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Argo­men­ti: 2021, Por­de­no­ne

Clau­dio Calia, Gian­mar­co De Pie­ri, Pie­ro Despa­li, Mas­si­mi­lia­no Gal­lob, Vil­ma Maz­za, Gli auto­no­mi. I «pado­va­ni». Dagli anni Ottan­ta al G8 di Geno­va 2001, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, euro 18,00 stam­pa 27 LUGLIO 2021 di ELISABETTA MICHIELIN

L’ironia è l’inquietudine e la vita sco­mo­da. (V. Jan­ké­lé­vitch, 1964)

Nel 1975 era­no 30 dal­la Resi­sten­za e nel­le scuo­le si cele­bra­va l’anniversario in modo meno con­tra­sta­to di oggi. Io ero all’ultimo anno del­le supe­rio­ri e duran­te un’assemblea d’Istituto mi alzai – era la pri­ma vol­ta – per dire più o meno que­ste paro­le: basta con la Resi­sten­za e le cele­bra­zio­ni reto­ri­che per­ché oggi noi stu­den­ti inten­dia­mo pro­te­sta­re con­tro l’aumento del costo del bigliet­to del­le cor­rie­re; sì, per­ché tut­ti abbia­mo dirit­to allo stu­dio e non è giu­sto che gli ope­rai veda­no le con­qui­ste sala­ria­li man­gia­te dall’aumento del costo del­la vita. In cor­so c’era que­sta lot­ta sui tra­spor­ti che vede­va per la pri­ma vol­ta ope­rai del grup­po Zanus­si e stu­den­ti pen­do­la­ri del­la pro­vin­cia orga­niz­za­re assie­me l’autoriduzione degli abbonamenti.

Cer­ta­men­te la mia non era una posi­zio­ne iso­la­ta o stra­va­gan­te per­ché a con­di­vi­der­la era­no miglia­ia di altri stu­den­ti e qual­che cen­ti­na­ia di ope­rai pen­do­la­ri che in quei mesi ritro­va­va­no final­men­te la loro uni­tà nel territorio.

Ora mi chie­do per­ché ave­va­mo – evi­den­te­men­te non ero la sola – que­sto non rap­por­to con la memo­ria. Da una par­te cer­ta­men­te esso segna­va una indub­bia discon­ti­nui­tà rispet­to a una sto­ria – quel­la dei par­ti­ti comu­ni­sti del ’900 – che non rico­no­sce­va­mo come nostra. Men che meno ci appar­te­ne­va il discor­so sul­la Resi­sten­za tra­di­ta da rac­co­glie­re e com­ple­ta­re. Dal­la Resi­sten­za era nata la Repub­bli­ca fon­da­ta sul lavo­ro sala­ria­to da cui, al pari dei gio­va­ni ope­rai, vole­va­mo tener­ci il più lon­ta­no pos­si­bi­le. Dall’altra, pen­so che pote­va­mo per­met­ter­ci que­sta non memo­ria per­ché era­va­mo e ci per­ce­pi­va­mo vin­cen­ti. A cosa ser­ve la memo­ria se stai vin­cen­do? Da quel pas­sa­to tutt’al più si pren­de­va quel­lo che sul momen­to ti pote­va ser­vi­re e, det­to tra noi, non era poi mol­to. Altra sto­ria sareb­be sta­ta cele­brar­lo o trar­ne ispi­ra­zio­ne; noi pote­va­mo incon­trar­lo solo come una coin­ci­den­za o come un iner­te che riat­ti­vi lì per lì. Da que­sto pun­to di vista ci pia­ce­va di più la Comu­ne di Pari­gi men­tre la Rivo­lu­zio­ne rus­sa era inda­ga­ta e discus­sa nei suoi pri­mis­si­mi anni e per la genia­le pre­sa del pote­re che l’aveva resa possibile.

In aggiun­ta, mi sen­to di soste­ne­re sen­za tema di smen­ti­ta che mai e poi mai avrem­mo pen­sa­to di diven­ta­re vec­chi (mi sem­bra­va­no insop­por­ta­bi­li que­sti ex resi­sten­ti e le loro sto­rie glo­rio­se che peral­tro sospet­ta­vo edul­co­ra­te con tut­ta la liber­tà che chi ha tut­to som­ma­to vin­to – per lo meno nel­la reto­ri­ca – può per­met­ter­si). La rivo­lu­zio­ne è sem­pre la più gio­va­ne, no?

Mi son sen­ti­ta auto­riz­za­ta a comin­cia­re con un ricor­do personale/​politico per­ché il libro  è costrui­to come rifles­sio­ne poli­ti­ca aggan­cia­ta alle espe­rien­ze per­so­na­li dei sin­go­li auto­ri. Un libro di memo­rie più che  il clas­si­co sag­gio sto­ri­co, scan­di­to dall’entrata in cam­po del­le diver­se gene­ra­zio­ni poli­ti­che a cui appar­ten­go­no i cin­que auto­ri sul­la fal­sa­ri­ga del­la sug­ge­sti­va imma­gi­ne che usa Pie­ro Despa­li (il ‘vec­chio’) del non più, dell’anco­ra e del non anco­ra per riflet­te­re sul­la pro­pria vita da comu­ni­sta: una scan­sio­ne tem­po­ra­le e con­cet­tua­le che par­te dagli anni Ottan­ta (la “con­tro­ri­vo­lu­zio­ne”) pas­san­do per gli anni Novan­ta (la rivo­lu­zio­ne dall’alto, o “rina­sci­men­to capi­ta­li­sti­co” come pre­fe­ri­sce chia­mar­la Pie­ro) per appro­da­re al G8 di Geno­va del 2001 dove si fer­ma. Nei vari capi­to­li, al memoir di Pie­ro si aggiun­ge così quel­lo di Vil­ma Maz­za che entra in sce­na in pie­na repres­sio­ne (o con­tro­ri­vo­lu­zio­ne) assu­men­do­la come un dato di fat­to e come oriz­zon­te entro il qua­le agi­re poli­ti­ca­men­te, men­tre Mas­si­mi­lia­no Gal­lob e Gian­mar­co De Pie­ri, più gio­va­ni, arri­va­no negli anni Novan­ta e il pas­sa­to, signi­fi­ca­ti­va­men­te, nel­le loro paro­le è una dimen­sio­ne di cui nul­la cono­sco­no e che sco­pro­no più tardi.

Ogni libro è una costru­zio­ne pen­sa­ta e una for­ma volu­ta e I «pado­va­ni» cer­to non si sot­trae a una pre­ci­sa pro­get­tua­li­tà che lo lega diret­ta­men­te al pre­ce­den­te libro dei fra­tel­li Despa­li Sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io e, cre­do, anche al ric­co dibat­ti­to che ne è segui­to nel­lo spa­zio Prag­ma di Deri­ve Appro­di. Da que­sto pun­to di vista, pen­so che saran­no pro­prio l’impianto del libro e in par­ti­co­la­re il memoir di Pie­ro a sol­le­va­re qual­che pro­ble­ma di rico­stru­zio­ne sto­ri­ca all’interno di quel soda­li­zio poli­ti­co che a que­gli even­ti ha par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te; inve­ce a un recen­so­re ester­no qua­le io sono, piut­to­sto che il meri­to del­la rico­stru­zio­ne inte­res­sa il por­ta­to gene­ra­le di quel che lo com­po­ne, vale a dire le for­me del­la mili­tan­za e la memo­ria. Due temi distin­ti ma intrec­cia­ti e intrec­cia­ti a loro vol­ta con quel­la che Pie­ro nel suo testo defi­ni­sce la rivo­lu­zio­ne dall’alto del capi­ta­le.  Di fat­to, la costru­zio­ne di un mon­do – e quin­di di rap­por­ti di pro­du­zio­ne glo­ba­li affat­to nuo­vi e ine­di­ti – che ha man­da­to in sof­fit­ta sia la mili­tan­za sia l’attua­li­tà del­la rivo­lu­zio­ne comu­ni­sta così come era inte­sa lun­go il ’900.

Ecco quin­di rie­mer­ge­re la paro­la Resi­sten­za: “Per me la paro­la d’ordine del momen­to era resi­ste­re, un brut­to ver­bo, lon­ta­no dal­la nostra cul­tu­ra poli­ti­ca e dal­la nostra pras­si. Ma tant’è. Ci era­va­mo costret­ti dal­la for­za del­le cose.” Così Despa­li all’inizio del­la sua lun­ghis­si­ma lati­tan­za (a dif­fe­ren­za di mol­ti com­pa­gni scam­pa­ti al car­ce­re che scel­go­no l’esilio fran­ce­se, tor­na­to di grot­te­sca attua­li­tà in que­sti mesi) nel perio­do del­la più cupa repres­sio­ne dell’anomalia ita­lia­na e del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne in atto a livel­lo mon­dia­le con Rea­gan e la Tatcher.

Pie­ro è così costret­to dal­la sua posi­zio­ne di lati­tan­te a una distan­za fisi­ca che si tra­du­ce in una distan­za tem­po­ra­le gra­zie al sus­se­guir­si fre­ne­ti­co di even­ti e ai cam­bia­men­ti epo­ca­li in cor­so. In que­sto qua­dro la resi­sten­za è sì postu­ra eti­ca (rispet­to alla dis­so­cia­zio­ne car­ce­ra­ria ben distin­ta in tut­to il testo dal pen­ti­ti­smo) ma anche ampia rifles­sio­ne sul­la sua figu­ra di mili­tan­te comu­ni­sta che nel guar­dar­si indie­tro – alme­no in que­sto pri­mo perio­do – non vede una diste­sa di mace­rie come acca­de al pen­ti­to di tur­no o  al dis­so­cia­to ma è un non più anco­ra significativo.

Le par­ti più inte­res­san­ti del memo­ria­le di Pie­ro sono infat­ti il lega­me stret­to fra la figu­ra del mili­tan­te e la for­ma del rap­por­to capi­ta­li­sti­co che in Ita­lia nel­la secon­da metà del seco­lo si pale­sa­va come una vera e pro­pria cri­si di coman­do legit­ti­man­do la con­vin­zio­ne di esse­re den­tro un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio effet­ti­vo. Come spie­ga­re altri­men­ti repres­sio­ne e controrivoluzione?

Ma quan­do negli anni Novan­ta il capi­ta­le attua la sua rivo­lu­zio­ne dall’alto, que­sta sì glo­ba­le,  – nuo­vo rina­sci­men­to la chia­ma Pie­ro – tut­to cam­bia e la mili­tan­za fini­sce non per impo­ten­za tem­po­ra­nea ma per pale­se insuf­fi­cien­za a com­pren­de­re la nuo­va ragio­ne del mon­do e ten­ta­re l’assalto alle nuo­ve for­me e ai nuo­vi asset­ti di pote­re lega­ti al nes­so mate­ria­le tra real­tà sog­get­ti­va e pro­ces­si pro­dut­ti­vi che da un lato  attin­go­no alle diver­se sfe­re espe­rien­zia­li e indi­vi­dua­li di uomi­ni e don­ne – cono­scen­ze, emo­zio­ni, sti­li di vita, rela­zio­ni, lin­guag­gi – dall’altro, cer­ca­no di impor­re un uni­co e omo­ge­neo dispo­si­ti­vo di coman­do sul lavo­ro. Non oppo­si­zio­ne alle dif­fe­ren­ze, piut­to­sto la loro cat­tu­ra, la loro immo­bi­liz­za­zio­ne e neu­tra­liz­za­zio­ne, poi­ché sono le dif­fe­ren­ze e il loro sfrut­ta­men­to a costi­tui­re il fon­do comu­ne del­la ric­chez­za e del pro­fit­to. Una rin­no­va­ta gio­vi­nez­za del capi­ta­le che sem­bra man­da­re in sof­fit­ta ogni pos­si­bi­li­tà e con­cet­to di rivo­lu­zio­ne così come è sta­ta pen­sa­ta anche dal­le par­ti più eretiche.

Tail­pie­ce o the bathos , Wil­liam Hogarth, 1764

Ecco quin­di che scom­pa­re quel nes­so mezzi/​fini che rego­la­va e dava sen­so al mili­tan­te comu­ni­sta la cui azio­ne era subor­di­na­ta alla rivo­lu­zio­ne; cam­bia l’uso del­la for­za e cam­bia­no le for­me di lot­ta con il pas­sag­gio all’azio­ne diret­ta di chia­ra ascen­den­za anar­chi­ca, cam­bia il modo di fare poli­ti­ca come ambi­to sepa­ra­to dall’amicizia e dal pri­va­to, si pas­sa dal­la mili­tan­za alla sog­get­ti­vi­tà. Su quest’ultimo pun­to sono signi­fi­ca­ti­ve le pagi­ne di Mas­si­mi­lia­no Gal­lob che dedi­ca mol­ta par­te del pro­prio scrit­to pro­prio alla sim­pa­tia secon­do lo scoz­ze­se Hume (che sta­va stu­dian­do pro­prio allo­ra), da cui fa sca­tu­ri­re l’amicizia, tra gli affet­ti la più gio­io­sa e per­so­na­le. E, natu­ral­men­te, le tavo­le di Clau­dio Calia che, dise­gnan­do le gior­na­te di Geno­va, mesco­la sapien­te­men­te la casua­li­tà per­so­na­le e qua­si este­ti­ca dell’incontro con i «pado­va­ni» col ricor­do di Car­lo Giu­lia­ni, “un ragaz­zo gene­ro­so come tan­ti di noi”.

Ora si potreb­be chio­sa­re mali­zio­sa­men­te Despa­li ricor­dan­do che le don­ne da tem­pi non sospet­ti ave­va­no mes­so in cri­si il con­cet­to leni­ni­sta di mili­tan­za dife­so inve­ce a spa­da trat­ta pro­prio dai Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Già nel pre­ce­den­te lavo­ro dedi­ca­to alla sua sto­ria, i due fra­tel­li ave­va­no det­to con mol­ta tran­quil­li­tà che il movi­men­to del ’77 ave­va appe­na sfio­ra­to la loro orga­niz­za­zio­ne che infat­ti non ave­va pre­sta­to ascol­to alle don­ne di quel movi­men­to e al loro gri­do: non è la mia rivo­lu­zio­ne se non si bal­la. Che dire? Che solo uno con la testa bas­sa sull’organizzazione non pote­va accor­ger­se­ne? Sareb­be inge­ne­ro­so per­ché biso­gna dare atto a Pie­ro di aver fat­to una rifles­sio­ne pro­fon­da, cre­do defi­ni­ti­va e non pri­va di sin­ce­ri­tà sul pro­prio esse­re sta­to un diri­gen­te dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci e sul­lo sfor­zo per­so­na­le, poli­ti­co ed eti­co, di sta­re in mez­zo alle cose rea­li per cer­ca­re di com­pren­der­le e di cam­biar­le par­lan­do­ne e scri­ven­do­ne sen­za uno sguar­do ex post. Le cose si mani­fe­sta­no infat­ti spor­che e com­ples­se nel loro acca­de­re e anche le cata­stro­fi qua­li quel­le ini­zia­te il 7 apri­le del 1979 e pro­se­gui­te per buo­na par­te degli anni ’80 fino alla loro fine sim­bo­li­ca con la cadu­ta del muro di Ber­li­no esat­ta­men­te 10 anni dopo, non sono mai tagli net­ti a meno che non si scel­ga di fare il sal­to del­la qua­glia ven­den­do sé stes­si e la pro­pria ani­ma.
Vil­ma Maz­za signi­fi­ca­ti­va­men­te par­la rispet­to al pro­prio agi­re poli­ti­co di linea­re pre­sen­te, di non  aver vis­su­to il 7 apri­le come una cesu­ra non essen­do­ci pro­prio sta­ta poli­ti­ca­men­te pri­ma. Evi­den­te­men­te una con­ti­nui­tà del­la strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va che, sep­pu­re gra­ve­men­te muti­la­ta, è anche quel­la che sor­reg­ge la lati­tan­za di Pie­ro, o per meglio dire, il sen­so del­la lati­tan­za di Pie­ro. Una strut­tu­ra che per­met­te ai «pado­va­ni» nel bene e nel male di aprir­si al nuo­vo: nuo­ve tec­no­lo­gie, nuo­ve for­me di aggre­ga­zio­ne come i cen­tri socia­li e gli espe­ri­men­ti di muni­ci­pa­li­smo mutua­ti dagli zapa­ti­sti in una nuo­va visio­ne dell’internazionalismo, nuo­va rifles­sio­ne e nuo­va pra­ti­ca sul ter­re­no del red­di­to di cit­ta­di­nan­za, nuo­va eco­lo­gia e nuo­ve for­me dell’agire e del­lo sta­re in piaz­za. Ambi­ti che comin­cia­va­no ad affac­ciar­si sul­la sce­na e a deli­near­si come pun­ti noda­li di una ine­di­ta com­ples­si­tà don­de l’urgenza a dotar­si di nuo­vi stru­men­ti poli­ti­ci per cam­bia­re l’ordine del­le cose.

Clau­dio Calia, Ricor­da­ti per­ché lo fai

Sono 20 anni da Geno­va. I «pado­va­ni» par­la­no poco del mas­sa­cro del­la Diaz, di più del vener­dì in cui il cor­teo vie­ne attac­ca­to per ore dal­la poli­zia fino all’epilogo di piaz­za Ali­mon­da e la mor­te di Car­lo Giu­lia­ni che è rima­sta san­gui­no­sa memo­ria per quel­la gene­ra­zio­ne. Non si può che rile­va­re una inge­nui­tà poli­ti­ca (la man­can­za di un pia­no B), scon­cer­tan­te, che por­ta a riflet­te­re su quan­to l’orga­niz­za­zio­ne fos­se al tem­po stes­so super­flua in quan­to retag­gio del pas­sa­to eppu­re neces­sa­ria soprat­tut­to in quel­la spe­ci­fi­ca cir­co­stan­za quan­do via Tole­mai­de diven­ta una impre­vi­sta zona ros­sa e per ore vie­ne pra­ti­ca­to il “dirit­to di resi­sten­za”.  Una con­trad­di­zio­ne irri­sol­ta che il Geno­va Social Forum non riu­sci­rà a scio­glie­re e che si rive­le­rà dram­ma­ti­ca dopo le tor­ri gemel­le di lì a pochi mesi e l’entrata pre­po­ten­te del­la guer­ra come oriz­zon­te e altra fac­cia del­la globalizzazione.

Eppu­re se tut­to è cam­bia­to, non è cam­bia­ta quel­la vio­len­za isti­tu­zio­na­le e del­lo Sta­to che si ripro­du­ce ugua­le nel­le car­ce­ri di San­ta Maria Capua Vete­re. Una memo­ria che non vor­rem­mo, che non ser­ve a nul­la se non a misu­ra­re l’impotenza e la rabbia.

Quin­di io dico – nono­stan­te li leg­ga tut­ti, que­sti libri – basta con la memo­ria. Se è vero che si dice pri­ma le lot­te poi la teo­ria, allo stes­so modo si deve dire pri­ma le lot­te poi la memo­ria come dispo­si­ti­vo atti­vo e produttivo.

Per tut­te que­ste ragio­ni, nono­stan­te rico­no­sca la lode­vo­le inten­zio­ne del­la casa edi­tri­ce Deri­ve Appro­di, la let­tu­ra di tut­ti que­sti libri che voglio­no rico­strui­re una sto­ria dei movi­men­ti radi­ca­li del ’900 ita­lia­no di par­te e fuo­ri dai tri­bu­na­li, ogni vol­ta mi è per­so­nal­men­te urti­can­te, e que­sto di Pie­ro lo tro­vo il memoir defi­ni­ti­vo di quel­la sta­gio­ne. Un memoir che non è nostal­gi­co – per for­tu­na – ma vena­to anche di iro­nia, com­pa­gna per­fet­ta dell’intelligenza politica.