Centro di documentazione dei Movimenti “F.Lorusso‑C.Giuliani”
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La mia parola messa a nudo

Pubblichiamo la video intervista inedita a Mario Tronti La mia parola messa a nudo, regia di Uliano Paolozzi Balestrini; montaggio di Francesca Bracci; musiche di Michele Leiss. Durata: 25 minuti. Una produzione DeriveApprodi. Questo cortometraggio realizzato nel 2016 introduce l’Abecedario di Mario Tronti.
A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione di Operai e capitale, il libro che ha marcato una svolta mondialmente riconosciuta nella storia della teoria marxista, Mario Tronti si ripropone con il film-intervista Abecedario: sette ore nelle quali espone i tratti salienti del suo pensiero filosofico e politico, con particolare attenzione alle vicende del Novecento: il conflitto tra capitale e lavoro, le guerre e le rivoluzioni, la crisi della politica, ma anche concetti come amico/nemico, crisi, esilio, fede, libertà, operai, realismo, Stato, teoria, verità… Le parole chiave di una ricerca ininterrotta che dalla critica dei rapporti di produzione è divenuta critica di un’intera civiltà.
Mario Tronti (1931) è stato tra i fondatori dell’«operaismo» degli anni Sessanta. Docente all’Università di Siena, militante del Partito comunista, ha animato le riviste «Quaderni Rossi», «Classe operaia», «Contropiano», «Laboratorio politico». Tra le sue recenti pubblicazioni: Noi operaisti (2009), Per la critica del presente (2013). Dello spirito libero (2015).
Bibliografia di riferimento
Mario Tronti, ABeCedario, film intervista in 2 DVD della durata di 410 minuti, a cura di Carlo Formenti, Regia di Uliano Paolozzi Balestrini, DeriveApprodi, Roma 2016.
Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2006.
Mario Tronti, Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma 2009.
Giuseppe Trotta e Fabio Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia». Saggio introduttivo di Mario Tronti. CD con la raccolta completa della rivista «classe operaia» 1964–1967, DeriveApprodi, Roma 2008.
Gigi Roggero, L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia, metodo, DeriveApprodi, Roma 2019.
Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pubblichiamo una serie di interventi critici, raccolti a seguito della pubblicazione de Gli autonomi. Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio di Giacomo e Piero Despali, avvenuta nel gennaio 2020.
Indice dei contributi:
• Pragma: per un dibattito sull’Autonomia
• Tra il movimento e la Lega, di Gianfranco Bettin
• Padova, Veneto, la lezione dell’Autonomia, di Gianmarco De Pieri
• Guardare avanti con le spalle al futuro, di Gigi Roggero
• «tous ensemble»…per il potere operaio, di Toni Negri
• Le lotte territoriali venete sul tema della salute negli anni ’70, di Gianni Cavallini
• Un racconto straordinariamente comune, di Giorgio Moroni
• Luoghi di comunità, di Lanfranco Caminiti
• Ricordare l’ignoto, di Giulia Page
• L’immanenza della pratica, di Adelino Zanini
• Piero e Giacomo, sedici gennaio duemilaventi, di Claudio Calia
• Una disciplina di progetto, di Chicco Funaro
• Così vicino, così lontano, di Valerio Romitelli
• Il Veneto e la «rivoluzione mondiale», di Maurizio Lazzarato
• Vite parallele, di Rachele Colella
• Pragma. Storia o racconto?, di Willer Montefusco
• L’autonomia con la lettera minuscola, di Federico Battistutta
• L’ «Autonomia» come attitudine, come postura umana e stile della militanza, di Omid Firouzi Tabar
• La naturalezza e l’impazienza, di Elia Rosati
• Scavare nel cielo aperto delle possibilità, di Veronica Marchio e Giuseppe Molinari
• Una risposta ai recensori, di Mimmo Sersante, Giacomo Despali, Piero Despali
• Dall’operaio sociale all’operaio sociale: ripassare all’attacco, di Francesco Bedani
• Scostumatezze. Appunti su autonomia e Mezzogiorno, di Antonio Bove e Francesco Festa
• L’Autonomia impossibile, di Giovanni Iozzoli
L’inchiesta operaia nei microterritori
Tradate. Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe
Ricerca condotta da Sergio Bianchi per conto della segreteria Fim-Cisl Varese-Laghi (1991)
Questa ricerca mi fu commissionata trent’anni fa da un ambito sindacale del mio territorio di origine. Nel corso degli anni Settanta non poche erano state le polemiche, e anche gli scontri, tra la questa e le altre aree sindacali e la componente politica nella quale militavo. Uno scontro interno al movimento operaio, quello istituzionale e l’altro, il nostro, quello autonomo.
Ma poi, sul finire del decennio, nei confronti dei padroni perdemmo comunque sia noi che loro, e gli Ottanta furono gli anni di una ristrutturazione radicale del mercato del lavoro che ridisegnò la composizione di classe e poi la società nel suo complesso, impiantando le condizioni materiali che determinarono la rivolta leghista lombarda che vedrà la luce proprio in quegli specifici luoghi.
L’affido da parte sindacale di una simile ricerca a un «autonomo», pure giuridicamente criminalizzato per anni come «terrorista», anche se poi seguì un happy end assolutorio, dimostrava, piuttosto contraddittoriamente, il riconoscimento di un sapere comunque utile alla comprensione di ciò che nella realtà produttiva territoriale era andato trasformandosi.
D’altra parte nella stessa contingenza temporale era accaduto un altro fatto che controvertiva la criminalizzazione di quel movimento autonomo. «Bisogna considerare che in quei paesi di provincia [nella seconda metà degli anni Settanta] messi tutti assieme costituivamo un aggregato che contava, compresa l’aria amicale varia, 500 persone (…) Questo è significativo della quantità di soggetti con cui siamo entrati in rapporto, al tipo di espansione e di realtà sociale che rappresentavamo. Facendo una divagazione, si pensi che a distanza i dieci anni dalla repressione [nel maggio 1990] e dalle altre cose che hanno azzerato tutto, comunque dalla fine di quell’aggregato con quelle caratteristiche, un po’ per gioco e un po’ sul serio alcuni di noi hanno dato vita a una lista elettorale nella cittadina di Tradate che ha guadagnato il 10,5% dei voti, cioè qualche punto in meno del Partito comunista, e una parte di queste persone avevano vissuto anche la storia della galera, erano stati additati come terroristi (da: Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu, Milano 2016)».
Quella ricerca non diede comunque corso ad alcun successivo rapporto di collaborazione. A quella componente sindacale interessava un’analisi condotta con criteri esterni ai suoi ambiti tradizionali per cercare di comprendere le ragioni della progressiva crisi di rappresentanza che stava scontando, a me (a noi), serviva piuttosto per verificare una serie di ipotesi che in quel periodo andavano maturando in ambiti di riflessione interni alla ripresa di quel lavoro teorico che assumerà negli anni successivi la nominazione, non so quanto appropriata, di post-operaismo.
Della ricerca in questione non vengono qui riprodotte le parti relative ai dati statistici.
S.B.
Niente come prima
Willer Montefusco
Autonomi. I «padovani». Dal 1980 al G8 di Genova del 2001

Claudio Calia, Gianmarco De Pieri, Piero Despali, Massimiliano Gallob, Vilma Mazza, Gli autonomi. I «padovani». Dagli anni Ottanta al G8 di Genova 2001, a cura di Mimmo Sersante, DeriveApprodi, euro 18,00 stampa 27 LUGLIO 2021 di ELISABETTA MICHIELIN
L’ironia è l’inquietudine e la vita scomoda. (V. Jankélévitch, 1964)
Nel 1975 erano 30 dalla Resistenza e nelle scuole si celebrava l’anniversario in modo meno contrastato di oggi. Io ero all’ultimo anno delle superiori e durante un’assemblea d’Istituto mi alzai – era la prima volta – per dire più o meno queste parole: basta con la Resistenza e le celebrazioni retoriche perché oggi noi studenti intendiamo protestare contro l’aumento del costo del biglietto delle corriere; sì, perché tutti abbiamo diritto allo studio e non è giusto che gli operai vedano le conquiste salariali mangiate dall’aumento del costo della vita. In corso c’era questa lotta sui trasporti che vedeva per la prima volta operai del gruppo Zanussi e studenti pendolari della provincia organizzare assieme l’autoriduzione degli abbonamenti.
Certamente la mia non era una posizione isolata o stravagante perché a condividerla erano migliaia di altri studenti e qualche centinaia di operai pendolari che in quei mesi ritrovavano finalmente la loro unità nel territorio.
Ora mi chiedo perché avevamo – evidentemente non ero la sola – questo non rapporto con la memoria. Da una parte certamente esso segnava una indubbia discontinuità rispetto a una storia – quella dei partiti comunisti del ’900 – che non riconoscevamo come nostra. Men che meno ci apparteneva il discorso sulla Resistenza tradita da raccogliere e completare. Dalla Resistenza era nata la Repubblica fondata sul lavoro salariato da cui, al pari dei giovani operai, volevamo tenerci il più lontano possibile. Dall’altra, penso che potevamo permetterci questa non memoria perché eravamo e ci percepivamo vincenti. A cosa serve la memoria se stai vincendo? Da quel passato tutt’al più si prendeva quello che sul momento ti poteva servire e, detto tra noi, non era poi molto. Altra storia sarebbe stata celebrarlo o trarne ispirazione; noi potevamo incontrarlo solo come una coincidenza o come un inerte che riattivi lì per lì. Da questo punto di vista ci piaceva di più la Comune di Parigi mentre la Rivoluzione russa era indagata e discussa nei suoi primissimi anni e per la geniale presa del potere che l’aveva resa possibile.
In aggiunta, mi sento di sostenere senza tema di smentita che mai e poi mai avremmo pensato di diventare vecchi (mi sembravano insopportabili questi ex resistenti e le loro storie gloriose che peraltro sospettavo edulcorate con tutta la libertà che chi ha tutto sommato vinto – per lo meno nella retorica – può permettersi). La rivoluzione è sempre la più giovane, no?
Mi son sentita autorizzata a cominciare con un ricordo personale/politico perché il libro è costruito come riflessione politica agganciata alle esperienze personali dei singoli autori. Un libro di memorie più che il classico saggio storico, scandito dall’entrata in campo delle diverse generazioni politiche a cui appartengono i cinque autori sulla falsariga della suggestiva immagine che usa Piero Despali (il ‘vecchio’) del non più, dell’ancora e del non ancora per riflettere sulla propria vita da comunista: una scansione temporale e concettuale che parte dagli anni Ottanta (la “controrivoluzione”) passando per gli anni Novanta (la rivoluzione dall’alto, o “rinascimento capitalistico” come preferisce chiamarla Piero) per approdare al G8 di Genova del 2001 dove si ferma. Nei vari capitoli, al memoir di Piero si aggiunge così quello di Vilma Mazza che entra in scena in piena repressione (o controrivoluzione) assumendola come un dato di fatto e come orizzonte entro il quale agire politicamente, mentre Massimiliano Gallob e Gianmarco De Pieri, più giovani, arrivano negli anni Novanta e il passato, significativamente, nelle loro parole è una dimensione di cui nulla conoscono e che scoprono più tardi.
Ogni libro è una costruzione pensata e una forma voluta e I «padovani» certo non si sottrae a una precisa progettualità che lo lega direttamente al precedente libro dei fratelli Despali Storia dei Collettivi politici veneti per il potere operaio e, credo, anche al ricco dibattito che ne è seguito nello spazio Pragma di Derive Approdi. Da questo punto di vista, penso che saranno proprio l’impianto del libro e in particolare il memoir di Piero a sollevare qualche problema di ricostruzione storica all’interno di quel sodalizio politico che a quegli eventi ha partecipato direttamente; invece a un recensore esterno quale io sono, piuttosto che il merito della ricostruzione interessa il portato generale di quel che lo compone, vale a dire le forme della militanza e la memoria. Due temi distinti ma intrecciati e intrecciati a loro volta con quella che Piero nel suo testo definisce la rivoluzione dall’alto del capitale. Di fatto, la costruzione di un mondo – e quindi di rapporti di produzione globali affatto nuovi e inediti – che ha mandato in soffitta sia la militanza sia l’attualità della rivoluzione comunista così come era intesa lungo il ’900.
Ecco quindi riemergere la parola Resistenza: “Per me la parola d’ordine del momento era resistere, un brutto verbo, lontano dalla nostra cultura politica e dalla nostra prassi. Ma tant’è. Ci eravamo costretti dalla forza delle cose.” Così Despali all’inizio della sua lunghissima latitanza (a differenza di molti compagni scampati al carcere che scelgono l’esilio francese, tornato di grottesca attualità in questi mesi) nel periodo della più cupa repressione dell’anomalia italiana e della controrivoluzione in atto a livello mondiale con Reagan e la Tatcher.
Piero è così costretto dalla sua posizione di latitante a una distanza fisica che si traduce in una distanza temporale grazie al susseguirsi frenetico di eventi e ai cambiamenti epocali in corso. In questo quadro la resistenza è sì postura etica (rispetto alla dissociazione carceraria ben distinta in tutto il testo dal pentitismo) ma anche ampia riflessione sulla sua figura di militante comunista che nel guardarsi indietro – almeno in questo primo periodo – non vede una distesa di macerie come accade al pentito di turno o al dissociato ma è un non più ancora significativo.
Le parti più interessanti del memoriale di Piero sono infatti il legame stretto fra la figura del militante e la forma del rapporto capitalistico che in Italia nella seconda metà del secolo si palesava come una vera e propria crisi di comando legittimando la convinzione di essere dentro un processo rivoluzionario effettivo. Come spiegare altrimenti repressione e controrivoluzione?
Ma quando negli anni Novanta il capitale attua la sua rivoluzione dall’alto, questa sì globale, – nuovo rinascimento la chiama Piero – tutto cambia e la militanza finisce non per impotenza temporanea ma per palese insufficienza a comprendere la nuova ragione del mondo e tentare l’assalto alle nuove forme e ai nuovi assetti di potere legati al nesso materiale tra realtà soggettiva e processi produttivi che da un lato attingono alle diverse sfere esperienziali e individuali di uomini e donne – conoscenze, emozioni, stili di vita, relazioni, linguaggi – dall’altro, cercano di imporre un unico e omogeneo dispositivo di comando sul lavoro. Non opposizione alle differenze, piuttosto la loro cattura, la loro immobilizzazione e neutralizzazione, poiché sono le differenze e il loro sfruttamento a costituire il fondo comune della ricchezza e del profitto. Una rinnovata giovinezza del capitale che sembra mandare in soffitta ogni possibilità e concetto di rivoluzione così come è stata pensata anche dalle parti più eretiche.

Ecco quindi che scompare quel nesso mezzi/fini che regolava e dava senso al militante comunista la cui azione era subordinata alla rivoluzione; cambia l’uso della forza e cambiano le forme di lotta con il passaggio all’azione diretta di chiara ascendenza anarchica, cambia il modo di fare politica come ambito separato dall’amicizia e dal privato, si passa dalla militanza alla soggettività. Su quest’ultimo punto sono significative le pagine di Massimiliano Gallob che dedica molta parte del proprio scritto proprio alla simpatia secondo lo scozzese Hume (che stava studiando proprio allora), da cui fa scaturire l’amicizia, tra gli affetti la più gioiosa e personale. E, naturalmente, le tavole di Claudio Calia che, disegnando le giornate di Genova, mescola sapientemente la casualità personale e quasi estetica dell’incontro con i «padovani» col ricordo di Carlo Giuliani, “un ragazzo generoso come tanti di noi”.
Ora si potrebbe chiosare maliziosamente Despali ricordando che le donne da tempi non sospetti avevano messo in crisi il concetto leninista di militanza difeso invece a spada tratta proprio dai Collettivi Politici Veneti per il potere operaio. Già nel precedente lavoro dedicato alla sua storia, i due fratelli avevano detto con molta tranquillità che il movimento del ’77 aveva appena sfiorato la loro organizzazione che infatti non aveva prestato ascolto alle donne di quel movimento e al loro grido: non è la mia rivoluzione se non si balla. Che dire? Che solo uno con la testa bassa sull’organizzazione non poteva accorgersene? Sarebbe ingeneroso perché bisogna dare atto a Piero di aver fatto una riflessione profonda, credo definitiva e non priva di sincerità sul proprio essere stato un dirigente dei Collettivi Politici e sullo sforzo personale, politico ed etico, di stare in mezzo alle cose reali per cercare di comprenderle e di cambiarle parlandone e scrivendone senza uno sguardo ex post. Le cose si manifestano infatti sporche e complesse nel loro accadere e anche le catastrofi quali quelle iniziate il 7 aprile del 1979 e proseguite per buona parte degli anni ’80 fino alla loro fine simbolica con la caduta del muro di Berlino esattamente 10 anni dopo, non sono mai tagli netti a meno che non si scelga di fare il salto della quaglia vendendo sé stessi e la propria anima.
Vilma Mazza significativamente parla rispetto al proprio agire politico di lineare presente, di non aver vissuto il 7 aprile come una cesura non essendoci proprio stata politicamente prima. Evidentemente una continuità della struttura organizzativa che, seppure gravemente mutilata, è anche quella che sorregge la latitanza di Piero, o per meglio dire, il senso della latitanza di Piero. Una struttura che permette ai «padovani» nel bene e nel male di aprirsi al nuovo: nuove tecnologie, nuove forme di aggregazione come i centri sociali e gli esperimenti di municipalismo mutuati dagli zapatisti in una nuova visione dell’internazionalismo, nuova riflessione e nuova pratica sul terreno del reddito di cittadinanza, nuova ecologia e nuove forme dell’agire e dello stare in piazza. Ambiti che cominciavano ad affacciarsi sulla scena e a delinearsi come punti nodali di una inedita complessità donde l’urgenza a dotarsi di nuovi strumenti politici per cambiare l’ordine delle cose.

Sono 20 anni da Genova. I «padovani» parlano poco del massacro della Diaz, di più del venerdì in cui il corteo viene attaccato per ore dalla polizia fino all’epilogo di piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani che è rimasta sanguinosa memoria per quella generazione. Non si può che rilevare una ingenuità politica (la mancanza di un piano B), sconcertante, che porta a riflettere su quanto l’organizzazione fosse al tempo stesso superflua in quanto retaggio del passato eppure necessaria soprattutto in quella specifica circostanza quando via Tolemaide diventa una imprevista zona rossa e per ore viene praticato il “diritto di resistenza”. Una contraddizione irrisolta che il Genova Social Forum non riuscirà a sciogliere e che si rivelerà drammatica dopo le torri gemelle di lì a pochi mesi e l’entrata prepotente della guerra come orizzonte e altra faccia della globalizzazione.
Eppure se tutto è cambiato, non è cambiata quella violenza istituzionale e dello Stato che si riproduce uguale nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere. Una memoria che non vorremmo, che non serve a nulla se non a misurare l’impotenza e la rabbia.
Quindi io dico – nonostante li legga tutti, questi libri – basta con la memoria. Se è vero che si dice prima le lotte poi la teoria, allo stesso modo si deve dire prima le lotte poi la memoria come dispositivo attivo e produttivo.
Per tutte queste ragioni, nonostante riconosca la lodevole intenzione della casa editrice Derive Approdi, la lettura di tutti questi libri che vogliono ricostruire una storia dei movimenti radicali del ’900 italiano di parte e fuori dai tribunali, ogni volta mi è personalmente urticante, e questo di Piero lo trovo il memoir definitivo di quella stagione. Un memoir che non è nostalgico – per fortuna – ma venato anche di ironia, compagna perfetta dell’intelligenza politica.
Oltre l’umano, oltre i post, oltre…
Non si può rimettere il dentifricio nel tubetto
Pubblichiamo la trascrizione di un intervento svolto in occasione di un incontro organizzato dalle realtà di Labas e Tpo che ha avuto luogo l’11 e 12 settembre 2021 a Bologna. Vilma Mazza è coautrice con Gianmarco De Pieri, Piero Despali e Massimiliano Gallob del libro di recente pubblicazione Gli autonomi. I «padovani». Dagli anni Ottanta al G8 di Genova 2001, a cura di Mimmo Sersante, DeriveApprodi, 2021.Collabora inoltre con lo spazio «Pragma» dell’Archivio Autonomia. «Pragma» è uno spazio a disposizione per interventi, dibattiti e riflessioni sulla memoria delle progettualità teoriche, politiche e organizzative delle realtà dell’Autonomia operaia del secolo scorso (vedi anche l’intervista su Machina del 3 aprile scorso) ma è anche uno spazio che «guarda al futuro», che propone riflessioni, analisi e possibili ipotesi di scenari sulla e della realtà futura, sulle future «contraddizioni di classe». Parafrasando un vecchio compagno si può affermare che nel presente, «grande è la confusione sotto il cielo» ma non per questo si può concludere che «dunque, la situazione è eccellente». C’è quindi bisogno di una lettura non tanto e non solo dell’oggi, con tutte le sue realtà avvolte da «lacci e lacciuoli», ma di uno sguardo sulle «tendenze» dei conflitti di classe dei prossimi anni e decenni.
* * *
È tempo di riconoscere che stiamo vivendo una nuova era. Se siamo però in grado di riconoscere quali sono gli elementi nuovi che giustificano un cambiamento epocale, di fronte alla radicale novità non è mai possibile subito inquadrarne la complessità. Se ne vede un piccolo pezzo, su quello indugiano gli sguardi, lo riconoscono, risulta familiare, lo si interpreta con categorie di cui si è già padroni. Il resto, ancora sconosciuto e restio alle interpretazioni, si cerca spesso di evitarlo. Basta pensare, ad esempio, a quel che è successo all’arrivo della pandemia del Covid. La prima reazione è stata cercare di ancorarsi alle certezze conosciute. Catapultati da un giorno all’altro nella radicale novità è spuntata rapida la paura, un sentimento conservatore che ha portato a proteggerci e a proteggere, o si è restati a bocca aperta, basiti, stupiti, alle volte instupiditi, inermi di fronte a ciò che accadeva.
Quando Marx in giovane età ha cominciato a scrivere di capitalismo riusciva a intravedere quel che il mondo sarebbe diventato. Il capitalismo era ai suoi inizi, ma lui riusciva a cogliere che quella cosa era diversa dal solito sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Marx era un visionario.
Quando ci interfacciamo a un nuovo cambiamento d’epoca, non possiamo pretendere di riuscire a mettere tutti i pezzi assieme immediatamente. È complicato risolvere il problema di come cambiare il mondo mentre lo vediamo cambiare.
Noi stessi sentiamo che tutto sta mutando, ma non riusciamo ancora bene a incastrare tutti i pezzi nel puzzle. Dobbiamo quindi armarci di pazienza e al tempo stesso essere visionari, tentare di non appiattirci su ideologie che pretendono di aver già capito cosa sta succedendo, propongono un pacchetto interpretativo completo e spiegano il nuovo mondo con uno schema vecchio, un pensiero già chiuso, un nuovo «ismo». Finora diverse sono state le definizioni dell’era in cui siamo immersi.
C’è chi la definisce «antropocene», un’era che ha l’uomo al suo centro e sta ancora dibattendo se è iniziata 3000 anni fa con l’homo sapiens o con la centralità nel secolo scorso del sistema produttivo industriale.
C’è chi suggerisce che navighiamo oggi nel «capitalocene», un’era che ha nel capitale il suo principale fenomeno plasmante.
C’è chi inizia a usare la definizione «ibridocene», una fase che pone al centro l’ibridazione fra fisico e virtuale, un’era in cui le cose non sono ancora definite, l’era dei grandi cambiamenti in corso.
C’è chi come Donna Haraway, autrice vent’anni fa dell’anticipatorio testo Manifesto Cyborg, aggiunge a tutte queste definizioni anche «cthulhucene», per sottolineare la necessità di pensare a un’epoca al cui centro non c’è solo l’umano ma le varie specie che assieme al cyborg costruiscono la contemporaneità. Di certo una visionaria capace di stimolarci in maniera intrigante.
Per spingerci oltre non possiamo accontentarci di una sola di queste definizioni, perché tutte centrano un po’ il punto o meglio uno dei punti, dobbiamo anche cercare di andare oltre quei dualismi che siamo stati abituati a considerare fondamentali e che oggi ci sembrano inservibili.
Come poter parlare ancora oggi del dualismo uomo/natura? Siamo ancora convinti che possiamo auspicare un ritorno alla natura selvaggia e all’uomo «buon selvaggio» quando siamo nell’epoca delle clonazioni e della natura che cambia mentre noi cambiamo? Possiamo ancora avere la pretesa di essere gli unici esseri senzienti della galassia? Può quindi il concetto di natura essere ancora relegato solo al nostro pianeta?
E poi, come possiamo ancora interpretare il presente con la dicotomia uomo/macchina, che è stata fondamentale per la nascita del capitalismo della catena di montaggio, ma viene resa oggi inutilizzabile da una produttività basata sul cyborg, sulla connettività, sul lavoro immateriale?
Come possiamo pensare che possa ancora essere servibile la dicotomia uomo/donna, da sempre usata per giustificare e spiegare una realtà di sfruttamento e sottomissione di genere, quando parliamo da anni ormai di superamento dei generi?
Il nostro sforzo deve andare oltre le definizioni, i dualismi, e anche ben oltre i post, che hanno caratterizzato e in parte continuano a caratterizzare la ricerca in questi anni.
Non è più sufficiente, ad esempio, parlare di postfordismo, utile a definire il passaggio della centralità dello sfruttamento dalla fabbrica a tutto il sociale, così come di postmoderno utilizzato per definire la nuova complessità epocale. C’è l’antico vizio di usare i post-qualcosa per ammettere che qualcosa è cambiato, ma nel definirlo ci riferiamo a un passato conosciuto e rassicurante. Un modo, in fondo, per non dover mettere tutto in discussione.
Oltre l’umano
Un tentativo oggi di definire il mondo in cui viviamo con tutti questi strumenti somiglia molto al tentativo di rimettere il dentifricio dentro il suo tubetto.
Dove siamo quindi? In che mondo viviamo? Siamo in un’epoca, un’era che forse possiamo iniziare a descrivere come «oltre l’umano».
Dove abitiamo?
Il nostro habitat, ambiente abitabile, è per lo meno tridimensionale: siamo nel territorio, siamo nel virtuale, siamo nell’universo.
Siamo nel territorio, dove il nostro piede calpesta il suolo.
Siamo nel 2021, siamo 7 miliardi e 800 milioni, dei quali il 66,6% utilizza un cellulare, il 59,5% ha un accesso a Internet e il 53% è utente di social network, trascorrendo mediamente 7 ore al giorno online. Questi dati bastano per renderci conto che la dimensione digitale è reale, siamo anche questo.
Siamo nell’universo, dimensione intrigante su cui vale la pena soffermarsi. La geopolitica spaziale non è fantascienza, dobbiamo cominciare a parlare di satelliti, di estrazione da asteroidi e di terraformazione, perché tutto questo, mentre ne discutiamo, sta già avvenendo.
I satelliti
Oggi ci sono circa 2700 satelliti in orbita, di cui si servono tutte le funzioni digitali che quotidianamente utilizziamo. Di queste macchine orbitanti 1300 sono americane, 300 sono cinesi, 280 di multinazionali, seguono quelle di altri vari Stati. Per immettere un satellite in atmosfera c’è bisogno di una piattaforma di lancio. Chiunque, avendo i capitali, può comprare un satellite ma per metterlo in funzione dovrà pagare qualcuno che può permettersi la tecnologia necessaria per lanciarlo. A oggi chi sono i «lanciatori nello spazio»? Sei paesi, potenze vecchie o emergenti, Usa, Cina, Russia, Francia (… e non l’Europa), Giappone e India. A questi si sono aggiunti tre privati, Space X con Elon Musk e Paypal, Blue Origin con Jeff Bezos e Amazon, Virgin Galactic con Richard Branson e Virgin Group. Perché vanno messi assieme logo e persona? Perché dobbiamo sempre pensare al potere non come una cosa astratta. I nemici, anche in questa nuova era, non ci mancano, hanno volti, luoghi e contesti ben definiti. Questi colossi stanno acquisendo infatti un tale potere tecnologico che gli stessi Stati Uniti per lanciare i satelliti usano più le piattaforme di lancio private che quelle statali. Tutto questo comincia a interessare anche il nostro piccolo, le nostre dimensioni locali. Nelle nostre università, come a Bologna, per esempio, c’è un corso universitario specifico in progettazione di satelliti.
Le nuove frontiere di ricerca nell’utilizzo dei satelliti riguardano anche lo stoccaggio dei dati attraverso la fisica quantistica. Sappiamo tutti che Google accumula big data, i nostri big data, e sappiamo che questi vanno a finire nelle big farm, strutture sempre più grandi, sempre più potenti, sempre meglio controllate e blindate. A breve, tramite la compressione dei dati con la fisica quantistica e il loro conseguente stoccaggio sui satelliti, vedremo aumentare a dismisura la militarizzazione dello spazio per difendere i dati dalla predazione altrui. La guerra nello spazio sta cambiando, è già un meccanismo molto complesso, non è più da tempo quella fra americani e russi come ai tempi di Laika e dell’uomo sulla Luna.
Estrazione sugli asteroidi
Se parliamo di spazio dobbiamo dirci che l’estrazione di materiali sugli asteroidi è già realtà. Materie prime rare, quelle che vengono chiamati «metalli rari», necessarie per il funzionamento dei dispositivi mobili e poco disponibili sulla Terra, sono presenti abbondantemente sugli asteroidi. L’utilizzo di robot e droni al fine di estrarre materiali e riportarli sulla Terra è già a tema. Questo comporta, per cominciare, un grandissimo problema giuridico. Così come gli oceani sono infatti considerati proprietà dell’umanità, cioè di tutti, a usufrutto di tutti, per cui chiunque con la sua barca può tranquillamente andarci a pescare, così l’unica legge internazionale sullo spazio del 1967 dichiara i corpi celesti proprietà dell’umanità. Se una corporation non può quindi giuridicamente prendere possesso di un asteroide, può però estrarne materiali e portarseli a casa, creando un enorme problema di concorrenza. Anche in questo caso le nuove frontiere dell’estrattivismo andranno protette militarmente.
Proviamo a non essere miopi. È impossibile che tutto questo non abbia ripercussioni immediate anche sul nostro pianeta, perché i robot che le corporation stanno progettando per portare avanti l’estrazione di materiali nello spazio saranno immediatamente utilizzabili per i progetti di fracking o estrazione sulla Terra.
Terraformazione
La terza grande frontiera della ricerca spaziale è la terraformazione. Ancora non sappiamo se alla fine l’umanità vivrà mai su Marte, fatto sta che tutta la tecnologia che viene utilizzata per terraformare il pianeta rosso è assolutamente già applicabile sulla terra. Stiamo parlando per esempio di nuove configurazioni antropiche. È noto l’esperimento che ha coinvolto due gemelli astronauti, Scott e Mark Kelly, uno dei quali restando un anno in orbita sulla ISS ha visto cambiare la sua struttura morfologica per rispondere all’adattamento ambientale spaziale, mentre l’altro, nella sua quotidianità terrestre, non ha subito alcuna modifica. Tutto questo apre nuovi scenari alla ricerca medica e non.
Terraformare Marte significa progettare nuove colture che possano resistere in quel suolo ma che saranno anche utilissime sulla terra per mettere a coltivazione ampie zone del nostro pianeta in via di desertificazione così come il cambiamento della nostra struttura antropica potrebbe servire alla nostra specie per continuare a vivere e sfruttare quelle zone del pianeta a noi già inaccessibili.
Tutti questi aspetti delle nuove frontiere spaziali comportano una necessità di controllo diretto per proteggere i propri investimenti, l’utilizzo di nuovi saperi per sperimentazioni militari, un’enorme quantità di capitale e la comparsa inevitabile di nuovi conflitti di potere, perché è sempre più chiaro, oggi come nel secolo scorso, che chi controlla lo spazio controlla anche la Terra.
I mattoni del nostro habitat
L’intelaiatura del nostro habitat tridimensionale (territorio, virtuale e spazio) è sorretta dalle sinergie di quelle che vengono definite tecnologie convergenti.
Parliamo di scienze come le biotecnologie, ovvero qualsiasi applicazione tecnologica che utilizzi sistemi biologici, esseri viventi o loro derivati per realizzare prodotti per un uso specifico. È di questi giorni la notizia dello sviluppo in campo agricolo delle cosiddette NGT, «nuove tecniche genetiche», in parte approvate anche dai Verdi, e che vanno oltre i «cattivi OGM», che abbiamo imparato a combattere, ma che si dice potrebbero essere utilissime per lo sviluppo dell’agricoltura e per contrastare la fame nel mondo.
Parliamo di nanotecnologie, quel ramo della scienza applicato alla tecnologia che comporta il controllo della materia su scala dimensionale di un nanometro, un miliardesimo di un metro, manipolazione della materia a livello atomico. Le sue applicazioni sono già tante, dall’energia alla pulizia dell’acqua, alla medicina.
Parliamo di tecnologie dell’informazione, l’insieme dei metodi e delle tecniche utilizzate nella trasmissione, ricezione e elaborazione dei dati.
Parliamo di scienze cognitive, discipline che hanno per oggetto lo studio dei pensieri cognitivi umani e artificiali come l’Intelligenza Artificiale, le neuroscienze, la psicologia cognitiva, l’antropologia.
Tutti questi rami delle scienze oggi sono forzati dal potere a pensarsi parcellizzati. Non è astrazione o pensiero futuribile, è la nostra realtà, per cui come un tempo era necessario conoscere attentamente il ciclo di produzione di fabbrica per sabotarlo e riappropriarsi del salario uscendo dal ricatto del lavoro, così oggi è necessario capire il funzionamento di scienze/tecnologie per estrarne il potenziale di liberazione. Dei piccoli esempi: forse con le nanotecnologie potremmo essere in grado di curare varie malattie? Forse gli esoscheletri saranno certamente utilizzati per i soldati cyborg, ma potrebbero aiutare a camminare tutti quelli oggi in carrozzina? E allora no agli esoscheletri armi di morte e sì agli esoscheletri per chi potrebbe averne bisogno per vivere meglio e non solo per chi può pagarseli.
Questo è il mondo in cui siamo, dove siamo situati come si usa dire oggi. Tocca a noi sviluppare un intreccio di saperi multidisciplinari liberi, che facciano interagire le scienze accompagnate, perché no, dalla capacità anticipatoria di altri linguaggi come quelli artistici.
Oltre l’umano
L’umano come lo intendono le religioni che mettono al centro l’uomo in quanto creato da un dio e anche l’umano come lo intende il pensiero progressista/laico che mette al centro l’homo sapiens, tappa ultima e immutabile dell’evoluzione e riferimento del Tutto.
Andare oltre l’umano per non restare schiacciati da visioni catastrofiche che non permettono di vedere oltre, come se la fine della storia fosse possibile. Siamo abituati a pensare la specie umana come il Tutto e non invece come una parzialità dentro un insieme più ampio di Tutto, fatto di Terra, cosmo, specie…
Insomma, in poche parole, relativizziamoci, siamo in compagnia del T‑Rex, di ET e di Roy Batty.
Comando finanziario
Con queste premesse proviamo a dare un nome per inquadrare il potere contemporaneo: comando finanziario. Le parole che usiamo plasmano la nostra realtà e continuare a usare parole vecchie per interpretare fenomeni nuovi è un meccanismo regressivo. È tempo di rompere il nostro lessico e forzarlo per costruire un nuovo vocabolario.
Partiamo da alcune definizioni marxiste. In particolare dalle pagine dei Grundrisse quando Marx si sofferma sul fatto che il capitale non è il Soggetto a tutto tondo al quale ricondurre ogni cosa ma un rapporto sociale e di classe, un rapporto di forza, con i suoi alti e bassi, che si sviluppa nelle lotte di classe, in forme contradditorie e in perenne evoluzione. L’inarrestabile conflitto tra il capitale che guarda al profitto e il lavoro che vuole liberarsi.
Lasciamo perdere tutte le teorie che fanno del capitale un Moloch inattaccabile.
Il mondo in cui viviamo l’abbiamo costruito noi. Nella realtà, ancor oggi più pervasivamente, vediamo configurarsi la continua tensione ambivalente fra le possibilità di liberazione e le barbare brame di profitto.
Facciamo anche in questo caso dei piccoli esempi.
Pensiamo ai bitcoin. È il 2008, esplode la lunga fase di crisi economica. Primo gennaio 2009, vengono varati i bitcoin. All’inizio, il gruppo di informatici che ha inventato l’algoritmo dei bitcoin, noti con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, ha pensato a un meccanismo di rottura, perché le intenzioni erano quelle di strappare la moneta al monopolio degli Stati e delle banche. Nel corso degli anni, invece, il bitcoin è diventato una valuta usata per esempio da El Salvador come moneta statale, ultima spiaggia per attirare i grandi capitali. I bitcoin, partiti in un certo modo oggi sono diventate una valuta come tutte le altre.
Per continuare, quando per la prima volta nel ’57 fu mandato il primo segnale di dati tramite packet switching telefonico, i tipi che avevano le due cornette del telefono in mano sapevano che quel modo di comunicare era totalmente diverso dai precedenti, certo non potevano immaginare Internet. In realtà era uno dei primi passi di quello che sarebbe poi diventato Internet, qualcosa che aveva le potenzialità di liberare una nuova forma di comunicazione, ma anche in questo settore i rapporti di capitale hanno fatto valere la loro voracità di profitto.
Ovunque guardiamo troviamo sempre potenzialità di liberazione e capacità di sfruttamento al servizio delle logiche di profitto.
Un ultimo esempio: Google è sfruttamento, ma è costruito su delle potenzialità di liberazione comunicative e applicative immense.
Si è provato finora a definire in vari modi il capitalismo.
Capitalismo biopolitico (Foucault), ovvero un rapporto di capitale che non agisce più solo sulla relazione di lavoro ma entro cui gli stessi corpi sono messi a valore.
Capitalismo della sorveglianza (Zuboff), ovvero il controllo e la messa a valore da parte delle big companies di tutti i dati che produciamo accedendo all’infosfera.
Capitalismo finanziario, definizione che coglie il momento storico in cui siamo e dove, se prima secondo il dogma marxiano il denaro produceva merce e poi la merce produceva denaro, oggi viviamo invece in una dimensione in cui è lo stesso denaro a produrre altro denaro tramite la speculazione in borsa, una dimensione talmente pervasiva che è diventato uno dei meccanismi che regola il presente. E ancora, è denaro virtuale che produce denaro virtuale, rendendo ancor più manifesto come questo sia un’astrazione, una convenzione.
La nuova forma del potere capitalista oggi si esprime con il comando finanziario. Un integrato di meccanismi caratterizzati dalla voracità e dalla pervasività delle logiche di profitto, alimentato da nuove regole e codici che agiscono attraverso algoritmi, secondo regole proprie e oltre i meccanismi classici dell’economia.
Nelle precedenti fasi forse tutto sembrava più chiaro. Al tempo del fordismo tutto era più leggibile: il capitalismo si appoggiava agli Stati-nazione per far produrre la fabbrica perché questi avevano il monopolio dell’uso della forza e del controllo della società. Già negli anni del capitalismo biopolitico e della globalizzazione, i meccanismi diventano più fluidi e contradditori. Pensiamo solo alla funzione dello Stato-nazione profondamente modificata dalla spinta del potere verso le grandi istituzioni internazionali multilevel (Fmi, G8, Bce, Commissione europea, G2, G20…) a cui viene delegata, in parte e in maniera contradditoria, la tensione a governare il pianeta.
Il comando finanziario, per usare una metafora, è una «giostra a calci in culo» in cui tutti vogliono salire sui seggiolini per cercare di arrivare al premio, sgomitando e spingendo a più non posso, alleandosi provvisoriamente con chi ti dà una spinta salvo poi scalciarlo per arrivare per primi. Poi la giostra si ferma per ripartire poco dopo ancora con tutti i seggiolini pieni.
Nessuno vuole restare escluso dalla possibilità del premio. Un gioco a cui tutti vogliono partecipare, che siano i grandi capitali, i sottosistemi di potere o l’ultimo migrante sbarcato sulle nostre coste con la speranza di vivere una vita migliore.
Certo non tutti i potenziali giocatori hanno lo stesso peso e la stessa stazza. Soffermiamoci sui giocatori più forti, quelli che chiamiamo sottosistemi.
Premessa: quando parliamo di sottosistemi parliamo anche di una situazione in evoluzione, conflittuale e contradditoria al proprio interno.
Per sottosistemi oggi intendiamo sia le vecchie e nuove potenze statali come Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone ecc., sia i grandi agglomerati di movimentazione di capitale come l’economia criminale, che muove a oggi il 7% del Pil mondiale.
Intendiamo le big corporation ma anche il sottosistema crescente dell’islam politico, una ideologia violentemente reazionaria che sta prendendo piede parallelamente ai nostri populismi e che è l’idea di un governo della società che metta al primo posto la religione.
Analizzare gli islam politici, tanti e spesso in diretta competizione bellica fra loro, è importante per rendersi conto di come quanto è successo, ad esempio, in Afghanistan non sia imputabile unicamente agli Usa, ma si inserisca dentro la complessità del comando finanziario, aiutandoci ad andare oltre il discorso post-coloniale. Quando parliamo di Afghanistan, certo è ancora fondamentale tenere ben presente il gioco di scacchi fra i vecchi sottosistemi nazionali di Usa, Russia e Cina per il controllo dei territori, ma è però anche necessario ricordare che è lì che l’80% dell’eroina mondiale viene prodotta. Se negli ultimi 20 anni la guerra in Afghanistan è costata agli americani 2300 miliardi di dollari, nello stesso periodo i talebani tramite il traffico d’oppio si stima abbiano guadagnato 120 miliardi di dollari, distribuendo redditi e controllando società e consenso. È così che il nuovo governo talebano entra a pieno nel sistema di comando finanziario. Questo anche grazie alle ipocrisie del proibizionismo imperante.
Come ultimo punto va anche tenuto presente che esiste un popolo afghano, al cui interno vi è una parte, non certo minoritaria, responsabile della situazione di terribile violenza e non solo un’innocente marionetta maneggiata da altri, un’altra parte, anche questa non minoritaria, che accetta la situazione e una minoranza in particolare le donne che resistono. A loro il nostro massimo rispetto.
Piccolo inciso: ricordiamoci che se parliamo di sottosistemi val la pena citare anche la grande azienda Chiesa Cattolica, con il suo manager Papa Francesco, che se anche al momento ha dei grossi problemi di solvibilità e contante continua a essere una struttura di potere non indifferente.
Analizzare i sottosistemi ci serve per non semplificare, per renderci conto che esistono ancora dei poteri fisici che si possono affrontare e colpire, senza continuare ad addossare la totalità delle responsabilità ai soliti noti, come gli Usa o le banche, che fra l’altro si caratterizzano oggi come delle istituzioni fortemente in ritardo sulle tecnologie di comando.
Anche qui un piccolo esempio: mentre i vertici della Bce dichiarano che nei prossimi cinque anni pensano di realizzare l’emissione di una moneta digitale, la Cina una moneta digitale già la possiede ed è una moneta a loro utilissima per commerciare con quei paesi come Iran o Corea del Nord che sono sottoposti a sanzioni, garantendo così il commercio libero dai vincoli degli Swift, i codici di protocollo che ognuno di noi ha sul proprio conto corrente.
Che fare?
Intanto capirci qualcosa.
Tutto quel che è l’assetto globale oggi abbisogna quindi di approfondimento, per conoscere le viscere del comando finanziario, i suoi ingranaggi. Abbiamo necessità di interloquire con esperti di diversi settori, dobbiamo cominciare a interpretare il presente attraverso un multipensiero, che faccia comunicare scienze e saperi differenti.
Abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario che allontani vecchi lemmi come quei «beni comuni» definiti quasi come entità fissate e immobili in un mondo in cui invece tutto è in transito e in cui si può pulire e rendere potabile l’acqua con l’uso di nanotecnologie.
Un nuovo vocabolario che non si pieghi alle facili mode, come ad esempio la parola ormai diventata un mantra: resilienza. Che assomiglia più all’atteggiamento di Fantozzi davanti al padrone, ovvero l’adattamento privo di conflitto a ogni situazione in cui si è costretti a vivere.
Perché non provare a inserire nel nostro lessico parole come multidisciplinarietà, relazione, interdipendenza, contaminazione? Perché non provare ad ascoltare un fisico e insieme guardare un film che parla di donne afghane? Perché non sfidare la mescolanza di saperi? Forse riusciremmo così a costruire una conoscenza autonoma, una cooperazione delle conoscenze come atto di autonomia per avere una visione del futuro e praticare un presente di libertà.
Oltre a capirci qualcosa dovremmo anche porci nuove domande, mentre indaghiamo. Con/ricerca, inchiesta andrebbero illuminate da una nuova luce.
Anche nel fare dovremmo porci nuovi interrogativi: come ci organizziamo, come lottiamo, come agiamo il conflitto, come resistiamo, ma anche sabotiamo il potere?
Insomma come riannodiamo teoria e pratica dentro l’orizzonte del nostro tempo in cambiamento.
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser».
Dal film Blade runner
Immagine: Maurizio Cannavacciuolo, Claudio, 1995, olio su tela, 190 x 110 cm
il Ciclostile n.7
Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale
Pubblichiamo qui uno stralcio della conversazione di Franco Piperno con Claudio Dionesalvi che Machina ha anticipato in vista della prossima uscita del primo dei volumi che tratteranno le “Autonomie” meridionali edito da DeriveApprodi nella collana “Gli Autonomi”.
* * *
Come mai le insorgenze meridionali, che pure nel corso della storia antica e recente ci sono state, non hanno dato luogo a fenomeni di espansione dell’autonomia amministrativa e politica? Le rivolte e le rivoluzioni a Sud, dal Seicento fino a quelle del Novecento, sono sempre state segnate da sommovimenti violenti e spontanei che, però, nel giro di un pugno di giorni o di mesi sono rientrate nell’alveo dei dispositivi di potere locale (aristocrazia locale, baronie, latifondisti, galantuomini, luogotenenti e classe politica). Esemplare è la questione della terra: le lotte e i sacrifici contadini nell’Ottocento e nel Novecento hanno prodotto la riforma agraria che, purtroppo, è confluita, da una parte, in nuova emigrazione negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: la terra senza mezzi non poteva essere lavorata, dall’altra nella Cassa per il Mezzogiorno.
Queste azioni non hanno dato vita a processi costituenti per motivazioni analoghe a quelle dei giorni nostri: si può transitare da una fase feudale o preborghese, a una fase borghese o capitalista, purché si abbia un’accumulazione originaria che lo permetta. La mafia, la ’ndrangheta e in misura minore la camorra, sono l’espressione di questi tentativi di avere quell’accumulazione originaria che ha permesso loro di diventare borghesi. È chiaro che si tratta di tentativi criminali, ma rimangono del tutto autentici. Sono stato per qualche tempo in Germania, a Colonia, dove ho potuto constatare da vicino i livelli di penetrazione delle famiglie meridionali in quei territori, alcune delle quali segnate da origini ’ndranghetiste. I servizi forniti da questo segmento di popolazione, che è il retroterra consensuale della criminalità organizzata, sono spesso tra i migliori servizi che ci siano a disposizione. In un ristorante a Colonia, gestito dalla ’ndrangheta, puoi star sicuro di gustare una pizza migliore di quella preparata in un locale gestito dal prete. Non ce l’ho coi preti. Voglio solo indicarli come termini di paragone, come modello di un comportamento conforme alle leggi. La difficoltà che lo Stato italiano incontra a eliminare questa forma organizzata di criminalità è dovuta al fatto che essa raccoglie un’esigenza di modernità, per quanto paradossale sia. La struttura della criminalità si basa su relazioni premoderne o preborghesi. In Calabria è basata molto sulle relazioni familiari o parafamiliari che ovviamente sono pressoché impermeabili rispetto alla legge. È molto difficile, da noi, tradire un parente. Al di là degli aspetti penali, è un aspetto morale: non tradisci tuo fratello o tuo cugino. Questo è un elemento di forza, permette alla criminalità di operare come una borghesia nella sua fase iniziale. In altri termini, i criminali ci sono dappertutto, ma gli ’ndranghetisti non si limitano a fare i criminali. Loro interpretano un bisogno che è quello dell’arricchitevi, un bisogno che introduce il mercato capitalistico. E lo soddisfano, non avendo a disposizione né le banche né lo Stato, nell’unico modo possibile, che peraltro è il modo nel quale è avvenuto in Inghilterra o in Francia, cioè l’accumulazione originale in termini di violenza e appropriazione. È significativo che siamo alla sesta legge eccezionale per il Sud, a partire dalla legge Pica, che è del 1864. Pica era un deputato. È interessante che la sua legge non sia stata applicata alla Sicilia, ma solo al continente. La mancata applicazione in quel territorio è dovuta al fatto che la mafia siciliana aveva davvero aiutato Garibaldi a scacciare i Borbone dalla Sicilia. Non era avvenuto lo stesso sul continente, dove all’epoca non c’era una criminalità organizzata come quella siciliana. La mafia calabrese era magari anche d’origine massonica, però legata ai paesi, cioè non si trattava di un’organizzazione regionale. Ogni paese aveva questo nucleo d’ordine: in paesi come San Giovanni in Fiore, perduti nella Sila, chi assicurava anche una vita conforme a delle regole erano gli stessi che saranno poi considerati criminali. In 150 anni non si è stati capaci di affrontare questo problema, se non «alla Gratteri», quindi mediante retate di 300 persone e processi chiamati formalmente «maxiprocessi», nei quali si perde la responsabilità individuale. Ma è impossibile esaminare la responsabilità di 400 persone nello stesso processo! È significativo quel che mi ha raccontato Giuliano Vassalli, che da giovane è stato uno studente di Alfredo Rocco, il legislatore, quello del codice penale. Quando Rocco preparò il codice, che in parte è ancora quello vigente, si rifiutò di introdurre la figura del pentito che era già presente nella legislazione inglese, perché sosteneva che questo avrebbe comportato l’uso dei sentimenti più bassi dell’essere umano, quindi una forma di corruzione morale. Lo stesso Rocco, sebbene fosse legislatore fascista, si rifiutò anche di concepire i processi in massa, perché anch’egli era convinto che la responsabilità penale potesse essere solo individuale. Cito questi aspetti non per rendere un omaggio a Rocco, ma solo per sottolineare quanto il problema della criminalità nel Sud, che è uno degli aspetti dell’identità deformata, sia un problema sociale, non di ordine pubblico. Quando il Meridione è stato gettato nel mercato, a livello di questo processo d’arricchimento l’unica resistenza è venuta dalle organizzazioni criminali che non sono criminali nel senso estenuato. In ogni città ci sono dei criminali, ma quando parliamo della ’ndrangheta è verosimile e corretto paragonarla alla massoneria, piuttosto che alla frantumata delinquenza che uno incontra a Firenze o a Torino. Sempre a proposito di insorgenze, una delle ultime forme di ribellione è stata quella dell’Autonomia o forse è più calzante parlare di «autonomie».
E che lettura ne dai?
Per quanto riguarda l’autonomia propriamente detta, e io la intendo nel fenomeno che ha nel ’77 il suo aspetto più significativo e ricco, io non vivevo nel Sud. Era un periodo – spiega – in cui insegnavo a Milano e abitavo a Roma. Quindi il mio rapporto con l’Autonomia era soprattutto attraverso una rivista che si chiamava «Metropoli».
Quella collaborazione ti costò cara perché una sua espressione, «geometrica potenza», riferita alle Brigate rosse, spinse la Digos a suonare al suo citofono.
Sì, è divertente perché io avrei compreso le misure contro di me se si fosse trattato di un premio letterario. Essendo un po’ dannunziana come frase, avrei potuto capire che un giudice educato dalla tradizione italiana potesse avercela con me per quell’aspetto becero, invece per via di quella frasetta mi hanno accusato di aver commesso 20 omicidi e 15 rapine. È significativo l’episodio che mi è accaduto in Francia dove avevo provato a rifugiarmi e sono stato catturato. I giudici romani hanno chiesto la mia estradizione. Nel corso dei riti giudiziari legati a questa richiesta, il procuratore francese mi ha interrogato per vedere se io fossi disposto a rientrare in Italia senza opporre alcuna resistenza legale. Il Pm francese mi ha declamato tutti i capi d’accusa formulati contro di me dalla magistratura italiana. Oltre ai presunti reati di omicidio e un numero sterminato di rapine, c’era pure «intralcio al traffico», perché in effetti quando si rapina una banca magari si parcheggia la macchina vicino alla banca da rapinare e questo gesto costituisce intralcio per la circolazione stradale. Quando il procuratore mi ha chiesto se io mi riconoscessi colpevole di qualcosa, io ho risposto di sì. Il mio legale era una persona straordinaria. Si chiamava Kejiman, un vecchio avvocato antifascista che aveva fatto la Resistenza. Impressionato dalla mia risposta affermativa alla domanda del procuratore, è balzato in piedi e mi ha detto: «Ma che fai, Franco?». Allora il Pm lo ha ammonito: «Avvocato, lei stia seduto altrimenti la allontano dall’aula». Poi si è rivolto verso di me: «Allora, si riconosce colpevole di qualcosa?». Rispondo: «Sì». E lui: «Di quali reati?». Risposi: «Intralcio al traffico». A quel punto il procuratore si è incazzato e mi ha rispedito in cella.
Al di là delle vicissitudini individuali di quel periodo storico, rimane il problema di definire l’essenza e i contorni dell’Autonomia di quegli anni. Possiamo dunque parlare di una forma unica o è più adeguato intenderla nel senso delle variegate forme di autonomia diffusa?
Nell’autonomia operaia italiana degli anni Settanta possiamo individuare diversi aspetti. Ce n’era uno disperato e rancoroso. La dimensione insurrezionale, che aveva avuto l’Italia a partire dal ’68, si era chiusa con la crisi del petrolio all’inizio degli anni Settanta. Prima del periodo tra il ’72 e il ’73, gli operai controllavano letteralmente la fabbrica, tanto è vero che l’assenteismo si attestava intorno al 25 per cento a Mirafiori; una situazione del genere si era verificata solo nel biennio rosso, ai primi del Novecento. Da quando è cominciata la crisi del petrolio, che ha avuto un’origine americana, l’assenteismo si è ridotto al 5 per cento. Agnelli ha iniziato a licenziare. La sua sarebbe stata un’azione inconcepibile fino alla crisi petrolifera, prima della quale gli operai praticavano l’assenteismo ma il padrone non osava licenziare perché era diventato un problema di ordine pubblico. Quindi nel ’77 è evidente una sconfitta operaia nelle fabbriche. Tutto dipendeva infatti dai rapporti di forza. Senza la possibilità di prendere il comando in fabbrica, è saltata tutta l’intelaiatura che ruotava attorno all’antagonismo operaio. Tant’è vero che la lotta si è spostata di più sulla questione abitativa: a Torino, per esempio, il terreno di scontro diventava il non pagare l’affitto oppure occupare le case, ma comunque si allontanava dalla fabbrica. E non per cattiveria, ma perché, come dimostrava quella manifestazione dei 40mila «capetti» nell’ottobre 1980, erano cambiati i rapporti di forza. Dunque il ’77 ha espresso un elemento di disperazione che è stato tradotto dalla proposta di rendere armata la lotta: una proposta minoritaria, però apertamente offerta da gruppi di compagni che intendevano trasformare il conflitto in uno scontro armato. È stata una scelta di evidente fallimento. Un conto infatti era praticare delle azioni armate, come per esempio punire i capireparto che multavano gli operai perché si riposavano oppure sanzionare il proprietario delle case che sgomberava intere famiglie, altro era trasformare il conflitto in uno scontro armato. Son due cose diverse. Mettendola sul piano dello scontro armato, avevi già perduto. Non c’era alcuna proporzione tra quello che potevano fare i compagni del movimento e quello che facevano 100mila carabinieri, 200mila agenti di polizia. Ecco, in questo aspetto vedo un elemento di disperazione che ovviamente, come in tutte le cose vere, ha avuto pure un grande fascino, anche dal punto di vista meramente estetico, riflesso nelle cose che si scrivevano, nel teatro. Dunque c’era un elemento di rancore; non di invidia bensì di odio sociale. E questo aspetto è finito col perire per primo negli anni successivi. C’è infine anche una prospettiva di riflessione teorica in cui la parola autonomia vuol dire sostanzialmente la fine della lunga egemonia delle associazioni partitiche e sindacali di sinistra in Europa. Non hanno aspettato la caduta del muro gli operai italiani, o comunque i quadri che avevano lottato, per dichiarare fallita l’Unione Sovietica. L’esperienza del socialismo reale in Italia era già caduta negli anni Settanta, quando il Pci rappresentava uno dei dispositivi di repressione dello Stato italiano.




