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di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Mim­mo: Due paro­le, intan­to, come cura­to­re del libro pri­ma di lascia­re la paro­la a Pie­ro e Gia­co­mo. In diver­gen­te accor­do con i due, come è acca­du­to per tut­to il tem­po del­la sua ste­su­ra. Sarà per il nome dal for­te sapo­re gre­co scel­to da Ser­gio e dai due auto­ri per il blog che ha ospi­ta­to gli inter­ven­ti che mi vie­ne in men­te il Sim­po­sio di Pla­to­ne. L’abbiamo in men­te? Mol­ti i com­men­sa­li e tut­ti uomi­ni di valo­re, come dice Socra­te, con pro­spet­ti­ve diver­se secon­do l’originalità di ognu­no ma lega­ti da un’esperienza comu­ne. Nel nostro caso, quel­la col­le­ga­ta a una poli­ti­ca di libe­ra­zio­ne che ha il nome di comu­ni­smo. Ser­gio ha appron­ta­to il ban­chet­to offren­do per cibo e bevan­da il nostro libro da gusta­re “secon­do il pia­ce­re” e ha distri­bui­to l’invito a par­te­ci­par­vi con la sola rego­la di infar­ci­re l’intrattenimento con discor­si, come nel dia­lo­go il buon Euris­si­ma­co chie­de ai suoi ami­ci. Al riguar­do, nes­su­na dia­tri­ba sopra le righe ma, nel­lo sti­le del dia­lo­go pla­to­ni­co, una lun­ga con­ver­sa­zio­ne come si addi­ce a “spi­ri­ti eccel­len­ti”. Cer­to, qual­cu­no ha pen­sa­to di agghin­dar­si come Socra­te e far­si bel­lo ma nes­su­no se l’è sen­ti­to di calar­si nei pan­ni di Dio­ti­ma e schiu­de­re i segre­ti ulti­mi. È giu­sto che anch’io resti fede­le a que­sto sti­le.
Intan­to, come è sta­to let­to que­sto libro? Quan­ti han­no rispo­sto all’invito, cos’hanno pen­sa­to di ave­re tra le mani? Una sem­pli­ce memo­ria? Un rac­con­to sto­ri­co? Un sag­gio poli­ti­co? Per­ché, inve­ce, non anche tut­te e tre le cose insie­me, vale a dire un sag­gio sto­ri­co che vuo­le esse­re anche poli­ti­co e la cui veste è quel­la del rac­con­to?
Cer­ta­men­te chi è inter­ve­nu­to, lo ha fat­to per via del­la sua inti­mi­tà diret­ta e indi­ret­ta con la sto­ria ivi rac­con­ta­ta: per­ché ha abi­ta­to quel mon­do e per­ché, per que­stio­ni pura­men­te ana­gra­fi­che, ne ha una cono­scen­za media­ta, pre­su­mo, dal rap­por­to con­flit­tua­le col suo mon­do oggi. I pri­mi han­no sfo­glia­to un album di fami­glia, i secon­di han­no rico­no­sciu­to la voci­na sus­sur­rar­gli all’orecchio: è di te che par­la que­sta favo­la.
Que­sta pros­si­mi­tà alla sto­ria che for­ma l’oggetto del rac­con­to acco­mu­na gli uni e gli altri sic­ché Moro­ni può tran­quil­la­men­te soste­ne­re che esso ha di mira la sto­ria e non la nar­ra­zio­ne. Vero per metà e anche in que­sto caso non è det­to che sia un bene. Lo sot­to­li­nea in modo chia­ro Mon­te­fu­sco nel suo inter­ven­to quan­do dice che l’attenzione esclu­si­va alla sto­ria rispet­to al rac­con­to tra­di­sce “il biso­gno di giu­sti­fi­ca­re l’affidabilità e la veri­di­ci­tà del libro” che resta pur sem­pre una “sto­ria a tut­ti gli effet­ti”. Così la sto­ria del pro­get­to dell’autonomia pado­va­na e del­le sue arti­co­la­zio­ni vene­ta e friu­la­na come rac­con­to auto­bio­gra­fi­co neces­si­te­reb­be per qual­cu­no (Negri) di una veri­fi­ca sul cam­po: fini­sce, que­sta sto­ria, nell’80, come dico­no Pie­ro e Gia­co­mo? No, va avan­ti per altri 10 anni… Comin­cia dopo Roso­li­na? No, per­ché la sua gesta­zio­ne par­te da più lon­ta­no, dal ’60. E via di que­sto pas­so. Que­sta idea del­la sto­ria come un con­ti­nuum linea­re che pro­ce­de secon­do un pri­ma e un dopo affio­ra sot­to trac­cia in più di un inter­ven­to nel men­tre la sto­ria rac­con­ta­ta dai due fra­tel­li ha un suo pre­ci­so ini­zio, il ’73. Non c’è un pri­ma come non c’è un dopo l’11 mar­zo dell’ ’80 e qui le ragio­ni del­la for­ma rac­con­to non c’entrano affat­to. Sem­pli­ce­men­te quel pri­ma e quel dopo non sono affa­re di chi rac­con­ta. Il tem­po dei Col­let­ti­vi è quel­lo tra­scor­so tra que­ste due date. Pun­to. Lo dice mol­to chia­ra­men­te Pie­ro quan­do accen­na alla «kata­stro­phé», ter­mi­ne del­la tra­ge­dia gre­ca che indi­ca let­te­ral­men­te la con­clu­sio­ne di un per­cor­so, il com­pier­si di un pro­ces­so, la fine di qual­co­sa. Ma anche l’inizio, che coin­ci­de con la fine di Pote­re ope­ra­io a Roso­li­na, è sta­to vis­su­to come una «kata­stro­phé» da entram­bi i fra­tel­li.
“Per ogni agi­re ci vuo­le oblio”, dice­va Nie­tzsche, per­ché di trop­pa sto­ria si può anche mori­re. Se per gli anni Set­tan­ta l’esperimento ten­ta­to dai gio­va­ni comu­ni­sti dei col­let­ti­vi vene­ti mi ricor­da il gene­ro­so assal­to al cie­lo ten­ta­to dal sar­to di Ulm nell’apologo di Bre­cht, i ‘gio­va­ni rivo­lu­zio­na­ri’ di oggi che ardi­sco­no vola­re con gli stes­si arne­si di ieri rischia­no di ripro­por­re la ver­sio­ne far­se­sca di quel­la tra­ge­dia. Non sto cri­ti­can­do chi ha cer­ca­to nel nostro libro le ragio­ni di una mili­tan­za per l’oggi ma chi pen­sa che quel­la mili­tan­za sia ripro­po­ni­bi­le, sic et sim­pli­ci­ter, al tem­po del coro­na virus. Pure il rac­con­to invi­ta­va il suo let­to­re a cer­ca­re un’altra gram­ma­ti­ca per l’apprendimento di un’altra lin­gua.
Ma se i nostri recen­so­ri aves­se­ro opta­to per il rac­con­to rispet­to alla sto­ria, sareb­be cam­bia­to qual­co­sa? Secon­do Mon­te­fu­sco, no per­ché il “rac­con­to, per di più auto­bio­gra­fi­co, come tale non si può pre­ten­de­re che sia sul­lo stes­so pia­no del­la sto­ria obiet­ti­va” per cui anche in que­sto caso “si rischia l’irrilevanza del rac­con­to come sto­ria”. Cer­ta­men­te più coin­vol­gen­te il rac­con­to nel suo far­si e più sti­mo­lan­te per chi si vuo­le lec­tor in fabu­la, sem­pre alla ricer­ca del pia­ce­re del­la let­tu­ra e, per que­sto moti­vo, imma­gi­nia­mo anche più sen­si­bi­le a cer­te sot­ti­gliez­ze e sfu­ma­tu­re del­la scrit­tu­ra (Colel­la e Rosa­ti). Oppu­re, occa­sio­ne per un viag­gio nel­la memo­ria, “per par­la­re d’altro, di qual­co­sa […] di più inti­mo, di medi­ta­ta­men­te sin­ce­ro, alme­no quan­to mi sono par­si i diver­si auto­ri di que­sto libro”: imma­gi­ni-fram­men­to di una mili­tan­za tan­to vici­na quan­to lon­ta­na da quel­la dei Col­let­ti­vi (Romi­tel­li).
Due approc­ci dif­fe­ren­ti da met­te­re “in nes­so, sen­za fon­der­le” (Mon­te­fu­sco). Se non è sta­to fat­to, è per­ché i nostri con­vi­ta­ti sono tut­ti let­to­ri di un cer­to tipo, con un pas­sa­to e un pre­sen­te di mili­tan­za radi­ca­le, sospet­to­si, a pro­po­si­to degli anni Set­tan­ta, del­la let­tu­ra pro­pi­na­ta­ci fin qui. Avvez­zi a guar­da­re le cose dal loro lato nasco­sto, il nostro libro ha per­mes­so loro di illu­mi­na­re the dark side of the Moon, di coglie­re, di quel decen­nio, più di un aspet­to ine­di­to, cia­scu­no a secon­da del pro­prio vis­su­to e del­la pro­pria curio­si­tà e sen­si­bi­li­tà.
Li elen­co con un cer­to ordi­ne: l’operaio socia­le e l’uomo del­la lega (Bet­tin); la sog­get­ti­vi­tà rivo­lu­zio­na­ria e l’elogio del­la mili­tan­za (Rog­ge­ro); il ter­ri­to­rio e l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria, oggi (De Pie­ri); il tem­po del­la poli­ti­ca (Negri) e la dis­so­cia­zio­ne (Negri e Funa­ro). E a segui­re: alcu­ne pun­tua­liz­za­zio­ni cir­ca la sto­ria dell’Autonomia, con la maiu­sco­la (Moro­ni), con la minu­sco­la (Bat­ti­stut­ta); sul rifor­mi­smo come pro­dot­to del­le lot­te di que­gli anni: abor­to, con­sul­to­ri fami­lia­ri, medi­ci­na del lavo­ro, rifor­ma sani­ta­ria e psi­chia­tri­ca (Caval­li­ni); due digres­sio­ni, sull’Autonomia meri­dio­na­le (Cami­ni­ti) e sul capi­ta­li­smo ‘cat­ti­vo’ (Laz­za­ra­to). Infi­ne gli inter­ven­ti di Zani­ni, Page, Firou­zi Tabar e Marchio/​Molinari, il pri­mo a soste­ne­re che dal­la sto­ria dei Col­let­ti­vi non si può trar­re nes­su­na indi­ca­zio­ne per il futu­ro, solo la rimem­bran­za di “un’età del­la vita, […] una gal­le­ria di vol­ti, luo­ghi, imma­gi­ni”; gli altri, che il libro inve­ce è uti­le per­ché offre al gio­va­ne mili­tan­te una genea­lo­gia ine­di­ta in cui rico­no­scer­si e, al con­tem­po, una stru­men­ta­zio­ne neces­sa­ria per ri-orien­ta­re la sua pra­ti­ca. Per chiu­de­re, due paro­le sul con­tri­bu­to di Calia. Nel dia­lo­go pla­to­ni­co non avreb­be tro­va­to posto. La com­bric­co­la di Socra­te l’avrebbe trat­ta­to peg­gio del flau­ti­sta, cac­cia­to in malo modo per inde­bi­ta intru­sio­ne. Figu­ria­mo­ci un dise­gna­to­re di fumet­ti, brut­ta copia di quel pit­to­re che la cit­tà con­dan­na all’ignominia per con­traf­fa­zio­ne e fal­so! Sei vignet­te e voi­là, squa­der­na­to l’essenziale del libro! Altri han­no fat­to di meglio?
Dun­que un dia­lo­go a più voci, anche con­trap­po­ste, quel­lo offer­to­ci da Prag­ma, un dia­lo­go per nul­la estem­po­ra­neo o este­rio­re gra­zie al comu­ne sen­ti­re di cui si dice­va e di cui sono spie talu­ne paro­le che il libro ave­va cer­ca­to di resti­tui­re alla veri­tà. Bach­tin le clas­si­fi­che­reb­be come vive per­ché vis­su­te con inten­si­tà. Evi­den­te­men­te nel­la per­ce­zio­ne dei nostri com­men­sa­li que­ste paro­le con­ser­va­no anco­ra la memo­ria del loro uso.

Gia­co­mo: Non un abbe­ce­da­rio ma la ripre­sa, attra­ver­so due-tre paro­le, di alcu­ni moti­vi che ritor­na­no in manie­ra insi­sten­te negli inter­ven­ti ospi­ta­ti da Prag­ma. Anche per rimet­te­re le cose al loro posto.
Cos’è sta­ta la dis­so­cia­zio­ne? Beh, nel libro sia­mo sta­ti intel­let­tual­men­te one­sti nel col­lo­car­la cro­no­lo­gi­ca­men­te ai pri­mis­si­mi anni Ottan­ta come feno­me­no lega­to alla car­ce­ra­zio­ne. Sto pen­san­do ovvia­men­te ai com­pa­gni più gio­va­ni per­ché pos­sa­no far­si un’idea di cosa si sta par­lan­do. In pro­po­si­to, per par­ti­re col pie­de giu­sto, dob­bia­mo tene­re a men­te la situa­zio­ne del­la cosid­det­ta Auto­no­mia orga­niz­za­ta a ridos­so del 7 apri­le ’79 ricor­dan­do in par­ti­co­la­re la fram­men­ta­zio­ne di quell’area resa ancor più esa­spe­ra­ta dal fal­li­men­to del pro­get­to di par­ti­to, con i vari spez­zo­ni a inse­gui­re un dise­gno di ege­mo­nia in pro­prio. Da libe­ri dun­que non era­va­mo riu­sci­ti a crea­re un pro­ces­so uni­ta­rio per cui entria­mo in car­ce­re già spar­pa­glia­ti. Sba­glia chi divi­de la dis­so­cia­zio­ne, in quan­to feno­me­no di quei pri­mis­si­mi anni, in giu­di­zia­ria e poli­ti­ca; per gli incar­ce­ra­ti di allo­ra era­no la stes­sa cosa e que­sta cosa nasce nell’82, non nel ’78 dopo l’uccisione di Aldo Moro da par­te del­le Br. Nel­la nar­ra­ti­va suc­ces­si­va, il com­pro­mes­so sto­ri­co inse­gui­to da Moro e Ber­lin­guer sareb­be sal­ta­to per col­pa di «Mario Moret­ti», qui assur­to a ran­go di con­cet­to così come è acca­du­to nell’altra nar­ra­zio­ne, spe­cu­la­re alla pri­ma, che vuo­le lo stes­so «Mario Moret­ti» cau­sa del 7 apri­le. Nar­ra­zio­ni linea­ri che non spie­ga­no gran­ché. Tor­no a ripe­te­re che la dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca non nasce nel ’78. Nel ’78 – e nel libro lo spie­ghia­mo bene – c’è sta­ta inve­ce la nostra bat­ta­glia con­tro quel­la linea com­bat­ten­ti­sta, una bat­ta­glia poli­ti­ca che non può esse­re con­fu­sa con la cosid­det­ta dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca. Un’altra cosa è quel­lo che avvie­ne in car­ce­re quat­tro anni dopo. A pro­muo­ver­la sono i dete­nu­ti con moti­va­zio­ni, così si pen­sa­va all’inizio, com­pren­si­bi­li e tut­te lega­te alla con­tin­gen­za car­ce­ra­ria. Si pote­va non esse­re d’accordo ma la mos­sa appa­ri­va in sé finan­che giu­sti­fi­ca­ta. Di altro teno­re inve­ce le moti­va­zio­ni addot­te dai suoi diret­ti pro­mo­to­ri, enun­cia­te nel docu­men­to dal tito­lo emble­ma­ti­co Elo­gio dell’assenza di memo­ria dell’81 («Metro­po­li», n. 5, 1981)che spie­ga bene la posi­zio­ne dei com­pa­gni che daran­no vita all’ area omo­ge­nea di Rebib­bia. Vi si dice che “l’unica memo­ria è quel­la dei padro­ni”, che “solo la nega­zio­ne del­la memo­ria ci ren­de l’orizzonte del­la vita”, che “la man­can­za di memo­ria è per il pro­le­ta­ria­to metro­po­li­ta­no una poten­za rivo­lu­zio­na­ria, che “vi è chi insi­ste sul fat­to che biso­gne­reb­be pro­dur­re una memo­ria inter­na al movi­men­to, una memo­ria di que­sti ulti­mi anni. È ridi­co­lo”, che “poi rico­min­ce­re­mo a rico­strui­re gli oriz­zon­ti alter­na­ti­vi del ricor­do”, etc. Qual era dun­que la memo­ria da cui dove­va­mo libe­rar­ci? Se non era quel­la dei giu­di­ci, che non ci riguar­da­va, resta­va solo la nostra, la stes­sa di cui abbia­mo par­la­to in sede pro­ces­sua­le con una memo­ria difen­si­va ad hoc,«Io ricor­do», scrit­to con­tro la ver­sio­ne for­ni­ta ai Pm dai pen­ti­ti, ma anche con­tro quell’invito a can­cel­la­re la nostra, di memo­ria, per­ché “il pro­ces­so 7 apri­le non va impo­sta­to come riven­di­ca­zio­ne di un pas­sa­to, ma va con­ce­pi­to come pre­sa­gio e dimo­stra­zio­ne di una nuo­va isti­tu­zio­na­li­tà pro­le­ta­ria, del­la sua real­tà” (???).
La posi­zio­ne dei com­pa­gni dete­nu­ti dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io non era set­ta­ria né ideo­lo­gi­ca; più sem­pli­ce­men­te era sta­ta pen­sa­ta per difen­de­re la nostra sto­ria di comu­ni­sti per­ché, ne sono anco­ra con­vin­to, un comu­ni­sta non può vive­re fuo­ri dal­la memo­ria del­le lot­te pre­sen­ti e pas­sa­te dal­le qua­li impa­ra attra­ver­so la cri­ti­ca e l’autocritica. Se can­cel­la quel­la memo­ria, gli reste­rà in mano il nien­te. Non pos­so­no pre­scin­der­ne nep­pu­re gli “oriz­zon­ti alter­na­ti­vi del ricor­do”, chec­ché ne dica qual­cu­no. L’operazione «Prag­ma» è qui a dimo­strar­lo. Ana­liz­zi quei ricor­di, rile­vi ciò che era anda­to bene, riflet­ti sul per­ché altre cose sono anda­te male, sem­pre uti­liz­zan­do la cri­ti­ca e l’autocritica sen­za le qua­li la memo­ria è ste­ri­le. Ma è bene pre­ci­sa­re in pro­po­si­to che entram­be spet­ta­no al mili­tan­te, non all’intellettuale; è il mili­tan­te rivo­lu­zio­na­rio che se ne ser­ve per­ché è il solo che può riflet­te­re sul­le cose che lui ha fat­to, non altri. È sta­to il nostro meto­do allo­ra, lo stes­so che io e Pie­ro abbia­mo uti­liz­za­to per il nostro rac­con­to. Quan­ti han­no avu­to lo stes­so ardi­re? Mi rife­ri­sco agli ex mili­tan­ti di altri spez­zo­ni dell’Autonomia che avreb­be­ro potu­to negli ulti­mi quarant’anni, essi sì, rico­strui­re “oriz­zon­ti alter­na­ti­vi” del ricor­do uti­liz­zan­do però, non solo l’arma del­la cri­ti­ca, ma quel­la ben più dif­fi­ci­le dell’autocritica. Que­sta pra­ti­ca è, per chi scri­ve, alla base del suo esse­re nel mon­do, la sostan­za del­la sua eti­ca: riflet­te­re su ciò che hai fat­to sog­get­ti­va­men­te e col­let­ti­va­men­te, cer­can­do soprat­tut­to di impa­ra­re dagli erro­ri. Ecco, il rifiu­to del­la dis­so­cia­zio­ne, la dife­sa del­la nostra memo­ria, la cri­ti­ca e l’autocritica, in una paro­la quel­la che insi­sto a chia­ma­re con un’espressione for­se desue­ta ‘eti­ca comu­ni­sta’, han­no segna­to lo sta­tus di pri­gio­nie­ri poli­ti­ci dei mili­tan­ti dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti. Una posi­zio­ne in veri­tà mino­ri­ta­ria den­tro le car­ce­ri, come rac­con­tia­mo nel libro. Ma vor­rei sof­fer­mar­mi su un ulti­mo pun­to che for­se spie­ga più di mil­le e mil­le paro­le quan­to det­to sull’etica comu­ni­sta e su tut­to il resto. Mi rife­ri­sco al noto afo­ri­sma gram­scia­no «pes­si­mi­smo del­la ragio­ne, otti­mi­smo del­la volon­tà», tira­to in bal­lo anche recen­te­men­te. Se lo ribal­ti, è per affer­ma­re che l’agire è solo “tat­ti­ca pru­den­te”, che la for­za non è appan­nag­gio del­la volon­tà di fare e agi­re ma è solo del­la ragio­ne. Il che ti per­met­te di non fare i con­ti con il tuo esse­re mili­tan­te, con quel­lo che tu hai fat­to e di cui sei sta­to respon­sa­bi­le in un par­ti­co­la­re fran­gen­te, che so, del pro­get­to poli­ti­co pro­mos­so assie­me ad altri com­pa­gni nel tuo ter­ri­to­rio, dove vive­vi e face­vi poli­ti­ca. Così è acca­du­to che altri com­pa­gni di altri spez­zo­ni dell’Autonomia han­no segui­to una linea di con­dot­ta impron­ta­ta a un cini­co tat­ti­ci­smo impe­den­do­si di fare i con­ti con la pro­pria mili­tan­za. Quan­do cre­di che il tuo agi­re sia solo tat­ti­ca da cam­bia­re sen­za tan­ti pro­ble­mi a secon­da del momen­to e del­la cir­co­stan­za, il risul­ta­to non può che esse­re quel­lo. Inve­ce l’«etica comu­ni­sta», e poi l’esercizio con­ti­nuo del­la cri­ti­ca e dell’autocritica, obbli­ga­no il mili­tan­te a fare i con­ti con quel­lo che lui ha fat­to ed è sta­to, ad assu­mer­si per­ciò le sue respon­sa­bi­li­tà sen­za sca­ri­car­le su altri o su altro. Il vero con­flit­to tra l’etico e il poli­ti­co è tut­to qui, e non c’è biso­gno per capir­lo di Spi­no­za o di Witt­gen­stein.
E l’ottimismo del­la ragio­ne? Dubi­to for­te­men­te che pos­sa evi­tar­ci l’approdo a un mon­do idea­le e uto­pi­co. Piut­to­sto favo­rir­lo. La nostra cri­ti­ca in veri­tà l’abbiamo espres­sa par­lan­do nel­la Con­clu­sio­ne del libro dell’ucronia di sini­stra. Nes­su­no degli inter­ve­nu­ti nel dibat­ti­to ha pen­sa­to di ripren­der­la for­se per­ché non è sta­ta capi­ta o for­se per­ché rite­nu­ta una mera diva­ga­zio­ne let­te­ra­ria. A pag. 152 del libro dicia­mo: “Ma lo stes­so vale per l’utopia ucro­ni­ca – l’utopia pro­iet­ta­ta nel tem­po – dichia­ra­ta­men­te di sini­stra, voglio­sa di rap­pre­sen­ta­re, anch’essa, uni­ver­si ipo­te­ti­ci e impos­si­bi­li”, etc. etc. Per offri­re al gio­va­ne let­to­re uno spun­to di rifles­sio­ne sul tema, vor­rei accen­na­re bre­ve­men­te alla vicen­da Pao­lo di Tar­so, l’inventore del cri­stia­ne­si­mo. Cosa fa il nostro Pao­lo? A un cer­to pun­to del­la sua vita rom­pe con la reli­gio­ne dei padri offren­do ai pri­mi cri­stia­ni (un ter­mi­ne che non tro­vi però nel­le sue «Let­te­re») un rac­con­to affat­to biz­zar­ro: Gesù, il Cri­sto, è mor­to ed è anche risor­to e tor­ne­rà a bre­ve per redi­me­re tut­ta l’umanità. Non ci saran­no più ric­chi e pove­ri ma tut­ti, una vol­ta reden­ti, saran­no feli­ci nell’eguaglianza più tota­le. No, feli­ci è poco, piut­to­sto… bea­ti nel­la con­tem­pla­zio­ne del nuo­vo Dio. Pao­lo non ragio­na­va da mar­xi­sta per cui mise­ria e sfrut­ta­men­to rap­pre­sen­ta­va­no ai suoi occhi una con­di­zio­ne esi­sten­zia­le ine­li­mi­na­bi­le che solo il ritor­no del Cri­sto avreb­be rimos­so. Per la paru­sia non indi­ca­va una data. For­se anche pre­sto, chis­sà. Intan­to l’invito ai suoi era di ave­re fede e di spe­ra­re. Ma come con­ti­nua­re ad ali­men­ta­re nel tem­po fede e spe­ran­za, impe­di­re il loro – altri­men­ti ine­vi­ta­bi­le – ina­ri­di­men­to? Se que­sta nar­ra­zio­ne pao­li­na ha avu­to suc­ces­so, è per­ché fin da subi­to è sta­ta sup­por­ta­ta dal­la Chie­sa, un costrut­to mate­ria­le e cul­tu­ra­le enor­me, affat­to razio­na­le che, sola, ha garan­ti­to che l’avvenire del­la nuo­va reli­gio­ne si svol­ges­se nel segno del­la poten­za. Vol­gen­do­ci al suo pas­sa­to, ci accor­gia­mo quan­to poco abbia con­ta­to nel suo fare la cari­tà, del­le tre vir­tù teo­lo­ga­li la più impor­tan­te. Anche in que­sto caso, un agi­re all’insegna del­la sola tat­ti­ca, sen­za che mai un cen­no di auto­cri­ti­ca si levas­se per cor­reg­ge­re la rot­ta. Il per­ché lo tro­vo nel­la stes­sa visio­ne esca­to­lo­gi­ca del­la paru­sia: al di là di quel­lo che hai fat­to e stai facen­do, quel­lo che con­ta è l’attesa di ciò che ver­rà, per­ché pri­ma o poi ver­rà. Una cer­tez­za che sola­men­te l’ottimismo del­la ragio­ne può garan­ti­re. Dimen­ti­can­do, come scri­via­mo nel libro, che “il mon­do è ciò che è, è così com’è”, con­tin­gen­te e pre­ca­rio, da affron­ta­re con l’azione. È solo con que­sto svi­li­men­to del pre­sen­te e quel­la rimo­zio­ne del pas­sa­to che l’avvenire si gua­da­gna “il segno del­la poten­za”, non altri­men­ti.
Per con­clu­de­re e lascia­re la paro­la a Pie­ro, avan­zo il sospet­to che assen­za di memo­ria, dis­so­cia­zio­ne e ribal­ta­men­to dell’aforisma gram­scia­no abbia­no qual­co­sa a che fare con una cer­ta idea di sto­ria come con­ti­nuum linea­re nono­stan­te l’insistenza sul­la discon­ti­nui­tà. Leg­go Lenin di «Un pas­so avan­ti e due indie­tro» e capi­sco di cosa si par­la ma il filo­so­fo cosa inten­de per discon­ti­nui­tà? Vor­rei tan­to capir­lo. Con Lenin so dove cer­car­la: nel­la pra­ti­ca dell’agire poli­ti­co, più esat­ta­men­te nel­la tat­ti­ca pen­sa­ta di vol­ta in vol­ta in fun­zio­ne di un deter­mi­na­to momen­to. Dove la volon­tà è di casa. Alla ragio­ne, inve­ce, lo sguar­do oltre, lo sguar­do lun­go del­la stra­te­gia, lo stes­so che lo sto­ri­co di pro­fes­sio­ne con­di­vi­de con il filo­so­fo del­la sto­ria. Per que­sto è raro che i due per­so­nag­gi – inten­do il mili­tan­te comu­ni­sta e il filo­so­fo – pos­sa­no incon­trar­si nel­la stes­sa per­so­na. Per quan­to io sap­pia, è acca­du­to una sola vol­ta con Marx, for­se con Lenin e Mao. Per tor­na­re a noi, solo il mili­tan­te sa cos’è la discon­ti­nui­tà sto­ri­ca aven­do­la vis­su­ta di per­so­na. Cosa ho fat­to negli anni Set­tan­ta? E poi negli anni Ottan­ta? Infi­ne, negli anni Novanta?

Pie­ro: Già, cosa ho fat­to all’indomani dell’11 mar­zo ’80 dopo qua­si un anno di lati­tan­za. Non è tema del nostro libro e se ne par­lo è per­ché altri l’hanno sol­le­va­to in «Prag­ma», con­vin­ti del­la con­ti­nui­tà del­la sto­ria dei Col­let­ti­vi dopo la fine degli anni Set­tan­ta. Con­ti­nui­tà piut­to­sto che discon­ti­nui­tà, come riven­di­ca­to inve­ce da chi scri­ve. È sul sen­so che attri­bui­sco a que­sta paro­la che vor­rei inter­ve­ni­re, aven­do vis­su­to quel pri­ma e quel dopo per l’appunto da mili­tan­te.
Mai pri­ma di allo­ra un’assunzione di respon­sa­bi­li­tà era sta­ta così per­so­na­le. Inten­do per tut­ti noi dei Col­let­ti­vi, si fos­se in car­ce­re, in esi­lio, nel­la lati­tan­za o a pie­de libe­ro. Ho in men­te la fra­se di Celi­ne scel­ta da Sar­tre come eser­go del suo roman­zo «La nau­sea»: È un gio­va­ne sen­za impor­tan­za col­let­ti­va, è sol­tan­to un indi­vi­duo. Quan­ti di noi, allo­ra, si sono tro­va­ti in que­sta con­di­zio­ne? Discon­ti­nui­tà dun­que, ma anche con­ti­nui­tà per­ché non puoi cre­de­re di libe­rar­ti d’un sol col­po del tuo pas­sa­to più recen­te, soprat­tut­to se non l’hai vis­su­to male. È faci­le disqui­si­re di assen­za di memo­ria, cele­brar­ne l’elogio. Ma quan­do? Anche in pre­sen­za del­la gene­ra­zio­ne diret­ta­men­te coin­vol­ta? Suv­via! Una con­ti­nui­tà, que­sta, che ha segna­to in modo inde­le­bi­le la sto­ria di ognu­no di noi, in par­ti­co­la­re di chi non ha volu­to arren­der­si alla nuo­va situa­zio­ne. Ecco­me se il por­ta­to di memo­ria e di espe­rien­za sog­get­ti­va ha avu­to il suo peso! Sì, una scia­lup­pa di sal­va­tag­gio in un mare in bur­ra­sca e una bus­so­la per orien­tar­si. Tra alti e bas­si que­sta mia navi­ga­zio­ne è dura­ta qual­che anno e solo alla fine del decen­nio ho intra­vi­sto un por­to sicu­ro.
Per il filo­so­fo è diver­so. Nel suo caso a con­ta­re è solo lo sti­le del pen­sie­ro: un rac­con­to, il suo, ispi­ra­to alla coe­ren­za, in cui ogni capi­to­lo si col­le­ga al capi­to­lo che lo pre­ce­de e pre­pa­ra quel­lo che segue, secon­do un ordi­ne e una logi­ca che non ammet­to­no smen­ti­te. E in cui gli atto­ri rea­li cedo­no il posto a cate­go­rie astrat­te gra­zie alla scar­ni­tu­ra del loro vis­su­to; scom­pa­re l’autocritica e con l’autocritica gli erro­ri e le cadu­te che sono il sale del­la vita del mili­tan­te comu­ni­sta. La tes­si­tu­ra del filo­so­fo è quel­la di una tra­ma sen­za strap­pi e que­sto è il moti­vo per cui ha sem­pre ragio­ne.
Inve­ce, no. Voglio dir­lo con for­za: la nostra sto­ria poli­ti­ca, come tut­te le sto­rie poli­ti­che di que­sto mon­do, ha avu­to i suoi tem­pi ed è sta­ta deter­mi­na­ta dai sog­get­ti e dal­le intel­li­gen­ze in cam­po. In par­ti­co­la­re, il nostro pro­get­to di radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le e le scel­te di vol­ta in vol­ta ope­ra­te non era­no astra­zio­ni né sono sta­te det­ta­te da una ragio­ne che di sop­piat­to deci­de­va per noi. Nes­su­na astu­zia del­la ragio­ne al lavo­ro ma pen­sie­ro e agi­re con­cre­ti ad ope­ra dei sog­get­ti con­cre­ti che noi era­va­mo. Lo stes­so dica­si per l’operaio socia­le che non era un con­cet­to astrat­to ma quell’operaio e quell’operaia al lavo­ro nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa del nostro ter­ri­to­rio. Quel­la cosa lì e non la sua astra­zio­ne cate­go­ria­le la cui sto­ria appar­tie­ne a un altro ordi­ne di discor­so.
Che signi­fi­ca­to, dun­que, attri­bui­re alle due date di ini­zio e di fine fis­sa­te per il nostro rac­con­to? Cer­ta­men­te quel­lo di esclu­de­re per la nostra sto­ria del nostro rac­con­to un pri­ma e un dopo e quin­di tut­ta la serie di pas­sag­gi da riat­tra­ver­sa­re in liber­tà nei due sen­si: dal­la fab­bri­ca al socia­le, dall’operaio mas­sa alla mol­ti­tu­di­ne pas­san­do per l’operaio socia­le, sen­za dimen­ti­ca­re la sto­ria del­le lot­te, Piaz­za Sta­tu­to e Cor­so Tra­ia­no, Geno­va di Bol­za­ne­to etc. etc. Ma anche la nostra con­vin­zio­ne che quel decen­nio, stac­ca­to da tut­to il resto, potreb­be esse­re di una qual­che uti­li­tà per il nostro gio­va­ne let­to­re. Più di quan­to pos­sa offrir­gli un diver­so ciclo poli­ti­co, anche più recen­te. Il dopo non è garan­te di alcun­ché, soprat­tut­to se amman­ta­to di ras­se­gna­zio­ne e di ritor­no alle vec­chie abi­tu­di­ni.
For­se non è cor­ret­to par­la­re di «ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio» per­ché pen­si subi­to a un decor­so rego­la­re anche nel nostro cam­po. «Rivo­lu­zio­ne», ricor­dia­mo­lo, è un ter­mi­ne dell’astronomia pri­ma che del­la poli­ti­ca. Se per­de quel signi­fi­ca­to è per­ché a far­se­ne cari­co, come dice­vo pri­ma, è il mili­tan­te col suo pro­get­to poli­ti­co la cui rea­liz­za­zio­ne è all’insegna del rischio e dell’aleatorio; in par­ti­co­la­re sul­la sua dura­ta lo stes­so mili­tan­te non potrà mai for­mu­la­re pre­ci­se aspet­ta­ti­ve. Vada per il «ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio» pur­ché non si dimen­ti­chi che a qua­li­fi­car­lo, a impe­dir­ne l’irrigidimento e a pro­vo­car­ne di vol­ta in vol­ta dislo­ca­zio­ni e rot­tu­re, è il rit­mo con­vul­so di quell’esperienza diret­ta.
Da qui, anche il suo carat­te­re eve­ne­men­zia­le. Al con­cet­to di «even­to» aggiun­go quel­lo di «tran­si­zio­ne», a indi­ca­re il tem­po sto­ri­co che inter­cor­re tra i due momen­ti dell’inizio e del­la fine. A carat­te­riz­zar­lo è un-non-più e un-anco­ra, una con­trad­di­zio­ne tem­po­ra­le di non poco con­to entro cui si dibat­te il mili­tan­te, spin­to in avan­ti dal vuo­to crea­to­si alle sue spal­le ma con­tem­po­ra­nea­men­te trat­te­nu­to da una for­za iner­zia­le che gli impe­di­sce di pro­ce­de­re oltre. Gli anni Ottan­ta sono sta­ti per me un perio­do di tran­si­zio­ne con que­ste carat­te­ri­sti­che, non il pro­se­guo del ciclo poli­ti­co pre­ce­den­te il che mi por­ta a pen­sa­re che l’altra rico­stru­zio­ne sto­ri­ca pro­po­sta, quel­la dell’andirivieni, è solo il frut­to di una con­ce­zio­ne linea­re del tem­po del­la poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria che in veri­tà non spie­ga nul­la. Al rifiu­to di que­sta logi­ca, ripe­to, abbia­mo infor­ma­to il nostro rac­con­to che comin­cia con l’evento che per como­di­tà chia­mo «Roso­li­na» e fini­sce con il secon­do even­to dell’11 mar­zo dell’80. Nel mez­zo, la sto­ria di un pro­get­to poli­ti­co che ha il nome di Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Il decen­nio suc­ces­si­vo è quel­lo di una tran­si­zio­ne che chia­me­rei di «post Col­let­ti­vi», in cui quel post ci dice che pro­prio quel sog­get­to non occu­pa più la sce­na. Del suo pro­get­to di ege­mo­nia gram­scia­na ad ampio rag­gio era rima­sto infat­ti ben poco; car­ce­re e repres­sio­ne ave­va­no impo­sto temi ine­di­ti ed esclu­si­vi che lascia­va­no poco spa­zio all’inventiva di un mili­tan­te sem­pre più disar­ma­to e spau­ri­to, la cui sto­ria rischia­va di pren­de­re a que­sto pun­to chis­sà qua­le pie­ga. Dub­bio leci­to se para­go­nia­mo que­sta sua con­di­zio­ne poli­ti­ca ed esi­sten­zia­le a quel­la vis­su­ta negli anni Set­tan­ta. Inve­ce in que­sta tran­si­zio­ne dura­ta die­ci anni il nostro mili­tan­te ha tenu­to. In car­ce­re, in esi­lio, nel­la lati­tan­za o anco­ra a pie­de libe­ro, a con­no­ta­re la sua vita è sta­ta la resi­sten­za. Non tro­vo un’altra paro­la adat­ta. Dovu­ta a cosa? Secon­do me a quell’anco­ra, alla memo­ria viva dell’appartenenza al pro­get­to dei Col­let­ti­vi. Non sono il solo a par­lar­ne. Per gli stes­si anni ne par­la anche Negri nel suo Leo­par­di, ma sul ver­san­te del­la memo­ria come cata­stro­fe. Inve­ce l’ex mili­tan­te dei Col­let­ti­vi di cui par­lo è diven­ta­to un sog­get­to eti­co solo gra­zie alla memo­ria che gli ha resti­tui­to quel­la dimen­sio­ne col­let­ti­va sen­za la qua­le, come dice Celi­ne, sareb­be sta­to sol­tan­to un indi­vi­duo pri­va­to. Resi­sten­te è chi, nel­la tran­si­zio­ne tra un ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio e l’altro, for­te dell’esperienza già acqui­si­ta, sce­glie di imbar­car­si per una nuo­va rot­ta e tie­ne drit­ta la bar­ra pur non aven­do davan­ti a sé un pun­to di rife­ri­men­to sicu­ro. Di con­tro, si può deci­de­re di resta­re a ter­ra, di non sal­pa­re, di non resi­ste­re, di arren­der­si. Nel­la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei com­pa­gni ave­va­mo deci­so di resi­ste­re: chi nel car­ce­re, chi nel­la lati­tan­za, chi facen­do poli­ti­ca nei ter­ri­to­ri, chi a radio Sher­wood con­ti­nuan­do a far­la fun­zio­na­re, chi garan­ten­do l’uscita rego­la­re del gior­na­le «Auto­no­mia» e via di que­sto pas­so. Ma se non abi­ta­va­mo un deser­to, non è vero che tut­to nel frat­tem­po rima­ne­va come pri­ma. Se tut­to sta­va cam­bian­do attor­no a noi, anche noi non ave­va­mo smes­so di cre­sce­re. Quan­to alla resi­sten­za, ave­va­mo dal­la nostra l’età e una matu­ri­tà acqui­si­ta sul cam­po. Per­ché anche la resi­sten­za come la rivo­lu­zio­ne è un’arte. Ad esem­pio c’è sta­to chi in que­gli anni ha resi­sti­to in for­ma fana­ti­ca, chi in for­ma fidei­sti­ca, chi, inve­ce, in una for­ma deter­mi­na­ta ma di buon sen­so. Il modo in cui resi­sti deter­mi­na il modo in cui affron­ti la real­tà. Non c’è un modo uni­co per resi­ste­re come non ce n’è uno solo nel modo di arren­der­si. Pen­sa a quel­lo igno­bi­le dell’infame oppu­re a quel­lo oppor­tu­ni­sti­co che pen­sa al pro­prio tor­na­con­to. Non li met­to sul­lo stes­so pia­no per­ché non sono la stes­sa cosa.
All’insegna del resi­ste­re con deter­mi­na­zio­ne e buon sen­so attra­ver­sia­mo dun­que gli anni Ottan­ta, per­so­nal­men­te alle pre­se con que­sta con­trad­di­zio­ne del non-più e dell’anco­ra. Più pas­sa­va il tem­po, più si con­fer­ma­va l’impossibilità di risol­ver­la. La con­ti­nui­tà di ieri nell’oggi – l’anco­ra – ha que­sto di inquie­tan­te: che ti costrin­ge a guar­da­re indie­tro come acca­de all’angelo di Ben­ja­min. Ma nel nostro caso lo spet­ta­co­lo non era di mace­rie, tutt’altro! In più, sem­pre l’anco­ra sospen­de il tem­po costrin­gen­do­ti all’attesa di qual­co­sa che, lo sen­ti, indi­riz­ze­rà il tuo sguar­do altro­ve. Sì, lascia­re tem­po al tem­po… Oggi l’ho chia­ma­to «even­to», ieri – tra l’87 e l’89 – ne cer­ca­vo trac­cia pre­stan­do ascol­to ai rumo­ri del mon­do, inten­do a est dove si con­su­ma­va la cri­si del socia­li­smo rea­le e a ove­st dove si con­su­ma­va quel­la del for­di­smo. In que­sta atte­sa e tra mil­le dub­bi ho vis­su­to gli ulti­mi anni del­la lati­tan­za, sen­za poter­ne discu­te­re a fon­do con gli altri com­pa­gni, come inve­ce acca­de­va al tem­po dei Col­let­ti­vi.
Intan­to ave­vo già comin­cia­to ad aggior­na­re il mio para­dig­ma di rife­ri­men­to. Nuo­vi con­cet­ti, ad esem­pio quel­lo di entro­pia, e nuo­vi temi, ad esem­pio quel­lo del post eco­lo­gi­smo, sta­va­no entran­do nel mio baga­glio cul­tu­ra­le e poli­ti­co. Leg­ge­vo Gre­go­ry Bate­son appas­sio­nan­do­mi all’ecologia del­la men­te, affa­sci­na­to pro­prio dal­la sua inde­ter­mi­na­tez­za di teo­ria aper­ta, capa­ce, per que­sto moti­vo, di sod­di­sfa­re più di una curio­si­tà: la sim­me­tria bila­te­ra­le di un gat­to, le vena­tu­re del­la foglia, la cor­sa agli arma­men­ti, le tec­ni­che del cor­teg­gia­men­to fino alla ride­fi­ni­zio­ne del rap­por­to uomo-ambien­te. Altro che mate­ria­li­smo da ter­za inter­na­zio­na­le! Al tema del­la dif­fe­ren­za di gene­re mi avvi­ci­no leg­gen­do il «Mani­fe­sto cyborg» di Don­na J. Hara­way. Una cor­re­zio­ne di tiro rispet­to alla don­na vagi­na­le di Car­la Lon­zi e del suo grup­po «Rivol­ta fem­mi­ni­le» per­ché la don­na in que­stio­ne è un miscu­glio “di car­ne e tec­no­lo­gia”, un “cor­po modi­fi­ca­to da inne­sti di hard­ware, pro­te­si e altri impian­ti. Mi chie­de­vo dove sare­mo anda­ti a fini­re e con que­sta doman­da il sole dell’avvenire sco­lo­ri­va. La nostra idea di comu­ni­smo, poi, non avreb­be mai potu­to con­ce­pi­re la Los Ange­les disto­pi­ca di Bla­de Run­ner, un vec­chio film dell’ ’82 che non a caso sco­pro in que­sti anni. Un film poli­ti­co che mi pro­spet­ta­va un futu­ro pros­si­mo – la sto­ria è ambien­ta­ta al 2019 – mol­to più chia­ro di tan­te put­ta­na­te che abbia­mo let­to e scrit­to sul­la Cit­tà del Sole dopo la rivo­lu­zio­ne.
Sì, la tec­no­lo­gia comin­cia­va ad inquie­tar­mi anche al di là di Cher­no­byl ma per que­sto, a mag­gior ragio­ne, biso­gna­va saper­la usa­re. Quan­to indie­tro fos­si­mo su que­sto ter­re­no, lo dimo­stra la rea­zio­ne di tan­ti com­pa­gni alla pro­po­sta di costrui­re una rete tele­ma­ti­ca, l’ECN. Sic­co­me, dice­va­no, l’informatica e le nuo­ve tec­no­lo­gie sono armi uti­liz­za­te per com­bat­te­re l’operaio for­di­sta, per disar­ti­co­lar­ne il pote­re in fab­bri­ca, chi pen­sa di uti­liz­zar­le o è un inge­nuo che si è lascia­to sedur­re dal loro fasci­no o è un tra­di­to­re. Poi è diven­ta­to un luo­go comu­ne. Direi, anche trop­po un luo­go comu­ne!
Ma il nostro gio­va­ne let­to­re può tro­va­re tut­to que­sto – temi, pro­ble­mi, nomi e tito­li – nei tre «Qua­der­ni» (dop­pio il 3/​4) di «Auto­no­mia» che docu­men­ta­no l’oltrepassamento in fie­ri del nostro anco­ra.
Poi, alla fine del decen­nio, tut­to è pre­ci­pi­ta­to all’improvviso come acca­de nel gio­co del­lo Shan­gai quan­do con mano mal­fer­ma togli quel baston­ci­no. A scon­vol­ge­re l’ordine neo­li­be­ri­sta in Euro­pa ave­va­no prov­ve­du­to nel ’88 a Pari­gi le infer­mie­re dei gran­di ospe­da­li metro­po­li­ta­ni; i ber­li­ne­si un anno dopo tire­ran­no giù a pic­co­na­te un muro dive­nu­to ridi­co­lo agli occhi del mon­do dopo l’esodo di mas­sa per altre vie di cen­ti­na­ia di miglia­ia di tede­schi; a segui­re, nel ’91, un col­po di sta­to sen­za arre­sti e sen­za occu­pa­zio­ni di sta­zio­ni radio­te­le­vi­si­ve acce­le­re­rà, piut­to­sto che fer­ma­re, il len­to decli­no dell’Urss. L’implosione di un impe­ro sen­za col­po feri­re! Per qual­cu­no (Fukuya­ma) era la fine del­la sto­ria; per altri (Hob­sba­wm) era il Nove­cen­to a fini­re con un con­gruo anti­ci­po; per altri anco­ra, per lo più eco­no­mi­sti (G. Arri­ghi e I. Wal­ler­stein), si trat­ta­va del trion­fo defi­ni­ti­vo del mer­ca­to mon­dia­le.
Met­ti assie­me tut­te que­ste cose e avrai l’evento – il cui sim­bo­lo resta per me la cadu­ta del Muro – e con l’evento, lo svuo­ta­men­to dell’anco­ra. Ne ave­va­mo biso­gno per­ché solo così, come dice Ben­ja­min, l’imma­gi­ne del pas­sa­to guiz­za via.
In veri­tà esso non ha riguar­da­to solo la nostra sto­ria poli­ti­ca, come mostra l’utilizzo infla­zio­na­to del pre­fis­so tem­po­ra­le «post», in que­gli anni il mar­chio d’origine con­trol­la­ta di beni cul­tu­ra­li in bel­la vista nel­le vetri­ne del «post­mo­der­no».
In un pri­mo momen­to il mio coin­vol­gi­men­to è sta­to solo di testa; c’era biso­gno che lo inte­rio­riz­zas­si, che si effet­tuas­se – il ver­bo è di Deleu­ze – in me ma per que­sto ave­vo biso­gno anche di altro. No, non è faci­le vol­ta­re pagi­na. Comun­que, solo una que­stio­ne di tem­po.
Nel ’92 affron­to il nuo­vo ini­zio da semi­li­be­ro, con tre anni da smal­ti­re nei ser­vi­zi socia­li. Per me si trat­ta­va di una nuo­va sto­ria che nul­la ave­va a che fare con quel­la dei Col­let­ti­vi: altro il pro­get­to e altri i com­pa­gni. È sta­to allo­ra che i colo­ri attor­no a me sono comin­cia­ti vera­men­te a cam­bia­re, che il pae­sag­gio non è sta­to più lo stes­so; anche la gen­te era cam­bia­ta, la stes­sa lin­gua del­la comu­ni­ca­zio­ne era muta­ta di segno. All’improvviso, ecco­mi cata­pul­ta­to in una babe­le di idio­mi, di ger­ghi e di lin­guag­gi, a signi­fi­ca­re che non sareb­be sta­to faci­le tor­na­re a par­la­re. E poi, a chi? E soprat­tut­to, per dire cosa? Era­no que­ste le doman­de che per­so­nal­men­te mi face­vo nel men­tre avver­ti­vo il biso­gno di una nuo­va ripar­ten­za.
Ma a que­sto pun­to ci affac­cia­mo su un’altra sto­ria che meri­te­reb­be di esse­re rac­con­ta­ta con la stes­sa pun­ti­glio­si­tà e serie­tà di quel­la dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti che scom­pa­io­no non solo di fat­to ma anche di nome.
La pri­ma metà degli anni Novan­ta è all’insegna dei cen­tri socia­li; la secon­da, del­le «tute bian­che»: sog­get­ti sen­za iden­ti­tà, sen­za luo­go – per­ché anche i cen­tri socia­li da cui pro­ven­go­no era­no una sor­ta di non luo­go –, pri­vi di tute­le e di dirit­ti, sen­za alcu­na for­ma di red­di­to sicu­ro, con la pre­ca­rie­tà e l’incertezza come uni­ca pro­spet­ti­va di futu­ro. Invi­si­bi­li e nasco­sti, con una tuta di car­ta bian­ca e l’azione diret­ta come ban­die­ra di iden­ti­tà poli­ti­ca. Sì, biso­gne­reb­be che qual­cu­no rac­con­tas­se del­le loro azio­ni, dal­le occu­pa­zio­ni di tre­ni e tea­tri, di mini­ste­ri e pal­chi, alle tan­te ver­ten­ze aper­te sul red­di­to e il lavo­ro.
Dopo Geno­va 2001, i «disob­be­dien­ti», un nome scel­to male. Negli anni Set­tan­ta non sareb­be acca­du­to; è come se allo­ra noi dei Col­let­ti­vi aves­si­mo deci­so di chia­ma­re il sog­get­to poli­ti­co gene­ra­le che era­va­mo, «lot­tar­ma­ti­sti», uti­liz­zan­do il nome di una for­ma ben pre­ci­sa di azio­ne poli­ti­co-mili­ta­re. Poi c’è lo zapa­ti­smo, fon­da­men­ta­le espe­rien­za degli anni 90, per­ché pro­spet­ta­va una rot­tu­ra sen­za la clas­si­ca pre­sa del pote­re, piut­to­sto un con­tro­po­te­re per­ma­nen­te. Bene, se con il nostro leni­ni­smo e il nostro maoi­smo noi dei Col­let­ti­vi negli anni 70 ave­va­mo con­dot­to la nostra bat­ta­glia con­tro i due ismi ossi­fi­ca­ti del­la ter­za inter­na­zio­na­le, la stes­sa cosa non è sem­pre acca­du­ta con lo zapa­ti­smo, copia­to a vol­te in modo trop­po mec­ca­ni­co come nel caso del­la “dichia­ra­zio­ne di guer­ra ai gran­di del­la ter­ra” a Geno­va. Anche la sto­ria dei disob­be­dien­ti ci offre più di un esem­pio di discon­ti­nui­tà, ad esem­pio sull’uso del­la for­za: come sta­re in piaz­za, come orga­niz­za­re e gesti­re un cor­teo. Oppu­re sul tema del conflitto/​consenso pen­sa­to alla luce di talu­ni con­cet­ti impen­sa­bi­li nel les­si­co dei bei tem­pi che furo­no, ad esem­pio quel­li di muni­ci­pa­li­smo e rap­pre­sen­tan­za. Con tut­ti i pro­ble­mi e le con­trad­di­zio­ni che ne deri­va­ro­no.
Anco­ra e sem­pre «Col­let­ti­vi»? Suv­via! La sta­gio­ne del­le tute bian­che e dei disob­be­dien­ti è quel­la del­la discon­ti­nui­tà. Ripe­to, un’altra sto­ria. Inve­ce, per quan­to riguar­da il sot­to­scrit­to, non sarei così dra­sti­co. Il vis­su­to è sem­pre un impa­sto di con­ti­nui­tà e discon­ti­nui­tà. Solo que­sto pos­so dire con cer­tez­za: che tut­te le cose signi­fi­ca­ti­ve di quel ven­ten­nio han­no avu­to per me un ini­zio e una fine. Aggiun­gen­do­vi però un pur­trop­po per­ché dal mio pun­to di vista nien­te è scon­ta­to. Se così fos­se, darei ragio­ne a chi, otti­mi­sta incal­li­to, con­ti­nua a dire: l’abbiamo pre­so in culo ma abbia­mo vin­to. Bel­lis­si­mo e soprat­tut­to ras­si­cu­ran­te! Inve­ce, no, no e no: l’abbiamo pre­so in culo e potre­mo anco­ra vin­ce­re. Non che vin­ce­re­mo a prescindere.

N.B. Su un pun­to dell’intervento di Toni, “tous ensem­ble… per il pote­re ope­ra­io”, sen­to il dove­re di inter­ve­ni­re. Per amo­re di veri­tà e per col­ma­re una lacu­na in que­sta mia rico­stru­zio­ne. L’avrei evi­ta­to volen­tie­ri, ma tant’è. Cito: “appe­na ricom­po­sti, alla fine degli anni Ottan­ta, i CPV deci­do­no di rista­bi­li­re il rap­por­to con gli esi­lia­ti e di lavo­ra­re con loro a Pari­gi e insie­me pro­du­co­no una rivi­sta. Non si trat­ta­va così di ade­ri­re, non solo prag­ma­ti­ca­men­te (in un perio­do deli­ca­to e dif­fi­ci­le di revi­sio­ne gene­ra­le del­la teo­ria e del­le pra­ti­che dell’autonomia) al pro­gram­ma di rico­stru­zio­ne deli­nea­to nell’“Elogio di assen­za di memo­ria”? Non solo, dun­que, i CPV sareb­be­ro sta­ti vivi e vege­ti nel ’90 ma coscien­te­men­te avreb­be­ro spo­sa­to ragio­ni e pro­gram­ma espo­sti a chia­re let­te­re nell’ «Elo­gio di assen­za di memo­ria». A san­ci­re la nuo­va allean­za, la rivi­sta «Riff-Raff» (la fec­cia di Ken Loach, 1991).
Per­ché mi incon­tro a Pari­gi con gli esu­li? Per tre moti­vi. Il pri­mo, per una ragio­ne di veri­tà sto­ri­ca. Non pote­vo più sop­por­ta­re il rac­con­to sugli anni Ottan­ta costrui­to sol­tan­to sul­la divi­sio­ne mani­chea buoni/​cattivi in cui nell’ammucchiata del­la pri­ma cate­go­ria tro­va­vi noi, i “resi­sten­ti di buon sen­so”, in com­pa­gnia anche dei “sen­za­nia­ni” che fuo­ri e den­tro il car­ce­re ave­va­no fat­to del­la ven­det­ta e dell’ammazzamento indi­scri­mi­na­to la loro ragio­ne d’essere. Al con­tra­rio, nel cal­de­ro­ne dei cat­ti­vi tro­va­vi sot­to lo stes­so tet­to gli infa­mi e i dis­so­cia­ti, come dire che Bar­bo­ne e Negri, Fer­ra­ri Bra­vo e Peci era­no la stes­sa cosa. Vado a Pari­gi per fare un po’ di puli­zia per­ché, ripe­to, que­sta era la ver­sio­ne che sen­ti­vi in mol­ti cen­tri socia­li: per dire alla nuo­va leva di com­pa­gni che i fat­ti rac­con­ta­va­no un’altra sto­ria, che il decen­nio che ave­va­no alle spal­le e che non ave­va­no vis­su­to, non era anda­to in quel modo. Il secon­do moti­vo, per gene­ro­si­tà mia per­ché era pro­fon­da­men­te ingiu­sto che dei com­pa­gni in esi­lio, dis­so­cia­ti o meno, fos­se­ro trat­ta­ti da infa­mi. Ini­zial­men­te mi sono dovu­to bat­te­re da solo con­tro que­sti luo­ghi comu­ni. A mio favo­re ave­va gio­ca­to il tem­po per­ché con­ti­nua­re a insi­ste­re sul tema del­la dis­so­cia­zio­ne, dopo che una leg­ge dell’ ’87 ne ave­va chiu­so la sta­gio­ne anche uffi­cial­men­te, non ave­va più sen­so.
Infi­ne, il ter­zo moti­vo: la pro­du­zio­ne teo­ri­ca del grup­po di com­pa­gni impe­gna­ti con Toni nel­la ricer­ca sul­le tra­sfor­ma­zio­ni in atto nel modo di pro­dur­re, nel mon­do del lavo­ro e nel­le for­me di vita. Insom­ma, un post for­di­smo in ver­sio­ne ope­rai­sta che ave­vo impa­ra­to a cono­sce­re dall’ ’89 leg­gen­do la rivi­sta fran­ce­se «Futur anté­rieur». Ma a col­pir­mi, sem­pre di Toni, sarà la sua ricer­ca sul distret­to indu­stria­le dei Benet­ton, dei pri­mis­si­mi anni Novan­ta. Per me, l’ennesima pro­va del­la sua per­spi­ca­cia teo­ri­ca; per il nuo­vo giro di com­pa­gni, un vali­do aiu­to per tor­na­re a fare poli­ti­ca sul ter­ri­to­rio. Pen­sa­vo fos­se dove­ro­so per il bene di tut­ti ripren­de­re in mano quel filo.
A Toni, in ami­ci­zia, offro que­sta poe­sia “cine­se” di Bre­cht: «Ma, dopo­tut­to, si può sem­pre segui­re un noto modo di dire – for­se ebrai­co, anche se attri­bui­to a Camus: “Non cam­mi­na­re davan­ti a me, potrei non seguir­ti. Non cam­mi­na­re die­tro di me, non saprei dove con­dur­ti. Cam­mi­na con me e sii mio ami­co”».