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Non si può rimettere il dentifricio nel tubetto

Pub­bli­chia­mo la tra­scri­zio­ne di un inter­ven­to svol­to in occa­sio­ne di un incon­tro orga­niz­za­to dal­le real­tà di Labas e Tpo che ha avu­to luo­go l’11 e 12 set­tem­bre 2021 a Bolo­gna. Vil­ma Maz­za è coau­tri­ce con Gian­mar­co De Pie­ri, Pie­ro Despa­li e Mas­si­mi­lia­no Gal­lob del libro di recen­te pub­bli­ca­zio­ne Gli auto­no­mi. I «pado­va­ni». Dagli anni Ottan­ta al G8 di Geno­va 2001, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, 2021.Collabora inol­tre con lo spa­zio «Prag­ma» dell’Archivio Auto­no­mia. «Prag­ma» è uno spa­zio a dispo­si­zio­ne per inter­ven­ti, dibat­ti­ti e rifles­sio­ni sul­la memo­ria del­le pro­get­tua­li­tà teo­ri­che, poli­ti­che e orga­niz­za­ti­ve del­le real­tà dell’Autonomia ope­ra­ia del seco­lo scor­so (vedi anche l’intervista su Machi­na del 3 apri­le scor­so) ma è anche uno spa­zio che «guar­da al futu­ro», che pro­po­ne rifles­sio­ni, ana­li­si e pos­si­bi­li ipo­te­si di sce­na­ri sul­la e del­la real­tà futu­ra, sul­le futu­re «con­trad­di­zio­ni di clas­se». Para­fra­san­do un vec­chio com­pa­gno si può affer­ma­re che nel pre­sen­te, «gran­de è la con­fu­sio­ne sot­to il cie­lo» ma non per que­sto si può con­clu­de­re che «dun­que, la situa­zio­ne è eccel­len­te». C’è quin­di biso­gno di una let­tu­ra non tan­to e non solo dell’oggi, con tut­te le sue real­tà avvol­te da «lac­ci e lac­ciuo­li», ma di uno sguar­do sul­le «ten­den­ze» dei con­flit­ti di clas­se dei pros­si­mi anni e decenni.

* * *

È tem­po di rico­no­sce­re che stia­mo viven­do una nuo­va era. Se sia­mo però in gra­do di rico­no­sce­re qua­li sono gli ele­men­ti nuo­vi che giu­sti­fi­ca­no un cam­bia­men­to epo­ca­le, di fron­te alla radi­ca­le novi­tà non è mai pos­si­bi­le subi­to inqua­drar­ne la com­ples­si­tà. Se ne vede un pic­co­lo pez­zo, su quel­lo indu­gia­no gli sguar­di, lo rico­no­sco­no, risul­ta fami­lia­re, lo si inter­pre­ta con cate­go­rie di cui si è già padro­ni. Il resto, anco­ra sco­no­sciu­to e restio alle inter­pre­ta­zio­ni, si cer­ca spes­so di evi­tar­lo. Basta pen­sa­re, ad esem­pio, a quel che è suc­ces­so all’arrivo del­la pan­de­mia del Covid. La pri­ma rea­zio­ne è sta­ta cer­ca­re di anco­rar­si alle cer­tez­ze cono­sciu­te. Cata­pul­ta­ti da un gior­no all’altro nel­la radi­ca­le novi­tà è spun­ta­ta rapi­da la pau­ra, un sen­ti­men­to con­ser­va­to­re che ha por­ta­to a pro­teg­ger­ci e a pro­teg­ge­re, o si è resta­ti a boc­ca aper­ta, basi­ti, stu­pi­ti, alle vol­te instu­pi­di­ti, iner­mi di fron­te a ciò che accadeva.

Quan­do Marx in gio­va­ne età ha comin­cia­to a scri­ve­re di capi­ta­li­smo riu­sci­va a intra­ve­de­re quel che il mon­do sareb­be diven­ta­to. Il capi­ta­li­smo era ai suoi ini­zi, ma lui riu­sci­va a coglie­re che quel­la cosa era diver­sa dal soli­to sfrut­ta­men­to dell’uomo sull’uomo. Marx era un visionario.

Quan­do ci inter­fac­cia­mo a un nuo­vo cam­bia­men­to d’epoca, non pos­sia­mo pre­ten­de­re di riu­sci­re a met­te­re tut­ti i pez­zi assie­me imme­dia­ta­men­te. È com­pli­ca­to risol­ve­re il pro­ble­ma di come cam­bia­re il mon­do men­tre lo vedia­mo cambiare.

Noi stes­si sen­tia­mo che tut­to sta mutan­do, ma non riu­scia­mo anco­ra bene a inca­stra­re tut­ti i pez­zi nel puzz­le. Dob­bia­mo quin­di armar­ci di pazien­za e al tem­po stes­so esse­re visio­na­ri, ten­ta­re di non appiat­tir­ci su ideo­lo­gie che pre­ten­do­no di aver già capi­to cosa sta suc­ce­den­do, pro­pon­go­no un pac­chet­to inter­pre­ta­ti­vo com­ple­to e spie­ga­no il nuo­vo mon­do con uno sche­ma vec­chio, un pen­sie­ro già chiu­so, un nuo­vo «ismo». Fino­ra diver­se sono sta­te le defi­ni­zio­ni dell’era in cui sia­mo immersi.

C’è chi la defi­ni­sce «antro­po­ce­ne», un’era che ha l’uomo al suo cen­tro e sta anco­ra dibat­ten­do se è ini­zia­ta 3000 anni fa con l’homo sapiens o con la cen­tra­li­tà nel seco­lo scor­so del siste­ma pro­dut­ti­vo industriale.

C’è chi sug­ge­ri­sce che navi­ghia­mo oggi nel «capi­ta­lo­ce­ne», un’era che ha nel capi­ta­le il suo prin­ci­pa­le feno­me­no plasmante.

C’è chi ini­zia a usa­re la defi­ni­zio­ne «ibri­do­ce­ne», una fase che pone al cen­tro l’ibridazione fra fisi­co e vir­tua­le, un’era in cui le cose non sono anco­ra defi­ni­te, l’era dei gran­di cam­bia­men­ti in corso.

C’è chi come Don­na Hara­way, autri­ce vent’anni fa dell’anticipatorio testo Mani­fe­sto Cyborg, aggiun­ge a tut­te que­ste defi­ni­zio­ni anche «cthu­lhu­ce­ne», per sot­to­li­nea­re la neces­si­tà di pen­sa­re a un’epoca al cui cen­tro non c’è solo l’umano ma le varie spe­cie che assie­me al cyborg costrui­sco­no la con­tem­po­ra­nei­tà. Di cer­to una visio­na­ria capa­ce di sti­mo­lar­ci in manie­ra intrigante.

Per spin­ger­ci oltre non pos­sia­mo accon­ten­tar­ci di una sola di que­ste defi­ni­zio­ni, per­ché tut­te cen­tra­no un po’ il pun­to o meglio uno dei pun­ti, dob­bia­mo anche cer­ca­re di anda­re oltre quei dua­li­smi che sia­mo sta­ti abi­tua­ti a con­si­de­ra­re fon­da­men­ta­li e che oggi ci sem­bra­no inservibili.

Come poter par­la­re anco­ra oggi del dua­li­smo uomo/​natura? Sia­mo anco­ra con­vin­ti che pos­sia­mo auspi­ca­re un ritor­no alla natu­ra sel­vag­gia e all’uomo «buon sel­vag­gio» quan­do sia­mo nell’epoca del­le clo­na­zio­ni e del­la natu­ra che cam­bia men­tre noi cam­bia­mo? Pos­sia­mo anco­ra ave­re la pre­te­sa di esse­re gli uni­ci esse­ri sen­zien­ti del­la galas­sia? Può quin­di il con­cet­to di natu­ra esse­re anco­ra rele­ga­to solo al nostro pianeta?

E poi, come pos­sia­mo anco­ra inter­pre­ta­re il pre­sen­te con la dico­to­mia uomo/​macchina, che è sta­ta fon­da­men­ta­le per la nasci­ta del capi­ta­li­smo del­la cate­na di mon­tag­gio, ma vie­ne resa oggi inu­ti­liz­za­bi­le da una pro­dut­ti­vi­tà basa­ta sul cyborg, sul­la con­net­ti­vi­tà, sul lavo­ro immateriale?

Come pos­sia­mo pen­sa­re che pos­sa anco­ra esse­re ser­vi­bi­le la dico­to­mia uomo/​donna, da sem­pre usa­ta per giu­sti­fi­ca­re e spie­ga­re una real­tà di sfrut­ta­men­to e sot­to­mis­sio­ne di gene­re, quan­do par­lia­mo da anni ormai di supe­ra­men­to dei generi?

Il nostro sfor­zo deve anda­re oltre le defi­ni­zio­ni, i dua­li­smi, e anche ben oltre i post, che han­no carat­te­riz­za­to e in par­te con­ti­nua­no a carat­te­riz­za­re la ricer­ca in que­sti anni.

Non è più suf­fi­cien­te, ad esem­pio, par­la­re di post­for­di­smo, uti­le a defi­ni­re il pas­sag­gio del­la cen­tra­li­tà del­lo sfrut­ta­men­to dal­la fab­bri­ca a tut­to il socia­le, così come di post­mo­der­no uti­liz­za­to per defi­ni­re la nuo­va com­ples­si­tà epo­ca­le. C’è l’antico vizio di usa­re i post-qual­co­sa per ammet­te­re che qual­co­sa è cam­bia­to, ma nel defi­nir­lo ci rife­ria­mo a un pas­sa­to cono­sciu­to e ras­si­cu­ran­te. Un modo, in fon­do, per non dover met­te­re tut­to in discussione.

Oltre l’umano

Un ten­ta­ti­vo oggi di defi­ni­re il mon­do in cui vivia­mo con tut­ti que­sti stru­men­ti somi­glia mol­to al ten­ta­ti­vo di rimet­te­re il den­ti­fri­cio den­tro il suo tubetto.

Dove sia­mo quin­di? In che mon­do vivia­mo? Sia­mo in un’epoca, un’era che for­se pos­sia­mo ini­zia­re a descri­ve­re come «oltre l’umano».

Dove abi­tia­mo?

Il nostro habi­tat, ambien­te abi­ta­bi­le, è per lo meno tri­di­men­sio­na­le: sia­mo nel ter­ri­to­rio, sia­mo nel vir­tua­le, sia­mo nell’universo.

Sia­mo nel ter­ri­to­rio, dove il nostro pie­de cal­pe­sta il suolo.

Sia­mo nel 2021, sia­mo 7 miliar­di e 800 milio­ni, dei qua­li il 66,6% uti­liz­za un cel­lu­la­re, il 59,5% ha un acces­so a Inter­net e il 53% è uten­te di social net­work, tra­scor­ren­do media­men­te 7 ore al gior­no onli­ne. Que­sti dati basta­no per ren­der­ci con­to che la dimen­sio­ne digi­ta­le è rea­le, sia­mo anche questo.

Sia­mo nell’uni­ver­so, dimen­sio­ne intri­gan­te su cui vale la pena sof­fer­mar­si. La geo­po­li­ti­ca spa­zia­le non è fan­ta­scien­za, dob­bia­mo comin­cia­re a par­la­re di satel­li­ti, di estra­zio­ne da aste­roi­di e di ter­ra­for­ma­zio­ne, per­ché tut­to que­sto, men­tre ne discu­tia­mo, sta già avvenendo.

I satel­li­ti

Oggi ci sono cir­ca 2700 satel­li­ti in orbi­ta, di cui si ser­vo­no tut­te le fun­zio­ni digi­ta­li che quo­ti­dia­na­men­te uti­liz­zia­mo. Di que­ste mac­chi­ne orbi­tan­ti 1300 sono ame­ri­ca­ne, 300 sono cine­si, 280 di mul­ti­na­zio­na­li, seguo­no quel­le di altri vari Sta­ti. Per immet­te­re un satel­li­te in atmo­sfe­ra c’è biso­gno di una piat­ta­for­ma di lan­cio. Chiun­que, aven­do i capi­ta­li, può com­pra­re un satel­li­te ma per met­ter­lo in fun­zio­ne dovrà paga­re qual­cu­no che può per­met­ter­si la tec­no­lo­gia neces­sa­ria per lan­ciar­lo. A oggi chi sono i «lan­cia­to­ri nel­lo spa­zio»? Sei pae­si, poten­ze vec­chie o emer­gen­ti, Usa, Cina, Rus­sia, Fran­cia (… e non l’Europa), Giap­po­ne e India. A que­sti si sono aggiun­ti tre pri­va­ti, Spa­ce X con Elon Musk e Pay­pal, Blue Ori­gin con Jeff Bezos e Ama­zon, Vir­gin Galac­tic con Richard Bran­son e Vir­gin Group. Per­ché van­no mes­si assie­me logo e per­so­na? Per­ché dob­bia­mo sem­pre pen­sa­re al pote­re non come una cosa astrat­ta. I nemi­ci, anche in que­sta nuo­va era, non ci man­ca­no, han­no vol­ti, luo­ghi e con­te­sti ben defi­ni­ti. Que­sti colos­si stan­no acqui­sen­do infat­ti un tale pote­re tec­no­lo­gi­co che gli stes­si Sta­ti Uni­ti per lan­cia­re i satel­li­ti usa­no più le piat­ta­for­me di lan­cio pri­va­te che quel­le sta­ta­li. Tut­to que­sto comin­cia a inte­res­sa­re anche il nostro pic­co­lo, le nostre dimen­sio­ni loca­li. Nel­le nostre uni­ver­si­tà, come a Bolo­gna, per esem­pio, c’è un cor­so uni­ver­si­ta­rio spe­ci­fi­co in pro­get­ta­zio­ne di satelliti.

Le nuo­ve fron­tie­re di ricer­ca nell’utilizzo dei satel­li­ti riguar­da­no anche lo stoc­cag­gio dei dati attra­ver­so la fisi­ca quan­ti­sti­ca. Sap­pia­mo tut­ti che Goo­gle accu­mu­la big data, i nostri big data, e sap­pia­mo che que­sti van­no a fini­re nel­le big farm, strut­tu­re sem­pre più gran­di, sem­pre più poten­ti, sem­pre meglio con­trol­la­te e blin­da­te. A bre­ve, tra­mi­te la com­pres­sio­ne dei dati con la fisi­ca quan­ti­sti­ca e il loro con­se­guen­te stoc­cag­gio sui satel­li­ti, vedre­mo aumen­ta­re a dismi­su­ra la mili­ta­riz­za­zio­ne del­lo spa­zio per difen­de­re i dati dal­la pre­da­zio­ne altrui. La guer­ra nel­lo spa­zio sta cam­bian­do, è già un mec­ca­ni­smo mol­to com­ples­so, non è più da tem­po quel­la fra ame­ri­ca­ni e rus­si come ai tem­pi di Lai­ka e dell’uomo sul­la Luna.

Estra­zio­ne sugli asteroidi

Se par­lia­mo di spa­zio dob­bia­mo dir­ci che l’estrazione di mate­ria­li sugli aste­roi­di è già real­tà. Mate­rie pri­me rare, quel­le che ven­go­no chia­ma­ti «metal­li rari», neces­sa­rie per il fun­zio­na­men­to dei dispo­si­ti­vi mobi­li e poco dispo­ni­bi­li sul­la Ter­ra, sono pre­sen­ti abbon­dan­te­men­te sugli aste­roi­di. L’utilizzo di robot e dro­ni al fine di estrar­re mate­ria­li e ripor­tar­li sul­la Ter­ra è già a tema. Que­sto com­por­ta, per comin­cia­re, un gran­dis­si­mo pro­ble­ma giu­ri­di­co. Così come gli ocea­ni sono infat­ti con­si­de­ra­ti pro­prie­tà dell’umanità, cioè di tut­ti, a usu­frut­to di tut­ti, per cui chiun­que con la sua bar­ca può tran­quil­la­men­te andar­ci a pesca­re, così l’unica leg­ge inter­na­zio­na­le sul­lo spa­zio del 1967 dichia­ra i cor­pi cele­sti pro­prie­tà dell’umanità. Se una cor­po­ra­tion non può quin­di giu­ri­di­ca­men­te pren­de­re pos­ses­so di un aste­roi­de, può però estrar­ne mate­ria­li e por­tar­se­li a casa, crean­do un enor­me pro­ble­ma di con­cor­ren­za. Anche in que­sto caso le nuo­ve fron­tie­re dell’estrattivismo andran­no pro­tet­te militarmente.

Pro­via­mo a non esse­re mio­pi. È impos­si­bi­le che tut­to que­sto non abbia riper­cus­sio­ni imme­dia­te anche sul nostro pia­ne­ta, per­ché i robot che le cor­po­ra­tion stan­no pro­get­tan­do per por­ta­re avan­ti l’estrazione di mate­ria­li nel­lo spa­zio saran­no imme­dia­ta­men­te uti­liz­za­bi­li per i pro­get­ti di frac­king o estra­zio­ne sul­la Terra.

Ter­ra­for­ma­zio­ne

La ter­za gran­de fron­tie­ra del­la ricer­ca spa­zia­le è la ter­ra­for­ma­zio­ne. Anco­ra non sap­pia­mo se alla fine l’umanità vivrà mai su Mar­te, fat­to sta che tut­ta la tec­no­lo­gia che vie­ne uti­liz­za­ta per ter­ra­for­ma­re il pia­ne­ta ros­so è asso­lu­ta­men­te già appli­ca­bi­le sul­la ter­ra. Stia­mo par­lan­do per esem­pio di nuo­ve con­fi­gu­ra­zio­ni antro­pi­che. È noto l’esperimento che ha coin­vol­to due gemel­li astro­nau­ti, Scott e Mark Kel­ly, uno dei qua­li restan­do un anno in orbi­ta sul­la ISS ha visto cam­bia­re la sua strut­tu­ra mor­fo­lo­gi­ca per rispon­de­re all’adattamento ambien­ta­le spa­zia­le, men­tre l’altro, nel­la sua quo­ti­dia­ni­tà ter­re­stre, non ha subi­to alcu­na modi­fi­ca. Tut­to que­sto apre nuo­vi sce­na­ri alla ricer­ca medi­ca e non.

Ter­ra­for­ma­re Mar­te signi­fi­ca pro­get­ta­re nuo­ve col­tu­re che pos­sa­no resi­ste­re in quel suo­lo ma che saran­no anche uti­lis­si­me sul­la ter­ra per met­te­re a col­ti­va­zio­ne ampie zone del nostro pia­ne­ta in via di deser­ti­fi­ca­zio­ne così come il cam­bia­men­to del­la nostra strut­tu­ra antro­pi­ca potreb­be ser­vi­re alla nostra spe­cie per con­ti­nua­re a vive­re e sfrut­ta­re quel­le zone del pia­ne­ta a noi già inaccessibili.

Tut­ti que­sti aspet­ti del­le nuo­ve fron­tie­re spa­zia­li com­por­ta­no una neces­si­tà di con­trol­lo diret­to per pro­teg­ge­re i pro­pri inve­sti­men­ti, l’utilizzo di nuo­vi sape­ri per spe­ri­men­ta­zio­ni mili­ta­ri, un’enorme quan­ti­tà di capi­ta­le e la com­par­sa ine­vi­ta­bi­le di nuo­vi con­flit­ti di pote­re, per­ché è sem­pre più chia­ro, oggi come nel seco­lo scor­so, che chi con­trol­la lo spa­zio con­trol­la anche la Terra.

I mat­to­ni del nostro habitat

L’intelaiatura del nostro habi­tat tri­di­men­sio­na­le (ter­ri­to­rio, vir­tua­le e spa­zio) è sor­ret­ta dal­le siner­gie di quel­le che ven­go­no defi­ni­te tec­no­lo­gie convergenti.

Par­lia­mo di scien­ze come le bio­tec­no­lo­gie, ovve­ro qual­sia­si appli­ca­zio­ne tec­no­lo­gi­ca che uti­liz­zi siste­mi bio­lo­gi­ci, esse­ri viven­ti o loro deri­va­ti per rea­liz­za­re pro­dot­ti per un uso spe­ci­fi­co. È di que­sti gior­ni la noti­zia del­lo svi­lup­po in cam­po agri­co­lo del­le cosid­det­te NGT, «nuo­ve tec­ni­che gene­ti­che», in par­te appro­va­te anche dai Ver­di, e che van­no oltre i «cat­ti­vi OGM», che abbia­mo impa­ra­to a com­bat­te­re, ma che si dice potreb­be­ro esse­re uti­lis­si­me per lo svi­lup­po dell’agricoltura e per con­tra­sta­re la fame nel mondo.

Par­lia­mo di nano­tec­no­lo­gie, quel ramo del­la scien­za appli­ca­to alla tec­no­lo­gia che com­por­ta il con­trol­lo del­la mate­ria su sca­la dimen­sio­na­le di un nano­me­tro, un miliar­de­si­mo di un metro, mani­po­la­zio­ne del­la mate­ria a livel­lo ato­mi­co. Le sue appli­ca­zio­ni sono già tan­te, dall’energia alla puli­zia dell’acqua, alla medicina.

Par­lia­mo di tec­no­lo­gie dell’informazione, l’insieme dei meto­di e del­le tec­ni­che uti­liz­za­te nel­la tra­smis­sio­ne, rice­zio­ne e ela­bo­ra­zio­ne dei dati.

Par­lia­mo di scien­ze cogni­ti­ve, disci­pli­ne che han­no per ogget­to lo stu­dio dei pen­sie­ri cogni­ti­vi uma­ni e arti­fi­cia­li come l’Intelligenza Arti­fi­cia­le, le neu­ro­scien­ze, la psi­co­lo­gia cogni­ti­va, l’antropologia.

Tut­ti que­sti rami del­le scien­ze oggi sono for­za­ti dal pote­re a pen­sar­si par­cel­liz­za­ti. Non è astra­zio­ne o pen­sie­ro futu­ri­bi­le, è la nostra real­tà, per cui come un tem­po era neces­sa­rio cono­sce­re atten­ta­men­te il ciclo di pro­du­zio­ne di fab­bri­ca per sabo­tar­lo e riap­pro­priar­si del sala­rio uscen­do dal ricat­to del lavo­ro, così oggi è neces­sa­rio capi­re il fun­zio­na­men­to di scienze/​tecnologie per estrar­ne il poten­zia­le di libe­ra­zio­ne. Dei pic­co­li esem­pi: for­se con le nano­tec­no­lo­gie potrem­mo esse­re in gra­do di cura­re varie malat­tie? For­se gli eso­sche­le­tri saran­no cer­ta­men­te uti­liz­za­ti per i sol­da­ti cyborg, ma potreb­be­ro aiu­ta­re a cam­mi­na­re tut­ti quel­li oggi in car­roz­zi­na? E allo­ra no agli eso­sche­le­tri armi di mor­te e agli eso­sche­le­tri per chi potreb­be aver­ne biso­gno per vive­re meglio e non solo per chi può pagarseli.

Que­sto è il mon­do in cui sia­mo, dove sia­mo situa­ti come si usa dire oggi. Toc­ca a noi svi­lup­pa­re un intrec­cio di sape­ri mul­ti­di­sci­pli­na­ri libe­ri, che fac­cia­no inte­ra­gi­re le scien­ze accom­pa­gna­te, per­ché no, dal­la capa­ci­tà anti­ci­pa­to­ria di altri lin­guag­gi come quel­li artistici.

Oltre l’umano

L’umano come lo inten­do­no le reli­gio­ni che met­to­no al cen­tro l’uomo in quan­to crea­to da un dio e anche l’umano come lo inten­de il pen­sie­ro progressista/​laico che met­te al cen­tro l’homo sapiens, tap­pa ulti­ma e immu­ta­bi­le dell’evoluzione e rife­ri­men­to del Tutto.

Anda­re oltre l’umano per non resta­re schiac­cia­ti da visio­ni cata­stro­fi­che che non per­met­to­no di vede­re oltre, come se la fine del­la sto­ria fos­se pos­si­bi­le. Sia­mo abi­tua­ti a pen­sa­re la spe­cie uma­na come il Tut­to e non inve­ce come una par­zia­li­tà den­tro un insie­me più ampio di Tut­to, fat­to di Ter­ra, cosmo, specie…

Insom­ma, in poche paro­le, rela­ti­viz­zia­mo­ci, sia­mo in com­pa­gnia del T‑Rex, di ET e di Roy Batty.

Coman­do finanziario

Con que­ste pre­mes­se pro­via­mo a dare un nome per inqua­dra­re il pote­re con­tem­po­ra­neo: coman­do finan­zia­rio. Le paro­le che usia­mo pla­sma­no la nostra real­tà e con­ti­nua­re a usa­re paro­le vec­chie per inter­pre­ta­re feno­me­ni nuo­vi è un mec­ca­ni­smo regres­si­vo. È tem­po di rom­pe­re il nostro les­si­co e for­zar­lo per costrui­re un nuo­vo vocabolario.

Par­tia­mo da alcu­ne defi­ni­zio­ni mar­xi­ste. In par­ti­co­la­re dal­le pagi­ne dei Grun­dris­se quan­do Marx si sof­fer­ma sul fat­to che il capi­ta­le non è il Sog­get­to a tut­to ton­do al qua­le ricon­dur­re ogni cosa ma un rap­por­to socia­le e di clas­se, un rap­por­to di for­za, con i suoi alti e bas­si, che si svi­lup­pa nel­le lot­te di clas­se, in for­me con­trad­di­to­rie e in peren­ne evo­lu­zio­ne. L’inarrestabile con­flit­to tra il capi­ta­le che guar­da al pro­fit­to e il lavo­ro che vuo­le liberarsi.

Lascia­mo per­de­re tut­te le teo­rie che fan­no del capi­ta­le un Moloch inattaccabile.

Il mon­do in cui vivia­mo l’abbiamo costrui­to noi. Nel­la real­tà, ancor oggi più per­va­si­va­men­te, vedia­mo con­fi­gu­rar­si la con­ti­nua ten­sio­ne ambi­va­len­te fra le pos­si­bi­li­tà di libe­ra­zio­ne e le bar­ba­re bra­me di profitto.

Fac­cia­mo anche in que­sto caso dei pic­co­li esempi.

Pen­sia­mo ai bit­coin. È il 2008, esplo­de la lun­ga fase di cri­si eco­no­mi­ca. Pri­mo gen­na­io 2009, ven­go­no vara­ti i bit­coin. All’inizio, il grup­po di infor­ma­ti­ci che ha inven­ta­to l’algoritmo dei bit­coin, noti con lo pseu­do­ni­mo di Sato­shi Naka­mo­to, ha pen­sa­to a un mec­ca­ni­smo di rot­tu­ra, per­ché le inten­zio­ni era­no quel­le di strap­pa­re la mone­ta al mono­po­lio degli Sta­ti e del­le ban­che. Nel cor­so degli anni, inve­ce, il bit­coin è diven­ta­to una valu­ta usa­ta per esem­pio da El Sal­va­dor come mone­ta sta­ta­le, ulti­ma spiag­gia per atti­ra­re i gran­di capi­ta­li. I bit­coin, par­ti­ti in un cer­to modo oggi sono diven­ta­te una valu­ta come tut­te le altre.

Per con­ti­nua­re, quan­do per la pri­ma vol­ta nel ’57 fu man­da­to il pri­mo segna­le di dati tra­mi­te pac­ket swit­ching tele­fo­ni­co, i tipi che ave­va­no le due cor­net­te del tele­fo­no in mano sape­va­no che quel modo di comu­ni­ca­re era total­men­te diver­so dai pre­ce­den­ti, cer­to non pote­va­no imma­gi­na­re Inter­net. In real­tà era uno dei pri­mi pas­si di quel­lo che sareb­be poi diven­ta­to Inter­net, qual­co­sa che ave­va le poten­zia­li­tà di libe­ra­re una nuo­va for­ma di comu­ni­ca­zio­ne, ma anche in que­sto set­to­re i rap­por­ti di capi­ta­le han­no fat­to vale­re la loro vora­ci­tà di profitto.

Ovun­que guar­dia­mo tro­via­mo sem­pre poten­zia­li­tà di libe­ra­zio­ne e capa­ci­tà di sfrut­ta­men­to al ser­vi­zio del­le logi­che di profitto.

Un ulti­mo esem­pio: Goo­gle è sfrut­ta­men­to, ma è costrui­to su del­le poten­zia­li­tà di libe­ra­zio­ne comu­ni­ca­ti­ve e appli­ca­ti­ve immense.

Si è pro­va­to fino­ra a defi­ni­re in vari modi il capitalismo.

Capi­ta­li­smo bio­po­li­ti­co (Fou­cault), ovve­ro un rap­por­to di capi­ta­le che non agi­sce più solo sul­la rela­zio­ne di lavo­ro ma entro cui gli stes­si cor­pi sono mes­si a valore.

Capi­ta­li­smo del­la sor­ve­glian­za (Zuboff), ovve­ro il con­trol­lo e la mes­sa a valo­re da par­te del­le big com­pa­nies di tut­ti i dati che pro­du­cia­mo acce­den­do all’infosfera.

Capi­ta­li­smo finan­zia­rio, defi­ni­zio­ne che coglie il momen­to sto­ri­co in cui sia­mo e dove, se pri­ma secon­do il dog­ma mar­xia­no il dena­ro pro­du­ce­va mer­ce e poi la mer­ce pro­du­ce­va dena­ro, oggi vivia­mo inve­ce in una dimen­sio­ne in cui è lo stes­so dena­ro a pro­dur­re altro dena­ro tra­mi­te la spe­cu­la­zio­ne in bor­sa, una dimen­sio­ne tal­men­te per­va­si­va che è diven­ta­to uno dei mec­ca­ni­smi che rego­la il pre­sen­te. E anco­ra, è dena­ro vir­tua­le che pro­du­ce dena­ro vir­tua­le, ren­den­do ancor più mani­fe­sto come que­sto sia un’astrazione, una convenzione.

La nuo­va for­ma del pote­re capi­ta­li­sta oggi si espri­me con il coman­do finan­zia­rio. Un inte­gra­to di mec­ca­ni­smi carat­te­riz­za­ti dal­la vora­ci­tà e dal­la per­va­si­vi­tà del­le logi­che di pro­fit­to, ali­men­ta­to da nuo­ve rego­le e codi­ci che agi­sco­no attra­ver­so algo­rit­mi, secon­do rego­le pro­prie e oltre i mec­ca­ni­smi clas­si­ci dell’economia.

Nel­le pre­ce­den­ti fasi for­se tut­to sem­bra­va più chia­ro. Al tem­po del for­di­smo tut­to era più leg­gi­bi­le: il capi­ta­li­smo si appog­gia­va agli Sta­ti-nazio­ne per far pro­dur­re la fab­bri­ca per­ché que­sti ave­va­no il mono­po­lio dell’uso del­la for­za e del con­trol­lo del­la socie­tà. Già negli anni del capi­ta­li­smo bio­po­li­ti­co e del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, i mec­ca­ni­smi diven­ta­no più flui­di e con­trad­di­to­ri. Pen­sia­mo solo alla fun­zio­ne del­lo Sta­to-nazio­ne pro­fon­da­men­te modi­fi­ca­ta dal­la spin­ta del pote­re ver­so le gran­di isti­tu­zio­ni inter­na­zio­na­li mul­ti­le­vel (Fmi, G8, Bce, Com­mis­sio­ne euro­pea, G2, G20…) a cui vie­ne dele­ga­ta, in par­te e in manie­ra con­trad­di­to­ria, la ten­sio­ne a gover­na­re il pianeta.

Il coman­do finan­zia­rio, per usa­re una meta­fo­ra, è una «gio­stra a cal­ci in culo» in cui tut­ti voglio­no sali­re sui seg­gio­li­ni per cer­ca­re di arri­va­re al pre­mio, sgo­mi­tan­do e spin­gen­do a più non pos­so, allean­do­si prov­vi­so­ria­men­te con chi ti dà una spin­ta sal­vo poi scal­ciar­lo per arri­va­re per pri­mi. Poi la gio­stra si fer­ma per ripar­ti­re poco dopo anco­ra con tut­ti i seg­gio­li­ni pieni.

Nes­su­no vuo­le resta­re esclu­so dal­la pos­si­bi­li­tà del pre­mio. Un gio­co a cui tut­ti voglio­no par­te­ci­pa­re, che sia­no i gran­di capi­ta­li, i sot­to­si­ste­mi di pote­re o l’ultimo migran­te sbar­ca­to sul­le nostre coste con la spe­ran­za di vive­re una vita migliore.

Cer­to non tut­ti i poten­zia­li gio­ca­to­ri han­no lo stes­so peso e la stes­sa staz­za. Sof­fer­mia­mo­ci sui gio­ca­to­ri più for­ti, quel­li che chia­mia­mo sottosistemi.

Pre­mes­sa: quan­do par­lia­mo di sot­to­si­ste­mi par­lia­mo anche di una situa­zio­ne in evo­lu­zio­ne, con­flit­tua­le e con­trad­di­to­ria al pro­prio interno.

Per sot­to­si­ste­mi oggi inten­dia­mo sia le vec­chie e nuo­ve poten­ze sta­ta­li come Sta­ti Uni­ti, Cina, Rus­sia, India e Giap­po­ne ecc., sia i gran­di agglo­me­ra­ti di movi­men­ta­zio­ne di capi­ta­le come l’economia cri­mi­na­le, che muo­ve a oggi il 7% del Pil mondiale.

Inten­dia­mo le big cor­po­ra­tion ma anche il sot­to­si­ste­ma cre­scen­te dell’islam poli­ti­co, una ideo­lo­gia vio­len­te­men­te rea­zio­na­ria che sta pren­den­do pie­de paral­le­la­men­te ai nostri popu­li­smi e che è l’idea di un gover­no del­la socie­tà che met­ta al pri­mo posto la religione.

Ana­liz­za­re gli islam poli­ti­ci, tan­ti e spes­so in diret­ta com­pe­ti­zio­ne bel­li­ca fra loro, è impor­tan­te per ren­der­si con­to di come quan­to è suc­ces­so, ad esem­pio, in Afgha­ni­stan non sia impu­ta­bi­le uni­ca­men­te agli Usa, ma si inse­ri­sca den­tro la com­ples­si­tà del coman­do finan­zia­rio, aiu­tan­do­ci ad anda­re oltre il discor­so post-colo­nia­le. Quan­do par­lia­mo di Afgha­ni­stan, cer­to è anco­ra fon­da­men­ta­le tene­re ben pre­sen­te il gio­co di scac­chi fra i vec­chi sot­to­si­ste­mi nazio­na­li di Usa, Rus­sia e Cina per il con­trol­lo dei ter­ri­to­ri, ma è però anche neces­sa­rio ricor­da­re che è lì che l’80% dell’eroina mon­dia­le vie­ne pro­dot­ta. Se negli ulti­mi 20 anni la guer­ra in Afgha­ni­stan è costa­ta agli ame­ri­ca­ni 2300 miliar­di di dol­la­ri, nel­lo stes­so perio­do i tale­ba­ni tra­mi­te il traf­fi­co d’oppio si sti­ma abbia­no gua­da­gna­to 120 miliar­di di dol­la­ri, distri­buen­do red­di­ti e con­trol­lan­do socie­tà e con­sen­so. È così che il nuo­vo gover­no tale­ba­no entra a pie­no nel siste­ma di coman­do finan­zia­rio. Que­sto anche gra­zie alle ipo­cri­sie del proi­bi­zio­ni­smo imperante.

Come ulti­mo pun­to va anche tenu­to pre­sen­te che esi­ste un popo­lo afgha­no, al cui inter­no vi è una par­te, non cer­to mino­ri­ta­ria, respon­sa­bi­le del­la situa­zio­ne di ter­ri­bi­le vio­len­za e non solo un’innocente mario­net­ta maneg­gia­ta da altri, un’altra par­te, anche que­sta non mino­ri­ta­ria, che accet­ta la situa­zio­ne e una mino­ran­za in par­ti­co­la­re le don­ne che resi­sto­no. A loro il nostro mas­si­mo rispetto.

Pic­co­lo inci­so: ricor­dia­mo­ci che se par­lia­mo di sot­to­si­ste­mi val la pena cita­re anche la gran­de azien­da Chie­sa Cat­to­li­ca, con il suo mana­ger Papa Fran­ce­sco, che se anche al momen­to ha dei gros­si pro­ble­mi di sol­vi­bi­li­tà e con­tan­te con­ti­nua a esse­re una strut­tu­ra di pote­re non indifferente.

Ana­liz­za­re i sot­to­si­ste­mi ci ser­ve per non sem­pli­fi­ca­re, per ren­der­ci con­to che esi­sto­no anco­ra dei pote­ri fisi­ci che si pos­so­no affron­ta­re e col­pi­re, sen­za con­ti­nua­re ad addos­sa­re la tota­li­tà del­le respon­sa­bi­li­tà ai soli­ti noti, come gli Usa o le ban­che, che fra l’altro si carat­te­riz­za­no oggi come del­le isti­tu­zio­ni for­te­men­te in ritar­do sul­le tec­no­lo­gie di comando.

Anche qui un pic­co­lo esem­pio: men­tre i ver­ti­ci del­la Bce dichia­ra­no che nei pros­si­mi cin­que anni pen­sa­no di rea­liz­za­re l’emissione di una mone­ta digi­ta­le, la Cina una mone­ta digi­ta­le già la pos­sie­de ed è una mone­ta a loro uti­lis­si­ma per com­mer­cia­re con quei pae­si come Iran o Corea del Nord che sono sot­to­po­sti a san­zio­ni, garan­ten­do così il com­mer­cio libe­ro dai vin­co­li degli Swift, i codi­ci di pro­to­col­lo che ognu­no di noi ha sul pro­prio con­to corrente.

Che fare?

Intan­to capir­ci qualcosa.

Tut­to quel che è l’assetto glo­ba­le oggi abbi­so­gna quin­di di appro­fon­di­men­to, per cono­sce­re le visce­re del coman­do finan­zia­rio, i suoi ingra­nag­gi. Abbia­mo neces­si­tà di inter­lo­qui­re con esper­ti di diver­si set­to­ri, dob­bia­mo comin­cia­re a inter­pre­ta­re il pre­sen­te attra­ver­so un mul­ti­pen­sie­ro, che fac­cia comu­ni­ca­re scien­ze e sape­ri differenti.

Abbia­mo biso­gno di un nuo­vo voca­bo­la­rio che allon­ta­ni vec­chi lem­mi come quei «beni comu­ni» defi­ni­ti qua­si come enti­tà fis­sa­te e immo­bi­li in un mon­do in cui inve­ce tut­to è in tran­si­to e in cui si può puli­re e ren­de­re pota­bi­le l’acqua con l’uso di nanotecnologie.

Un nuo­vo voca­bo­la­rio che non si pie­ghi alle faci­li mode, come ad esem­pio la paro­la ormai diven­ta­ta un man­tra: resi­lien­za. Che asso­mi­glia più all’atteggiamento di Fan­toz­zi davan­ti al padro­ne, ovve­ro l’adattamento pri­vo di con­flit­to a ogni situa­zio­ne in cui si è costret­ti a vivere.

Per­ché non pro­va­re a inse­ri­re nel nostro les­si­co paro­le come mul­ti­di­sci­pli­na­rie­tà, rela­zio­ne, inter­di­pen­den­za, con­ta­mi­na­zio­ne? Per­ché non pro­va­re ad ascol­ta­re un fisi­co e insie­me guar­da­re un film che par­la di don­ne afgha­ne? Per­ché non sfi­da­re la mesco­lan­za di sape­ri? For­se riu­sci­rem­mo così a costrui­re una cono­scen­za auto­no­ma, una coo­pe­ra­zio­ne del­le cono­scen­ze come atto di auto­no­mia per ave­re una visio­ne del futu­ro e pra­ti­ca­re un pre­sen­te di libertà.

Oltre a capir­ci qual­co­sa dovrem­mo anche por­ci nuo­ve doman­de, men­tre inda­ghia­mo. Con/​ricerca, inchie­sta andreb­be­ro illu­mi­na­te da una nuo­va luce.

Anche nel fare dovrem­mo por­ci nuo­vi inter­ro­ga­ti­vi: come ci orga­niz­zia­mo, come lot­tia­mo, come agia­mo il con­flit­to, come resi­stia­mo, ma anche sabo­tia­mo il potere?

Insom­ma come rian­no­dia­mo teo­ria e pra­ti­ca den­tro l’orizzonte del nostro tem­po in cambiamento.

«Io ne ho viste cose che voi uma­ni non potre­ste imma­gi­nar­vi: navi da com­bat­ti­men­to in fiam­me al lar­go dei bastio­ni di Orio­ne, e ho visto i rag­gi B bale­na­re nel buio vici­no alle por­te di Tan­n­häu­ser».

Dal film Bla­de runner

Imma­gi­ne: Mau­ri­zio Can­na­vac­ciuo­lo, Clau­dio, 1995, olio su tela, 190 x 110 cm