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Argo­men­ti: 1990, Roma

Pub­bli­chia­mo i quat­tro nume­ri del­la rivi­sta «Luo­go Comu­ne» (novem­bre 1990 – giu­gno 1993) con, a tito­lo di intro­du­zio­ne, il testo Per una rivi­sta scrit­to da Pao­lo Vir­no nel 1990. A fare da incu­ba­zio­ne a quel pro­get­to furo­no incon­tri semi­na­ria­li che por­ta­ro­no alla pub­bli­ca­zio­ne per l’editore Theo­ria, sem­pre nel 1990, del volu­me I sen­ti­men­ti dell’aldiqua. Oppor­tu­ni­smo pau­ra cini­smo nell’età del disin­can­to. Una straor­di­na­ria let­tu­ra del decen­nio Ottan­ta. (Que­sto stes­so volu­me sarà a bre­ve ripub­bli­ca­to da Deri­veAp­pro­di). La reda­zio­ne del­la rivi­sta era com­po­sta da Pao­lo Vir­no, Mar­co Bascet­ta, Andrea Colom­bo, Papi Bron­zi­ni, Augu­sto Illu­mi­na­ti, Lucio Castel­la­no, Fran­co Piper­no, Lan­fran­co Cami­ni­ti, Gior­gio Agam­ben, Mas­si­mo De Caro­lis, Enzo Modu­gno, Gio­van­ni Gian­no­li, Fran­co Lat­tan­zi, Mas­si­mo Ilar­di, Mau­ro Trot­ta, Ser­gio Bian­chi e altri. Le don­ne era­no pochis­si­me: Ales­san­dra Castel­la­ni, Bia Sara­si­ni, Ange­la Scar­pa­ro. Qua­si una tota­li­tà di uomi­ni, e quel­lo qual­co­sa vole­va pur dire. «Luo­go Comu­ne» fu uno spar­tiac­que e nel­la sua bre­ve ma fol­go­ran­te esi­sten­za costruì alcu­ni dei para­dig­mi teo­ri­ci che fece­ro da base a mol­to dell’agire dei movi­men­ti nel quin­di­cen­nio successivo.

Per una rivista

Pao­lo Virno

1. La rivi­sta inten­de rego­la­re i con­ti con gli anni ’80, col sen­so comu­ne e con l’ethos del decen­nio in cor­so. Rite­nia­mo pos­si­bi­le la ripre­sa di un pen­sie­ro cri­ti­co radi­ca­le, riso­lu­ta­men­te all’altezza dei tem­pi: che non sia, dun­que, un richia­mo mesto od orgo­glio­so agli anni ’70. L’identificazione di un ango­lo pro­spet­ti­co fino­ra inso­spet­ta­to, guar­dan­do dal qua­le si rie­sca a pas­sa­re al più ruvi­do con­tro­pe­lo il pre­sen­te, ma non in nome del pas­sa­to pros­si­mo: poco o tan­to che sia, que­sto è il pun­to. La rivi­sta vuol pro­vo­ca­re un effet­to di spae­sa­men­to, una sospen­sio­ne del­le opi­nio­ni con­so­li­da­te, un’attesa. Non ser­vo­no cau­ti rat­top­pi a un vec­chio ordi­to con­cet­tua­le, né risen­ti­te postil­le al dibat­ti­to cor­ren­te, né inde­fi­ni­ti “appro­fon­di­men­ti”. Impor­tan­te è apri­re nuo­ve feri­to­ie, che diver­sa­men­te orien­ti­no la vista. Impor­tan­te è tro­var degni di mera­vi­glia cer­ti cli­ché cui più non si bada, e ripe­ti­ti­ve fino al tedio mol­te con­cla­ma­te “novi­tà”; divi­de­re quel che pare sim­bio­ti­co, e col­le­ga­re ciò che è più lon­ta­no; spo­sta­re l’attenzione, così da rico­no­sce­re un pro­fi­lo uma­no nel mede­si­mo coa­cer­vo di linee dove altri scor­go­no un’anfora. Ma pro­prio que­sta radi­ca­li­tà d’approccio va di pari pas­so con una pre­sa di con­ge­do. Il ’68 e il ’77 sono fuo­ri dall’orizzonte, oggi. L’interruzione del­la memo­ria va accet­ta­ta sen­za riser­ve, cer­can­do sem­mai di met­ter­la a frut­to. Mol­to meglio l’oblio, peral­tro, anzi­ché una seque­la di rico­stru­zio­ni ine­vi­ta­bil­men­te fal­se, mina­te da una sor­ta di impos­si­bi­li­tà logi­ca. L’attuale pover­tà non va agghin­da­ta o dis­si­mu­la­ta, ma tra­sfor­ma­ta in una sobria mora­le prov­vi­so­ria, la cui mas­si­ma sia: ciò che è sta­to costi­tui­sce un bot­ti­no di con­qui­sta, la memo­ria è un fine o una chan­ce, il pas­sa­to è un risul­ta­to da con­se­gui­re. Non v’è tra­di­zio­ne, cui far ricor­so pre­ven­ti­va­men­te. Occor­re piut­to­sto costruir­ne una: essa ci sta dinan­zi come un com­pi­to, non alle spal­le come un’eredità. Ma la tra­di­zio­ne da inven­ta­re non può che esse­re una pro­ie­zio­ne all’indietro di que­sto pre­sen­te, del­le spe­ran­ze e dei desi­de­ri che lo lace­ra­no. Il ’68 ci aspet­ta al ter­mi­ne di un lun­go peri­plo: al momen­to, che resti pure emble­ma inde­ci­fra­to, gero­gli­fi­co, mito­lo­gia. È oppor­tu­no che la rivi­sta si atten­ga ai sog­get­ti, alle men­ta­li­tà, alle for­me di vita, ai modi di pro­dur­re e di comu­ni­ca­re, che rap­pre­sen­ta­no l’estremo frut­to di una moder­niz­za­zio­ne e di uno sra­di­ca­men­to sen­za pre­ce­den­ti. Giac­ché non è in que­stio­ne una lun­ga e plum­bea paren­te­si, ma un muta­men­to irre­ver­si­bi­le dei modi d’essere e del­la cul­tu­ra, è fuor di luo­go chie­der­si “a che pun­to è la not­te”, qua­si stes­si­mo aspet­tan­do un mat­ti­no: ogni uti­le luce sta già nel­la pre­sun­ta not­te, basta abi­tua­re gli occhi. Per indi­car­le un cri­te­rio gene­ra­le, dicia­mo che la rivi­sta si occu­pe­rà sol­tan­to dei pro­ble­mi, ai qua­li nes­su­na solu­zio­ne arre­che­reb­be un ipo­te­ti­co ripri­sti­no di con­di­zio­ni pre­ce­den­ti. D’altronde, solo se la rivi­sta saprà affer­ra­re la più estre­ma dif­fe­ren­za spe­ci­fi­ca, la più recen­te inno­va­zio­ne, il più ine­di­to sus­sul­to di pro­te­sta, essa si met­te­rà anche in gra­do di rav­vi­sa­re con­ti­nui­tà ina­spet­ta­te col pas­sa­to: col nostro pas­sa­to, e, a un tem­po, con tut­to il pas­sa­to. Nel “sol­tan­to ades­so”, rile­va­to gelo­sa­men­te come tale, è leci­to poi veder bale­na­re un “fin da allo­ra”, e per­si­no un “da sempre”.

2. Per mol­ti mili­tan­ti degli anni ’60 e ’70, ma anche per la par­te miglio­re del­le gene­ra­zio­ni suc­ces­si­ve, una digni­to­sa posi­zio­ne di resi­sten­za, di fron­te alla ban­ca­rot­ta del pro­gres­si­smo e del pen­sie­ro di sini­stra in gene­re, è con­si­sti­ta nell’intessere un’apologia del pre­sen­te, tan­to testar­da quan­to pri­va di illu­sio­ni. Con essa si è volu­to apprez­za­re comun­que, tal­vol­ta anche dal fon­do (o dal­la vet­ta) di un car­ce­re spe­cia­le, le obiet­ti­ve tra­sfor­ma­zio­ni che scan­di­va­no la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro, il nuo­vo vol­to del­la tec­ni­ca e le pos­si­bi­li­tà con­nes­se­vi, la modi­fi­ca­ta inte­la­ia­tu­ra dell’esperienza quo­ti­dia­na. Ci si è rifiu­ta­ti, insom­ma, di tene­re il bron­cio al pro­prio tem­po; vi è sta­to un “dir di sì” al muta­men­to, anche se bar­ba­ro. In tal modo, si è inte­so restar pros­si­mi, a ogni costo, alle con­di­zio­ni rea­li da cui ogni con­flit­to ven­tu­ro sareb­be potu­to sor­ge­re, in cui ogni spe­ran­za esen­te da impo­stu­ra ave­va dirit­to di pian­tar radici.

La rivi­sta può trar gio­va­men­to da que­sta for­ma di resi­sten­za, solo a pat­to di decre­tar­ne la fine e di costi­tuir­ne l’effettivo oltre­pas­sa­men­to. Ogni pro­se­cu­zio­ne di un atteg­gia­men­to stre­nua­men­te “moder­ni­sta”, inve­ce di tener aper­ti gli spi­ra­gli, inge­ne­ra un bloc­co. Il matri­mo­nio col dia­vo­lo, con­trat­to per pre­ser­va­re la pro­pria inte­gri­tà, rischia di diven­ta­re rou­ti­ne. Spes­so l’apologia del pre­sen­te, adot­ta­ta per non ras­se­gnar­si, si è chiu­sa mesta­men­te su se stes­sa: si è fini­to con l’identificare nel puro e sem­pli­ce svi­lup­po tec­ni­co un pas­so in dire­zio­ne dell’emancipazione, si è scam­bia­to il duro decor­so fat­tua­le per una bea­ti­tu­di­ne immi­nen­te. A que­sto pro­po­si­to suo­na anco­ra per­ti­nen­te il rim­pro­ve­ro che Wal­ter Ben­ja­min rivol­se ai social­de­mo­cra­ti­ci tede­schi: “Nul­la ha cor­rot­to la clas­se ope­ra­ia tede­sca come l’opinione di nuo­ta­re con la cor­ren­te. Lo svi­lup­po tec­ni­co era il filo del­la cor­ren­te con cui cre­de­va di nuo­ta­re. Di qui c’era un solo pas­so all’illusione che il lavo­ro di fab­bri­ca, tro­van­do­si nel­la dire­zio­ne del pro­gres­so tec­ni­co, fos­se già un’azione politica”.

Il soft­ware, il postin­du­stria­le, il decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo, la pre­do­mi­nan­za dell’“agire comu­ni­ca­ti­vo” nel lavo­ro, sono sem­bra­ti la cor­ren­te con cui nuo­ta­re, qua­si “già un’azione poli­ti­ca”. Que­sta con­vin­zio­ne, ora, suo­na malin­co­ni­ca e insen­sa­ta. Ciò che con­ta, per la rivi­sta, è rile­va­re i rap­por­ti di for­za, le for­me di domi­nio, le cau­se di sof­fe­ren­za, che si anni­da­no nel nuo­vo cor­so, nel­la muta­ta arti­co­la­zio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, nei model­li ope­ra­ti­vi che non han­no più il fina­li­smo al loro cen­tro, nel tem­po-spa­zio metro­po­li­ta­no. La rivi­sta deve coglie­re tut­ti i bar­lu­mi di sog­get­ti­vi­tà e di con­flit­to, che inqui­na­no la “cor­ren­te”, alte­ran­do­ne il verso.

All’irreversibilità dei pro­ces­si di muta­men­to, a suo modo regi­stra­ta dall’apologia del pre­sen­te si deve accom­pa­gna­re un’appuntita sen­si­bi­li­tà per la loro ambi­va­len­za. Quel­la irre­ver­si­bi­li­tà e que­sta ambi­va­len­za, mai scis­se, cir­co­scri­vo­no il “luo­go” che la rivi­sta eleg­ge a pro­pria dimo­ra. 3. La rivi­sta è ambi­zio­sa, Non voce tra le altre, né orgo­glio­so e appar­ta­to “dixi et sal­va­vi ani­mam meam”. Suo pro­po­si­to dichia­ra­to è inci­de­re sul sen­so comu­ne, con­tri­buen­do dun­que a modi­fi­ca­re la più imme­dia­ta per­ce­zio­ne del­la real­tà socia­le. A imma­gi­ni fami­lia­ri s’intende sosti­tui­re altre imma­gi­ni, che fami­lia­ri pos­sa­no diven­ta­re. Voglia­mo ope­ra­re sui luo­ghi comu­ni – nell’accezione neu­tra, nien­te affat­to spre­gia­ti­va, tra­smes­sa­ci dal­la reto­ri­ca anti­ca: non ste­reo­ti­pi o bana­li­tà, ma le for­me gene­ra­lis­si­me cui si ricor­re per trat­ta­re qual­sia­si argo­men­to. La rivi­sta, disin­te­res­sa­ta a spe­cia­li squi­si­tez­ze, ha la pre­te­sa di far bale­na­re, cor­ro­den­do gli attua­li, altri pos­si­bi­li luo­ghi comu­ni. La nozio­ne di “sen­so comu­ne”, nell’epoca in cui il sape­re astrat­to e le sue incar­na­zio­ni mate­ria­li sono par­te fon­da­men­ta­le dell’esperienza ordi­na­ria, è un cro­cic­chio, un pun­to di con­fluen­za e di com­po­si­zio­ne di ele­men­ti ete­ro­ge­nei. Per un ver­so, il sen­so comu­ne è un depo­si­to di detri­ti teo­ri­ci, pun­to di appro­do di con­ce­zio­ni assai rare­fat­te, di para­dig­mi dap­pri­ma affer­ma­ti­si in ambi­ti rigo­ro­sa­men­te “sepa­ra­ti”. Per 1’a1tro, esso mani­fe­sta, in for­me spu­rie e mai tra­spa­ren­ti, muta­men­ti ben sodi avve­nu­ti nel­le rela­zio­ni socia­li e negli sti­li di vita. In que­sto secon­do signi­fi­ca­to, il “sen­so comu­ne” non ha valen­za cogni­ti­va, ma prag­ma­ti­co-vita­le. Ciò che vera­men­te con­ta è, però, la costan­te sutu­ra tra i due lati, la pie­na sovrap­po­si­zio­ne tra for­me cul­tu­ra­li e svi­lup­po mate­ria­le. Per la rivi­sta, pren­de­re a pro­prio ogget­to il “sen­so comu­ne” già impli­ca una scel­ta di meri­to. Si pri­vi­le­gia, cioè, l’insieme di feno­me­ni nei qua­li vie­ne in vista l’identità tra “strut­tu­ra” e “sovra­strut­tu­ra”, la per­fet­ta coin­ci­den­za tra pro­du­zio­ne ed eti­ci­tà, tra model­li ope­ra­ti­vi e imma­gi­ni del mon­do, tra tec­no­lo­gie e tona­li­tà emo­ti­ve. Si respin­ge ogni scis­sio­ne meta­fi­si­ca tra cor­pi e ani­me, tra un “sot­to” e un “sopra”, tra cau­se mate­ria­li ed effet­ti spi­ri­tua­li (o vice­ver­sa). In una situa­zio­ne, in cui cul­tu­ra e inte­ra­zio­ne comu­ni­ca­ti­va sono dive­nu­te mate­ria pri­ma dei pro­ces­si di lavo­ro, i cosid­det­ti “fat­ti” dell’esistenza mate­ria­le si pre­sen­ta­no come vilup­pi teo­re­ti­ci; e, rispet­ti­va­men­te, le “idee” non rispec­chia­no gli asset­ti fat­tua­li, ma ne sono una componente.

Natu­ral­men­te l’immediata coin­ci­den­za tra for­me cul­tu­ra­li e arti­co­la­zio­ne del­lo svi­lup­po mate­ria­le può ave­re diver­sis­si­me ver­sio­ni. La rivi­sta, ren­den­do visi­bi­li i mol­te­pli­ci sen­tie­ri alla cui con­fluen­za si situa il “sen­so comu­ne”, aspi­ra a cri­ti­ca­re l’attuale con­for­ma­zio­ne di quest’ultimo e, insie­me, ad anti­ci­par­ne un’altra, ora solo laten­te. Alla manie­ra di un micro­co­smo, la rivi­sta vuo­le esem­pli­fi­ca­re un nuo­vo “sen­so comune”.

Così facen­do, la rivi­sta per­se­gue un obiet­ti­vo poli­ti­co imme­dia­to, cir­co­scrit­to e però deci­si­vo. Si trat­ta di dar for­ma e voce allo smot­ta­men­to su posi­zio­ni cri­ti­che e non con­for­mi­ste di una par­te signi­fi­ca­ti­va dell’intellettualità di mas­sa: smot­ta­men­to matu­ro, e per cer­ti ver­si già in cor­so. Que­sta dif­fu­sa intel­let­tua­li­tà, tal­vol­ta inte­gra­ta in reti pro­dut­ti­ve avan­za­te, talal­tra mar­gi­na­le e “dai pie­di scal­zi”, è il ban­do­lo di tut­te le matas­se: essa mate­ria­liz­za in se stes­sa le tra­sfor­ma­zio­ni degli ulti­mi anni, l’incastro indis­so­lu­bi­le tra sape­re e vita, i nuo­vi modi di lavo­ra­re e di comu­ni­ca­re, i sen­ti­men­ti oggi pre­va­len­ti. Lavo­ra­re sul “sen­so comu­ne” vuol dire, appun­to, ren­de­re espli­ci­ta e acce­le­ra­re la defe­zio­ne di una quo­ta con­si­sten­te dell’intellettualità di mas­sa dagli ordi­na­men­ti e dal­le idea­li­tà vigenti.

Non è pos­si­bi­le dar con­to in modo esau­rien­te di temi e pro­ble­mi, su cui la rivi­sta si sof­fer­me­rà. Basti una rapi­da men­zio­ne, rispet­to alla qua­le è oppor­tu­no leg­ge­re tra le righe, com­ple­tan­do a pia­ci­men­to median­te imma­gi­na­zio­ne produttiva.

La con­te­sa sul tempo

a) Ciò che carat­te­riz­za gli ulti­mi due decen­ni è la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro. La ridu­zio­ne del lavo­ro coman­da­to a por­zio­ne vir­tual­men­te tra­scu­ra­bi­le di una vita; la pos­si­bi­li­tà di con­ce­pi­re la pre­sta­zio­ne sala­ria­ta come l’episodio di una bio­gra­fia, inve­ce che come erga­sto­lo e fon­te di dura­tu­ra iden­ti­tà: è que­sta la gran­de tra­sfor­ma­zio­ne, di cui sia­mo pro­ta­go­ni­sti non sem­pre con­sa­pe­vo­li. Il tem­po di lavo­ro è la misu­ra vigen­te, ma non più vera, del­lo svi­lup­po e del­la ric­chez­za socia­li. I movi­men­ti degli anni ’70 pun­ta­ro­no sul­la non veri­tà, per scuo­te­re e abro­ga­re la vigen­za. Die­de­ro un segno di par­te, alta­men­te con­flit­tua­le, alla ten­den­za obiet­ti­va: riven­di­ca­ro­no il dirit­to al non lavo­ro, pra­ti­ca­ro­no una migra­zio­ne col­let­ti­va dal regi­me di fab­bri­ca, rico­nob­be­ro un carat­te­re paras­si­ta­rio, nell’attività sot­to padro­ne. Negli anni’80, la vigen­za ha pre­val­so sul­la non veri­tà. Per­tan­to, il supe­ra­men­to del­la socie­tà del lavo­ro avvie­ne nel­le for­me pre­scrit­te dal siste­ma socia­le basa­to sul lavo­ro sala­ria­to: disoc­cu­pa­zio­ne da inve­sti­men­ti, pre­pen­sio­na­men­ti, fles­si­bi­li­tà come rego­la uni­ver­sa­le, part-time illi­mi­ta­to, e via enu­me­ran­do. Que­sto decor­so asso­mi­glia all’oltrepassamento del­la pro­prie­tà pri­va­ta sul ter­re­no stes­so del­la pro­prie­tà pri­va­ta, che il capi­ta­li­smo vir­tuo­sa­men­te com­pie con la for­ma­zio­ne del­le socie­tà per azio­ni. La rivi­sta inten­de segui­re da pres­so, inter­pre­tan­do­ne tut­ti i “segni”, la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro: sia come nuo­vo domi­nio, che come occa­sio­ni di libertà.

b) Il gover­no del tem­po è il luo­go del­la poli­ti­ca e dei con­flit­ti nell’occidente svi­lup­pa­to. Chi coman­da il tem­po? Chi trac­cia e poi sor­ve­glia la fron­tie­ra tra lavo­ro e non lavo­ro? Nel tra­mon­to del­la socie­tà del lavo­ro, il tem­po divie­ne mate­ria pri­ma, bene basi­la­re, irri­nun­cia­bi­le ogget­to di con­su­mo. Non uni­for­me invo­lu­cro di even­ti, ma imme­dia­to con­te­nu­to del­la per­ce­zio­ne e del desi­de­rio. Tut­to inte­ro, lo spet­tro del­la vita socia­le è attra­ver­sa­to dal­la con­te­sa tra due pos­si­bi­li calen­da­ri. La lot­ta sul tem­po ha come cen­tro la que­stio­ne dell’orario col­let­ti­vo di lavo­ro. Ma non solo. Essa si mani­fe­sta anche, seb­be­ne in modo più sor­do e opa­co, nei rap­por­ti di for­za deter­mi­na­ti­si all’interno del­lo spa­zio-tem­po inno­va­to d’autorità. Sot­to que­sto pro­fi­lo, la mas­si­ma rile­van­za spet­ta alla zona gri­gia costi­tui­ta da colo­ro che entra­no ed esco­no da impie­ghi strut­tu­ra­ti, e che han fat­to del­la mobi­li­tà e dell’incertezza occu­pa­zio­na­le una for­ma di vita. Que­sti fron­ta­lie­ri spe­ri­men­ta­no su di sé la fria­bi­li­tà del­le attua­li scan­sio­ni tem­po­ra­li, e quin­di la loro muta­bi­li­tà. Essi rap­pre­sen­ta­no poten­zial­men­te una dif­fe­ren­te com­bi­na­zio­ne del­le for­ze pro­dut­ti­ve, non­ché un nuo­vo prin­ci­pio cro­no­lo­gi­co. La rivi­sta ha per pro­prio tema la lot­ta sul tem­po, i suoi modi espli­ci­ti od obli­qui, le sue rifra­zio­ni cul­tu­ra­li (let­te­ra­rie, cine­ma­to­gra­fi­che, musi­ca­li ecc.). La rivi­sta inten­de fare come se l’“altro calen­da­rio” fos­se già in vigo­re, social­men­te rico­no­sciu­to. c) La sini­stra ave­va la sua ragion, d’essere nel­la per­ma­nen­za del­la socie­tà del lavo­ro, nei con­flit­ti inter­ni a quel­la arti­co­la­zio­ne del­la tem­po­ra­li­tà. La fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro e la con­te­sa sul tem­po san­ci­sco­no la fine del­la sini­stra. La rivi­sta ne pren­de atto, sen­za com­pia­ci­men­ti ma anche sen­za rimpianti.

4. Con la cen­tra­li­tà del lavo­ro, va in pez­zi la con­ce­zio­ne pro­gres­si­sta del­la sto­ria. Vien meno un linea­re nes­so cau­sa­le tra pas­sa­to, pre­sen­te, futu­ro: nes­so che ha a pro­prio model­lo il pro­ces­so lavo­ra­ti­vo, appunto.

Il pas­sa­to, anzi­ché con­su­ma­to una vol­ta per tut­te, resta sem­pre del tut­to attua­le. Il pre­sen­te del non lavo­ro, come ogni auto­re vera­men­te nuo­vo, crea i pro­pri pre­de­ces­so­ri, ossia rico­no­sce in ogni ango­lo del decor­so sto­ri­co qual­co­sa che lo annun­cia, dovun­que tro­va imma­gi­ni di sé. Il pre­sen­te non si affi­lia a nul­la di ciò che è già sta­to, pros­si­mo o remo­to che sia, ma appun­to per que­sto pro­teg­ge tut­to il pas­sa­to, ne sal­va­guar­dia le pos­si­bi­li­tà coar­ta­te, ne ascol­ta le voci zittite.

Allor­ché il lavo­ro smet­te di far da ful­cro del­le rela­zio­ni socia­li e del­le vite dei sin­go­li, tut­ta la sto­ria pas­sa­ta si alli­nea con l’attimo ora in bili­co. Men­tre il pro­gres­si­smo non ces­sa di decan­ta­re il “nuo­vo”, sen­za accor­ger­si che in esso si riaf­fac­cia il sem­pre ugua­le, ossia l’arcaico, l’attualità del non lavo­ro con­se­gue la sua inal­te­ra­bi­le uni­ci­tà a furia di cita­zio­ni e ripe­ti­zio­ni. La rivi­sta vuol con­tri­bui­re ad affos­sa­re il pro­gres­si­smo. La rivi­sta, inol­tre, rico­no­sce nel­la dila­ta­zio­ne del pre­sen­te e nel pote­re di cita­zio­ne rispet­to all’intero pas­sa­to un cam­po di bat­ta­glia. Anche la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro in for­me dispo­ti­che e umi­lian­ti avvie­ne con “cita­zio­ni” e repli­che del pas­sa­to più lon­ta­no si rie­di­ta­no rela­zio­ni socia­li pre­mo­der­ne, esem­pi di dipen­den­za per­so­na­le, arcai­smi disci­pli­na­ri, mora­li­tà tra­di­zio­na­li (rin­ver­di­te per con­trol­la­re indi­vi­dui non più rego­la­ti dal regi­me di fab­bri­ca). La rivi­sta è con­sa­pe­vo­le che la dila­ta­zio­ne del pre­sen­te pro­iet­ta la con­te­sa sul tem­po all’indietro, inve­sten­do di essa tut­ti i per­tu­gi del pas­sa­to L’intelletto astrat­to

a) Il sape­re è dive­nu­to real­men­te la prin­ci­pa­le for­za pro­dut­ti­va, non­ché ciò che deter­mi­na tut­ti gli ambi­ti di espe­rien­za imme­dia­ta. L’autonomia dell’intelletto astrat­to è irre­ver­si­bi­le. La ricom­po­si­zio­ne mano-men­te appa­re ormai una cat­ti­va mitologia.

Non l’attenuazione, ma l’approfondimento dell’autonomia del gene­rai intel­lect tec­ni­co-scien­ti­fi­co costi­tui­sce una con­di­zio­ne di eman­ci­pa­zio­ne e un prin­ci­pio-spe­ran­za. Infat­ti, è que­sta auto­no­mia che, modi­fi­can­do la stes­sa mor­fo­lo­gia del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo ha fat­to del lavo­ro intel­let­tua­le la for­ma gene­ra­le dell’attività uma­na, il pila­stro cen­tra­le nel­la pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za. E sif­fat­to lavo­ro intel­let­tua­le di mas­sa, a sua vol­ta, non è signi­fi­ca­ti­vo per­ché si pro­le­ta­riz­za, ma, tutt’al con­tra­rio, per­ché non è mai ridu­ci­bi­le a “lavo­ro sem­pli­ce”, a puro dispen­dio di tem­po e di ener­gia: dun­que per­ché incor­po­ra in sé, nel­la sua esi­sten­za col­let­ti­va, sapere,competenze, infor­ma­zio­ni, insom­ma gene­rai intel­lect.

La rivi­sta s’interroga su qua­li for­me pren­da, oggi, il gene­rai intel­lect, l’intelletto astrat­to; di qua­li anti­no­mie, para­dos­si, con­flit­ti esso sia teatro.

Il peso pre­mi­nen­te del sape­re nel­la pro­du­zio­ne socia­le e nel­la vita quo­ti­dia­na fa ipo­tiz­za­re alla rivi­sta: 1) che sia per­ti­nen­te e frut­tuo­sa un’analisi epi­ste­mo­lo­gi­ca del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo; 2) che non sia più il dena­ro la prin­ci­pa­le “astra­zio­ne rea­le”, l’incarnazione sen­si­bi­le dell’universale (non più l’“equivalente gene­ra­le”, ma i para­dig­mi epi­ste­mi­ci inclu­si nel gene­rai intel­lect).

b) Que­sto sce­na­rio sug­ge­ri­sce, inol­tre, la deca­den­za del­lo sche­ma fina­li­sti­co, come chia­ve inter­pre­ta­ti­va del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo. Anzi­ché per­se­gui­re un sin­go­lo sco­po con mez­zi ido­nei, il lavo­ro intel­let­tua­le di mas­sa ha a che vede­re con clas­si di oppor­tu­ni­tà da spe­ci­fi­ca­re vol­ta a vol­ta, con un flus­so di pos­si­bi­li­tà inter­scam­bia­bi­li da arti­co­la­re, con chan­ces da coglie­re o scartare.

La mac­chi­na infor­ma­ti­ca, anzi­ché mez­zo per un fine uni­vo­co, è pre­mes­sa per suc­ces­si­ve e “oppor­tu­ni­sti­che” elaborazioni.

Secon­do tale ipo­te­si, sono sot­to­po­ste a dura tra­zio­ne le for­me tra­di­zio­na­li di gerar­chiz­za­zic­ne del pro­ces­so lavorativo.

La rivi­sta inten­de acco­sta­re da vici­no le nuo­ve for­me dell’attività, che poi sono laltra fac­cia del­la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavoro.

c) Nell’autonomia dell’“intelletto astrat­to”, nel­la sua pre­mi­nen­za all’interno del­la vita di tut­ti e di cia­scu­no, la rivi­sta coglie la pos­si­bi­li­tà che si affer­mi un nuo­vo sen­sua­li­smo, non mar­gi­na­le e asfit­ti­co. Allor­ché le astra­zio­ni pre­ce­do­no e pre­pa­ra­no ogni espe­rien­za, la vista e l’udito e il tat­to sono ciò che vie­ne per ulti­mo, ma che pro­prio per que­sto è resti­tui­to alla sua pie­nez­za e inte­gra­li­tà. L’autonomia dell’intelletto astrat­to pone la per­ce­zio­ne tat­ti­le o visi­va come la spor­gen­za estre­ma di una mac­chi­na cono­sci­ti­va già inte­ra­men­te dispiegata.

Dopo la sen­sa­zio­ne non c’è altro, tut­to il resto c’è già stato.

Per que­sto la sen­sa­zio­ne non è depre­da­ta e decur­ta­ta, ridot­ta a ele­men­ta­re “dato sen­so­ria­le”, in vista di suc­ces­si­ve asser­zio­ni uni­ver­sa­li. Essa può con­ser­va­re, come ulti­mo anel­lo di una cate­na cono­sci­ti­va, l’aroma mate­ria­li­sti­co del pia­ce­re e del dolore.

La rivi­sta s’impegna a riflet­te­re sull’attualità di un simi­le sen­sua­li­smo né inge­nuo né regressivo.

Disin­can­to e rivolta

a) La situa­zio­ne emo­ti­va degli anni ’80 è carat­te­riz­za­ta dall’abbandono sen­za riser­ve alla pro­pria fini­tez­za. Dall’appar­te­nen­za spa­smo­di­ca al deter­mi­na­to “qui e ora” in cui si è conflitti.

Que­sto sen­ti­men­to inte­gra­le del­la fini­tez­za (e del­la sua non tra­scen­di­bi­li­tà, nep­pu­re nel­la for­ma lai­ca di un “pro­get­to”) è susci­ta­to peral­tro, dal­lo sra­di­ca­men­to sen­za requie che rit­ma la sto­ria del­la moder­niz­za­zio­ne. Pro­prio il carat­te­re arti­fi­cia­le, con­ven­zio­na­le, astrat­to di tut­ti i con­te­sti di espe­rien­za resti­tui­sce appie­no il teno­re del­la pro­pria con­tin­gen­za e pre­ca­rie­tà. La “for­ma­liz­za­zio­ne del mon­do” e la per­ce­zio­ne non dimi­dia­ta del­la cadu­ci­tà van­no di pari pas­so. Lo sra­di­ca­men­to ren­de stre­nua l’aderenza al “qui e ora” più labile.

Que­sta situa­zio­ne emo­ti­va si è mani­fe­sta­ta in sen­ti­men­ti, qua­li la pau­ra, l’oppor­tu­ni­smo, il cini­smo. La que­stio­ne prin­ci­pa­le, per la rivi­sta, è se la stes­sa situa­zio­ne emo­ti­va, anzi­ché ad asser­vi­men­to e ila­re ras­se­gna­zio­ne, pos­sa inve­ce dar luo­go a un duro rifiu­to dell’ ordi­ne socia­le vigen­te. Se sia pos­si­bi­le intra­ve­de­re segni di oppo­si­zio­ne e di lot­ta a par­ti­re dal­la mede­si­ma inte­gra­le appar­te­nen­za al “qui e ora”, da cui sor­go­no anche cini­smo e oppor­tu­ni­smo. In bre­ve se il disin­can­to può coniu­gar­si alla rivol­ta.

b) Le tona­li­tà emo­ti­ve del disin­can­to non sono incli­na­zio­ni psi­co­lo­gi­che passeggere

ma espri­mo­no modi di esse­re: sono quan­to di più “mate­ria­le” e “strut­tu­ra­le” sia dato pensare.

Que­ste tona­li­tà rap­pre­sen­ta­no nel modo più vivi­do l’impossibilità di qual­si­vo­glia vera­ce tra­di­zio­ne, l’abitudine alla per­ma­nen­te mute­vo­lez­za degli sti­li di vita, l’adattamento allo spae­sa­men­to più radi­ca­le. Più deter­mi­na­ta­men­te: i sen­ti­men­ti in que­stio­ne si affer­ma­no sen­za riser­ve, allor­ché il pro­ces­so di socia­liz­za­zio­ne si com­pie al di fuo­ri del lavo­ro.

Si ha, in veri­tà, un dupli­ce pas­sag­gio, che la rivi­sta inten­de inda­ga­re. Per un ver­so, il pro­ces­so di socia­liz­za­zio­ne, ossia l’intessersi del­la rete di rela­zio­ni median­te cui si fa espe­rien­za del mon­do e di sé, appa­re indi­pen­den­te dai riti di ini­zia­zio­ne del­la fab­bri­ca e dell’ufficio, essen­do ben­sì scan­di­to dai modi di vita metro­po­li­ta­ni, dal­la sta­bi­le pre­ca­rie­tà da ogni asset­to, dal­le mode, dal­la rice­zio­ne dei media, dal­la inde­ci­fra­bi­le ars com­bi­na­to­ria che intrec­cia seque­le di fug­ge­vo­li occa­sio­ni, da innu­me­re­vo­li shocks per­cet­ti­vi. Per altro ver­so, però, l’innovazione con­ti­nua­ti­va dell’organizzazione del lavo­ro sus­su­me l’insieme di sen­ti­men­ti, atti­tu­di­ni, vizi e vir­tù, matu­ra­ti per l’appunto nel­la socia­liz­za­zio­ne extra­la­vo­ra­ti­va. Pau­ra, cini­smo, oppor­tu­ni­smo entra­no a far par­te del “man­sio­na­rio”. Lo sra­di­ca­men­to divie­ne una vir­tù pro­fes­sio­na­le.

c) il sen­ti­men­to del­la fini­tez­za e del disin­can­to con­ten­go­no impli­ci­ta­men­te una fer­ma cri­ti­ca al model­lo stes­so del­la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca. Il che non com­por­ta neces­sa­ria­men­te una per­di­ta di radi­ca­li­tà, anzi.

L’estremo sra­di­ca­men­to, coniu­ga­to al sen­so di un intra­scen­di­bi­le appar­te­nen­za al mon­do, si espri­me con­flit­tual­men­te come defe­zio­ne, eso­do, seces­sio­ne. Se si vuo­le come poten­za dell’“impolitico”. Non più come voca­zio­ne a una gestio­ne alter­na­ti­va del­lo Stato.

La sini­stra euro­pea non ha visto quan­to spes­so i movi­men­ti gio­va­ni­li e il nuo­vo lavo­ro dipen­den­te abbia­no pre­fe­ri­to abban­do­na­re, se appe­na pos­si­bi­le, una situa­zio­ne svan­tag­gio­sa, anzi­ché scon­trar­si aper­ta­men­te con essa. Anzi, la sini­stra ha deni­gra­to aper­ta­men­te i com­por­ta­men­ti di “fuga” e di “diser­zio­ne”. Ma la fuga e la diser­zio­ne non sono affat­to un gesto nega­ti­vo che esen­ta dall’azione e dal­la respon­sa­bi­li­tà. Al con­tra­rio. Diser­ta­re signi­fi­ca modi­fi­ca­re le con­di­zio­ni entro cui il con­flit­to si svol­ge, inve­ce di subir­le. E la costru­zio­ne di uno sce­na­rio favo­re­vo­le esi­ge più intra­pren­den­za che non lo scon­tro a con­di­zio­ni pre­fis­sa­te. Un “fare” affer­ma­ti­vo qua­li­fi­ca la defe­zio­ne, impri­men­do­le un gusto sen­sua­le e ope­ra­ti­vo per il pre­sen­te. Il con­flit­to è ingag­gia­to a par­ti­re da ciò che si è costrui­to fug­gen­do, per difen­de­re rela­zio­ni socia­li e for­me di vita nuo­ve, di cui già si va facen­do espe­rien­za. La rivi­sta, all’antica idea di fug­gi­re per col­pi­re meglio, uni­sce la sicu­rez­za che la lot­ta sarà tan­to più effi­ca­ce, quan­to più si ha qual­co­sa da per­de­re oltre le pro­prie cate­ne. L’ideologia ita­lia­na (e no)

a) C’è una ten­den­za cul­tu­ra­le dif­fu­sa che meri­ta di venir discus­sa aper­ta­men­te. Essa con­si­ste nel raf­fi­gu­ra­re anco­ra una vol­ta la socie­tà come una natu­ra ma uti­liz­zan­do per tale “secon­da natu­ra” le cate­go­rie e le imma­gi­ni del­la nuo­va scien­za. I quan­ta in luo­go del­la gra­vi­ta­zio­ne uni­ver­sa­le. La ter­mo­di­na­mi­ca di Pri­go­gi­ne al posto del­la linea­re cau­sa­li­tà new­to nia­na. Il bio­lo­gi­smo insi­to nel­la teo­ria dei siste­mi inve­ce del­la favo­la del­le api o del­la “mano invi­si­bi­le”. La rivi­sta inten­de inda­ga­re di qua­li muta­men­ti è insie­me sin­to­mo e misti­fi­ca­zio­ne. L’applicazione dei con­cet­ti del­le nuo­ve scien­ze alle rela­zio­ni socia­li. Con ogni pro­ba­bi­li­tà que­sta recen­te e mol­to spe­ci­fi­ca natu­ra­liz­za­zio­ne dell’idea di socie­tà rispec­chia la per­di­ta di cen­tra­li­tà del lavo­ro, e l’opacità che ne con­se­gue. I con­cet­ti inde­ter­mi­ni­sti­ci e auto­re­fe­ren­zia­li del­la nuo­va bio­lo­gia e del­la nuo­va fisi­ca regi­stra­no il “gran­de disor­di­ne” i cor­so, occul­tan­do­ne però la gene­si effet­ti­va. Col­go­no, e a un tem­po degra­da­no a natu­ra, il nes­so ine­di­to tra sape­re, comu­ni­ca­zio­ne e produzione.

b) La rivi­sta inten­de dena­tu­ra­liz­za­re l’insieme dei feno­me­ni, teo­rie e com­por­ta­men­ti che s’adunano die­tro l’etichetta di post-moder­no. Si trat­ta di deci­fra­re come novi­tà inter­ve­nu­te nel­le rela­zio­ni socia­li e pro­dut­ti­ve ciò che li si pre­sen­ta come entro­pia, fisi­ca dei flui­di, cli­na­men, “cata­stro­fe”. Il post-moder­ni­smo è ideo­lo­gia, in sen­so for­te e serio: rispec­chia cioè muta­men­ti rea­li, sal­vo poi con­ge­lar­li in una rap­pre­sen­ta­zio­ne, in cui il con­flit­to e la rivol­ta sono, per defi­ni­zio­ne, fuo­ri posto. Il post moder­ni­smo coglie l’irreversibilità del disin­can­to, ma non la sua ambivalenza.

c) Sim­me­tri­ca­men­te, il pro­get­tua­li­smo illu­mi­ni­sta (Ruf­fo­lo, Micro­me­ga) si pro­po­ne di tra­scen­de­re la sup­po­sta “natu­ra­li­tà” siste­mi­ca del­le for­ze pro­dut­ti­ve. Median­te eti­ca e gover­no. Qui c’è, oltre che una pove­ra let­tu­ra del­le for­ze pro­dut­ti­ve e del­la moder­ni­tà in gene­ra­le, mol­ta nostal­gia. In una paro­la, il misco­no­sci­men­to dell’irreversibilità del­la fuo­riu­sci­ta dal­la socie­tà del lavo­ro. La rivi­sta ha, dun­que, due obiet­ti­vi com­ple­men­ta­ri su sui eser­ci­ta­re una fun­zio­ne di “cri­ti­ca dell’ideologia”: neoil­lu­mi­ni­smo e post-moder­ni­smo. Cri­ti­ca dell’ideologia, però, per arri­va­re alle cose stes­se, ai feno­me­ni rece­pi­ti e defor­ma­ti a un tempo.

d) È pro­po­si­to del­la rivi­sta oltre­pas­sa­re d’un col­po solo le dico­to­mie, in cui ha oscil­la­to la sini­stra euro­pea nel cor­so del­la rapi­da tra­sfor­ma­zio­ne che ha inve­sti­to la pro­du­zio­ne. Haber­mas e Luh­mann, per dire un api­ce. La sini­stra ita­lia­na, poi, ha pendo1ato qua­si per ipno­ti­ca coa­zio­ne tra Ruf­fo­lo e De Rita, che di quel­li sono la tra­spo­si­zio­ne in sca­la: dun­que, tra 1’illuminismo pro­get­tua­le del pri­mo e il post-moder­ni­smo fami­li­sta del secon­do. La rivi­sta giu­di­ca que­ste alter­na­ti­ve per lo più appa­ren­ti, se non addi­rit­tu­ra com­ple­men­ta­ri.

e) Dopo die­ci anni di gran­de tra­sfor­ma­zio­ne, 1’“ideologia ita­lia­na”, in tut­te le varie­ga­te com­po­nen­ti, mostra il suo trat­to infi­ne uni­ta­rio. È come un pre­se­pe, con l’asinello, i re Magi, i pasto­ri, la sacra fami­glia: masche­re diver­se di uno stes­so spet­ta­co­lo. O come in un dipin­to di Pel­liz­za da Vol­pe­do, in vena di ritrar­re la mar­cia dei nostri intel­let­tua­li in pre­da a nichi­li­smo eufo­ri­co. Dopo i gran­di pol­ve­ro­ni, e il sus­se­guir­si di “novi­tà”, l’ideologia ita­lia­na può venir rico­strui­ta con pre­ci­sio­ne, e cri­ti­ca­ta radicalmente.

f) La rivi­sta inten­de sol­le­va­re la que­stio­ne degli intel­let­tua­li, nei ter­mi­ni asso­lu­ta­men­te ine­di­ti in cui si pone oggi. Gli intel­let­tua­li di ran­go, e soprat­tut­to quel­li fra loro che ope­ra­no nei gran­di media, svol­go­no un ruo­lo d’immediata dire­zio­ne eti­co-poli­ti­ca.

Tra­mon­ta­te le poli­ti­che cul­tu­ra­li dei par­ti­ti, e nel men­tre che si allar­ga­no a dismi­su­ra le fila dell’intel­let­tua­li­tà di mas­sa, costo­ro (gli intel­let­tua­li “alti”, o inse­ri­ti nei media) si ritro­va­no tra le mani, e sul­la boc­ca, un pre­po­te­re, una facol­tà pri­ma sco­no­sciu­ta di orien­ta­men­to e di influenza.

Se c’è un cen­tro di pote­re poli­ti­co in sen­so pro­prio, è que­sto, è il loro.

La rivol­ta inten­de pore la nuo­va que­stio­ne degli intel­let­tua­li, in tut­ta la sua spe­ci­fi­ci­tà sen­za precedenti.

5. I temi fin qui abboz­za­ti non saran­no trat­ta­ti diret­ta­men­te dal­la rivi­sta. Essi devo­no resta­re sul­lo sfon­do, costi­tui­re una gri­glia o una len­te. La rivi­sta si vuo­le affe­zio­na­ta e ade­ren­te agli even­ti più con­cre­ti. È nel­la loro rile­va­zio­ne e deci­fra­zio­ne, che va tra­sfu­so e appro­fon­di­to l’intero ven­ta­glio di que­stio­ni e ipo­te­si or ora elen­ca­te. La rivi­sta fa suo il mol­to cita­to pro­po­si­to di Wal­ter Ben­ja­min: sal­va­re i feno­me­ni attra­ver­so le idee, rap­pre­sen­ta­re le idee nei feno­me­ni. Più che a una media­zio­ne tra idee e feno­me­ni, si mira a un cor­to­cir­cui­to tra bloc­chi teo­ri­ci anche straor­di­na­ria­men­te astrat­ti e tri­ti det­ta­gli empi­ri­ci. Per la rivi­sta non è un impac­cio, ma una vir­tù, sta­bi­li­re una rela­zio­ne subi­ta­nea tra un teo­re­ma dell’intelligenza arti­fi­cia­le (o un pas­so di Pla­to­ne, o un pro­ble­ma con­tro­ver­so del­la ricer­ca bio­lo­gi­ca) e un fat­to di cro­na­ca, un com­por­ta­men­to gio­va­ni­le, un film, un mini­mo bivio eti­co. Peral­tro, il cor­to­cir­cui­to che si per­se­gue non è affat­to una con­ces­sio­ne alla divul­ga­zio­ne (o alla “pra­ti­ca”, o agli strat­to­ni del “mon­do del­la vita”), per chi è inten­to a rigo­ro­si stu­di siste­ma­ti­ci. Al con­tra­rio, la rivi­sta è un luo­go di ela­bo­ra­zio­ne avan­za­ta, una fron­tie­ra del­la ricer­ca teo­ri­ca di cia­scu­no. Essa inten­de sof­fer­mar­si sui para­dos­si più aspri ed enig­ma­ti­ci. In testi bre­vi e sem­pli­ci, non si divul­ga qual­che “patri­mo­nio” accu­mu­la­to, ma si pro­va a rode­re ter­re­no a con­ti­nen­ti mai esplo­ra­ti. La rivi­sta, inol­tre, non è una pas­seg­ge­ra devia­zio­ne da “reti” pro­fes­sio­na­li, per chi in esse lavo­ra. Né può rap­pre­sen­ta­re una deri­va­zio­ne di que­ste “reti”. Vice­ver­sa, la rivi­sta è una “rete” cul­tu­ra­le, poli­ti­ca, eti­ca, che si aggiun­ge a quel­le esi­sten­ti, appro­fit­tan­do, se pos­si­bi­le, di tut­to quel che di buo­no e di impor­tan­te alcu­ne di esse producono.

La rivi­sta, estra­nea a ogni par­ti­to e a ogni grup­po orga­niz­za­to, è un siste­ma di comu­ni­ca­zio­ne libe­ro e tra­sver­sa­le, allu­de alme­no alla for­ma di una comu­ni­tà ven­tu­ra. La sua lon­ta­nan­za dal­le orga­niz­za­zio­ni esi­sten­ti, con­sen­te d’intrattenere rela­zio­ni con tut­ti: sen­za esclu­sio­ni. Ma le impo­ne anche di non strin­ge­re lega­mi con alcu­no: sen­za eccezioni.

Più anco­ra che l’accordo sui temi pri­ma men­zio­na­ti (in tono volu­ta­men­te asser­ti­vo per susci­ta­re discus­sio­ne), o su altri anco­ra, ciò che impor­ta è la for­ma­zio­ne di un comu­ne sen­ti­re, di uno “sguar­do” simi­la­re che si posi sul­le cose. Una nuo­va sen­si­bi­li­tà cri­ti­ca, che sia anche una for­ma di seris­si­mo diver­ti­men­to, va affi­na­ta con tut­ti i com­pa­gni, gli ami­ci, i curio­si, gli irre­quie­ti, che lo desi­de­ri­no. Que­sta sen­si­bi­li­tà affia­ta­ta pre­pa­ra il momen­to, for­se pros­si­mo, in cui rico­min­cia­re a esse­re rea­li­sti. Ben sapen­do che rea­li­smo, oggi, signi­fi­ca saper pen­sa­re in modo para­dos­sa­le ed estre­mo. Che atte­ner­si ai fat­ti, richie­de un’immaginazione fuor di misura.