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sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un sag­gio di Cin­zia Zen­no­ni che trat­ta del «par­ti­to degli ope­rai comunisti».


Il par­ti­to degli ope­rai comunisti


In segui­to all’occupazione ope­ra­ia del­la Fiat di Tori­no alla fine del mar­zo 1973 e alle ini­zia­ti­ve di incon­tro pro­mos­se dagli orga­ni­smi auto­no­mi, cul­mi­na­te nel con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo 1973, Pote­re ope­ra­io deci­se di appor­ta­re alcu­ne modi­fi­che alla pro­pria linea poli­ti­ca, in rela­zio­ne ai recen­ti avve­ni­men­ti. Un arti­co­lo è di fon­da­men­ta­le impor­tan­za per com­pren­de­re la len­ta evo­lu­zio­ne ideo­lo­gi­ca del grup­po e gli sfor­zi com­piu­ti per ade­gua­re il livel­lo teo­ri­co ai muta­men­ti in cor­so: si inti­to­la Il par­ti­to degli ope­rai comu­ni­sti (in «Pote­re ope­ra­io» del lune­dì, n. 47, 9 apri­le 1973. Tut­te le cita­zio­ni del pre­sen­te para­gra­fo sono trat­te dal mede­si­mo arti­co­lo, sal­vo diver­sa spe­ci­fi­ca­zio­ne.
Il pro­ble­ma cen­tra­le rima­ne­va lo stes­so: costrui­re l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa in gra­do di pro­muo­ve­re e soste­ne­re l’attacco con­tro lo Sta­to, in quan­to rite­nu­to la for­ma supre­ma di repres­sio­ne e il garan­te del­la con­ser­va­zio­ne di un siste­ma com­ples­so di sfrut­ta­men­to a dan­no del­le diver­se com­po­nen­ti del­la clas­se pro­le­ta­ria. Muta­va­no tut­ta­via le moda­li­tà del­la sua rea­liz­za­zio­ne. Pote­re ope­ra­io pone­va come neces­sa­ria una «ret­ti­fi­ca di linea» e soprat­tut­to un’autocritica da par­te dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri cir­ca la pre­te­sa di rap­pre­sen­ta­re essi stes­si il par­ti­to da costrui­re, attor­no al qua­le far con­ver­ge­re altre for­ze (sin­go­li mili­tan­ti o inte­re orga­niz­za­zio­ni). Non occor­re­va infat­ti una cre­sci­ta in ter­mi­ni quan­ti­ta­ti­vi, ben­sì un sal­to qua­li­ta­ti­vo da far com­pie­re alle avan­guar­die del movi­men­to. Il pun­to di par­ten­za per la costru­zio­ne dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria era indi­vi­dua­to altro­ve: «È oggi pro­ba­bi­le che una rete di orga­ni­smi auto­no­mi ope­rai esi­sten­te in Ita­lia, pos­sa comin­cia­re ad assol­ve­re a que­sta spe­ci­fi­ca e fon­da­men­ta­le fun­zio­ne di par­ti­to. Più e meglio di qual­sia­si grup­po o di qual­sia­si “aggre­ga­zio­ne di grup­pi”». È evi­den­te l’influenza deter­mi­nan­te che l’area dell’autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta eser­ci­tò sul grup­po di Pote­re ope­ra­io, anche se poi fu quest’ultimo a ten­ta­re di con­di­zio­nar­ne la linea. Pre­ci­sa­men­te si ripro­po­ne­va il tema dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria all’interno di quel­la che veni­va indi­vi­dua­ta come «area di par­ti­to» (cioè quel­la «rete di avan­guar­die che han­no par­te­ci­pa­to al con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo»), al cui per­so­na­le poli­ti­co si rico­no­sce­va il meri­to di un effet­ti­vo radi­ca­men­to nel­le situa­zio­ni di fab­bri­ca e di quar­tie­re.
Tut­ta­via per Pote­re ope­ra­io si ren­de­va neces­sa­rio un ulte­rio­re pas­sag­gio: i comi­ta­ti e le assem­blee auto­no­me avreb­be­ro dovu­to met­te­re in secon­do pia­no il loro aspet­to di «orga­ni­smi di mas­sa» e di «strut­tu­re di movi­men­to» e por­si come stru­men­ti effet­ti­vi di dire­zio­ne e di orien­ta­men­to poli­ti­co, per agi­re nel pre­sen­te come seg­men­ti del par­ti­to da costrui­re tra­mi­te un’accentuazione dei pro­ces­si di cen­tra­liz­za­zio­ne tra loro inter­cor­ren­ti. Ciò non riguar­da­va sola­men­te i comi­ta­ti e le assem­blee di fab­bri­ca: anche i comi­ta­ti ter­ri­to­ria­li avreb­be­ro dovu­to rea­liz­za­re l’unità del­le avan­guar­die per orga­niz­za­re la «lot­ta d’appropriazione», miran­te, nel­le inten­zio­ni del grup­po, alla dife­sa del sala­rio rea­le dal fur­to dei «costi socia­li».
Pote­re ope­ra­io si rivol­ge­va quin­di all’area dell’autonomia come refe­ren­te pri­vi­le­gia­to del pro­prio pro­get­to di par­ti­to. Inter­ve­ni­va in essa, ma dall’esterno, pro­po­nen­do il supe­ra­men­to dei ten­ta­ti­vi di sem­pli­ce coor­di­na­men­to, di cen­tra­liz­za­zio­ne dal bas­so, e chie­den­do agli orga­ni­smi auto­no­mi di fab­bri­ca e ai comi­ta­ti ope­rai e pro­le­ta­ri sul ter­ri­to­rio di agi­re come già facen­ti par­te di una strut­tu­ra uni­ta­ria, con il pre­ci­so pro­gram­ma poli­ti­co di con­dur­re deter­mi­na­ti set­to­ri socia­li allo scon­tro vio­len­to con lo Sta­to, nel­la for­ma del­la «guer­ra civi­le tra ope­rai e padro­ni».
Per que­sto il par­ti­to si pre­sen­ta­va come una strut­tu­ra poli­ti­co-mili­ta­re, in gra­do di orga­niz­za­re il ricor­so alla vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa, in quan­to eser­ci­ta­ta a par­ti­re dal­le sue arti­co­la­zio­ni ter­ri­to­ria­li.
Anco­ra una vol­ta il livel­lo teo­ri­co dell’analisi sovra­sta­va il livel­lo orga­niz­za­ti­vo. Pote­re ope­ra­io ammet­te­va che «tut­to que­sto per­cor­so vive oggi solo in modo infor­ma­le nel movi­men­to». Si atten­de­va il momen­to del pas­sag­gio alla pra­ti­ca effet­ti­va del pro­ces­so insur­re­zio­na­le e nel frat­tem­po si cer­ca­va­no le stra­de per rea­liz­zar­lo. Così come nel 1971 Pote­re ope­ra­io ave­va lan­cia­to la pro­po­sta dei comi­ta­ti poli­ti­ci come strut­tu­re orga­niz­za­te di lot­ta in fab­bri­ca e sul ter­ri­to­rio, ora ci si rivol­ge­va a que­gli orga­ni­smi auto­no­mi già esi­sten­ti o in via di for­ma­zio­ne, sor­ti indi­pen­den­te­men­te dall’iniziativa dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri.
Pote­re ope­ra­io, pro­prio in rela­zio­ne all’insorgenza di tale feno­me­no, vis­se una pro­fon­da lace­ra­zio­ne al suo inter­no tra colo­ro che, pri­mi fra tut­ti i mili­tan­ti dell’area vene­ta, era­no attrat­ti dal­le nuo­ve real­tà auto­no­me e pre­sta­va­no atten­zio­ne all’evoluzione degli even­ti, e colo­ro che, come la com­po­nen­te roma­na, anco­ra soste­ne­va­no l’idea di pro­por­re dall’esterno, in quan­to grup­po di Pote­re ope­ra­io, l’iniziativa del par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio all’area dell’autonomia. Si apri­va­no due stra­de: una era quel­la di inter­ve­ni­re negli avve­ni­men­ti in cor­so con la pro­po­sta dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria con­ser­van­do la pro­pria iden­ti­tà di grup­po e quin­di con la mal­ce­la­ta volon­tà, qua­lo­ra la pro­po­sta si fos­se con­cre­tiz­za­ta, di rac­co­glier­ne i meri­ti, eser­ci­tan­do in essa una fun­zio­ne diret­ti­va; l’altra era quel­la di «scio­glier­si» nell’area dell’autonomia ope­ra­ia, ces­sa­re di agi­re come sin­go­lo grup­po per mili­ta­re diret­ta­men­te all’interno degli orga­ni­smi di mas­sa che la costi­tui­va­no.
La con­trad­di­zio­ne tra le due linee sareb­be esplo­sa suc­ces­si­va­men­te, al con­ve­gno di Roso­li­na, che segnò la rot­tu­ra defi­ni­ti­va del grup­po. Per il momen­to si cer­cò di tro­va­re una media­zio­ne tra le due ipo­te­si operative,[i] tra­mi­te ela­bo­ra­zio­ni teo­ri­che con­ci­lia­ti­ve che con­ce­des­se­ro spa­zio all’una e all’altra par­te, di cui l’articolo sopra men­zio­na­to costi­tui­sce un esempio.


Note [i] Toni Negri scris­se in pro­po­si­to: «L’esperienza di Pote­re ope­ra­io è un’esperienza abba­stan­za cor­ta, se si vuo­le, va dal ’69 fino al ’72 […] e che vie­ne volon­ta­ria­men­te bru­cia­ta quan­do rischia di non tro­va­re solu­zio­ni poli­ti­che. È quan­to avvie­ne attor­no al pro­ble­ma del cosid­det­to dua­li­smo, un pro­ble­ma che man mano vie­ne emer­gen­do all’interno di Pote­re ope­ra­io. Un dua­li­smo tut­to fon­da­to sul diver­so peso che vie­ne dato agli ele­men­ti del­la sog­get­ti­vi­tà rispet­to ai momen­ti del­la lot­ta di mas­sa come tale. […] que­sto rap­por­to è però un rap­por­to che nel­la vita dell’organizzazione com­por­ta con­ti­nua­men­te degli squi­li­bri, squi­li­bri che man mano l’organizzazione comin­cia a rile­va­re e che deter­mi­na­no una fati­ca con­ti­nua di media­zio­ne e rischia­no con­ti­nua­men­te di pro­dur­re lace­ra­zio­ni all’interno dell’organizzazione stes­sa». (Toni Negri, Dall’operaio mas­sa all’operaio socia­le, a cura di P. Poz­zi e R. Tomas­si­ni, Mul­thi­pla, Mila­no 1979, pp. 110–111).