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sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un sag­gio di Cin­zia Zen­no­ni che affron­ta le Scel­te diver­se (dal 1972) tra Pote­re ope­ra­io, Lot­ta con­ti­nua, Manifesto.

Duran­te la fase del­le lot­te con­trat­tua­li [del 1972] Pote­re ope­ra­io si tro­vò iso­la­to rispet­to alle scel­te di quei grup­pi del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re con i qua­li ave­va pre­ce­den­te­men­te cer­ca­to di sta­bi­li­re momen­ti di inte­sa e di azio­ne comu­ne: Lot­ta con­ti­nua e il Mani­fe­sto.
Per quan­to riguar­da il pri­mo, i rap­por­ti con Pote­re ope­ra­io si era­no pro­gres­si­va­men­te dete­rio­ra­ti nel cor­so del 1971, dopo i ten­ta­ti­vi di aggre­ga­zio­ne o alme­no di accor­do sul­la base del­la pro­po­sta dei Comi­ta­ti poli­ti­ci, avan­za­ta uni­ta­ria­men­te da entram­bi, ma poi nau­fra­ga­ta per le insor­mon­ta­bi­li e reci­pro­che diver­gen­ze di linea poli­ti­ca. Innan­zi­tut­to vi era un diver­so modo di con­ce­pi­re il ruo­lo stes­so dei Comi­ta­ti poli­ti­ci in rela­zio­ne ai Con­si­gli di fab­bri­ca, le strut­tu­re di base del sin­da­ca­to. Nel­la «piat­ta­for­ma di Rimini»[i] (così det­ta per­ché fu appro­va­ta al con­ve­gno del Mani­fe­sto tenu­to­si a Rimi­ni nel novem­bre 1971), pur nell’affermazione di un tota­le dis­sen­so rispet­to alla stra­te­gia sin­da­ca­le, si osser­va­va:
È una fase nuo­va del­la lot­ta ope­ra­ia che esi­ge una nuo­va strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va del­la clas­se, di cui il sin­da­ca­to sia una par­te e non il tut­to. Per que­sto abbia­mo dife­so l’autonomia dei Con­si­gli come orga­ni­smi poli­ti­ci; per que­sto abbia­mo pro­po­sto: Comi­ta­ti poli­ti­ci.
E si aggiun­ge­va:
In pri­mo luo­go, per­ché un Comi­ta­to poli­ti­co nasca sul serio deve rac­co­glie­re le avan­guar­die rea­li ope­ra­ie, e que­sto è del tut­to impos­si­bi­le se esso, pri­ma anco­ra di esi­ste­re, pre­sup­po­ne una scis­sio­ne dal sin­da­ca­to. È una pro­va che han­no già fat­to tut­ti i gruppi[ii].
Il Mani­fe­sto era con­sa­pe­vo­le del fat­to che mol­te avan­guar­die ope­ra­ie agi­va­no all’interno dei Con­si­gli di fab­bri­ca. Per tale moti­vo occor­re­va eser­ci­ta­re una cer­ta pres­sio­ne sui Con­si­gli stes­si e sui sin­da­ca­ti, per spin­ger­li ver­so posi­zio­ni più avan­za­te di lot­ta, anzi­ché pre­scin­de­re total­men­te da essi. I Comi­ta­ti poli­ti­ci avreb­be­ro dovu­to quin­di pro­por­si «come pun­to di aggre­ga­zio­ne di avan­guar­die che con­ten­do­no alle buro­cra­zie sin­da­ca­li la dire­zio­ne poli­ti­ca dei Con­si­gli dei dele­ga­ti», impo­nen­do all’interno del sin­da­ca­to stes­so «un dibat­ti­to di linea»[iii]. Nel docu­men­to si pre­ci­sa­va che per avan­guar­die ope­ra­ie si inten­de­va
quel­lo stra­to di gio­va­ni qua­dri ope­rai che, den­tro o fuo­ri dal sin­da­ca­to, nei Con­si­gli, nei Comi­ta­ti di base, tra i dele­ga­ti, han­no effet­ti­va­men­te sti­mo­la­to e diret­to le lot­te più avan­za­te degli ulti­mi anni[iv].
Que­sto era il tes­su­to socia­le a cui occor­re­va far rife­ri­men­to nel ten­ta­ti­vo di orga­niz­za­re una for­za poli­ti­ca capa­ce di rap­pre­sen­ta­re una vera alter­na­ti­va rispet­to alle strut­tu­re del movi­men­to ope­ra­io tra­di­zio­na­le. Per riu­sci­re nell’intento il Mani­fe­sto ave­va lan­cia­to la pro­po­sta poli­ti­ca dell’«aggregazione» tra quel­le com­po­nen­ti del movi­men­to che non si rico­no­sce­va­no nel­le posi­zio­ni del­lo «schie­ra­men­to rifor­mi­sta» (così era defi­ni­to), dispo­ste ad apri­re una cri­si in esso e nel suo rap­por­to con le mas­se, agen­do dall’esterno, una vol­ta con­sta­ta­ta l’impossibilità di recu­pe­rar­lo a una linea diver­sa con una lot­ta inter­na e gra­dua­le. Da que­ste pre­mes­se era nato il ten­ta­ti­vo di accor­do con Pote­re ope­ra­io, intra­pre­so sen­za l’adeguata valu­ta­zio­ne del­le dif­fe­ren­ti pro­spet­ti­ve a fron­te dei nuo­vi svi­lup­pi del­la situa­zio­ne poli­ti­ca. Ad esem­pio, sul tema del­la repres­sio­ne, Pote­re ope­ra­io rite­ne­va che fos­se­ro ormai matu­re le con­di­zio­ni per un attac­co deci­si­vo allo Sta­to, vista l’intensità dell’azione repres­si­va eser­ci­ta­ta da quest’ultimo, tra­mi­te il ricor­so alla magi­stra­tu­ra e alle for­ze
dell’ordine. Il Mani­fe­sto inve­ce rite­ne­va neces­sa­rio un lun­go lavo­ro a livel­lo di mas­sa, per raf­for­za­re il movi­men­to e il con­sen­so di base all’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria anco­ra da costrui­re. Oppu­re sul tema dell’occupazione. Per Pote­re ope­ra­io la lot­ta per la dife­sa dei livel­li d’occupazione era un obiet­ti­vo fuor­vian­te in quan­to i pro­le­ta­ri, occu­pa­ti o disoc­cu­pa­ti, lot­ta­va­no per il red­di­to garan­ti­to e non per richie­de­re un posto di lavo­ro. Il Mani­fe­sto par­ti­va da un pre­sup­po­sto total­men­te diver­so:
La lot­ta con­tro il lavo­ro, che anche noi soste­nia­mo, è lot­ta con­tro l’organizzazione capi­ta­li­sti­ca del lavo­ro, e solo un lun­go pro­ces­so […] può por­ta­re al supe­ra­men­to del lavo­ro sala­ria­to e, alla fine, del lavo­ro in quan­to tale. Tale supe­ra­men­to esi­ge un diver­so e supe­rio­re modo di pro­du­zio­ne, non la fine del­la pro­du­zio­ne. […] Que­sta lot­ta la fan­no e la pos­so­no fare effi­ca­ce­men­te i pro­le­ta­ri non in quan­to pove­ri o biso­gno­si, ma in quan­to pro­ta­go­ni­sti essen­zia­li del­la pro­du­zio­ne. La disoc­cu­pa­zio­ne toglie inve­ce alla clas­se uni­tà e ren­de la sua lot­ta meno incisiva[v].
La distan­za tra la linea di Pote­re ope­ra­io e quel­la del Mani­fe­sto emer­se con chia­rez­za in occa­sio­ne del­le mani­fe­sta­zio­ni del 12 dicem­bre 1971 e dell’11 mar­zo 1972, a pro­po­si­to del­la neces­si­tà o meno del ricor­so alla «vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria», che nel caso di Pote­re ope­ra­io si tra­du­ce­va spes­so nel­la ricer­ca deli­be­ra­ta e pro­gram­ma­ta di momen­ti di scon­tro con le for­ze dell’ordine (ren­den­do impos­si­bi­le distin­gue­re con cer­tez­za, da entram­be le par­ti, il con­fi­ne tra rea­zio­ne e pro­vo­ca­zio­ne), al fine di veri­fi­ca­re la vali­di­tà del­la pro­pria linea «insur­re­zio­na­li­sta». Ciò pro­vo­cò l’uscita del Mani­fe­sto dal «Comi­ta­to con­tro la stra­ge di Sta­to», pre­sto segui­to dagli altri grup­pi che ne face­va­no par­te, lascian­do iso­la­to Pote­re ope­ra­io.
Ma la deci­sio­ne del Mani­fe­sto che mag­gior­men­te Pote­re ope­ra­io cri­ti­cò fu quel­la di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni poli­ti­che del 7 mag­gio 1972, con liste pro­prie, in quan­to Pote­re ope­ra­io rite­ne­va la com­pe­ti­zio­ne elet­to­ra­le un ter­re­no per­den­te per le for­ze del movi­men­to. All’indomani dell’insuccesso elet­to­ra­le il Mani­fe­sto pub­bli­cò un documento[vi], scrit­to nel giu­gno 1972, di sostan­zia­le auto­cri­ti­ca ed esa­me degli even­tua­li erro­ri com­piu­ti, insie­me all’individuazione di nuo­ve pro­spet­ti­ve lun­go le qua­li muo­ver­si. Il docu­men­to riba­di­va la pro­po­sta poli­ti­ca avan­za­ta nel­la piat­ta­for­ma di Rimi­ni del novem­bre 1971, ma nel­lo stes­so tem­po cer­ca­va vie d’uscita alla peri­co­lo­sa situa­zio­ne di iso­la­men­to che si era venu­ta a crea­re, attra­ver­so l’elaborazione di una stra­te­gia che coniu­gas­se insie­me la pro­po­sta di un’aggregazione alter­na­ti­va e quel­la di un’iniziativa uni­ta­ria che coin­vol­ges­se anche le orga­niz­za­zio­ni del movi­men­to ope­ra­io tra­di­zio­na­le. L’iniziativa era illu­stra­ta nei seguen­ti ter­mi­ni:
Per quan­to riguar­da le for­ze, deve restar fer­mo che il Mani­fe­sto non è oggi in gra­do di garan­ti­re l’ampiezza e la qua­li­tà del movi­men­to che ser­ve per resi­ste­re e pre­pa­ra­re la nuo­va fase offen­si­va. Gli obiet­ti­vi imme­dia­ti (…) sono rea­liz­za­bi­li se si rie­sce a impe­gna­re su di essi una par­te impor­tan­te del­le for­ze che mili­ta­no nel­le orga­niz­za­zio­ni tra­di­zio­na­li. La rea­liz­za­zio­ne del nostro pro­gram­ma poli­ti­co non dipen­de solo dal­la capa­ci­tà di rap­pre­sen­ta­re un polo di aggre­ga­zio­ne alter­na­ti­va, ma anche dal­la capa­ci­tà di svi­lup­pa­re una ini­zia­ti­va unitaria[vii].
La linea uni­ta­ria veni­va ela­bo­ra­ta «con­tro l’illusorietà del­la pro­po­sta rifor­mi­sta di una nuo­va mag­gio­ran­za di gover­no, con­tro la vacui­tà e peri­co­lo­si­tà del­la pro­po­sta estre­mi­sta di uno scon­tro vio­len­to con lo Stato»[viii] .
La distan­za da Pote­re ope­ra­io era ormai dive­nu­ta incol­ma­bi­le. Duran­te la lot­ta con­trat­tua­le ini­zia­ta nell’autunno 1972 (ma già da giu­gno per i chi­mi­ci), la stra­te­gia segui­ta dai due grup­pi fu oppo­sta. Il Mani­fe­sto così moti­vò la pro­pria scel­ta:
È cer­to che la nostra linea di fon­do non pas­se­rà nell’autunno del 1972, né a livel­lo di accor­di […] e nep­pu­re a livel­lo di piat­ta­for­ma (per­ché la linea dei sin­da­ca­ti è ormai anco­ra­ta all’asse dell’inquadramento uni­co) […]. Dopo un chia­ro scon­tro nel­la fase pre­pa­ra­to­ria, si pre­sen­te­rà per­ciò il dilem­ma fra il dis­so­ciar­si dal­la lot­ta che il sin­da­ca­to, i Con­si­gli, gli stes­si lavo­ra­to­ri con­dur­ran­no, accom­pa­gnan­do la ver­ten­za con una per­ma­nen­te denun­cia per rac­co­glie­re poi i frut­ti poli­ti­ci d’una pro­ba­bi­le scon­fit­ta, oppu­re par­te­ci­pa­re a una lot­ta, di cui pure cri­ti­chia­mo l’impostazione e pre­ve­dia­mo il par­zia­le insuc­ces­so, per cer­ca­re di assi­cu­ra­re il con­trol­lo dal bas­so e di tener­ne fer­mi i pun­ti più qua­li­fi­can­ti. Sia­mo per que­sta secon­da scelta[ix].
Pote­re ope­ra­io optò inve­ce per il supe­ra­men­to del­la figu­ra del dele­ga­to e per il rifiu­to di con­si­de­ra­re i Con­si­gli di fab­bri­ca come stru­men­ti effi­ca­ci di lot­ta al ser­vi­zio degli ope­rai.
Inol­tre il Mani­fe­sto, all’indomani del­le ele­zio­ni, avviò una fase di dia­lo­go con i resti del Psiup, gui­da­ti da Vit­to­rio Foa e Sil­va­no Miniati[x]. Era una ripre­sa del ten­ta­ti­vo di por­si come pri­mo nucleo di un pro­ces­so uni­fi­can­te del­le for­ze del­la nuo­va sini­stra, dopo la scon­fit­ta elet­to­ra­le che ave­va riguar­da­to anche il Psiup. Il grup­po diri­gen­te di quest’ultimo ave­va pro­po­sto, di fron­te ai delu­den­ti risul­ta­ti, l’immediato auto­scio­gli­men­to e la con­fluen­za nel Pci. Una par­te signi­fi­ca­ti­va del par­ti­to, cir­ca il 20 per cen­to, rifiu­tò que­sta scel­ta e, in novem­bre, a Livor­no, fon­dò il Pdup, insie­me a quel­la par­te dell’Mpl che si era oppo­sta a una con­fluen­za nel Psi. Il voto con­tri­buì a svi­lup­pa­re in alcu­ne orga­niz­za­zio­ni del­la nuo­va sini­stra una ten­sio­ne ver­so il coor­di­na­men­to e l’unità, nel ten­ta­ti­vo di argi­na­re la fram­men­ta­zio­ne e la debo­lez­za che ave­va­no carat­te­riz­za­to le ele­zio­ni pre­ce­den­ti. Il Mani­fe­sto e il Pdup san­ci­ro­no il pro­ces­so di avvi­ci­na­men­to nel luglio del 1974, uni­fi­can­do­si dopo la con­vo­ca­zio­ne dei rispet­ti­vi con­gres­si di scio­gli­men­to e dan­do vita al Pdup per il comu­ni­smo.
Per quan­to riguar­da Lot­ta con­ti­nua, a par­ti­re dall’autunno del 1972 si pose­ro le pre­mes­se per un supe­ra­men­to del­la fase estre­mi­sta e mili­ta­ri­sta san­ci­ta dal 3° con­ve­gno nazio­na­le tenu­to­si a Rimi­ni nei pri­mi tre gior­ni di apri­le del 1972, il qua­le ave­va visto un avvi­ci­na­men­to tra le posi­zio­ni di Pote­re ope­ra­io e di Lot­ta con­ti­nua e la pro­mo­zio­ne di ini­zia­ti­ve comu­ni. Il pro­ces­so di revi­sio­ne ini­ziò nell’ottobre 1972, con la pre­sen­ta­zio­ne, a una riu­nio­ne del comi­ta­to nazio­na­le, di un docu­men­to for­te­men­te auto­cri­ti­co rispet­to alla linea poli­ti­ca fino ad allo­ra segui­ta Il pri­mo pun­to posto in discus­sio­ne fu quel­lo dei dele­ga­ti e dei Con­si­gli sin­da­ca­li. Lot­ta con­ti­nua, che ave­va sem­pre soste­nu­to la neces­si­tà di un’organizzazione auto­no­ma degli ope­rai in fab­bri­ca, ora rico­no­sce­va nel­la strut­tu­ra dei Con­si­gli l’organizzazione di mas­sa degli ope­rai, all’interno del­la qua­le occor­re­va impe­gnar­si per un serio con­fron­to con le altre com­po­nen­ti di movi­men­to in essa presenti[xi]. Fu la lot­ta con­trat­tua­le dei metal­mec­ca­ni­ci a offri­re a Lot­ta con­ti­nua una via d’uscita da una situa­zio­ne di pro­gres­si­vo iso­la­men­to nel­la qua­le l’organizzazione rischia­va di chiu­der­si. Nuclei di Lot­ta con­ti­nua pre­sen­ti in fab­bri­ca ini­zia­ro­no a impe­gnar­si all’interno dei Con­si­gli, spes­so nel ten­ta­ti­vo di con­di­zio­nar­ne la linea o rifiu­tan­do­si di assog­get­tar­si alle deci­sio­ni pre­se collettivamente[xii].
Un ulte­rio­re pun­to di svol­ta fu un nuo­vo atteg­gia­men­to nei con­fron­ti del Pci e in gene­ra­le del movi­men­to ope­ra­io. Le pre­vi­sio­ni di Lot­ta con­ti­nua cir­ca uno sboc­co rivo­lu­zio­na­rio imme­dia­to non era­no più così otti­mi­sti­che: si com­pren­de­va come lo «schie­ra­men­to revi­sio­ni­sta» fos­se ben lon­ta­no dal per­de­re la pro­pria ege­mo­nia sul­le mas­se e come, di con­se­guen­za, fos­se neces­sa­rio por­si il pro­ble­ma di un rap­por­to, di un con­fron­to con i par­ti­ti che lo costi­tui­va­no. Lot­ta con­ti­nua si con­vin­se che la pre­sen­za del Pci al gover­no avreb­be con­ces­so mag­gior spa­zio al movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio e pos­si­bi­li­tà per un suo raf­for­za­men­to. Era neces­sa­rio dun­que soste­ne­re (attra­ver­so un ragio­na­men­to
un po’ for­za­to) la linea del gover­no del­le sini­stre, per otte­ne­re un ter­re­no più favo­re­vo­le allo svi­lup­po dell’autonomia pro­le­ta­ria
[xiii].
L’ultima que­stio­ne dibat­tu­ta tra la fine del 1972 e gli ini­zi del 1973 fu quel­la del­la tra­sfor­ma­zio­ne in par­ti­to. Lot­ta con­ti­nua abban­do­nò pro­gres­si­va­men­te la vec­chia tesi dell’organizzazione come espres­sio­ne del movi­men­to e inco­min­ciò a for­ma­liz­za­re le sue strut­tu­re.
For­ma­zio­ne teo­ri­ca e poli­ti­ca dei qua­dri, elet­ti­vi­tà dei diri­gen­ti, respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­le dei sin­go­li com­pa­gni in un qua­dro di disci­pli­na col­let­ti­va, divi­sio­ne dei com­pi­ti e spe­cia­liz­za­zio­ne sono i capo­sal­di del nuo­vo corso[xiv].
La pre­ce­den­te con­ce­zio­ne di una lea­der­ship cari­sma­ti­ca fu sosti­tui­ta da una segre­te­ria nazio­na­le di mili­tan­ti non ope­rai, obbli­ga­ta a risie­de­re a Roma; fu nomi­na­to un segre­ta­rio gene­ra­le (cari­ca che fu affi­da­ta ad Adria­no Sofri); furo­no crea­te a livel­lo nazio­na­le nume­ro­se com­mis­sio­ni respon­sa­bi­li di diver­si ambi­ti di inter­ven­to. L’originaria impo­sta­zio­ne «movi­men­ti­sta» del grup­po fu così sosti­tui­ta da un appa­ra­to pre­ci­sa­men­te strut­tu­ra­to.
Anche Lot­ta con­ti­nua fu inte­res­sa­ta dal pro­ces­so di disge­lo che sta­va coin­vol­gen­do alcu­ne for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra (cui fu inve­ce estra­neo Pote­re ope­ra­io, più attrat­to ver­so l’area dell’«autonomia»). Pur nel per­si­ste­re di dif­fe­ren­ze nel­le rispet­ti­ve posi­zio­ni poli­ti­che, comin­ciò a emer­ge­re la volon­tà di agi­re su un ter­re­no comu­ne, di crea­re occa­sio­ni di mobi­li­ta­zio­ne uni­ta­ria. Lot­ta con­ti­nua con­clu­se in que­sto perio­do un pat­to infor­ma­le di uni­tà d’azione con il Pdup-Mani­fe­sto e con Avan­guar­dia ope­ra­ia, noto come «la tri­pli­ce». Ma pro­prio da par­te di Lot­ta con­ti­nua ven­ne­ro le mag­gio­ri resi­sten­ze a una pro­spet­ti­va di tota­le aggre­ga­zio­ne. Lot­ta con­ti­nua ebbe dif­fi­col­tà a schie­rar­si in modo net­to con quel­le for­ze del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria che mira­va­no a costi­tui­re una «nuo­va oppo­si­zio­ne» (fidu­cio­sa di poter coin­vol­ge­re nel pro­get­to anche una par­te del­la sini­stra tra­di­zio­na­le), poi­ché teme­va che una chiu­su­ra tota­le nei con­fron­ti del­la nascen­te area dell’autonomia ope­ra­ia avreb­be por­ta­to a un inde­bo­li­men­to dell’organizzazione e avreb­be signi­fi­ca­to il disco­no­sci­men­to del­le pro­prie ori­gi­ni. Inol­tre in Lot­ta con­ti­nua era anco­ra for­te la pre­sen­za di una com­po­nen­te mili­ta­ri­sta ed estre­mi­sta, pro­pen­sa all’azione diret­ta e vio­len­ta, abi­tua­ta a pra­ti­ca­re gli obiet­ti­vi più che a teo­riz­zar­li, la qua­le si oppo­se al «nuo­vo cor­so», e soprat­tut­to a un suo appro­do nell’ambito isti­tu­zio­na­le. Lot­ta con­ti­nua fu costret­ta a muo­ver­si nel­lo spa­zio rac­chiu­so tra que­ste due pos­si­bi­li­tà, nel­la dif­fi­ci­le ricer­ca di una pro­pria coe­ren­za di linea[xv].
Note [i] Per un movi­men­to poli­ti­co orga­niz­za­to, «il mani­fe­sto», a. III, n. 3–4, pri­ma­ve­ra-esta­te 1971, pp. 3–25. [ii] Ivi, p. 15. [iii] Ibi­dem. [iv] Ivi, p. 22. [v] Ivi, p. 11. [vi] Il docu­men­to poli­ti­co del 1972, «il mani­fe­sto», set­tem­bre 1972, nume­ro spe­cia­le, pp. 85–94. [vii] Ivi, p. 90. [viii] Ibi­dem. [ix] Ivi, p. 94. [x] Cfr. M. Moni­cel­li, L’ultrasinistra in Ita­lia. 1968–1978, Later­za, Roma-Bari 1978. [xi] Per indi­ca­zio­ni più pre­ci­se cir­ca le tap­pe di tale pro­ces­so di revi­sio­ne vedi L. Bob­bio, Sto­ria di Lot­ta Con­ti­nua, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1988, pp. 115–144. [xii] Sui limi­ti dell’azione svol­ta da Lot­ta con­ti­nua all’interno dei Con­si­gli di dele­ga­ti ivi, pp. 121–122. [xiii] Dub­bi sull’esattezza di tale pre­vi­sio­ne sono espres­si da L. Bob­bio, op. cit., p. 129. [xiv] Ivi, pp. 129–130. [xv] Ivi, p. 131.