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sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li tra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il docu­men­to di pre­sen­ta­zio­ne, «La gra­fi­ca di pote­re ope­ra­io», è di Gio­van­ni
Ance­schi.
La gra­fi­ca di Pote­re ope­ra­io
Gio­van­ni Ance­schi
All’inizio del 1967 Anne Pre­iss, una ragaz­za franco-​algerina che era sta­ta mia com­pa­gna di cor­so
alla Hoch­schu­le für Gestal­tung di Ulm e con la qua­le (e con altri) ave­vo fon­da­to il loca­le grup­po Sds
(per inten­der­ci, quel­lo di Rudi Dutsch­ke), una vol­ta rien­tra­ta in Alge­ria mi ave­va invi­ta­to a
con­di­vi­de­re con lei, pres­so la Socie­té natio­na­le du pétro­le algé­rien (Sona­trach), la dire­zio­ne del
Sér­vi­ce fabri­ca­tion. Così si chia­ma­va l’ufficio che pre­sie­de­va alla rea­liz­za­zio­ne di tut­ti gli arte­fat­ti
comu­ni­ca­ti­vi neces­sa­ri al fun­zio­na­men­to dell’industria petro­li­fe­ra (12.000 addet­ti). Subi­to un
pro­get­to enor­me, e nel Ter­zo Mon­do!
E così pre­sie­dia­mo alla rea­liz­za­zio­ne di un com­ple­to pro­gram­ma di imma­gi­ne coor­di­na­ta
dell’azienda (tut­to il mate­ria­le tipo­gra­fi­co, colo­ra­zio­ne dei vei­co­li, divi­se del per­so­na­le del­le
sta­zio­ni di ser­vi­zio, exhi­bi­tion desi­gn, stam­pa e adver­ti­sing inter­na­zio­na­le), ma venia­mo pre­sta­ti
anche ad altre isti­tu­zio­ni: pro­get­tia­mo i fran­co­bol­li per il Mini­ste­ro dell’industria e dell’energia,
pro­get­tia­mo una «mostra-​packaging» seri­gra­fi­ca inau­gu­ra­ta con­tem­po­ra­nea­men­te in set­te cit­tà
alge­ri­ne per la Socié­té natio­na­le des pâtes ali­men­tai­res, col­la­bo­ria­mo all’immagine dell’Université
d’Alger ecc. ecc.
Ad Alge­ri si vive lo straor­di­na­rio cli­ma dell’affermazione dell’indipendenza in una capi­ta­le di ran­go
inter­na­zio­na­le, dove il pri­mo saba­to sera si par­te­ci­pa alla festa com­me­mo­ra­ti­va del­la rivo­lu­zio­ne
pres­so l’Ambasciata sovie­ti­ca, la set­ti­ma­na dopo si va alla pro­ie­zio­ne del film Il distac­ca­men­to
fem­mi­ni­le all’Ambasciata cine­se, e la set­ti­ma­na dopo all’Ambasciata cuba­na si va a vede­re la
mostra del­la gra­fi­ca di pub­bli­ca uti­li­tà (con Félix Bel­trán). Ma quel­la dopo anco­ra ci si va for­se a
ubria­ca­re al par­ty dell’Ambasciata Usa. Un’atmosfera un po’da Casa­blan­ca, dove ti capi­ta di
sco­pri­re che il sim­pa­ti­co ami­co gior­na­li­sta ingle­se che ti gira per casa vie­ne espul­so per­ché è del
Sis.
Con Anne Pre­iss e Jean-​Marie Boe­glin, con la «pied rou­ge» Joël­le Labruyè­re e Jean-​Jacques Deluz,
con Susie, con Ber­nard ecc. seguia­mo con l’orecchio incol­la­to al tran­si­stor la radio­cro­na­ca da Pari­gi
degli évé­ne­men­ts del ’68.
Alge­ri era una sor­ta di zona fran­ca, un ter­ri­to­rio ami­che­vo­le per i mili­tan­ti dei movi­men­ti di
libe­ra­zio­ne afri­ca­ni che ci veni­va­no a pas­sa­re qual­che perio­do di «vacan­za» lon­ta­no dal­le linee. Si
face­va­no incon­tri straor­di­na­ri: ho cono­sciu­to, fa gli altri, Amil­car Cabral del Pai­gc (Gui­nea Bis­sau e
Capo Ver­de). È diven­ta­to un mio caro ami­co John­ny Maka­ti­ni dell’Anc, Suda­fri­ca: il mini­stro degli
Este­ri di Nel­son Man­de­la. Del resto, per la rivi­sta dell’Anc inti­to­la­ta «Secha­ba» (Zaga­glia) Anne
Pre­iss ave­va dise­gna­to l’emblema del­la testa­ta. Ricor­do anche un omo­ne gigan­te­sco, un cer­to
Robert (che for­se di cogno­me face­va Muga­be) del­lo Zapu, cioè del movi­men­to di libe­ra­zio­ne del­lo
Zim­ba­b­we (che allo­ra si chia­ma­va Rho­de­sia). Ma il ricor­do più vivi­do è una lun­ga con­ver­sa­zio­ne
sul­le pro­spet­ti­ve del­le lot­te di libe­ra­zio­ne con Ago­sti­n­ho Neto, del Fre­li­mo (Mozam­bi­co). Sono
rima­sto abba­glia­to dal­la sua straor­di­na­ria nobil­tà d’animo, dal­la sua impre­giu­di­ca­ta chia­rez­za
ideo­lo­gi­ca e dal­la sua pro­fon­di­tà intel­let­tua­le. Tan­to che ne era nato il pro­get­to di spo­star­mi in
Mozam­bi­co, ma poi non se ne fece nien­te.
Que­sto lun­go pro­lo­go per dire che, in qual­che modo, ero pre­pa­ra­to per i pas­si suc­ces­si­vi che si
svol­go­no alla fine del 1969, quan­do l’esperienza alge­ri­na si va con­clu­den­do e allo­ra, invi­ta­to da
Giu­lio Car­lo Argan e Fili­ber­to Men­na, lascio l’Algeria e mi tra­sfe­ri­sco a Roma a inse­gna­re «basic
desi­gn» e «desi­gn del­la comu­ni­ca­zio­ne» al Cor­so supe­rio­re di dise­gno indu­stria­le e comu­ni­ca­zio­ni
visi­ve che diven­te­rà poi l’Isia.
E l’esperienza poli­ti­ca pro­se­gue per­ché a Roma ritro­vo Nan­ni Bale­stri­ni (com­pa­gno di scor­re­rie
avan­guar­di­sti­che e anti­ci­pa­tri­ci, lui nel­la poe­sia elet­tro­ni­ca e io nel­la gra­fi­ca pro­gram­ma­ta
sull’Almanacco Bom­pia­ni). Nan­ni mi intro­du­ce in Pote­re ope­ra­io e mi fa cono­sce­re Toni Negri,
Fran­co Piper­no e Ore­ste Scal­zo­ne. Potop sta affron­tan­do una gran­de svol­ta di orga­niz­za­zio­ne in
quan­to sta diven­tan­do un feno­me­no nazio­na­le, per cui biso­gna gene­ra­re uno stru­men­to di
inter­con­nes­sio­ne e pro­pa­gan­da. Infat­ti stan­no deci­den­do di far usci­re «il gior­na­le» e mi
pro­pon­go­no di pro­get­tar­lo.
Con il «com­pa­gno anar­chi­co» Fabio Bon­zi, il qua­le sco­va in una vec­chia tipo­gra­fia un gros­so
carat­te­re bold con­den­sed (per non dire elon­ga­ted), mol­to pesan­te e aggres­si­vo ma anche mol­to
indu­stria­le, cioè ope­ra­io, inven­tia­mo la testa­ta. E inve­ce io, l’ulmiano, il desi­gner, dise­gno il siste­ma
gra­fi­co (cioè la gab­bia e la for­mu­la degli ingre­dien­ti) sul tec­ni­gra­fo del­lo stu­dio Mid duran­te una
mia pun­ta­ta a Mila­no.
I com­pa­gni di Po par­la­va­no di «gior­na­le» per­ché pun­ta­va­no a uno stru­men­to quo­ti­dia­no di
infor­ma­zio­ne sul­le lot­te. E infat­ti Pote­re ope­ra­io andò nel­le edi­co­le, ma rima­se sem­pre sol­tan­to
set­ti­ma­na­le fino alla con­clu­sio­ne dell’esperienza. Per que­sta «voglia di quo­ti­dia­no» la rivi­sta
pren­de­rà la for­ma di un fasci­co­lo di sei pagi­ne di gran­dis­si­mo for­ma­to, come era­no i gior­na­li
d’allora.
E la for­mu­la è piut­to­sto inno­va­ti­va, di ispi­ra­zio­ne mol­to siste­mi­ca e fun­zio­na­li­sta (o for­se oggi si
direb­be user orien­ted): sot­to la testa­ta, sei colon­ne di testo in carat­te­re gra­zia­to (rea­da­ble) tut­te
del­lo stes­so cor­po, attra­ver­sa­te da tito­li in carat­te­re sen­za gra­zie (del­la fami­glia dei Gro­te­sk e
quin­di legi­ble) tut­ti nel mede­si­mo gran­de cor­po. Nes­su­na gerar­chiz­za­zio­ne e varie­tà sedut­ti­va dei
carat­te­ri: l’idea (anzi l’ideologia, vivad­dio) era che non fos­se eti­co mani­po­la­re e pilo­ta­re
l’attenzione del let­to­re. La com­po­si­zio­ne nasce­va da sola, attri­buen­do un valo­re omo­ge­neo a tut­te
le noti­zie. Spet­ta­va alla men­te del let­to­re costruir­si le pro­prie gerar­chie valo­ria­li. È in un cer­to
sen­so inne­ga­bi­le che que­sta con­ce­zio­ne pro­get­tua­le influen­ze­rà la for­mu­la gra­fi­ca dei gior­na­li del
movi­men­to da allo­ra in poi, in par­ti­co­la­re la straor­di­na­ria­men­te matu­ra pri­ma ver­sio­ne de «il
mani­fe­sto» dise­gna­ta da Giu­sep­pe Tre­vi­sa­ni.
Ma vi sono anco­ra due con­no­ta­ti tecnico-​formali che saran­no deter­mi­nan­ti per la gene­ra­zio­ne
dell’immagine incon­fon­di­bi­le di Pote­re ope­ra­io. In pri­mo luo­go quel­lo che pos­sia­mo chia­ma­re il
tra­sfor­mar­si di un erro­re in carat­te­re sti­li­sti­co: biso­gna sape­re che in quel­la fase tec­no­lo­gi­ca i
gior­na­li comin­cia­no a esse­re stam­pa­ti in off­set e non più in rota­ti­va. E, soprat­tut­to, che appa­io­no le
pri­me tito­la­tri­ci. Basan­do­si sul prin­ci­pio foto­gra­fi­co che supe­ra la cor­po­si­tà vin­co­lan­te del piom­bo,
que­ste con­sen­to­no di com­por­re stri­scia­te di testo dove l’ampiezza del­la spa­zia­tu­ra fra le let­te­re e
fra le paro­le è total­men­te libe­ra, non solo nel sen­so che si pos­so­no fare spa­zia­tu­re enor­mi, ma
soprat­tut­to che si pos­so­no fare spa­zia­tu­re ridot­tis­si­me fra i carat­te­ri. E dun­que, allo sco­po di
evi­ta­re una sgra­na­tu­ra del testo noci­va per la leg­gi­bi­li­tà, io scris­si sul dise­gno pro­get­tua­le la
spe­ci­fi­ca «com­pres­so» per indi­ca­re come dove­va­no esse­re com­po­sti i foto­ti­to­li. Al che i tec­ni­ci
del­la tipo­gra­fia pre­se­ro la paro­la tipi­ca del­la ter­mi­no­lo­gia tede­sca, ma non usua­le in ita­lia­no,
trop­po sul serio e acco­sta­ro­no le aste e le cur­ve dei carat­te­ri in modo estre­mo, fino tal­vol­ta alla
sovrap­po­si­zio­ne. La for­mu­la è sta­ta poi da altri imi­ta­ta ed esa­ge­ra­ta, il che pro­du­ce­va un effet­to
for­ma­le di rude e di improv­vi­sa­to: ecco nato uno sti­le di gra­fi­ca mili­tan­te!
Il secon­do con­no­ta­to riguar­da il trat­ta­men­to del testo: vi sono due moda­li­tà prin­ci­pa­li di dispor­re
le righe del testo: a bloc­chet­to (o a pac­chet­to), e a ban­die­ra. Io deci­si di uti­liz­za­re la sot­to­ver­sio­ne
chia­ma­ta «a ban­die­ri­na», per desi­gna­re una ban­die­ra a destra che però non inter­rom­pe la riga alla
fine del­le paro­le, come avvie­ne nel­la poe­sia, ma la inter­rom­pe tenen­do con­to del­la sil­la­ba­zio­ne,
inse­ren­do un trat­ti­no di con­giun­zio­ne. Que­sta ver­sio­ne ha di nuo­vo una fon­da­men­ta­le supe­rio­ri­tà
fun­zio­na­le rispet­to all’altra per­ché com­por­ta che gli spa­zi che sepa­ra­no le paro­le sia­no costan­ti, il
che favo­ri­sce poten­te­men­te la let­tu­ra. Ma pro­du­ce anche sul­la destra del­la colon­na un gra­de­vo­le
effet­to di sfran­gia­tu­ra, di irre­go­la­ri­tà.
La com­po­si­zio­ne a bloc­chet­to o giu­sti­fi­ca­ta – come si dice – ridi­stri­bui­sce negli spa­zi fra le paro­le lo
spa­zio che avan­ze­reb­be sino alla fine del­la lar­ghez­za del­la colon­na: una lar­ghez­za che si chia­ma
giu­stez­za. Il che rischia mol­to spes­so di pro­dur­re spa­zia­tu­re spro­po­si­ta­te che buca­no e
fram­men­ta­no la tex­tu­re. Ine­ste­ti­che e noci­ve. Va det­to che in Ger­ma­nia quel­la che noi chia­mia­mo
ban­die­ri­na e che loro chia­ma­no offe­ner Satz (com­po­si­zio­ne aper­ta) era ed è del tut­to usua­le, a
par­ti­re dal­la Bib­bia di Guten­berg, In Ita­lia, da Bodo­ni in poi, è sem­pre pre­val­sa inve­ce
l’impaginazione sim­me­tri­ca e giu­sti­fi­ca­ta anche a destra.
Ma un’altra cosa che biso­gna sape­re è che i testi lun­ghi (non i tito­li) veni­va­no in quel­la fase di
tran­si­zio­ne anco­ra com­po­sti a cal­do con la lino­ty­pe. E la lino­ty­pe è por­ta­tri­ce di un’ideologia
asso­lu­ta­men­te e rigi­da­men­te bodo­nia­na, vei­co­la cioè un’estetica sim­me­tri­ca e giu­sti­fi­ca­tri­ce. Nel­la
tastie­ra del­la lino­ty­pe esi­ste un tasto­ne che vie­ne bat­tu­to dal com­po­si­to­re alla fine del­la riga; il
gesto sca­te­na con­tem­po­ra­nea­men­te l’andata a capo e la giu­sti­fi­ca­zio­ne auto­ma­ti­ca. Cioè, il
piom­bo fuso si distri­bui­sce equa­men­te in tut­ti gli spa­zi fra paro­le. E gli ope­ra­to­ri sono total­men­te e
asso­lu­ta­men­te abi­tua­ti a com­pie­re quel gesto. Per cui, volen­do otte­ne­re l’effetto ban­die­ri­na, pri­ma
di tut­to biso­gna esclu­de­re l’accoppiamento degli auto­ma­ti­smi, ma poi biso­gna costrin­ge­re il
com­po­si­to­re a pre­sta­re una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla sil­la­ba­zio­ne.
E allo­ra… E allo­ra, poi­ché – come dice­vo – io ero impe­gna­to in uno sco­mo­do noma­di­smo pen­do­la­re
fra Roma e Mila­no e non pote­vo sta­re tut­to il tem­po in tipo­gra­fia, un Nan­ni Bale­stri­ni – fede­le alla
linea? No, ma cer­ta­men­te fede­le alle con­se­gne pro­get­tua­li – si appol­la­ia­va pro­prio alle spal­le del
com­pa­gno com­po­si­to­re e al momen­to giu­sto gli sof­fia­va nell’orecchio: «A capo… a capo… a capo…
a capo…».