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sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Pub­bli­chia­mo un testo sui rap­por­ti tra Pote­re ope­ra­io e il Mani­fe­sto nel cor­so
del bien­nio 1970–71 trat­to dal­la tesi di lau­rea di Cin­zia Zen­no­ni dal tito­lo:
Pote­re ope­ra­io: dal­la teo­ria dell’insurrezione di mas­sa all’organizzazione
dell’avanguardia rivo­lu­zio­na­ria, Par­ma 2001.


I comi­ta­ti poli­ti­ci e l’incontro/scontro con il Manifesto


Anche la cam­pa­gna con­tro il «decre­to­ne», un decreto-​legge pre­sen­ta­to dal gover­no Colom­bo
nell’agosto 1970, che pre­ve­de­va dispo­si­zio­ni di carat­te­re tri­bu­ta­rio e quin­di un aggra­va­men­to del
cari­co fisca­le, tro­vò con­cor­di Mani­fe­sto e Pote­re ope­ra­io, oltre all’ostruzionismo con­dot­to in
Par­la­men­to dai depu­ta­ti del Psiup e alle richie­ste di radi­ca­li modi­fi­che da par­te del Pci[1].
Fu in quel perio­do che Pote­re ope­ra­io get­tò le basi del mag­gior sfor­zo aggre­ga­ti­vo com­piu­to
duran­te l’arco del­la sua esi­sten­za poli­ti­ca. Sem­pre man­te­nen­do­si all’interno di una pro­spet­ti­va che
col­lo­ca­va la que­stio­ne orga­niz­za­ti­va tra gli obiet­ti­vi di pri­ma­ria impor­tan­za, Pote­re ope­ra­io
rico­no­sce­va che:
tale pro­get­to va fon­da­to rife­ren­do­si all’area poli­ti­ca, alle avan­guar­die che le lot­te degli
anni ’60 han­no deter­mi­na­to. Pote­re ope­ra­io si ritie­ne una com­po­nen­te impor­tan­te di que­sto
per­cor­so sto­ri­co, ma non ritie­ne di rap­pre­sen­ta­re – ovvia­men­te – né la tota­li­tà del­le
avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie orga­niz­za­te, né la tota­li­tà del movimento[2].
Nel­la fase di pas­sag­gio che si vole­va inau­gu­ra­re, dai grup­pi al par­ti­to, il pro­ble­ma dive­ni­va quin­di
quel­lo dell’aggregazione, del supe­ra­men­to del­la fram­men­ta­zio­ne che ave­va carat­te­riz­za­to gli
anni ’60 e del set­ta­ri­smo più vol­te dimo­stra­to dal­le for­ze orga­niz­za­te del movi­men­to. Pote­re
ope­ra­io nota­va alcu­ni segna­li posi­ti­vi pro­ve­ni­re in par­ti­co­la­re da due grup­pi del­la nuo­va sini­stra:
Lot­ta con­ti­nua e il Mani­fe­sto. Per quan­to riguar­da il pri­mo, Pote­re ope­ra­io osser­va­va che:
ci sem­bra avvia­to un pro­ces­so di supe­ra­men­to di quel­la ambi­gua defi­ni­zio­ne orga­niz­za­ti­va
(«Lot­ta con­ti­nua è l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria» /​ Lot­ta con­ti­nua è il movi­men­to), di quel­la
chiu­su­ra set­ta­ria nei con­fron­ti del­le for­ze orga­niz­za­te del­la sini­stra ope­ra­ia, alla qua­le face­va
riscon­tro una acri­ti­ca e trion­fa­li­sti­ca subor­di­na­zio­ne nei con­fron­ti del movi­men­to, dei
com­por­ta­men­ti spon­ta­nei del­le mas­se, carat­te­ri – que­sti – dete­rio­ri e ste­ri­li che han­no a
nostro giu­di­zio por­ta­to i com­pa­gni di «Lot­ta con­ti­nua» a sosti­tui­re la teo­ria
dell’organizzazione con la tec­ni­ca dell’organizzazione[3].
Tut­ta­via, in que­sta pri­ma fase le rispet­ti­ve dif­fe­ren­ze nel modo di con­ce­pi­re il pro­ces­so
orga­niz­za­ti­vo (come uni­tà «dal bas­so», nel­le lot­te per Lot­ta con­ti­nua, come aggre­ga­zio­ne del­le
avan­guar­die, di nuclei orga­niz­za­ti e di grup­pi nel­la loro inte­rez­za per Pote­re ope­ra­io) non furo­no
supe­ra­te.
Miglio­ri risul­ta­ti die­de all’inizio la col­la­bo­ra­zio­ne con il Mani­fe­sto. Di esso si face­va nota­re che:
I com­pa­gni del mani­fe­sto – dai qua­li ci distin­guo­no ori­gi­ni teo­ri­che, sto­ria sog­get­ti­va e
per­cor­so poli­ti­co anche pro­fon­da­men­te diver­si – dimo­stra­no nei con­fron­ti dell’aggregazione
un atteg­gia­men­to aper­to, sti­mo­lan­te e frut­tuo­so di espe­rien­ze comu­ni e di chia­ri­men­ti non
superficiali[4].
Il ten­ta­ti­vo di intra­pren­de­re un per­cor­so comu­ne era sta­to avvia­to agli ini­zi del set­tem­bre 1970,
all’epoca del II con­ve­gno nazio­na­le di Pote­re ope­ra­io, svol­to­si a Bolo­gna, il 5-​6 set­tem­bre 1970,
occa­sio­ne nel­la qua­le il grup­po lan­ciò una nuo­va ini­zia­ti­va: costrui­re i «comi­ta­ti poli­ti­ci». La ripre­sa
del­le lot­te alla Fiat, nel­la pri­ma­ve­ra del 1970, ave­va evi­den­zia­to l’urgenza del pro­ble­ma
orga­niz­za­ti­vo. La diver­si­tà fra la linea sin­da­ca­le, cen­tra­ta attor­no all’obiettivo del­la tra­sfor­ma­zio­ne
del pre­mio di pro­du­zio­ne seme­stra­le in quat­tor­di­ce­si­ma men­si­li­tà, cioè in quo­ta fis­sa annua­le, non
più lega­to all’andamento pro­dut­ti­vo dell’azienda, e quel­la di Pote­re ope­ra­io, che chie­de­va la
cate­go­ria uni­ca, ini­zian­do con la 2ª per tut­ti, rese con­sa­pe­vo­le il grup­po del­la neces­si­tà di inse­ri­re
la lot­ta per il sala­rio sle­ga­to dal­la man­sio­ne all’interno di quel­la sin­da­ca­le, per le ogget­ti­ve
dif­fi­col­tà di gene­ra­liz­za­re i livel­li orga­niz­za­ti­vi raggiunti[5]. Occor­re­va quin­di supe­ra­re la fase di
«auto­no­mia» del­le lot­te e costrui­re strut­tu­re orga­niz­za­te in gra­do di por­si come alter­na­ti­va poli­ti­ca
alla gestio­ne sin­da­ca­le, ai con­si­gli dei dele­ga­ti, e, nel­lo stes­so tem­po, dar­si una dire­zio­ne uni­fi­ca­ta,
che pones­se fine alla fram­men­ta­zio­ne e creas­se una rete di qua­dri mili­tan­ti «in gra­do di pie­ga­re il
movi­men­to alle indi­ca­zio­ni stra­te­gi­che che l’organizzazione interpreta»[6].
I comi­ta­ti poli­ti­ci (di fab­bri­ca, di quar­tie­re, di scuo­la) avreb­be­ro dovu­to esse­re, nel­le inten­zio­ni di
Pote­re ope­ra­io, momen­ti inter­me­di d’organizzazione tra il par­ti­to e il movi­men­to, orga­ni­smi di
uni­fi­ca­zio­ne del­le avan­guar­die e di dire­zio­ne del­le lot­te di mas­sa. Tut­ta­via essi non avreb­be­ro agi­to
auto­no­ma­men­te, ben­sì dove­va­no «qua­li­fi­car­si entro un pro­gram­ma poli­ti­co com­ples­si­vo, ma
soprat­tut­to entro un pro­gram­ma di azio­ne e di gestio­ne del­lo scon­tro a livel­lo nazionale»[7]. Poi si
spe­ci­fi­cò meglio da dove sareb­be deri­va­ta la linea poli­ti­ca dei comi­ta­ti: «essi sono una pro­po­sta
pre­ci­sa di Pote­re ope­ra­io e si coor­di­na­no a livel­lo nazio­na­le entro sca­den­ze, obiet­ti­vi, pro­get­ti di
azio­ne den­tro la dire­zio­ne com­ples­si­va di Pote­re operaio»[8].
La pro­po­sta dei comi­ta­ti poli­ti­ci fu accol­ta e riba­di­ta dai mili­tan­ti del Mani­fe­sto al con­ve­gno
nazio­na­le ope­ra­io, svol­to­si a Mila­no il 30-​31 gen­na­io 1971, pro­mos­so dal Mani­fe­sto stes­so e
orga­niz­za­to assie­me a Pote­re ope­ra­io. Innan­zi­tut­to, come ven­ne inte­sa la strut­tu­ra del «comi­ta­to
poli­ti­co» al con­ve­gno? Secon­do la defi­ni­zio­ne di Mas­si­mo Sera­fi­ni, mili­tan­te del Mani­fe­sto, esso
era un orga­no di col­le­ga­men­to per­ma­nen­te del­le avan­guar­die rea­li pre­sen­ti in una cer­ta
fab­bri­ca, in un cer­to quar­tie­re, in una cer­ta zona, che espri­ma dun­que una con­cre­ta
situa­zio­ne di lot­ta e si sfor­zi di diri­ger­la secon­do una piat­ta­for­ma pre­ci­sa e una pre­ci­sa
pro­spet­ti­va. Non è dun­que un comi­ta­to di base […]. Ma non è nep­pu­re l’istanza di base del
nuo­vo par­ti­to in for­ma­zio­ne […]. Se riu­sci­re­mo a costrui­re una rete este­sa di que­sti
orga­ni­smi, di cui le mas­se sen­to­no real­men­te il biso­gno, comin­ce­re­mo ad ave­re una
strut­tu­ra che può pro­por­si una gestio­ne non epi­so­di­ca del­la lot­ta e costrui­re il movi­men­to
[cor­si­vo mio] secon­do sca­den­ze e linee definite[9].
Per Alber­to Magna­ghi, di Pote­re ope­ra­io, i comi­ta­ti poli­ti­ci era­no «strut­tu­re inter­me­die ver­so la
costru­zio­ne del Par­ti­to, momen­ti inter­me­di tra par­ti­to e movi­men­to di mas­sa, che risol­vo­no
insie­me il com­ples­so pro­ble­ma dell’unità del­le “avan­guar­die inter­ne” e dell’unificazione dei grup­pi
organizzati»[10]. Infi­ne, nel­la for­mu­la rias­sun­ti­va con­te­nu­ta nel­la mozio­ne con­clu­si­va del
con­ve­gno, essi era­no defi­ni­ti come
stru­men­ti di orga­niz­za­zio­ne per­ma­nen­te del­le avan­guar­die pre­sen­ti nel­la fab­bri­ca, nel
quar­tie­re, nel­la zona, come stru­men­ti di col­le­ga­men­to di tut­te le situa­zio­ni ter­ri­to­ria­li che
attor­no a essi si col­lo­ca­no: orga­ni­smi cioè capa­ci di espri­me­re una con­cre­ta situa­zio­ne di
lot­ta, di far­le supe­ra­re i limi­ti azien­da­li e loca­li, di dar­le una dimen­sio­ne poli­ti­ca , di inse­rir­la
in una comu­ne stra­te­gia.
I Comi­ta­ti poli­ti­ci pos­so­no così rap­pre­sen­ta­re non solo uno stru­men­to di inter­ven­to
imme­dia­to, ma anche il ter­re­no su cui è pos­si­bi­le comin­cia­re a costrui­re […]
quell’aggregazione poli­ti­ca e quel nucleo orga­niz­za­ti­vo che sono pre­mes­sa per la costru­zio­ne
del nuo­vo par­ti­to rivoluzionario[11].
Già da que­ste defi­ni­zio­ni emer­go­no alcu­ne del­le dif­fe­ren­ze di pro­spet­ti­va esi­sten­ti tra i mili­tan­ti dei
due grup­pi, del­le qua­li essi era­no con­sa­pe­vo­li. Pri­ma di pro­ce­de­re all’esame dei pun­ti di con­tra­sto,
diret­ta con­se­guen­za di con­ce­zio­ni stra­te­gi­che diver­se, alcu­ni dati. Alla con­fe­ren­za era­no
rap­pre­sen­ta­te 76 situa­zio­ni ope­ra­ie orga­niz­za­te dal Mani­fe­sto e 68 orga­niz­za­te da Pote­re ope­ra­io.
Essa nasce­va dal­la volon­tà di «tro­va­re con gli altri grup­pi una con­ver­gen­za poli­ti­ca non epi­so­di­ca su
una piat­ta­for­ma di lot­ta capa­ce di col­le­ga­re fra loro le avan­guar­die ope­ra­ie, di gene­ra­liz­za­re
l’esperienza com­piu­ta dal­le pun­te del movi­men­to in que­sti mesi…»[12]. Già a par­ti­re dal mese di
otto­bre era sta­ta avvia­ta una for­ma di col­la­bo­ra­zio­ne tra i due grup­pi nel­le diver­se sedi e
all’interno del­le pri­me espe­rien­ze di comi­ta­ti poli­ti­ci ope­rai e ter­ri­to­ria­li, come quel­li del­la Fiat di
Tori­no, del­la Petrol­chi­mi­ca e del­la Cha­til­lon di Por­to Mar­ghe­ra, del­la Fat­me di Roma e si era posto il
pro­ble­ma del rap­por­to tra comi­ta­to poli­ti­co, pro­get­to di par­ti­to e strut­tu­re sin­da­ca­li. L’obiettivo era
per entram­bi la rea­liz­za­zio­ne di un pun­to di rife­ri­men­to cre­di­bi­le, alter­na­ti­vo rispet­to alla sini­stra
tra­di­zio­na­le, ma l’ordine del­le prio­ri­tà era inver­ti­to. Per Pote­re ope­ra­io pri­ma veni­va il momen­to
orga­niz­za­ti­vo, poi il movi­men­to. Occor­re­va con­cen­trar­si sul pri­mo ter­mi­ne affin­ché il livel­lo
rag­giun­to dal­lo scon­tro di clas­se uscis­se da una con­di­zio­ne riven­di­ca­ti­va e «para­sin­da­ca­le» ed
aves­se uno sboc­co poli­ti­co. Il Mani­fe­sto soste­ne­va inve­ce la neces­si­tà di radi­car­si all’interno di
situa­zio­ni rea­li di lot­ta, con­tri­bui­re a svi­lup­par­le, col­le­gan­do­le ad altre, ope­ra­re nel movi­men­to per
raf­for­zar­lo e dar­gli mag­gior coe­sio­ne.
Per que­sto il Mani­fe­sto pro­po­se la crea­zio­ne di un gior­na­le quo­ti­dia­no che infor­mas­se, for­nis­se
ele­men­ti di dire­zio­ne al movi­men­to, per giun­ge­re, solo dopo un lun­go per­cor­so, alla for­ma­zio­ne di
un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio di mas­sa. Pote­re ope­ra­io con­di­vi­de­va l’idea del gior­na­le, ma non
inten­den­do­lo come l’espressione di un grup­po, ben­sì come lo spec­chio fede­le del pro­ces­so di
rea­liz­za­zio­ne dei comi­ta­ti poli­ti­ci, gesti­to nel­la sua impo­sta­zio­ne da un momen­to di
cen­tra­liz­za­zio­ne degli stes­si, anco­ra da rea­liz­za­re e per il qua­le era urgen­te impe­gnar­si. Il pri­mo
nume­ro del quo­ti­dia­no uscì il 28 apri­le 1971, in aggiun­ta a «il mani­fe­sto» rivi­sta men­si­le, poi
bime­stra­le, esi­sten­te dal giu­gno 1969, e fu effet­ti­va­men­te espres­sio­ne del­la linea di un grup­po
man mano che il pro­get­to di un’iniziativa comu­ne nau­fra­ga­va.
Al di là del dibat­ti­to sugli stru­men­ti orga­niz­za­ti­vi, le dif­fe­ren­ze si con­cen­tra­va­no attor­no ai tem­pi e
alle moda­li­tà di un pos­si­bi­le esi­to rivo­lu­zio­na­rio. Nel Mani­fe­sto si nota mag­gior cau­te­la e
atten­zio­ne per il momen­to pre­sen­te, timo­re che il vel­lei­ta­ri­smo e toni trion­fa­li­sti­ci potes­se­ro
nuo­ce­re a un’effettiva capa­ci­tà di dire­zio­ne del­le mas­se. Inol­tre, nel­le ana­li­si del grup­po era
cen­tra­le il con­te­sto di fab­bri­ca, l’organizzazione capil­la­re repar­to per repar­to attor­no a una
piat­ta­for­ma pre­ci­sa (abo­li­zio­ne del cot­ti­mo e del­le qua­li­fi­che, ora­rio di lavo­ro, ambien­te di lavo­ro)
e que­sto lo por­ta­va a cri­ti­ca­re lo spo­sta­men­to d’interesse del­le altre for­ma­zio­ni del­la sini­stra
rivo­lu­zio­na­ria ver­so la pra­ti­ca del­la «socia­liz­za­zio­ne» del­le lot­te e il pro­gres­si­vo abban­do­no del
ter­re­no di fab­bri­ca. La linea poli­ti­ca del Mani­fe­sto pun­ta­va allo
svi­lup­po di orga­ni­smi auto­no­mi e uni­ta­ri, gesti­ti dal bas­so, del­la clas­se ope­ra­ia, poli­ti­ci e
sin­da­ca­li insie­me, i con­si­gli, che si coor­di­na­va­no per set­to­re e per zona in fun­zio­ne del­le
pro­prie lot­te, dan­do­si anche stru­men­ti di con­trat­ta­zio­ne e all’interno dei qua­li si for­ma e
ope­ra una avan­guar­dia poli­ti­ca complessiva[13].
Il grup­po ini­zial­men­te ave­va rico­no­sciu­to nei con­si­gli dei dele­ga­ti tali strut­tu­re, in quan­to
rap­pre­sen­tan­za diret­ta e uni­ta­ria del­la clas­se ope­ra­ia. Per que­sto Pote­re ope­ra­io, for­te­men­te osti­le
ai con­si­gli, non ave­va rispar­mia­to in pas­sa­to toni pole­mi­ci nei con­fron­ti del Manifesto[14]. Per
Pote­re ope­ra­io i con­si­gli dei dele­ga­ti non pote­va­no esse­re inte­si sem­pli­ce­men­te come orga­ni­smi
azien­da­li, ben­sì pos­se­de­va­no anche una valen­za poli­ti­ca:
per il sin­da­ca­to il Con­si­glio è uno stru­men­to non solo per la gestio­ne del­la lot­ta a livel­lo
azien­da­le, ma per far gesti­re con­cre­ta­men­te alle rap­pre­sen­tan­ze ope­ra­ie […] tut­to il per­cor­so
del pro­get­to rifor­mi­sti­co di rilan­cio del­lo svi­lup­po, dal­la ristrut­tu­ra­zio­ne tec­no­lo­gi­ca alle
riforme[15].
Per­ciò si con­te­sta­va la «vel­lei­tà ideo­lo­gi­ca» di colo­ro che (e chia­ra era l’allusione al grup­po del
Mani­fe­sto) pen­sa­va­no di far­ne un «futu­ro orga­ni­smo di demo­cra­zia ope­ra­ia al cui inter­no le
avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie deci­do­no l’azione di lot­ta strap­pan­do­ne la gestio­ne al sindacato»[16].
La strut­tu­ra dei comi­ta­ti poli­ti­ci dove­va quin­di por­si, secon­do Pote­re ope­ra­io, come un pro­get­to
poli­ti­co radi­cal­men­te alter­na­ti­vo a quel­lo dei con­si­gli, agi­re sì al loro inter­no, ma già come pre­sen­za
orga­niz­za­ta, for­te di una sua iden­ti­tà ester­na e indi­pen­den­te rispet­to a quel­la sede di scon­tro
poli­ti­co.
Muta­ti i tem­pi e for­za­ti dal­la neces­si­tà di tro­va­re ter­mi­ni di accor­do, anche il Mani­fe­sto abban­do­nò
la spe­ran­za di uti­liz­za­re i con­si­gli dei dele­ga­ti per una gestio­ne alter­na­ti­va del­la lot­ta,
con­sta­tan­do­ne il pro­gres­si­vo coin­vol­gi­men­to in area sin­da­ca­le e la rinun­cia da par­te dei grup­pi
rivo­lu­zio­na­ri a bat­ter­si all’interno di essi per con­di­zio­nar­ne la linea. Solo allo­ra, con l’assunzione del
pro­get­to di costru­zio­ne dei comi­ta­ti poli­ti­ci da par­te del Mani­fe­sto, si crea­ro­no i pre­sup­po­sti di
un’esperienza di lavo­ro comu­ne con Pote­re ope­ra­io.
Que­sta svol­ta poli­ti­ca incon­trò for­ti per­ples­si­tà all’interno del­la «base» del Mani­fe­sto:
l’organizzazione uni­ta­ria del con­ve­gno ven­ne descrit­ta come «ope­ra­zio­ne di ver­ti­ce», in cui la
mag­gior par­te dei mili­tan­ti non era sta­ta coin­vol­ta. Inol­tre si rite­ne­va affret­ta­to il giu­di­zio sui
dele­ga­ti e sui con­si­gli, come se per rea­gi­re a una debo­le influen­za sul movi­men­to fos­se neces­sa­rio
assu­me­re la fun­zio­ne d’avanguardia. I com­men­ti su Pote­re ope­ra­io non furo­no cer­to più bene­vo­li:
acce­le­ra­zio­ni stra­te­gi­che, sal­ti in avan­ti non stu­pi­va­no in un grup­po le cui ana­li­si si rite­ne­va­no
sche­ma­ti­che e ridut­ti­ve e al qua­le si pen­sa­va di aver con­ces­so trop­po, pur di sal­va­re un ter­re­no
mini­mo di azio­ne comune[17].
Pote­re ope­ra­io dal can­to suo rite­ne­va secon­da­rio il lavo­ro di base e inve­ce essen­zia­le for­ni­re una
rispo­sta poli­ti­ca «gene­ra­le» come pun­to di rife­ri­men­to per le lot­te. Il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio avreb­be
rap­pre­sen­ta­to l’uscita dal livel­lo dell’autonomia e il pas­sag­gio allo scon­tro poli­ti­co con lo Sta­to. Per
que­sto gli inter­ven­ti dei mili­tan­ti di Pote­re ope­ra­io insi­ste­va­no sull’urgenza di tro­va­re un momen­to
di cen­tra­liz­za­zio­ne nazio­na­le, con fun­zio­ni di coor­di­na­men­to, dire­zio­ne e uni­fi­ca­zio­ne dell’attività
dei comi­ta­ti poli­ti­ci. Que­sti veni­va­no a costi­tui­re un momen­to inter­me­dio tra movi­men­to e
orga­niz­za­zio­ne com­ples­si­va, con l’accento spo­sta­to sul­la «pro­spet­ti­va di giun­ge­re […] alla crea­zio­ne
di un orga­ni­smo di col­le­ga­men­to e di dire­zio­ne politica»[18].
Trop­pe ambi­gui­tà su nume­ro­se que­stio­ni osta­co­la­ro­no i ten­ta­ti­vi di col­la­bo­ra­zio­ne. Il
rico­no­sci­men­to del­la neces­si­tà dell’aggregazione poli­ti­ca non bastò al supe­ra­men­to del­le
reci­pro­che dif­fi­den­ze. Pote­re ope­ra­io ini­ziò col por­re la discri­mi­nan­te dell’uso del­la vio­len­za, come
cri­te­rio di distin­zio­ne tra «oppor­tu­ni­sti» e «rivoluzionari»[19]. In segui­to pre­se le distan­ze dal­la
scel­ta del Mani­fe­sto di «ripie­ga­re su linee inter­ne, su una fase lun­ga di cre­sci­ta orga­niz­za­ti­va del
grup­po, di con­so­li­da­men­to pru­den­te del pro­ces­so aggre­ga­ti­vo, di esten­sio­ne e allar­ga­men­to
dell’area rivoluzionaria»[20]. Pote­re ope­ra­io lo rite­ne­va un atteg­gia­men­to trop­po cau­to e
atten­di­sta, con­se­guen­za di pre­mes­se sba­glia­te. Per giun­ge­re a uno scon­tro di pote­re non era
neces­sa­rio eser­ci­ta­re già da pri­ma un’egemonia den­tro il pro­le­ta­ria­to, poi­ché la si sareb­be
con­qui­sta­ta nel cor­so del­la lot­ta stes­sa.
Per quan­to riguar­da il Mani­fe­sto, in quel perio­do esso era effet­ti­va­men­te impe­gna­to a trac­cia­re un
bilan­cio di due anni di atti­vi­tà e a dar­si una defi­ni­zio­ne orga­niz­za­ti­va e poli­ti­ca più pre­ci­sa. Il
documento[21] che lo ripor­ta rife­ri­sce un giu­di­zio fal­li­men­ta­re in meri­to al pro­po­si­to di «costrui­re,
nel bre­ve perio­do, con un pro­ces­so di aggre­ga­zio­ne rea­le tra for­ze diver­se, un pun­to di rife­ri­men­to
alter­na­ti­vo capa­ce di inver­ti­re la disgre­ga­zio­ne in atto nel­la nuo­va sini­stra e di apri­re una cri­si nel­le
orga­niz­za­zio­ni rifor­mi­ste e nel loro rap­por­to con le masse»[22]. Una del­le ragio­ni del fal­li­men­to di
tale pro­get­to era indi­vi­dua­ta nell’atteggiamento set­ta­rio dei grup­pi del­la sini­stra
extra­par­la­men­ta­re, nel loro pro­gres­si­vo chiu­der­si in un lavo­ro di «auto­co­stru­zio­ne orga­niz­za­ti­va e
ideo­lo­gi­ca», nel loro iso­lar­si dal­le rea­li avan­guar­die di movi­men­to, in par­ti­co­la­re dal­le avan­guar­die
ope­ra­ie. Que­sto era il pun­to noda­le del­la que­stio­ne. Per rispon­de­re alla doman­da di quei mili­tan­ti
che chie­de­va­no giu­sti­fi­ca­zio­ne del ritar­do con cui la linea del con­ve­gno di Mila­no veni­va appli­ca­ta,
il Mani­fe­sto scri­ve­va:
I grup­pi extra­par­la­men­ta­ri han­no oppo­sto un rifiu­to a quel­la pro­po­sta, o, dopo aver­la
accet­ta­ta, come Pote­re ope­ra­io, l’hanno radi­cal­men­te stra­vol­ta, sepa­ran­do­la dal suo ter­re­no
spe­ci­fi­co – lo scon­tro socia­le, la fab­bri­ca, le avan­guar­die rea­li. Lo han­no fat­to non solo e non
tan­to per erro­ri di linea e per gene­ri­co set­ta­ri­smo: ma per nascon­de­re a se stes­si e agli altri
un dato di fat­to che li costrin­ge­reb­be all’autocritica e al rea­li­smo, cioè il loro peso irri­le­van­te
all’interno del­le fab­bri­che non solo rispet­to alla gene­ra­li­tà dei lavo­ra­to­ri, ma rispet­to alle
avan­guar­die di lot­ta. È più sem­pli­ce inven­ta­re dei comi­ta­ti poli­ti­ci ester­ni, o agi­re come
grup­pi di stu­den­ti che si auto­de­fi­ni­sco­no «i pro­le­ta­ri», o far pas­sa­re tre ope­rai orga­niz­za­ti
come l’avanguardia, che con­qui­sta­re e orga­niz­za­re l’avanguardia reale[23].
Per il Mani­fe­sto fon­da­men­ta­le rima­ne­va la lot­ta di fab­bri­ca, pun­to di par­ten­za per qual­sia­si
inter­ven­to in ambi­to socia­le. Esso cri­ti­ca­va la ricer­ca di «nuo­vi ver­gi­ni ter­re­ni di eser­ci­ta­zio­ne nel­le
lot­te socia­li» o di «una rapi­da e gene­ri­ca poli­ti­ciz­za­zio­ne nel­lo scon­tro con lo Stato»[24]. Il grup­po
pro­se­gui­va nel ten­ta­ti­vo di costrui­re strut­tu­re poli­ti­che auto­no­me, che agis­se­ro all’interno dei
con­si­gli dei dele­ga­ti per far matu­ra­re len­ta­men­te la coscien­za di una linea diver­sa, nel con­te­sto
con­cre­to del­la lot­ta.
Pote­re ope­ra­io si spo­sta­va inve­ce deci­sa­men­te sul ter­re­no del­le lot­te socia­li. Il tito­lo di un
edi­to­ria­le appar­so su «Pote­re ope­ra­io» a fine apri­le 1971 è emble­ma­ti­co di que­sta ten­den­za: «La
sca­den­za è nel par­ti­to. La guer­ri­glia di fab­bri­ca è trop­po e trop­po poco»[xxv]. Il grup­po rite­ne­va
che si stes­se attra­ver­san­do una fase sto­ri­ca di cri­si del siste­ma capi­ta­li­sti­co, indot­ta dal­le lot­te del
bien­nio tra­scor­so: il bloc­co degli inve­sti­men­ti, la chiu­su­ra di can­tie­ri edi­li, di fab­bri­che tes­si­li, di
nume­ro­se pic­co­le e medie indu­strie, il ricor­so alla cas­sa inte­gra­zio­ne, alle ser­ra­te, alle sospen­sio­ni
nel­le gran­di fab­bri­che ne era­no alcu­ni aspet­ti. In que­sto con­te­sto le lot­te ope­ra­ie in fab­bri­ca non
sareb­be­ro sta­te suf­fi­cien­ti ad affron­ta­re la con­trof­fen­si­va capi­ta­li­sti­ca. Lo scon­tro dove­va ampliar­si,
diven­ta­re lot­ta per il «pote­re», con­tro lo Sta­to, coin­vol­ge­re l’intero pro­le­ta­ria­to attor­no
all’obiettivo del «sala­rio poli­ti­co». I comi­ta­ti poli­ti­ci rima­ne­va­no vali­di come ipo­te­si orga­niz­za­ti­va
da con­cre­tiz­za­re, seb­be­ne cia­scun grup­po secon­do una pro­pria direzione.


Note [1] Il decre­to­ne fu defi­ni­ti­va­men­te appro­va­to dal Sena­to il 15 dicem­bre 1970. [2] Alle
avan­guar­die per il par­ti­to, p. 82. [3] Ivi, p. 87. [4] Ivi, pp. 85-​86. [5] Si apre lo scon­tro diret­to con­tro
lo Sta­to, «Pote­re ope­ra­io», 30 maggio-​6 giu­gno 1970. [6] Il comu­ni­smo del­la clas­se ope­ra­ia,
«Pote­re ope­ra­io», n. 28, 11-​18 luglio 1970. [7] Pote­re ope­ra­io – Con­ve­gno nazio­na­le – Bolo­gna 5-
6/​9/​1970. Boz­za di rela­zio­ne intro­dut­ti­va gene­ra­le, in Archi­vio Sto­ri­co del­la Nuo­va Sini­stra Mar­co
Pez­zi, Bolo­gna. Fon­do Mar­co Pez­zi. Docu­men­to ciclo­sti­la­to. [8] Ivi, p. 7. [9] Mas­si­mo Sera­fi­ni,
Rela­zio­ne al Con­ve­gno ope­ra­io. Mila­no 30-​31 gen­na­io 1971, «il mani­fe­sto», a. II, n.1-2, gen­na­io­feb­bra­io
1971, p. 33. [10] Ver­so il Par­ti­to! Comi­ta­ti poli­ti­ci, «Pote­re ope­ra­io», n. 37, 5-​19 mar­zo
1971, pp. 5-​6. [11] Ivi, p. 10. Mozio­ne con­clu­si­va. [11] Con­ve­gno ope­ra­io, «il mani­fe­sto», a. II, n. 1-
2, gennaio-​febbraio 1971. Intro­du­zio­ne. [12] Mas­si­mo Sera­fi­ni, art. cit., p. 32. [13] Rispo­sta
socia­li­sta alle lot­te d’autunno, «Pote­re ope­ra­io», n. 13, 28 feb­bra­io 1970. [14] Alle avan­guar­die per
il par­ti­to, cit., pp. 79-​80. [15] Ibi­dem. [16] Cfr. Sot­to­va­lu­ta­zio­ne dei Con­si­gli?, «il mani­fe­sto», n.1-2,
cit., pp. 38-​39. [17] Mozio­ne con­clu­si­va, art. cit. [18] Discor­so sugli stru­men­ti, «Pote­re ope­ra­io», n.
37, 5-​19 mar­zo 1971, p. 12. [19] Pun­tual­men­te i com­pa­gni del Mani­fe­sto, «Pote­re ope­ra­io», n. 38-
39, 17 aprile-​1 mag­gio 1971, p. 19. [20] Piat­ta­for­ma per un movi­men­to poli­ti­co orga­niz­za­to, «il
mani­fe­sto», n. 3-​4, primavera-​estate 1971, pp. 3-​25. [21] Ivi, p. 4. [22] Ivi, p. 13. [23] Ivi, p. 12. [24]
«Pote­re ope­ra­io», n. 38-​39, 17 aprile-​1 mag­gio 1971.