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Al presidente della Corte d’ Appello di Venezia

Il 3 giu­gno 1975 per impe­di­re il comi­zio di Gior­gio Almi­ran­te, segre­ta­rio nazio­na­le del Movi­men­to Socia­le Ita­lia­no, vie­ne indet­to un “pre­si­dio mili­tan­te”, vio­len­te­men­te osta­co­la­to dal­la poli­zia. Duran­te gli scon­tri ven­go­no fer­ma­ti alcu­ni com­pa­gni. Uno di que­sti, Miche­le Spa­da­fi­na, stu­den­te fuo­ri­se­de iscrit­to alla facol­tà di Psi­co­lo­gia, vie­ne con­dan­na­to a tre anni nel pro­ces­so per diret­tis­si­ma di pri­mo gra­do, giu­di­ce Ita­lo Ingra­scì, con l’ap­pli­ca­zio­ne, per la pri­ma vol­ta in Ita­lia, del­la leg­ge Rea­le (22 mag­gio 1975, n.152) che defi­ni­sce la bot­ti­glia Molo­tov “arma da guer­ra”. Que­sta sen­ten­za farà da bat­ti­stra­da per futu­re inchie­ste giu­di­zia­rie e sen­ten­ze come quel­la per diret­tis­si­ma del luglio 1980, pri­mo atto del pro­ces­so del tron­co­ne vene­to del 7 Aprile.

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