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Potere Operaio – Attivo del 12.3.1971 – Relazione di Negri e Piperno

Dal­la Que­stu­ra di Tori­no (o Pado­va?) alla Pro­cu­ra di Tori­no e per cono­scen­za alla que­stu­ra di Pado­va si tra­smet­te il ciclo­sti­la­to rin­ve­nu­to occasionalmente

Autonomia possibile, valore d’uso, lavoro non-operaio

Da «pre-print 1/​4», sup­ple­men­to al n. 0 di «Metro­po­li», 1978 Roma

di Fran­co Piper­no

Chia­mia­mo auto­no­mia la for­ma poli­ti­ca den­tro cui si espri­me e cre­sce il movi­men­to del lavo­ro non-ope­ra­io. Si inten­de per lavo­ro non-ope­ra­io sia il lavo­ro indi­ret­ta­men­te pro­dut­ti­vo, sia il lavo­ro pro­dut­ti­vo le cui pre­sta­zio­ni pre­scin­do­no dal­la modi­fi­ca­zio­ne – più o meno mec­ca­niz­za­ta – del­la mer­ce.
Que­sto seg­men­to di for­za-lavo­ro si carat­te­riz­za per esse­re la mate­ria­le arti­co­la­zio­ne dell’«intelletto gene­ra­le» nel sen­so che solo a par­ti­re dal­la sua pre­sen­za den­tro il flus­so pro­dut­ti­vo allar­ga­to, il lavo­ro vivo assu­me la for­ma di atti­vi­tà gene­ral­men­te e com­piu­ta­men­te socia­le, atti­vi­tà in sé con­clu­sa, che non ha biso­gno di alcun «fat­to­re ester­no» per dispie­ga­re nel­la sua inte­rez­za la poten­za del lavo­ro come allar­ga­men­to inde­fi­ni­to del­la ric­chez­za o, se si vuo­le, del pro­ces­so di ripro­du­zio­ne socia­le.
In que­sto sen­so, il lavo­ro non-ope­ra­io – nel suo con­giun­ger­si al lavo­ro ope­ra­io, con­ti­nua­men­te inno­van­do­lo e ridu­cen­do­lo – dà al lavo­ro socia­le una dimen­sio­ne di atti­vi­tà auto­no­ma già den­tro il pro­ces­so di ripro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co.
La via mae­stra attra­ver­so cui que­sta «auto­no­miz­za­zio­ne» avvie­ne è cer­ta­men­te quel­la che potrem­mo chia­ma­re di «incor­po­ra­men­to» del­la for­za pro­dut­ti­va-scien­za den­tro la for­za-lavo­ro, fino a dar luo­go a un vero pro­ces­so di sosti­tu­zio­ne.
L’a­spet­to più signi­fi­ca­ti­vo, a livel­lo di rap­por­ti di pro­du­zio­ne, è quel­lo di riap­pro­pria­zio­ne da par­te del lavo­ro vivo del­la «poten­za» e del­la «socia­li­tà» con cui il capi­ta­le – in quan­to sog­get­to di «scien­za» – si pre­sen­ta den­tro il pro­ces­so di pro­du­zio­ne e ripro­du­zio­ne socia­le. Infat­ti, quan­do il coor­di­na­men­to e l’in­no­va­zio­ne pro­dut­ti­va han­no luo­go via l’im­pie­go del­la razio­na­li­tà scien­ti­fi­ca; quan­do, per meglio dire, la stes­sa dina­mi­ca con­flit­tua­le con i movi­men­ti del­la for­za-lavo­ro è costret­ta a svol­ger­si sul ter­re­no del­la scien­za come for­za pro­dut­ti­va; quan­do, di con­se­guen­za, «l’in­ces­san­te tra­sfor­ma­zio­ne del­la natu­ra in indu­stria» assu­me la for­ma di lavo­ro «non ope­ra­io», si dan­no le con­di­zio­ni per cui gli ele­men­ti di coman­do sul lavo­ro vivo, che pure la for­za pro­dut­ti­va-scien­za incor­po­ra, pos­sa­no tra­pas­sa­re a ele­men­ti resi­dua­li rispet­to all’u­ni­tà poten­te «cono­scen­za e tra­sfor­ma­zio­ne» che que­sta stes­sa for­za pro­dut­ti­va com­por­ta. La for­ma di capi­ta­le allo­ra può esse­re ricon­dot­ta a una dimen­sio­ne di puro domi­nio, di arbi­trio mone­ta­rio estra­neo alla pro­du­zio­ne di ric­chez­za. In altri ter­mi­ni: il pas­sag­gio ten­den­zia­le, rile­va­bi­le empi­ri­ca­men­te, al livel­lo del pro­ces­so pro­dut­ti­vo moder­no, del lavo­ra­to­re come ero­ga­to­re di fati­ca (tem­po di lavo­ro) in «sor­ve­glian­te e rego­la­to­re» tec­ni­co, fon­da la pos­si­bi­li­tà di un’au­to­no­miz­za­zio­ne del pro­ces­so pro­dut­ti­vo rispet­to al pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne – pro­prio per­ché si dà un’u­ni­tà fra lavo­ro e coor­di­na­men­to del lavo­ro, mate­rial­men­te rea­liz­za­ta dal mas­sic­cio ingres­so, nel­la pro­du­zio­ne socia­le, del lavo­ro non-ope­ra­io come seg­men­to cre­scen­te del­la for­za-lavo­ro. Come ognu­no vede, la ten­den­za sopra deli­nea­ta è ope­ran­te in tut­ta l’a­rea del capi­ta­li­smo matu­ro. La spe­ci­fi­ci­tà del­la situa­zio­ne ita­lia­na sta inve­ce nel­l’an­ti­ci­po con cui il lavo­ro non-ope­ra­io ha impo­sto se stes­so, come inter­no alla com­po­si­zio­ne di clas­se ope­ra­ia sto­ri­ca­men­te data, pri­ma anco­ra che lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve den­tro la sezio­ne ita­lia­na di capi­ta­le fon­das­se l’og­get­ti­va pos­si­bi­li­tà del­l’in­ter­ni­tà stes­sa. L’in­tel­let­to gene­ra­le, vivo, vuo­le vive­re – sia pure di vita fra­gi­le e inquie­ta – den­tro il lavo­ro vivo. La pra­ti­ca del rifiu­to del lavo­ro ricom­po­ne il «sape­re socia­le» fran­tu­ma­to Diver­se sono le ragio­ni che han­no pro­vo­ca­to que­sto anti­ci­po (che ha gio­ca­to e gio­ca come fat­to­re “prin­ci­pe” nel­la destrut­tu­ra­zio­ne del­l’as­set­to di capi­ta­le in Ita­lia).
Impos­si­bi­le, in que­sta sede, elen­car­le tut­te. Baste­rà ricor­da­re il ruo­lo deci­si­vo svol­to dal ’68 – e più spe­ci­fi­ca­ta­men­te la dif­fu­sio­ne e la con­ti­nui­tà con cui l’e­spe­rien­za del ’68 è pene­tra­ta in que­sti die­ci anni nei com­par­ti del lavo­ro socia­le diver­si dal­la fab­bri­ca. Met­te con­to deli­nea­re bre­ve­men­te qua­le con­se­guen­za – in ter­mi­ni di rap­por­ti di for­za fra le clas­si den­tro la pro­du­zio­ne socia­le – com­por­ti que­sto rove­scia­men­to anti­ci­pa­to per cui la dele­ga del domi­nio all’in­tel­let­to gene­ra­le, vol­ta ad assi­cu­ra­re il carat­te­re mole­co­la­re del pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne, fun­zio­na all’in­ver­so, ricom­po­nen­do sul­la base del sape­re socia­le accu­mu­la­to tut­ta l’in­tel­li­gen­za pro­dut­ti­va del lavo­ro vivo con­tro le con­di­zio­ni di pro­du­zio­ne. A par­ti­re dal ’70, sia pure con rit­mo ine­gua­le, pie­no di pau­se, arre­tra­men­ti e cadu­te improv­vi­se (val­ga per tut­ti la para­li­si del movi­men­to nei mesi suc­ces­si­vi alla rivo­lu­zio­ne dei prez­zi petro­li­fe­ri) gli ele­men­ti di rigi­di­tà intro­dot­ti dal­le lot­te han­no incep­pa­to e poi scar­di­na­to il mer­ca­to del lavo­ro.
Un rapi­do con­fron­to tra il tas­so di cre­sci­ta dei sala­ri, del­la pro­dut­ti­vi­tà e del­l’in­fla­zio­ne testi­mo­nia come nel­lo scon­tro tra il ten­ta­ti­vo capi­ta­li­sti­co – orga­niz­za­to su sca­la mul­ti­na­zio­na­le, in pri­mo luo­go Usa e Rft – di con­te­ne­re il lavo­ro neces­sa­rio per aumen­ta­re il plu­sla­vo­ro in quan­to plu­sva­lo­re, e la pra­ti­ca ope­ra­ia di ridur­re il lavo­ro neces­sa­rio per assi­cu­rar­si più tem­po libe­ro (come tem­po otium o come tem­po per un’at­ti­vi­tà appro­prian­te altra ric­chez­za), ha pre­val­so, sul trend del­la pro­du­zio­ne e ripro­du­zio­ne socia­le, il com­por­ta­men­to di par­te ope­ra­ia. È così sot­to gli occhi di tut­ti la dimi­nu­zio­ne dra­sti­ca del­l’o­ra­rio di lavo­ro effet­ti­vo rispet­to a quel­lo uffi­cia­le (per via di assen­tei­smo, pau­se più o meno con­cor­da­te, rigi­da atti­nen­za alla man­sio­ne e alla col­lo­ca­zio­ne anche fisi­ca), e l’au­men­to ver­ti­gi­no­so del dop­pio lavo­ro, soprat­tut­to come «part-time». Si badi: il feno­me­no odier­no non ha alcu­na ana­lo­gia con quel­lo – di pro­por­zio­ni raf­fron­ta­bi­li – degli anni Cin­quan­ta.
Lì infat­ti il secon­do lavo­ro si pre­sen­ta­va come del tut­to annes­so alla dina­mi­ca del­la pro­du­zio­ne di plu­sva­lo­re (asso­lu­to in pri­mo luo­go). Si trat­ta­va allo­ra di pro­lun­ga­men­to del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va stret­ta­men­te inte­sa, in cui – stan­ti i livel­li del­la pro­dut­ti­vi­tà socia­le del­l’I­ta­lia post-bel­li­ca, non­ché i rap­por­ti di for­za fra le clas­si – il dop­pio lavo­ro era dila­ta­zio­ne del «tem­po imme­dia­to di lavo­ro» – per­ché il rap­por­to di lavo­ro neces­sa­rio-plu­sla­vo­ro si des­se nel­le pro­por­zio­ni richie­ste dal­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
Insom­ma: il dop­pio lavo­ro veni­va vis­su­to da par­te ope­ra­ia come lavo­ro neces­sa­rio, mera occa­sio­ne di soprav­vi­ven­za, costri­zio­ne impo­sta dal nemi­co socia­le. Del resto, a ripro­va di que­sta con­si­de­ra­zio­ne, baste­reb­be ricor­da­re il carat­te­re rigi­do del dop­pio lavo­ro, il suo esse­re, cioè, tem­po inte­ra­men­te rego­la­to e rit­ma­to del­la logi­ca del pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne, imper­mea­bi­le a ogni ten­ta­ti­vo di auto­re­go­la­zio­ne o solo di flui­di­fi­ca­zio­ne ope­ra­ia. Assai diver­sa è la situa­zio­ne pre­sen­te: qui sia­mo di fron­te a una ripro­du­zio­ne «garan­ti­ta» otte­nu­ta tra­mi­te una pra­ti­ca socia­le di rifiu­to del lavo­ro, che per esten­sio­ne e pro­fon­di­tà è sen­za pre­ce­den­ti nel­l’Oc­ci­den­te capi­ta­li­sti­co. Que­sto è un pas­sag­gio deci­si­vo, il cui pos­ses­so è indi­spen­sa­bi­le per la com­pren­sio­ne del­la situa­zio­ne di clas­se in Ita­lia. Nuo­va socia­li­tà del­la coo­pe­ra­zio­ne lavo­ra­ti­va Quan­do, infat­ti, si insi­ste, nel rap­pre­sen­ta­re la con­giun­tu­ra ita­lia­na, sugli ele­men­ti di rapi­na che la for­ma di pro­du­zio­ne del­la «fab­bri­ca dif­fu­sa» com­por­ta; quan­do il dop­pio lavo­ro appa­re come mera esten­sio­ne di sfrut­ta­men­to, rastrel­la­men­to «sor­di­da­men­te giu­dai­co», negli inter­sti­zi del­la socie­tà – ecco che ven­go­no a esse­re rimos­se pro­prio le carat­te­ri­sti­che sog­get­ti­ve, di par­te ope­ra­ia, che sto­ri­ca­men­te han­no deter­mi­na­to, in qual­che modo, in avan­ti le con­di­zio­ni di pro­dut­ti­vi­tà date. E que­sto è vero non solo per il lavo­ro «part-time» (che, come ognu­no sa, postu­la un alto gra­do di socia­liz­za­zio­ne e auto­ma­zio­ne dei set­to­ri pro­dut­ti­vi o dei ser­vi­zi che lo richie­do­no); ma è vero per­fi­no per il «lavo­ro a domi­ci­lio» – la vac­ca sacra di tut­te le inter­pre­ta­zio­ni pau­pe­ri­sti­che e regres­si­ve del­l’e­co­no­mia ita­lia­na. Giac­ché, come è pos­si­bi­le non vede­re che se ele­men­to fon­dan­te del recen­te e mas­sic­cio allar­ga­men­to del «part-time» del lavo­ro a domi­ci­lio è sta­ta la lot­ta al lavo­ro pro­dut­ti­vo da par­te del­l’o­pe­ra­io mas­sa, la for­ma­zio­ne stes­sa ha avu­to tut­ta­via luo­go den­tro «l’in­ces­san­te tra­sfor­ma­zio­ne del­la natu­ra del­l’in­du­stria» – anzi addi­rit­tu­ra come ulte­rio­re sol­le­ci­ta­zio­ne del­la stes­sa? Qui non si trat­ta di un regres­sio­ne nel­la for­ma del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le, di un ritor­no a for­me che pre­ce­do­no la mani­fat­tu­ra (humus desi­de­ra­to del rivo­lu­zio­na­ri­smo pro­to­co­mu­ni­sta ita­lia­no che, giu­sta­men­te, vede il pro­prio pos­si­bi­le suc­ces­so affi­da­to alla «infi­ni­ta poten­za» del­la pover­tà, al regres­so, alla bar­ba­rie). Il lavo­ro a domi­ci­lio di cui si sta discu­ten­do è sem­pre orga­niz­za­to dal­la gran­de impre­sa sul­la sca­la del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le – e richie­de quin­di un ulte­rio­re sal­to in avan­ti nei pro­ces­si di auto­ma­zio­ne non­ché nel­l’in­te­gra­zio­ne fab­bri­ca-socie­tà. Il lamen­to sul­la con­tra­zio­ne del «fat­to­re di sca­la» che com­por­te­reb­be il pas­sag­gio dal­la fab­bri­ca, come luo­go mura­rio del ciclo lavo­ra­ti­vo, allo «smi­nuz­za­men­to» del­lo stes­so ciclo nel lavo­ro a domi­ci­lio, non tie­ne con­to del­la cir­co­stan­za che que­sta dis­se­mi­na­zio­ne è solo decen­tra­liz­za­zio­ne fisi­ca – essa avvie­ne infat­ti for­zan­do il carat­te­re orga­ni­co del­la coo­pe­ra­zio­ne lavo­ra­ti­va e mate­ria­liz­zan­do coman­do e coor­di­na­men­to den­tro la tec­no­lo­gia del­l’au­to­ma­zio­ne; così la divi­sio­ne del lavo­ro pro­ce­de nel­la sua sus­sun­zio­ne asso­lu­ta­men­te clas­si­ca, pro­gres­si­va, del­le for­ze pro­dut­ti­ve e in pri­mo luo­go dei com­por­ta­men­ti del­la for­za-lavo­ro, rove­scian­do le dif­fi­col­tà poli­ti­che in un allar­ga­men­to asso­lu­to del pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne, e per que­sta via poten­zian­do il lavo­ro socia­le come base mate­ria­le del­la ric­chez­za.
Se è vero, infat­ti, che nel lavo­ro a domi­ci­lio il cal­co­la­to­re sosti­tui­sce le fra­gi­li gam­be del capo repar­to, e la pre­sta­zio­ne a cot­ti­mo aggi­ra la visco­si­tà del­l’e­ro­ga­zio­ne lavo­ra­ti­va di fab­bri­ca, è soprat­tut­to vero che il lavo­ro a domi­ci­lio non è, esa­mi­na­to nel suo «trend», lavo­ro neces­sa­rio; nasce «a val­le» del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va tra­di­zio­na­le, e quin­di dopo che il pro­ble­ma del­la ripro­du­zio­ne ha rice­vu­to una solu­zio­ne posi­ti­va per la for­za-lavo­ro. E d’al­tro can­to le for­me in cui il lavo­ro a domi­ci­lio si svol­ge, la stes­sa base tec­ni­ca del­la stru­men­ta­zio­ne fa sì che non si ria­pre l’e­ra del lavo­ro par­cel­liz­za­to, del­l’uo­mo appen­di­ce del­la mac­chi­na: anche qui pre­va­len­ti sono gli ele­men­ti di sor­ve­glian­za sul­la mac­chi­na, e quin­di di auto­re­go­la­zio­ne del tem­po di lavo­ro e di flui­di­fi­ca­zio­ne e inter­cam­bia­bi­li­tà del­le man­sio­ni. Ancor più emble­ma­ti­ca è la for­ma di lavo­ro «part-time».
Non si trat­ta infat­ti del­l’e­ter­no «part-time» del brac­cian­te di Ceri­gno­la chia­ma­to a sur­ro­ga­re il mulo per qual­che ora – lad­do­ve il suo biso­gno di red­di­to gli fa desi­de­ra­re d’es­se­re defi­ni­ti­va­men­te mulo. Se guar­dia­mo i sag­gi di svi­lup­po dei diver­si set­to­ri che uti­liz­za­no il «part-time», ci accor­gia­mo che il più signi­fi­ca­ti­vo (fino al pun­to di esse­re in real­tà l’u­ni­co esi­sten­te) è quel­lo che impie­ga il «part-time» uti­liz­zan­do l’in­ter­cam­bia­bi­li­tà e l’au­to­re­go­la­zio­ne, sul­la base del­la rela­ti­va auto­ma­zio­ne del flus­so pro­dut­ti­vo, la qua­li­fi­ca­zio­ne richie­sta sem­bra pre­sup­por­re, più che una for­ma­zio­ne spe­cia­li­sti­ca, il pos­ses­so di quel­la ano­ni­ma cono­scen­za som­mer­sa che assi­cu­ra l’a­dat­ta­bi­li­tà come capa­ci­tà di appren­de­re puro lavo­ro in quan­to sape­re socia­le.
Met­te con­to insi­ste­re anco­ra su alcu­ni trat­ti «ope­rai» di que­ste rela­zio­ni pro­dut­ti­ve, che han­no silen­zio­sa­men­te muta­to le con­di­zio­ni den­tro cui si svol­go­no i movi­men­ti del­le clas­si socia­li in Ita­lia. Una cri­ti­ca al con­cet­to di «emar­gi­na­zio­ne» Intan­to, dicia­mo subi­to che non c’è «emar­gi­na­zio­ne», disoc­cu­pa­zio­ne e repres­sio­ne nel sen­so for­te che que­sti ter­mi­ni han­no nel­la sto­ria del­le rela­zio­ni indu­stria­li.
La raf­fi­gu­ra­zio­ne del Pae­se in pre­da alla mise­ria cre­scen­te e alla fero­cia dei nuo­vi e vec­chi gover­nan­ti, anche quan­do appa­io­no sui fogli dei radi­cals nostra­ni, sono pure idio­zie: gra­vi solo per­ché testi­mo­nia­no quan­to sepa­ra­to, ottu­so, inu­til­men­te sod­di­sfat­to di sé sia quel­lo «spic­chio» di cie­lo del­la poli­ti­ca che appar­tie­ne ai nostri com­pa­gni rivo­lu­zio­na­ri di ruo­lo e ai loro «com­pa­gni di stra­da» – pos­se­du­ti da «deli­rio repres­si­vo». Soprav­vi­vo­no per­ché «con­tro­rea­zio­nan­do­si» a vicen­da la pau­ra del­le pro­prie pau­re, col­ti­va­no la «volon­tà d’im­po­ten­za», l’or­ro­re per la vit­to­ria e il suc­ces­so come mate­ria­li­tà che si impo­ne. Non si vuo­le con ciò nega­re che esi­sta in Ita­lia la logi­ca del mon­do «altro dal­la ric­chez­za»: mar­gi­na­li­tà, disoc­cu­pa­zio­ne, repres­sio­ne non voglio­no mori­re, si nutro­no di lavo­ro vivo e soprav­vi­vo­no come pos­so­no.
Ma tut­to que­sto è bana­le – vuol dire ripe­te­re osses­si­va­men­te una veri­tà vuo­ta: il carat­te­re con­trad­dit­to­rio del «pro­gres­so» capi­ta­li­sti­co, il suo con­ti­nuo mor­ti­fi­ca­re e distrug­ge­re la «vita pos­si­bi­le» dei pro­dut­to­ri come riaf­fer­ma­zio­ne del­le pro­prie con­di­zio­ni di svi­lup­po. Ma il pun­to deci­si­vo è oltre il bana­le. Come dire: oltre Seve­so.
Di chi è l’i­ni­zia­ti­va che attra­ver­sa e som­muo­ve, ormai pres­so­ché inin­ter­rot­ta­men­te da die­ci anni, tut­to il tes­su­to pro­dut­ti­vo? O, se si vuo­le: come si è anda­ta con­fi­gu­ran­do, nel rap­por­to fra le clas­si, la distri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za in Ita­lia? Qua­le sog­get­to è anda­to affer­man­do il pro­prio dirit­to come «dirit­to nuo­vo» alla garan­zia, all’au­to­ma­ti­smo del­la ripro­du­zio­ne sen­za accet­ta­re con­di­zio­ni sul ver­san­te del­l’in­te­res­se gene­ra­le – ovve­ro del­la pro­dut­ti­vi­tà socia­le inte­sa come incre­men­to del valo­re rea­liz­za­to «pro capi­te»? Tut­ta la pub­bli­ci­sti­ca e la let­te­ra­tu­ra cor­ren­te dan­no una rispo­sta ine­qui­vo­ca­bi­le.
La vita quo­ti­dia­na si inca­ri­ca da par­te sua di «zit­ti­re il lamen­to del­le sta­ti­sti­che», facen­do pene­tra­re nel­la testa dei sin­go­li que­sta «sicu­rez­za bel­la» del dirit­to auto­ma­ti­co alla vita come dirit­to impo­sto. Per capi­re que­sto gene­ra­le som­mo­vi­men­to non basta tene­re d’oc­chio gli indi­ci «clas­si­ci» del­la scien­za eco­no­mi­ca; il qua­dro si è fat­to più com­ples­so e ric­co di varia­bi­li sco­no­sciu­te. Vedia­mo la cosa da più vici­no. Si dice: oltre due milio­ni di disoc­cu­pa­ti, soprat­tut­to gio­va­ni. Rein­ne­sca­to dal «ritar­do seman­ti­co» del­le paro­le un «pian­to coster­na­to» inon­da i fogli pro­gres­si­sti e «rivo­lu­zio­na­ri». A pren­de­re sul serio i ter­mi­ni (che infor­ma­no per­ché richia­ma­no ana­lo­gia) ci sareb­be da aspet­tar­si che due milio­ni di per­so­ne viva­no nel­l’in­di­gen­za, e una per­cen­tua­le così cospi­cua (dicia­mo cen­to­mi­la) sia pros­si­ma all’i­ne­dia. Come ognu­no può vede­re si trat­ta di una rap­pre­sen­ta­zio­ne distor­ta del­l’u­so di vec­chie paro­le per deno­ta­re fat­ti nuo­vi. Il «sog­get­to sfrut­ta­to» con­si­de­ra­to dal pun­to di vista del­la sua ric­chez­za L’at­tua­le disoc­cu­pa­zio­ne ita­lia­na ha luo­go in con­di­zio­ni affat­to ori­gi­na­li. Il livel­lo del­la spe­sa pub­bli­ca, in spe­cie per sani­tà, scuo­la, ser­vi­zi è di tale por­ta­ta da sdram­ma­tiz­za­re alla radi­ce il feno­me­no. E il fat­to che tut­to que­sto pog­gi su un appa­ra­to pub­bli­co «impro­dut­ti­vo» al qua­le va desti­na­ta una fet­ta del plu­sva­lo­re socia­le, è fat­to – dal pun­to di vista del­l’in­te­res­se di clas­se – asso­lu­ta­men­te secon­da­rio a fron­te del «valo­re d’u­so» di que­sti ser­vi­zi e anche del­l’ef­fet­to di alleg­ge­ri­men­to che l’oc­cu­pa­zio­ne in essi eser­ci­ta sul mer­ca­to del lavo­ro, con­cor­ren­do in modo non secon­da­rio a impe­di­re il for­mar­si di un eser­ci­to indu­stria­le di riser­va.
Da que­sto pun­to di vista, si può dire che la con­trad­di­zio­ne pas­sa attra­ver­so le spe­se del­lo Sta­to; e che si dà un pre­ci­so inte­res­se ope­ra­io al man­te­ni­men­to del­le fun­zio­ni defi­ni­bi­li come «impro­dut­ti­ve». D’al­tro can­to le occa­sio­ni – più o meno lega­li – di red­di­to che un siste­ma pro­dut­ti­vo a capi­ta­li­smo matu­ro gene­ra di con­ti­nuo, ren­do­no la disoc­cu­pa­zio­ne in cer­ta misu­ra, un «tem­po di lavo­ro» auto­re­go­la­to, sal­tua­rio, non irri­gi­di­to.
Del resto, basta osser­va­re che la stes­sa cate­go­ria ana­gra­fi­ca del disoc­cu­pa­to è, nel­le sta­ti­sti­che, defi­ni­ta per nega­zio­ne – in quan­to con­di­zio­ne che difet­ta nel­la rego­la­ri­tà e con­ti­nui­tà del­la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va. Ma men­tre que­sta con­di­zio­ne deno­ta­va in pas­sa­to, ad esem­pio negli anni Cin­quan­ta, estra­nei­tà al pro­ces­so pro­dut­ti­vo o comun­que alla distri­bu­zio­ne del red­di­to, que­sto non è più vero, alme­no nel­la gene­ra­li­tà dei casi, den­tro una pro­du­zio­ne socia­le così ela­sti­ca e insi­nuan­te – in cui fab­bri­ca e socie­tà diven­ta­no sino­ni­mi. For­se biso­gne­reb­be comin­cia­re a pen­sa­re alla disoc­cu­pa­zio­ne non come «man­can­za» come «difet­to», ma come «pre­sen­za», come «pie­nez­za». Giac­ché solo gli ideo­lo­gi del lavo­ro pro­dut­ti­vo – spe­cie zoo­lo­gi­ca in estin­zio­ne con­fi­na­ta ormai in que­gli spo­gli par­chi che sono gli uffi­ci stu­di del sin­da­ca­to e del Par­ti­to comu­ni­sta – rimuo­vo­no, men­ten­do per omis­sio­ne, la com­po­nen­te di rifiu­to del lavo­ro pro­dut­ti­vo che v’è nel feno­me­no del­la disoc­cu­pa­zio­ne gio­va­ni­le. Anche qui il com­por­ta­men­to sog­get­ti­vo è un «indi­zio for­te» di que­sta asser­zio­ne.
Al di là del­la rile­van­za sta­ti­sti­ca dei dati – che pure testi­mo­nia­no un allar­ga­men­to a for­bi­ce tra gio­va­ni disoc­cu­pa­ti ana­gra­fi­ca­men­te cen­si­ti e occa­sio­ni di lavo­ro pre­ca­rio, nel­la for­ma giu­sta, non uti­liz­za­ta – assai più pro­ban­te è la fuga del­la fab­bri­ca, tipi­ca di quel­la nuo­va gene­ra­zio­ne di ope­rai che sono, a un tem­po, stu­den­ti un po’ balor­di del­le scuo­le di ogni ordi­ne e gra­do. Qui sia­mo di fron­te a una novi­tà di com­por­ta­men­to di gran­de rilie­vo.
Negli anni Ses­san­ta la fab­bri­ca era, in spe­cie per la for­za-lavo­ro gio­va­ni­le, un’oc­ca­sio­ne pri­vi­le­gia­ta di red­di­to e, per una mino­ran­za poli­ti­ciz­za­ta nume­ri­ca­men­te signi­fi­ca­ti­va, anche sede, orgo­glio­sa e deci­si­va, del­la lot­ta e del­l’or­ga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca di clas­se. Insom­ma «mili­tan­ti e pro­dut­to­ri» insie­me si era solo nel­la fab­bri­ca. Qual­co­sa in que­sto regi­stro così linea­re si è ora irri­me­dia­bil­men­te rot­to. Il gio­va­ne ope­ra­io guar­da fuo­ri dal­la fab­bri­ca alle occa­sio­ni più flui­de e meno rigi­de di red­di­to – ma guar­da fuo­ri anche con gli occhi del cor­teo duro che spaz­za il cen­tro cit­ta­di­no, con l’an­sia del­l’e­spro­pria­to­re-ladro, con la vigi­le atten­zio­ne del ter­ro­ri­sta: anche qui si trat­ta di una mino­ran­za, in vero nume­ri­ca­men­te ridot­ta, ma la sua stes­sa esi­sten­za come «distri­bu­zio­ne nor­ma­le» in ogni agglo­me­ra­to ope­ra­io atte­sta la non inter­pre­ta­bi­li­tà in ter­mi­ni di devian­za, di scar­to sta­ti­sti­co; e ciò è, di per se stes­so, un sal­to rispet­to al pas­sa­to. Cer­to, tut­to que­sto è anche risul­ta­to del pro­ces­so infla­zio­ni­sti­co, del­la pro­gres­si­va impor­tan­za del «capi­ta­le pro­dut­ti­vo di inte­res­se», del risar­ci­men­to con­su­ma­to dai cir­cui­ti mone­ta­ri come rispo­sta padro­na­le all’e­ge­mo­nia del­l’o­pe­ra­io in fab­bri­ca. Ma appun­to è la straor­di­na­ria con­ti­nui­tà del­l’in­no­va­zio­ne pro­dut­ti­va ope­ra­ia che va sot­to­li­nea­ta come chia­ve di com­pren­sio­ne del pre­sen­te – rat­trap­pi­men­to del­l’e­ro­ga­zio­ne lavo­ra­ti­va in fab­bri­ca, uti­liz­za­zio­ne del­le occa­sio­ni flui­de di lavo­ro che il capi­ta­le è costret­to ad appron­ta­re den­tro la pro­du­zio­ne allar­ga­ta. L’in­ces­san­te ero­sio­ne del plu­sla­vo­ro A ben guar­da­re la «por­ta stret­ta» attra­ver­so cui pas­sa­re per com­pren­de­re la situa­zio­ne ita­lia­na è data dal­la «gene­si» del­le con­di­zio­ni, den­tro le rela­zio­ni pro­dut­ti­ve, che con­sen­to­no l’af­fer­mar­si del­la rigi­di­tà ope­ra­ia (vera e pro­pria ero­sio­ne pro­gres­si­va di plu­sva­lo­re) sen­za che la mac­chi­na pro­dut­ti­va pre­ci­pi­ti ver­so la para­li­si – con con­se­guen­ze che fini­reb­be­ro per schiac­cia­re lo stes­so con­tro­po­te­re ope­ra­io. Il che equi­va­le a inter­ro­gar­si sul «segre­to» che ha per­mes­so di incre­men­ta­re il rap­por­to lavo­ro necessario/​pluslavoro in una misu­ra sen­za pre­ce­den­ti nel­la sto­ria ita­lia­na e sen­za con­fron­ti nel­l’Oc­ci­den­te capi­ta­li­sti­co – tenen­do tut­ta­via il debi­to com­ples­si­vo del Pae­se ver­so l’e­ste­ro entro i 20 milio­ni di dol­la­ri: che vuol dire il 10% del G.N.P. annua­le e appe­na 1/​5 del­l’am­mon­ta­re di capi­ta­le tra­fu­ga­to all’e­ste­ro in soli set­te anni (dati del 1976).
Bene: ricor­ren­do per bre­vi­tà d’e­spo­si­zio­ne a una rispo­sta sche­ma­ti­ca si può affer­ma­re, in pri­mo luo­go, che la lot­ta ope­ra­ia con­tro il plu­sla­vo­ro in fab­bri­ca ha potu­to impor­si, ben al di là dei risul­ta­ti con­trat­tua­li, per­ché il lavo­ro non-ope­ra­io den­tro e fuo­ri la fab­bri­ca ha pro­gres­si­va­men­te desi­sti­to dai suoi com­pi­ti di coman­do e con­trol­lo per con­fi­gu­rar­si ten­den­zial­men­te come «coor­di­na­men­to e inno­va­zio­ne».
Non si insi­ste­rà mai abba­stan­za sul fat­to che è il com­por­ta­men­to mole­co­la­re di milio­ni di uomi­ni, che dovreb­be­ro «sor­ve­glia­re e puni­re» altri uomi­ni, a per­met­te­re la sot­tra­zio­ne alla costri­zio­ne del «rit­mo», il fio­ri­re del­le pau­se, il ridi­men­sio­na­men­to del­la fati­ca. Il lavo­ro non-ope­ra­io che vede se stes­so den­tro la com­po­si­zio­ne di clas­se ope­ra­ia assi­cu­ra, nel­la quo­ti­dia­ni­tà del­la pro­du­zio­ne socia­le, l’e­span­der­si del­l’e­ro­sio­ne del plu­sla­vo­ro. Tem­po di lavo­ro /​ tem­po di non lavo­ro D’al­tro can­to que­sto com­por­ta­men­to sog­get­ti­vo del lavo­ro non-ope­ra­io spin­ge all’au­to­ma­zio­ne del­la pro­du­zio­ne come ten­ta­ti­vo di ogget­ti­va­re il coman­do nel capi­ta­le costan­te; ma anche come mera con­di­zio­ne di soprav­vi­ven­za del ciclo pro­dut­ti­vo.
A sua vol­ta l’al­lar­gar­si del­l’au­to­ma­zio­ne offre altre occa­sio­ni all’in­tel­li­gen­za pro­dut­ti­va di sfug­gi­re al «tem­po imme­dia­to di lavo­ro», con­trae asso­lu­ta­men­te e rela­ti­va­men­te la pre­sen­za del­la for­za-lavo­ro in gene­ra­le e di quel­la pro­dut­ti­va in par­ti­co­la­re nel pro­ces­so pro­dut­ti­vo diret­to, pone le basi per una ulte­rio­re ridu­zio­ne che può assu­me­re l’a­spet­to di plu­sla­vo­ro o di «tem­po libe­ro» a secon­da dei rap­por­ti di for­za tra le clas­si.
Vale la pena ricor­da­re, a pro­po­si­to del tem­po libe­ro, che anche qui qual­co­sa è muta­ta; non è tem­po libe­ro del­l’im­pie­ga­to sviz­ze­ro impa­nia­to dal­le agen­zie di viag­gio: tem­po che «tra­scor­re sen­za sen­so restan­do tut­ta­via sog­get­to ai rit­mi del mon­do del lavo­ro sala­ria­to e alla sua ideo­lo­gia».
Il tem­po libe­ro se è in par­te tem­po di lavo­ro (ma auto­re­go­la­to) per pro­cu­rar­si red­di­to, è anche «otium» in quan­to tem­po dedi­ca­to ad atti­vi­tà più alte; ad esem­pio: all’or­ga­niz­za­zio­ne e all’al­lar­ga­men­to del­la lot­ta – per quan­to inge­nue pos­sa­no esse­re le for­me che tut­to que­sto «media­men­te» assu­me. D’al­tro can­to il «tem­po libe­ro ha natu­ral­men­te tra­sfor­ma­to colui che ne dispo­ne in un sog­get­to diver­so; ed è come tale che egli entra poi anche nel­l’im­me­dia­to pro­ces­so di pro­du­zio­ne». Insom­ma que­sto «feed-back» posi­ti­vo che si è isti­tui­to tra rifiu­to ope­ra­io del lavo­ro pro­dut­ti­vo – com­por­ta­men­to den­tro la pro­du­zio­ne del lavo­ro non-ope­ra­io – auto­ma­zio­ne (feed-back che ren­de vischio­sa e qual­che vol­ta arre­sta, stan­te la rela­ti­va arre­tra­tez­za del­le for­ze pro­dut­ti­ve, la con­nes­sio­ne pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne-pro­ces­so di pro­du­zio­ne) tro­va il suo «spun­to ini­zia­le» nel com­por­ta­men­to del lavo­ro non-ope­ra­io che ormai sem­bra gui­da­re tut­ta la dina­mi­ca.
Si è già accen­na­to alla com­ples­si­tà del­la rico­stru­zio­ne sto­ri­ca di que­sto com­por­ta­men­to – pro­ba­bil­men­te ana­lo­go a quel­lo di altri Pae­si a capi­ta­li­smo matu­ro ma, cer­ta­men­te, spe­ci­fi­ca­ta­men­te ita­lia­no per dif­fu­sio­ne e pro­fon­di­tà. Si è già richia­ma­to il ’68. Ma ovvia­men­te è un rife­ri­men­to che a sua vol­ta andreb­be spie­ga­to. Su que­sto discor­so biso­gne­rà tor­na­re.
Qui ci inte­res­sa evi­den­zia­re come sia insuf­fi­cien­te vede­re nel­la «nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se» la base mate­ria­le del­la cri­si ita­lia­na. Giac­ché quan­do si par­la di modi­fi­ca­zio­ne nel­la com­po­si­zio­ne di clas­se si sot­to­li­nea in gene­re l’in­gres­so (o il diver­so peso rela­ti­vo) di un seg­men­to di for­za-lavo­ro den­tro il cor­po com­ples­si­vo di clas­se ope­ra­ia.
Muta la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se ma, in qual­che modo, si trat­ta di un’ag­giun­ta, o, come è uso dire, di «pro­le­ta­riz­za­zio­ne» di altri stra­ti socia­li che nel loro ridur­si a «clas­se ope­ra­ia» si impa­dro­ni­sco­no del­la memo­ria sto­ri­ca di lot­te, com­por­ta­men­ti e isti­tu­ti orga­niz­za­ti­vi pre­ce­den­ti. Oggi inve­ce in Ita­lia c’è rot­tu­ra, c’è muta­men­to nel­la com­po­si­zio­ne poli­ti­ca di clas­se – il dislo­car­si del lavo­ro ope­ra­io non signi­fi­ca assor­bi­men­to e mime­tiz­za­zio­ne del pri­mo nel secon­do, non è una sor­ta di «reduc­tio ad unum». Coman­do del valo­re d’u­so sul lavo­ro socia­le L’in­gres­so sog­get­ti­vo del lavo­ro non-ope­ra­io den­tro il cor­po di clas­se ope­ra­ia pone un dram­ma­ti­co pro­ble­ma di rot­tu­ra del com­por­ta­men­to pro­dut­ti­vo e poli­ti­co nel­la pras­si tota­le del lavo­ro vivo; che gene­ra – non ser­ve nascon­der­lo – anche tra­gi­che for­za­tu­re, lace­ra­zio­ni non­ché ten­ta­ti­vi di riget­to. Il che è del resto assai ragio­ne­vo­le – pur­ché si ten­ga pre­sen­te che i sog­get­ti deno­ta­ti con astra­zio­ni (lavo­ro ope­ra­io, lavo­ro non-ope­ra­io) sono in real­tà sog­get­ti rea­li e cioè uomi­ni che intrat­te­nen­do reci­pro­ca­men­te nuo­ve rela­zio­ni muta­no, sono costret­ti a muta­re, radi­cal­men­te se stes­si. È una pro­ble­ma­ti­ca assai vasta; e in que­sta sede è pos­si­bi­le indi­ca­re solo uno dei fili con­dut­to­ri. L’i­dea for­za con cui il lavo­ro non-ope­ra­io va costruen­do­si come sog­get­ti­vi­tà è quel­la del coman­do del valo­re d’u­so sul lavo­ro socia­le. Mal­gra­do che spes­so que­sta idea-for­za non sia pene­tra­ta den­tro il sin­go­lo a mo’ di coscien­za, i movi­men­ti pro­dut­ti­vi e i gesti di lot­ta del lavo­ro non-ope­ra­io cor­ro­no lun­go que­sto filo. Si pen­si alle lot­te sui ser­vi­zi sani­ta­ri, sul­la scuo­la, sul pro­ble­ma del­l’e­ner­gia. E tut­ta­via que­sto valo­re d’u­so non ha un signi­fi­ca­to pro­to­so­cia­li­sta, arti­gia­na­le, di pos­ses­so intel­let­tua­le e con­trol­lo da par­te del sin­go­lo pro­dut­to­re del­la spe­ci­fi­ca media­zio­ne tec­ni­ca con la natu­ra rela­ti­va a una par­ti­co­la­re atti­vi­tà lavo­ra­ti­va.
In altri ter­mi­ni non è una rie­di­zio­ne del movi­men­to hip­pie, divi­niz­za­zio­ne fan­ta­sti­ca del sin­go­lo e disprez­zo rea­zio­na­rio per la ric­chez­za.
Coman­do del valo­re d’u­so vuol dire richie­sta di «lavo­ro uti­le» come pos­si­bi­li­tà mate­ria­le di usa­re, per i sog­get­ti che pro­du­co­no, del­la ric­chez­za socia­le – usa­re nel sen­so di gode­re di essa. Da que­sto pun­to di vista la divi­sio­ne del lavo­ro, l’or­ga­niz­za­zio­ne scien­ti­fi­ca del­la coo­pe­ra­zio­ne lavo­ra­ti­va, la «natu­ra come indu­stria», in una paro­la la poten­za del lavo­ro astrat­to, costi­tui­sco­no il pre­sup­po­sto, il ter­re­no stes­so su cui la pra­ti­ca del valo­re d’u­so s’im­pian­ta. Si potreb­be dire che il valo­re d’u­so pre­ten­de uno smi­su­ra­to allar­ga­men­to di que­sto stes­so pro­ces­so, desi­de­ra la «socie­tà uma­na come rac­ket di mas­sa del­la natu­ra» – al limi­te spin­ge alla ripro­du­zio­ne socia­le come pro­ces­so garan­ti­to, mera­men­te auto­ma­ti­co, imme­dia­to e quie­to nel­la sua ano­mia: come l’at­to natu­ra­le del respi­ra­re. Biso­gna insi­ste­re: l’i­dea-for­za del lavo­ro d’u­so non va ricer­ca­ta nei docu­men­ti che i grup­pi poli­ti­ci pre­pa­ra­no o nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne indi­vi­dua­le che il mili­tan­te ha del movi­men­to.
Essa «non si fa vede­re a occhio nudo e chie­de quin­di l’oc­chio del­la men­te e la pre­sa del­la teo­ria».
E la men­te può ricer­car­la solo nel­la fat­tua­li­tà dei pro­ces­si – pur­ché si inten­da per pro­ces­si la tota­li­tà del­la pras­si uma­na; ma in pri­mo luo­go il movi­men­to pro­dut­ti­vo del lavo­ro vivo e i com­por­ta­men­ti poli­ti­ci di mas­sa. Valo­re d’u­so è Valo­re d’u­so è il disgu­sto del posto fis­so, maga­ri sot­to casa: è l’or­ro­re per il mestie­re; è mobi­li­tà; è fuga dal­la pre­sta­zio­ne stu­pi­da­men­te irri­gi­di­ta come resi­sten­za atti­va alla mer­ce, a far­si mer­ce, a esse­re pos­se­du­to inte­ra­men­te dai movi­men­ti del­la mer­ce. Valo­re d’u­so è la com­pli­ci­tà socia­le che il lavo­ro non-ope­ra­io offre, lun­go gli inter­mi­na­bi­li atti­mi del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, al com­por­ta­men­to ope­ra­io che rifiu­ta la «cie­ca fati­ca» pro­pria del lavo­ro di fab­bri­ca. Valo­re d’u­so è la volon­tà di sape­re nel suo «attra­ver­sa­re cal­pe­stan­do», con la dol­ce ottu­si­tà dei gio­va­ni, il cor­po del­la «madre scuo­la»; che boc­cheg­gia e ansi­ma per­ché strut­tu­ral­men­te inca­pa­ce di dare, di rispon­de­re a un biso­gno di cono­scen­za che non si con­fi­gu­ri come richie­sta di inse­ri­men­to nei ran­ghi del lavo­ro sala­ria­to – e se, dio non voglia, anche qual­che rosa vie­ne cal­pe­sta­ta tan­to peg­gio per le rose. Valo­re d’u­so è il desi­de­rio di appren­de­re con tut­to il cor­po que­sta nuo­va sen­si­bi­li­tà che emer­ge da quel con­ti­nen­te ric­co di toni, sfu­ma­tu­re, emo­zio­ni sen­si­bi­li che è l’as­so­cia­zio­ni­smo gio­va­ni­le nel suo rap­por­to par­ti­co­la­re con la musi­ca, il cine­ma, la pit­tu­ra, insom­ma con «l’o­pe­ra d’ar­te nel­l’e­po­ca del­la sua ripro­du­ci­bi­li­tà tec­ni­ca». Valo­re d’u­so è la ricer­ca capar­bia di nuo­ve rela­zio­ni tra gli uomi­ni, di modo «tra­sver­sa­le di comu­ni­ca­re», di spe­ri­men­ta­re, di cre­sce­re sul­le pro­prie diver­si­tà – e insie­me la capa­ci­tà di non rimuo­ve­re la sof­fe­ren­za, le mise­rie e le scon­fit­te di que­sta ricer­ca lascian­do­si assor­bi­re dal­la vec­chia nor­ma, rein­ven­tan­do tar­tu­fe­sca­men­te la dome­ni­ca; ben­sì cer­can­do anco­ra, pro­ce­den­do «a testa alta». Valo­re d’u­so è la «pen­so­sa alle­gria» pro­pria del fur­to di ogget­ti uti­li, desi­de­ra­ti – che è rap­por­to diret­to con le cose, libe­ro dal­la media­zio­ne spor­ca per­ché inu­ti­le del dena­ro; ma anche «nostal­gia del­la ric­chez­za», del vive­re gra­tis, di una pie­nez­za di con­su­mo e godi­men­to come pos­si­bi­li­tà laten­te, mate­ria­le del­la socie­tà moder­na – che for­se è aspi­ra­zio­ne al para­di­so ma solo in quan­to disprez­zo per le dif­fi­col­tà inu­ti­li per­ché già supe­ra­bi­li; solo in quan­to odio per un pur­ga­to­rio che, nel suo tra­sci­nar­si oltre il giu­sto, ces­sa di esse­re pre­pa­ra­zio­ne, atte­sa per diven­ta­re pri­va­zio­ne giu­sti­fi­ca­ta, sof­fe­ren­za super­flua. Valo­re d’u­so è la spe­ran­za inge­nua con cui nel­l’a­gri­col­tu­ra, nei ser­vi­zi, nei quar­tie­ri, nasco­no, per vive­re fra­gil­men­te e poi mori­re, cen­to, mil­le espe­rien­ze di «con­tro­e­co­no­mia», di lavo­ro uti­le – come allu­sio­ne tene­ra a un’al­tra for­ma di lavo­ro socia­le, a un’al­tra distri­bu­zio­ne del tem­po del lavo­ro in quan­to costo socia­le; desi­de­rio di cono­sce­re, biso­gno di sce­glie­re la desti­na­zio­ne del­la pro­pria fati­ca; in qual­che modo sti­ma e pro­te­zio­ne auda­ce del­l’u­ni­ci­tà del­la pro­pria vita. Valo­re d’u­so è la disu­ma­na astrat­tez­za del­l’o­mi­ci­dio, del­l’at­ten­ta­to – solu­zio­ne fan­ta­sti­ca di un pro­ble­ma rea­le, rim­pian­to den­so del­l’in­te­rez­za del­le pro­prie pos­si­bi­li­tà, dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di far vale­re, con orgo­glio impa­zien­te, la pro­pria for­za socia­le; che però, nel­la for­ma cor­to­cir­cui­ta­ta del­la vio­len­za mili­ta­re, fini­sce col pre­mia­re esat­ta­men­te il con­tra­rio di ciò di cui par­la. Valo­re d’u­so è tut­to que­sto e insie­me altre cose: dif­fi­cil­men­te ver­ba­liz­za­bi­li ma cer­to osser­va­bi­li den­tro la nuo­va gior­na­ta lavo­ra­ti­va, den­tro la vita quo­ti­dia­na – pur­ché ces­si il vez­zo di ascol­ta­re con un orec­chio solo: e avver­ti­re così il rumo­re dei cri­stal­li rot­ti ma non lo stro­fi­nio di «tut­ta la tavo­la tra­sci­na­ta irre­si­sti­bil­men­te ver­so il futu­ro». Ina­de­gua­tez­za del­la cate­go­ria-dena­ro a sin­te­tiz­za­re i nuo­vi biso­gni For­se il richia­mo alla Roma del 12 mar­zo 1977 può ren­de­re nel­la sua com­ples­si­tà – come ric­chez­za e indi­gen­za insie­me – l’im­ma­gi­ne del­la pra­ti­ca socia­le del valo­re d’u­so.
Tut­ti i trat­ti pri­ma deli­nea­ti era­no pre­sen­ti – si dava­no simul­ta­nea­men­te e nel­lo stes­so luo­go come in una pro­va gene­ra­le, in una sce­na di mas­sa con cen­to­mi­la atto­ri. For­se biso­gne­reb­be ripar­ti­re da lì, dal­la «cat­ti­ve­ria sognan­te» di quel black-out assai meno popo­la­to che quel­lo di New York ma in qual­che modo più gra­vi­do di con­se­guen­ze per­ché costrui­to da una «mino­ran­za di mas­sa», per­ché pra­ti­ca­to ser­ven­do­si del­la luce. Ripar­ti­re da lì, da quel­l’ac­ca­du­to, da quel­la pre­sen­za per rian­no­da­re i fili del discor­so sul­la for­ma dena­ro, sul­la for­ma sta­to, sul­la for­ma pen­sie­ro, sul sin­da­ca­to, sul par­ti­to e così via. Qui pos­sia­mo solo trat­teg­gia­re l’ap­proc­cio che deri­va, nel­l’af­fron­ta­re alcu­ni di que­sti temi, del­l’a­ve­re l’oc­chio al «movi­men­to rea­le che tra­sfor­ma». Innan­zi tut­to il valo­re di scam­bio o meglio il dena­ro come capi­ta­le. Nel­la pra­ti­ca del­la nuo­va gior­na­ta lavo­ra­ti­va, in que­sto sin­go­la­re modo di con­trap­por­si al movi­men­to del­la cate­go­ria dena­ro, v’è appe­na la trac­cia del­la tra­di­zio­ne nazio­nal-popo­la­re del­la cul­tu­ra cat­to­li­ca che sen­te il dena­ro come col­pa, come cosa immon­da, come cata­stro­fe del­l’es­sen­za uma­na. Lo scam­bio lavo­ro con­tro dena­ro vie­ne vis­su­to come scam­bio di fati­ca con­tro red­di­to. Ma si dirà: que­sta è una pra­ti­ca anti­ca quan­to la for­za-lavo­ro. Si può rispon­de­re: la novi­tà risie­de nel­la cir­co­stan­za che com­por­ta­men­ti pro­dut­ti­vi di inte­ri seg­men­ti di for­za-lavo­ro (in par­ti­co­la­re il lavo­ro non-ope­ra­io) ten­do­no a impor­re, nel fun­zio­na­men­to del­la mac­chi­na eco­no­mi­ca, que­sto tipo di scam­bio. Per dir meglio: il dena­ro pre­ten­de il lavo­ro che valo­riz­za, impo­ne che la pro­du­zio­ne socia­le sia domi­na­ta dal­l’at­to di scam­bio lavo­ro con­tro capi­ta­le: potreb­be dir­si che il moto­re segre­to del­la dina­mi­ca capi­ta­li­sti­ca, di que­sto spi­ri­to ani­ma­le mai sazio che som­muo­ve la sto­ria moder­na, è pian­ta­to in que­sto atto di scam­bio. Di qui potreb­be­ro deri­var­si, come altro­ve è sta­to chia­ri­to, con pas­sag­gi rigo­ro­sa­men­te alge­bri­ci, tut­ti i com­por­ta­men­ti dei sog­get­ti sul mer­ca­to: com­pre­sa la for­za-lavo­ro nei suoi movi­men­ti poli­ti­ci e pro­dut­ti­vi. Dena­ro come costo socia­le ecces­si­vo La pra­ti­ca sin­da­ca­le di pri­vi­le­gia­re l’a­spet­to red­di­to sul­l’a­spet­to capi­ta­le non con­trad­di­ce que­sto svol­ger­si del­la cate­go­ria dena­ro – stan­te la capa­ci­tà del capi­ta­le di pre­sen­tar­si come red­di­to dena­ro, red­di­to astrat­to che pro­du­ce esso stes­so biso­gno astrat­to di ric­chez­za, biso­gno astrat­to di gode­re più che godi­men­to fat­tua­le.
È que­sta la chia­ve per capi­re la sostan­zia­le sim­pa­tia con cui gli ope­rai del­l’Oc­ci­den­te (ma for­se anche quel­li dei Pae­si a socia­li­smo rea­liz­za­to) han­no guar­da­to e guar­da­no allo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co – ed è anco­ra que­sto il pas­sag­gio neces­sa­rio per rico­strui­re la cosid­det­ta «dege­ne­ra­zio­ne revi­sio­ni­sta» in tut­to il movi­men­to ope­ra­io; sen­za ricor­re­re a sche­mi inter­pre­ta­ti­vi mora­li­sti­ci tipo «tra­di­men­to» che per esse­re con­vin­cen­ti, dato il carat­te­re ripe­ti­ti­vo e onni­pre­sen­te del tra­di­men­to stes­so, richie­de­reb­be­ro una teo­ria gene­ti­ca sui fun­zio­na­ri dei par­ti­ti ope­rai.
Del resto, nien­te di irra­gio­ne­vo­le: l’op­zio­ne di mas­sa a favo­re del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co pro­vie­ne dal­la con­sa­pe­vo­lez­za, anch’es­sa di mas­sa, che – sia pure a prez­zo del­l’a­strat­tiz­za­zio­ne dei biso­gni, sia pur facen­do emer­ge­re un’«umanità capo­vol­ta» – que­sto modo di pro­du­zio­ne assi­cu­ra, maga­ri con le sco­rie pro­dut­ti­ve, l’ap­pa­ga­men­to di biso­gni con­cre­ti, l’e­span­sio­ne del pro­ces­so di vita, il ricam­bio ric­co con la natu­ra. La rot­tu­ra si deli­nea quan­do, sul­la base com­po­si­ta, uni­ver­sa­le, egua­li­ta­ria, comu­ni­ca­bi­le, assi­cu­ra­ta dal dena­ro in quan­to misu­ra e sco­po del­le cose, emer­go­no biso­gni nuo­vi, radi­ca­li – qual­che vol­ta nel sen­so che non sop­por­ta­no onto­lo­gi­ca­men­te rap­pre­sen­ta­zio­ne in ter­mi­ni di dena­ro: spes­so nel sen­so che avver­to­no come non più neces­sa­ria una loro tra­du­zio­ne in dena­ro.
Si por­reb­be dire: il dena­ro come costo socia­le ecces­si­vo nel­l’e­po­ca in cui è la stes­sa natu­ra a fun­zio­na­re da indu­stria. Biso­gni radi­ca­li e desi­de­rio di sov­ver­sio­ne È qui che si evi­den­zia quel biso­gno di non far­si mer­ce che sta a fon­da­men­to del­la pra­ti­ca del­la lot­ta ille­ga­le e del­le sue for­me vio­len­te. Biso­gno che, a sua vol­ta, è sin­te­si di biso­gni pecu­lia­ri, diver­si, non com­men­su­ra­bi­li: ulti­mo biso­gno astrat­to ma sca­glia­to con­tro l’a­stra­zio­ne come rego­la; e, per ciò stes­so, retro­ter­ra rea­le del­l’or­ga­niz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria post-leni­ni­sta. Met­te con­to sot­to­li­nea­re che quan­do si discor­re di biso­gni radi­ca­li non ci si rife­ri­sce a nasco­ste posi­ti­ve laten­ze del­la natu­ra uma­na, auspi­ca­bi­li ma di esi­sten­za incer­ta – come le risor­se petro­li­fe­re non anco­ra sco­per­te. Que­sti biso­gni radi­ca­li stan­no lì “sot­to le chiap­pe” di tut­ti.
Si chia­ma­no con nomi diver­si, spes­so han­no odo­re sgra­de­vo­le, com­por­ta­no qual­che orren­da for­ma­zio­ne e si fan­no vale­re con modi poco civi­li.
Ma ci sono.
Il movi­men­to del­le don­ne ad esem­pio – ripu­li­to da quel­la malat­tia ideo­lo­gi­ca, che lo per­se­gui­ta come un vizio di cuo­re, di pro­por­si come riven­di­ca­zio­ne un po’ ran­co­ro­sa l’u­gua­glian­za osses­si­va con l’uo­mo – il movi­men­to del­le don­ne, si dice­va, in quan­to affer­ma la diver­si­tà del­la don­na, la pecu­lia­ri­tà dei suoi biso­gni non gene­ri­ca­men­te uma­ni, e la pre­ci­sa deter­mi­na­zio­ne di far posto, den­tro le «rela­zio­ni indu­stria­li», a que­sta diver­si­tà sen­za che essa sia costret­ta a mime­tiz­zar­si nel­la for­ma «ugua­le» il dena­ro. Non sta qui un fon­da­men­to, non elu­cu­bra­ti­vo, del «dirit­to ine­gua­le» come pos­si­bi­li­tà attua­le? Anco­ra: le pra­ti­che lavo­ra­ti­ve, soprat­tut­to nel­la ripro­du­zio­ne socia­le, che si svol­go­no attor­no alla soli­da­rie­tà piut­to­sto che alla con­cor­ren­za, assu­mo­no una for­ma «altra» del lavo­ro sala­ria­to: sono qual­che vol­ta lavo­ro social­men­te uti­le, più spes­so atti­vi­tà con sco­po – in cui biso­gno e lavo­ro coin­ci­do­no.
Pra­ti­che sem­pre esi­sten­ti è vero, ma costret­te a vive­re ieri negli inter­sti­zi, negli ango­li bui del­la pro­du­zio­ne socia­le – come paren­ti defor­mi. Oggi ten­do­no a emer­ge­re, ad allar­gar­si inno­van­do­si, a rita­gliar­si pro­pri spa­zi di esi­sten­za e di legit­ti­ma­zio­ne. La «socie­tà som­mer­sa» Quan­do si dice che il rap­por­to tra un sog­get­to socia­le costi­tui­to sul valo­re d’u­so e la cate­go­ria di valo­re di scam­bio ten­de a por­si come mera occa­sio­ne di red­di­to si vuo­le signi­fi­ca­re due con­cet­ti.
Alla for­ma impre­sa il lavo­ro vivo (o meglio la par­te non irri­le­van­te di esso) chie­de garan­zia di vita, solu­zio­ne auto­ma­ti­ca del pro­ble­ma del­la ripro­du­zio­ne. L’or­go­glio pro­dut­ti­vo, l’e­ro­ga­zio­ne con inven­ti­va, se può, si appli­ca altro­ve – dopo che è tra­scor­so il tem­po imme­dia­to di lavo­ro.
Così se i tor­ni, i for­ni, le cal­da­ie, gli scam­bi, il siste­ma mac­chi­ne nel suo insie­me fun­zio­nas­se da solo ben pochi si sen­ti­reb­be­ro dimi­nui­ti per que­sto. Inve­ce den­tro la for­ma valo­re d’u­so seg­men­ti via via più lar­ghi di lavo­ro vivo appli­ca­no la loro for­za inven­zio­ne, la loro intel­li­gen­za pro­dut­ti­va – con risul­ta­ti non sem­pre apprez­za­bi­li ma con una con­ti­nui­tà di spe­ri­men­ta­zio­ne che atte­sta la radi­ca­li­tà del biso­gno.
Que­sta «socie­tà som­mer­sa» non fon­da kib­bu­tz, non popo­la riser­ve in cui si pra­ti­chi vir­tuo­sa­men­te il barat­to.
Essa è impian­ta­ta come un tumo­re den­tro la socie­tà del lavo­ro sala­ria­to – e orga­niz­za la sua meta­sta­si, arti­co­lan­do­si, suc­chian­do tut­to quel­lo che può col mini­mo sfor­zo, badan­do in ogni cir­co­stan­za ai rap­por­ti di for­za e sot­traen­do­si con gran­de intel­li­gen­za alle bat­ta­glie cam­pa­li, agli scon­tri deci­si­vi per evi­ta­re che l’im­pie­go mas­sic­cio di tut­ti gli anti­cor­pi di cui la socie­tà è capa­ce, bloc­chi la meta­sta­si stes­sa. Non emar­gi­na­zio­ne, ma estra­nei­tà osti­le Come ognu­no può vede­re sia­mo ben lon­ta­ni dal model­lo espli­ca­ti­vo Asor Rosa – che ha avu­to le sue vit­ti­me den­tro il movi­men­to. Per Asor Rosa la for­ma impre­sa è pri­ma socie­tà ric­ca ed equi­li­bra­ta asse­dia­ta da ciom­pi sen­za mestie­re, temi­bi­li solo per la loro mise­ria mora­le e mate­ria­le che è loro pro­pria. Lad­do­ve i ric­chi non sono cer­to colo­ro che vivo­no den­tro e per l’im­pre­sa – sem­mai essi han­no dirit­to a tut­ta la pie­tà, non sce­vra di pre­oc­cu­pa­zio­ne, dei gio­va­ni. Ed è anco­ra alla com­ples­si­tà del 12 mar­zo del ’77 che biso­gne­rà rian­da­re per rico­strui­re l’in­trec­cio tra nuo­vi com­por­ta­men­ti del lavo­ro vivo (in par­ti­co­la­re del lavo­ro non-ope­ra­io) e stra­te­gia sin­da­ca­le. Tut­to ciò che pri­ma è sta­to scrit­to sul­la pra­ti­ca del valo­re d’u­so, ancor­ché incom­ple­to, è suf­fi­cien­te tut­ta­via a dare le dimen­sio­ni del pro­ble­ma.
Il rap­por­to è di estra­nei­tà pro­fon­da e, nel­l’im­me­dia­to, esso assu­me la for­ma di un’o­sti­li­tà reci­pro­ca. La cac­cia­ta di Lama dal­l’U­ni­ver­si­tà di Roma, lun­gi dal­l’es­se­re una biz­zar­ria estre­mi­sta, è una spia di que­sta situa­zio­ne.
Del resto non può che esse­re così. Il sin­da­ca­to inter­pre­ta sul ter­re­no con­trat­tua­le, come auto­ri­tà sala­ria­le, i movi­men­ti del­la for­za-lavo­ro vol­ti alla pro­pria valo­riz­za­zio­ne in quan­to mer­ce.
Que­sti movi­men­ti non sono un’in­ven­zio­ne del sin­da­ca­to. Sono movi­men­ti indot­ti dal­lo svol­ger­si del­la cate­go­ria dena­ro, ma essen­do movi­men­ti rea­li che tra­sci­na­no milio­ni di uomi­ni, han­no aspet­ti con­trad­dit­to­ri.
Il sin­da­ca­to per sua fon­da­zio­ne met­te in rilie­vo i trat­ti di movi­men­to auto­va­lo­riz­zan­te di mer­ce. Il con­flit­to, la lot­ta che esso rap­pre­sen­ta e con­du­ce si svol­ge den­tro i limi­ti del­lo scam­bio lavo­ro pro­dut­ti­vo-capi­ta­le. Oltre que­sti limi­ti la for­ma stes­sa di sin­da­ca­to non si dà. Sic­ché, quan­do in Inghil­ter­ra o in Ita­lia i bon­zi sin­da­ca­li con­cor­da­no sacri­fi­ci con le impre­se per sal­va­re l’e­co­no­mia, biso­gne­reb­be smet­ter­la di gri­da­re allo scan­da­lo. Fan­no il loro mestie­re; difen­do­no insie­me il loro posto di lavo­ro; e gli ope­rai, che san­no apprez­za­re la divi­sio­ne del lavo­ro, non mena­no alcu­na mera­vi­glia. Ma que­sto movi­men­to auto­va­lo­riz­zan­te di mer­ce si svol­ge secon­do una dina­mi­ca affat­to diver­sa da quel­la che pre­sie­de alla pra­ti­ca del valo­re d’u­so – nel­la cri­si poi que­sta diver­si­tà ten­de a por­si come oppo­si­zio­ne, come osti­li­tà.
E que­sta osti­li­tà, occor­re ricor­dar­lo, non con­trap­po­ne un pugno di buro­cra­ti sin­da­ca­li al popo­lo lavo­ra­to­re.
Essa divi­de il lavo­ro vivo, si rap­pre­sen­ta come con­tra­sto pro­dut­ti­vo, poli­ti­co, cul­tu­ra­le tra seg­men­ti diver­si del lavo­ro – insom­ma con­trap­po­ne uomi­ni ad altri uomi­ni sul­la sca­la dei gran­di nume­ri. Il com­por­ta­men­to domi­na­to dal valo­re di scam­bio si oppo­ne, è costret­to a oppor­si al com­por­ta­men­to domi­na­to dal valo­re d’u­so. È una lace­ra­zio­ne che attra­ver­sa il cor­po del lavo­ro vivo, schie­ra mol­ti­tu­di­ni da una par­te e dal­l’al­tra spes­so sen­za con­ti­nui­tà o con­fi­ni trac­cia­bi­li in base alle man­sio­ni esple­ta­te. E tut­ta­via si può dire che, media­men­te, quel­lo che chia­mia­mo com­por­ta­men­to domi­na­to dal valo­re d’u­so si ritro­va di pre­fe­ren­za tra i gio­va­ni che espli­ca­no il lavo­ro non-ope­ra­io; e quel­lo che chia­mia­mo com­por­ta­men­to domi­na­to dal valo­re di scam­bio si ritro­va più fre­quen­te­men­te nel lavo­ro ope­ra­io del­la gran­de fab­bri­ca.
Dun­que la lace­ra­zio­ne esi­ste: e tut­to fa pen­sa­re che sia desti­na­ta ad appro­fon­dir­si. Né ser­vi­ran­no a leni­re il dolo­re le comu­ni reli­quie: la note­vo­le omo­ge­nei­tà di les­si­co e il para­dos­sa­le rifar­si alle stes­se ico­ne (oh, il ritar­do del­la «poli­ti­ca»!) nascon­do­no in real­tà uni­ver­si incon­ci­lia­bi­li. E d’al­tro can­to que­sta lace­ra­zio­ne non sarà cer­to rima­neg­gia­ta dal pro­ba­bi­le suc­ces­so del­la stra­te­gia del Pci miran­te a por­re l’i­po­te­si diret­ta del lavo­ro pro­dut­ti­vo sul gover­no del Pae­se – è faci­le pre­ve­de­re infat­ti che la «cen­tra­li­tà ope­ra­ia» come rife­ri­men­to per la mac­chi­na sta­tua­le non può che com­por­ta­re, alme­no nel­l’im­me­dia­to, l’ac­cen­tuar­si del­la pres­sio­ne vol­ta a ricon­dur­re a for­za-lavo­ro pro­dut­ti­va il lavo­ro non-ope­ra­io, e in gene­re il lavo­ro pro­dut­ti­vo.
Ricon­du­zio­ne che, se non ha alcun respi­ro stra­te­gi­co den­tro lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co – giac­ché il livel­lo del­le for­ze pro­dut­ti­ve, la com­po­si­zio­ne di clas­se, l’ob­so­le­scen­za del­la dimen­sio­ne nazio­na­le la ren­do­no retro­da­ta­ta – ha tut­ta­via la capa­ci­tà di scom­pa­gi­na­re il signi­fi­ca­to sov­ver­si­vo dei nuo­vi com­por­ta­men­ti den­tro la pro­du­zio­ne socia­le, com­pro­met­ten­do una ricom­po­si­zio­ne di clas­se nel­la cri­si attor­no alla pra­ti­ca del valo­re d’u­so. Sem­bra quin­di di poter con­clu­de­re che la con­trap­po­si­zio­ne tra seg­men­ti diver­si del lavo­ro vivo è desti­na­ta, alme­no in Ita­lia, ad accen­tuar­si – ali­men­tan­do uno scon­tro che, in quan­to coin­vol­ge milio­ni di uomi­ni, può esse­re riguar­da­to come una for­ma, sia pure sot­ter­ra­nea, di guer­ra civile.

DAL TERRORISMO ALLA GUERRIGLIA

di Fran­co Piper­no

1. Per il con­cor­re­re di cau­se diver­se, non esa­mi­na­bi­li in que­sta sede, ha avu­to luo­go nel­l’ul­ti­mo decen­nio un silen­zio­so som­mo­vi­men­to «nel modo di pro­dur­re la ric­chez­za».
Il cir­cui­to pro­dut­ti­vo uti­liz­za pre­va­len­te­men­te la natu­ra come indu­stria, piut­to­sto che l’e­ro­ga­zio­ne di plu­sla­vo­ro ed il con­se­guen­te fur­to del tem­po di lavo­ro. Per dir­la in ger­go: le diver­se for­me del­la pro­du­zio­ne socia­le non sono più orga­ni­ca­men­te sal­da­te dal­la leg­ge del valo­re.
Tut­to que­sto com­por­ta del­le con­se­guen­ze di gran­de rilie­vo, che inve­sto­no i sog­get­ti socia­li non­ché la stes­sa coo­pe­ra­zio­ne lavo­ra­ti­va. Intan­to emer­ge un sog­get­to pro­le­ta­rio nuo­vo, arte­fi­ce sì del­la ric­chez­za ma non più inter­pre­ta­bi­le (anche ai fini del cal­co­lo eco­no­mi­co) in ter­mi­ni di lavo­ro pro­dut­ti­vo e impro­dut­ti­vo. Muta quin­di la com­po­si­zio­ne di clas­se del pro­le­ta­ria­to.
L’in­tel­li­ghen­tsia tec­ni­co-scien­ti­fi­ca in par­ti­co­la­re (che roz­za­men­te pos­sia­mo chia­ma­re «lavo­ro non-ope­ra­io») vie­ne ad occu­pa­re una posi­zio­ne di cen­tra­li­tà nel­la pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za socia­le. E non si trat­ta, si badi, del­la disat­te­sa aspet­ta­ti­va sul­la pro­le­ta­riz­za­zio­ne dei ceti medi – come mera ridu­zio­ne di altre figu­re socia­li a lavo­ro sala­ria­to.
Il lavo­ro non-ope­ra­io – agen­do non più come ceto resi­dua­le, ben­sì in quan­to sog­get­to mate­ria­le di un nuo­vo modo di pro­du­zio­ne – por­ta con sé com­por­ta­men­ti, rife­ri­men­ti cul­tu­ra­li, ideo­lo­gie, non ricon­du­ci­bi­li alla memo­ria sto­ri­ca del­le lot­te ope­ra­ie.


2. Il muta­men­to nel­la com­po­si­zio­ne del pro­le­ta­ria­to indu­ce una «nuo­va spon­ta­nei­tà» che appa­re sul­la sce­na per la pri­ma vol­ta nel­l’in­di­men­ti­ca­bi­le ’68. La nuo­va spon­ta­nei­tà ha il suo trat­to carat­te­ri­sti­co nel rap­por­to che intrat­tie­ne con la ric­chez­za socia­le.
Que­st’ul­ti­ma, infat­ti, vie­ne vis­su­ta come valo­re d’u­so – nel sen­so che appro­priar­se­ne vuol dire gode­re di essa.
La pro­du­zio­ne ces­sa così di esse­re sen­ti­ta come una sor­ta di attri­bu­to «a prio­ri» del­l’es­sen­za uma­na – qua­si una neces­si­tà mora­le; essa vie­ne inda­ga­ta e ridi­men­sio­na­ta in quan­to pro­du­zio­ne di ric­chez­za uma­na­men­te frui­bi­le: cioè, appun­to, di valo­ri d’u­so.
Ecco allo­ra dispie­gar­si i com­por­ta­men­ti tipi­ci di que­sta nuo­va spon­ta­nei­tà: l’as­sen­tei­smo come sabo­tag­gio di mas­sa del­la costri­zio­ne al lavo­ro; il fur­to nei super­mar­ket come riap­pro­pria­zio­ne indi­vi­dua­le di ogget­ti il cui godi­men­to è impe­di­to dal­la media­zio­ne mone­ta­ria; l’oc­cu­pa­zio­ne come sem­pli­ce occa­sio­ne di red­di­to; la dispo­ni­bi­li­tà «gene­ro­sa ed incan­ta­ta» nei con­fron­ti di quei momen­ti del­l’at­ti­vi­tà socia­le in cui «lavo­ro e biso­gno coin­ci­do­no»; le mil­le for­me di ribel­lio­ne in cui si con­su­ma «nel­l’a­no­ni­ma­to del quo­ti­dia­no» una insof­fe­ren­za socia­le radi­ca­le e qual­che vol­ta vio­len­ta.
Que­sti com­por­ta­men­ti rom­po­no ogni rap­por­to di pro­por­zio­na­li­tà tra par­te­ci­pa­zio­ne alla pro­du­zio­ne e quo­ta di red­di­to frui­ta; tra tem­po di lavo­ro ero­ga­to e quan­ti­tà di ogget­ti di cui si pre­ten­de la dispo­ni­bi­li­tà. Va da sé che, trat­tan­do­si di com­por­ta­men­ti (e non di inno­cue idee), il loro mani­fe­star­si impo­ne la pra­ti­ca del­l’il­le­ga­li­tà come con­di­zio­ne neces­sa­ria di esi­sten­za.

3. A sot­ten­de­re que­sti com­por­ta­men­ti v’è una cul­tu­ra che, mal­gra­do evi­den­ti inge­nui­tà, visto­se lacu­ne, super-sem­pli­fi­ca­zio­ni, non può esse­re tut­ta­via liqui­da­ta come fal­sa coscien­za.
È una cul­tu­ra che, pur nutren­do­si di indi­gen­za ed alie­na­zio­ne, ha tut­ta­via spe­ran­za: nel sen­so che ritie­ne mate­rial­men­te ed imme­dia­ta­men­te supe­ra­bi­le quel­la stes­sa indi­gen­za ed alie­na­zio­ne.
Da qui la tema­ti­ca del­l’im­me­dia­ti­smo: quel met­te­re al pri­mo posto il pro­prio cor­po, i pro­pri biso­gni, la pro­pria diver­si­tà ed irri­pe­ti­bi­li­tà; con la pre­sun­zio­ne – per lo più irri­fles­sa – che la pie­nez­za dei tem­pi sia giun­ta: il godi­men­to con­cre­to del­la ric­chez­za è a por­ta­ta di mano, giac­ché è pos­si­bi­le qui ed ora rove­scia­re «la ric­chez­za ogget­ti­va in ric­chez­za dei sog­get­ti»; ed il pro­lun­gar­si del­la con­di­zio­ne di indi­gen­za è frut­to d’ar­bi­trio, tec­ni­ca­men­te e social­men­te non spie­ga­bi­le, non giu­sti­fi­ca­bi­le.

4. Del resto, non v’è solo l’ur­gen­za di nuo­vi biso­gni che pre­mo­no alla ricer­ca di un appa­ga­men­to che il vec­chio mon­do non sa dare. Muta anche la mor­fo­lo­gia del­lo Sta­to moder­no.
Il depe­ri­re «del­l’e­co­no­mia come strut­tu­ra»; o meglio: lo smar­ri­men­to – a segui­to del­lo stes­so svi­lup­po – di ogni rego­la eco­no­mi­ca, com­por­ta l’er­ger­si auto­no­mo del pote­re poli­ti­co, arbi­tro uni­co sul­l’im­pie­go dei frut­ti del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le. Esso sem­bra così defi­nir­si come la sede entro cui tro­va una for­ma­liz­za­zio­ne la guer­ra tra le cor­po­ra­zio­ni per la spar­ti­zio­ne del «sur­plus» socia­le nel­la sua for­ma mone­ta­ria.
Il nuo­vo Sta­to cor­po­ra­ti­vo si rive­la di con­se­guen­za inca­pa­ce di una atti­vi­tà pro­get­tua­le in gra­do di per­se­gui­re, mate­rial­men­te e coe­ren­te­men­te, l’in­te­res­se gene­ra­le in quan­to distin­to dal­le esi­gen­ze vora­ci del­le cor­po­ra­zio­ni. Nel­lo stes­so tem­po, gli isti­tu­ti stes­si del­la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­ti­va risul­ta­no svuo­ta­ti di ogni con­te­nu­to deci­sio­na­le e soprav­vi­vo­no come costo­si appa­ra­ti ideo­lo­gi­ci che regi­stra­no ed accla­ma­no ope­ra­zio­ni matu­ra­te altro­ve.
La poli­ti­ca svol­ge i suoi esi­ti sen­za alcu­na rego­la che non sia la mera misu­ra del rap­por­to di for­za – cioè, come è sta­to det­to, la poli­ti­ca è guer­ra sot­to altra for­ma.

5. In que­sto qua­dro, i biso­gni socia­li non rap­pre­sen­ta­bi­li dal siste­ma del­le cor­po­ra­zio­ni – vuoi per­ché non mone­tiz­za­bi­li, vuoi per­ché, più sem­pli­ce­men­te, asin­cro­ni – ten­do­no a far­si vale­re sfug­gen­do come nemi­ca la media­zio­ne poli­ti­ca e ricor­ren­do, sen­za alcu­na riser­va mora­le, alla guer­ra in for­ma pro­pria. La nuo­va spon­ta­nei­tà ha per­fe­zio­na­to infat­ti una sor­ta, di «sen­so comu­ne» dif­fu­so soprat­tut­to tra le don­ne ed i gio­va­ni, sia­no essi impie­ga­ti o ope­rai, disoc­cu­pa­ti o stu­den­ti.
È un «sen­so comu­ne» che vive lo Sta­to come insie­me di appa­ra­ti sor­da­men­te ammi­ni­stra­ti­vi: da un lato arbi­tra­ri per­ché super­flui, e dal­l’al­tro asso­lu­ta­men­te estra­nei ed osti­li.
L’in­sie­me di que­sti appa­ra­ti (e del­le ope­ra­zio­ni che pro­du­co­no) appa­re ai gio­va­ni pro­le­ta­ri (o alme­no ad una par­te signi­fi­ca­ti­va di essi) come dispo­ti­co. Dispo­ti­co non signi­fi­ca, in que­sto caso, «limi­ta­ti­vo del­le tra­di­zio­na­li liber­tà indi­vi­dua­li» – habeas cor­pus e così via.
Il pote­re è dispo­ti­co per­ché impo­ne e lega­liz­za una arbi­tra­ria e lan­ci­nan­te sepa­ra­zio­ne tra indi­vi­duo e ric­chez­za socia­le, tra ric­chez­za ogget­ti­va e godi­men­to di essa da par­te dei sog­get­ti, tra ric­chez­za «esi­sten­te» e ric­chez­za «pos­si­bi­le».

6. II Movi­men­to Ope­ra­io è inca­pa­ce non solo di tra­dur­re poli­ti­ca­men­te que­sta nuo­va spon­ta­nei­tà; ma per­fi­no di rico­no­scer­la ed entra­re in con­tat­to con essa. E tut­to que­sto per moti­vi assai meno pere­gri­ni che i pre­sun­ti tra­di­men­ti del «grup­po diri­gen­te».
È quel­la del Movi­men­to Ope­ra­io – infat­ti – un’e­spe­rien­za poli­ti­ca che si è con­su­ma­ta attor­no ad altri sog­get­ti socia­li, ad altra mor­fo­lo­gia del pro­ces­so pro­dut­ti­vo, ad altra spon­ta­nei­tà – in altri ter­mi­ni, attor­no ad un’e­po­ca sto­ri­ca in cui il man­ca­to svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve, ovve­ro la mise­ria come fame, face­va aggio sul tema del­la divi­sio­ne del lavo­ro e sul biso­gno di auto-rea­liz­za­zio­ne del­l’in­di­vi­duo.
Ecco allo­ra che l’a­gi­re del Movi­men­to Ope­ra­io si dipa­na in un tem­po retro­da­ta­to: inneg­gia al pro­fit­to come sor­gen­te di ric­chez­za quan­do è anda­ta in rovi­na, per ecces­so di svi­lup­po, la for­ma-impre­sa; difen­de l’in­di­pen­den­za nazio­na­le quan­do non si da più un mer­ca­to nazio­na­le; pro­muo­ve il lavo­ro manua­le nel­l’e­po­ca del­l’au­to­ma­zio­ne; pre­di­ca la misti­ca del sacri­fi­cio a fron­te di una vita quo­ti­dia­na del­le mas­se che pra­ti­ca il con­su­mo come liber­tà. Così, in un tem­po irrea­le, matu­ra nel­la reto­ri­ca la tra­ge­dia del Movi­men­to Ope­ra­io: le stes­se varie­ga­te aspet­ta­ti­ve di mas­sa – che appe­na due anni fa anco­ra si era­no fis­sa­te sul­la sini­stra tra­di­zio­na­le – ten­do­no, a fron­te del­l’im­po­ten­za, a riflui­re o sepa­rar­si.
Alla fine, quel­l’or­go­glio­sa ini­zia­ti­va deno­mi­na­ta «ope­ra­io che si fa Sta­to», resi­dua solo il mal­con­cio ten­ta­ti­vo di una nuo­va legit­ti­ma­zio­ne socia­le al moder­no Sta­to cor­po­ra­ti­vo. Men­tre per par­te sua un altro, un secon­do «movi­men­to ope­ra­io» va emer­gen­do, inner­va­to da altri biso­gni ed altre for­me di lot­ta. Esso non solo si auto­no­miz­za dal pri­mo, ma ormai vi si con­trap­po­ne e lo com­bat­te aper­ta­men­te.

7. Così stan­do le cose, l’e­si­sten­za – in dimen­sio­ni ridot­te ma signi­fi­ca­ti­ve – di un «movi­men­to» che pra­ti­ca la vio­len­za arma­ta per con­se­gui­re i pro­pri obiet­ti­vi risul­ta, in qual­che misu­ra, ovvia: qua­si come acca­de ai feno­me­ni natu­ra­li.
Ci si dovreb­be mera­vi­glia­re del con­tra­rio. Den­tro il movi­men­to arma­to, la pre­sen­za del­le Bri­ga­te Ros­se si carat­te­riz­za – (rispet­to ad altre for­ma­zio­ni com­bat­ten­ti, che sono signi­fi­ca­ti­ve per il rap­por­to che a vol­te han­no sta­bi­li­to con i con­te­nu­ti pro­gram­ma­ti­ci del movi­men­to) per un discor­so (pra­ti­co) sul­l’ef­fi­ca­cia: vale a dire, non solo per l’u­so coe­ren­te ed effi­ca­ce del ter­ro­ri­smo (inte­so, secon­do la tra­di­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, come stru­men­to atto ad inti­mi­di­re e para­liz­za­re più che a distrug­ge­re mate­rial­men­te il nemi­co); ma anche per il ten­ta­ti­vo di legit­ti­ma­re l’e­si­sten­za stes­sa del­l’or­ga­niz­za­zio­ne mili­ta­re in quan­to momen­to indi­spen­sa­bi­le nel­la lot­ta per l’e­man­ci­pa­zio­ne socia­le.
Nasce qui, ad esem­pio, la richie­sta bri­ga­ti­sta – for­ma­le for­se, ma cer­to ragio­ne­vo­le – del rico­no­sci­men­to del loro sta­tus di com­bat­ten­ti).

8. Fis­sa­ti così i ter­mi­ni del discor­so, è pos­si­bi­le affron­ta­re la que­stio­ne poli­ti­ca cen­tra­le: il rap­por­to tra vio­len­za arma­ta e movi­men­to o, se si vuo­le, tra ter­ro­ri­smo ed emer­ge­re di quel­la nuo­va spon­ta­nei­tà pri­ma, a gran­di trat­ti, deli­nea­ta. Intan­to, vale la pena di rifor­mu­la­re la que­stio­ne in manie­ra «chia­ra e distin­ta».
Inda­ga­re la cor­ri­spon­den­za (sia come data che come pos­si­bi­le) tra ter­ro­ri­smo e nuo­va spon­ta­nei­tà vuol dire veri­fi­ca­re l’i­po­te­si di inter­fun­zio­na­li­tà tra i due feno­me­ni. Più cor­ret­ta­men­te, si trat­ta di sco­pri­re i nes­si (se ci sono) attra­ver­so cui la nuo­va spon­ta­nei­tà può gio­var­si del ter­ro­ri­smo e più in gene­ra­le del­la lot­ta arma­ta nel suo dispie­gar­si come pro­ces­so eman­ci­pa­ti­vo pra­ti­co, quo­ti­dia­no.
La solu­zio­ne del pro­ble­ma con­tie­ne in sé la «cate­na di solu­zio­ni» per i sot­to-pro­ble­mi che da quel­lo deri­va­no: ricom­po­si­zio­ne o disar­ti­co­la­zio­ne del­lo Sta­to; espro­pria­zio­ne o raf­for­za­men­to del­la lot­ta di mas­sa.
Insom­ma, rispon­den­do al que­si­to sopra pro­po­sto si fini­sce col dare un segno uni­vo­co al ter­ro­ri­smo. Va da sé che non è pos­si­bi­le for­mu­la­re que­sta rispo­sta ricor­ren­do agli «uni­ver­sa­li» evan­ge­li­ci o ad iper-ipo­te­si inve­ri­fi­ca­bi­li – tipo «la sacra­li­tà del­la vita uma­na», «la furia omi­ci­da dei ter­ro­ri­sti»; «la con­giu­ra del­le super­po­ten­ze con­tro l’eu­ro­co­mu­ni­smo», e così via. Sce­ve­ran­do le paro­le dal­le cose, l’in­da­gi­ne empi­ri­ca può deli­nea­re il rap­por­to di con­tro-rea­zio­ne che si isti­tui­sce tra i fat­ti in esa­me, in quan­to cau­se ed effet­ti insie­me.

9. Nel­l’in­da­gi­ne empi­ri­ca con­vie­ne rife­rir­si ad epi­so­di cer­ti. Agli ini­zi degli anni ’70, nel­le gran­di fab­bri­che, la lot­ta di repar­to ha «sve­la­to» il ruo­lo del capo come pri­vo di signi­fi­ca­to tec­ni­co-pro­dut­ti­vo. Il capo, infat­ti, non svol­ge alcu­na rea­le fun­zio­ne di coor­di­na­men­to del pro­ces­so pro­dut­ti­vo; ben­sì ha com­pi­ti di divi­sio­ne degli ope­rai e di coman­do su di essi.
Egli appa­re (ed è) un agen­te del pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne, estra­neo al pro­ces­so di pro­du­zio­ne – nel repar­to tut­ti gli atti pro­dut­ti­vi ven­go­no com­piu­ti den­tro la coo­pe­ra­zio­ne ope­ra­ia pre­scin­den­do dal capo e dal­la sua fun­zio­ne di pura coa­zio­ne al rit­mo di lavo­ro. A segui­to di que­sta «sco­per­ta di mas­sa» si è comin­cia­to ad inti­mi­di­re in vario modo i capi, e qual­che vol­ta a spa­ra­re su di essi.
È una sto­ria acca­du­ta agli ini­zi degli anni ’70; ma for­ni­sce anco­ra oggi una chia­ra esem­pli­fi­ca­zio­ne del­l’in­trec­cio pos­si­bi­le tra movi­men­to e ter­ro­ri­smo. La lot­ta di mas­sa può iso­la­re, ed iso­la, arti­co­la­zio­ni del pote­re in quan­to pure fun­zio­ni di coman­do desti­tui­te di ogni fon­da­men­to tec­ni­co e quin­di pri­ve di con­sen­so nel tes­su­to pro­dut­ti­vo (il loro esi­ste­re è spie­ga­bi­le come impo­si­zio­ne arbi­tra­ria, come effet­to di for­za del nemi­co; il loro peri­re è a que­sto pun­to un pro­ble­ma di distru­zio­ne mate­ria­le). Così, que­sto affa­re dei capi evi­den­zia il pos­si­bi­le rap­por­to di effi­ca­cia reci­pro­ca tra lot­ta di mas­sa e ter­ro­ri­smo, cui sopra si accen­na­va.
Quel­la rete di con­trol­lo mole­co­la­re sui com­por­ta­men­ti ope­rai costi­tui­ta dal micro­po­te­re dei capi è oggi, alme­no nel­le gran­di fab­bri­che, in più pun­ti sma­glia­ta.
Di que­sto v’è per­fi­no una «pro­va con­ta­bi­le»: le ore effet­ti­va­men­te lavo­ra­te sono signi­fi­ca­ti­va­men­te infe­rio­ri a quel­le con­trat­tual­men­te pre­vi­ste, anche quan­do si tien con­to del­le ore dedi­ca­te ad offi­cia­re la litur­gia sin­da­ca­le: scio­pe­ri uffi­cia­li, mani­fe­sta­zio­ni, comi­zi del­le auto­ri­tà e così via.

10. Esa­mi­nia­mo ora i fat­ti di via Fani. Con­vie­ne avan­za­re subi­to un’os­ser­va­zio­ne, mar­gi­na­le ma non irri­le­van­te. Non c’è con­trap­po­si­zio­ne tra il seque­stro di Moro e gli atti ter­ro­ri­sti­ci con­tro i capi.
È lo stes­so per­cor­so del­la lot­ta di mas­sa: dal­la fab­bri­ca al pote­re poli­ti­co.
A trac­cia­re que­sto per­cor­so ha cer­to con­tri­bui­to quel­la nuo­va spon­ta­nei­tà di cui già pri­ma si è det­to; ma tut­ta­via è sta­to il suc­ces­so con­se­gui­to dal­la mano­vra inflat­ti­va nel­l’at­tac­co alla vita quo­ti­dia­na del­le mas­se a ren­der­lo un per­cor­so obbli­ga­to.
Del resto non si spie­ga anche così l’i­do­la­tria sta­ta­li­sta che oggi per­va­de il Pci fino ad assu­me­re in alcu­ni suoi diri­gen­ti pun­te di vera e pro­pria iste­ria? Anche il ter­ro­ri­smo ha com­piu­to il cam­mi­no che dal coman­do di fab­bri­ca por­ta al coman­do socia­le.
Così, l’a­na­li­si cri­ti­ca sve­la il segno impli­ci­to nel­l’a­zio­ne di via Fani. A fron­te di un pote­re che limi­ta i pro­ces­si di eman­ci­pa­zio­ne e inter­di­ce, soprat­tut­to ai gio­va­ni, «l’il­li­mi­ta­to godi­men­to del­la ric­chez­za socia­le», il ter­ro­ri­smo ope­ra per inti­mi­di­re a sua vol­ta, per «inter­di­re un pote­re di inter­di­zio­ne». E negli spa­zi che così si apro­no v’è una obiet­ti­va pos­si­bi­li­tà di cre­sci­ta per il movi­men­to.
Cer­to, non si pos­so­no anco­ra indi­vi­dua­re tut­ti gli esi­ti di que­sto atto ter­ro­ri­sti­co. E tut­ta­via esi­sto­no, sono sot­to gli occhi di tut­ti, indi­zi suf­fi­cien­ti per affer­ma­re che que­sto Sta­to non vie­ne fuo­ri dal­l’af­fa­re-Moro più arti­co­la­to e legit­ti­ma­to – ma solo più impo­ten­te e fero­ce.

11. Lo Sta­to cor­po­ra­ti­vo ha subi­to avver­ti­to lo spes­so­re sov­ver­si­vo, la minac­cia per l’as­set­to socia­le insi­ta nei fat­ti di via Fani. Ma anzi­ché «sta­re ai fat­ti», e muo­ver­si tra di essi in manie­ra ade­gua­ta, dubi­tan­do del­la legit­ti­mi­tà del­la sua stes­sa esi­sten­za ha pre­fe­ri­to trat­ta­re i bri­ga­ti­sti come bel­ve san­gui­na­rie sfug­gi­te ai guar­dia­ni del­lo zoo. Ecco allo­ra che la ridu­zio­ne del ter­ro­ri­smo a pro­ble­ma di ordi­ne pub­bli­co e di igie­ne men­ta­le ha svuo­ta­to d’ef­fet­to i com­por­ta­men­ti repres­si­vi ren­den­do­li, peral­tro, ridi­co­li.
Tut­to è avve­nu­to come se un ele­fan­te inse­guis­se per i vico­li del­la vec­chia Roma una zan­za­ra – guai ai pas­san­ti! È sta­to uno spet­ta­co­lo tra­gi­co ed esi­la­ran­te ad un tem­po. Intan­to i sacer­do­ti del regi­me inon­da­va­no la stam­pa e la tele­vi­sio­ne di richia­mi ai pri­mi prin­ci­pi, lan­cia­va­no tra le lacri­me appel­li uma­ni­ta­ri, pro­cla­ma­va­no solen­ne­men­te il valo­re asso­lu­to del­la vita uma­na – diar­rea decla­ma­to­ria che non impe­di­va loro di ado­pe­rar­si, con cini­ca dop­piez­za, per­ché il san­gue di Moro scon­giu­ras­se, misti­ca­men­te, quel­la resa dei con­ti che ormai sem­bra gra­va­re sul­le «vite pro­be» degli uomi­ni del regi­me.

12. Non è dif­fi­ci­le capi­re che i bri­ga­ti­sti, con il seque­stro Moro, han­no inte­so mostra­re come i gran­di sacer­do­ti che offi­cia­no i riti del moder­no Sta­to cor­po­ra­ti­vo non sono intoc­ca­bi­li, né godo­no di alcu­na impu­ni­tà. L’«infinita poten­za del­lo Sta­to» pog­gia, infat­ti, sui pie­di d’ar­gil­la del­la pas­si­vi­tà dei «sud­di­ti». Oltre a ciò, i bri­ga­ti­sti – una vol­ta cat­tu­ra­to Moro – si sono ripro­po­sti di con­se­gui­re un ulte­rio­re risul­ta­to (la scar­ce­ra­zio­ne di alcu­ni mili­tan­ti) che raf­for­zas­se mate­rial­men­te l’or­ga­niz­za­zio­ne e ne legit­ti­mas­se, in qual­che misu­ra, l’e­si­sten­za in quan­to orga­niz­za­zio­ne mili­ta­re che rom­pe il mono­po­lio sta­ta­le del­la vio­len­za arma­ta. Ma cat­tu­ra­re vivo un «per­so­nag­gio rea­le» come Moro com­por­ta­va la neu­tra­liz­za­zio­ne ful­mi­nea del­la scor­ta arma­ta. Dun­que, una vol­ta den­tro la mac­chi­na bel­li­ca del seque­stro, l’ec­ci­dio dei cin­que agen­ti era una mos­sa obbli­ga­ta – lo scon­tro si è svol­to infat­ti sul­la linea del fuo­co. D’al­tro can­to, a segui­to del rifiu­to da par­te del pote­re non solo del­lo scam­bio ma per­fi­no del­la trat­ta­ti­va, l’uc­ci­sio­ne di Moro era dive­nu­ta una altra mos­sa obbli­ga­ta – pena la per­di­ta, per il futu­ro, di for­za con­trat­tua­le e di cre­di­bi­li­tà per l’or­ga­niz­za­zio­ne bri­ga­ti­sta. Così, in un sus­se­guir­si di mos­se obbli­ga­te, l’e­si­to del­l’a­zio­ne intra­pre­sa il 16 mar­zo è dav­ve­ro sin­go­la­re: i bri­ga­ti­sti sem­bra­no con­tri­bui­re con il cada­ve­re di Moro a quel nuo­vo equi­li­brio poli­ti­co che da due mesi il siste­ma dei par­ti­ti e del­le cor­po­ra­zio­ni sta­va affan­no­sa­men­te cer­can­do – scon­giu­ran­do l’e­ven­tua­li­tà più peri­co­lo­sa ed ingar­bu­glia­ta per il pote­re: dover tra­sci­na­re con sé un Moro fisi­ca­men­te vivo ma poli­ti­ca­men­te «immon­do», vera «mina vagan­te» per le pro­ce­du­re del Palaz­zo.
Dove, allo­ra, l’er­ro­re che ha fini­to col ridi­men­sio­na­re il sen­so del seque­stro Moro?
In pri­mo luo­go, appun­to, nel­l’u­so del seque­stro, del ricat­to: uso ricor­ren­te nel­la pra­ti­ca ter­ro­ri­sti­ca, ma già ina­de­gua­to quan­do – come acca­de oggi – il feno­me­no ha rag­giun­to tali livel­li di poten­za da impor­re il pas­sag­gio a for­me pro­prie di guer­ri­glia.
In secon­do luo­go, nel­l’a­ver con­se­gna­to un’a­zio­ne di sif­fat­ta poten­za ad un obiet­ti­vo mini­ma­le, qua­si pri­va­to, ed insie­me tut­t’al­tro che «rea­li­sti­co»: la scar­ce­ra­zio­ne di alcu­ni dete­nu­ti poli­ti­ci. In que­sta sfa­sa­tu­ra tra effi­ca­cia desta­bi­liz­zan­te dovu­ta all’im­pie­go intel­li­gen­te del­le rego­le mili­ta­ri e gestio­ne poli­ti­ca sprov­ve­du­ta degli esi­ti pro­vo­ca­ti, si sono inse­ri­ti – sot­to gli occhi di tut­ti – que­gli ele­men­ti ambi­gui, spet­ta­co­la­ri, dege­ne­ra­ti­vi esem­plar­men­te rap­pre­sen­ta­ti nel­l’at­to fina­le: la ricon­se­gna, inge­gne­ri­sti­ca e bef­far­da, del cada­ve­re di Moro in pros­si­mi­tà del Palaz­zo. Così, tra­vol­te in qual­che modo da una sor­ta di boo­me­rang, le BR sono rima­ste segna­te di fero­cia impo­ten­te: come acca­de a tut­ti colo­ro che pro­vo­ca­no mor­ti inu­ti­li.

13. II dibat­ti­to sul­l’af­fa­re-Moro ha mes­so alla pro­va la «cul­tu­ra di sini­stra» come ideo­lo­gia domi­nan­te.
È emer­sa la sua strut­tu­ra­le inca­pa­ci­tà di sco­pri­re le cau­se che stan­no die­tro la pra­ti­ca ter­ro­ri­sti­ca e che con­ti­nua­men­te la rige­ne­ra­no.
I bri­ga­ti­sti, per­ché luci­di «dispen­sa­to­ri di mor­te», sono sta­ti addi­ta­ti come burat­ti­ni in mano a poten­ti – ma, ovvia­men­te, segre­ti – burat­ti­nai; come ricet­ta­co­lo, al più, dei pas­sa­ti erro­ri del movi­men­to comu­ni­sta; come sem­pre e comun­que nemi­ci ed estra­nei al pro­ces­so di eman­ci­pa­zio­ne socia­le. Qual­cu­no – come Scal­fa­ri, curio­so ere­de dei «distin­ti cro­cia­ni» – si è spin­to anche oltre: li ha espul­si gene­ti­ca­men­te dal­la spe­cie uma­na, e li con­si­de­ra sbri­ga­ti­va­men­te alla stre­gua di lupi impaz­zi­ti – insom­ma, la mate­ria­liz­za­zio­ne del male come cate­go­ria infan­ti­le.
Lad­do­ve ognu­no sa che un bran­co di lupi riu­sci­reb­be a mala pena a ter­ro­riz­za­re una sper­du­ta comu­ni­tà agre­ste; men­tre, d’al­tro can­to, una socie­tà com­ples­sa e mala­ta come la nostra, in gra­do di tol­le­ra­re con ras­se­gna­ta pas­si­vi­tà la fero­cia sen­za sen­so che pun­teg­gia l’a­no­ni­mia del­la vita quo­ti­dia­na, avreb­be rapi­da­men­te smi­nuz­za­to e dige­ri­to tut­ti i gua­sti infer­ti da un com­por­ta­men­to sta­ti­sti­ca­men­te biz­zar­ro e cru­de­le. Ma v’è di più: la cul­tu­ra di sini­stra, ricor­ren­do all’u­so super­sti­zio­so di cate­go­rie asto­ri­che e pie­tri­fi­ca­te (la «vita», la «con­vi­ven­za civi­le», gli «eter­ni valo­ri», «l’u­ma­ni­tà») ha denun­cia­to il suo spa­smo­di­co biso­gno di dura­re, il riget­to fisio­lo­gi­co del­l’au­to­cri­ti­ca, l’o­dio per gli even­ti che minac­cia­no quel­le mini­me vir­tù sul­le qua­li un inte­ro ceto poli­ti­co ha costrui­to in que­sto dopo­guer­ra la sua mini­ma­le for­tu­na.
Si veda, a mo’ d’e­sem­pio, la que­stio­ne – sol­le­va­ta da più par­ti – dei «mez­zi di lot­ta» come spia del­la vera natu­ra del­la vio­len­za arma­ta.
Que­sto rove­scia­men­to un po’ pere­gri­no – al tra­di­zio­na­le cul­to dei fini è suben­tra­ta ed infu­ria tut­t’o­ra una sor­ta di ido­la­tria dei mez­zi – rive­la, nel­l’in­tol­le­ran­za che gli è pro­pria, uno stol­to dise­gno ideo­lo­gi­co: rimuo­ve­re ed esor­ciz­za­re il nuo­vo per san­ti­fi­ca­re i mez­zi, le scel­te poli­ti­che non­ché la pra­ti­ca di vita «vol­ga­re e sod­di­sfat­ta di sé» del­la bor­ghe­sia ros­sa. Così, tut­to quel discor­re­re sul­la vita a cui, da spet­ta­to­ri alli­bi­ti, abbia­mo assi­sti­to nel­le set­ti­ma­ne del caso Moro, puz­za irre­pa­ra­bil­men­te di reto­ri­ca e di mor­te.
Lo atte­sta­no, nel­la loro gene­ro­si­tà sprov­ve­du­ta, pro­prio i com­pa­gni di Lot­ta Con­ti­nua che, impe­gna­ti in una ine­di­ta mis­sio­ne sacer­do­ta­le, han­no risco­per­to recen­te­men­te la sacra­li­tà del­la vita in quan­to vita bio­lo­gi­ca – ed arre­tra­no con orro­re mora­le di fron­te all’e­ven­tua­li­tà di «dare o subi­re» la mor­te – vis­su­ta come cata­stro­fe del­l’es­sen­za uma­na. In veri­tà la vita uma­na non è pove­ra­men­te un mira­co­lo bio­lo­gi­co.
Essa vive per­ché nodo di rela­zio­ni socia­li; e nel caso dei «fun­zio­na­ri del domi­nio» com­por­ta un ade­gua­to pote­re di inno­va­zio­ne o inter­di­zio­ne sul­la vita di altri uomi­ni. Così può, scan­da­lo­sa­men­te, acca­de­re che la mor­te di un uomo si tra­du­ca in liber­tà e vita per altri.
Si trat­ta di una «evi­den­za bana­le», sec­ca come un fat­to; essa deter­mi­na inve­ro il com­por­ta­men­to di tut­ti noi di fron­te alla mor­te come even­to quo­ti­dia­no. Per­ché la disu­gua­glian­za che gerar­chiz­za la vita degli uomi­ni con­fe­ri­sce ovvia­men­te un peso diver­so alle loro mor­ti.
Così van­no le cose del mon­do. E fin­ge­re che «le rego­le» sia­no diver­se, che «l’u­ma­ni­tà sia già rea­liz­za­ta» è espres­sio­ne dei puri ‘desi­de­ra­ta’ quan­do non si trat­ta di vol­ga­re men­zo­gna ideo­lo­gi­ca. E poi­ché il futu­ro si annun­cia, fin da subi­to, disu­ma­no, decen­za vuo­le che ognu­no si scel­ga i suoi feri­ti ed i suoi mor­ti; e que­sti pian­ga e quel­li – se può – curi.

14. Si è spes­so insi­sti­to sul­l’in­con­si­sten­za del pro­gram­ma poli­ti­co del­le for­ma­zio­ni arma­te a fron­te di una indub­bia capa­ci­tà ope­ra­ti­va che – ad esem­pio – nel caso del­le Br ha rag­giun­to effet­ti di poten­za sen­za pre­ce­den­ti. Ma que­sto diva­rio tra inten­zio­ni e poten­za del­le azio­ni non è, a ben guar­da­re, un limi­te.
La carat­te­ri­sti­ca affat­to moder­na del ter­ro­ri­smo in Ita­lia è che non abbi­so­gna di un pro­get­to per affer­mar­si ed espan­der­si; non ha (anche se, maga­ri, lo cre­de) un model­lo socia­le da pro­por­ci (o, se si vuo­le, da impor­ci). Infat­ti se, di nuo­vo, nel­l’ap­proc­cio cri­ti­co si distin­gue tra l’i­deo­lo­gia dei ter­ro­ri­sti che par­to­ri­sce docu­men­ti teo­ri­ca­men­te pastic­cia­ti e non pri­vi di allu­ci­na­zio­ni, e la cate­na di even­ti che gli atti ter­ro­ri­sti­ci met­to­no in moto, è age­vo­le desu­me­re quan­to segue: il pia­no che pre­sie­de alla pra­ti­ca ter­ro­ri­sti­ca – non­ché al suo suc­ces­so – è una stra­te­gia mili­ta­re in sen­so pro­prio – rivol­ta alla distru­zio­ne mate­ria­le del nemi­co (lo Sta­to in tut­te le sue arti­co­la­zio­ni) secon­do le rego­le del­l’in­tel­li­gen­za mili­ta­re. Que­sta stra­te­gia non abbi­so­gna di un pro­gram­ma poli­ti­co (inte­so come indi­ca­zio­ne pro­get­tua­le del­le for­me di pro­du­zio­ne e di pote­re pro­prie del­la socie­tà che si inten­de costrui­re) – per il buon moti­vo che essa vive, in modo irri­fles­so, den­tro al movi­men­to del valo­re d’u­so cui già si accen­na­va; costi­tuen­do­ne una, sia pure estre­ma, arti­co­la­zio­ne. Infat­ti la coscien­za cri­ti­ca del­la pos­si­bi­li­tà di impa­dro­nir­si, «qui ed ora», del­la ric­chez­za socia­le arbi­tra­ria­men­te nega­ta, pene­tra tra i gio­va­ni come sen­so comu­ne – in gra­do, quin­di, non solo di sur­ro­ga­re il tra­di­zio­na­le pro­gram­ma poli­ti­co, ma anche di far­si rego­la imme­dia­ta di vita che pre­sie­de e spin­ge all’a­gi­re.
In altri ter­mi­ni se la nuo­va spon­ta­nei­tà, il movi­men­to del valo­re d’u­so, vie­ne visto come un plu­ri­sog­get­to, un plu­ri­sa­pe­re, un plu­ri­com­por­ta­men­to, il ter­ro­ri­smo non è di neces­si­tà altro dal movi­men­to, ben­sì può esse­re una del­le sue fun­zio­ni; e pre­ci­sa­men­te la fun­zio­ne di distru­zio­ne del pote­re sta­ta­le in quan­to pote­re che impe­di­sce ai mil­le sape­ri, ai mil­le biso­gni con­cre­ti, par­ti­co­la­ri, loca­li che costi­tui­sco­no il movi­men­to di emer­ge­re e rea­liz­zar­si.

15 Va da sé che que­sto rap­por­to di inter­fun­zio­na­li­tà tra nuo­va spon­ta­nei­tà e ter­ro­ri­smo, viven­do in for­ma cie­ca, irri­fles­sa, non è dato una vol­ta per tut­te; è assai cri­ti­co: dipen­de dai modi e dai tem­pi secon­do i qua­li entram­bi i ter­mi­ni si svi­lup­pa­no. In par­ti­co­la­re met­te con­to rile­va­re come la situa­zio­ne sia ad un bivio. L’af­fa­re-Moro ha segna­to infat­ti, per mol­ti ver­si, il pun­to più alto e, ad un tem­po, i limi­ti del ter­ro­ri­smo. Esso è oggi costret­to a sce­glie­re. O si fis­sa e, maga­ri, si per­fe­zio­na come pra­ti­ca sepa­ra­ta, popo­lar-giu­sti­zia­li­sta, con for­me, tem­pi ed obiet­ti­vi qua­si pri­va­ti – per esem­pio insi­sten­do sul­la osses­si­va tema­ti­ca del­la scar­ce­ra­zio­ne dei pri­gio­nie­ri. In que­sto caso, come è già acca­du­to in altri pae­si, il feno­me­no del­la vio­len­za poli­ti­ca fini­rà col col­lo­car­si den­tro la varie­ga­ta casi­sti­ca del­l’in­sof­fe­ren­za socia­le nel tar­do­ca­pi­ta­li­smo – uno dei costi socia­li che il domi­nio quo­ti­dia­na­men­te paga o, meglio, fa paga­re per la pro­pria soprav­vi­ven­za. Oppu­re esso tra­pas­sa a for­me di guer­ri­glia in sen­so pro­prio – inse­guen­do con­sa­pe­vol­men­te un suo radi­ca­men­to den­tro la nuo­va spon­ta­nei­tà. Que­sto, però, com­por­ta una pro­fon­da ristrut­tu­ra­zio­ne del­l’or­ga­niz­za­zio­ne mili­ta­re, la cui capa­ci­tà di dura­re ed esten­der­si vie­ne affi­da­ta alla «com­pli­ci­tà socia­le» più che all’au­to­suf­fi­cien­za del­l’or­ga­niz­za­zio­ne stes­sa. Va da sé che un suc­ces­so su que­sto pia­no com­por­te­reb­be un sal­to nel­la capa­ci­tà offen­si­va del­la lot­ta arma­ta. Nel bre­ve perio­do, cioè nei pros­si­mi mesi, il radi­ca­men­to non potrà cer­to avve­ni­re sul ter­re­no dei com­por­ta­men­ti: qui la diver­si­tà tra il vive­re ric­co ed imme­dia­to dei gio­va­ni e l’a­strat­tez­za mili­ta­re, rigi­da, disu­ma­na del ter­ro­ri­smo è irri­du­ci­bi­le. Vice­ver­sa, la sal­da­tu­ra come ope­ra­zio­ne sog­get­ti­va potreb­be aver luo­go assu­men­do gli obiet­ti­vi che il movi­men­to ha pra­ti­ca­to in que­sti anni: in pri­mo luo­go, l’i­dea-for­za «lavo­ra­re meno, lavo­ra­re tut­ti». Nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che rile­va­re con intel­li­gen­za alcu­ni degli obiet­ti­vi di mas­sa e pra­ti­car­li, vor­reb­be dire sca­ri­ca­re su di essi l’in­dub­bia poten­za del­la lot­ta arma­ta. D’al­tro can­to i nuo­vi com­por­ta­men­ti socia­li – costret­ti ad un impat­to mole­co­la­re (e non spet­ta­co­la­re) col ter­ro­ri­smo – ne usci­reb­be­ro pro­fon­da­men­te modi­fi­ca­ti ed ispes­si­ti. Nel sen­so che pre­var­reb­be, minac­cio­sa, la qua­li­tà di sov­ver­sio­ne del­l’or­di­ne esi­sten­te che la nuo­va spon­ta­nei­tà con­tie­ne e cela den­tro di sé: qua­li­tà che – per far­si vale­re – abbi­so­gna di con­se­gui­re suc­ces­si, di vin­ce­re, di sot­trar­si a quel­l’a­ria tra la mar­gi­na­li­tà per­mis­si­va ed il dis­sen­so inno­cuo che oggi la limi­ta ed afflig­ge come un vizio di cuo­re. Non si può infat­ti dimen­ti­ca­re che l’«espropriazione del­la lot­ta» e del­l’i­ni­zia­ti­va di mas­sa inter­vie­ne lad­do­ve il movi­men­to coz­za con­tro osta­co­li che non rie­sce a rimuo­ve­re con azio­ni ade­gua­te; e, inu­til­men­te sazio del suo «buon dirit­to», non si attrez­za per impor­to; sic­ché la sua ten­sio­ne si con­su­ma in una vuo­ta «coa­zio­ne a ripe­te­re» che è solo pro­lo­go di impo­ten­za e pas­si­vi­tà. Ecco per­ché coniu­ga­re insie­me la ter­ri­bi­le bel­lez­za di quel 12 mar­zo del ’77 per le stra­de di Roma con la geo­me­tri­ca poten­za dispie­ga­ta in via Fani diven­ta la por­ta stret­ta attra­ver­so cui può cre­sce­re o peri­re il pro­ces­so di sov­ver­sio­ne in Ita­lia.

16. A mo’ di prov­vi­so­ria con­clu­sio­ne, si può affer­ma­re che la «par­ti­co­la­ri­tà feli­ce» del­la situa­zio­ne ita­lia­na risie­de in que­ste cir­co­stan­ze. Esi­ste e si va tumul­tuo­sa­men­te dif­fon­den­do tra i gio­va­ni una pra­ti­ca di vita cen­tra­ta sul biso­gno, «cioè» sul valo­re d’u­so.
A que­sto si accom­pa­gna, in un rap­por­to non pri­vo di scon­tri e lace­ra­zio­ni, il deli­near­si di un sog­get­to poli­ti­co che pone in ter­mi­ni mili­ta­ri la que­stio­ne del­la rot­tu­ra del­la mac­chi­na del­lo Sta­to.
Di con­se­guen­za, in Ita­lia, la pra­ti­ca socia­le del valo­re d’u­so si cari­ca di signi­fi­ca­to offen­si­vo, di muta­men­to del modo di pro­du­zio­ne; lad­do­ve, in altri pae­si, quel­la stes­sa pra­ti­ca – maga­ri più ampia e ric­ca – vive di vita vir­tua­le, inter­sti­zia­le, in qual­che modo effi­me­ra «accan­to» alla socie­tà del capi­ta­le ed al suo Sta­to. D’al­tro can­to il nuo­vo Sta­to cor­po­ra­ti­vo non è in gra­do, alme­no nel medio perio­do, di far posto ai nuo­vi com­por­ta­men­ti, median­do­ne e gover­nan­do­ne la dina­mi­ca. Il regi­me è così costret­to a con­trap­por­si fron­tal­men­te alla nuo­va spon­ta­nei­tà – la riget­ta per­fi­no come mero dato, come esi­sten­za; e si affan­na per distrug­ger­la desi­de­ran­do solo una rispo­sta in ter­mi­ni di inter­di­zio­ne e di mor­te. E tut­ta­via que­sta rispo­sta – nel gene­ra­le som­mo­vi­men­to che in die­ci anni ha muta­to il pae­se alte­ran­do i sog­get­ti socia­li, spez­zan­do gli equi­li­bri poli­ti­ci, svuo­tan­do allean­ze seco­la­ri tra clas­si e ceti – non può arti­co­lar­si tra­mi­te una base socia­le rea­zio­na­ria per­ché incon­si­sten­te e già scon­fit­ta, o ricor­ren­do ai cor­pi sepa­ra­ti per­ché man­gia­ti essi stes­si dal­le cor­po­ra­zio­ni. In veri­tà, que­sta ope­ra­zio­ne di mor­te e restau­ra­zio­ne deve far per­no fin da subi­to sul­la rete socia­le rap­pre­sen­ta­ta poli­ti­ca­men­te dal Pci. Ma il pre­ci­pi­ta­re del pro­ces­so di sta­ta­liz­za­zio­ne di que­sto par­ti­to (ed il con­tem­po­ra­neo esau­rir­si nel­l’im­po­ten­za del suo ruo­lo rifor­mi­sta-pro­gres­si­sta) libe­ra le con­trad­di­zio­ni socia­li che vivo­no al suo inter­no e che l’in­ge­gne­ria togliat­tia­na era riu­sci­ta in que­sti anni a con­te­ne­re ed ammi­ni­stra­re.
I costi del­l’o­pe­ra­zio­ne sono tal­men­te alti da esse­re, for­se, insop­por­ta­bi­li. Il Pci rischia di taglia­re il ramo su cui è sedu­to. Come ognu­no vede «gran­de è il disor­di­ne sot­to il cie­lo, e per que­sto la situa­zio­ne è eccel­len­te». 1a par­te, mag­gio 1978 («pre-print 1/​4», sup­ple­men­to al n. 0 di «Metro­po­li», Roma, dicem­bre 1978) Vive­re con la guer­ri­glia Lucio Castel­la­no L’an­no scor­so in Inghil­ter­ra è sta­to pub­bli­ca­to uno stu­dio inte­res­san­te: alcu­ni sta­ti­sti­ci han­no ordi­na­to le dif­fe­ren­ti pro­fes­sio­ni secon­do la dura­ta media del­la vita di chi le pra­ti­ca­va. Ne è venu­to fuo­ri che i mina­to­ri sono quel­li che vivo­no di meno e – seguen­do una sca­la che va dal lavo­ro manua­le a quel­lo intel­let­tua­le – per ulti­mi ven­go­no i pro­fes­so­ri, gli avvo­ca­ti e gli uomi­ni poli­ti­ci.
È un’os­ser­va­zio­ne, in par­te bana­le, che biso­gne­reb­be però far pre­sen­te agli improv­vi­sa­ti elo­gia­to­ri del lavo­ro manua­le, e che comun­que a tor­to è sta­ta tenu­ta fuo­ri dal dibat­ti­to in cor­so sul­la demo­cra­zia, la vio­len­za e la mor­te, di qui sul cor­po e i biso­gni, il per­so­na­le e la vita quo­ti­dia­na. Per esse­re aci­di, si potreb­be met­ter­la cosi: è fon­da­to il rischio che Col­let­ti viva più a lun­go del­la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei suoi stu­den­ti.
C’è di che riflet­te­re mol­to. Ma è meglio ripren­de­re il pro­ble­ma dagli ini­zi, dai ter­mi­ni in cui è sta­to posto. Il ’77 ha visto l’e­mer­ge­re pre­po­ten­te di una cate­go­ria cen­tra­le – la fisi­ci­tà, il cor­po, i biso­gni, i desi­de­ri: cioè l’in­di­vi­duo – e con esso le dif­fe­ren­ze, il par­ti­co­la­re, che cer­ca­no di defi­ni­re il loro posto den­tro un pro­ces­so col­let­ti­vo di libe­ra­zio­ne. La cri­ti­ca del­la poli­ti­ca – inte­sa come quel pro­ces­so che egua­glia gli uomi­ni nel­la astra­zio­ne del­lo Sta­to, iso­lan­do­li nel­la con­cre­tez­za del­le loro diver­si­tà, con­trap­po­nen­do­si ad ognu­no di essi come «inte­res­se gene­ra­le» che li domi­na – è l’im­ma­gi­ne sin­te­ti­ca di que­sto pas­sag­gio. Die­tro ci stan­no, anco­ra, la riva­lu­ta­zio­ne del­la con­cre­tez­za del­la vita quo­ti­dia­na con­tro l’a­stra­zio­ne tota­li­ta­ria dei «gran­di idea­li»; il rifiu­to del­la subor­di­na­zio­ne del pre­sen­te al futu­ro; la riven­di­ca­zio­ne del­la mate­ria­li­tà del­la pro­pria esi­sten­za; l’o­dio al sacri­fi­cio, all’e­roi­smo, alla reto­ri­ca.
Non è impor­tan­te trac­cia­re in que­sta sede la genea­lo­gia di que­sto imme­dia­ti­smo: c’è l’im­pron­ta ope­ra­ia, radi­ca­le ed ega­li­ta­ria del «tut­to e subi­to», ed il ruo­lo cru­cia­le del movi­men­to di libe­ra­zio­ne del­la don­na; è essen­zia­le – in que­sto discor­so – la rot­tu­ra, non la con­ti­nui­tà, il fat­to che per la pri­ma vol­ta que­sto bloc­co tema­ti­co divie­ne il pun­to di aggre­ga­zio­ne, il momen­to di iden­ti­tà di un sog­get­to poli­ti­co arti­co­la­to e poten­te. Il sog­get­to gene­ra­le sfrut­ta­to Sono que­sti i ter­mi­ni del­la que­stio­ne che inno­va­no pro­fon­da­men­te il dibat­ti­to sul­lo Sta­to e la poli­ti­ca, la rivo­lu­zio­ne e la guer­ra, il pro­ces­so di libe­ra­zio­ne e i biso­gni.
C’è un nodo, però, che biso­gna capi­re pre­li­mi­nar­men­te, per com­pren­de­re quan­ta bana­li­tà e tedio­si­tà rie­su­ma­te, quan­to cat­to­li­ce­si­mo pro­ter­vo, sia­no potu­te veni­re fuo­ri da una base così ric­ca, da pre­mes­se tan­to ever­si­ve: per­ché un per­cor­so miste­rio­so, nel giro di pochi mesi, ha fat­to di que­sto insie­me di tema­ti­che il ter­re­no di fon­da­zio­ne di un’i­ne­di­ta cul­tu­ra del­l’e­mar­gi­na­zio­ne, di un lin­guag­gio di pic­co­lo grup­po, ripe­ti­ti­vo, petu­lan­te e baroc­co, il lin­guag­gio di chi dell’«esclusione» ha fat­to una pro­fes­sio­ne di fede.
C’è sta­ta una rimo­zio­ne all’i­ni­zio, e di que­sta biso­gna ren­de­re con­to: non è vero che tra il movi­men­to del ’77 e le let­te­re a Lot­ta con­ti­nua ci sia un filo sem­pli­ce e diret­to di con­ti­nui­tà: c’è, vice­ver­sa, una sele­zio­ne, un fil­tro poli­ti­co pre­ci­so e deter­mi­nan­te.
Il movi­men­to del ’77 non è sta­to, social­men­te, un movi­men­to di emar­gi­na­ti e nean­che – in sen­so stret­to – di «non garan­ti­ti»: ci sta­va­no den­tro fet­te rile­van­ti di lavo­ra­to­ri dei ser­vi­zi, di tec­ni­ci e impie­ga­ti, di gio­va­ni lavo­ra­to­ri del­le pic­co­le fab­bri­che e stu­den­ti, di lavo­ra­to­ri a tem­po par­zia­le e disoc­cu­pa­ti, ed ave­va un rap­por­to stret­to, tema­ti­co e poli­ti­co, con il movi­men­to di lot­ta del­le don­ne.
Un sog­get­to socia­le uni­to dal suo esse­re in lar­ga par­te ester­no ai mec­ca­ni­smi di coop­ta­zio­ne del siste­ma dei par­ti­ti e por­ta­to­re di istan­ze estre­ma­men­te avan­za­te, però ben adden­tro ai pro­ces­si di pro­du­zio­ne e ripro­du­zio­ne del­la ric­chez­za socia­le, for­te­men­te inter­re­la­to con l’in­sie­me del tes­su­to socia­le, non iso­la­bi­le, social­men­te poten­te per­ché deten­to­re di cono­scen­za e infor­ma­zio­ni, per­ché inter­no – e alcu­ne vol­te inse­ri­to nel cuo­re – dei mec­ca­ni­smi ripro­dut­ti­vi.
Non è sta­ta la rivol­ta del ghet­to, ma l’e­mer­gen­za di pro­ces­si di modi­fi­ca­zio­ne pro­fon­di che han­no per­cor­so in que­sti anni l’in­sie­me del tes­su­to socia­le e di clas­se nel nostro pae­se: l’e­ster­ni­tà di que­sto sog­get­to poli­ti­co al siste­ma dei par­ti­ti non è inter­pre­ta­bi­le come sua emar­gi­na­zio­ne, ma come debo­lez­za pro­fon­da del­l’as­set­to poli­ti­co e isti­tu­zio­na­le dell’«anello Ita­lia». Con­tro la fal­sa coscien­za di mar­gi­na­li La tema­ti­ca del­l’e­mar­gi­na­zio­ne non è sta­ta un’i­den­ti­tà natu­ra­le per que­sto movi­men­to; è sta­ta il pro­dot­to fati­co­so di una gestio­ne poli­ti­ca che ha smus­sa­to den­tro una faci­le iden­ti­tà la radi­ca­li­tà dei pro­ble­mi dif­fi­ci­li che si era­no posti, che ha ricon­dot­to l’e­mer­gen­za del­le nuo­ve tema­ti­che den­tro l’os­sa­tu­ra del­le vec­chie ideo­lo­gie, che nel­la sostan­za ha spac­ca­to il movi­men­to iso­lan­do­ne una com­po­nen­te, scio­glien­do il pro­ble­ma del­la sua iden­ti­tà di sog­get­to poli­ti­co in quel­lo del­l’i­den­ti­tà socia­le di una par­te di esso. Con que­sto tra­mi­te, la cri­ti­ca del­la poli­ti­ca ha per­so lo spes­so­re che le avreb­be per­mes­so di esse­re anche cri­ti­ca pra­ti­ca del pote­re e del­lo Sta­to, per ridur­si ad una pra­ti­ca di esclu­sio­ne dal­l’u­no e dal­l’al­tro; e l’e­mer­gen­za del­l’in­di­vi­dua­le e del quo­ti­dia­no den­tro il pro­ces­so col­let­ti­vo di libe­ra­zio­ne è sta­ta ricac­cia­ta nel ghet­to garan­ti­sta del «lascia­te­ci vive­re», nel­la ricer­ca degli spa­zi mar­gi­na­li, men­tre il pro­ble­ma del­la «legit­ti­ma­zio­ne» poli­ti­ca del­la radi­ca­li­tà dei com­por­ta­men­ti e del­le for­me d’a­zio­ne tro­va­va la fon­da­zio­ne più tra­di­zio­na­le e pove­ra: l’e­sclu­sio­ne, la dispe­ra­zio­ne, la rab­bia.
La dispe­ra­zio­ne come iden­ti­tà col­let­ti­va, come segno di rico­no­sci­men­to, e con essa l’im­po­ten­za.
È un’i­den­ti­tà ras­si­cu­ran­te, per sé e per gli altri: «sono un emar­gi­na­to arrab­bia­to, non ho biso­gno di cor­reg­ge­re i miei erro­ri, quan­do ho fame urlo»; «è un pove­ro emar­gi­na­to, il male che può fare è poco, lo fa soprat­tut­to a sé». È a que­sto pun­to che le let­te­re a Lot­ta con­ti­nua diven­ta­no un caso nazio­na­le, un boom let­te­ra­rio, esco­no sul­le pagi­ne del­l’E­spres­so. Emar­gi­na­zio­ne e dispe­ra­zio­ne esi­sto­no, cer­to, ma non è que­sto il pun­to, qui si trat­ta di altro, di una cul­tu­ra, di un lin­guag­gio, di una pro­fes­sio­ne: è un gran­de fil­tro ideo­lo­gi­co attra­ver­so il qua­le deve pas­sa­re tut­to quan­to voglia sta­re «den­tro il movi­men­to», una for­ma obbli­ga­ta di espres­sio­ne, un lin­guag­gio che dà legit­ti­mi­tà e costrin­ge al mime­ti­smo.
Que­sto lin­guag­gio ha i suoi cul­to­ri ed ammi­ni­stra­to­ri, i sacri mae­stri infles­si­bi­li ed auto­ri­ta­ri nel det­ta­re le rego­le del gio­co, i pati­ti del­lo ‘sbal­lo’ e gli ex can­to­ri dei ser­vi­zi d’or­di­ne, gli esper­ti in «rap­por­ti uma­ni» e le pro­fes­sio­ni­ste del fem­mi­ni­smo. Cri­ti­ca del­la distin­zio­ne tra pace e guer­ra Il dibat­ti­to sul­la vio­len­za appa­re la pri­ma gran­de vit­ti­ma di que­sta situa­zio­ne infe­li­ce. Ha un pun­to di par­ten­za che è impor­tan­te: la riven­di­ca­zio­ne del dirit­to alla vita, il rifiu­to del sacri­fi­cio e del­l’e­roi­smo, del­la reto­ri­ca bel­li­ci­sta.
La cri­ti­ca del­la poli­ti­ca è anche cri­ti­ca del­la guer­ra, rifiu­to del­la distru­zio­ne in nome del­l’i­dea­le futu­ro, rifiu­to del­la subor­di­na­zio­ne di sé ai «supe­rio­ri inte­res­si di tut­ti»: è rifiu­to di quel momen­to del­l’e­mer­gen­za in cui la don­na si com­por­ta come l’uo­mo, e tut­ti come sol­da­ti, dove non c’è posto per il gio­co e lo scher­zo, per la festa, dove non esi­sto­no i dirit­ti del­la vita quo­ti­dia­na, e tut­te le poten­ze distrut­tri­ci del­la socie­tà si con­cen­tra­no «per costrui­re un futu­ro miglio­re». Ma il discor­so non può fini­re qui, altri­men­ti diven­ta reto­ri­ca nata­li­zia. Per­ché la cri­ti­ca del­la guer­ra è anche cri­ti­ca del­la pace che la guer­ra pro­du­ce e ripro­du­ce dal suo inter­no, ed è cri­ti­ca di quel­la par­te del­la socie­tà che è sem­pre in armi per garan­ti­re la pace. È in real­tà – non può non esser­lo – cri­ti­ca del­la distin­zio­ne for­zo­sa tra pace e guer­ra, tra eser­ci­to e socie­tà, tra sol­da­to e civi­le. Ed anche qui c’è un pro­ble­ma, cen­tra­le, di rimo­zio­ne del sog­get­to, del­la nostra sto­ria, col­let­ti­va come per­so­na­le.
Se lo guar­dia­mo infat­ti con l’oc­chio del mili­tan­te e del­l’i­deo­lo­go, il movi­men­to del ’77 è sta­to il cam­po di bat­ta­glia di linee poli­ti­che fero­ce­men­te avver­se – mili­ta­ri­ste alcu­ne, paci­fi­ste altre: orga­niz­za­zio­ni di diver­sa natu­ra, den­tro que­st’ot­ti­ca – alcu­ne fat­te per la guer­ra, altre fat­te per la pace – si sono dispu­ta­te lo spa­zio poli­ti­co al suo inter­no. Se lo guar­dia­mo, però, dal­l’e­ster­no (per così dire: dal­la fac­cia che ha mostra­to di sé), o se guar­dia­mo, oltre allo scon­tro, alla con­vi­ven­za di ten­den­ze di diver­sa natu­ra e alle stes­se bio­gra­fie dei com­pa­gni, vedia­mo che, al di là dei veti e del­le pre­scri­zio­ni cate­go­ri­che, che slit­ta­no da un ruo­lo all’al­tro, che mesco­la­no e ten­go­no insie­me sto­rie ed espe­rien­ze nor­mal­men­te incom­pa­ti­bi­li, allo­ra ci accor­gia­mo che il movi­men­to di que­sti anni, in Ita­lia come in Euro­pa, ha intrec­cia­to inti­ma­men­te, in modo con­ti­nuo e siste­ma­ti­co, ini­zia­ti­va lega­le ed ille­ga­le, vio­len­ta e non vio­len­ta, di mas­sa e di pic­co­li grup­pi, muo­ven­do­si ora secon­do le leg­gi del­lo sta­to di pace, ora del­lo sta­to di guer­ra: que­sto dato non è vis­su­to all’in­ter­no di una orga­niz­za­zio­ne, ma le ha attra­ver­sa­te tut­te, supe­ran­do­le e impo­nen­do la con­vi­ven­za di momen­ti orga­niz­za­ti­vi diver­si all’in­ter­no del mede­si­mo sog­get­to socia­le. Que­sta carat­te­ri­sti­ca, que­sta capa­ci­tà di mesco­la­re insie­me pace e guer­ra, di svi­lup­pa­re ini­zia­ti­va offen­si­va sen­za pro­dur­re sol­da­ti, non sol­tan­to ha costrui­to la sua for­za, ma è ele­men­to cen­tra­le del suo esse­re movi­men­to comu­ni­sta ed ever­si­vo. Ero­de­re la distin­zio­ne tra pace e guer­ra vuol dire infat­ti por­si sul ter­re­no del­la cri­ti­ca del­lo sta­to, met­te­re in for­se i prin­ci­pi del­la legit­ti­ma­zio­ne del pote­re poli­ti­co, che affer­ma infat­ti una distin­zio­ne fra «Sta­to» e «socie­tà», «pub­bli­co» e «pri­va­to», «gene­ra­le» e «par­ti­co­la­re». L’in­te­res­se gene­ra­le è arma­to, gli inte­res­si par­ti­co­la­ri si con­fron­ta­no secon­do le leg­gi che gover­na­no la pace.
L’ar­ma­men­to del­lo Sta­to garan­ti­sce il disar­mo del­la socie­tà; il fat­to che una par­te del­la socie­tà – l’ap­pa­ra­to repres­si­vo e mili­ta­re – si erga come cor­po sepa­ra­to e fun­zio­ni secon­do le leg­gi del­la «guer­ra», garan­ti­sce che il resto del­la socie­tà viva nel­la «pace». E «pace» vuol dire sol­tan­to che la «guer­ra» è diven­ta­ta un «affa­re par­ti­co­la­re», di alcu­ni uomi­ni che ne vivo­no (poli­ziot­ti e mili­ta­ri), o di quei par­ti­co­la­ri momen­ti in cui que­sti uomi­ni par­ti­co­la­ri pren­do­no il coman­do su tut­ti gli altri, dimo­stran­do nei fat­ti che – essen­do loro i garan­ti del­la pace di tut­ti – la gover­na­no anche, ne sono la par­te diri­gen­te.
La guer­ra garan­ti­sce la pace, la minac­cia di essa la con­ser­va, all’in­ter­no degli Sta­ti o nei rap­por­ti tra Sta­ti, e nel­la distin­zio­ne tra pace e guer­ra appa­re fon­dar­si, nel­la cul­tu­ra poli­ti­ca occi­den­ta­le, il con­cet­to di Sta­to. La vio­len­za domi­na i rap­por­ti socia­li È una distin­zio­ne che impo­ne la defi­ni­zio­ne del­la vio­len­za in ter­mi­ni cate­go­ria­li e, facen­do­ne «affa­re par­ti­co­la­re di un grup­po di uomi­ni par­ti­co­la­ri», ne tron­ca i nes­si con le altre for­me del­l’a­gi­re e del­la comu­ni­ca­zio­ne socia­le: la «vio­len­za» si pre­sen­ta non per quel­lo che è – una fac­cia di ogni atti­vi­tà uma­na den­tro il rap­por­to di capi­ta­le, pre­sen­te in ogni for­ma di espres­sio­ne e comu­ni­ca­zio­ne, dove por­ta il segno del rap­por­to di pote­re – ma appa­re un’at­ti­vi­tà accan­to alle altre, spe­cia­liz­za­ta e mostruo­sa, che tut­te le ricat­ta. Ogni rap­por­to di pote­re ha la sua fac­cia mili­ta­re, ed ogni rap­por­to uma­no è, den­tro il capi­ta­le, rap­por­to di pote­re: per que­sto la mac­chi­na da guer­ra affon­da le sue radi­ci nei rap­por­ti di pace, e la vio­len­za che li domi­na si dà la sua rap­pre­sen­ta­zio­ne gene­ra­le nell’«infinita poten­za distrut­tri­ce» del­lo Sta­to moder­no.
L’ap­pa­ra­to repres­si­vo, con i suoi spe­cia­li­sti del­la guer­ra, è sin­te­si del­la vio­len­za che domi­na i rap­por­ti socia­li, ed è la garan­zia arma­ta del­la loro ripro­du­zio­ne: per­ché il lavo­ro sala­ria­to non si sco­pra come vio­len­za, la vio­len­za si pre­sen­ta come un lavo­ro accan­to agli altri; per­ché il lavo­ra­to­re non sco­pra di esse­re immer­so nel­la vio­len­za quo­ti­dia­na, que­sta gli si pre­sen­ta come pro­fes­sio­ne di un altro «lavo­ra­to­re», il poli­ziot­to.
Rimet­te­re sui pie­di «que­sto mon­do capo­vol­to» vuol dire anda­re a sve­la­re la vio­len­za nasco­sta nel­la vita quo­ti­dia­na ed affron­tar­la per quel­lo che è, sen­za cede­re al ricat­to del ter­ro­re, attac­can­do­ne la mac­chi­na per sabo­tar­la: vuol dire impa­ra­re ad usa­re la vio­len­za, per non dover­la dele­ga­re, per non esser­ne ricat­ta­ti; impa­ra­re a rico­no­scer­la, o a viver­ci insie­me. Chi scio­glie­rà l’ar­ma­ta ros­sa? Il movi­men­to di que­sti anni non è sta­to insur­re­zio­na­li­sta o mili­ta­ri­sta per­ché non è sta­to paci­fi­sta, per­ché non ha rispet­ta­to la suc­ces­sio­ne del­la pace che pre­pa­ra la guer­ra o il suo appa­ra­to, il suo eser­ci­to ordi­na­to, e quel­la del­la guer­ra che pre­pa­ra la nuo­va pace; per­ché non ha visto la vio­len­za con­cen­tra­ta nel­l’o­ra X del­la resa dei con­ti – la cie­ca, disu­ma­na e astrat­ta vio­len­za degli eser­ci­ti -, ma l’ha vista dispie­ga­ta e appre­sa lun­go tut­to l’ar­co del­la lot­ta poli­ti­ca di libe­ra­zio­ne. Per­ché due sono le stra­de (e i «paci­fi­sti» di tur­no lo dimo­stra­no sem­pre): a) la lot­ta poli­ti­ca esclu­de l’u­so del­la vio­len­za dal suo oriz­zon­te, e allo­ra rispet­ta l’ap­pa­ra­to mili­ta­re esi­sten­te, oppu­re si appre­sta ad orga­niz­zar­ne uno alter­na­ti­vo ed equi­va­len­te per pas­sa­re poi ad una fase di guer­ra, aper­ta o «legit­ti­ma», eser­ci­to con­tro eser­ci­to. Sta­to con­tro Sta­to (è una sto­ria che già cono­scia­mo, ed abbia­mo impa­ra­to a por­ci le doman­de: chi scio­glie­rà l’Ar­ma­ta Ros­sa? chi lot­te­rà con­tro lo Sta­to quan­do la clas­se ope­ra­ia si sarà fat­ta Sta­to?);
b) il pro­ces­so di libe­ra­zio­ne non è pri­ma «poli­ti­co» e poi «mili­ta­re»; appren­de l’u­so del­le armi lun­go tut­to il suo cor­so; scio­glie l’e­ser­ci­to nel­le mil­le fun­zio­ni del­la lot­ta poli­ti­ca; mesco­la nel­la vita di ognu­no il civi­le ed il com­bat­ten­te, impo­ne ad ognu­no di impa­ra­re l’ar­te del­la guer­ra e quel­la del­la pace. Non si può pre­ten­de­re di vive­re il pro­ces­so di libe­ra­zio­ne comu­ni­sta, ed ave­re lo stes­so rap­por­to con la vio­len­za, la stes­sa idea di bel­lo, e buo­no, e giu­sto, e desi­de­ra­bi­le, la stes­sa idea di nor­ma­li­tà, le stes­se abi­tu­di­ni, di un impie­ga­to di ban­ca tori­ne­se di mez­z’e­tà: vive­re col ter­re­mo­to è sem­pre – anche – vive­re col ter­ro­ri­smo, e per non ave­re un’i­dea «eroi­ca» del­la guer­ra biso­gna innan­zi­tut­to evi­ta­re un’i­dea pez­zen­te del­la pace. I paci­fi­sti come Lama arruo­la­no poli­ziot­ti, quel­li «più a sini­stra» chie­do­no la legit­ti­ma­zio­ne del­la «vio­len­za di mas­sa», del «pro­le­ta­ria­to in armi».
Il movi­men­to rea­le è sta­to più rea­li­sta e meno bel­li­co­so, più uma­no e meno eroi­co: è per­ché ha cri­ti­ca­to la guer­ra che ha mes­so in discus­sio­ne la pace, ed è per­ché ha rifiu­ta­to l’e­ser­ci­to che ha spez­za­to il cri­te­rio del­la dele­ga e del­la legit­ti­ma­zio­ne; con erro­ri ed appros­si­ma­zio­ni, e con devia­zio­ni ter­ri­bi­li, e col­ti­van­do miti assur­di, e den­tro una sto­ria, con­trad­dit­to­ria, ma impa­ran­do, e miglio­ran­do in un pro­ces­so che ha modi­fi­ca­to la real­tà più di un’in­sur­re­zio­ne. Cri­ti­ca comu­ni­sta del­la demo­cra­zia Cri­ti­ca del­la poli­ti­ca è dun­que anche cri­ti­ca del­la sepa­ra­tez­za guerra/​pace. La pace di cui par­lia­mo, è la pace del­la demo­cra­zia, e la vio­len­za che usa è «vio­len­za legit­ti­ma», che la mag­gio­ran­za ha dele­ga­to alle isti­tu­zio­ni del­lo Sta­to: cri­ti­ca­re quel­la vio­len­za vuol dire cri­ti­ca­re il prin­ci­pio più svi­lup­pa­to del­la legit­ti­ma­zio­ne poli­ti­ca, la demo­cra­zia. Per­ché il pro­ble­ma del­la legit­ti­mi­tà è il pro­ble­ma del­la mag­gio­ran­za, e il pro­ble­ma del­la mag­gio­ran­za è quel­lo degli isti­tu­ti in cui si espri­mo­no, cioè del­lo Sta­to: «mag­gio­ran­za» e «mino­ran­za» appar­ten­go­no all’u­ni­ver­so del pen­sie­ro poli­ti­co, si spar­ti­sco­no il coman­do sull’«interesse gene­ra­le», vivo­no del­la sepa­ra­zio­ne di «pub­bli­co» e «pri­va­to», di Sta­to e socie­tà, affon­dan­do le radi­ci den­tro i rap­por­ti di domi­nio che soli impon­go­no agli uomi­ni di con­fron­tar­si come quan­ti­tà.
La mag­gio­ran­za si costi­tui­sce per ammi­ni­stra­re il pote­re: quan­to più il pote­re è con­cen­tra­to, tan­to più può la mag­gio­ran­za, tan­to meno può ognu­no; tan­to più ric­co è il «pub­bli­co», l’«interesse di tut­ti», tan­to più pove­ro, espro­pria­to, è il «pri­va­to»; tan­to più spos­ses­sa­to, pri­vo di espres­sio­ne, è l’in­te­res­se di ognu­no. La demo­cra­zia è insie­me il mas­si­mo svi­lup­po del pote­re sta­ta­le, il mas­si­mo momen­to di con­cen­tra­zio­ne del pote­re poli­ti­co, e il luo­go del­l’in­con­tra­sta­to coman­do del prin­ci­pio di mag­gio­ran­za: il pun­to non è che nel­lo Sta­to moder­no vi sia poca demo­cra­zia, che non sia­no tute­la­te le mino­ran­ze; ma – al con­tra­rio – che è con­dot­ta una lot­ta a mor­te con­tro tut­to ciò che non si espri­me nei ter­mi­ni di mag­gio­ran­za o mino­ran­za, che non si espri­me in ter­mi­ni di pote­re e di gestio­ne. È per que­sto che ovun­que il movi­men­to di libe­ra­zio­ne comu­ni­sta è fuo­ri­leg­ge, per­ché si pone al di fuo­ri del codi­ce demo­cra­ti­co, e que­sto codi­ce defi­ni­sce in modo esclu­si­vo l’u­ni­ver­so del­la poli­ti­ca.
La radi­ca­le cri­ti­ca mar­xia­na del­la demo­cra­zia indi­vi­dua le cate­go­rie che fon­da­no la lot­ta a mor­te fra demo­cra­zia e comu­ni­smo, fra pote­re demo­cra­ti­co e libe­ra­zio­ne comu­ni­sta. Il resto sono mise­rie, imbro­gli ad usum del­phi­ni. In demo­cra­zia è obbli­ga­to­rio «lot­ta­re per la mag­gio­ran­za» per­ché sen­za mag­gio­ran­za non si può fare nul­la, nean­che pro­dur­re uno spil­lo, o suo­na­re il cla­ri­no.
Allo Sta­to si può chie­de­re tut­to, ma sen­za lo Sta­to non si può fare nul­la, e il rap­por­to di pote­re si pre­sen­ta come il lin­guag­gio uni­ver­sa­le in cui tut­ti si con­den­sa­no e tra­du­co­no. La lot­ta per la mag­gio­ran­za è obbli­ga­to­ria, di qual­sia­si mag­gio­ran­za si trat­ti; e la mag­gio­ran­za di un insie­me pic­co­lo riman­da alla mag­gio­ran­za di un insie­me più vasto, come la mag­gio­ran­za del Pdup riman­da alla mag­gio­ran­za di DP, men­tre le isti­tu­zio­ni par­la­men­ta­ri si svi­lup­pa­no su tut­to il tes­su­to socia­le, ed eser­ci­ti cre­scen­ti di dele­ga­ti appren­do­no il miste­ro del­la con­ci­lia­zio­ne del­la mas­si­ma divi­si­bi­li­tà del pote­re con la sua mas­si­ma con­cen­tra­zio­ne. Con la mag­gio­ran­za si può tut­to, sen­za la mag­gio­ran­za non si può nul­la: la sola azio­ne socia­le rico­no­sciu­ta è la lot­ta per la mag­gio­ran­za («è la dit­ta­tu­ra degli avvo­ca­ti sul­la socie­tà ame­ri­ca­na», scri­ve­va anni fa un gior­na­li­sta a pro­po­si­to del Con­gres­so Usa); il solo rap­por­to socia­le rico­no­sciu­to è quel­lo assem­blea­re, di mag­gio­ran­za e mino­ran­za.
Mas­si­ma con­cen­tra­zio­ne del pote­re, sua otti­ma ammi­ni­stra­zio­ne.
Il capi­ta­le con­cen­tra i mez­zi di pro­du­zio­ne, la ric­chez­za socia­le, la demo­cra­zia li ammi­ni­stra secon­do un codi­ce, quel­lo del rap­por­to di mag­gio­ran­za e mino­ran­za: è il codi­ce miglio­re, ma è il mon­do del capi­ta­le. Non cono­scia­mo un altro codi­ce per «legit­ti­ma­re» il pote­re poli­ti­co; lo Sta­to socia­li­sta si muo­ve all’in­ter­no di que­sto stes­so oriz­zon­te. Que­sto vuol dire che stia­mo lot­tan­do con­tro il pote­re poli­ti­co, con­tro la for­ma-Sta­to, con­tro la demo­cra­zia, con­tro l’u­ni­ver­so dei rap­por­ti capi­ta­li­sti­ci di pro­du­zio­ne, «per il comunismo».

Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale

Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale

Pub­bli­chia­mo qui uno stral­cio del­la con­ver­sa­zio­ne di Fran­co Piper­no con Clau­dio Dio­ne­sal­vi che Machi­na ha anti­ci­pa­to in vista del­la pros­si­ma usci­ta del pri­mo dei volu­mi che trat­te­ran­no le “Auto­no­mie” meri­dio­na­li edi­to da Deri­veAp­pro­di nel­la col­la­na “Gli Auto­no­mi”.

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Come mai le insor­gen­ze meri­dio­na­li, che pure nel cor­so del­la sto­ria anti­ca e recen­te ci sono sta­te, non han­no dato luo­go a feno­me­ni di espan­sio­ne dell’autonomia ammi­ni­stra­ti­va e poli­ti­ca? Le rivol­te e le rivo­lu­zio­ni a Sud, dal Sei­cen­to fino a quel­le del Nove­cen­to, sono sem­pre sta­te segna­te da som­mo­vi­men­ti vio­len­ti e spon­ta­nei che, però, nel giro di un pugno di gior­ni o di mesi sono rien­tra­te nell’alveo dei dispo­si­ti­vi di pote­re loca­le (ari­sto­cra­zia loca­le, baro­nie, lati­fon­di­sti, galan­tuo­mi­ni, luo­go­te­nen­ti e clas­se poli­ti­ca). Esem­pla­re è la que­stio­ne del­la ter­ra: le lot­te e i sacri­fi­ci con­ta­di­ni nell’Ottocento e nel Nove­cen­to han­no pro­dot­to la rifor­ma agra­ria che, pur­trop­po, è con­flui­ta, da una par­te, in nuo­va emi­gra­zio­ne negli anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta del seco­lo scor­so: la ter­ra sen­za mez­zi non pote­va esse­re lavo­ra­ta, dall’altra nel­la Cas­sa per il Mez­zo­gior­no.

Que­ste azio­ni non han­no dato vita a pro­ces­si costi­tuen­ti per moti­va­zio­ni ana­lo­ghe a quel­le dei gior­ni nostri: si può tran­si­ta­re da una fase feu­da­le o pre­bor­ghe­se, a una fase bor­ghe­se o capi­ta­li­sta, pur­ché si abbia un’accumulazione ori­gi­na­ria che lo per­met­ta. La mafia, la ’ndran­ghe­ta e in misu­ra mino­re la camor­ra, sono l’espressione di que­sti ten­ta­ti­vi di ave­re quell’accumulazione ori­gi­na­ria che ha per­mes­so loro di diven­ta­re bor­ghe­si. È chia­ro che si trat­ta di ten­ta­ti­vi cri­mi­na­li, ma riman­go­no del tut­to auten­ti­ci. Sono sta­to per qual­che tem­po in Ger­ma­nia, a Colo­nia, dove ho potu­to con­sta­ta­re da vici­no i livel­li di pene­tra­zio­ne del­le fami­glie meri­dio­na­li in quei ter­ri­to­ri, alcu­ne del­le qua­li segna­te da ori­gi­ni ’ndran­ghe­ti­ste. I ser­vi­zi for­ni­ti da que­sto seg­men­to di popo­la­zio­ne, che è il retro­ter­ra con­sen­sua­le del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, sono spes­so tra i miglio­ri ser­vi­zi che ci sia­no a dispo­si­zio­ne. In un risto­ran­te a Colo­nia, gesti­to dal­la ’ndran­ghe­ta, puoi star sicu­ro di gusta­re una piz­za miglio­re di quel­la pre­pa­ra­ta in un loca­le gesti­to dal pre­te. Non ce l’ho coi pre­ti. Voglio solo indi­car­li come ter­mi­ni di para­go­ne, come model­lo di un com­por­ta­men­to con­for­me alle leg­gi. La dif­fi­col­tà che lo Sta­to ita­lia­no incon­tra a eli­mi­na­re que­sta for­ma orga­niz­za­ta di cri­mi­na­li­tà è dovu­ta al fat­to che essa rac­co­glie un’esigenza di moder­ni­tà, per quan­to para­dos­sa­le sia. La strut­tu­ra del­la cri­mi­na­li­tà si basa su rela­zio­ni pre­mo­der­ne o pre­bor­ghe­si. In Cala­bria è basa­ta mol­to sul­le rela­zio­ni fami­lia­ri o para­fa­mi­lia­ri che ovvia­men­te sono pres­so­ché imper­mea­bi­li rispet­to alla leg­ge. È mol­to dif­fi­ci­le, da noi, tra­di­re un paren­te. Al di là degli aspet­ti pena­li, è un aspet­to mora­le: non tra­di­sci tuo fra­tel­lo o tuo cugi­no. Que­sto è un ele­men­to di for­za, per­met­te alla cri­mi­na­li­tà di ope­ra­re come una bor­ghe­sia nel­la sua fase ini­zia­le. In altri ter­mi­ni, i cri­mi­na­li ci sono dap­per­tut­to, ma gli ’ndran­ghe­ti­sti non si limi­ta­no a fare i cri­mi­na­li. Loro inter­pre­ta­no un biso­gno che è quel­lo dell’arricchitevi, un biso­gno che intro­du­ce il mer­ca­to capi­ta­li­sti­co. E lo sod­di­sfa­no, non aven­do a dispo­si­zio­ne né le ban­che né lo Sta­to, nell’unico modo pos­si­bi­le, che peral­tro è il modo nel qua­le è avve­nu­to in Inghil­ter­ra o in Fran­cia, cioè l’accumulazione ori­gi­na­le in ter­mi­ni di vio­len­za e appro­pria­zio­ne. È signi­fi­ca­ti­vo che sia­mo alla sesta leg­ge ecce­zio­na­le per il Sud, a par­ti­re dal­la leg­ge Pica, che è del 1864. Pica era un depu­ta­to. È inte­res­san­te che la sua leg­ge non sia sta­ta appli­ca­ta alla Sici­lia, ma solo al con­ti­nen­te. La man­ca­ta appli­ca­zio­ne in quel ter­ri­to­rio è dovu­ta al fat­to che la mafia sici­lia­na ave­va dav­ve­ro aiu­ta­to Gari­bal­di a scac­cia­re i Bor­bo­ne dal­la Sici­lia. Non era avve­nu­to lo stes­so sul con­ti­nen­te, dove all’epoca non c’era una cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta come quel­la sici­lia­na. La mafia cala­bre­se era maga­ri anche d’origine mas­so­ni­ca, però lega­ta ai pae­si, cioè non si trat­ta­va di un’organizzazione regio­na­le. Ogni pae­se ave­va que­sto nucleo d’ordine: in pae­si come San Gio­van­ni in Fio­re, per­du­ti nel­la Sila, chi assi­cu­ra­va anche una vita con­for­me a del­le rego­le era­no gli stes­si che saran­no poi con­si­de­ra­ti cri­mi­na­li. In 150 anni non si è sta­ti capa­ci di affron­ta­re que­sto pro­ble­ma, se non «alla Grat­te­ri», quin­di median­te reta­te di 300 per­so­ne e pro­ces­si chia­ma­ti for­mal­men­te «maxi­pro­ces­si», nei qua­li si per­de la respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­le. Ma è impos­si­bi­le esa­mi­na­re la respon­sa­bi­li­tà di 400 per­so­ne nel­lo stes­so pro­ces­so! È signi­fi­ca­ti­vo quel che mi ha rac­con­ta­to Giu­lia­no Vas­sal­li, che da gio­va­ne è sta­to uno stu­den­te di Alfre­do Roc­co, il legi­sla­to­re, quel­lo del codi­ce pena­le. Quan­do Roc­co pre­pa­rò il codi­ce, che in par­te è anco­ra quel­lo vigen­te, si rifiu­tò di intro­dur­re la figu­ra del pen­ti­to che era già pre­sen­te nel­la legi­sla­zio­ne ingle­se, per­ché soste­ne­va che que­sto avreb­be com­por­ta­to l’uso dei sen­ti­men­ti più bas­si dell’essere uma­no, quin­di una for­ma di cor­ru­zio­ne mora­le. Lo stes­so Roc­co, seb­be­ne fos­se legi­sla­to­re fasci­sta, si rifiu­tò anche di con­ce­pi­re i pro­ces­si in mas­sa, per­ché anch’egli era con­vin­to che la respon­sa­bi­li­tà pena­le potes­se esse­re solo indi­vi­dua­le. Cito que­sti aspet­ti non per ren­de­re un omag­gio a Roc­co, ma solo per sot­to­li­nea­re quan­to il pro­ble­ma del­la cri­mi­na­li­tà nel Sud, che è uno degli aspet­ti dell’identità defor­ma­ta, sia un pro­ble­ma socia­le, non di ordi­ne pub­bli­co. Quan­do il Meri­dio­ne è sta­to get­ta­to nel mer­ca­to, a livel­lo di que­sto pro­ces­so d’arricchimento l’unica resi­sten­za è venu­ta dal­le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li che non sono cri­mi­na­li nel sen­so este­nua­to. In ogni cit­tà ci sono dei cri­mi­na­li, ma quan­do par­lia­mo del­la ’ndran­ghe­ta è vero­si­mi­le e cor­ret­to para­go­nar­la alla mas­so­ne­ria, piut­to­sto che alla fran­tu­ma­ta delin­quen­za che uno incon­tra a Firen­ze o a Tori­no. Sem­pre a pro­po­si­to di insor­gen­ze, una del­le ulti­me for­me di ribel­lio­ne è sta­ta quel­la dell’Autonomia o for­se è più cal­zan­te par­la­re di «auto­no­mie».

E che let­tu­ra ne dai?

Per quan­to riguar­da l’autonomia pro­pria­men­te det­ta, e io la inten­do nel feno­me­no che ha nel ’77 il suo aspet­to più signi­fi­ca­ti­vo e ric­co, io non vive­vo nel Sud. Era un perio­do – spie­ga – in cui inse­gna­vo a Mila­no e abi­ta­vo a Roma. Quin­di il mio rap­por­to con l’Autonomia era soprat­tut­to attra­ver­so una rivi­sta che si chia­ma­va «Metro­po­li».

Quel­la col­la­bo­ra­zio­ne ti costò cara per­ché una sua espres­sio­ne, «geo­me­tri­ca poten­za», rife­ri­ta alle Bri­ga­te ros­se, spin­se la Digos a suo­na­re al suo cito­fo­no.

Sì, è diver­ten­te per­ché io avrei com­pre­so le misu­re con­tro di me se si fos­se trat­ta­to di un pre­mio let­te­ra­rio. Essen­do un po’ dan­nun­zia­na come fra­se, avrei potu­to capi­re che un giu­di­ce edu­ca­to dal­la tra­di­zio­ne ita­lia­na potes­se aver­ce­la con me per quell’aspetto bece­ro, inve­ce per via di quel­la fra­set­ta mi han­no accu­sa­to di aver com­mes­so 20 omi­ci­di e 15 rapi­ne. È signi­fi­ca­ti­vo l’episodio che mi è acca­du­to in Fran­cia dove ave­vo pro­va­to a rifu­giar­mi e sono sta­to cat­tu­ra­to. I giu­di­ci roma­ni han­no chie­sto la mia estra­di­zio­ne. Nel cor­so dei riti giu­di­zia­ri lega­ti a que­sta richie­sta, il pro­cu­ra­to­re fran­ce­se mi ha inter­ro­ga­to per vede­re se io fos­si dispo­sto a rien­tra­re in Ita­lia sen­za oppor­re alcu­na resi­sten­za lega­le. Il Pm fran­ce­se mi ha decla­ma­to tut­ti i capi d’accusa for­mu­la­ti con­tro di me dal­la magi­stra­tu­ra ita­lia­na. Oltre ai pre­sun­ti rea­ti di omi­ci­dio e un nume­ro ster­mi­na­to di rapi­ne, c’era pure «intral­cio al traf­fi­co», per­ché in effet­ti quan­do si rapi­na una ban­ca maga­ri si par­cheg­gia la mac­chi­na vici­no alla ban­ca da rapi­na­re e que­sto gesto costi­tui­sce intral­cio per la cir­co­la­zio­ne stra­da­le. Quan­do il pro­cu­ra­to­re mi ha chie­sto se io mi rico­no­sces­si col­pe­vo­le di qual­co­sa, io ho rispo­sto di sì. Il mio lega­le era una per­so­na straor­di­na­ria. Si chia­ma­va Keji­man, un vec­chio avvo­ca­to anti­fa­sci­sta che ave­va fat­to la Resi­sten­za. Impres­sio­na­to dal­la mia rispo­sta affer­ma­ti­va alla doman­da del pro­cu­ra­to­re, è bal­za­to in pie­di e mi ha det­to: «Ma che fai, Fran­co?». Allo­ra il Pm lo ha ammo­ni­to: «Avvo­ca­to, lei stia sedu­to altri­men­ti la allon­ta­no dall’aula». Poi si è rivol­to ver­so di me: «Allo­ra, si rico­no­sce col­pe­vo­le di qual­co­sa?». Rispon­do: «Sì». E lui: «Di qua­li rea­ti?». Rispo­si: «Intral­cio al traf­fi­co». A quel pun­to il pro­cu­ra­to­re si è incaz­za­to e mi ha rispe­di­to in cella. 

Al di là del­le vicis­si­tu­di­ni indi­vi­dua­li di quel perio­do sto­ri­co, rima­ne il pro­ble­ma di defi­ni­re l’essenza e i con­tor­ni dell’Autonomia di que­gli anni. Pos­sia­mo dun­que par­la­re di una for­ma uni­ca o è più ade­gua­to inten­der­la nel sen­so del­le varie­ga­te for­me di auto­no­mia dif­fu­sa?

Nell’autonomia ope­ra­ia ita­lia­na degli anni Set­tan­ta pos­sia­mo indi­vi­dua­re diver­si aspet­ti. Ce n’era uno dispe­ra­to e ran­co­ro­so. La dimen­sio­ne insur­re­zio­na­le, che ave­va avu­to l’Italia a par­ti­re dal ’68, si era chiu­sa con la cri­si del petro­lio all’inizio degli anni Set­tan­ta. Pri­ma del perio­do tra il ’72 e il ’73, gli ope­rai con­trol­la­va­no let­te­ral­men­te la fab­bri­ca, tan­to è vero che l’assenteismo si atte­sta­va intor­no al 25 per cen­to a Mira­fio­ri; una situa­zio­ne del gene­re si era veri­fi­ca­ta solo nel bien­nio ros­so, ai pri­mi del Nove­cen­to. Da quan­do è comin­cia­ta la cri­si del petro­lio, che ha avu­to un’origine ame­ri­ca­na, l’assenteismo si è ridot­to al 5 per cen­to. Agnel­li ha ini­zia­to a licen­zia­re. La sua sareb­be sta­ta un’azione incon­ce­pi­bi­le fino alla cri­si petro­li­fe­ra, pri­ma del­la qua­le gli ope­rai pra­ti­ca­va­no l’assenteismo ma il padro­ne non osa­va licen­zia­re per­ché era diven­ta­to un pro­ble­ma di ordi­ne pub­bli­co. Quin­di nel ’77 è evi­den­te una scon­fit­ta ope­ra­ia nel­le fab­bri­che. Tut­to dipen­de­va infat­ti dai rap­por­ti di for­za. Sen­za la pos­si­bi­li­tà di pren­de­re il coman­do in fab­bri­ca, è sal­ta­ta tut­ta l’intelaiatura che ruo­ta­va attor­no all’antagonismo ope­ra­io. Tant’è vero che la lot­ta si è spo­sta­ta di più sul­la que­stio­ne abi­ta­ti­va: a Tori­no, per esem­pio, il ter­re­no di scon­tro diven­ta­va il non paga­re l’affitto oppu­re occu­pa­re le case, ma comun­que si allon­ta­na­va dal­la fab­bri­ca. E non per cat­ti­ve­ria, ma per­ché, come dimo­stra­va quel­la mani­fe­sta­zio­ne dei 40mila «capet­ti» nell’ottobre 1980, era­no cam­bia­ti i rap­por­ti di for­za. Dun­que il ’77 ha espres­so un ele­men­to di dispe­ra­zio­ne che è sta­to tra­dot­to dal­la pro­po­sta di ren­de­re arma­ta la lot­ta: una pro­po­sta mino­ri­ta­ria, però aper­ta­men­te offer­ta da grup­pi di com­pa­gni che inten­de­va­no tra­sfor­ma­re il con­flit­to in uno scon­tro arma­to. È sta­ta una scel­ta di evi­den­te fal­li­men­to. Un con­to infat­ti era pra­ti­ca­re del­le azio­ni arma­te, come per esem­pio puni­re i capi­re­par­to che mul­ta­va­no gli ope­rai per­ché si ripo­sa­va­no oppu­re san­zio­na­re il pro­prie­ta­rio del­le case che sgom­be­ra­va inte­re fami­glie, altro era tra­sfor­ma­re il con­flit­to in uno scon­tro arma­to. Son due cose diver­se. Met­ten­do­la sul pia­no del­lo scon­tro arma­to, ave­vi già per­du­to. Non c’era alcu­na pro­por­zio­ne tra quel­lo che pote­va­no fare i com­pa­gni del movi­men­to e quel­lo che face­va­no 100mila cara­bi­nie­ri, 200mila agen­ti di poli­zia. Ecco, in que­sto aspet­to vedo un ele­men­to di dispe­ra­zio­ne che ovvia­men­te, come in tut­te le cose vere, ha avu­to pure un gran­de fasci­no, anche dal pun­to di vista mera­men­te este­ti­co, rifles­so nel­le cose che si scri­ve­va­no, nel tea­tro. Dun­que c’era un ele­men­to di ran­co­re; non di invi­dia ben­sì di odio socia­le. E que­sto aspet­to è fini­to col peri­re per pri­mo negli anni suc­ces­si­vi. C’è infi­ne anche una pro­spet­ti­va di rifles­sio­ne teo­ri­ca in cui la paro­la auto­no­mia vuol dire sostan­zial­men­te la fine del­la lun­ga ege­mo­nia del­le asso­cia­zio­ni par­ti­ti­che e sin­da­ca­li di sini­stra in Euro­pa. Non han­no aspet­ta­to la cadu­ta del muro gli ope­rai ita­lia­ni, o comun­que i qua­dri che ave­va­no lot­ta­to, per dichia­ra­re fal­li­ta l’Unione Sovie­ti­ca. L’esperienza del socia­li­smo rea­le in Ita­lia era già cadu­ta negli anni Set­tan­ta, quan­do il Pci rap­pre­sen­ta­va uno dei dispo­si­ti­vi di repres­sio­ne del­lo Sta­to italiano.