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sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

COMUNISMO E ORGANIZZAZIONE: PAROLA D’ ORDINE CHE DOMINERÀ GLI ANNI ’70

Comu­ni­smo e organizzazione

  1. 1 COMUNISMO COME PROGRAMMA Com­pa­gni, il Comu­ni­smo è il nostro pro­gram­ma.
    Le for­ze pro­dut­ti­ve si ribel­la­no alle con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne: il lavo­ro è sem­pre di più
    una con­dan­na. Ogni sua neces­si­tà ogget­ti­va vie­ne meno, l’ur­gen­za di libe­ra­re le enor­mi
    pos­si­bi­li­tà del­le for­ze pro­dut­ti­ve, che sog­giac­cio­no allo sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sti­co, si è
    impo­sta come com­pi­to imme­dia­to. Il Comu­ni­smo è il pro­get­to di distrug­ge­re il lavo­ro
    come espro­pria­zio­ne quo­ti­dia­na di ogni ener­gia uma­na, come for­ma di orga­niz­za­zio­ne
    del­la socie­tà, come fon­da­men­to di legit­ti­mi­tà del­l’au­to­ri­tà. Una enor­me base mate­ria­le è
    sta­ta accu­mu­la­ta dal lavo­ro uma­no duran­te seco­li di sfrut­ta­men­to; con­tro il lavo­ro vivo
    que­sta mas­sa mate­ria­le è usa­ta dal­la mano arma­ta del capi­ta­le e del suo Sta­to. Rom­pia­mo
    que­sta neces­si­tà del capi­ta­le, riap­pro­pria­mo­ci di quan­to ci è sta­to tol­to, usia­mo inte­ra la
    nostra for­za di ope­rai e di sfrut­ta­ti nel­l’or­ga­niz­za­re la nostra volon­tà di rivo­lu­zio­ne!
    1.2 RIFIUTO DEL LAVORO CONTRO APPARENZA DEL VALORE Pre­mu­ti da que­sto nuo­vo,
    sem­pre più incal­zan­te espri­mer­si del­la coscien­za ope­ra­ia del­lo sfrut­ta­men­to e del­la
    neces­si­tà del comu­ni­smo, i padro­ni resi­sto­no – come sem­pre – alter­nan­do cri­si e svi­lup­po,
    repres­sio­ne e rifor­me. Rifor­me e repres­sio­ne oggi si pre­sen­ta­no in una pro­po­sta di
    ristrut­tu­ra­zio­ne che vuo­le l’u­so del­la schia­vi­tù sala­ria­le per lo svi­lup­po pro­dut­ti­vo den­tro
    un ordi­na­men­to rical­ca­to sul «valo­re del lavo­ro», come leg­ge esclu­si­va dell’organizzazione
    pro­dut­ti­va e socia­le. L’e­sclu­si­vi­tà con cui i padro­ni inten­do­no muo­ver­si su que­sto ter­re­no
    com­por­ta una for­te ten­sio­ne rifor­mi­sta con­tro tut­te quel­le spe­cie di sfrut­ta­men­to che non
    pos­so­no rag­grup­par­si sot­to la leg­ge del valo­re: con­tro la ren­di­ta paras­si­ta­ria, con­tro tut­te
    le disfun­zio­ni impro­dut­ti­ve che impe­di­sco­no di rego­la­re in modo pia­ni­fi­ca­to il rap­por­to di
    sfrut­ta­men­to a livel­lo socia­le. Col­l’im­por­re la leg­ge del valo­re come leg­ge del­la socie­tà
    inte­ra, il capi­ta­le cer­ca di legit­ti­ma­re il pro­prio svi­lup­po, di mostrar­si un giu­sto legi­sla­to­re e
    garan­te di un pote­re che le lot­te ope­ra­ie gli ven­go­no con­te­stan­do. Ma la leg­ge del valo­re è
    la leg­ge del­lo sfrut­ta­men­to. L’ «equo sfrut­ta­men­to» che l’e­sten­sio­ne illi­mi­ta­ta del domi­nio
    del­la leg­ge del valo­re dovreb­be sta­bi­li­re fra i lavo­ra­to­ri, è l’e­gua­glian­za appa­ren­te che esi­ste
    fra gli sfrut­ta­ti da un uni­co padro­ne: il capi­ta­le come poten­za imper­so­na­le e astrat­ta, i
    padro­ni come suoi fun­zio­na­ri tut­ti inte­si all’o­pe­ra sen­za fine di accre­sce­re la ric­chez­za
    pro­dut­ti­va e a stra­vol­ger­la in coman­do sugli ope­rai. Il pro­ble­ma degli ope­rai non è quel­lo
    di saper­si ugua­li nel­la mise­ria del­lo sfrut­ta­men­to ma di abo­li­re lo sfrut­ta­men­to e il
    coman­do del capi­ta­le. Agli ope­rai non inte­res­sa un nuo­vo imbro­glio, una «giu­sti­zia»
    astrat­ta e mostruo­sa, – a cia­scu­no secon­do il lavo­ro – astrat­to e mostruo­so il domi­nio del
    capi­ta­le: nel suo coman­do la rego­la dell’equità può solo pre­sen­tar­si come rin­no­va­ta
    fun­zio­ne del­lo sfrut­ta­men­to. Agli ope­rai le lot­te han­no mostra­to che non c’è più alcu­na
    misu­ra tra lavo­ro e capi­ta­le che non sia misu­ra del coman­do, del­la neces­si­tà dei padro­ni di
    coman­da­re per­ché il capi­ta­le pos­sa ripro­dur­si come figu­ra del loro pote­re. All’o­pe­ra­io-mas­sa,
    inter­cam­bia­bi­le nel­le sue fun­zio­ni pro­dut­ti­ve, sog­get­to all’orribile ricat­to di dover
    accet­ta­re comun­que il coman­do del padro­ne solo per gode­re del­la «liber­tà» di vive­re come
    vuo­le il padro­ne, schia­vo del capi­ta­le den­tro la fab­bri­ca e nel­la socie­tà domi­na­ta dal­la
    volon­tà e dal puz­zo del padro­ne, nes­su­no può più rac­con­ta­re che il lavo­ro è un valo­re e che
    l’«uguaglianza» capi­ta­li­sti­ca è giu­sta. Distrug­gia­mo que­sta appa­ren­za del valo­re,
    riap­pro­pria­mo­ci del coman­do sul­la ric­chez­za socia­le pro­dot­ta, oppo­nia­mo la for­za ope­ra­ia
    al capi­ta­le! Una nuo­va epo­ca del­la lot­ta di clas­se si è aper­ta: dob­bia­mo osa­re viver­la! Nel­la
    situa­zio­ne di sem­pre mag­gio­re sfrut­ta­men­to che la leg­ge del valo­re deter­mi­na, nel­le lot­te
    che gli ope­rai han­no con­dot­to e con­du­co­no tra gli anni ’60 e gli anni ’70, gli ope­rai han­no
    lan­cia­to con­tro l’ap­pa­ren­za misti­fi­ca­ta del valo­re il rifiu­to del lavo­ro! Rifiu­to del lavo­ro
    signi­fi­ca pri­ma di tut­to rifiu­to ope­ra­io di accet­ta­re il lavo­ro come siste­ma di fab­bri­ca, di
    legar­si a ogni for­ma di par­te­ci­pa­zio­ne (da quel­la bru­ta­le del cot­ti­mo a quel­le raf­fi­na­te del­la
    coge­stio­ne pro­dut­ti­va); signi­fi­ca – in secon­do luo­go – rifiu­to da par­te degli ope­rai di
    veder­si non solo col­lo­ca­ti nel­lo spor­co siste­ma di fab­bri­ca, ma anche nel­lo spor­co siste­ma
    del­lo svi­lup­po, all’in­ter­no del pro­get­to capi­ta­li­sti­co di subor­di­na­re la socie­tà alla leg­ge del
    valo­re e del­lo sfrut­ta­men­to. Ma soprat­tut­to, rifiu­to del lavo­ro signi­fi­ca com­pren­de­re che –
    al di là del mon­do del lavo­ro sala­ria­to, del­la leg­ge del valo­re, del domi­nio capi­ta­li­sti­co che
    stra­vol­ge la capa­ci­tà del­l’uo­mo di pro­dur­re ric­chez­za nel­la costri­zio­ne a pro­dur­re valo­re
    (che cioè costrin­ge l’at­ti­vi­tà uma­na a far­si lavo­ro, cioè pro­du­zio­ne di valo­re e di plu­sva­lo­re)
    – esi­ste, e già si sco­pre nei com­por­ta­men­ti del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia, la pos­si­bi­li­tà di crea­re
    un mon­do nuo­vo che rin­ne­ghi la bar­ba­rie del­l’op­pres­sio­ne, del­la pover­tà e del­l’i­gno­ran­za e
    che sia costrui­to sul­l’af­fi­na­men­to del­l’o­pe­ra­ti­vi­tà ope­ra­ia, del­la capa­ci­tà di pro­dur­re
    ric­chez­za (beni uti­li) e non mer­ci, valo­re, capi­ta­le, del­l’in­ven­zio­ne e di una intel­li­gen­za
    libe­ra­ta dal­la subor­di­na­zio­ne alle neces­si­tà del­la pro­du­zio­ne e del­la scien­za­ca­pi­ta­li­sti­ca.
    Gli ope­rai non voglio­no subor­di­na­re se stes­si ad una nuo­va figu­ra del­l’or­ga­niz­za­zio­ne
    capi­ta­li­sti­ca del lavo­ro – più avan­za­ta, più raf­fi­na­ta, più astrat­ta – : il pro­ces­so di
    valo­riz­za­zio­ne si è man­gia­to il lavo­ro vivo sen­za dare spe­ran­za di riscat­to e di alter­na­ti­va.
    Solo la distru­zio­ne del lavo­ro incor­po­ra­to al capi­ta­le può libe­ra­re, solo il rifiu­to è la
    con­di­zio­ne di un mon­do libe­ra­to. Il rifiu­to di far­si mer­ce, che espri­ma in se un pro­gram­ma
    di dit­ta­tu­ra che impon­ga l’a­bo­li­zio­ne del lavo­ro sala­ria­to, che distrug­ga il rap­por­to fra
    lavo­ro e dirit­to all’esistenza. Nel­la lot­ta gli ope­rai han­no già oppo­sto il rifiu­to del lavo­ro
    all’ap­pa­ren­za del domi­nio capi­ta­li­sti­co! Su que­sta via dob­bia­mo mar­cia­re!
    1.3 PROSPETTIVA SOCIALISTA DEL CAPITALISMO Nel­la misu­ra in cui ogni alter­na­ti­va di
    sem­pli­ce uso del­la ric­chez­za capi­ta­li­sti­ca accu­mu­la­ta, di sem­pli­ce diver­si­fi­ca­zio­ne del­le
    ragio­ni e del­le moda­li­tà di gestio­ne è venu­ta meno, il socia­li­smo, il model­lo di
    orga­niz­za­zio­ne socia­le e pro­dut­ti­va rea­liz­za­ta in URSS e nei pae­si del bloc­co «sovie­ti­co»,
    ha fini­to di esse­re, nel­la coscien­za ope­ra­ia, un’in­di­ca­zio­ne posi­ti­va per la lot­ta
    rivo­lu­zio­na­ria. L’e­spe­rien­za del socia­li­smo rea­liz­za­to, che pure ave­va deter­mi­na­to una
    for­mi­da­bi­le spin­ta rivo­lu­zio­na­ria, si è man mano mostra­ta come espe­rien­za di una
    scon­fit­ta. Cer­to, la coscien­za ope­ra­ia non per­de di vista il signi­fi­ca­to di una for­ma di
    orga­niz­za­zio­ne del­la pro­du­zio­ne che – come nel socia­li­smo rea­liz­za­to – ha deter­mi­na­to
    posi­zio­ni di ege­mo­nia del­la for­za-lavo­ro nel­la socie­tà; ma sa anche che que­sta alter­na­ti­va di
    gestio­ne del capi­ta­le socia­le ha bloc­ca­to il cam­mi­no del­la clas­se ope­ra­ia ver­so il
    comu­ni­smo. Sa soprat­tut­to che il capi­ta­li­smo avan­za­to vede oggi, nei pae­si del socia­li­smo
    rea­liz­za­to non l’av­ver­sa­rio ma il com­pli­ce nel­la rea­liz­za­zio­ne di for­me più alte di
    sfrut­ta­men­to sul­la clas­se ope­ra­ia inter­na­zio­na­le. Den­tro la mostruo­sa appa­ren­za
    dell’eguaglianza di tut­ti sot­to l’u­ni­for­me e asso­lu­to domi­nio del­l’a­strat­ta «giu­sti­zia» del­la
    leg­ge del valo­re come leg­ge final­men­te per­fet­ta del­l’e­quo sfrut­ta­men­to, den­tro l’u­to­pia
    socia­li­sta del­l’e­quo pro­ces­so del­le man­sio­ni, il capi­ta­le ha rea­liz­za­to il suo sogno di una
    socie­tà fat­ta di soli ope­rai, una socie­tà sot­to il pote­re rea­le del capi­ta­le ma sen­za clas­se
    for­ma­le dei capi­ta­li­sti, con il capi­ta­li­smo nel rap­por­to di pro­du­zio­ne e il socia­li­smo nel
    modo di pro­du­zio­ne e di scam­bio. Con­tro i padro­ni uni­fi­ca­ti nel­la for­ma uni­fi­ca­ta del
    capi­ta­le socia­le e con­tro la pro­spet­ti­va di gestio­ne «socia­li­sta» del­lo sfrut­ta­men­to
    capi­ta­li­sti­co, si muo­ve dun­que la lot­ta ope­ra­ia. La riu­ni­fi­ca­zio­ne del­le lot­te ope­ra­ie in tut­ti i
    pae­si del­l’oc­ci­den­te e del «cam­po socia­li­sta» è un fat­to, i mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri che han­no
    veri­fi­ca­to il tra­di­men­to del­la loro lot­ta anti­ca­pi­ta­li­sti­ca nei pae­si del socia­li­smo rea­liz­za­to si
    ricom­pon­go­no man mano nel fron­te pro­le­ta­rio e nel nuo­vo pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio. 1.4
    DALLA LOTTA SUL SALARIO ALLA LOTTA PER IL POTERE Da quan­do i padro­ni han­no
    sco­per­to – dopo la gran­de cri­si del ’29 la lot­ta ope­ra­ia come moto­re del­lo svi­lup­po; da
    quan­do è sta­to chia­ro che il con­trol­lo sul­la dina­mi­ca del­la varia­bi­le sala­ria­le o la rot­tu­ra di
    que­sto con­trol­lo era­no il ter­re­no di scon­tro fra capa­ci­tà capi­ta­li­sti­ca di garan­ti­re sta­bi­li­tà e
    svi­lup­po e capa­ci­tà ope­ra­ia di squi­li­bra­re il siste­ma – da allo­ra l’in­sta­bi­li­tà del siste­ma del
    capi­ta­le è sta­ta ricer­ca­ta ed otte­nu­ta, nei pae­si a capi­ta­li­smo avan­za­to, dal­l’at­tac­co ope­ra­io
    sul sala­rio, con­tro lo svi­lup­po. ln que­sto ciclo di lot­te ope­ra­ie e del con­se­guen­te svi­lup­po
    capi­ta­li­sti­co, il movi­men­to ope­ra­io in gene­ra­le, e comu­ni­sta nel­la fat­ti­spe­cie, è sta­to man
    mano emar­gi­na­to a par­ti­re dal­le pun­te più avan­za­te del­l’or­ga­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca del­la
    socie­tà. Le lol­le degli anni ’60 in Euro­pa e in Ita­lia si iscri­vo­no anco­ra in que­sto ciclo
    com­ples­si­vo di lot­te ope­ra­ie: ma esse han­no avu­to il signi­fi­ca­to di rom­pe­re la pos­si­bi­li­tà
    capi­ta­li­sti­ca di ingab­bia­re le lot­te stes­se nel­le poli­ti­che di con­trol­lo dei sala­ri. Il Capi­ta­le è
    sta­to scon­fit­to sul­lo stes­so ter­re­no che a «livel­lo inter­na­zio­na­le ave­va scel­to – a par­ti­re dal
    New Deal – come ter­re­no di con­te­ni­men­to e di repres­sio­ne: la poli­ti­ca dei red­di­ti, la
    pro­gram­ma­zio­ne, il con­te­ni­men­to del­la spin­ta ope­ra­ia attra­ver­so isti­tu­zio­ni di con­trol­lo
    ela­sti­co nei movi­men­ti di clas­se ope­ra­ia (le orga­niz­za­zio­ni del movi­men­to ope­ra­io, e in
    par­ti­co­la­re il sin­da­ca­to, come diret­ta arti­co­la­zio­ne del Pia­no capi­ta­li­sti­co). Nel­la nuo­va
    situa­zio­ne che le lot­te han­no deter­mi­na­to il capi­ta­le pun­ta oggi diret­ta­men­te sul livel­lo
    sta­tua­le, sul pote­re poli­ti­co che detie­ne sul­lo svi­lup­po, come momen­to fon­da­men­ta­le di
    con­trat­tac­co nei con­fron­ti del­le lot­te ope­ra­ie. La sua pos­si­bi­li­tà di soprav­vi­ven­za è oggi
    tut­ta gio­ca­ta su que­sto pia­no: di qui la vio­len­za con cui esso si pre­sen­ta nel­lo scon­tro, la
    neces­si­tò che sem­pre lo rin­cor­re di affron­ta­re e dibat­te­re in uno scon­tro fron­ta­le la clas­se
    ope­ra­ia. Di qui la com­ple­ta e defi­ni­ti­va rias­sun­zio­ne del Livel­lo eco­no­mi­co (lo svi­lup­po
    capi­ta­li­sti­co) den­tro il livel­lo sta­tua­le (in gestio­ne poli­ti­ca com­ples­si­va del­lo sfrut­ta­men­to).
    La clas­se ope­ra­ia ha sco­per­to que­sta situa­zio­ne nuo­va del capi­ta­le nel cor­so del­le lot­te che
    seguo­no il pas­sag­gio agli anni 70. Dal­la lot­ta sul sala­rio l’ob­biet­ti­vo del­la lot­ta con­tro lo
    Sta­to vie­ne fuo­ri impo­sto dal­la con­ti­nui­tà stes­sa del­l’at­tac­co: la sco­per­ta ope­ra­ia del nuo­vo
    livel­lo del­lo scon­tro, la mes­sa a fuo­co del pro­ble­ma del pote­re poli­ti­co come que­stio­ne
    all’or­di­ne del gior­no, è sem­pre più niti­da e pre­ci­sa. A que­sto pun­to il pas­sag­gio
    all’or­ga­niz­za­zio­ne si pone come rispo­sta al biso­gno deter­mi­na­to del­la clas­se ope­ra­ia di
    man­te­ne­re con­tro l’at­tac­co del­lo Sta­to le vit­to­rie sala­ria­li strap­pa­te in fab­bri­ca; come
    rispo­sta al biso­gno ope­ra­io di pro­get­ta­re il comu­ni­smo: distru­zio­ne del lavo­ro sala­ria­to e
    libe­ra­zio­ne del­le for­ze pro­dut­ti­ve dal­le con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne, libe­ra­zio­ne del­la
    capa­ci­tà di pro­dur­re ric­chez­za col­la costri­zio­ne a pro­dur­re valo­re, libe­ra­zio­ne del­la
    costri­zio­ne a far­si lavo­ro. Il ter­re­no del­la lot­ta sul sala­rio è quel­lo che la clas­se ope­ra­ia ha
    per­cor­so spon­ta­nea­men­te quan­do il capi­ta­le ha ten­ta­to l’o­pe­ra­zio­ne di con­te­ni­men­to del­la
    for­za ope­ra­ia a que­sto livel­lo. Il ter­re­no del­la lot­ta per il pote­re non può esse­re per­cor­so
    dal­la spon­ta­nei­tà, sia pure dal­la più alta. Quel­l’or­ga­niz­za­zio­ne, un’or­ga­niz­za­zio­ne che sia
    l’op­po­sto equi­va­len­te del­la vio­len­za orga­niz­za­ta del­lo Sta­to, divie­ne l’e­le­men­to deci­si­vo.
    Coglie­re que­sto pas­sag­gio, orga­niz­za­re negli anni ’70 un ciclo di lot­te sul ter­re­no del pote­re
    poli­ti­co, indi­vi­dua­re del­le sca­den­ze di costru­zio­ne del Par­ti­to, fis­sa­re dei tem­pi entro i
    qua­li si deve dare una rispo­sta al biso­gno ope­ra­io d’or­ga­niz­za­zio­ne, è l’o­biet­ti­vo
    fon­da­men­ta­le del­le avan­guar­die ope­ra­ie.
    1.5 POTERE OPERAIO E I COMPITI DELL’ORGANIZZAZIONE
    Orga­niz­za­re il Par­ti­to, apri­re la bat­ta­glia poli­ti­ca per l’u­ni­fi­ca­zio­ne entro una sola
    orga­niz­za­zio­ne del­le avan­guar­die degli anni ’60, affer­ma­re una cor­ret­ta via nel pas­sag­gio
    dal pro­ces­so di aggre­ga­zio­ne di uni­tà d’azione al pro­ces­so di uni­fi­ca­zio­ne di que­ste
    avan­guar­die, defi­ni­re le sca­den­ze di lot­ta di mas­sa den­tro il pro­get­to stra­te­gi­co di un nuo­vo
    ciclo di lot­te per l’or­ga­niz­za­zio­ne, rifor­mu­la­re il pro­gram­ma poli­ti­co per gli anni ’70,
    pro­pa­gan­da­re il pro­gram­ma comu­ni­sta di pote­re come pro­gram­ma alla por­ta­ta
    del­l’or­ga­niz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria degli ope­rai e dei pro­le­ta­ri: que­sti sono i com­pi­ti che
    oggi le avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie han­no di fron­te. Que­sti sono i com­pi­ti che i com­pa­gni di
    POTERE OPERAIO inten­do­no assol­ve­re.
    POTERE OPERAIO ha posto nel Con­ve­gno di Firen­ze, (9–11 gen­na­io ‘70) l’ur­gen­za del
    pro­get­to di costru­zio­ne del Par­ti­to, a par­ti­re dal biso­gno ope­ra­io di orga­niz­za­zio­ne così
    come era venu­to defi­nen­do­si den­tro le gran­dio­se vit­to­rie dell’autunno ros­so e il
    con­se­guen­te esau­rir­si del ter­re­no del sala­rio come ter­re­no per­cor­ri­bi­le in ter­mi­ni esclu­si­vi
    dal­l’au­to­no­mia ope­ra­ia; nel Con­ve­gno di Bolo­gna (5–6 set­tem­bre ‘70) ha comin­cia­to a
    defi­ni­re il ter­re­no poli­ti­co, le sca­den­ze e le for­me inter­me­die di cre­sci­ta
    del­l’or­ga­niz­za­zio­ne, e soprat­tut­to ha iden­ti­fi­ca­to l’urgenza capi­ta­li­sti­ca del­lo scon­tro a cui
    la clas­se ope­ra­ia deve dare, vio­len­te­men­te, rac­co­glien­do­vi attor­no l’in­te­ra for­za del
    pro­le­ta­ria­to, la rispo­sta che meri­ta; oggi, POTERE OPERAIO, pone alle avan­guar­die
    l’urgenza del­la discus­sio­ne: e del­la pra­ti­ca sul pro­gram­ma comu­ni­sta di pote­re e
    sul­l’or­ga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca per la con­qui­sta del pote­re.
    COMUNISMO E ORGANIZZAZIONE: PAROLA D’ ORDINE CHE DOMINERÀ GLI
    ANNI ’70