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di Gior­gio Moroni

La let­tu­ra del dia­lo­go di Gia­co­mo e Pie­ro pro­cu­ra del­le buo­ne vibra­zio­ni per­ché il loro discor­so è tra quel­li con i qua­li più auten­ti­ca­men­te si scen­de nel det­ta­glio del­la sto­ria, anzi di sto­rie così diver­se e assie­me così comu­ni come quel­le degli Auto­no­mi. Il loro rac­con­to mira alla sto­ria, non alla nar­ra­zio­ne; qui non si descri­vo­no fat­ti d’arme, atti eroi­ci e dispe­ra­ti o gesti sim­bo­li­ci, otti­mi per la let­te­ra­tu­ra e per il cine­ma, nobi­li arti anch’esse, s’intende. Il loro è un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, è una testi­mo­nian­za di lot­te, quel­le espres­se dal­le comu­ni­tà di com­pa­gni nei col­let­ti­vi e por­ta­te all’interno del­le fab­bri­che e dei quar­tie­ri, di pro­get­ta­zio­ne e di cri­ti­ca all’ombra dell’eccezionale labo­ra­to­rio dell’Istituto di Scien­ze Poli­ti­che di Pado­va, e di eser­ci­zio del con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le, con­qui­sta­to e dife­so a lun­go, duran­te e den­tro lo svi­lup­po di quel­lo che sta­va diven­tan­do uno dei più impor­tan­ti distret­ti indu­stria­li ita­lia­ni.
Sfo­glian­do e impi­lan­do i volu­mi che Deri­veAp­pro­di sta dedi­can­do agli Auto­no­mi cre­do sia neces­sa­rio doman­dar­si per­ché con­ti­nuia­mo a occu­par­ci di tut­to que­sto, di que­ste deci­ne di miglia­ia di per­so­ne pre­va­len­te­men­te gio­va­ni, che in que­sto pae­se si sono rico­no­sciu­te con diver­si gra­di di impe­gno o coin­vol­gi­men­to nell’Autonomia ope­ra­ia, anche attra­ver­so e oltre la sta­gio­ne del­la repres­sio­ne. Me lo doman­do per esser cer­to di esclu­de­re che ven­ga inte­gra­ta una logi­ca di un con­ti­nui­smo a ogni costo, di una con­ti­nui­tà ieri-oggi pri­va di sen­so, essen­do que­sto un atteg­gia­men­to così distan­te dal nostro pre­va­len­te modo di sen­ti­re e di fare, sia rispet­to a quel­lo che era il nostro pas­sa­to pros­si­mo di allo­ra che a quel­lo che avreb­be potu­to esse­re il futu­ro. Cosa c’è quin­di di così note­vo­le da far­ci impe­gna­re con­ti­nua­men­te e sen­za nostal­gia alcu­na nel­la rico­stru­zio­ne di que­sta vicen­da, pri­ma che di essa si occu­pi­no gli sto­ri­ci? Per­ché la scel­ta di rico­strui­re fat­ti e idee, di rin­no­va­re sen­sa­zio­ni, e assie­me a esse di cita­re i nomi dei com­pa­gni e del­le com­pa­gne? (Io avrei indi­ca­to anche i cogno­mi, pro­prio per­ché sia pos­si­bi­le sot­trar­li dai ver­ba­li di poli­zia in cui sono già sta­ti in gran par­te men­zio­na­ti, e ripre­sen­tar­li sce­ni­ca­men­te in qua­li­tà di pro­ta­go­ni­sti, qua­li sono sta­ti, di un’altra sto­ria).
Ripen­sa­to anco­ra oggi, l’investimento poli­ti­co ed emo­zio­na­le che carat­te­riz­zò la mili­tan­za o anche solo l’impegno di quei com­pa­gni, e l’energia che si spri­gio­nò da esso, era tale da smuo­ve­re il mon­do, si fos­se sta­ti in pre­sen­za di una leva. Con un’ossessione ingua­ri­bi­le e alla lun­ga inso­ste­ni­bi­le, quel­la di “sta­re davan­ti ai pro­ces­si”, di “leg­ge­re anzi­tem­po la real­tà”, di “sta­re den­tro le lot­te”, allo­ra si dice­va: “anti­ci­pa­re la ten­den­za”, con l’impazienza e l’impatto fati­co­so con la real­tà che ne con­se­gui­va­no. Que­sta atti­tu­di­ne ha reso effi­me­ri e tran­si­to­ri i pas­sag­gi orga­niz­za­ti­vi, che si sono sem­pre defi­ni­ti attor­no ai con­te­nu­ti, alle lot­te o alle cam­pa­gne intra­pre­se, potrem­mo anche dire: attor­no alle situa­zio­ni. Sen­za che sia sta­ta mini­ma­men­te con­ce­pi­bi­le una cen­tra­liz­za­zio­ne e una omo­ge­neiz­za­zio­ne orga­niz­za­ti­va a livel­lo nazio­na­le, l’idea era che fos­se­ro suf­fi­cien­ti linee gui­da con­di­vi­se per indi­riz­za­re il movi­men­to, i movi­men­ti, i sog­get­ti. Cir­ca i con­te­nu­ti, le idee, mi è capi­ta­to di tro­va­re pochi gior­ni fa la foto di una vec­chia scrit­ta: “lavo­ro zero – red­di­to inte­ro – tut­to il lavo­ro all’automazione”. La doman­da da por­si è la seguen­te: quan­to è vec­chia, quan­to è data­ta o supe­ra­ta que­sta scrit­ta?
L’esperienza di con­tro­po­te­re loca­le dei Col­let­ti­vi, anche per le carat­te­ri­sti­che del ter­ri­to­rio in cui si è radi­ca­ta, una vol­ta resta­ta ai mar­gi­ni la cat­te­dra­le di Mar­ghe­ra, è uni­ca in Ita­lia, e alla fine la sua con­dan­na, al cul­mi­ne del­la mas­si­ma espan­sio­ne, è con­si­sti­ta pro­prio nel­la sua irri­pe­ti­bi­li­tà o non repli­ca­bi­li­tà al di fuo­ri dei con­fi­ni del gran­de distret­to. Il pas­sag­gio repen­ti­no dal­la civil­tà con­ta­di­na alla micro-impren­di­to­ria, alla fab­bri­ca dif­fu­sa e alla cul­tu­ra d’impresa mul­ti­na­zio­na­le dan­no luo­go alla for­ma­zio­ne, acce­le­ra­ta e sen­za media­zio­ni, di una clas­se ope­ra­ia nuo­va e non anco­ra sin­da­ca­liz­za­ta, in pre­sen­za di un par­ti­to comu­ni­sta debo­le, sul­la qua­le fan­no pre­sa gli obiet­ti­vi “uni­ver­sa­li” del rifiu­to del lavo­ro, del­la lot­ta sul red­di­to, men­tre divie­ne natu­ra­le il ricon­giun­gi­men­to, negli obiet­ti­vi di lot­ta e nel valo­re del­la comu­ni­tà, con la for­za lavo­ro in for­ma­zio­ne del­le scuo­le e dell’università.
La mas­si­ma espan­sio­ne e poi la cri­si. E dopo la cri­si, la iat­tu­ra antro­po­lo­gi­ca para-vene­ta del leghi­smo, che nasce in quel momen­to. Giu­sta­men­te ci si chie­de se ci sia una rela­zio­ne; in quel deser­to reso pri­vo di pas­sio­ni, ina­ri­di­to dai ricat­ti, nel dopo 1979–80, che altro pote­va nasce­re?
Quan­to abbia pesa­to nel­la cri­si la gestio­ne del­la que­stio­ne del­la for­za, il cor­to­cir­cui­to lot­tar­ma­ti­sta, non si fini­rà mai di discu­ter­ne. È inne­ga­bi­le che gran par­te del­le nostre stra­te­gie, ovun­que in Ita­lia, sia­no sta­te con­di­zio­na­te dal­la neces­si­tà di man­te­ne­re al nostro inter­no una dina­mi­ca mili­ta­re suf­fi­cien­te a evi­ta­re che l’inarrestabile asce­sa agli estre­mi da par­te di mol­ti com­pa­gni sfo­cias­se nel­la migra­zio­ne ver­so le Bri­ga­te ros­se, che si pro­po­ne­va­no come dit­ta spe­cia­liz­za­ta in mate­ria. Era­va­mo tut­ta­via trop­po for­ti e resi­sten­ti per cede­re, mal­gra­do il cam­bio repen­ti­no e ine­lut­ta­bi­le di con­te­sto pro­vo­ca­to dal seque­stro Moro, che in real­tà avreb­be potu­to indur­ci a ragio­na­re su scel­te di altro gene­re, che in tut­ta evi­den­za non sia­mo sta­ti, obiet­ti­va­men­te, in gra­do di fare. Alcu­ni sosten­go­no che sia anda­ta esat­ta­men­te come dove­va anda­re, e pro­ba­bil­men­te han­no ragio­ne. Anch’io l’ho pen­sa­to a lun­go, e for­se lo pen­so tut­to­ra.
Ma ogni testo è un pre­te­sto per inda­ga­re, pren­den­do­ci i rischi che anche il pen­sa­re com­por­ta, se non altro per noi stes­si. Qua­li avreb­be­ro potu­to esse­re le scel­te diver­se ver­so cui orien­tar­ci?
Il rista­gno del movi­men­to pre­e­si­ste­va, sia pur di poco, al 1979, che fu l’anno del rastrel­la­men­to di Sta­to con­tro l’Autonomia e anche con­tro l’autonomia ope­ra­ia e pro­le­ta­ria; le scel­te dispe­ra­te del­la lot­ta arma­ta clan­de­sti­na e del­la dro­ga ne era­no sta­te il sin­to­mo più evi­den­te, come è già sta­to osser­va­to (su que­sti pas­sag­gi vado neces­sa­ria­men­te di cor­sa). Si sareb­be trat­ta­to di usci­re defi­ni­ti­va­men­te da quel cul de sac che era diven­ta­ta anche sim­bo­li­ca­men­te la fab­bri­ca, ora che lo sfrut­ta­men­to e l’alienazione era­no sta­te por­ta­te fuo­ri dai can­cel­li, nell’immenso ter­ri­to­rio inur­ba­to, e quin­di smet­te­re di agi­re in nome del­la clas­se ope­ra­ia, visto che noi già ave­va­mo visto e inter­pre­ta­va­mo anzi­tem­po i pro­ces­si che con­du­ce­va­no alla fab­bri­ca dif­fu­sa, poi alla delo­ca­liz­za­zio­ne, alla sma­te­ria­liz­za­zio­ne del lavo­ro e assie­me alla esten­sio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, su sca­la mon­dia­le; smet­ter­la, insom­ma, di fare i sin­da­ca­li­sti di sini­stra, in qual­che caso arma­ti, solo per­ché i sin­da­ca­li­sti veri si era­no fat­ti cari­co dell’interesse gene­ra­le abban­do­nan­do quel­lo par­ti­co­la­re, di clas­se. Si sareb­be trat­ta­to di appro­fon­di­re e svi­lup­pa­re poli­ti­ca­men­te il con­cet­to di eco­lo­gia poli­ti­ca su cui in Ita­lia ci sta­va­mo già muo­ven­do a par­ti­re dal­le pro­te­ste con­tro la costru­zio­ne del­la cen­tra­le nuclea­re di Bro­k­dorf nel 1976 – non dimen­ti­chia­mo­ci che i Gru­nen nasco­no nel gen­na­io 1980 al ter­mi­ne di un pro­ces­so gesta­to­rio che par­te pro­prio da quel­le vicen­de.
Si sareb­be trat­ta­to di mime­tiz­zar­si man­te­nen­do sal­da la pro­pria capa­ci­tà cri­ti­ca, in ogni caso di evi­ta­re di schian­tar­si; pote­va ave­re un sen­so con­ser­var­si, pur­ché que­sto non signi­fi­cas­se soprav­vi­ve­re. Altri ci sono riu­sci­ti, in con­te­sti anche più com­pli­ca­ti. Non ci fu modo di far­lo, e nean­che di pro­var­ci; e a poste­rio­ri si deve con­clu­de­re che è anda­ta come dove­va anda­re, per­ché ci era­va­mo spin­ti trop­po avan­ti e il con­te­sto poli­ti­co ita­lia­no era diver­so da quel­lo tede­sco, ad esem­pio: dove non esi­ste­va un par­ti­to come il Pci con le sue dop­pie veri­tà, così com­pro­mes­so e dop­pio­gio­chi­sta sul pia­no socia­le e par­la­men­ta­re, e dove, nel movi­men­to, non c’erano radi­ci mar­xi­ste-leni­ni­ste così pro­fon­de da gene­ra­re un par­ti­to leni­ni­sta in clan­de­sti­ni­tà che si sareb­be pre­so a lun­go la sce­na media­ti­ca e non l’avrebbe più mol­la­ta, con la com­pli­ci­tà inte­res­sa­ta del siste­ma dei par­ti­ti che si sareb­be per decen­ni ali­men­ta­to soprat­tut­to con l’emergenza del “ter­ro­ri­smo di sinistra”.

Con­clu­do ricor­dan­do che il pri­mo e cre­do uni­co con­gres­so nazio­na­le con­tro il Pia­no Nazio­na­le Nuclea­re lo tenem­mo a Geno­va –la capi­ta­le del nuclea­re ita­lia­no – nel feb­bra­io del 1979, al tea­tro AMGA, e fu un gros­so sfor­zo orga­niz­za­ti­vo pro­dot­to con il Comi­ta­to Poli­ti­co Enel di Roma, ovve­ro con i Vol­sci, e con Ivo Galim­ber­ti dei Col­let­ti­vi, che ave­vo con­tat­ta­to tra­mi­te Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo. Ivo fu tra i rela­to­ri assie­me a Ric­car­do Tava­ni, Gior­gio Fer­ra­ri, Pao­lo Ara­do e me. Sareb­be poi emer­so dagli atti pro­ces­sua­li che io e i com­pa­gni venu­ti da Pado­va con Ivo era­va­mo già tut­ti pedi­na­ti, per­ché il 7 apri­le era in pie­na pre­pa­ra­zio­ne.
E, infi­ne, che l’ultimo con­ve­gno dei Comi­ta­ti per l’Autonomia in Ligu­ria fu dedi­ca­to alla discus­sio­ne e labo­rio­sa gesta­zio­ne di un docu­men­to poli­ti­co nazio­na­le ela­bo­ra­to assie­me ai com­pa­gni auto­no­mi del Lodi­gia­no (real­tà ope­ra­ia di pic­co­le fab­bri­che in cui era par­ti­co­lar­men­te atti­vo Cec­co Cat­ta­neo), al grup­po di auto­no­mi mila­ne­si rac­col­to attor­no a Gian­ni Gio­van­nel­li –quel­lo che pub­bli­cò per il Col­let­ti­vo Libri Ros­si il volu­me Fab­bri­ca Dif­fu­sa, e soprat­tut­to ai Comi­ta­ti auto­no­mi ope­rai di Roma, i Vol­sci, pre­sen­ti con Gior­gio Fer­ra­ri. Il docu­men­to avreb­be dovu­to lan­cia­re in Ita­lia il Movi­men­to per l’autonomia ope­ra­ia (Mao), con una ipo­te­si di orga­niz­za­zio­ne e di fede­ra­zio­ne poli­ti­ca a livel­lo nazio­na­le in con­trap­po­si­zio­ne con le teo­rie insur­re­zio­na­li­sti­che e lot­tar­ma­ti­ste che, anche all’interno di alcu­ne real­tà dell’Autonomia, sot­to­va­lu­ta­va­no cla­mo­ro­sa­men­te la for­za del­lo Sta­to e l’imminente uti­liz­zo siste­ma­ti­co, poli­zie­sco e giu­di­zia­rio, del­la repres­sio­ne, o che, da un altro pun­to di vista, con le loro pra­ti­che mici­dia­li, sem­bra­va­no evo­ca­re una resa dei con­ti rav­vi­ci­na­ta e defi­ni­ti­va. Nono­stan­te aves­si­mo man­te­nu­to otti­mi rap­por­ti con Ros­so, anche per­so­na­li, ci sta­va­mo muo­ven­do al di fuo­ri di Ros­so e dal­la non con­di­vi­sa ipo­te­si di un “par­ti­to dell’Autonomia Ope­ra­ia”. Quel­la del Mao era una ipo­te­si di cen­tra­liz­za­zio­ne poli­ti­ca del­le espe­rien­ze auto­no­me, quin­di non era un pro­get­to stret­ta­men­te orga­niz­za­ti­vo ed era al di fuo­ri di una logi­ca di par­ti­to; un’organizzazione light, direm­mo oggi.
L’ambizioso docu­men­to, che vide all’opera l’unico coor­di­na­men­to nazio­na­le cui l’Autonomia geno­ve­se abbia orga­ni­ca­men­te e atti­va­men­te ade­ri­to, ven­ne ter­mi­na­to in coin­ci­den­za con il seque­stro di Aldo Moro da par­te del­le Bri­ga­te ros­se, in pros­si­mi­tà quin­di del pun­to defi­ni­ti­vo di non ritor­no, per il movi­men­to e l’Autonomia. La sua tar­di­va pub­bli­ca­zio­ne su i Vol­sci n. 6 nell’ottobre 1978 die­de luo­go a una serie di riu­nio­ni nazio­na­li ma l’iniziativa fu tra quel­le defi­ni­ti­va­men­te stron­ca­te dal­la cata­stro­fi­ca inchie­sta del 7 aprile.

Geno­va, 7 apri­le 2020