va­lu­ta­to se stes­si. Pro­ba­bi­le. E che non sono sta­ti abba­stan­za radi­ca­li. In un cer­to sen­so, sì, ma non in quel­lo del­la scar­sa deter­mi­na­zio­ne. Dif­fi­ci­le incon­tra­re in que­gli anni qual­cu­no più deter­mi­na­to, dicia­mo così, dei Col­let­ti­vi… For­se l’insufficiente radi­ca­li­tà con­si­ste nell’aver cir­co­scrit­to l’analisi del­la nuo­va com­po­si­zio­ne socia­le ai suoi aspet­ti pre­va­len­te­men­te eco­no­mi­ci, di aver let­to l’operaio socia­le più come «ope­ra­io» anco­ra e un po’ meno nel suo lato «socia­le». Socia­le, poi, non signi­fi­ca­va nean­che allo­ra la mera esten­sio­ne del pro­fi­lo eco­no­mi­co al di fuo­ri del luo­go di lavo­ro clas­si­co. Signi­fi­ca­va tut­to il mon­do di cose e valo­ri, tra­di­zio­ni e mode, luo­ghi sto­ri­ci e luo­ghi nuo­vi, e non luo­ghi, con­su­mi e cre­den­ze, reli­gio­si­tà rimos­se e risor­gen­ti e iden­ti­tà poli­ti­che pre­gres­se, biso­gni e desi­de­ri, che tra il capan­no­ne, il cam­pa­ni­le, la disco­te­ca e il pub e la taver­na, e la caset­ta o la caso­na, e l’automobile, e la tv a colo­ri, e l’infinita serie di gene­ri di con­for­to e pro­dot­ti di con­su­mo più o meno intel­li­gen­te e più o meno volut­tua­rio, più o meno indot­to e più meno neces­sa­rio, defi­ni­va­no il mon­do rea­le, la vita quo­ti­dia­na, l’esperienza con­cre­ta e la sog­get­ti­vi­tà, il mon­do inte­rio­re stes­so – il pae­sag­gio del­la bio­po­li­ti­ca – di quel­le per­so­ne in car­ne e ossa, dei già con­ta­di­ni, già ope­rai, già e non più ope­rai socia­li e già e non anco­ra nuo­vi impren­di­to­ri (nel­la men­ta­li­tà, nell’auto per­ce­zio­ne, nel­le ambi­zio­ni se non già nel pre­ci­so pro­fi­lo socia­le). «Par­la­va­mo di clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria­to, di com­po­si­zio­ne tec­ni­ca e di com­po­si­zio­ne poli­ti­ca ricon­du­cen­do soprat­tut­to quest’ultima alle lot­te e ai biso­gni del momen­to men­tre igno­ra­va­mo quan­to la pro­ble­ma­ti­ca del­la lot­ta di clas­se per il comu­ni­smo sia male­det­ta­men­te più com­pli­ca­ta», riflet­te Gia­co­mo men­tre allar­ga lo sguar­do in sen­so sto­ri­co e geo­gra­fi­co (con­net­ten­do i muta­men­ti loca­li di allo­ra alle nuo­ve cri­si geo­po­li­ti­che, rivo­lu­zio­ne ira­nia­na e ritor­no dell’Islam e del­la que­stio­ne reli­gio­sa in pri­mis, su que­sto anche in «dia­lo­go» con Fou­cault, con il ritor­no sim­me­tri­co del­la que­stio­ne del­la lai­ci­tà, del­la lezio­ne illu­mi­ni­sta, e gia­co­bi­na).
Per un bre­ve perio­do, tra la fab­bri­ca for­di­sta in via di supe­ra­men­to e il dif­fon­der­si del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta sul ter­ri­to­rio, tra l’operaio mas­sa, gene­ri­co o pro­fes­sio­na­le, e l’operaio socia­le, si è aper­to uno spa­zio. Lì pote­va cre­sce­re un’alternativa. Avreb­be avu­to neces­si­tà di una for­za gui­da mol­to più strut­tu­ra­ta sull’intero arco dell’esperienza dei sog­get­ti che vole­va orga­niz­za­re, quin­di capa­ce di reg­ge­re tem­pi più lun­ghi di accu­mu­la­zio­ne del man­da­to poli­ti­co e di clas­se, di un respi­ro da «par­ti­to» com­ples­so e cor­po­so, anche se nuo­vo. Va det­to che quel­la del par­ti­to emer­ge, in que­sto libro, esse­re sta­ta una pre­oc­cu­pa­zio­ne costan­te dei Col­let­ti­vi, come per­ce­pen­do l’insufficienza del­lo stru­men­to esi­sten­te (anche negli anni più rug­gen­ti). Un par­ti­to nazio­na­le e, insie­me, ter­ri­to­ria­le (l’ambito ter­ri­to­ria­le reste­rà comun­que sem­pre il luo­go pre­di­let­to dei Col­let­ti­vi). Non avran­no suc­ces­so, nel­lo sfor­zo di con­vin­ce­re e coin­vol­ge­re la più par­te del movi­men­to in que­sto pro­get­to. La pul­sio­ne a fram­men­tar­si, l’incapacità di un  respi­ro ampio, appun­to, han­no pre­val­so. Un agi­re col­let­ti­vo in gra­do di costi­tuir­si come sog­get­to uni­ta­rio non ha mai avu­to gran for­tu­na nel­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria ita­lia­na.
Così, disar­ti­co­la­ta, con la repres­sio­ne, l’organizzazione che più ave­va col­to, dal lato di clas­se, la muta­zio­ne in cor­so, ogni alter­na­ti­va, com­pre­se quel­le di natu­ra rifor­mi­sta, social­de­mo­cra­ti­ca, è diven­ta­ta nel Vene­to e nel nor­de­st imper­via, infi­ne impos­si­bi­le. Il mix di radi­ca­li­tà e con­cre­tez­za, di auto­re­fe­ren­zia­li­tà e voglia di cam­bia­re tut­to che quel­la nuo­va com­po­si­zio­ne socia­le (e sog­get­ti­va) pre­ten­de­va per offrir­si a un per­cor­so d’impegno e di cam­bia­men­to, anche radi­ca­le, è sta­ta rac­col­ta e stra­vol­ta dal­la Lega (dal­le sue paro­le d’ordine, dai suoi valo­ri, indi­pen­den­te­men­te dall’adesione al par­ti­to). «Ave­va­mo appe­na sco­per­chia­to una pen­to­la che in tut­ta fret­ta si sono pre­ci­pi­ta­ti a sigil­la­re. Per fare cosa e anda­re dove l’avremmo sco­per­to di lì a poco. È il ritor­no alla gran­de di quel mon­do che ha par­to­ri­to l’uomo del­la Lega».
Un mon­do oggi con­su­ma­to, inqui­na­to, per mol­ti ver­si sfi­bra­to, che la pan­de­mia ora per­cor­re este­nuan­do­lo ulte­rior­men­te. Un mon­do consegnato(si) all’individualismo e al pro­dut­ti­vi­smo, nel cul­to del far da sé e nel­la dif­fi­den­za per il «pub­bli­co» e per il «comu­ne» col­ti­va­ta per decen­ni, fin da quel bivio in cui, usci­to dai seco­li rura­li e dai lustri indu­stria­li, l’uomo poi diven­ta­to del­la Lega pote­va esse­re ten­ta­to di guar­da­re altro­ve, a un’altra stra­da, oppo­sta.
Ragio­na­re su que­sta sto­ria, con que­sto libro, è uti­le al pre­sen­te, a cer­ca­re i fili lun­ghi e i fili nuo­vi di una ricer­ca radi­ca­le, tut­to­ra pos­si­bi­le, quan­to mai necessaria.