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Quei “tentinbrîga” degli autonomi . 1969/​1979: cronologia di dieci anni di lotte e insubordinazione nella “città/​vetrina”

Quei “tentinbrîga” degli autonomi . 1969/​1979: cronologia di dieci anni di lotte e insubordinazione nella “città/​vetrina”

Argo­men­ti: 2021, A Pugno chiu­so (aut.bo), A/​traverso (aut.bo), anti­fa­sci­smo (aut.bo), appren­di­sta­to (aut.bo), assem­blea ope­rai-stu­den­ti (aut.bo), auto­li­mi­ta­zio­ne del ren­di­men­to (aut.bo), auto­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta (aut.bo), auto­ri­du­zio­ne (aut.bo), Bar­ba­ra Azza­ro­ni, Bolo­gna, cen­tro Ope­ra­io e Pro­le­ta­rio Ber­ret­ta Ros­sa (aut.bo), cen­tro Orga­niz­za­zio­ne Sen­za Casa (aut.bo), cir­co­lo Fran­co Seran­ti­ni (aut.bo), cir­co­lo poli­ti­co Gat­to Sel­vag­gio (aut.bo), col­let­ti­vi poli­ti­ci auto­no­mi (aut.bo), col­let­ti­vo Aldi­ni Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo Aldi­ni-Mar­co­ni Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo auto­no­mo musi­ci­sti (aut.bo), col­let­ti­vo con­tro­ra­dio (aut.bo), col­let­ti­vo Fio­ra­van­ti Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo Isti­tu­to d’ar­te Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo Jaque­rie (aut.bo), col­let­ti­vo Lau­ra Bas­si Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo Mar­co­ni Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), col­let­ti­vo Paci­not­ti Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), comi­ta­ti di base ope­rai-stu­den­ti (aut.bo), comi­ta­to di base Duca­ti Elet­tro­tec­ni­ca (aut.bo), comi­ta­to ope­ra­io del­le fab­bri­che del­la zona S.Viola-Borgo Pani­ga­le (aut.bo), comi­ta­to ope­ra­io Duca­ti Mec­ca­ni­ca (aut.bo), con­tro­po­te­re (aut.bo), con­ve­gno con­tro la repres­sio­ne (aut.bo), coor­di­na­men­to lavo­ra­to­ri enti pub­bli­ci (aut.bo), Cor­ri­spon­den­te Ope­ra­io (aut.bo), Duca­ti Elet­tro­tec­ni­ca (aut.bo), fem­mi­ni­smo (aut.bo), FIAT (aut.bo), Fran­ce­sco Lorus­so, Fran­co (Bifo) Berar­di, gene­ra­liz­za­zio­ne del­le lot­te (aut.bo), Linea di con­dot­ta (aut.bo), Lot­ta Con­ti­nua (aut.bo), Né ser­vi Né padro­ni (aut.bo), occu­pa­zio­ni (aut.bo), ope­rai e stu­den­ti (aut.bo), ope­ra­io-mas­sa (aut.bo), ope­rai­smo (aut.bo), Pat­ty Smith (aut.bo), piaz­za Fon­ta­na (aut.bo), pic­chet­ti (aut.bo), Pote­re Ope­ra­io (aut.bo), pre­ca­ria­to (aut.bo), Radio Ali­ce (aut.bo), repres­sio­ne (aut.bo), ricom­po­si­zio­ne di clas­se (aut.bo), ridu­zio­ne ora­rio lavo­ro (aut.bo), riven­di­ca­zio­ni (aut.bo), sala­rio alle casa­lin­ghe (aut.bo), sala­rio garan­ti­to (aut.bo), spon­ta­nei­smo arma­to (aut.bo), tra­spor­ti (aut.bo), voto uni­co (aut.bo)

Centro di documentazione dei Movimenti “F.Lorusso‑C.Giuliani”

Cen­tro di docu­men­ta­zio­ne dei Movi­men­ti “F.Lorusso‑C.Giuliani”, via Pao­lo Fab­bri 110, 40138 Bologna

collettivo@centrodoc-vag61.info

https://www.centrodoc-vag61.info/

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La mia parola messa a nudo

Pub­bli­chia­mo la video inter­vi­sta ine­di­ta a Mario Tron­ti La mia paro­la mes­sa a nudo, regia di Ulia­no Pao­loz­zi Bale­stri­ni; mon­tag­gio di Fran­ce­sca Brac­ci; musi­che di Miche­le Leiss. Dura­ta: 25 minu­ti. Una pro­du­zio­ne Deri­veAp­pro­di. Que­sto cor­to­me­trag­gio rea­liz­za­to nel 2016 intro­du­ce l’Abe­ce­da­rio di Mario Tronti.

A oltre cinquant’anni dal­la pub­bli­ca­zio­ne di Ope­rai e capi­ta­le, il libro che ha mar­ca­to una svol­ta mon­dial­men­te rico­no­sciu­ta nel­la sto­ria del­la teo­ria mar­xi­sta, Mario Tron­ti si ripro­po­ne con il film-inter­vi­sta Abe­ce­da­rio: set­te ore nel­le qua­li espo­ne i trat­ti salien­ti del suo pen­sie­ro filo­so­fi­co e poli­ti­co, con par­ti­co­la­re atten­zio­ne alle vicen­de del Nove­cen­to: il con­flit­to tra capi­ta­le e lavo­ro, le guer­re e le rivo­lu­zio­ni, la cri­si del­la poli­ti­ca, ma anche con­cet­ti come amico/​nemico, cri­si, esi­lio, fede, liber­tà, ope­rai, rea­li­smo, Sta­to, teo­ria, veri­tà… Le paro­le chia­ve di una ricer­ca inin­ter­rot­ta che dal­la cri­ti­ca dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne è dive­nu­ta cri­ti­ca di un’intera civiltà.

Mario Tron­ti (1931) è sta­to tra i fon­da­to­ri dell’«operaismo» degli anni Ses­san­ta. Docen­te all’Università di Sie­na, mili­tan­te del Par­ti­to comu­ni­sta, ha ani­ma­to le rivi­ste «Qua­der­ni Ros­si», «Clas­se ope­ra­ia», «Con­tro­pia­no», «Labo­ra­to­rio poli­ti­co». Tra le sue recen­ti pub­bli­ca­zio­ni: Noi ope­rai­sti (2009), Per la cri­ti­ca del pre­sen­te (2013). Del­lo spi­ri­to libe­ro (2015).

Biblio­gra­fia di riferimento

Mario Tron­ti, ABe­Ce­da­rio, film inter­vi­sta in 2 DVD del­la dura­ta di 410 minu­ti, a cura di Car­lo For­men­ti, Regia di Ulia­no Pao­loz­zi Bale­stri­ni, Deri­veAp­pro­di, Roma 2016.

Mario Tron­ti, Ope­rai e capi­ta­le, Deri­veAp­pro­di, Roma 2006.

Mario Tron­ti, Noi ope­rai­sti, Deri­veAp­pro­di, Roma 2009.

Giu­sep­pe Trot­ta e Fabio Mila­na (a cura di), L’operaismo degli anni Ses­san­ta. Da «Qua­der­ni ros­si» a «clas­se ope­ra­ia». Sag­gio intro­dut­ti­vo di Mario Tron­ti. CD con la rac­col­ta com­ple­ta del­la rivi­sta «clas­se ope­ra­ia» 1964–1967, Deri­veAp­pro­di, Roma 2008.

Gigi Rog­ge­ro, L’operaismo poli­ti­co ita­lia­no. Genea­lo­gia, sto­ria, meto­do, Deri­veAp­pro­di, Roma 2019.

Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pub­bli­chia­mo una serie di inter­ven­ti cri­ti­ci, rac­col­ti a segui­to del­la pub­bli­ca­zio­ne de Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, avve­nu­ta nel gen­na­io 2020.

Indi­ce dei contributi:

• Prag­ma: per un dibat­ti­to sull’Autonomia

Tra il movi­men­to e la Lega, di Gian­fran­co Bettin

Pado­va, Vene­to, la lezio­ne dell’Autonomia, di Gian­mar­co De Pieri

Guar­da­re avan­ti con le spal­le al futu­ro, di Gigi Roggero

«tous ensemble»…per il pote­re ope­ra­io, di Toni Negri

Le lot­te ter­ri­to­ria­li vene­te sul tema del­la salu­te negli anni ’70, di Gian­ni Cavallini

Un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, di Gior­gio Moroni

Luo­ghi di comu­ni­tà, di Lan­fran­co Caminiti

Ricor­da­re l’ignoto, di Giu­lia Page

L’immanenza del­la pra­ti­ca, di Ade­li­no Zanini

Pie­ro e Gia­co­mo, sedi­ci gen­na­io due­mi­la­ven­ti, di Clau­dio Calia

Una disci­pli­na di pro­get­to, di Chic­co Funaro

Così vici­no, così lon­ta­no, di Vale­rio Romitelli

Il Vene­to e la «rivo­lu­zio­ne mon­dia­le», di Mau­ri­zio Lazzarato

Vite paral­le­le, di Rache­le Colella

Prag­ma. Sto­ria o rac­con­to?, di Wil­ler Montefusco

L’autonomia con la let­te­ra minu­sco­la, di Fede­ri­co Battistutta

L’ «Auto­no­mia» come atti­tu­di­ne, come postu­ra uma­na e sti­le del­la mili­tan­za, di Omid Firou­zi Tabar

La natu­ra­lez­za e l’impazienza, di Elia Rosati

Sca­va­re nel cie­lo aper­to del­le pos­si­bi­li­tà, di Vero­ni­ca Mar­chio e Giu­sep­pe Molinari

Una rispo­sta ai recen­so­ri, di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Dall’operaio socia­le all’operaio socia­le: ripas­sa­re all’attacco, di Fran­ce­sco Bedani

Sco­stu­ma­tez­ze. Appun­ti su auto­no­mia e Mez­zo­gior­no, di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa

L’Autonomia impos­si­bi­le, di Gio­van­ni Iozzoli

L’inchiesta operaia nei microterritori

Tradate. Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe

Ricer­ca con­dot­ta da Ser­gio Bian­chi per con­to del­la segre­te­ria Fim-Cisl Vare­se-Laghi (1991)

Que­sta ricer­ca mi fu com­mis­sio­na­ta trent’anni fa da un ambi­to sin­da­ca­le del mio ter­ri­to­rio di ori­gi­ne. Nel cor­so degli anni Set­tan­ta non poche era­no sta­te le pole­mi­che, e anche gli scon­tri, tra la que­sta e le altre aree sin­da­ca­li e la com­po­nen­te poli­ti­ca nel­la qua­le mili­ta­vo. Uno scon­tro inter­no al movi­men­to ope­ra­io, quel­lo isti­tu­zio­na­le e l’altro, il nostro, quel­lo autonomo.

Ma poi, sul fini­re del decen­nio, nei con­fron­ti dei padro­ni per­dem­mo comun­que sia noi che loro, e gli Ottan­ta furo­no gli anni di una ristrut­tu­ra­zio­ne radi­ca­le del mer­ca­to del lavo­ro che ridi­se­gnò la com­po­si­zio­ne di clas­se e poi la socie­tà nel suo com­ples­so, impian­tan­do le con­di­zio­ni mate­ria­li che deter­mi­na­ro­no la rivol­ta leghi­sta lom­bar­da che vedrà la luce pro­prio in que­gli spe­ci­fi­ci luoghi.

L’affido da par­te sin­da­ca­le di una simi­le ricer­ca a un «auto­no­mo», pure giu­ri­di­ca­men­te cri­mi­na­liz­za­to per anni come «ter­ro­ri­sta», anche se poi seguì un hap­py end asso­lu­to­rio, dimo­stra­va, piut­to­sto con­trad­dit­to­ria­men­te, il rico­no­sci­men­to di un sape­re comun­que uti­le alla com­pren­sio­ne di ciò che nel­la real­tà pro­dut­ti­va ter­ri­to­ria­le era anda­to trasformandosi.

D’altra par­te nel­la stes­sa con­tin­gen­za tem­po­ra­le era acca­du­to un altro fat­to che con­tro­ver­ti­va la cri­mi­na­liz­za­zio­ne di quel movi­men­to auto­no­mo. «Biso­gna con­si­de­ra­re che in quei pae­si di pro­vin­cia [nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta] mes­si tut­ti assie­me costi­tui­va­mo un aggre­ga­to che con­ta­va, com­pre­sa l’aria ami­ca­le varia, 500 per­so­ne (…) Que­sto è signi­fi­ca­ti­vo del­la quan­ti­tà di sog­get­ti con cui sia­mo entra­ti in rap­por­to, al tipo di espan­sio­ne e di real­tà socia­le che rap­pre­sen­ta­va­mo. Facen­do una diva­ga­zio­ne, si pen­si che a distan­za i die­ci anni dal­la repres­sio­ne [nel mag­gio 1990] e dal­le altre cose che han­no azze­ra­to tut­to, comun­que dal­la fine di quell’aggregato con quel­le carat­te­ri­sti­che, un po’ per gio­co e un po’ sul serio alcu­ni di noi han­no dato vita a una lista elet­to­ra­le nel­la cit­ta­di­na di Tra­da­te che ha gua­da­gna­to il 10,5% dei voti, cioè qual­che pun­to in meno del Par­ti­to comu­ni­sta, e una par­te di que­ste per­so­ne ave­va­no vis­su­to anche la sto­ria del­la gale­ra, era­no sta­ti addi­ta­ti come ter­ro­ri­sti (da: Ser­gio Bian­chi, Figli di nes­su­no. Sto­ria di un movi­men­to auto­no­mo, Milieu, Mila­no 2016)».

Quel­la ricer­ca non die­de comun­que cor­so ad alcun suc­ces­si­vo rap­por­to di col­la­bo­ra­zio­ne. A quel­la com­po­nen­te sin­da­ca­le inte­res­sa­va un’analisi con­dot­ta con cri­te­ri ester­ni ai suoi ambi­ti tra­di­zio­na­li per cer­ca­re di com­pren­de­re le ragio­ni del­la pro­gres­si­va cri­si di rap­pre­sen­tan­za che sta­va scon­tan­do, a me (a noi), ser­vi­va piut­to­sto per veri­fi­ca­re una serie di ipo­te­si che in quel perio­do anda­va­no matu­ran­do in ambi­ti di rifles­sio­ne inter­ni alla ripre­sa di quel lavo­ro teo­ri­co che assu­me­rà negli anni suc­ces­si­vi la nomi­na­zio­ne, non so quan­to appro­pria­ta, di post-operaismo.

Del­la ricer­ca in que­stio­ne non ven­go­no qui ripro­dot­te le par­ti rela­ti­ve ai dati statistici.

S.B.

Autonomi. I «padovani». Dal 1980 al G8 di Genova del 2001

Argo­men­ti: 2021, Por­de­no­ne

Clau­dio Calia, Gian­mar­co De Pie­ri, Pie­ro Despa­li, Mas­si­mi­lia­no Gal­lob, Vil­ma Maz­za, Gli auto­no­mi. I «pado­va­ni». Dagli anni Ottan­ta al G8 di Geno­va 2001, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, euro 18,00 stam­pa 27 LUGLIO 2021 di ELISABETTA MICHIELIN

L’ironia è l’inquietudine e la vita sco­mo­da. (V. Jan­ké­lé­vitch, 1964)

Nel 1975 era­no 30 dal­la Resi­sten­za e nel­le scuo­le si cele­bra­va l’anniversario in modo meno con­tra­sta­to di oggi. Io ero all’ultimo anno del­le supe­rio­ri e duran­te un’assemblea d’Istituto mi alzai – era la pri­ma vol­ta – per dire più o meno que­ste paro­le: basta con la Resi­sten­za e le cele­bra­zio­ni reto­ri­che per­ché oggi noi stu­den­ti inten­dia­mo pro­te­sta­re con­tro l’aumento del costo del bigliet­to del­le cor­rie­re; sì, per­ché tut­ti abbia­mo dirit­to allo stu­dio e non è giu­sto che gli ope­rai veda­no le con­qui­ste sala­ria­li man­gia­te dall’aumento del costo del­la vita. In cor­so c’era que­sta lot­ta sui tra­spor­ti che vede­va per la pri­ma vol­ta ope­rai del grup­po Zanus­si e stu­den­ti pen­do­la­ri del­la pro­vin­cia orga­niz­za­re assie­me l’autoriduzione degli abbonamenti.

Cer­ta­men­te la mia non era una posi­zio­ne iso­la­ta o stra­va­gan­te per­ché a con­di­vi­der­la era­no miglia­ia di altri stu­den­ti e qual­che cen­ti­na­ia di ope­rai pen­do­la­ri che in quei mesi ritro­va­va­no final­men­te la loro uni­tà nel territorio.

Ora mi chie­do per­ché ave­va­mo – evi­den­te­men­te non ero la sola – que­sto non rap­por­to con la memo­ria. Da una par­te cer­ta­men­te esso segna­va una indub­bia discon­ti­nui­tà rispet­to a una sto­ria – quel­la dei par­ti­ti comu­ni­sti del ’900 – che non rico­no­sce­va­mo come nostra. Men che meno ci appar­te­ne­va il discor­so sul­la Resi­sten­za tra­di­ta da rac­co­glie­re e com­ple­ta­re. Dal­la Resi­sten­za era nata la Repub­bli­ca fon­da­ta sul lavo­ro sala­ria­to da cui, al pari dei gio­va­ni ope­rai, vole­va­mo tener­ci il più lon­ta­no pos­si­bi­le. Dall’altra, pen­so che pote­va­mo per­met­ter­ci que­sta non memo­ria per­ché era­va­mo e ci per­ce­pi­va­mo vin­cen­ti. A cosa ser­ve la memo­ria se stai vin­cen­do? Da quel pas­sa­to tutt’al più si pren­de­va quel­lo che sul momen­to ti pote­va ser­vi­re e, det­to tra noi, non era poi mol­to. Altra sto­ria sareb­be sta­ta cele­brar­lo o trar­ne ispi­ra­zio­ne; noi pote­va­mo incon­trar­lo solo come una coin­ci­den­za o come un iner­te che riat­ti­vi lì per lì. Da que­sto pun­to di vista ci pia­ce­va di più la Comu­ne di Pari­gi men­tre la Rivo­lu­zio­ne rus­sa era inda­ga­ta e discus­sa nei suoi pri­mis­si­mi anni e per la genia­le pre­sa del pote­re che l’aveva resa possibile.

In aggiun­ta, mi sen­to di soste­ne­re sen­za tema di smen­ti­ta che mai e poi mai avrem­mo pen­sa­to di diven­ta­re vec­chi (mi sem­bra­va­no insop­por­ta­bi­li que­sti ex resi­sten­ti e le loro sto­rie glo­rio­se che peral­tro sospet­ta­vo edul­co­ra­te con tut­ta la liber­tà che chi ha tut­to som­ma­to vin­to – per lo meno nel­la reto­ri­ca – può per­met­ter­si). La rivo­lu­zio­ne è sem­pre la più gio­va­ne, no?

Mi son sen­ti­ta auto­riz­za­ta a comin­cia­re con un ricor­do personale/​politico per­ché il libro  è costrui­to come rifles­sio­ne poli­ti­ca aggan­cia­ta alle espe­rien­ze per­so­na­li dei sin­go­li auto­ri. Un libro di memo­rie più che  il clas­si­co sag­gio sto­ri­co, scan­di­to dall’entrata in cam­po del­le diver­se gene­ra­zio­ni poli­ti­che a cui appar­ten­go­no i cin­que auto­ri sul­la fal­sa­ri­ga del­la sug­ge­sti­va imma­gi­ne che usa Pie­ro Despa­li (il ‘vec­chio’) del non più, dell’anco­ra e del non anco­ra per riflet­te­re sul­la pro­pria vita da comu­ni­sta: una scan­sio­ne tem­po­ra­le e con­cet­tua­le che par­te dagli anni Ottan­ta (la “con­tro­ri­vo­lu­zio­ne”) pas­san­do per gli anni Novan­ta (la rivo­lu­zio­ne dall’alto, o “rina­sci­men­to capi­ta­li­sti­co” come pre­fe­ri­sce chia­mar­la Pie­ro) per appro­da­re al G8 di Geno­va del 2001 dove si fer­ma. Nei vari capi­to­li, al memoir di Pie­ro si aggiun­ge così quel­lo di Vil­ma Maz­za che entra in sce­na in pie­na repres­sio­ne (o con­tro­ri­vo­lu­zio­ne) assu­men­do­la come un dato di fat­to e come oriz­zon­te entro il qua­le agi­re poli­ti­ca­men­te, men­tre Mas­si­mi­lia­no Gal­lob e Gian­mar­co De Pie­ri, più gio­va­ni, arri­va­no negli anni Novan­ta e il pas­sa­to, signi­fi­ca­ti­va­men­te, nel­le loro paro­le è una dimen­sio­ne di cui nul­la cono­sco­no e che sco­pro­no più tardi.

Ogni libro è una costru­zio­ne pen­sa­ta e una for­ma volu­ta e I «pado­va­ni» cer­to non si sot­trae a una pre­ci­sa pro­get­tua­li­tà che lo lega diret­ta­men­te al pre­ce­den­te libro dei fra­tel­li Despa­li Sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io e, cre­do, anche al ric­co dibat­ti­to che ne è segui­to nel­lo spa­zio Prag­ma di Deri­ve Appro­di. Da que­sto pun­to di vista, pen­so che saran­no pro­prio l’impianto del libro e in par­ti­co­la­re il memoir di Pie­ro a sol­le­va­re qual­che pro­ble­ma di rico­stru­zio­ne sto­ri­ca all’interno di quel soda­li­zio poli­ti­co che a que­gli even­ti ha par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te; inve­ce a un recen­so­re ester­no qua­le io sono, piut­to­sto che il meri­to del­la rico­stru­zio­ne inte­res­sa il por­ta­to gene­ra­le di quel che lo com­po­ne, vale a dire le for­me del­la mili­tan­za e la memo­ria. Due temi distin­ti ma intrec­cia­ti e intrec­cia­ti a loro vol­ta con quel­la che Pie­ro nel suo testo defi­ni­sce la rivo­lu­zio­ne dall’alto del capi­ta­le.  Di fat­to, la costru­zio­ne di un mon­do – e quin­di di rap­por­ti di pro­du­zio­ne glo­ba­li affat­to nuo­vi e ine­di­ti – che ha man­da­to in sof­fit­ta sia la mili­tan­za sia l’attua­li­tà del­la rivo­lu­zio­ne comu­ni­sta così come era inte­sa lun­go il ’900.

Ecco quin­di rie­mer­ge­re la paro­la Resi­sten­za: “Per me la paro­la d’ordine del momen­to era resi­ste­re, un brut­to ver­bo, lon­ta­no dal­la nostra cul­tu­ra poli­ti­ca e dal­la nostra pras­si. Ma tant’è. Ci era­va­mo costret­ti dal­la for­za del­le cose.” Così Despa­li all’inizio del­la sua lun­ghis­si­ma lati­tan­za (a dif­fe­ren­za di mol­ti com­pa­gni scam­pa­ti al car­ce­re che scel­go­no l’esilio fran­ce­se, tor­na­to di grot­te­sca attua­li­tà in que­sti mesi) nel perio­do del­la più cupa repres­sio­ne dell’anomalia ita­lia­na e del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne in atto a livel­lo mon­dia­le con Rea­gan e la Tatcher.

Pie­ro è così costret­to dal­la sua posi­zio­ne di lati­tan­te a una distan­za fisi­ca che si tra­du­ce in una distan­za tem­po­ra­le gra­zie al sus­se­guir­si fre­ne­ti­co di even­ti e ai cam­bia­men­ti epo­ca­li in cor­so. In que­sto qua­dro la resi­sten­za è sì postu­ra eti­ca (rispet­to alla dis­so­cia­zio­ne car­ce­ra­ria ben distin­ta in tut­to il testo dal pen­ti­ti­smo) ma anche ampia rifles­sio­ne sul­la sua figu­ra di mili­tan­te comu­ni­sta che nel guar­dar­si indie­tro – alme­no in que­sto pri­mo perio­do – non vede una diste­sa di mace­rie come acca­de al pen­ti­to di tur­no o  al dis­so­cia­to ma è un non più anco­ra significativo.

Le par­ti più inte­res­san­ti del memo­ria­le di Pie­ro sono infat­ti il lega­me stret­to fra la figu­ra del mili­tan­te e la for­ma del rap­por­to capi­ta­li­sti­co che in Ita­lia nel­la secon­da metà del seco­lo si pale­sa­va come una vera e pro­pria cri­si di coman­do legit­ti­man­do la con­vin­zio­ne di esse­re den­tro un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio effet­ti­vo. Come spie­ga­re altri­men­ti repres­sio­ne e controrivoluzione?

Ma quan­do negli anni Novan­ta il capi­ta­le attua la sua rivo­lu­zio­ne dall’alto, que­sta sì glo­ba­le,  – nuo­vo rina­sci­men­to la chia­ma Pie­ro – tut­to cam­bia e la mili­tan­za fini­sce non per impo­ten­za tem­po­ra­nea ma per pale­se insuf­fi­cien­za a com­pren­de­re la nuo­va ragio­ne del mon­do e ten­ta­re l’assalto alle nuo­ve for­me e ai nuo­vi asset­ti di pote­re lega­ti al nes­so mate­ria­le tra real­tà sog­get­ti­va e pro­ces­si pro­dut­ti­vi che da un lato  attin­go­no alle diver­se sfe­re espe­rien­zia­li e indi­vi­dua­li di uomi­ni e don­ne – cono­scen­ze, emo­zio­ni, sti­li di vita, rela­zio­ni, lin­guag­gi – dall’altro, cer­ca­no di impor­re un uni­co e omo­ge­neo dispo­si­ti­vo di coman­do sul lavo­ro. Non oppo­si­zio­ne alle dif­fe­ren­ze, piut­to­sto la loro cat­tu­ra, la loro immo­bi­liz­za­zio­ne e neu­tra­liz­za­zio­ne, poi­ché sono le dif­fe­ren­ze e il loro sfrut­ta­men­to a costi­tui­re il fon­do comu­ne del­la ric­chez­za e del pro­fit­to. Una rin­no­va­ta gio­vi­nez­za del capi­ta­le che sem­bra man­da­re in sof­fit­ta ogni pos­si­bi­li­tà e con­cet­to di rivo­lu­zio­ne così come è sta­ta pen­sa­ta anche dal­le par­ti più eretiche.

Tail­pie­ce o the bathos , Wil­liam Hogarth, 1764

Ecco quin­di che scom­pa­re quel nes­so mezzi/​fini che rego­la­va e dava sen­so al mili­tan­te comu­ni­sta la cui azio­ne era subor­di­na­ta alla rivo­lu­zio­ne; cam­bia l’uso del­la for­za e cam­bia­no le for­me di lot­ta con il pas­sag­gio all’azio­ne diret­ta di chia­ra ascen­den­za anar­chi­ca, cam­bia il modo di fare poli­ti­ca come ambi­to sepa­ra­to dall’amicizia e dal pri­va­to, si pas­sa dal­la mili­tan­za alla sog­get­ti­vi­tà. Su quest’ultimo pun­to sono signi­fi­ca­ti­ve le pagi­ne di Mas­si­mi­lia­no Gal­lob che dedi­ca mol­ta par­te del pro­prio scrit­to pro­prio alla sim­pa­tia secon­do lo scoz­ze­se Hume (che sta­va stu­dian­do pro­prio allo­ra), da cui fa sca­tu­ri­re l’amicizia, tra gli affet­ti la più gio­io­sa e per­so­na­le. E, natu­ral­men­te, le tavo­le di Clau­dio Calia che, dise­gnan­do le gior­na­te di Geno­va, mesco­la sapien­te­men­te la casua­li­tà per­so­na­le e qua­si este­ti­ca dell’incontro con i «pado­va­ni» col ricor­do di Car­lo Giu­lia­ni, “un ragaz­zo gene­ro­so come tan­ti di noi”.

Ora si potreb­be chio­sa­re mali­zio­sa­men­te Despa­li ricor­dan­do che le don­ne da tem­pi non sospet­ti ave­va­no mes­so in cri­si il con­cet­to leni­ni­sta di mili­tan­za dife­so inve­ce a spa­da trat­ta pro­prio dai Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Già nel pre­ce­den­te lavo­ro dedi­ca­to alla sua sto­ria, i due fra­tel­li ave­va­no det­to con mol­ta tran­quil­li­tà che il movi­men­to del ’77 ave­va appe­na sfio­ra­to la loro orga­niz­za­zio­ne che infat­ti non ave­va pre­sta­to ascol­to alle don­ne di quel movi­men­to e al loro gri­do: non è la mia rivo­lu­zio­ne se non si bal­la. Che dire? Che solo uno con la testa bas­sa sull’organizzazione non pote­va accor­ger­se­ne? Sareb­be inge­ne­ro­so per­ché biso­gna dare atto a Pie­ro di aver fat­to una rifles­sio­ne pro­fon­da, cre­do defi­ni­ti­va e non pri­va di sin­ce­ri­tà sul pro­prio esse­re sta­to un diri­gen­te dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci e sul­lo sfor­zo per­so­na­le, poli­ti­co ed eti­co, di sta­re in mez­zo alle cose rea­li per cer­ca­re di com­pren­der­le e di cam­biar­le par­lan­do­ne e scri­ven­do­ne sen­za uno sguar­do ex post. Le cose si mani­fe­sta­no infat­ti spor­che e com­ples­se nel loro acca­de­re e anche le cata­stro­fi qua­li quel­le ini­zia­te il 7 apri­le del 1979 e pro­se­gui­te per buo­na par­te degli anni ’80 fino alla loro fine sim­bo­li­ca con la cadu­ta del muro di Ber­li­no esat­ta­men­te 10 anni dopo, non sono mai tagli net­ti a meno che non si scel­ga di fare il sal­to del­la qua­glia ven­den­do sé stes­si e la pro­pria ani­ma.
Vil­ma Maz­za signi­fi­ca­ti­va­men­te par­la rispet­to al pro­prio agi­re poli­ti­co di linea­re pre­sen­te, di non  aver vis­su­to il 7 apri­le come una cesu­ra non essen­do­ci pro­prio sta­ta poli­ti­ca­men­te pri­ma. Evi­den­te­men­te una con­ti­nui­tà del­la strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va che, sep­pu­re gra­ve­men­te muti­la­ta, è anche quel­la che sor­reg­ge la lati­tan­za di Pie­ro, o per meglio dire, il sen­so del­la lati­tan­za di Pie­ro. Una strut­tu­ra che per­met­te ai «pado­va­ni» nel bene e nel male di aprir­si al nuo­vo: nuo­ve tec­no­lo­gie, nuo­ve for­me di aggre­ga­zio­ne come i cen­tri socia­li e gli espe­ri­men­ti di muni­ci­pa­li­smo mutua­ti dagli zapa­ti­sti in una nuo­va visio­ne dell’internazionalismo, nuo­va rifles­sio­ne e nuo­va pra­ti­ca sul ter­re­no del red­di­to di cit­ta­di­nan­za, nuo­va eco­lo­gia e nuo­ve for­me dell’agire e del­lo sta­re in piaz­za. Ambi­ti che comin­cia­va­no ad affac­ciar­si sul­la sce­na e a deli­near­si come pun­ti noda­li di una ine­di­ta com­ples­si­tà don­de l’urgenza a dotar­si di nuo­vi stru­men­ti poli­ti­ci per cam­bia­re l’ordine del­le cose.

Clau­dio Calia, Ricor­da­ti per­ché lo fai

Sono 20 anni da Geno­va. I «pado­va­ni» par­la­no poco del mas­sa­cro del­la Diaz, di più del vener­dì in cui il cor­teo vie­ne attac­ca­to per ore dal­la poli­zia fino all’epilogo di piaz­za Ali­mon­da e la mor­te di Car­lo Giu­lia­ni che è rima­sta san­gui­no­sa memo­ria per quel­la gene­ra­zio­ne. Non si può che rile­va­re una inge­nui­tà poli­ti­ca (la man­can­za di un pia­no B), scon­cer­tan­te, che por­ta a riflet­te­re su quan­to l’orga­niz­za­zio­ne fos­se al tem­po stes­so super­flua in quan­to retag­gio del pas­sa­to eppu­re neces­sa­ria soprat­tut­to in quel­la spe­ci­fi­ca cir­co­stan­za quan­do via Tole­mai­de diven­ta una impre­vi­sta zona ros­sa e per ore vie­ne pra­ti­ca­to il “dirit­to di resi­sten­za”.  Una con­trad­di­zio­ne irri­sol­ta che il Geno­va Social Forum non riu­sci­rà a scio­glie­re e che si rive­le­rà dram­ma­ti­ca dopo le tor­ri gemel­le di lì a pochi mesi e l’entrata pre­po­ten­te del­la guer­ra come oriz­zon­te e altra fac­cia del­la globalizzazione.

Eppu­re se tut­to è cam­bia­to, non è cam­bia­ta quel­la vio­len­za isti­tu­zio­na­le e del­lo Sta­to che si ripro­du­ce ugua­le nel­le car­ce­ri di San­ta Maria Capua Vete­re. Una memo­ria che non vor­rem­mo, che non ser­ve a nul­la se non a misu­ra­re l’impotenza e la rabbia.

Quin­di io dico – nono­stan­te li leg­ga tut­ti, que­sti libri – basta con la memo­ria. Se è vero che si dice pri­ma le lot­te poi la teo­ria, allo stes­so modo si deve dire pri­ma le lot­te poi la memo­ria come dispo­si­ti­vo atti­vo e produttivo.

Per tut­te que­ste ragio­ni, nono­stan­te rico­no­sca la lode­vo­le inten­zio­ne del­la casa edi­tri­ce Deri­ve Appro­di, la let­tu­ra di tut­ti que­sti libri che voglio­no rico­strui­re una sto­ria dei movi­men­ti radi­ca­li del ’900 ita­lia­no di par­te e fuo­ri dai tri­bu­na­li, ogni vol­ta mi è per­so­nal­men­te urti­can­te, e que­sto di Pie­ro lo tro­vo il memoir defi­ni­ti­vo di quel­la sta­gio­ne. Un memoir che non è nostal­gi­co – per for­tu­na – ma vena­to anche di iro­nia, com­pa­gna per­fet­ta dell’intelligenza politica.

Oltre l’umano, oltre i post, oltre…

Oltre l’umano, oltre i post, oltre…

Non si può rimettere il dentifricio nel tubetto

Pub­bli­chia­mo la tra­scri­zio­ne di un inter­ven­to svol­to in occa­sio­ne di un incon­tro orga­niz­za­to dal­le real­tà di Labas e Tpo che ha avu­to luo­go l’11 e 12 set­tem­bre 2021 a Bolo­gna. Vil­ma Maz­za è coau­tri­ce con Gian­mar­co De Pie­ri, Pie­ro Despa­li e Mas­si­mi­lia­no Gal­lob del libro di recen­te pub­bli­ca­zio­ne Gli auto­no­mi. I «pado­va­ni». Dagli anni Ottan­ta al G8 di Geno­va 2001, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, 2021.Collabora inol­tre con lo spa­zio «Prag­ma» dell’Archivio Auto­no­mia. «Prag­ma» è uno spa­zio a dispo­si­zio­ne per inter­ven­ti, dibat­ti­ti e rifles­sio­ni sul­la memo­ria del­le pro­get­tua­li­tà teo­ri­che, poli­ti­che e orga­niz­za­ti­ve del­le real­tà dell’Autonomia ope­ra­ia del seco­lo scor­so (vedi anche l’intervista su Machi­na del 3 apri­le scor­so) ma è anche uno spa­zio che «guar­da al futu­ro», che pro­po­ne rifles­sio­ni, ana­li­si e pos­si­bi­li ipo­te­si di sce­na­ri sul­la e del­la real­tà futu­ra, sul­le futu­re «con­trad­di­zio­ni di clas­se». Para­fra­san­do un vec­chio com­pa­gno si può affer­ma­re che nel pre­sen­te, «gran­de è la con­fu­sio­ne sot­to il cie­lo» ma non per que­sto si può con­clu­de­re che «dun­que, la situa­zio­ne è eccel­len­te». C’è quin­di biso­gno di una let­tu­ra non tan­to e non solo dell’oggi, con tut­te le sue real­tà avvol­te da «lac­ci e lac­ciuo­li», ma di uno sguar­do sul­le «ten­den­ze» dei con­flit­ti di clas­se dei pros­si­mi anni e decenni.

* * *

È tem­po di rico­no­sce­re che stia­mo viven­do una nuo­va era. Se sia­mo però in gra­do di rico­no­sce­re qua­li sono gli ele­men­ti nuo­vi che giu­sti­fi­ca­no un cam­bia­men­to epo­ca­le, di fron­te alla radi­ca­le novi­tà non è mai pos­si­bi­le subi­to inqua­drar­ne la com­ples­si­tà. Se ne vede un pic­co­lo pez­zo, su quel­lo indu­gia­no gli sguar­di, lo rico­no­sco­no, risul­ta fami­lia­re, lo si inter­pre­ta con cate­go­rie di cui si è già padro­ni. Il resto, anco­ra sco­no­sciu­to e restio alle inter­pre­ta­zio­ni, si cer­ca spes­so di evi­tar­lo. Basta pen­sa­re, ad esem­pio, a quel che è suc­ces­so all’arrivo del­la pan­de­mia del Covid. La pri­ma rea­zio­ne è sta­ta cer­ca­re di anco­rar­si alle cer­tez­ze cono­sciu­te. Cata­pul­ta­ti da un gior­no all’altro nel­la radi­ca­le novi­tà è spun­ta­ta rapi­da la pau­ra, un sen­ti­men­to con­ser­va­to­re che ha por­ta­to a pro­teg­ger­ci e a pro­teg­ge­re, o si è resta­ti a boc­ca aper­ta, basi­ti, stu­pi­ti, alle vol­te instu­pi­di­ti, iner­mi di fron­te a ciò che accadeva.

Quan­do Marx in gio­va­ne età ha comin­cia­to a scri­ve­re di capi­ta­li­smo riu­sci­va a intra­ve­de­re quel che il mon­do sareb­be diven­ta­to. Il capi­ta­li­smo era ai suoi ini­zi, ma lui riu­sci­va a coglie­re che quel­la cosa era diver­sa dal soli­to sfrut­ta­men­to dell’uomo sull’uomo. Marx era un visionario.

Quan­do ci inter­fac­cia­mo a un nuo­vo cam­bia­men­to d’epoca, non pos­sia­mo pre­ten­de­re di riu­sci­re a met­te­re tut­ti i pez­zi assie­me imme­dia­ta­men­te. È com­pli­ca­to risol­ve­re il pro­ble­ma di come cam­bia­re il mon­do men­tre lo vedia­mo cambiare.

Noi stes­si sen­tia­mo che tut­to sta mutan­do, ma non riu­scia­mo anco­ra bene a inca­stra­re tut­ti i pez­zi nel puzz­le. Dob­bia­mo quin­di armar­ci di pazien­za e al tem­po stes­so esse­re visio­na­ri, ten­ta­re di non appiat­tir­ci su ideo­lo­gie che pre­ten­do­no di aver già capi­to cosa sta suc­ce­den­do, pro­pon­go­no un pac­chet­to inter­pre­ta­ti­vo com­ple­to e spie­ga­no il nuo­vo mon­do con uno sche­ma vec­chio, un pen­sie­ro già chiu­so, un nuo­vo «ismo». Fino­ra diver­se sono sta­te le defi­ni­zio­ni dell’era in cui sia­mo immersi.

C’è chi la defi­ni­sce «antro­po­ce­ne», un’era che ha l’uomo al suo cen­tro e sta anco­ra dibat­ten­do se è ini­zia­ta 3000 anni fa con l’homo sapiens o con la cen­tra­li­tà nel seco­lo scor­so del siste­ma pro­dut­ti­vo industriale.

C’è chi sug­ge­ri­sce che navi­ghia­mo oggi nel «capi­ta­lo­ce­ne», un’era che ha nel capi­ta­le il suo prin­ci­pa­le feno­me­no plasmante.

C’è chi ini­zia a usa­re la defi­ni­zio­ne «ibri­do­ce­ne», una fase che pone al cen­tro l’ibridazione fra fisi­co e vir­tua­le, un’era in cui le cose non sono anco­ra defi­ni­te, l’era dei gran­di cam­bia­men­ti in corso.

C’è chi come Don­na Hara­way, autri­ce vent’anni fa dell’anticipatorio testo Mani­fe­sto Cyborg, aggiun­ge a tut­te que­ste defi­ni­zio­ni anche «cthu­lhu­ce­ne», per sot­to­li­nea­re la neces­si­tà di pen­sa­re a un’epoca al cui cen­tro non c’è solo l’umano ma le varie spe­cie che assie­me al cyborg costrui­sco­no la con­tem­po­ra­nei­tà. Di cer­to una visio­na­ria capa­ce di sti­mo­lar­ci in manie­ra intrigante.

Per spin­ger­ci oltre non pos­sia­mo accon­ten­tar­ci di una sola di que­ste defi­ni­zio­ni, per­ché tut­te cen­tra­no un po’ il pun­to o meglio uno dei pun­ti, dob­bia­mo anche cer­ca­re di anda­re oltre quei dua­li­smi che sia­mo sta­ti abi­tua­ti a con­si­de­ra­re fon­da­men­ta­li e che oggi ci sem­bra­no inservibili.

Come poter par­la­re anco­ra oggi del dua­li­smo uomo/​natura? Sia­mo anco­ra con­vin­ti che pos­sia­mo auspi­ca­re un ritor­no alla natu­ra sel­vag­gia e all’uomo «buon sel­vag­gio» quan­do sia­mo nell’epoca del­le clo­na­zio­ni e del­la natu­ra che cam­bia men­tre noi cam­bia­mo? Pos­sia­mo anco­ra ave­re la pre­te­sa di esse­re gli uni­ci esse­ri sen­zien­ti del­la galas­sia? Può quin­di il con­cet­to di natu­ra esse­re anco­ra rele­ga­to solo al nostro pianeta?

E poi, come pos­sia­mo anco­ra inter­pre­ta­re il pre­sen­te con la dico­to­mia uomo/​macchina, che è sta­ta fon­da­men­ta­le per la nasci­ta del capi­ta­li­smo del­la cate­na di mon­tag­gio, ma vie­ne resa oggi inu­ti­liz­za­bi­le da una pro­dut­ti­vi­tà basa­ta sul cyborg, sul­la con­net­ti­vi­tà, sul lavo­ro immateriale?

Come pos­sia­mo pen­sa­re che pos­sa anco­ra esse­re ser­vi­bi­le la dico­to­mia uomo/​donna, da sem­pre usa­ta per giu­sti­fi­ca­re e spie­ga­re una real­tà di sfrut­ta­men­to e sot­to­mis­sio­ne di gene­re, quan­do par­lia­mo da anni ormai di supe­ra­men­to dei generi?

Il nostro sfor­zo deve anda­re oltre le defi­ni­zio­ni, i dua­li­smi, e anche ben oltre i post, che han­no carat­te­riz­za­to e in par­te con­ti­nua­no a carat­te­riz­za­re la ricer­ca in que­sti anni.

Non è più suf­fi­cien­te, ad esem­pio, par­la­re di post­for­di­smo, uti­le a defi­ni­re il pas­sag­gio del­la cen­tra­li­tà del­lo sfrut­ta­men­to dal­la fab­bri­ca a tut­to il socia­le, così come di post­mo­der­no uti­liz­za­to per defi­ni­re la nuo­va com­ples­si­tà epo­ca­le. C’è l’antico vizio di usa­re i post-qual­co­sa per ammet­te­re che qual­co­sa è cam­bia­to, ma nel defi­nir­lo ci rife­ria­mo a un pas­sa­to cono­sciu­to e ras­si­cu­ran­te. Un modo, in fon­do, per non dover met­te­re tut­to in discussione.

Oltre l’umano

Un ten­ta­ti­vo oggi di defi­ni­re il mon­do in cui vivia­mo con tut­ti que­sti stru­men­ti somi­glia mol­to al ten­ta­ti­vo di rimet­te­re il den­ti­fri­cio den­tro il suo tubetto.

Dove sia­mo quin­di? In che mon­do vivia­mo? Sia­mo in un’epoca, un’era che for­se pos­sia­mo ini­zia­re a descri­ve­re come «oltre l’umano».

Dove abi­tia­mo?

Il nostro habi­tat, ambien­te abi­ta­bi­le, è per lo meno tri­di­men­sio­na­le: sia­mo nel ter­ri­to­rio, sia­mo nel vir­tua­le, sia­mo nell’universo.

Sia­mo nel ter­ri­to­rio, dove il nostro pie­de cal­pe­sta il suolo.

Sia­mo nel 2021, sia­mo 7 miliar­di e 800 milio­ni, dei qua­li il 66,6% uti­liz­za un cel­lu­la­re, il 59,5% ha un acces­so a Inter­net e il 53% è uten­te di social net­work, tra­scor­ren­do media­men­te 7 ore al gior­no onli­ne. Que­sti dati basta­no per ren­der­ci con­to che la dimen­sio­ne digi­ta­le è rea­le, sia­mo anche questo.

Sia­mo nell’uni­ver­so, dimen­sio­ne intri­gan­te su cui vale la pena sof­fer­mar­si. La geo­po­li­ti­ca spa­zia­le non è fan­ta­scien­za, dob­bia­mo comin­cia­re a par­la­re di satel­li­ti, di estra­zio­ne da aste­roi­di e di ter­ra­for­ma­zio­ne, per­ché tut­to que­sto, men­tre ne discu­tia­mo, sta già avvenendo.

I satel­li­ti

Oggi ci sono cir­ca 2700 satel­li­ti in orbi­ta, di cui si ser­vo­no tut­te le fun­zio­ni digi­ta­li che quo­ti­dia­na­men­te uti­liz­zia­mo. Di que­ste mac­chi­ne orbi­tan­ti 1300 sono ame­ri­ca­ne, 300 sono cine­si, 280 di mul­ti­na­zio­na­li, seguo­no quel­le di altri vari Sta­ti. Per immet­te­re un satel­li­te in atmo­sfe­ra c’è biso­gno di una piat­ta­for­ma di lan­cio. Chiun­que, aven­do i capi­ta­li, può com­pra­re un satel­li­te ma per met­ter­lo in fun­zio­ne dovrà paga­re qual­cu­no che può per­met­ter­si la tec­no­lo­gia neces­sa­ria per lan­ciar­lo. A oggi chi sono i «lan­cia­to­ri nel­lo spa­zio»? Sei pae­si, poten­ze vec­chie o emer­gen­ti, Usa, Cina, Rus­sia, Fran­cia (… e non l’Europa), Giap­po­ne e India. A que­sti si sono aggiun­ti tre pri­va­ti, Spa­ce X con Elon Musk e Pay­pal, Blue Ori­gin con Jeff Bezos e Ama­zon, Vir­gin Galac­tic con Richard Bran­son e Vir­gin Group. Per­ché van­no mes­si assie­me logo e per­so­na? Per­ché dob­bia­mo sem­pre pen­sa­re al pote­re non come una cosa astrat­ta. I nemi­ci, anche in que­sta nuo­va era, non ci man­ca­no, han­no vol­ti, luo­ghi e con­te­sti ben defi­ni­ti. Que­sti colos­si stan­no acqui­sen­do infat­ti un tale pote­re tec­no­lo­gi­co che gli stes­si Sta­ti Uni­ti per lan­cia­re i satel­li­ti usa­no più le piat­ta­for­me di lan­cio pri­va­te che quel­le sta­ta­li. Tut­to que­sto comin­cia a inte­res­sa­re anche il nostro pic­co­lo, le nostre dimen­sio­ni loca­li. Nel­le nostre uni­ver­si­tà, come a Bolo­gna, per esem­pio, c’è un cor­so uni­ver­si­ta­rio spe­ci­fi­co in pro­get­ta­zio­ne di satelliti.

Le nuo­ve fron­tie­re di ricer­ca nell’utilizzo dei satel­li­ti riguar­da­no anche lo stoc­cag­gio dei dati attra­ver­so la fisi­ca quan­ti­sti­ca. Sap­pia­mo tut­ti che Goo­gle accu­mu­la big data, i nostri big data, e sap­pia­mo che que­sti van­no a fini­re nel­le big farm, strut­tu­re sem­pre più gran­di, sem­pre più poten­ti, sem­pre meglio con­trol­la­te e blin­da­te. A bre­ve, tra­mi­te la com­pres­sio­ne dei dati con la fisi­ca quan­ti­sti­ca e il loro con­se­guen­te stoc­cag­gio sui satel­li­ti, vedre­mo aumen­ta­re a dismi­su­ra la mili­ta­riz­za­zio­ne del­lo spa­zio per difen­de­re i dati dal­la pre­da­zio­ne altrui. La guer­ra nel­lo spa­zio sta cam­bian­do, è già un mec­ca­ni­smo mol­to com­ples­so, non è più da tem­po quel­la fra ame­ri­ca­ni e rus­si come ai tem­pi di Lai­ka e dell’uomo sul­la Luna.

Estra­zio­ne sugli asteroidi

Se par­lia­mo di spa­zio dob­bia­mo dir­ci che l’estrazione di mate­ria­li sugli aste­roi­di è già real­tà. Mate­rie pri­me rare, quel­le che ven­go­no chia­ma­ti «metal­li rari», neces­sa­rie per il fun­zio­na­men­to dei dispo­si­ti­vi mobi­li e poco dispo­ni­bi­li sul­la Ter­ra, sono pre­sen­ti abbon­dan­te­men­te sugli aste­roi­di. L’utilizzo di robot e dro­ni al fine di estrar­re mate­ria­li e ripor­tar­li sul­la Ter­ra è già a tema. Que­sto com­por­ta, per comin­cia­re, un gran­dis­si­mo pro­ble­ma giu­ri­di­co. Così come gli ocea­ni sono infat­ti con­si­de­ra­ti pro­prie­tà dell’umanità, cioè di tut­ti, a usu­frut­to di tut­ti, per cui chiun­que con la sua bar­ca può tran­quil­la­men­te andar­ci a pesca­re, così l’unica leg­ge inter­na­zio­na­le sul­lo spa­zio del 1967 dichia­ra i cor­pi cele­sti pro­prie­tà dell’umanità. Se una cor­po­ra­tion non può quin­di giu­ri­di­ca­men­te pren­de­re pos­ses­so di un aste­roi­de, può però estrar­ne mate­ria­li e por­tar­se­li a casa, crean­do un enor­me pro­ble­ma di con­cor­ren­za. Anche in que­sto caso le nuo­ve fron­tie­re dell’estrattivismo andran­no pro­tet­te militarmente.

Pro­via­mo a non esse­re mio­pi. È impos­si­bi­le che tut­to que­sto non abbia riper­cus­sio­ni imme­dia­te anche sul nostro pia­ne­ta, per­ché i robot che le cor­po­ra­tion stan­no pro­get­tan­do per por­ta­re avan­ti l’estrazione di mate­ria­li nel­lo spa­zio saran­no imme­dia­ta­men­te uti­liz­za­bi­li per i pro­get­ti di frac­king o estra­zio­ne sul­la Terra.

Ter­ra­for­ma­zio­ne

La ter­za gran­de fron­tie­ra del­la ricer­ca spa­zia­le è la ter­ra­for­ma­zio­ne. Anco­ra non sap­pia­mo se alla fine l’umanità vivrà mai su Mar­te, fat­to sta che tut­ta la tec­no­lo­gia che vie­ne uti­liz­za­ta per ter­ra­for­ma­re il pia­ne­ta ros­so è asso­lu­ta­men­te già appli­ca­bi­le sul­la ter­ra. Stia­mo par­lan­do per esem­pio di nuo­ve con­fi­gu­ra­zio­ni antro­pi­che. È noto l’esperimento che ha coin­vol­to due gemel­li astro­nau­ti, Scott e Mark Kel­ly, uno dei qua­li restan­do un anno in orbi­ta sul­la ISS ha visto cam­bia­re la sua strut­tu­ra mor­fo­lo­gi­ca per rispon­de­re all’adattamento ambien­ta­le spa­zia­le, men­tre l’altro, nel­la sua quo­ti­dia­ni­tà ter­re­stre, non ha subi­to alcu­na modi­fi­ca. Tut­to que­sto apre nuo­vi sce­na­ri alla ricer­ca medi­ca e non.

Ter­ra­for­ma­re Mar­te signi­fi­ca pro­get­ta­re nuo­ve col­tu­re che pos­sa­no resi­ste­re in quel suo­lo ma che saran­no anche uti­lis­si­me sul­la ter­ra per met­te­re a col­ti­va­zio­ne ampie zone del nostro pia­ne­ta in via di deser­ti­fi­ca­zio­ne così come il cam­bia­men­to del­la nostra strut­tu­ra antro­pi­ca potreb­be ser­vi­re alla nostra spe­cie per con­ti­nua­re a vive­re e sfrut­ta­re quel­le zone del pia­ne­ta a noi già inaccessibili.

Tut­ti que­sti aspet­ti del­le nuo­ve fron­tie­re spa­zia­li com­por­ta­no una neces­si­tà di con­trol­lo diret­to per pro­teg­ge­re i pro­pri inve­sti­men­ti, l’utilizzo di nuo­vi sape­ri per spe­ri­men­ta­zio­ni mili­ta­ri, un’enorme quan­ti­tà di capi­ta­le e la com­par­sa ine­vi­ta­bi­le di nuo­vi con­flit­ti di pote­re, per­ché è sem­pre più chia­ro, oggi come nel seco­lo scor­so, che chi con­trol­la lo spa­zio con­trol­la anche la Terra.

I mat­to­ni del nostro habitat

L’intelaiatura del nostro habi­tat tri­di­men­sio­na­le (ter­ri­to­rio, vir­tua­le e spa­zio) è sor­ret­ta dal­le siner­gie di quel­le che ven­go­no defi­ni­te tec­no­lo­gie convergenti.

Par­lia­mo di scien­ze come le bio­tec­no­lo­gie, ovve­ro qual­sia­si appli­ca­zio­ne tec­no­lo­gi­ca che uti­liz­zi siste­mi bio­lo­gi­ci, esse­ri viven­ti o loro deri­va­ti per rea­liz­za­re pro­dot­ti per un uso spe­ci­fi­co. È di que­sti gior­ni la noti­zia del­lo svi­lup­po in cam­po agri­co­lo del­le cosid­det­te NGT, «nuo­ve tec­ni­che gene­ti­che», in par­te appro­va­te anche dai Ver­di, e che van­no oltre i «cat­ti­vi OGM», che abbia­mo impa­ra­to a com­bat­te­re, ma che si dice potreb­be­ro esse­re uti­lis­si­me per lo svi­lup­po dell’agricoltura e per con­tra­sta­re la fame nel mondo.

Par­lia­mo di nano­tec­no­lo­gie, quel ramo del­la scien­za appli­ca­to alla tec­no­lo­gia che com­por­ta il con­trol­lo del­la mate­ria su sca­la dimen­sio­na­le di un nano­me­tro, un miliar­de­si­mo di un metro, mani­po­la­zio­ne del­la mate­ria a livel­lo ato­mi­co. Le sue appli­ca­zio­ni sono già tan­te, dall’energia alla puli­zia dell’acqua, alla medicina.

Par­lia­mo di tec­no­lo­gie dell’informazione, l’insieme dei meto­di e del­le tec­ni­che uti­liz­za­te nel­la tra­smis­sio­ne, rice­zio­ne e ela­bo­ra­zio­ne dei dati.

Par­lia­mo di scien­ze cogni­ti­ve, disci­pli­ne che han­no per ogget­to lo stu­dio dei pen­sie­ri cogni­ti­vi uma­ni e arti­fi­cia­li come l’Intelligenza Arti­fi­cia­le, le neu­ro­scien­ze, la psi­co­lo­gia cogni­ti­va, l’antropologia.

Tut­ti que­sti rami del­le scien­ze oggi sono for­za­ti dal pote­re a pen­sar­si par­cel­liz­za­ti. Non è astra­zio­ne o pen­sie­ro futu­ri­bi­le, è la nostra real­tà, per cui come un tem­po era neces­sa­rio cono­sce­re atten­ta­men­te il ciclo di pro­du­zio­ne di fab­bri­ca per sabo­tar­lo e riap­pro­priar­si del sala­rio uscen­do dal ricat­to del lavo­ro, così oggi è neces­sa­rio capi­re il fun­zio­na­men­to di scienze/​tecnologie per estrar­ne il poten­zia­le di libe­ra­zio­ne. Dei pic­co­li esem­pi: for­se con le nano­tec­no­lo­gie potrem­mo esse­re in gra­do di cura­re varie malat­tie? For­se gli eso­sche­le­tri saran­no cer­ta­men­te uti­liz­za­ti per i sol­da­ti cyborg, ma potreb­be­ro aiu­ta­re a cam­mi­na­re tut­ti quel­li oggi in car­roz­zi­na? E allo­ra no agli eso­sche­le­tri armi di mor­te e agli eso­sche­le­tri per chi potreb­be aver­ne biso­gno per vive­re meglio e non solo per chi può pagarseli.

Que­sto è il mon­do in cui sia­mo, dove sia­mo situa­ti come si usa dire oggi. Toc­ca a noi svi­lup­pa­re un intrec­cio di sape­ri mul­ti­di­sci­pli­na­ri libe­ri, che fac­cia­no inte­ra­gi­re le scien­ze accom­pa­gna­te, per­ché no, dal­la capa­ci­tà anti­ci­pa­to­ria di altri lin­guag­gi come quel­li artistici.

Oltre l’umano

L’umano come lo inten­do­no le reli­gio­ni che met­to­no al cen­tro l’uomo in quan­to crea­to da un dio e anche l’umano come lo inten­de il pen­sie­ro progressista/​laico che met­te al cen­tro l’homo sapiens, tap­pa ulti­ma e immu­ta­bi­le dell’evoluzione e rife­ri­men­to del Tutto.

Anda­re oltre l’umano per non resta­re schiac­cia­ti da visio­ni cata­stro­fi­che che non per­met­to­no di vede­re oltre, come se la fine del­la sto­ria fos­se pos­si­bi­le. Sia­mo abi­tua­ti a pen­sa­re la spe­cie uma­na come il Tut­to e non inve­ce come una par­zia­li­tà den­tro un insie­me più ampio di Tut­to, fat­to di Ter­ra, cosmo, specie…

Insom­ma, in poche paro­le, rela­ti­viz­zia­mo­ci, sia­mo in com­pa­gnia del T‑Rex, di ET e di Roy Batty.

Coman­do finanziario

Con que­ste pre­mes­se pro­via­mo a dare un nome per inqua­dra­re il pote­re con­tem­po­ra­neo: coman­do finan­zia­rio. Le paro­le che usia­mo pla­sma­no la nostra real­tà e con­ti­nua­re a usa­re paro­le vec­chie per inter­pre­ta­re feno­me­ni nuo­vi è un mec­ca­ni­smo regres­si­vo. È tem­po di rom­pe­re il nostro les­si­co e for­zar­lo per costrui­re un nuo­vo vocabolario.

Par­tia­mo da alcu­ne defi­ni­zio­ni mar­xi­ste. In par­ti­co­la­re dal­le pagi­ne dei Grun­dris­se quan­do Marx si sof­fer­ma sul fat­to che il capi­ta­le non è il Sog­get­to a tut­to ton­do al qua­le ricon­dur­re ogni cosa ma un rap­por­to socia­le e di clas­se, un rap­por­to di for­za, con i suoi alti e bas­si, che si svi­lup­pa nel­le lot­te di clas­se, in for­me con­trad­di­to­rie e in peren­ne evo­lu­zio­ne. L’inarrestabile con­flit­to tra il capi­ta­le che guar­da al pro­fit­to e il lavo­ro che vuo­le liberarsi.

Lascia­mo per­de­re tut­te le teo­rie che fan­no del capi­ta­le un Moloch inattaccabile.

Il mon­do in cui vivia­mo l’abbiamo costrui­to noi. Nel­la real­tà, ancor oggi più per­va­si­va­men­te, vedia­mo con­fi­gu­rar­si la con­ti­nua ten­sio­ne ambi­va­len­te fra le pos­si­bi­li­tà di libe­ra­zio­ne e le bar­ba­re bra­me di profitto.

Fac­cia­mo anche in que­sto caso dei pic­co­li esempi.

Pen­sia­mo ai bit­coin. È il 2008, esplo­de la lun­ga fase di cri­si eco­no­mi­ca. Pri­mo gen­na­io 2009, ven­go­no vara­ti i bit­coin. All’inizio, il grup­po di infor­ma­ti­ci che ha inven­ta­to l’algoritmo dei bit­coin, noti con lo pseu­do­ni­mo di Sato­shi Naka­mo­to, ha pen­sa­to a un mec­ca­ni­smo di rot­tu­ra, per­ché le inten­zio­ni era­no quel­le di strap­pa­re la mone­ta al mono­po­lio degli Sta­ti e del­le ban­che. Nel cor­so degli anni, inve­ce, il bit­coin è diven­ta­to una valu­ta usa­ta per esem­pio da El Sal­va­dor come mone­ta sta­ta­le, ulti­ma spiag­gia per atti­ra­re i gran­di capi­ta­li. I bit­coin, par­ti­ti in un cer­to modo oggi sono diven­ta­te una valu­ta come tut­te le altre.

Per con­ti­nua­re, quan­do per la pri­ma vol­ta nel ’57 fu man­da­to il pri­mo segna­le di dati tra­mi­te pac­ket swit­ching tele­fo­ni­co, i tipi che ave­va­no le due cor­net­te del tele­fo­no in mano sape­va­no che quel modo di comu­ni­ca­re era total­men­te diver­so dai pre­ce­den­ti, cer­to non pote­va­no imma­gi­na­re Inter­net. In real­tà era uno dei pri­mi pas­si di quel­lo che sareb­be poi diven­ta­to Inter­net, qual­co­sa che ave­va le poten­zia­li­tà di libe­ra­re una nuo­va for­ma di comu­ni­ca­zio­ne, ma anche in que­sto set­to­re i rap­por­ti di capi­ta­le han­no fat­to vale­re la loro vora­ci­tà di profitto.

Ovun­que guar­dia­mo tro­via­mo sem­pre poten­zia­li­tà di libe­ra­zio­ne e capa­ci­tà di sfrut­ta­men­to al ser­vi­zio del­le logi­che di profitto.

Un ulti­mo esem­pio: Goo­gle è sfrut­ta­men­to, ma è costrui­to su del­le poten­zia­li­tà di libe­ra­zio­ne comu­ni­ca­ti­ve e appli­ca­ti­ve immense.

Si è pro­va­to fino­ra a defi­ni­re in vari modi il capitalismo.

Capi­ta­li­smo bio­po­li­ti­co (Fou­cault), ovve­ro un rap­por­to di capi­ta­le che non agi­sce più solo sul­la rela­zio­ne di lavo­ro ma entro cui gli stes­si cor­pi sono mes­si a valore.

Capi­ta­li­smo del­la sor­ve­glian­za (Zuboff), ovve­ro il con­trol­lo e la mes­sa a valo­re da par­te del­le big com­pa­nies di tut­ti i dati che pro­du­cia­mo acce­den­do all’infosfera.

Capi­ta­li­smo finan­zia­rio, defi­ni­zio­ne che coglie il momen­to sto­ri­co in cui sia­mo e dove, se pri­ma secon­do il dog­ma mar­xia­no il dena­ro pro­du­ce­va mer­ce e poi la mer­ce pro­du­ce­va dena­ro, oggi vivia­mo inve­ce in una dimen­sio­ne in cui è lo stes­so dena­ro a pro­dur­re altro dena­ro tra­mi­te la spe­cu­la­zio­ne in bor­sa, una dimen­sio­ne tal­men­te per­va­si­va che è diven­ta­to uno dei mec­ca­ni­smi che rego­la il pre­sen­te. E anco­ra, è dena­ro vir­tua­le che pro­du­ce dena­ro vir­tua­le, ren­den­do ancor più mani­fe­sto come que­sto sia un’astrazione, una convenzione.

La nuo­va for­ma del pote­re capi­ta­li­sta oggi si espri­me con il coman­do finan­zia­rio. Un inte­gra­to di mec­ca­ni­smi carat­te­riz­za­ti dal­la vora­ci­tà e dal­la per­va­si­vi­tà del­le logi­che di pro­fit­to, ali­men­ta­to da nuo­ve rego­le e codi­ci che agi­sco­no attra­ver­so algo­rit­mi, secon­do rego­le pro­prie e oltre i mec­ca­ni­smi clas­si­ci dell’economia.

Nel­le pre­ce­den­ti fasi for­se tut­to sem­bra­va più chia­ro. Al tem­po del for­di­smo tut­to era più leg­gi­bi­le: il capi­ta­li­smo si appog­gia­va agli Sta­ti-nazio­ne per far pro­dur­re la fab­bri­ca per­ché que­sti ave­va­no il mono­po­lio dell’uso del­la for­za e del con­trol­lo del­la socie­tà. Già negli anni del capi­ta­li­smo bio­po­li­ti­co e del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, i mec­ca­ni­smi diven­ta­no più flui­di e con­trad­di­to­ri. Pen­sia­mo solo alla fun­zio­ne del­lo Sta­to-nazio­ne pro­fon­da­men­te modi­fi­ca­ta dal­la spin­ta del pote­re ver­so le gran­di isti­tu­zio­ni inter­na­zio­na­li mul­ti­le­vel (Fmi, G8, Bce, Com­mis­sio­ne euro­pea, G2, G20…) a cui vie­ne dele­ga­ta, in par­te e in manie­ra con­trad­di­to­ria, la ten­sio­ne a gover­na­re il pianeta.

Il coman­do finan­zia­rio, per usa­re una meta­fo­ra, è una «gio­stra a cal­ci in culo» in cui tut­ti voglio­no sali­re sui seg­gio­li­ni per cer­ca­re di arri­va­re al pre­mio, sgo­mi­tan­do e spin­gen­do a più non pos­so, allean­do­si prov­vi­so­ria­men­te con chi ti dà una spin­ta sal­vo poi scal­ciar­lo per arri­va­re per pri­mi. Poi la gio­stra si fer­ma per ripar­ti­re poco dopo anco­ra con tut­ti i seg­gio­li­ni pieni.

Nes­su­no vuo­le resta­re esclu­so dal­la pos­si­bi­li­tà del pre­mio. Un gio­co a cui tut­ti voglio­no par­te­ci­pa­re, che sia­no i gran­di capi­ta­li, i sot­to­si­ste­mi di pote­re o l’ultimo migran­te sbar­ca­to sul­le nostre coste con la spe­ran­za di vive­re una vita migliore.

Cer­to non tut­ti i poten­zia­li gio­ca­to­ri han­no lo stes­so peso e la stes­sa staz­za. Sof­fer­mia­mo­ci sui gio­ca­to­ri più for­ti, quel­li che chia­mia­mo sottosistemi.

Pre­mes­sa: quan­do par­lia­mo di sot­to­si­ste­mi par­lia­mo anche di una situa­zio­ne in evo­lu­zio­ne, con­flit­tua­le e con­trad­di­to­ria al pro­prio interno.

Per sot­to­si­ste­mi oggi inten­dia­mo sia le vec­chie e nuo­ve poten­ze sta­ta­li come Sta­ti Uni­ti, Cina, Rus­sia, India e Giap­po­ne ecc., sia i gran­di agglo­me­ra­ti di movi­men­ta­zio­ne di capi­ta­le come l’economia cri­mi­na­le, che muo­ve a oggi il 7% del Pil mondiale.

Inten­dia­mo le big cor­po­ra­tion ma anche il sot­to­si­ste­ma cre­scen­te dell’islam poli­ti­co, una ideo­lo­gia vio­len­te­men­te rea­zio­na­ria che sta pren­den­do pie­de paral­le­la­men­te ai nostri popu­li­smi e che è l’idea di un gover­no del­la socie­tà che met­ta al pri­mo posto la religione.

Ana­liz­za­re gli islam poli­ti­ci, tan­ti e spes­so in diret­ta com­pe­ti­zio­ne bel­li­ca fra loro, è impor­tan­te per ren­der­si con­to di come quan­to è suc­ces­so, ad esem­pio, in Afgha­ni­stan non sia impu­ta­bi­le uni­ca­men­te agli Usa, ma si inse­ri­sca den­tro la com­ples­si­tà del coman­do finan­zia­rio, aiu­tan­do­ci ad anda­re oltre il discor­so post-colo­nia­le. Quan­do par­lia­mo di Afgha­ni­stan, cer­to è anco­ra fon­da­men­ta­le tene­re ben pre­sen­te il gio­co di scac­chi fra i vec­chi sot­to­si­ste­mi nazio­na­li di Usa, Rus­sia e Cina per il con­trol­lo dei ter­ri­to­ri, ma è però anche neces­sa­rio ricor­da­re che è lì che l’80% dell’eroina mon­dia­le vie­ne pro­dot­ta. Se negli ulti­mi 20 anni la guer­ra in Afgha­ni­stan è costa­ta agli ame­ri­ca­ni 2300 miliar­di di dol­la­ri, nel­lo stes­so perio­do i tale­ba­ni tra­mi­te il traf­fi­co d’oppio si sti­ma abbia­no gua­da­gna­to 120 miliar­di di dol­la­ri, distri­buen­do red­di­ti e con­trol­lan­do socie­tà e con­sen­so. È così che il nuo­vo gover­no tale­ba­no entra a pie­no nel siste­ma di coman­do finan­zia­rio. Que­sto anche gra­zie alle ipo­cri­sie del proi­bi­zio­ni­smo imperante.

Come ulti­mo pun­to va anche tenu­to pre­sen­te che esi­ste un popo­lo afgha­no, al cui inter­no vi è una par­te, non cer­to mino­ri­ta­ria, respon­sa­bi­le del­la situa­zio­ne di ter­ri­bi­le vio­len­za e non solo un’innocente mario­net­ta maneg­gia­ta da altri, un’altra par­te, anche que­sta non mino­ri­ta­ria, che accet­ta la situa­zio­ne e una mino­ran­za in par­ti­co­la­re le don­ne che resi­sto­no. A loro il nostro mas­si­mo rispetto.

Pic­co­lo inci­so: ricor­dia­mo­ci che se par­lia­mo di sot­to­si­ste­mi val la pena cita­re anche la gran­de azien­da Chie­sa Cat­to­li­ca, con il suo mana­ger Papa Fran­ce­sco, che se anche al momen­to ha dei gros­si pro­ble­mi di sol­vi­bi­li­tà e con­tan­te con­ti­nua a esse­re una strut­tu­ra di pote­re non indifferente.

Ana­liz­za­re i sot­to­si­ste­mi ci ser­ve per non sem­pli­fi­ca­re, per ren­der­ci con­to che esi­sto­no anco­ra dei pote­ri fisi­ci che si pos­so­no affron­ta­re e col­pi­re, sen­za con­ti­nua­re ad addos­sa­re la tota­li­tà del­le respon­sa­bi­li­tà ai soli­ti noti, come gli Usa o le ban­che, che fra l’altro si carat­te­riz­za­no oggi come del­le isti­tu­zio­ni for­te­men­te in ritar­do sul­le tec­no­lo­gie di comando.

Anche qui un pic­co­lo esem­pio: men­tre i ver­ti­ci del­la Bce dichia­ra­no che nei pros­si­mi cin­que anni pen­sa­no di rea­liz­za­re l’emissione di una mone­ta digi­ta­le, la Cina una mone­ta digi­ta­le già la pos­sie­de ed è una mone­ta a loro uti­lis­si­ma per com­mer­cia­re con quei pae­si come Iran o Corea del Nord che sono sot­to­po­sti a san­zio­ni, garan­ten­do così il com­mer­cio libe­ro dai vin­co­li degli Swift, i codi­ci di pro­to­col­lo che ognu­no di noi ha sul pro­prio con­to corrente.

Che fare?

Intan­to capir­ci qualcosa.

Tut­to quel che è l’assetto glo­ba­le oggi abbi­so­gna quin­di di appro­fon­di­men­to, per cono­sce­re le visce­re del coman­do finan­zia­rio, i suoi ingra­nag­gi. Abbia­mo neces­si­tà di inter­lo­qui­re con esper­ti di diver­si set­to­ri, dob­bia­mo comin­cia­re a inter­pre­ta­re il pre­sen­te attra­ver­so un mul­ti­pen­sie­ro, che fac­cia comu­ni­ca­re scien­ze e sape­ri differenti.

Abbia­mo biso­gno di un nuo­vo voca­bo­la­rio che allon­ta­ni vec­chi lem­mi come quei «beni comu­ni» defi­ni­ti qua­si come enti­tà fis­sa­te e immo­bi­li in un mon­do in cui inve­ce tut­to è in tran­si­to e in cui si può puli­re e ren­de­re pota­bi­le l’acqua con l’uso di nanotecnologie.

Un nuo­vo voca­bo­la­rio che non si pie­ghi alle faci­li mode, come ad esem­pio la paro­la ormai diven­ta­ta un man­tra: resi­lien­za. Che asso­mi­glia più all’atteggiamento di Fan­toz­zi davan­ti al padro­ne, ovve­ro l’adattamento pri­vo di con­flit­to a ogni situa­zio­ne in cui si è costret­ti a vivere.

Per­ché non pro­va­re a inse­ri­re nel nostro les­si­co paro­le come mul­ti­di­sci­pli­na­rie­tà, rela­zio­ne, inter­di­pen­den­za, con­ta­mi­na­zio­ne? Per­ché non pro­va­re ad ascol­ta­re un fisi­co e insie­me guar­da­re un film che par­la di don­ne afgha­ne? Per­ché non sfi­da­re la mesco­lan­za di sape­ri? For­se riu­sci­rem­mo così a costrui­re una cono­scen­za auto­no­ma, una coo­pe­ra­zio­ne del­le cono­scen­ze come atto di auto­no­mia per ave­re una visio­ne del futu­ro e pra­ti­ca­re un pre­sen­te di libertà.

Oltre a capir­ci qual­co­sa dovrem­mo anche por­ci nuo­ve doman­de, men­tre inda­ghia­mo. Con/​ricerca, inchie­sta andreb­be­ro illu­mi­na­te da una nuo­va luce.

Anche nel fare dovrem­mo por­ci nuo­vi inter­ro­ga­ti­vi: come ci orga­niz­zia­mo, come lot­tia­mo, come agia­mo il con­flit­to, come resi­stia­mo, ma anche sabo­tia­mo il potere?

Insom­ma come rian­no­dia­mo teo­ria e pra­ti­ca den­tro l’orizzonte del nostro tem­po in cambiamento.

«Io ne ho viste cose che voi uma­ni non potre­ste imma­gi­nar­vi: navi da com­bat­ti­men­to in fiam­me al lar­go dei bastio­ni di Orio­ne, e ho visto i rag­gi B bale­na­re nel buio vici­no alle por­te di Tan­n­häu­ser».

Dal film Bla­de runner

Imma­gi­ne: Mau­ri­zio Can­na­vac­ciuo­lo, Clau­dio, 1995, olio su tela, 190 x 110 cm

Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale

Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale

Pub­bli­chia­mo qui uno stral­cio del­la con­ver­sa­zio­ne di Fran­co Piper­no con Clau­dio Dio­ne­sal­vi che Machi­na ha anti­ci­pa­to in vista del­la pros­si­ma usci­ta del pri­mo dei volu­mi che trat­te­ran­no le “Auto­no­mie” meri­dio­na­li edi­to da Deri­veAp­pro­di nel­la col­la­na “Gli Auto­no­mi”.

* * *

Come mai le insor­gen­ze meri­dio­na­li, che pure nel cor­so del­la sto­ria anti­ca e recen­te ci sono sta­te, non han­no dato luo­go a feno­me­ni di espan­sio­ne dell’autonomia ammi­ni­stra­ti­va e poli­ti­ca? Le rivol­te e le rivo­lu­zio­ni a Sud, dal Sei­cen­to fino a quel­le del Nove­cen­to, sono sem­pre sta­te segna­te da som­mo­vi­men­ti vio­len­ti e spon­ta­nei che, però, nel giro di un pugno di gior­ni o di mesi sono rien­tra­te nell’alveo dei dispo­si­ti­vi di pote­re loca­le (ari­sto­cra­zia loca­le, baro­nie, lati­fon­di­sti, galan­tuo­mi­ni, luo­go­te­nen­ti e clas­se poli­ti­ca). Esem­pla­re è la que­stio­ne del­la ter­ra: le lot­te e i sacri­fi­ci con­ta­di­ni nell’Ottocento e nel Nove­cen­to han­no pro­dot­to la rifor­ma agra­ria che, pur­trop­po, è con­flui­ta, da una par­te, in nuo­va emi­gra­zio­ne negli anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta del seco­lo scor­so: la ter­ra sen­za mez­zi non pote­va esse­re lavo­ra­ta, dall’altra nel­la Cas­sa per il Mez­zo­gior­no.

Que­ste azio­ni non han­no dato vita a pro­ces­si costi­tuen­ti per moti­va­zio­ni ana­lo­ghe a quel­le dei gior­ni nostri: si può tran­si­ta­re da una fase feu­da­le o pre­bor­ghe­se, a una fase bor­ghe­se o capi­ta­li­sta, pur­ché si abbia un’accumulazione ori­gi­na­ria che lo per­met­ta. La mafia, la ’ndran­ghe­ta e in misu­ra mino­re la camor­ra, sono l’espressione di que­sti ten­ta­ti­vi di ave­re quell’accumulazione ori­gi­na­ria che ha per­mes­so loro di diven­ta­re bor­ghe­si. È chia­ro che si trat­ta di ten­ta­ti­vi cri­mi­na­li, ma riman­go­no del tut­to auten­ti­ci. Sono sta­to per qual­che tem­po in Ger­ma­nia, a Colo­nia, dove ho potu­to con­sta­ta­re da vici­no i livel­li di pene­tra­zio­ne del­le fami­glie meri­dio­na­li in quei ter­ri­to­ri, alcu­ne del­le qua­li segna­te da ori­gi­ni ’ndran­ghe­ti­ste. I ser­vi­zi for­ni­ti da que­sto seg­men­to di popo­la­zio­ne, che è il retro­ter­ra con­sen­sua­le del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, sono spes­so tra i miglio­ri ser­vi­zi che ci sia­no a dispo­si­zio­ne. In un risto­ran­te a Colo­nia, gesti­to dal­la ’ndran­ghe­ta, puoi star sicu­ro di gusta­re una piz­za miglio­re di quel­la pre­pa­ra­ta in un loca­le gesti­to dal pre­te. Non ce l’ho coi pre­ti. Voglio solo indi­car­li come ter­mi­ni di para­go­ne, come model­lo di un com­por­ta­men­to con­for­me alle leg­gi. La dif­fi­col­tà che lo Sta­to ita­lia­no incon­tra a eli­mi­na­re que­sta for­ma orga­niz­za­ta di cri­mi­na­li­tà è dovu­ta al fat­to che essa rac­co­glie un’esigenza di moder­ni­tà, per quan­to para­dos­sa­le sia. La strut­tu­ra del­la cri­mi­na­li­tà si basa su rela­zio­ni pre­mo­der­ne o pre­bor­ghe­si. In Cala­bria è basa­ta mol­to sul­le rela­zio­ni fami­lia­ri o para­fa­mi­lia­ri che ovvia­men­te sono pres­so­ché imper­mea­bi­li rispet­to alla leg­ge. È mol­to dif­fi­ci­le, da noi, tra­di­re un paren­te. Al di là degli aspet­ti pena­li, è un aspet­to mora­le: non tra­di­sci tuo fra­tel­lo o tuo cugi­no. Que­sto è un ele­men­to di for­za, per­met­te alla cri­mi­na­li­tà di ope­ra­re come una bor­ghe­sia nel­la sua fase ini­zia­le. In altri ter­mi­ni, i cri­mi­na­li ci sono dap­per­tut­to, ma gli ’ndran­ghe­ti­sti non si limi­ta­no a fare i cri­mi­na­li. Loro inter­pre­ta­no un biso­gno che è quel­lo dell’arricchitevi, un biso­gno che intro­du­ce il mer­ca­to capi­ta­li­sti­co. E lo sod­di­sfa­no, non aven­do a dispo­si­zio­ne né le ban­che né lo Sta­to, nell’unico modo pos­si­bi­le, che peral­tro è il modo nel qua­le è avve­nu­to in Inghil­ter­ra o in Fran­cia, cioè l’accumulazione ori­gi­na­le in ter­mi­ni di vio­len­za e appro­pria­zio­ne. È signi­fi­ca­ti­vo che sia­mo alla sesta leg­ge ecce­zio­na­le per il Sud, a par­ti­re dal­la leg­ge Pica, che è del 1864. Pica era un depu­ta­to. È inte­res­san­te che la sua leg­ge non sia sta­ta appli­ca­ta alla Sici­lia, ma solo al con­ti­nen­te. La man­ca­ta appli­ca­zio­ne in quel ter­ri­to­rio è dovu­ta al fat­to che la mafia sici­lia­na ave­va dav­ve­ro aiu­ta­to Gari­bal­di a scac­cia­re i Bor­bo­ne dal­la Sici­lia. Non era avve­nu­to lo stes­so sul con­ti­nen­te, dove all’epoca non c’era una cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta come quel­la sici­lia­na. La mafia cala­bre­se era maga­ri anche d’origine mas­so­ni­ca, però lega­ta ai pae­si, cioè non si trat­ta­va di un’organizzazione regio­na­le. Ogni pae­se ave­va que­sto nucleo d’ordine: in pae­si come San Gio­van­ni in Fio­re, per­du­ti nel­la Sila, chi assi­cu­ra­va anche una vita con­for­me a del­le rego­le era­no gli stes­si che saran­no poi con­si­de­ra­ti cri­mi­na­li. In 150 anni non si è sta­ti capa­ci di affron­ta­re que­sto pro­ble­ma, se non «alla Grat­te­ri», quin­di median­te reta­te di 300 per­so­ne e pro­ces­si chia­ma­ti for­mal­men­te «maxi­pro­ces­si», nei qua­li si per­de la respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­le. Ma è impos­si­bi­le esa­mi­na­re la respon­sa­bi­li­tà di 400 per­so­ne nel­lo stes­so pro­ces­so! È signi­fi­ca­ti­vo quel che mi ha rac­con­ta­to Giu­lia­no Vas­sal­li, che da gio­va­ne è sta­to uno stu­den­te di Alfre­do Roc­co, il legi­sla­to­re, quel­lo del codi­ce pena­le. Quan­do Roc­co pre­pa­rò il codi­ce, che in par­te è anco­ra quel­lo vigen­te, si rifiu­tò di intro­dur­re la figu­ra del pen­ti­to che era già pre­sen­te nel­la legi­sla­zio­ne ingle­se, per­ché soste­ne­va che que­sto avreb­be com­por­ta­to l’uso dei sen­ti­men­ti più bas­si dell’essere uma­no, quin­di una for­ma di cor­ru­zio­ne mora­le. Lo stes­so Roc­co, seb­be­ne fos­se legi­sla­to­re fasci­sta, si rifiu­tò anche di con­ce­pi­re i pro­ces­si in mas­sa, per­ché anch’egli era con­vin­to che la respon­sa­bi­li­tà pena­le potes­se esse­re solo indi­vi­dua­le. Cito que­sti aspet­ti non per ren­de­re un omag­gio a Roc­co, ma solo per sot­to­li­nea­re quan­to il pro­ble­ma del­la cri­mi­na­li­tà nel Sud, che è uno degli aspet­ti dell’identità defor­ma­ta, sia un pro­ble­ma socia­le, non di ordi­ne pub­bli­co. Quan­do il Meri­dio­ne è sta­to get­ta­to nel mer­ca­to, a livel­lo di que­sto pro­ces­so d’arricchimento l’unica resi­sten­za è venu­ta dal­le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li che non sono cri­mi­na­li nel sen­so este­nua­to. In ogni cit­tà ci sono dei cri­mi­na­li, ma quan­do par­lia­mo del­la ’ndran­ghe­ta è vero­si­mi­le e cor­ret­to para­go­nar­la alla mas­so­ne­ria, piut­to­sto che alla fran­tu­ma­ta delin­quen­za che uno incon­tra a Firen­ze o a Tori­no. Sem­pre a pro­po­si­to di insor­gen­ze, una del­le ulti­me for­me di ribel­lio­ne è sta­ta quel­la dell’Autonomia o for­se è più cal­zan­te par­la­re di «auto­no­mie».

E che let­tu­ra ne dai?

Per quan­to riguar­da l’autonomia pro­pria­men­te det­ta, e io la inten­do nel feno­me­no che ha nel ’77 il suo aspet­to più signi­fi­ca­ti­vo e ric­co, io non vive­vo nel Sud. Era un perio­do – spie­ga – in cui inse­gna­vo a Mila­no e abi­ta­vo a Roma. Quin­di il mio rap­por­to con l’Autonomia era soprat­tut­to attra­ver­so una rivi­sta che si chia­ma­va «Metro­po­li».

Quel­la col­la­bo­ra­zio­ne ti costò cara per­ché una sua espres­sio­ne, «geo­me­tri­ca poten­za», rife­ri­ta alle Bri­ga­te ros­se, spin­se la Digos a suo­na­re al suo cito­fo­no.

Sì, è diver­ten­te per­ché io avrei com­pre­so le misu­re con­tro di me se si fos­se trat­ta­to di un pre­mio let­te­ra­rio. Essen­do un po’ dan­nun­zia­na come fra­se, avrei potu­to capi­re che un giu­di­ce edu­ca­to dal­la tra­di­zio­ne ita­lia­na potes­se aver­ce­la con me per quell’aspetto bece­ro, inve­ce per via di quel­la fra­set­ta mi han­no accu­sa­to di aver com­mes­so 20 omi­ci­di e 15 rapi­ne. È signi­fi­ca­ti­vo l’episodio che mi è acca­du­to in Fran­cia dove ave­vo pro­va­to a rifu­giar­mi e sono sta­to cat­tu­ra­to. I giu­di­ci roma­ni han­no chie­sto la mia estra­di­zio­ne. Nel cor­so dei riti giu­di­zia­ri lega­ti a que­sta richie­sta, il pro­cu­ra­to­re fran­ce­se mi ha inter­ro­ga­to per vede­re se io fos­si dispo­sto a rien­tra­re in Ita­lia sen­za oppor­re alcu­na resi­sten­za lega­le. Il Pm fran­ce­se mi ha decla­ma­to tut­ti i capi d’accusa for­mu­la­ti con­tro di me dal­la magi­stra­tu­ra ita­lia­na. Oltre ai pre­sun­ti rea­ti di omi­ci­dio e un nume­ro ster­mi­na­to di rapi­ne, c’era pure «intral­cio al traf­fi­co», per­ché in effet­ti quan­do si rapi­na una ban­ca maga­ri si par­cheg­gia la mac­chi­na vici­no alla ban­ca da rapi­na­re e que­sto gesto costi­tui­sce intral­cio per la cir­co­la­zio­ne stra­da­le. Quan­do il pro­cu­ra­to­re mi ha chie­sto se io mi rico­no­sces­si col­pe­vo­le di qual­co­sa, io ho rispo­sto di sì. Il mio lega­le era una per­so­na straor­di­na­ria. Si chia­ma­va Keji­man, un vec­chio avvo­ca­to anti­fa­sci­sta che ave­va fat­to la Resi­sten­za. Impres­sio­na­to dal­la mia rispo­sta affer­ma­ti­va alla doman­da del pro­cu­ra­to­re, è bal­za­to in pie­di e mi ha det­to: «Ma che fai, Fran­co?». Allo­ra il Pm lo ha ammo­ni­to: «Avvo­ca­to, lei stia sedu­to altri­men­ti la allon­ta­no dall’aula». Poi si è rivol­to ver­so di me: «Allo­ra, si rico­no­sce col­pe­vo­le di qual­co­sa?». Rispon­do: «Sì». E lui: «Di qua­li rea­ti?». Rispo­si: «Intral­cio al traf­fi­co». A quel pun­to il pro­cu­ra­to­re si è incaz­za­to e mi ha rispe­di­to in cella. 

Al di là del­le vicis­si­tu­di­ni indi­vi­dua­li di quel perio­do sto­ri­co, rima­ne il pro­ble­ma di defi­ni­re l’essenza e i con­tor­ni dell’Autonomia di que­gli anni. Pos­sia­mo dun­que par­la­re di una for­ma uni­ca o è più ade­gua­to inten­der­la nel sen­so del­le varie­ga­te for­me di auto­no­mia dif­fu­sa?

Nell’autonomia ope­ra­ia ita­lia­na degli anni Set­tan­ta pos­sia­mo indi­vi­dua­re diver­si aspet­ti. Ce n’era uno dispe­ra­to e ran­co­ro­so. La dimen­sio­ne insur­re­zio­na­le, che ave­va avu­to l’Italia a par­ti­re dal ’68, si era chiu­sa con la cri­si del petro­lio all’inizio degli anni Set­tan­ta. Pri­ma del perio­do tra il ’72 e il ’73, gli ope­rai con­trol­la­va­no let­te­ral­men­te la fab­bri­ca, tan­to è vero che l’assenteismo si atte­sta­va intor­no al 25 per cen­to a Mira­fio­ri; una situa­zio­ne del gene­re si era veri­fi­ca­ta solo nel bien­nio ros­so, ai pri­mi del Nove­cen­to. Da quan­do è comin­cia­ta la cri­si del petro­lio, che ha avu­to un’origine ame­ri­ca­na, l’assenteismo si è ridot­to al 5 per cen­to. Agnel­li ha ini­zia­to a licen­zia­re. La sua sareb­be sta­ta un’azione incon­ce­pi­bi­le fino alla cri­si petro­li­fe­ra, pri­ma del­la qua­le gli ope­rai pra­ti­ca­va­no l’assenteismo ma il padro­ne non osa­va licen­zia­re per­ché era diven­ta­to un pro­ble­ma di ordi­ne pub­bli­co. Quin­di nel ’77 è evi­den­te una scon­fit­ta ope­ra­ia nel­le fab­bri­che. Tut­to dipen­de­va infat­ti dai rap­por­ti di for­za. Sen­za la pos­si­bi­li­tà di pren­de­re il coman­do in fab­bri­ca, è sal­ta­ta tut­ta l’intelaiatura che ruo­ta­va attor­no all’antagonismo ope­ra­io. Tant’è vero che la lot­ta si è spo­sta­ta di più sul­la que­stio­ne abi­ta­ti­va: a Tori­no, per esem­pio, il ter­re­no di scon­tro diven­ta­va il non paga­re l’affitto oppu­re occu­pa­re le case, ma comun­que si allon­ta­na­va dal­la fab­bri­ca. E non per cat­ti­ve­ria, ma per­ché, come dimo­stra­va quel­la mani­fe­sta­zio­ne dei 40mila «capet­ti» nell’ottobre 1980, era­no cam­bia­ti i rap­por­ti di for­za. Dun­que il ’77 ha espres­so un ele­men­to di dispe­ra­zio­ne che è sta­to tra­dot­to dal­la pro­po­sta di ren­de­re arma­ta la lot­ta: una pro­po­sta mino­ri­ta­ria, però aper­ta­men­te offer­ta da grup­pi di com­pa­gni che inten­de­va­no tra­sfor­ma­re il con­flit­to in uno scon­tro arma­to. È sta­ta una scel­ta di evi­den­te fal­li­men­to. Un con­to infat­ti era pra­ti­ca­re del­le azio­ni arma­te, come per esem­pio puni­re i capi­re­par­to che mul­ta­va­no gli ope­rai per­ché si ripo­sa­va­no oppu­re san­zio­na­re il pro­prie­ta­rio del­le case che sgom­be­ra­va inte­re fami­glie, altro era tra­sfor­ma­re il con­flit­to in uno scon­tro arma­to. Son due cose diver­se. Met­ten­do­la sul pia­no del­lo scon­tro arma­to, ave­vi già per­du­to. Non c’era alcu­na pro­por­zio­ne tra quel­lo che pote­va­no fare i com­pa­gni del movi­men­to e quel­lo che face­va­no 100mila cara­bi­nie­ri, 200mila agen­ti di poli­zia. Ecco, in que­sto aspet­to vedo un ele­men­to di dispe­ra­zio­ne che ovvia­men­te, come in tut­te le cose vere, ha avu­to pure un gran­de fasci­no, anche dal pun­to di vista mera­men­te este­ti­co, rifles­so nel­le cose che si scri­ve­va­no, nel tea­tro. Dun­que c’era un ele­men­to di ran­co­re; non di invi­dia ben­sì di odio socia­le. E que­sto aspet­to è fini­to col peri­re per pri­mo negli anni suc­ces­si­vi. C’è infi­ne anche una pro­spet­ti­va di rifles­sio­ne teo­ri­ca in cui la paro­la auto­no­mia vuol dire sostan­zial­men­te la fine del­la lun­ga ege­mo­nia del­le asso­cia­zio­ni par­ti­ti­che e sin­da­ca­li di sini­stra in Euro­pa. Non han­no aspet­ta­to la cadu­ta del muro gli ope­rai ita­lia­ni, o comun­que i qua­dri che ave­va­no lot­ta­to, per dichia­ra­re fal­li­ta l’Unione Sovie­ti­ca. L’esperienza del socia­li­smo rea­le in Ita­lia era già cadu­ta negli anni Set­tan­ta, quan­do il Pci rap­pre­sen­ta­va uno dei dispo­si­ti­vi di repres­sio­ne del­lo Sta­to italiano.