Filtra per Categoria
Autonomia Bolognese
Autonomie del Meridione
Fondo DeriveApprodi
Collettivi Politici Veneti
Autonomia Toscana
Blog

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il testo che qui pro­po­nia­mo è estrat­to da La nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io.
Lavo­ro tec­ni­ca movi­men­to nel labo­ra­to­rio poli­ti­co del Ses­san­tot­to ita­lia­no, di
Fran­co Berar­di Bifo, pub­bli­ca­to da Castel­vec­chi nel 1998 nel­la col­la­na
«Deri­veAp­pro­di», dal­la qua­le pochi mesi dopo pren­de­rà vita la omo­ni­ma casa
edi­tri­ce.


La nefa­sta uto­pia di pote­re ope­ra­io
Fran­co Berar­di Bifo


La nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io, tito­la­va un com­men­to com­par­so sul quo­ti­dia­no «la
Repub­bli­ca» fir­ma­to da Gior­gio Boc­ca all’inizio del 1979. L’editoriale face­va rife­ri­men­to a quan­to
era avve­nu­to nel cor­so degli anni Set­tan­ta, più che nel­la poli­ti­ca ita­lia­na, nel­la men­ta­li­tà di lar­ghi
set­to­ri socia­li che ave­va­no mes­so in discus­sio­ne, con i loro com­por­ta­men­ti spon­ta­nei, il lavo­ro
sala­ria­to e la razio­na­li­tà pro­dut­ti­vi­sti­ca, fino a con­trap­por­vi­si espli­ci­ta­men­te in nome di una
«uto­pia» nata nel cor­so dei movi­men­ti di lot­ta con­tro il lavo­ro, per il pote­re ope­ra­io.
Dato che Boc­ca è sem­pre sta­to, one­sta­men­te e dichia­ra­ta­men­te, un soste­ni­to­re qua­si fana­ti­co dei
valo­ri dell’industrialismo e del lavo­ro, a lui appa­ri­va incon­ce­pi­bi­le la tesi del rifiu­to del lavo­ro, la
tesi del carat­te­re pro­gres­si­vo del sabo­tag­gio e dell’assenteismo. Per­ciò, in nome di un rea­li­smo
iden­ti­fi­ca­to tout court con l’industrialismo, defi­nì uto­pi­co il mes­sag­gio di Pote­re ope­ra­io. E per
giun­ta quell’utopia gli appa­ri­va nefa­sta, per­ché la sua influen­za ave­va mes­so in moto pro­ces­si di
rivol­ta e di disaf­fe­zio­ne al lavo­ro che ave­va­no con­tri­bui­to a una destrut­tu­ra­zio­ne dell’ordine
indu­stria­le. E que­sto ordi­ne a Gior­gio Boc­ca appa­ri­va natu­ra­le e indi­scu­ti­bi­le come il suc­ce­der­si
del­le sta­gio­ni.
In real­tà, per quan­to ne so io, direi che mai espe­rien­za fu meno uto­pi­ca di quel­la che ebbe la sua
mani­fe­sta­zio­ne nel­la teo­ria e nel­la pra­ti­ca di Pote­re ope­ra­io. Quel grup­po di intel­let­tua­li e di
mili­tan­ti ebbe sem­pre a cuo­re non l’utopia di una socie­tà nuo­va, ma la ten­den­za pro­fon­da iscrit­ta
nei mute­vo­li even­ti del­la vita socia­le dell’ideologia e dell’immaginario col­let­ti­vo. E la pro­va sta nel
fat­to che la ten­den­za fon­da­men­ta­le descrit­ta e pre­fi­gu­ra­ta da Pote­re ope­ra­io (la ten­den­za ver­so
l’estinzione del lavo­ro sala­ria­to come for­ma con­net­ti­va del­la socie­tà inte­ra) non ha cer­to smes­so di
svi­lup­par­si, con­trad­dit­to­ria­men­te e con effet­ti spes­so cata­stro­fi­ci, dopo la scom­par­sa di quel
grup­po che l’aveva espli­ci­ta­ta sul pia­no politico-​intellettuale. Uto­pi­ca sem­mai si potreb­be
con­si­de­ra­re l’ideologia del pro­gres­so ordi­na­to, di gover­no razio­na­le del­la socie­tà, ovve­ro di uno
svi­lup­po socia­le sen­za con­flit­to. Quest’utopia nascon­de la pre­te­sa di una ridu­zio­ne del­la
mol­te­pli­ci­tà dei mon­di di vita a un uni­co prin­ci­pio e la ridu­zio­ne degli innu­me­re­vo­li tem­pi
pul­sio­na­li del­la sin­go­la­ri­tà a una tem­po­ra­li­tà uni­ta­ria e con­ven­zio­na­le: la tem­po­ra­li­tà del valo­re di
scam­bio. Ma su que­sto pun­to tenia­mo il discor­so aper­to. Il pas­sag­gio al seco­lo nuo­vo vede infat­ti
esten­der­si il domi­nio del digi­ta­le, nel­la cui sfe­ra, in effet­ti, la vita sem­bra assor­bi­ta dal­la
gene­ra­zio­ne con­ven­zio­na­le del codi­ce bina­rio. Poche set­ti­ma­ne dopo l’apparizione dell’articolo
inti­to­la­to La nefa­sta uto­pia di Pote­re ofte­ra­io, sen­za che tra i due fat­ti vi fos­se alcun lega­me di
cau­sa­li­tà, la magi­stra­tu­ra die­de ordi­ne di arre­sta­re un grup­po di intel­let­tua­li, pro­fes­so­ri, stu­den­ti e
ope­rai che negli anni tra il 1968 e il 1973 ave­va­no mili­ta­to nel­le file dell’organizzazione deno­mi­na­ta
Pote­re ope­ra­io. Qua­si con­tem­po­ra­nea­men­te, negli stes­si mesi del­la tar­da pri­ma­ve­ra del 1979, dal­la
Fiat di Tori­no e dall’Alfa Romeo di Are­se, giun­ge­va­no noti­zie di licen­zia­men­ti di deci­ne di ope­rai.
Ope­rai accu­sa­ti di insu­bor­di­na­zio­ne e di assen­tei­smo; gio­va­ni che ave­va­no fat­to del rifiu­to del
lavo­ro un codi­ce eti­co ed esi­sten­zia­le, ancor più che poli­ti­co. Il sin­da­ca­to non si oppo­se,
con­si­de­ran­do il com­por­ta­men­to di que­gli ope­rai una col­pa per­se­gui­bi­le con il licen­zia­men­to. Non
accet­ta­va­no la rego­la del sala­rio, dun­que non pote­va­no rima­ne­re all’interno del­la fab­bri­ca, in cui lo
scam­bio tra tem­po di vita e sala­rio fun­zio­na come codi­ce di acces­so, rego­la indi­scu­ti­bi­le. In real­tà i
licen­zia­men­ti del­la pri­ma­ve­ra ’79 (61, alla Fiat Mira­fio­ri) era­no per il padro­ne la pro­va gene­ra­le
dell’offensiva gene­ra­liz­za­ta con­tro la clas­se ope­ra­ia, l’inizio di un attac­co pro­fon­do, che ave­va come
obiet­ti­vo la distru­zio­ne del­la com­po­si­zio­ne socia­le, del­la cul­tu­ra di mas­sa pro­dot­ta nel cor­so di un
decen­nio di lot­te auto­no­me. Esat­ta­men­te un anno dopo, la dire­zio­ne Fiat comu­ni­cò il
licen­zia­men­to di 25.000 ope­rai, che non era­no più neces­sa­ri per la pro­du­zio­ne. Il sin­da­ca­to e il
Par­ti­to comu­ni­sta, che non ave­va­no mos­so un dito per difen­de­re gli ope­rai assen­tei­sti, rea­gi­ro­no
con una durez­za che mal­ce­la­va l’impotenza. La scon­fit­ta era ormai matu­ra, ed era sta­ta pre­pa­ra­ta
dal movi­men­to ope­ra­io, dal sin­da­ca­to e dal Pei, non meno che da Agnel­li e dal­la Con­fin­du­stria.
Infat­ti la par­ti­ta che si era gio­ca­ta in que­gli anni ave­va visto, da un lato, una clas­se ope­ra­ia ad
altis­si­ma com­po­si­zio­ne auto­no­ma, indi­spo­ni­bi­le a subi­re il domi­nio gerar­chi­co sul­la vita socia­le
quo­ti­dia­na e sul pro­prio mon­do di vita, che ave­va tra­dot­to in ter­mi­ni di auto­no­mia e di pro­gram­ma
socia­le (ridu­zio­ne gene­ra­le del tem­po di lavo­ro socia­le) l’accresciuta poten­za del siste­ma
pro­dut­ti­vo. Dall’altro, un fron­te uni­to a dife­sa dell’ordine costi­tui­to nel qua­le i gover­ni
demo­cri­stia­ni, il padro­na­to, i ver­ti­ci sin­da­ca­li e il Par­ti­to comu­ni­sta si era­no sor­ret­ti a vicen­da per
reg­ge­re all’urto dei movi­men­ti auto­no­mi. Il movi­men­to ope­ra­io, inve­ce di acco­glie­re la pres­sio­ne
auto­no­ma ver­so una ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro, inve­ce di con­so­li­da­re la cul­tu­ra anti­la­vo­ri­sta
(vero fat­to­re di svi­lup­po tec­no­lo­gi­co e pro­dut­ti­vo, vero fat­to­re di arric­chi­men­to del­la socie­tà
inte­ra), l’aveva demo­niz­za­to, e ave­va con­trap­po­sto una stra­te­gia obso­le­ta e rea­zio­na­ria, cen­tra­ta
sul­la dife­sa del posto di lavo­ro. Que­sta stra­te­gia si rive­lò per quel­lo che era – con­se­guen­za di una
arre­tra­ta eti­ca del lavoro-nell’autunno del 1980. Clau­dio Sabat­ti­ni, diri­gen­te del sin­da­ca­to
metal­mec­ca­ni­co tori­ne­se, ed Enri­co Ber­lin­guer, segre­ta­rio del Par­ti­to comu­ni­sta ita­lia­no,
chia­ma­ro­no gli ope­rai alla lot­ta a oltran­za per difen­de­re il posto di lavo­ro. Gli ope­rai rispo­se­ro con
tena­cia dispe­ra­ta. Il ceto tecnico-​impiegatizio ven­ne allo­ra chia­ma­to a mani­fe­sta­re con­tro gli
ope­rai, per la ristrut­tu­ra­zio­ne e per il pie­no domi­nio padro­na­le. Quel ceto che, dal ’68 in poi ave­va
comin­cia­to a schie­rar­si dal­la par­te degli ope­rai, sfi­lò per le stra­de di Tori­no con­tro l’autonomia
ope­ra­ia. Gli ope­rai, a cui il Par­ti­to comu­ni­sta e il sin­da­ca­to ave­va­no sot­trat­to l’arma dell’autonomia
e del­la ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro, que­gli ope­rai che era­no sta­ti costret­ti a iden­ti­fi­car­si nel­la
for­ma socia­le di forza-​lavoro, ed era­no sta­ti cri­mi­na­liz­za­ti nel­la for­ma di socia­li­tà auto­no­ma
crea­ti­va, ora veni­va­no deci­ma­ti dall’offensiva padro­na­le. Negli anni suc­ces­si­vi, per tut­ti i male­det­ti
anni Ottan­ta, la clas­se ope­ra­ia ita­lia­na (ma il discor­so non è sostan­zial­men­te dis­si­mi­le per gli altri
Pae­si euro­pei, anche se solo in Ita­lia que­sta vicen­da assu­me con­tor­ni così net­ti sul pia­no del­la
rap­pre­sen­ta­zio­ne poli­ti­ca), ven­ne siste­ma­ti­ca­men­te de-​composta. Il pro­ces­so di sosti­tu­zio­ne del
lavo­ro uma­no con auto­ma­ti­smi si acce­le­rò fre­ne­ti­ca­men­te. Ma que­sto pro­ces­so, che era in fon­do il
risul­ta­to obiet­ti­vo del­la pres­sio­ne anti­la­vo­ri­sta ope­ra­ia, del rifiu­to del lavo­ro e del­la crea­ti­vi­tà
tecnico-​scientifica, veni­va tra­sfor­ma­to in un pro­ces­so di vio­len­za con­tro la socia­li­tà e la cul­tu­ra
pro­dot­ta dai movi­men­ti. Estir­pa­ta così la nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io, ini­zia­va ad avan­za­re la
benin­ten­zio­na­ta uto­pia del­la com­pe­ti­zio­ne for­sen­na­ta: ridu­zio­ne del­la mas­sa socia­le ope­ra­ia,
aumen­to del plu­sva­lo­re rela­ti­vo estor­to per addet­to, esten­sio­ne dell’area socia­le resi­dua­liz­za­ta,
del­la disoc­cu­pa­zio­ne pro­dot­ta dal­la tec­no­lo­gia. Ciò che l’intelligenza socia­le ave­va pro­dot­to come
fat­to­re di arric­chi­men­to comin­cia­va a esse­re tra­sfor­ma­to in stru­men­to di impo­ve­ri­men­to e di
deso­la­zio­ne.