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1° Maggio di lotta

tra il 16 e il 17 apri­le furo­no ucci­si dai fasci­sti e dal­la poli­zia quat­tro com­pa­gni https://it.wikipedia.org/wiki/Persone_uccise_negli_anni_di_piombo_(1975)

Materiali per la discussione e per l’intervento in provincia di Padova

Alcu­ne ipo­te­si e indi­ca­zio­ni del­la com­mis­sio­ne fab­bri­che pro­vin­cia­le dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci PD-NORD e PD-SUD

Caccia alle streghe dei carabinieri a Monselice – Galzignano – Tribano

archi­vio Gia­co­mo Despali

Frammenti di vita di un comunista

Argo­men­ti: 11 apri­le 1979, 11 mar­zo 1980, 2022, 7 apri­le 1979, anti­fa­sci­smo mili­tan­te, Anto­nio Negri, atti­vo, Auto­no­mia gior­na­le, Bas­sa Pado­va­na, Bri­ga­te Ros­se, car­ce­re, car­ce­re 2 Palaz­zi, cen­tro di comu­ni­ca­zio­ne comu­ni­sta Vene­to, cen­tro di docu­men­ta­zio­ne anti­nu­clea­re antim­pe­ria­li­sta, Cen­tro Uni­ver­si­ta­rio Cine­ma­to­gra­fi­co, clan­de­sti­ni­tà, Clau­dio Ceri­ca, col­let­ti­vi poli­ti­ci pado­va­ni per il pote­re ope­ra­io, Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io, col­let­ti­vo poli­ti­co Pado­va Sud, comi­ta­to lavo­ra­to­ri ACTV, comi­ta­to lavo­ra­to­ri petrol­chi­mi­co, con­tro­in­for­ma­zio­ne, con­trol­lo ter­ri­to­ria­le, con­tro­po­te­re, docu­men­to blu, Emi­lio Vesce, fron­te comu­ni­sta com­bat­ten­te, Gia­co­mo Despa­li, Giu­sep­pe Talier­cio, Ille­ga­li­tà di mas­sa, leni­ni­smo, lot­ta arma­ta, Lucia­no Mio­ni, maoi­smo, Mestre, Miche­le Spa­da­fi­na, mili­tan­za comu­ni­sta, mili­ta­riz­za­zio­ne del ter­ri­to­rio, movi­men­to comu­ni­sta orga­niz­za­to, not­te dei fuo­chi, nucleo, ope­rai­smo, Pado­va, Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, Pie­tro Calo­ge­ro, Pie­tro Despa­li, Por­to Mar­ghe­ra, Pote­re Ope­ra­io, Pro­spe­ro Gal­li­na­ri, Radio Sher­wood, repres­sio­ne, tron­co­ne vene­to pro­ces­so 7 apri­le, Vene­zia, Vicen­za e provincia

di Lucia­no Mioni

La sto­ria dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io (CPV) è cer­ta­men­te quel­la rico­strui­ta da Gia­co­mo, Pie­ro e Dona­to nei due libri edi­ti da Deri­ve Appro­di e il let­to­re non ha dif­fi­col­tà a rico­no­scer­vi – ora aper­ta­men­te, ora sot­to­trac­cia – la mia sto­ria poli­ti­ca lun­go quel decen­nio. I libri (Sto­ria dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io e L’Autonomia ope­ra­ia vicen­ti­na) spie­ga­no bene qua­li era­no i con­te­nu­ti poli­ti­ci e gli sno­di attor­no a cui tra il ’73 e il ’74, a par­ti­re cioè dal­lo spar­tiac­que del­la fine di Pote­re Ope­ra­io, si è crea­ta que­sta espe­rien­za orga­niz­za­ti­va; pre­fe­ri­rei allo­ra par­la­re di que­gli epi­so­di vis­su­ti in pri­ma per­so­na che con­si­de­ro impor­tan­ti per­ché han­no pro­dot­to a suo tem­po ragio­na­men­ti – pen­sie­ro, direb­be qual­cu­no – e svol­te. Altri­men­ti, di qua­li res gestae parliamo?


Dopo il con­ve­gno di Roso­li­na che san­ci­sce la fine di Pote­re Ope­ra­io come grup­po extra­par­la­men­ta­re con una pre­sen­za e rile­van­za nazio­na­le, noi gio­va­ni mili­tan­ti pado­va­ni sen­tia­mo l’urgenza di affron­ta­re in pro­prio il nodo dell’organizzazione poli­ti­ca da costrui­re in una otti­ca rivo­lu­zio­na­ria. Que­sto per­cor­so di rifles­sio­ne avvie­ne nel con­te­sto poli­ti­co gene­ra­le degli anni a caval­lo tra il ‘73 ed il ‘74 carat­te­riz­za­ti sul pia­no inter­na­zio­na­le da una gran­de ripre­sa dell’iniziativa capi­ta­li­sta a gui­da sta­tu­ni­ten­se (vedi il gol­pe fasci­sta in Cile) men­tre su quel­lo nazio­na­le assi­stia­mo al tra­gi­co ripe­ter­si di epi­so­di stra­gi­sti rea­liz­za­ti dai “nostri” ser­vi­zi segre­ti (stra­ge alla que­stu­ra di Mila­no, stra­ge di Petea­no, di Bre­scia) e a pro­get­ti di col­po di sta­to (gol­pe Bor­ghe­se nel ’70 , gol­pe bian­co di E. Sogno nel ’74); sul pia­no eco­no­mi­co la cri­si del petro­lio vie­ne lan­cia­ta in chia­ve anti­o­pe­ra­ia con un aumen­to gene­ra­liz­za­to dei prez­zi dei beni di lar­go con­su­mo oltre ovvia­men­te di ben­zi­na e tra­spor­ti. È in que­sta situa­zio­ne che alcu­ni di noi ex medi del comi­ta­to inte­ri­sti­tu­to comin­cia­ro­no a riflet­te­re sul pro­ble­ma dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria e su qua­li fos­se­ro gli stru­men­ti di cui dotar­si per con­cre­tiz­za­re un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio. Il pro­ble­ma del­la vio­len­za di mas­sa, del­la lot­ta arma­ta per la rivo­lu­zio­ne anti­ca­pi­ta­li­sta, di qua­le fos­se la for­ma oppor­tu­na per gli anni a veni­re, attra­ver­sa­va tut­te le orga­niz­za­zio­ni extra­par­la­men­ta­ri dell’epoca, i movi­men­ti di mas­sa e ave­va tan­te esem­pli­fi­ca­zio­ni teo­ri­co- pra­ti­che a livel­lo inter­na­zio­na­le e nazio­na­le (la guer­ri­glia urba­na dei Tupa­ma­ros in Uru­guay, la resi­sten­za arma­ta del MIR cile­no, la guer­ra di popo­lo dei Viet­na­mi­ti, le pri­me azio­ni di pro­pa­gan­da arma­ta del­le BR in Ita­lia, la RAF in Ger­ma­nia, l’ETA in Spa­gna, l’IRA in Irlan­da, il Black Pan­ther Par­ty for Self-Defen­cee e il Wea­ther Under­ground Orga­ni­za­tion negli Sta­ti Uni­ti). Nel­la sostan­za il pro­ble­ma era all’ordine del gior­no, sto­ri­ca­men­te e poli­ti­ca­men­te matu­ro e non elu­di­bi­le. Così in for­ma auto­no­ma comin­ciam­mo a pen­sa­re qua­le fos­se un model­lo pra­ti­ca­bi­le nel­la nostra real­tà sociale.


Abbia­mo dato un signi­fi­ca­to al con­cet­to di uso del­la for­za par­ten­do dall’autodifesa; è da qui che sia­mo arri­va­ti a capi­re come indirizzare/​governare la vio­len­za di mas­sa in situa­zio­ni di piaz­za e che for­za e stru­men­ti usa­re per con­se­gui­re gli obiet­ti­vi evi­den­zia­ti in una cam­pa­gna poli­ti­ca. Pian pia­no nel­la pra­ti­ca abbia­mo comin­cia­to a dotar­ci di stru­men­ti mini­ma­li che ne faci­li­tas­se­ro esem­pli­fi­ca­zio­ne e veri­fi­ca di tenu­ta rispet­to ai movi­men­ti socia­li, al con­trol­lo e alla repres­sio­ne del­le for­ze di poli­zia dotan­do­ci ad esem­pio di appa­rec­chia­tu­re foto­gra­fi­che e di com­pa­gni com­pe­ten­ti in mate­ria per costrui­re un archi­vio sui fasci­sti pado­va­ni che nel­la quo­ti­dia­ni­tà attac­ca­va­no con uno squa­dri­smo vio­len­to e tal­vol­ta arma­to situa­zio­ni di lot­ta nel­le scuo­le e all’università. Il pro­dot­to di tut­to que­sto lavo­rio è sta­ta la pub­bli­ca­zio­ne da par­te nostra del “Pic­co­lo manua­le di guer­ri­glia urba­na” del mar­xi­sta rivo­lu­zio­na­rio bra­si­lia­no Car­los Mari­ghel­la, che abbia­mo divul­ga­to con il nome di “docu­men­to blu”, dal colo­re del­la coper­ti­na scel­ta per l’occasione. Così con i vari Car­lo, Pie­ro, Vin­cen­zo, Rudy, Susy, Bep­pe e qual­che altro si realizzerà
una pic­co­la comu­ni­tà di discus­sio­ne e spe­ri­men­ta­zio­ne del per­cor­so poli­ti­co com­ples­si­vo che poi nei Col­let­ti­vi tro­ve­rà la sua matu­ri­tà. Non tut­ti i com­pa­gni di que­sta espe­rien­za con­ti­nue­ran­no un per­cor­so di mili­tan­za poli­ti­ca com­ples­si­va, come si dice­va allo­ra. Comun­que fu un accu­mu­lo di espe­rien­za che fun­zio­nan­do per ten­ta­ti­vi sul cam­po fece impa­ra­re dagli errori.

Pen­so alle gior­na­te di mobi­li­ta­zio­ne anti­fa­sci­sta del ’75 con­tro Covel­li e Almi­ran­te. Bene, per­ché per me sono impor­tan­ti? Ma per­ché è da lì che i Col­let­ti­vi impa­re­ran­no a gesti­re le piaz­ze negli anni suc­ces­si­vi; sì, con una moda­li­tà diver­sa da quel­la pra­ti­ca­ta allo­ra a livel­lo nazio­na­le. Ce lo ricor­dia­mo tut­ti: gran­di cor­tei di mas­sa e scon­tro fron­ta­le con la poli­zia. Il 3 giu­gno di quell’anno orga­niz­zam­mo assie­me agli altri grup­pi del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re di Pado­va una mobi­li­ta­zio­ne anti­fa­sci­sta per impe­di­re ad Almi­ran­te di par­la­re. Si era in cir­ca quat­tro­cen­to in Piaz­za Insur­re­zio­ne, intrup­pa­ti sot­to i por­ti­ci a un lato del­la piaz­za, orga­niz­za­ti su più file; di fron­te, a cen­tro piaz­za, la poli­zia. A un cer­to pun­to, nel men­tre la ten­sio­ne sale, è il nostro respon­sa­bi­le del ser­vi­zio d’ordine a urla­re pro­vo­ca­to­ria­men­te alla poli­zia di scio­glier­si, qua­si si trat­tas­se di un con­fron­to cam­pa­le tra la falan­ge poli­ti­ca di Spar­ta e quel­la obli­qua di Tebe a Leut­tra. La con­sue­tu­di­ne non con­tem­pla­va lo scio­gli­men­to, piut­to­sto il coz­zo, l’urto vio­len­to, lo scon­tro fron­ta­le da cui la poli­zia era sem­pre usci­ta vit­to­rio­sa. Anche quel­la vol­ta. La sua cari­ca fu repen­ti­na e a fred­do, sen­za che aves­si­mo debor­da­to di un cen­ti­me­tro dal peri­me­tro del por­ti­co e sen­za che aves­si­mo agi­ta­to basto­ni e lan­cia­to sam­pie­tri­ni, esi­bi­to armi. Cer­to, come pri­mo gesto di dife­sa vola­ro­no dopo del­le molo­tov, e parec­chie, ma la “boc­cia”, come la chia­ma­va­mo, era sem­pre sta­ta uno stru­men­to di auto­di­fe­sa men­tre da un anno con la leg­ge Rea­le era diven­ta­ta un’arma da guer­ra. Nel cor­so del­la pri­ma cari­ca del­la Cele­re c’è l’arresto di Miche­le Spa­da­fi­na, un nostro com­pa­gno, per fla­gran­za di rea­to, il pro­ces­so per diret­tis­si­ma e la sua con­dan­na a tre anni furo­no il prez­zo sala­tis­si­mo che pagam­mo per aver sot­to­va­lu­ta­to il cam­bia­men­to di pas­so che nel frat­tem­po era avve­nu­to con quel­la legge. 

A dimo­stra­zio­ne che la gestio­ne dell’ordine pub­bli­co sta­va deci­sa­men­te cam­bian­do, devo ricor­da­re le due mani­fe­sta­zio­ni di Mila­no e Roma orga­niz­za­te da lì a poco secon­do tra­di­zio­ne; uni­ca tra­gi­ca, inso­ste­ni­bi­le novi­tà, i mor­ti ammaz­za­ti dal­la poli­zia. For­tu­na­ta­men­te come Col­let­ti­vi non abbia­mo vis­su­to que­sto dram­ma per­ché fu dopo quel­la gior­na­ta di lot­ta anti­fa­sci­sta, pro­trat­ta­si poi fino a tar­da not­te, che deci­dem­mo un cam­bia­men­to di rot­ta nel­la nostra gestio­ne del­la piaz­za. Se negli anni a veni­re non lasciam­mo sul ter­re­no com­pa­gni feri­ti o ammaz­za­ti fu per­ché fum­mo capa­ci di vol­ta­re pagi­na sen­za rinun­cia­re all’uso del­la for­za. I nostri cor­tei, quel­li indet­ti da noi in con­di­zio­ni per così dire di nor­ma­li­tà, dove­va­no esse­re dife­si e nes­sun com­pa­gno dove­va sen­tir­si solo o abban­do­na­to duran­te una nostra manifestazione. 

E que­sto vale­va anche per tut­ti colo­ro che per soli­da­rie­tà attra­ver­sa­va­no il cor­teo. Quan­do inve­ce la posta in gio­co era più alta e c’era da met­te­re in con­to anche lo scon­tro, dove­va­mo esse­re noi a deci­de­re luo­go, moda­li­tà e tem­pi. Quan­to acca­du­to all’Arcella nel giu­gno del ’76 rien­tra in quest’ordine di idee. Ne ha già par­la­to Pie­ro per cui ne rias­su­mo bre­ve­men­te i trat­ti per me più carat­te­ri­sti­ci per­ché esem­pla­ri di un nuo­vo modus ope­ran­di fon­da­to sul con­trol­lo ter­ri­to­ria­le, sull’uso del­la for­za da pra­ti­car­vi, di qua­le tipo e quan­do. Con que­sta scel­ta ave­va­mo come Col­let­ti­vi il con­trol­lo del­la situa­zio­ne – per quan­to fos­se pos­si­bi­le pre­ve­de­re tut­te le varian­ti – non­ché l’attrezzatura per non entra­re mai in con­tat­to diret­to con cara­bi­nie­ri e poli­zia. Pote­va­mo così evi­ta­re tut­ta una serie di impre­vi­sti che altri­men­ti avreb­be­ro com­pro­mes­so l’incolumità dei com­pa­gni e soprat­tut­to vio­len­za inu­ti­le sia in auto­di­fe­sa che in attac­co garan­ten­do nel con­tem­po il suc­ces­so dell’obiettivo, nel caso dell’Arcella la sede sto­ri­ca dell’MSI, la piz­ze­ria fre­quen­ta­ta abi­tual­men­te dai fasci, l’abitazione del­lo stra­gi­sta Mas­si­mi­lia­no Fac­chi­ni. E tut­to que­sto bloc­can­do a tem­po debi­to il caval­ca­via e tut­te le vie d’accesso al quar­tie­re. Vor­rei ricor­da­re che nes­sun com­pa­gno, ed era­va­mo qual­che cen­ti­na­io, fu fer­ma­to o indi­vi­dua­to sic­ché l’obiettivo stra­te­gi­co di impe­di­re il pro­gram­ma­to comi­zio di G. Almi­ran­te per l’indomani fu raggiunto. 

Si trat­tò di un’operazione puli­ta che sarà ripro­po­sta come meto­do­lo­gia negli anni suc­ces­si­vi. Gli stes­si com­pa­gni di movi­men­to a Pado­va e in Vene­to ne trar­ran­no van­tag­gio; sape­va­no che par­te­ci­pan­do a un cor­teo o a una mani­fe­sta­zio­ne dei Col­let­ti­vi non avreb­be­ro avu­to brut­te sor­pre­se. Anche in que­sto caso la deci­sio­ne di pro­ce­de­re secon­do rego­le ben pre­ci­se non era sta­ta pre­sa a tavo­li­no da pochi com­pa­gni e impo­sta dall’alto a tut­ti gli altri. Ne par­la­no anche Gia­co­mo e Pie­ro; era vero che la nostra pra­ti­ca poli­ti­ca è sta­ta tut­ta all’insegna di uno spe­ri­men­ta­li­smo corag­gio­so, che quel­lo che si pen­sa­va neces­si­ta­va di veri­fi­che che impe­gna­va­no tut­ti, nes­su­no esclu­so. Chia­mia­mo­lo pure prag­ma­ti­smo, rea­li­smo e quant’altro, è cer­to che esso ha infor­ma­to il nostro meto­do di lavo­ro poli­ti­co per­met­ten­do­ci di attra­ver­sa­re il pas­sag­gio sto­ri­co all’operaio socia­le con cau­te­la e col dovu­to sen­so del­la real­tà.
Cen­tra­li­tà del ter­ri­to­rio e uso pon­de­ra­to del­la for­za neces­sa­ria per agir­lo era­no rias­sun­ti nell’espressione «zone ter­ri­to­ria­li omo­ge­nee». Se ne par­la in un docu­men­to d’organizzazione ripub­bli­ca­to nel libro sui CPV; per quan­to mi riguar­da tor­ne­rei a insi­ste­re su quell’aggettivo omo­ge­neo, al plu­ra­le per­ché i ter­ri­to­ri dove era­va­mo pre­sen­ti era­no più di uno e diver­si tra loro quan­to a strut­tu­ra eco­no­mi­ca, com­po­si­zio­ne socia­le e demo­gra­fi­ca, men­ta­li­tà e chi più ne ha più ne met­ta. Avrem­mo volu­to attra­ver­sa­re tut­ta que­sta diver­si­tà, esplo­rar­la in lun­go e in lar­go, inchie­star­la e agir­la ma pur­trop­po non ne abbia­mo avu­to il tem­po. Se ne aves­si­mo avu­to, la Lega avreb­be avu­to mol­ti pro­ble­mi ad affer­mar­si per­ché le avrem­mo tol­to il ter­re­no da sot­to i pie­di radi­ca­liz­zan­do, che so, l’intervento sul lavo­ro decen­tra­to, com­bat­ten­do a fon­do il lavo­ro nero, inter­ve­nen­do su quel­la che nel nostro docu­men­to ave­va­mo chia­ma­to “l’intera mac­chi­na socia­le uma­na, ideo­lo­gi­ca, pre­po­sta al con­trol­lo e al man­te­ni­men­to del­la sta­bi­li­tà e del­la pace tra le clas­si”. L’aggettivo allu­de evi­den­te­men­te a un per­cor­so che una sog­get­ti­vi­tà non cala­ta dall’alto ma in siner­gia con le real­tà socia­li di quel ter­ri­to­rio dovreb­be esse­re in gra­do di for­za­re.
È que­sta dina­mi­ca che spie­ga l’ingresso dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci in Radio Sher­wood e l’attenzione costan­te nel cam­po dell’informazione, un pro­ces­so che si con­qui­ste­rà una vera ege­mo­nia cul­tu­ra­le nei ter­ri­to­ri pado­va­ni e nel Veneto.

RADIO SHERWOOD

Nel 1976 I Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Pado­va­ni ini­zia­no a riflet­te­re sul­la neces­si­tà di dotar­si e raf­for­za­re gli stru­men­ti di infor­ma­zio­ne uti­li per copri­re in manie­ra effi­ca­ce i ter­ri­to­ri d’intervento che mano a mano si stan­no amplian­do seguen­do il radi­ca­men­to del­le ini­zia­ti­ve e del­le lot­te pro­po­ste, in par­ti­co­la­re con il rapi­dis­si­mo svi­lup­po del­la nostra pre­sen­za attra­ver­so l’Interfacoltà all’università di Pado­va.
In con­tem­po­ra­nea stan­no nascen­do le pri­me radio libe­re che tra­smet­te­ran­no in FM su aree ristret­te del ter­ri­to­rio nazio­na­le, in par­ti­co­la­re vuoi per la poten­za tec­ni­ca di tra­smis­sio­ne ridot­ta, vuoi per cura­re da vici­no e meglio il pro­prio baci­no di rife­ri­men­to, le nuo­ve radio copro­no sin­go­le cit­tà o al mas­si­mo le zone imme­dia­ta­men­te limi­tro­fe.
È in que­sto cli­ma che il com­pa­gno Emi­lio Vesce, che cono­sce­va­mo per la comu­ne mili­tan­za in Pote­re Ope­ra­io e che da sem­pre ave­va una sua par­ti­co­la­re atten­zio­ne ver­so la cate­go­ria dell’informazione, met­te in pie­di in vico­lo Pon­te­cor­vo 1, a Pado­va, Radio Sher­wood. Radio di movi­men­to, cioè una radio di area, sen­za rife­ri­men­ti par­ti­ti­ci se non quel­li del­le lot­te socia­li, quin­di un espe­ri­men­to di radio aper­ta, attra­ver­sa­bi­le sen­za pre­giu­di­zi con cui scon­trar­si.
Emi­lio è coscien­te che la fase del­lo scon­tro socia­le che si va deli­nean­do richie­de una auto­no­mia nar­ra­ti­va, di par­te, pri­va dei con­di­zio­na­men­ti e media­zio­ni che l’accesso ai cana­li di comu­ni­ca­zio­ne tra­di­zio­nal­men­te ed occa­sio­nal­men­te offer­ti dal mer­ca­to per­met­te ai movi­men­ti socia­li.
Ad ana­lo­ga rifles­sio­ne appro­dia­mo anche noi dei Col­let­ti­vi. Emi­lio si tro­va ad affron­ta­re due ordi­ni di pro­ble­mi (il pri­mo di carat­te­re eco­no­mi­co in quan­to una strut­tu­ra fis­sa, for­te­men­te ener­gi­vo­ra come una radio, è tal­men­te dispen­dio­sa che la ristret­ta cer­chia dei fon­da­to­ri non può soste­ner­ne la spe­sa e dall’altro che il pro­ces­so di ege­mo­nia poli­ti­ca por­ta­to avan­ti dai Col­let­ti­vi Poli­ti­ci ogget­ti­va­men­te fa sì che nell’area pado­va­na i cosid­det­ti movi­men­ti vi fac­cia­no rife­ri­men­to diret­to, per­ché ne fan­no par­te come Grup­pi Socia­li, Coor­di­na­men­ti Ope­rai ‚etc, o indi­ret­to per­ché par­te­ci­pi del­le dina­mi­che di lot­ta ter­ri­to­ria­le da que­sti pro­mos­se) e si ren­de con­to che una solu­zio­ne può tro­var­si nel con­fron­to diret­to con i Col­let­ti­vi per tro­va­re una gestio­ne comu­ne del­lo stru­men­to e quin­di anche del suo pro­get­to Radio.


La pro­po­sta di Emi­lio cade a fagio­lo poi­ché come Col­let­ti­vi sia­mo con­sa­pe­vo­li che l’informazione sul pro­get­to e la sua pene­tra­zio­ne e per­ma­nen­za nei ter­ri­to­ri del­la pro­vin­cia pado­va­na non può più esse­re affi­da­ta al solo “volan­ti­no”, che fino a quel momen­to sto­ri­co costi­tui­va lo stru­men­to prin­ci­pe del­la comu­ni­ca­zio­ne e dell’intervento poli­ti­co.
Era matu­ra­ta la neces­si­tà di ave­re stru­men­ti più agi­li, per­va­si­vi, che annul­las­se­ro le distan­ze tem­po­ra­li e chi­lo­me­tri­che tra la fon­te dell’informazione ed i sog­get­ti desti­na­ta­ri del­la stes­sa.
Toglie­re le bar­rie­re, fare sì che i sog­get­ti in lot­ta gestis­se­ro e rice­ves­se­ro diret­ta­men­te le loro infor­ma­zio­ni, e qua­le stru­men­to pote­va svol­ge­re que­sto ruo­lo se non una Radio auto­no­ma?
L’incontro tra Emi­lio e la strut­tu­ra orga­niz­za­ta dei Col­let­ti­vi, in pie­no dispie­ga­men­to ter­ri­to­ria­le, dà ori­gi­ne alla Radio Sher­wood che tut­ti noi cono­sce­re­mo nei decen­ni a segui­re.
Con l’accesso allo stru­men­to radio i Col­let­ti­vi affi­na­no sen­si­bi­li­tà che già ave­va­no rac­col­to nei luo­ghi d’intervento cit­ta­di­no, ad esem­pio si capi­sce che infor­ma­zio­ne, cul­tu­ra, socia­li­tà costi­tui­sco­no un amal­ga­ma inscin­di­bi­le e neces­sa­rio a svi­lup­pa­re quel sog­get­to pro­le­ta­rio nascen­te che di li a poco deno­mi­ne­re­mo come ope­ra­io socia­le e che costi­tui­rà il sog­get­to del­la pos­si­bi­le rot­tu­ra degli equi­li­bri padro­na­li e sta­ta­li incar­di­na­ti nell’ideologia lavorista.


Con Emi­lio, che man­ter­rà sem­pre la sua indi­pen­den­za di pen­sie­ro restan­do un gran­de mili­tan­te del movi­men­to comu­ni­sta vene­to sen­za mai entra­re nell’organico dei Col­let­ti­vi, svi­lup­pia­mo un con­fron­to rea­le a tut­to cam­po. Con Emi­lio rea­liz­zia­mo una reda­zio­ne sta­bi­le del­la radio, che impa­ra ad affron­ta­re in manie­ra pro­fes­sio­na­le il con­fe­zio­na­men­to del­le ras­se­gne stam­pa, dei radio­gior­na­li, del­le inchie­ste spe­cia­li, del­le dirette.


Ini­zial­men­te la reda­zio­ne si base­rà sul­le capa­ci­tà pro­fes­sio­na­li di Emi­lio, io e Bar­ba­ra come appren­di­sti in appog­gio e refe­ren­ti nel con­fron­to poli­ti­co; reda­zio­ne che via via nel tem­po si arric­chi­rà di com­pa­gni mol­to più capa­ci di noi (San­dro, Davi­de, Arnal­do, Ste­fa­no, Chic­co, Fran­ca, Vil­ma, Gian­ni,…). Si for­ma­liz­za pure una reda­zio­ne musi­ca­le di gio­va­ni com­pa­gni di movi­men­to vera­men­te com­pe­ten­ti ed appas­sio­na­ti (Ame­deo, Julia­no, Cesa­re, Pache­te, Die­go …). Si amplia e strut­tu­ra il palin­se­sto dei pro­gram­mi per copri­re sem­pre di più e meglio le 24 ore di tra­smis­sio­ne quo­ti­dia­ne.
Insie­me ripro­get­tia­mo mate­rial­men­te la radio, con un pro­ces­so di auto­co­stru­zio­ne, rea­liz­zan­do i nuo­vi stu­di di regi­stra­zio­ne e tra­smis­sio­ne a misu­ra del­le nuo­ve reda­zio­ni, gior­na­li­sti­ca e musi­ca­le, poten­zian­do i tra­smet­ti­to­ri del­le alte fre­quen­ze e innal­zan­do una altis­si­ma anten­na per allar­ga­re il cam­po di rice­zio­ne radio. In quel­la fase tan­ti gio­va­ni com­pa­gni impa­ra­no a dar­ci una mano (Peter…e più tar­di Gian­ni det­to Falcao).


Radio Sher­wood si con­no­ta rapi­da­men­te come orga­no di infor­ma­zio­ne dei movi­men­ti socia­li in sim­bio­si con la stra­te­gia e dire­zio­ne dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Pado­va­ni, Emi­lio ne resta il diret­to­re in stret­to rap­por­to poli­ti­co con i Col­let­ti­vi fino agli arre­sti del 7 Apri­le 1979 .
Radio Sher­wood rap­pre­sen­ta nell’economia poli­ti­ca dei Col­let­ti­vi uno stru­men­to fon­da­men­ta­le di pene­tra­zio­ne socia­le nel­la cit­tà; attra­ver­so la rot­tu­ra del­le bar­rie­re tem­po­ra­li e spa­zia­li, le noti­zie sul­le lot­te, nel mede­si­mo momen­to in cui acca­do­no, rag­giun­go­no stu­den­ti, lavo­ra­to­ri, le per­so­ne a casa o in auto. La noti­zia tra­va­li­ca l’ambito ristret­to del sog­get­to in lot­ta che la ori­gi­na e diven­ta comu­ne cono­scen­za dif­fu­sa sul ter­ri­to­rio cit­ta­di­no dan­do la pos­si­bi­li­tà a tan­ti di iden­ti­fi­car­si con il pro­ble­ma trat­ta­to e toc­ca­re con mano l’esistenza di pos­si­bi­li solu­zio­ni pra­ti­ca­bi­li anche nel­la
pro­pria situa­zio­ne. Radio Sher­wood dif­fon­de cono­scen­za e autor­ga­niz­za­zio­ne, la sem­pli­ce intro­du­zio­ne del “micro­fo­no aper­to” volu­ta da Emi­lio, cioè apri­re la linea tele­fo­ni­ca agli ascol­ta­to­ri sen­za fil­tri pro­du­ce­va coin­vol­gi­men­to diret­to, da sog­get­to pas­si­vo del­la noti­zia l’interlocutore diven­ta­va atto­re diret­to, pro­ta­go­ni­sta del­la noti­zia, un vero rove­scia­men­to di para­dig­ma.
Inno­va­zio­ni che per i movi­men­ti apri­va­no nuo­ve pra­te­rie da attraversare.

Que­sta capa­ci­tà dia­let­ti­ca, Movimenti/​Organizzazione costi­tui­rà la par­ti­co­la­ri­tà di Radio Sher­wood anche all’interno del pano­ra­ma del­le radio di movi­men­to in Ita­lia, l’impossibilità di appiat­tir­ne il posi­zio­na­men­to sul­la cate­go­ria Orga­niz­za­zio­ne a mio pare­re sarà l’elemento che la pre­ser­ve­rà da ogni cri­mi­na­liz­za­zio­ne del­le inchie­ste giu­di­zia­rie e in una cer­ta misu­ra ne garan­ti­rà la vita­li­tà per tut­to il suc­ces­si­vo qua­ran­ten­nio.
In que­sto qua­dro si capi­sce l’attenzione dei Col­let­ti­vi anche per le poli­ti­che cul­tu­ra­li pro­po­ste in ambien­te uni­ver­si­ta­rio e la “sca­la­ta” alla dire­zio­ne del Cen­tro Uni­ver­si­ta­rio Cine­ma­to­gra­fi­co che gesti­va la pro­gram­ma­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca per gli stu­den­ti di Pado­va, Cine­ma Uno, pres­so il Tea­tro Ruz­za­te. Per un paio di anni, in que­sto spa­zio di auto­no­mia strap­pa­to al con­trol­lo dell’università, con rego­la­ri ele­zio­ni, svol­ge­rò il ruo­lo di diret­to­re di Cine­mau­no con l’aiuto sostan­zia­le di tan­ti com­pa­gni del movi­men­to (Bru­no V., Car­lo M.) che pur non mili­tan­do nei Col­let­ti­vi ne rico­no­sce­va­no la giu­stez­za di inter­ven­to e ave­va­no la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re le loro capa­ci­tà, con­cre­tiz­zan­do le loro pas­sio­ni al ser­vi­zio di un pro­ces­so dive­nu­to comunitario.

Se la Radio rap­pre­sen­ta la pale­stra d’inizio in cui i Col­let­ti­vi espe­ri­men­ta­no e si impos­ses­sa­no dei nuo­vi stru­men­ti di infor­ma­zio­ne, la cre­sci­ta tumul­tuo­sa del pro­get­to dei Col­let­ti­vi, dal ’76 al tut­to il ’78, deter­mi­na l’esigenza di dare all’informazione una strut­tu­ra più orga­ni­ca su tut­to il ter­ri­to­rio vene­to, si dà for­ma a un nuo­vo ambi­to orga­niz­za­ti­vo: Il Cen­tro di Comu­ni­ca­zio­ne Comu­ni­sta Vene­to. Nell’ottobre del ’78 esce il pri­mo nume­ro di “Auto­no­mia”, set­ti­ma­na­le comu­ni­sta dei CPV.

CENTRO DI COMUNICAZIONE COMUNISTA VENETO (CCCV)

Via via che si mol­ti­pli­ca­no gli stru­men­ti di infor­ma­zio­ne diret­ti dai CPV il CCCV rie­sce a dare strut­tu­ra ad una infor­ma­zio­ne orga­ni­ca sull’intero ter­ri­to­rio vene­to: Radio Sher­wood tri­pli­ca le sue fre­quen­ze di tra­smis­sio­ne impian­tan­do a Thie­ne e a Mestre due nuo­vi stu­di com­ple­ta­men­te auto­suf­fi­cien­ti ed auto­ge­sti­ti dai Col­let­ti­vi e com­pa­gni del­le strut­tu­re di movi­men­to facen­ti capo agli spe­ci­fi­ci ter­ri­to­ri, la libre­ria Calu­sca, il gior­na­le Auto­no­mia ed il CUC come moto­ri cul­tu­ra­li e di socia­liz­za­zio­ne del fiu­me car­si­co del risve­glio di lot­te dei gio­va­ni pro­le­ta­ri vene­ti.
Dopo gli arre­sti del 7 Apri­le 1979, la tra­ge­dia dei nostri com­pa­gni Alber­to, Anto­niet­ta e Ange­lo, mor­ti l’11 apri­le ‘79 e poi qual­che mese dopo Loren­zo, che deter­mi­na anche lo scon­quas­so dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vicen­ti­ni, ed i 30 e pas­sa arre­sti dell’11 mar­zo 1980, que­sta neces­si­tà si fa tal­men­te impe­ran­te che il CCCV rap­pre­sen­te­rà uno sno­do, anche di coor­di­na­men­to orga­niz­za­ti­vo, fon­da­men­ta­le per la tenuta/​rappresentazione dell’organizzazione.
La base pro­ces­sua­le par­te dal ’77 (pri­ma inchie­sta del PM Calo­ge­ro) per arri­va­re all’87, una mole enor­me di mate­ria­le da vaglia­re e gesti­re di cui pra­ti­ca­men­te da subi­to i Col­let­ti­vi han­no con­tez­za ma che ver­rà affron­ta­ta come spe­ci­fi­co ragio­na­men­to a par­ti­re dal­la diret­tis­si­ma del 1980 quan­do, con l’arresto di più di tren­ta mili­tan­ti dei Col­let­ti­vi, a Pado­va si apre una cri­si nell’articolazione sia dell’organizzazione che dell’intervento poli­ti­co.
La gestio­ne dell’informazione vie­ne for­za­ta­men­te cen­tra­liz­za­ta, per matu­ra­re in for­ma più orga­niz­za­ta nel 1982.
Il peso dei pro­ces­si a mez­zo stam­pa rove­scia­ti­ci addos­so da tut­ti i media nazio­na­li, car­ta­cei, radio­fo­ni­ci e tele­vi­si­vi asso­cia­ti ad un uso mici­dia­le del­la car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va ci costrin­ge a
chiu­der­ci in dife­sa per rin­tuz­za­re sul pia­no degli iter pro­ces­sua­li il pro­get­to dell’accusa (PCI- Calo­ge­ro).
La pres­sio­ne dell’inchiesta Calo­ge­ro è enor­me e soprat­tut­to ideo­lo­gi­ca tan­to che ad esem­pio per ben 3 anni con­se­cu­ti­vi, ’81 –’82 – ’83, pra­ti­ca­men­te ogni pri­ma­ve­ra dopo il mio rila­scio di fine ‘80 con una sospen­sio­ne pena per moti­vi di salu­te ven­go comun­que riar­re­sta­to median­te la rei­te­ra­ta emis­sio­ne di man­da­ti di cat­tu­ra che rifor­mu­la­va­no il rea­to asso­cia­ti­vo di ban­da arma­ta.
L’effetto sul pia­no pro­ces­sua­le era nul­lo ma impat­tan­te sul­la vita e l’organizzazione dei com­pa­gni col­pi­ti dal prov­ve­di­men­to che subi­va­no la ripar­ten­za di una nuo­va car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va. Per me for­tu­na­ta­men­te si ridu­ce­va ad una qua­ran­ti­na di gior­ni ogni vol­ta, il tem­po tec­ni­co per­ché gli avvo­ca­ti del nostro gran­de col­le­gio di dife­sa pre­sen­tas­se­ro i ricor­si al giu­di­ce istrut­to­re, che com’era giu­ri­di­ca­men­te cor­ret­to, nell’ambito del­lo sta­to di dirit­to fin lì soprav­vis­su­to al tri­ta­car­ne del­le leg­gi spe­cia­li, li acco­glie­va.
In que­sta com­ples­si­tà del qua­dro poli­ti­co e repres­si­vo avvie­ne la venu­ta meno del pro­get­to ori­gi­na­rio dei Col­let­ti­vi e l’apertura di una fase di ripie­ga­men­to e rifles­sio­ne nel­la ricer­ca di model­li inter­pre­ta­ti­vi ed orga­niz­za­ti­vi che dia­no nuo­va­men­te respi­ro alle lot­te ter­ri­to­ria­li che non si sono fer­ma­te.
Que­sta pos­si­bi­li­tà di rifles­sio­ne e di man­te­ni­men­to di una cer­ta pre­sen­za poli­ti­ca si incar­di­na sul radi­ca­men­to socia­le costrui­to negli anni e sugli isti­tu­ti di mas­sa mes­si in pie­di. I com­pa­gni del­la Bas­sa Pado­va­na, pra­ti­ca­men­te l’unico col­let­ti­vo (il Col­let­ti­vo Poli­ti­co Pado­va Sud) usci­to pres­so­ché inden­ne dal­le inchie­ste man­ten­go­no, in pie­di i pro­ces­si di lot­ta ed orga­niz­za­zio­ne anco­ra pos­si­bi­li. Una gran­de respon­sa­bi­li­tà e peso affron­ta­ti con dedi­zio­ne e capa­ci­tà a cui i com­pa­gni del movi­men­to comu­ni­sta vene­to por­te­ran­no sem­pre rico­no­scen­za.
Quan­do ven­go rila­scia­to con­tri­bui­sco al buon fun­zio­na­men­to e raf­for­za­men­to del CCCV,
che già con­ta su bra­vis­si­mi com­pa­gni e che si arric­chi­sce di nuo­ve pre­sen­ze rap­pre­sen­tan­ti le diver­se real­tà ter­ri­to­ria­li vene­te (Gui­do, Dario, Loris per Rovi­go, Gian­ni, San­dro, Ste­fa­no, Davi­de per Pado­va,…). I com­pa­gni non solo gesti­sco­no i flus­si infor­ma­ti­vi nei diver­si media (Radio Sher­wood, il set­ti­ma­na­le Auto­no­mia, le testa­te gior­na­li­sti­che nazio­na­li e loca­li) ma arti­co­la­no la pre­sen­za dei Col­let­ti­vi all’interno del­le strut­tu­re mes­se in pie­di per gesti­re la fase pro­ces­sua­le: il col­le­gio degli avvo­ca­ti difen­so­ri, il comi­ta­to dei fami­lia­ri e sono por­ta­vo­ce ver­so l’esterno dei com­pa­gni anco­ra dete­nu­ti.
Nel­la sostan­za il CCCV diven­ta un nuo­vo aggre­ga­to fuo­riu­scen­do dal­lo sche­ma del nucleo e dell’attivo aggan­cia­to ad una zona ter­ri­to­ria­le omo­ge­nea come da tra­di­zio­ne dei CPV.


Il suo ter­ri­to­rio è vir­tua­le e l’efficacia dell’ infor­ma­zio­ne, la misu­ra del suo inter­ven­to sono tre­men­da­men­te con­cre­ti nel con­tra­sto all’impianto accu­sa­to­rio calo­ge­ria­no e nel­la riven­di­ca­zio­ne del­la legit­ti­mi­tà dell’antagonismo e dell’illegalità di mas­sa in ogget­to.
Disci­pli­na e mili­tan­za in con­ti­nui­tà con il meto­do poli­ti­co dei CPV, sep­pu­re nel­la pro­ble­ma­ti­ci­tà del­la fase, costi­tui­ro­no il pre­sup­po­sto dell’efficacia del­la fun­zio­ne del CCCV. Lo sti­le di lavo­ro e il meto­do con cui si è gesti­ta la mate­ria per­mi­se al CCCV di tene­re insie­me diver­si ambi­ti e sog­get­ti socia­li, anche cul­tu­ral­men­te ester­ni fino ad allo­ra alle riven­di­ca­zio­ni socia­li sot­to accu­sa.
Così diven­ta pos­si­bi­le costrui­re indi­ca­zio­ni, sca­den­ze coin­vol­gen­ti una ampia stra­ti­fi­ca­zio­ne socia­le, spec­chio del radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le dei Col­let­ti­vi.
Anche all’emersione di que­sta secon­da leva di com­pa­gni, suc­ces­si­va alla nostra come fon­da­to­ri dei CPV, dob­bia­mo il rico­no­sci­men­to di ave­re gesti­to al meglio del­le pos­si­bi­li­tà la nostra linea difen­si­va; gestio­ne che pro­ces­sual­men­te per­met­te­rà a noi sot­to pro­ces­so per ban­da arma­ta a Pado­va e nel Vene­to, – rispet­to ad ana­lo­ghi pro­ces­si a Mila­no, Roma, Tori­no – non solo tan­te asso­lu­zio­ni, un for­te con­te­ni­men­to del­le pene com­ples­si­ve e dei mas­si­ma­li di pena ma anche la tenu­ta col­let­ti­va di tut­ti gli impu­ta­ti con il rifiu­to del­le dina­mi­che dis­so­cia­ti­ve che tra­vol­se­ro qua­si tut­te le orga­niz­za­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie in Ita­lia.
La tenu­ta orga­niz­za­ti­va di un cen­tro che gesti­sce la comu­ni­ca­zio­ne dei Col­let­ti­vi (CCCV), per come anco­ra pote­va­no dar­si, ci dà il tem­po di ripren­de­re ed appro­fon­di­re il nostro approc­cio con il mon­do dell’immagine.
È in que­sta cor­ni­ce che creia­mo il Cen­tro di Docu­men­ta­zio­ne Anti­nu­clea­re e Antimperialista.

CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ANTINUCLEARE E ANTIMPERIALISTA (CDAA)

Se nell’aprile del ’79 l’idea e l’iter buro­cra­ti­co per apri­re una tele­vi­sio­ne col­la­te­ra­le a Radio Sher­wood fu abor­ti­ta dall’incedere tra­vol­gen­te del­le inchie­ste giu­di­zia­rie, la con­sa­pe­vo­lez­za che il mon­do dell’immagine entra­va pre­po­ten­te­men­te a defi­ni­re l’immaginario col­let­ti­vo si face­va sem­pre più chia­ra e a par­ti­re dal­le sca­den­ze di infor­ma­zio­ne e lot­ta con­tro il nuclea­re, per la chiu­su­ra del­le Cen­tra­li di Caor­so, Tri­no Ver­cel­le­se e Mon­tal­to di Castro pre­sen­ti in Ita­lia, pen­sam­mo di costrui­re un cen­tro di docu­men­ta­zio­ne video che gestis­se una filie­ra di video­pro­du­zio­ni, dal bas­so, che offris­se ai movi­men­ti gli stru­men­ti per fare cono­sce­re tema­ti­che e lot­te.
Con i com­pa­gni Enri­co e Rober­ta, gio­va­ni lavo­ra­to­ri, tec­ni­ci di regia, pres­so una tele­vi­sio­ne pri­va­ta, comin­ciam­mo a rac­co­glie­re o fare le ripre­se video di mani­fe­sta­zio­ni per assem­blar­le poi con mate­ria­le d’archivio e fare i pri­mi video.
Il pri­mo video con mate­ria­le com­ple­ta­men­te auto­pro­dot­to da noi sarà la video inchie­sta sull’omicidio di Pie­tro Gre­co, Pedro, avve­nu­to a Trie­ste il 9 mar­zo del 1985 per mano di poli­zia poli­ti­ca e ser­vi­zi segre­ti. La strut­tu­ra pro­dut­tri­ce del lavo­ro sarà deno­mi­na­ta Cen­tro di Docu­men­ta­zio­ne Anti­nu­clea­re Antim­pe­ria­li­sta e dal­la pri­ma sede tem­po­ra­nea a Pado­va ospi­ta­ta nel­la libre­ria Calu­sca tro­ve­rà sta­bi­li­tà riat­trez­zan­do un paio di loca­li sot­tou­ti­liz­za­ti pres­so Radio Sher­wood .
All’epoca le pri­me pro­du­zio­ni video cir­co­la­va­no su ingom­bran­ti video­cas­set­te, ini­ziam­mo a mon­ta­re le pro­du­zio­ni usan­do due gran­di video­re­gi­stra­to­ri in for­ma­to ¾ di pol­li­ce recu­pe­ra­ti da Rober­ta ed Enri­co, mol­to usa­ti, da una tv pri­va­ta. Poi que­sti master veni­va­no con­ver­ti­ti nel for­ma­to in uso pres­so le fami­glie che pos­se­de­va­no i pri­mi video­re­gi­stra­to­ri in for­ma­to VHS.
Insom­ma un traf­fi­co labo­rio­so che ci costrin­se a costi­tui­re una cor­da­ta di com­pa­gni e com­pa­gne (Io, Rober­ta ed Enri­co, e i nostri cari com­pa­gni medi­ci Lui­sa e Car­lo), che si accol­lò un pre­sti­to ban­ca­rio inde­bi­tan­do­si per qual­che anno per acqui­sta­re una cen­tra­li­na di mon­tag­gio Pana­so­nic con carat­te­ri­sti­che pro­fes­sio­na­li (due video­re­gi­stra­to­ri, la cen­tra­li­na, un moni­tor Sony Tri­ni­tron, i miglio­ri dell’epoca) e uno dei pri­mi video­pro­iet­to­ri per il gran­de scher­mo. I tito­li si face­va­no con i pri­mi pc per video­gio­chi (Vic 20 Com­mo­do­re 64, Ata­ri) che ave­va­no un’uscita pre­di­spo­sta video.
Fac­cia­mo uno sfor­zo di lun­go perio­do che non impe­gni i pro­ces­si orga­niz­za­ti ma sia soste­nu­to dai sog­get­ti più sen­si­bi­li, dispo­ni­bi­li ed inte­res­sa­ti all’ampliamento degli stru­men­ti media­ti­ci per il movi­men­to, ini­zia­mo così.
L’intento del Cen­tro di pro­du­zio­ne CDAA era offri­re video sul­la sto­ria del movi­men­to, sul­le sue for­me di lot­ta ed ini­zia­ti­ve. Una biblio­te­ca video che con le video­cas­set­te potes­se entra­re nel­le case o che con il gran­de video­pro­iet­to­re incon­tras­se nel­le piaz­ze, nei cine­ma, nel­le sale comu­ni del­le case del­lo stu­den­te un pub­bli­co più vasto.


Pra­ti­ca­men­te un vola­no per fare cono­sce­re le lot­te, che all’epoca inte­res­sa­va­no le pro­du­zio­ni inqui­nan­ti e il nuclea­re. Ricor­do anco­ra un epi­so­dio riguar­dan­te la cen­tra­le a Car­bo­ne di Por­to Tol­le, nel del­ta del Po, estre­ma­men­te inqui­nan­te in quell’area così ric­ca di fra­gi­le bio­di­ver­si­tà.
Con dei gio­va­ni com­pa­gni del­la radio ave­va­mo otte­nu­to un pas­sag­gio sul­la bar­ca di un pesca­to­re soli­da­le e ave­va­mo gira­to degli spez­zo­ni navi­gan­do attor­no al peri­me­tro del­la cen­tra­le che insi­ste sul­la lagu­na. Era­va­mo in sta­gio­ne inver­na­le e ci sia­mo are­na­ti in una bare­na, can­ne­to e fan­go, per
toglier­ci d’impiccio i più gio­va­ni si sono immer­si nel­la fan­ghi­glia fino al pet­to, in esta­te ci sareb­be sta­to da ride­re, ma era inver­no e bagna­ti fino all’osso bat­te­ro­no i den­ti, giun­ti al por­tic­cio­lo da cui era­va­mo par­ti­ti si lava­ro­no con il get­to di una can­na. Si face­va di tut­to pur di por­ta­re a casa un pro­dot­to gira­to da noi.
Il CDAA era for­te­men­te con­nes­so alla vita di Radio Sher­wood, que­sta sen­si­bi­li­tà per i media, la gestio­ne auto­no­ma dell’informazione, che nasce nel ’76, ha quin­di un per­cor­so lun­go e ten­ta sem­pre di anti­ci­pa­re le ten­den­ze.
Pen­sia­mo ad esem­pio cosa offro­no oggi i cel­lu­la­ri con le loro appli­ca­zio­ni di video­re­gi­stra­zio­ne, mon­tag­gio e inter­fac­cia in tem­po rea­le con l’intero mon­do web … , se aves­si­mo avu­to que­ste tec­no­lo­gie all’epoca, per­ché han­no una enor­me impor­tan­za nel­la modi­fi­ca­zio­ne antro­po­lo­gi­ca, del­la testa, dei com­por­ta­men­ti del­la tota­li­tà dei frui­to­ri del­lo stru­men­to cel­lu­la­re, che non è solo uno stru­men­to di infor­ma­zio­ne ben­sì di gover­no del­le per­so­ne.
Anti­ci­pa­va­mo del­le ten­den­ze gesten­do­le con intel­li­gen­ze, cono­scen­ze ma soprat­tut­to attra­ver­so la rete socia­le che diven­ta­va il moto­re che ci pre­pa­ra­va ad affron­ta­re ter­re­ni sco­no­sciu­ti, nes­su­no di noi ave­va stu­dia­to per que­sto. E’ nell’incrocio del­le nostre vite socia­li che ci impa­dro­nia­mo del­le com­pe­ten­ze pro­fes­sio­na­li. La nostra sto­ria è riu­sci­re a coniu­ga­re tut­te que­ste capa­ci­tà e que­sto sen­ti­re met­ten­do­li a valore.

Per­ché ho intra­pre­so que­sto viag­gio con que­sti com­pa­gni e non con altri è pre­sto det­to.
Veni­va­mo tut­ti fuo­ri – inten­do il nucleo dei com­pa­gni che nel ’74 daran­no vita al Col­let­ti­vo Poli­ti­co Pado­va nord – dal cor­po degli stu­den­ti medi ed ex medi (eccet­to Gia­co­mo, che non ave­va fre­quen­ta­to le scuo­le a Pado­va ed era iscrit­to alla facol­tà di Scien­ze Poli­ti­che) . Per­so­nal­men­te ave­vo fre­quen­ta­to l’Istituto tec­ni­co Einau­di dove mi diplo­mai nel ’72. Ho un pre­ci­so ricor­do di un movi­men­to di stu­den­ti atti­vo nel ’69 in que­sto Isti­tu­to; si era rac­col­to attor­no a un’associazione stu­den­te­sca che nel nome evo­ca­va una glo­rio­sa isti­tu­zio­ne del­la Repub­bli­ca dei dogi, Il Mag­gio­re Con­si­glio. Con l’aiuto di due com­pa­gni, Tizia­no Vitul­lo e Ser­gio Ver­rec­chia (che nel 1985 diven­te­rà vice­sin­da­co di PD in rap­pre­sen­tan­za del PSI), riu­scia­mo a cam­biar­ne la natu­ra tra­sfor­man­do­lo in comi­ta­to di base; da allo­ra non ho più smes­so di fare poli­ti­ca den­tro i movi­men­ti. È come stu­den­te medio che comin­cio a fre­quen­ta­re i com­pa­gni più gio­va­ni di Pote­re Ope­ra­io che già nel ’70 ave­va in cit­tà una sua strut­tu­ra ben defi­ni­ta; era pre­sen­te, ricor­do, all’Università e al Sel­va­ti­co, un Isti­tu­to d’arte sicu­ra­men­te più ricet­ti­vo e aper­to di altre scuo­le. Poi c’era la Fusi­na­to, la casa del­lo stu­den­te, che i com­pa­gni di P. O. ave­va­no chia­ma­to, guar­da un po’, base ros­sa; la uti­liz­za­va­mo anche noi medi. Ti met­te­va a dispo­si­zio­ne car­ta e ciclo­sti­le e non ti chie­de­va la tes­se­ra d’appartenenza. È così che anch’io entro in P. O. diven­tan­do­ne un mili­tan­te. Pote­re Ope­ra­io mi offre l’occasione di fre­quen­ta­re assem­blee extra isti­tu­to, di anda­re davan­ti alle fab­bri­che e soprat­tut­to di stu­dia­re i clas­si­ci, in par­ti­co­la­re alcu­ni libri di Lenin per­ché quel­la sovie­ti­ca era vis­su­ta come la rivo­lu­zio­ne a noi più vici­na; devo ricor­da­re che noi non sia­mo mai sta­ti filo­so­vie­ti­ci però vole­va­mo capi­re qua­li fos­se­ro gli stru­men­ti che dove­va­mo dar­ci per orga­niz­za­re la nostra rivoluzione. 

Tut­ta que­sta leva di gio­va­ni com­pa­gni medi ave­va capi­to la neces­si­tà dell’organizzazione; sen­za l’organizzazione non avrem­mo con­se­gui­to alcun­ché, nean­che gli obiet­ti­vi mini­ma­li. Cosa offri­va Pote­re Ope­ra­io di così allet­tan­te a un gio­va­ne come me? Cer­ta­men­te una moti­va­zio­ne seria per sot­trar­re la mia vita allo sfrut­ta­men­to cui era­no sog­get­ti i miei geni­to­ri e quel­la curio­si­tà intel­let­tua­le che la scuo­la non pote­va sod­di­sfa­re; in più mi offri­va l’occasione di rior­ga­niz­za­re la mia vita quo­ti­dia­na con una pra­ti­ca poli­ti­ca coin­vol­gen­te. Dove mai avrei potu­to incon­tra­re gio­va­ni altret­tan­to curio­si e così aper­ti al mon­do? Sape­vo come mi con­si­de­ra­va e cosa mi riser­va­va la scuo­la che fre­quen­ta­vo. Ma la mili­tan­za in P. O. non ha signi­fi­ca­to un appiat­ti­men­to sull’organizzazione. Noi medi gode­va­mo di una socia­li­tà tut­ta nostra
per­ché si usci­va tut­ti da fami­glie rigi­da­men­te strut­tu­ra­te per cui il tas­so di insof­fe­ren­za era quel­lo, sen­za gran­di dif­fe­ren­ze per maschi e fem­mi­ne. Abbia­mo avu­to in odio i fasci­sti anche per il loro cul­to del­la tra­di­zio­ne e dei suoi valo­ri; natu­ra­le che voles­si­mo libe­rar­ce­ne. Pado­va pul­lu­la­va di orga­niz­za­zio­ni fasci­ste e di cel­lu­le stra­gi­ste al sol­do dei ser­vi­zi segre­ti; per tan­ti anni, trop­pi, ave­va­no con­trol­la­to alcu­ne piaz­ze, alcu­ne facol­tà, addi­rit­tu­ra rese invi­vi­bi­li zone inte­re del­la cit­tà. Ricor­do che per que­sto moti­vo ci si muo­ve­va sem­pre in grup­po e i com­pa­gni più espo­sti veni­va­no accom­pa­gna­ti a casa. È sta­to l’antifascismo ad ali­men­ta­re quel lega­me fidu­cia­rio riscon­tra­bi­le tra i medi e tra­smes­so poi ai Col­let­ti­vi.
Sono con­vin­to che la loro tenu­ta orga­niz­za­ti­va per tut­ti gli anni Set­tan­ta e oltre sia dovu­ta a que­sta ere­di­tà; la stes­sa dina­mi­ca com­por­ta­men­ta­le, di comu­ni­tà, che ave­va con­tras­se­gna­to il modo di esse­re e di agi­re dei medi la ritro­via­mo nel­la pra­ti­ca dei Collettivi. 

Quan­do sen­to dire dai gio­va­ni com­pa­gni di oggi che la mia gene­ra­zio­ne è sta­ta for­tu­na­ta per­ché in que­gli anni tut­to era pos­si­bi­le, mi vie­ne da rispon­de­re che sì, que­sto è sta­to vero ma solo per­ché sia­mo sta­ti capa­ci di dotar­ci di for­mu­le orga­niz­za­ti­ve, di pro­gram­mi e di arti­co­la­zio­ni di pro­get­ti nell’immediato cre­di­bi­li e fun­zio­nan­ti. Non è sta­to rega­la­to nien­te alla nostra gene­ra­zio­ne, è sta­to tut­to con­qui­sta­to. Cer­to, le sol­le­ci­ta­zio­ni che ci veni­va­no dal mon­do non man­ca­va­no e non sto qui a ricor­dar­le; in casa i nostri ope­rai lot­ta­va­no e vin­ce­va­no e tut­to que­sto bai­lam­me ti face­va sen­ti­re for­te e vin­cen­te ma anche noi abbia­mo fat­to la nostra par­te con le nostre scel­te. Dopo Roso­li­na abbia­mo scel­to facen­do­ci cari­co di un nuo­vo pro­get­to che abbia­mo per­fe­zio­na­to stra­da facen­do, spe­ri­men­tan­do e inter­ro­gan­do­ci. Non c’è con­ti­nui­tà tra l’esperienza di P. O. e quel­la dei Col­let­ti­vi; solo chi ave­va una visio­ne hege­lia­na del­la Sto­ria pote­va pen­sar­lo, ad esem­pio Calo­ge­ro e il Pci che lo spon­so­riz­za­va. Il tema del­la scel­ta mi impo­ne di fare alcu­ni nomi per­ché è bene ricor­da­re chi allo­ra deci­se il da far­si: Pie­ro, Augu­sto, Susan­na, io, Gia­co­mo ed altri anco­ra. Quan­te vol­te ci sia­mo ritro­va­ti a casa di Gia­co­mo e Pie­ro a leg­ge­re e stu­dia­re assie­me, a chio­sa­re e discu­te­re men­tre sua madre, Maria, ci accu­di­va tut­ti come figli suoi. Ave­va­mo chi ven­ti­duen­ne, chi ven­ti­quat­tro anni quan­do deci­dem­mo con la nostra testa di pren­de­re in mano il nostro desti­no costruen­do que­sta nuo­va orga­niz­za­zio­ne. Que­sto sì che può esser­ci impu­ta­to ma l’inintelligenza del sol­da­ti­no che vive aspet­tan­do ordi­ni, que­sto è vera­men­te trop­po. Pren­dia­mo il docu­men­to poli­ti­co che deci­dem­mo – Pie­ro , Gia­co­mo ed io – di pre­sen­ta­re alla rete dei com­pa­gni medi e uni­ver­si­ta­ri nel ’74; segna la data di nasci­ta dei Col­let­ti­vi e una cesu­ra net­ta con la sto­ria di Pote­re Ope­ra­io. A rileg­ger­lo oggi, non ho dif­fi­col­tà a rico­no­sce­re che è sta­to lì che abbia­mo tira­to le som­me del­la nostra espe­rien­za pas­sa­ta. Ai com­pa­gni pro­po­ne­va­mo un pat­to fon­da­ti­vo “vin­co­lan­te il com­por­ta­men­to e la mili­zia poli­ti­ca del sin­go­lo all’interno e all’esterno dell’organizzazione e per tut­ta l’organizzazione”. Era il “nostro” leni­ni­smo. Si vole­va ripro­por­re su una sca­la più lar­ga un’etica com­por­ta­men­ta­le matu­ra­ta nel­le stra­de e nel­le piaz­ze del­la nostra cit­tà. Quan­to alla for­ma dei Col­let­ti­vi , nien­te era sta­to pen­sa­to a tavo­li­no per­ché essa era già data; anche in que­sto caso sta­va­mo tiran­do in bar­ca le nostre reti. E infat­ti i tre Col­let­ti­vi, del nord, del cen­tro e del sud, era­no già una real­tà e quan­to ai loro respon­sa­bi­li, i gal­lo­ni era­no sta­ti con­qui­sta­ti sul cam­po: io e Gia­co­mo a gesti­re il Col­let­ti­vo nord, Pie­ro e Augu­sto il Col­let­ti­vo cen­tro, Gian­ni e Gian­car­lo il Col­let­ti­vo sud. Par­lo del­la pri­ma fase del­la loro sto­ria. Il fat­to che una deci­na di gio­va­ni in un per­cor­so di auto­for­ma­zio­ne sia­no riu­sci­ti a espri­me­re la com­ples­si­tà di con­te­nu­ti poli­ti­ci e l’articolazione tat­ti­ca nei rispet­ti­vi ter­ri­to­ri è rima­sto un miste­ro solo per chi non ha volu­to capire. 

La chia­ve del nostro suc­ces­so è da cer­ca­re nel modo in cui abbia­mo affron­ta­to la com­ples­si­tà del­la spe­ci­fi­ca fase che ci tro­va­va­mo a vive­re: mai sem­pli­fi­ca­re, vede­re tut­ti gli aspet­ti, cer­ca­re di pre­ve­de­re quel­le varian­ti che si sareb­be­ro pre­sen­ta­te e in tal modo anti­ci­pa­re gli even­ti ma soprat­tut­to riu­sci­re a valo­riz­za­re le qua­li­tà anche carat­te­ria­li di cia­scun com­pa­gno. Tan­te vol­te in un orga­ni­smo diri­gen­te ti tro­vi a con­fron­tar­ti con com­pa­gni che sono diver­si da te e con i qua­li puoi non con­di­vi­de­re opi­nio­ni e ana­li­si; se le incom­pren­sio­ni e le lace­ra­zio­ni sono sem­pre die­tro l’angolo, noi però abbia­mo avu­to sem­pre la
capa­ci­tà di smus­sa­re que­sti momen­ti di incom­pren­sio­ne e di por­ta­re a valo­re il par­ti­co­la­re carat­te­re di cia­scu­no. Per dire: era Gia­co­mo, che per la sua for­ma­zio­ne era vera­men­te una per­so­na mol­to rifles­si­va e a cui pia­ce­va stu­dia­re, a por­ta­re a sin­te­si in modo chia­ro e con­di­vi­so quan­to si era discus­so nel­la Com­mis­sio­ne Poli­ti­ca. Con Pie­ro sco­pri­vi cos’è una men­te effer­ve­scen­te, mai fer­ma, pen­san­te; la sua capa­ci­tà era di inno­va­re per cui nel­le discus­sio­ni, intro­du­cen­do sem­pre nuo­vi ele­men­ti, era quel­lo che face­va da trai­no. Inve­ce a me, che ero un discre­to orga­niz­za­to­re, veni­va più sem­pli­ce, una vol­ta defi­ni­te le linee e le tra­iet­to­rie da segui­re, appli­car­le poi sul cam­po, lega­le e ille­ga­le che fos­se. Sì, ille­ga­le per­ché non fai la rivo­lu­zio­ne sen­za l’uso sapien­te e ragio­na­to del­la for­za. Noi ci sia­mo sem­pre dif­fe­ren­zia­ti nel­la con­ce­zio­ne del­la lot­ta arma­ta dal­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti clan­de­sti­ne; non ci è mai appar­te­nu­ta l’idea di uno Sta­to in fie­ri che si scon­tra con il pote­re costi­tui­to. La poli­ti­ca coman­da il fuci­le; a que­sto assun­to maoi­sta sia­mo rima­sti sem­pre fede­li. L’uso del­la for­za è sem­pre sta­to com­mi­su­ra­to ai movi­men­ti di mas­sa; se que­sti non l’avessero fat­to pro­prio, se non l’avessero accet­ta­to a tut­ti i livel­li, addi­rit­tu­ra pro­po­sto, noi come orga­niz­za­zio­ne non l’avremmo pra­ti­ca­to. Non si dava uso del­la for­za se tut­ti i suoi livel­li orga­niz­za­ti­vi non ne fos­se­ro sta­ti convinti. 

Non veni­va impo­sto ai mili­tan­ti da una ban­da di visio­na­ri per­ché era­no i mili­tan­ti a tut­ti i livel­li a esser­ne con­vin­ti. Era­no i mili­tan­ti a deci­de­re l’arma, se il sam­pie­tri­no, la fion­da, la sbar­ra oppu­re la pisto­la. È faci­le pen­sa­re, come è sen­so comu­ne, che a deci­de­re sia il capo ma noi non ave­va­mo capi. A deci­de­re era la situa­zio­ne di movi­men­to. Quan­to alla peri­co­lo­si­tà dell’azione, essa veni­va assun­ta da chi ave­va mag­gio­re respon­sa­bi­li­tà poli­ti­ca. Era, que­sto, l’altro cri­te­rio discri­mi­nan­te ed è sta­to così che ci sia­mo gua­da­gna­ti il rispet­to e la sti­ma dei com­pa­gni di movi­men­to. Il tut­to però den­tro una sot­to­va­lu­ta­zio­ne del nostro Sta­to demo­cra­ti­co. Con­ti­nua­va­mo a pen­sar­lo tale, demo­cra­ti­co per l’appunto, e di dirit­to, che ti arre­sta, ti pro­ces­sa, even­tual­men­te ti con­dan­na sul­la base di un iter ben pre­ci­so, a par­ti­re dal­la rac­col­ta di pro­ve docu­men­ta­te. Chi di noi avreb­be mai sospet­ta­to pri­ma del 7 apri­le il suo stra­vol­gi­men­to con l’introduzione dell’inversione dell’onere del­la pro­va? For­se avrem­mo dovu­to pen­sar­ci già nel mar­zo del ’77 quan­do Calo­ge­ro, sem­pre lui, ci accu­sa di asso­cia­zio­ne per delin­que­re, un rea­to asso­cia­ti­vo nor­mal­men­te uti­liz­za­to nel­le inchie­ste di mafia. Una rap­pre­sa­glia in pro­ba­bi­le rispo­sta alle pri­me azio­ni del Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te.
Un sen­to­re di bru­cia­to che non ave­va­mo fiu­ta­to. È sta­to il fat­to­re tem­po a pren­der­si gio­co del­la nostra inge­nui­tà. Qua­li pro­ve ave­va­no con­tro di noi? Nes­sun com­pa­gno era sta­to pre­so in fal­lo, nes­su­na arma era sta­ta mai tro­va­ta. Cer­to che era­va­mo noi a com­bi­na­re tut­to quel casi­no ma le pro­ve? Para­dos­sal­men­te pro­prio il flop di que­sta pri­ma inchie­sta raf­for­za­va la nostra con­vin­zio­ne che ciò che ave­va­mo davan­ti era pur sem­pre uno Sta­to di dirit­to. Ci sen­ti­va­mo pro­tet­ti dal­la nostra stes­sa sto­ria per­ché le cose era­no sta­te fat­te bene, nel lin­guag­gio del­la mala “in modo pulito”.

Il FRONTE COMUNISTA COMBATTENTE

Ma cosa è sta­to il Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te (FCC) nell’esperienza dei CPV?
Il FCC nasce come ulte­rio­re arti­co­la­zio­ne dei livel­li d’organizzazione, i mili­tan­ti sono scel­ti in base al ruo­lo di respon­sa­bi­li­tà poli­ti­ca com­ples­si­va che rap­pre­sen­ta­no nell’organigramma dei Col­let­ti­vi e in base all’equilibrio e con­sa­pe­vo­lez­za dimo­stra­ti sul cam­po del­lo scon­tro lad­do­ve nel tem­po si neces­si­tò dell’uso del­la for­za.
Il F.C.C. costi­tui­sce l’ambito d’organizzazione che si fa pra­ti­ca­men­te cari­co di dota­re i CPV degli stru­men­ti mate­ria­li neces­sa­ri ad eser­ci­ta­re in sicu­rez­za l’uso del­la for­za richie­sto dal pro­gram­ma di fase e di rap­pre­sen­tar­ne all’occorrenza una sin­te­si, che accu­mu­la l’esperienza sul cam­po, che defi­ni­sce rego­le com­por­ta­men­ta­li, meto­do­lo­gi­che per le azio­ni ille­ga­li, che affron­ta le pro­ble­ma­ti­che dell’armamento, del­la logi­sti­ca che ne con­se­gue etc.
Nel con­tem­po è l’ambito con­di­vi­so dal­la dire­zio­ne dei CPV in cui si discu­te l’opportunità dell’uso del­la for­za, del­la sua inten­si­tà ed esten­sio­ne ter­ri­to­ria­le all’interno di una cam­pa­gna poli­ti­ca- mili­ta­re dell’ orga­niz­za­zio­ne.
All’interno del­la nostra scel­ta di cam­po dove le cate­go­rie lot­ta arma­ta e uni­tà dei comu­ni­sti costi­tui­sco­no ambi­ti stra­te­gi­ci per arri­va­re a una pos­si­bi­le rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria anti­ca­pi­ta­li­sta, il FCC è anche il nostro stru­men­to per un con­fron­to poli­ti­co con le altre orga­niz­za­zio­ni comu­ni­ste rivo­lu­zio­na­rie che dal ’75 in poi pri­vi­le­gia­no in modo pra­ti­ca­men­te esclu­si­vo con­tro sta­to e padro­ni il ter­re­no del­la lot­ta arma­ta nel­la clan­de­sti­ni­tà orga­niz­za­ti­va.
Se nel­le pri­me appa­ri­zio­ni del FCC (pri­mo seme­stre 1977) alla sua azio­ne si dava una for­te con­no­ta­zio­ne al carat­te­re di “pro­pa­gan­da arma­ta” que­sto era dovu­to al qua­dro poli­ti­co nazio­na­le, alla bat­ta­glia poli­ti­ca rispet­to alle com­po­nen­ti rivo­lu­zio­na­rie clan­de­sti­ne che sta­va­no viran­do inve­ce su un ter­re­no di scon­tro arma­to fron­ta­le con lo Sta­to, di guerra.


Lot­ta arma­ta, in que­sta acce­zio­ne di guer­ra simu­la­ta, per noi signi­fi­ca­va vede­re spo­sta­to sul ter­re­no pret­ta­men­te mili­ta­re lo scon­tro di clas­se, men­tre, sem­pli­fi­can­do, pro­pa­gan­da arma­ta signi­fi­ca­va comin­cia­re a intro­dur­re nel­le dina­mi­che dei movi­men­ti orga­niz­za­ti emer­gen­ti un ragio­na­men­to sul­la neces­si­tà di man­te­ne­re il pri­ma­to del­la poli­ti­ca anche nell’uso del­la for­za, quest’ultima sem­pre para­me­tra­ta nel­la sua for­ma e inten­si­tà a pro­ces­si rea­li, con­cre­ti di ricom­po­si­zio­ne pro­le­ta­ria e costru­zio­ne di orga­ni­smi di mas­sa anta­go­ni­sti.
La guer­ra di clas­se era un per­cor­so di lun­go perio­do che non lascia­va spa­zio a fughe in avan­ti, al gene­ra­re scol­la­tu­re tra i movi­men­ti di mas­sa, i suoi orga­ni­smi di coor­di­na­men­to e dire­zio­ne del­le lot­te.
Per impe­di­re l’egemonizzazione dei nuo­vi movi­men­ti auto­no­mi, del­la nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se che si anda­va deli­nean­do nel­la figu­ra teo­ri­ca dell’operaio socia­le, da par­te del­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti clan­de­sti­ne si ren­de­va neces­sa­rio dimo­stra­re che il mono­po­lio del­le armi non era una loro esclu­si­va e che altre stra­te­gie ne pos­se­de­va­no l’uso. Stra­te­gie che ne pre­ve­de­va­no l’uso sem­pre in rap­por­to stret­to con le pra­ti­che, le dina­mi­che, gli obiet­ti­vi che deter­mi­na­va­no lo svi­lup­po con­cre­to degli orga­ni­smi dei movi­men­ti di mas­sa, sen­za pri­vi­le­gia­re mere logi­che di orga­niz­za­zio­ne.
La bat­ta­glia poli­ti­ca con­tro un com­bat­ten­ti­smo sem­pre più auto­re­fe­ren­zia­le e con­no­ta­to su una logi­ca di guer­ra dispie­ga­ta, vedi l’ossessivo annien­ta­men­to del nemi­co di tur­no, rese natu­ra­le al FCC sce­glie­re di posi­zio­na­re la pro­pria azio­ne all’interno del­le cam­pa­gne d’organizzazione che coin­vol­ge­va­no con­tem­po­ra­nea­men­te sul ter­re­no dell’uso del­la for­za un cen­ti­na­io e più di com­pa­gni dei CPV sul ter­ri­to­rio vene­to (per la stam­pa di regi­me le cosid­det­te “not­ti dei fuo­chi”).
La dina­mi­ca lot­te e obiet­ti­vi di mas­sa sul ter­re­no pub­bli­co, uso del­la for­za con­tro obiet­ti­vi por­ta­ti in luce dal­le lot­te, azio­ne di pro­pa­gan­da arma­ta con­tro le figu­re emi­nen­ti del­la regia padro­na­le nel­la sin­go­la cam­pa­gna d’organizzazione dava cor­po e strut­tu­ra poli­ti­ca alla nostra teo­ria del Contropotere.


Il Con­tro­po­te­re essen­do un ter­re­no poli­ti­co esi­sten­te solo se di mas­sa impe­di­va anche ogni logi­ca di fuga in avan­ti sul ter­re­no del mili­ta­ri­smo.
In effet­ti la com­ples­sa arti­co­la­zio­ne pub­bli­ca dei CPV fece in modo che nel ter­ri­to­rio vene­to si con­te­nes­se note­vol­men­te il feno­me­no veri­fi­ca­to­si post ’77 nel­le aree metro­po­li­ta­ne, Mila­no, Roma, dove grup­pi di quar­tie­re o pae­se sce­glien­do l’ideologia del­la clan­de­sti­ni­tà com­bat­ten­te e pro­cu­ra­ta un’arma da fuo­co pone­va­no in esse­re azio­ni di annien­ta­men­to dell’avversario, da noi rite­nu­te avul­se dal­la fase poli­ti­ca ed ester­ne alle esi­gen­ze e ai per­cor­si dei movi­men­ti di lot­ta di quel ter­ri­to­rio.
Solo dopo la fase repres­si­va del 7 apri­le 1979 riap­pa­re nel Vene­to in for­ma visi­bi­le la com­po­nen­te com­bat­ten­te clan­dest­na rife­ri­ta alle Bri­ga­te Ros­se e, come era pre­ve­di­bi­le, tan­ti guai ne ven­ne­ro per il Movi­men­to Comu­ni­sta Orga­niz­za­to (MCO).


Mi vie­ne in men­te l’acceso scon­tro poli­ti­co che nel 1981 dovem­mo arti­co­la­re in Vene­to par­ten­do dal ter­ri­to­rio di Mar­ghe­ra. Al Petrol­chi­mi­co i com­pa­gni, attor­no al nostro Clau­dio Ceri­ca, ave­va­no sapu­to rilan­cia­re un pro­gram­ma ope­ra­io e pro­le­ta­rio di mas­sa tan­to che su di esso ave­va­no mes­so in mino­ran­za il sin­da­ca­to di fab­bri­ca e ini­zia­to un for­mi­da­bi­le ciclo di lot­te con­tro la cas­sa inte­gra­zio­ne al Petrol­chi­mi­co, per la ridu­zio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, la chiu­su­ra del­le pro­du­zio­ni di mor­te, che si intrec­cia­va sul ter­ri­to­rio anche con le lot­te sul dirit­to alla casa (vedi Auto­no­mia n. 25, pag. 18–19-23). In que­sta situa­zio­ne di espan­sio­ne del movi­men­to le Bri­ga­te Ros­se inter­ven­ne­ro rapen­do il diret­to­re del Petrol­chi­mi­co, l’ing. Talier­cio e fir­man­do­ne la con­dan­na a mor­te. Una azio­ne total­men­te alie­na dal­la real­tà del Comi­ta­to Ope­ra­io del Petrol­chi­mi­co, dal Comi­ta­to Lavo­ra­to­ri e da tut­to il Movi­men­to Comu­ni­sta Orga­niz­za­to del Vene­to che gesti­va­no il ciclo mon­tan­te di lot­te.
Fu in quell’occasione che San­dro ed io che cura­va­mo il Cen­tro di Comu­ni­ca­zio­ne Comu­ni­sta Vene­to d’urgenza sti­lam­mo un mani­fe­sto, a fir­ma M.C.O., di cri­ti­ca all’azione del­le BR con la richie­sta di non dare segui­to all’omicidio dell’ing. Taliercio.


Il mani­fe­sto fu appe­so sui muri di tut­ti i mag­gio­ri cen­tri cit­ta­di­ni del Vene­to, fu pas­sa­to alla stam­pa e divul­ga­to da Radio Sher­wood.
Ma a nul­la ser­vì, le Bri­ga­te Ros­se anche nel Vene­to ave­va­no defi­ni­ti­va­men­te deci­so di for­za­re il qua­dro poli­ti­co spo­san­do l’ideologia mili­ta­ri­sta di una guer­ra di annien­ta­men­to con­tro lo Sta­to e rese­ro ese­cu­ti­va la deci­sio­ne che in tut­ta evi­den­za ave­va­no a prio­ri pre­de­ter­mi­na­to.
L’effetto imme­dia­to fu la cri­mi­na­liz­za­zio­ne dei nostri com­pa­gni di fab­bri­ca e di orga­niz­za­zio­ne pre­sen­ti nel ter­ri­to­rio di Mar­ghe­ra – Vene­zia, pri­mo di tut­ti Clau­dio Ceri­ca, e lo spo­sta­men­to di tut­to il dibat­ti­to poli­ti­co orga­niz­za­ti­vo dal­le lot­te per deter­mi­na­re pas­sag­gi di con­tro­po­te­re gesti­to da strut­tu­re orga­niz­za­te in fab­bri­ca e nei quar­tie­ri (i pro­ces­si di ricom­po­si­zio­ne pro­le­ta­ria, di costru­zio­ne degli orga­ni­smi di mas­sa anta­go­ni­sti che noi vede­va­mo al cen­tro del­la stra­te­gia dell’intero movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio) a ini­zia­ti­ve difen­si­ve sul ter­re­no del­la repres­sio­ne.
È da ricor­da­re che quell’area ter­ri­to­ria­le del Vene­to era l’unica che vede­va i Col­let­ti­vi Poli­ti­ci loca­li inte­gri e non anco­ra toc­ca­ti dal­la repres­sio­ne dispie­ga­ta­si con il pro­ces­so 7 Apri­le.
La bat­ta­glia poli­ti­ca con­tro la clan­de­sti­niz­za­zio­ne degli orga­ni­smi di mas­sa per l’allargamento del­lo spa­zio pub­bli­co dei pro­ces­si di lot­ta e orga­niz­za­zio­ne era una neces­si­tà per noi stra­te­gi­ca, fu dife­sa e svi­lup­pa­ta in siner­gia con tut­ti gli stru­men­ti d’organizzazione dal Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te, alle ron­de con­tro gli straor­di­na­ri, ai grup­pi socia­li di zona.


Nono­stan­te l’ondata repres­si­va segui­ta all’omicidio dell’ing. Talier­cio, luglio ’81, il movi­men­to cre­sciu­to attor­no all’intervento dei com­pa­gni dei CPV, pro­prio per que­sta sua com­ples­si­tà di for­ma ed azio­ne man­tie­ne la sua vita­li­tà nel­la pro­du­zio­ne di nuo­vi cicli di lot­ta tan­to che, qua­si sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà, già da fine otto­bre 1981 ripren­do­no a deci­ne e deci­ne le occu­pa­zio­ni di case a Mestre e Vene­zia (Auto­no­mia n. 26 pag. 16–17) con l’appoggio soli­da­le del Comi­ta­to Lavo­ra­to­ri Petrol­chi­mi­co di Por­to Mar­ghe­ra, del Comi­ta­to Lavo­ra­to­ri ACTV (VE), del Comi­ta­to rile­va­to­ri Cen­si­men­to Mestre.
In con­clu­sio­ne pos­so dire che la com­ples­si­tà del model­lo orga­niz­za­ti­vo basa­to sul­la mili­tan­za pub­bli­ca dei suoi qua­dri ha fat­to sì che non solo l’accumulo del­la for­za e il suo uso fos­se di aiu­to, sin­te­si e svi­lup­po per gli orga­ni­smi di mas­sa nel Vene­to ma che nes­su­no dei com­pa­gni dei CPV arre­sta­ti dal 1977 in poi fino al pro­ces­so di Cas­sa­zio­ne tenu­to­si nel 1986 sia sta­to con­dan­na­to per un rea­to spe­ci­fi­co attri­bui­bi­le al Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te.
Ripen­so con un po’ di mera­vi­glia e un tan­ti­no di nostal­gia a una mia gior­na­ta tipo: qua­si ogni mat­ti­na a Mestre, il pome­rig­gio a Pado­va spes­so con i com­pa­gni del­la Dire­zio­ne, la sera nel­la Bas­sa oppu­re a Vicen­za, in giro come una trot­to­la, sem­pre in movi­men­to. E mi pia­ce­va, mi diver­ti­vo. Da dove veni­va quel­la for­za di vive­re? Qui ten­to per la pri­ma vol­ta una rispo­sta tut­ta inti­ma. Alcu­ni di noi ave­va­no geni­to­ri che duran­te la guer­ra ave­va­no mili­ta­to nel­la Resi­sten­za, il padre di Bar­ba­ra ad esem­pio, dei Bosca­ro­lo, dei Lo Pic­co­lo, di Dona­to e i miei. 

Sareb­be sta­to natu­ra­le una nostra dipen­den­za da quel­la mito­lo­gia e inve­ce ci sia­mo sem­pre con­si­de­ra­ti sgan­cia­ti da quell’esperienza; ne apprez­za­va­mo tut­ti i valo­ri ma come comu­ni­sti dei Col­let­ti­vi non era­va­mo i figli e i nipo­ti del­la Resi­sten­za. Era­va­mo la gene­ra­zio­ne che rifiu­ta­va la delu­sio­ne e la con­se­guen­te accet­ta­zio­ne del­la scon­fit­ta pati­ta lun­go tut­ti gli anni Cin­quan­ta con la rico­stru­zio­ne. Dun­que mia madre Roset­ta è sta­ta staf­fet­ta par­ti­gia­na men­tre mio padre Nino è sta­to respon­sa­bi­le di un rag­grup­pa­men­to par­ti­gia­no facen­te par­te del­la bri­ga­ta A. Sega­to nel­la zona di Vil­lal­ta di Gaz­zo PD, nell’alto pado­va­no, a sud del bas­sa­ne­se. Non mi ha mai par­la­to di quel perio­do, non si è mai sbot­to­na­to; quel­lo che so mi è sta­to rac­con­ta­to da mia madre. Era sta­to in Rus­sia, ave­va fat­to la riti­ra­ta e del suo repar­to si sal­va­ro­no in set­te, metà con­ge­la­ti e lui rima­sto sen­za den­ti; appe­na rien­tra, pas­sa con i par­ti­gia­ni. Io non so spie­gar­mi que­sta timi­dez­za del papà di non dir­mi nien­te, nean­che sul­la guer­ra, una sor­ta di pudo­re del­la sof­fe­ren­za; se era per una sof­fe­ren­za dovu­ta ai tra­gi­ci epi­so­di visti e vis­su­ti o per una fru­stra­zio­ne, vale a dire per il peso del­la scon­fit­ta, di non aver potu­to por­ta­re a com­pi­men­to quel­la che lui giu­di­ca­va una guer­ra di libe­ra­zio­ne che avreb­be dovu­to con­clu­der­si con una socie­tà socia­li­sta. Però dal pun­to di vista uma­no mi ha lascia­to un gran­de baga­glio, una gran­de ere­di­tà, ad esem­pio la dif­fe­ren­za tra giu­sto e sba­glia­to, il sen­so del­la comu­ni­tà e soprat­tut­to del­la soli­da­rie­tà. Tut­ti valo­ri – voglia­mo chia­mar­li così? – che io ho appre­so in fami­glia. Ne rac­con­to solo una. Alle supe­rio­ri, tra il ’68 e il ’69 fui col­pi­to da una gra­ve for­ma di malat­tia allo­ra mor­ta­le, un tumo­re alla tiroi­de in avan­za­to sta­to di meta­sta­si pol­mo­na­re. Anche in que­sto caso il fat­to­re tem­po ha avu­to il suo peso per­ché i sei alpi­ni soprav­vis­su­ti alla “cam­pa­gna di Rus­sia” gra­zie alla deter­mi­na­zio­ne e al corag­gio di mio padre che il 16 gen­na­io del 1943, al loro coman­do come squa­dra con com­pi­ti esplo­ra­ti­vi, obbli­ga­ti a ingag­gia­re un com­bat­ti­men­to con supe­rio­ri for­ze sovie­ti­che, li ave­va por­ta­ti uno alla vol­ta, facen­do­si for­za dei suoi sci , fuo­ri dall’accerchiamento nel­la loca­li­tà di Mariew­ka per poi ricon­giun­ger­si con il gros­so del­le trup­pe alpi­ne in rot­ta nel­la sac­ca di Niko­la­ie­n­w­ka, lan­cia­no den­tro l’A.N.A. una rac­col­ta fon­di per la mia cura. È così che pos­so esse­re cura­to in una cli­ni­ca di Lon­dra dal dott. Pochin che sta­va spe­ri­men­tan­do la sua cura con­tro la meta­sta­si pol­mo­na­re. È que­sto spi­ri­to soli­da­ri­sti­co che par­te dal­le step­pe del­la Rus­sia e si dif­fon­de a Pado­va in tut­te le scuo­le che mi ha sal­va­to, uno tra i pri­mi casi in Euro­pa. Culo? Ma anche fat­to­re tem­po, anche fat­to­re soli­da­rie­tà che gli alpi­ni di mio padre facen­do­si cari­co del­la mia vita ave­va­no rin­ver­di­to. È per­ché mi ha inse­gna­to come sta­re al mon­do che riten­go impor­tan­te la mia fami­glia. Soprat­tut­to mia madre che non si è mai arre­sa di fron­te alle tan­te per­qui­si­zio­ni e ai ripe­tu­ti arre­sti. Entre­rà dopo il 7 apri­le nel Comi­ta­to fami­lia­ri che con­ti­nue­rà a fre­quen­ta­re anche dopo la mia scar­ce­ra­zio­ne. Per quel­lo che pote­va­no e per quel­lo che era la loro dimen­sio­ne socia­le, tut­ti que­sti geni­to­ri usci­ti dal­la Resi­sten­za sono sem­pre sta­ti soli­da­li con i loro figli e figlie, finan­che complici.


Ma pro­prio a pro­po­si­to del nostro rap­por­to con la Resi­sten­za, vor­rei aggiun­ge­re che c’era quest’altra cosa che ci lega­va a quell’esperienza: il carat­te­re auto­de­ter­mi­na­to e del­le ban­de par­ti­gia­ne e dei Col­let­ti­vi, il fat­to cioè di esser­si costi­tui­ti entram­bi su for­ze pro­prie scom­met­ten­do sul ter­ri­to­rio e su chi quel ter­ri­to­rio abi­ta­va. Se i par­ti­gia­ni era­no riu­sci­ti a capi­re e a inter­pre­ta­re ciò che pen­sa­va­no con­ta­di­ni, ope­rai e ceti urba­ni, noi sia­mo sta­ti altret­tan­to bra­vi con i gio­va­ni ope­rai e con gli stu­den­ti. Non solo; anche noi come una par­te di loro abbia­mo fat­to il nostro per­cor­so in un sen­so non ideo­lo­gi­co, prag­ma­ti­co come si dice­va. Infi­ne l’uso del­la for­za, l’aver impu­gna­to anche noi le armi.
Mi ven­go­no in men­te due epi­so­di che vor­rei rac­con­ta­re, uti­li per entra­re nel vivo sia dell’illegalità di mas­sa in quan­to com­por­ta­men­to socia­le dif­fu­so e sia del­la soli­da­rie­tà… come defi­nir­la? Fat­ti­va? Sì, fat­ti­va per­ché dice diret­ta­men­te cosa inten­de­va­mo per uni­tà dei comu­ni­sti. Il pri­mo epi­so­dio è del ’76 e si svol­ge alla Fusi­na­to, allo­ra espres­sio­ne tan­gi­bi­le di quel­la ille­ga­li­tà di mas­sa che inner­va­va la nostra pra­ti­ca poli­ti­ca e dove mol­ti di noi, i più meri­te­vo­li, abi­ta­va­no. Era la nostra base ros­sa e la uti­liz­za­va­mo per gli sco­pi più disparati. 

Un gior­no un com­pa­gno ci pre­sen­ta due suoi pae­sa­ni nel­la sua came­ra; era­no appe­na eva­si dal car­ce­re di Tre­vi­so e ave­va­no pen­sa­to bene di chie­der­gli aiu­to. Tut­to nor­ma­le? Non nor­ma­le sareb­be sta­to un dinie­go oppu­re accam­pa­re una qual­che scu­sa. Clas­si­ca era sta­ta – guar­da un po’ – la stes­sa moda­li­tà del­la fuga: una cor­da cala­ta dal muro di cin­ta e via. Mi pia­ce­va l’idea dell’evasione. L’avevo sogna­ta a suo tem­po per Oscar Wil­de rac­chiu­so a Rea­ding Gaol, mi ave­va entu­sia­sma­to quel­la mes­sa in pra­ti­ca dai tupa­ma­ros del coman­dan­te Facun­do nel car­ce­re di Pun­ta Car­re­tes nel ’71. I due, pre­stan­ti e atle­ti­ci, era­no dete­nu­ti comu­ni ed era­no appro­da­ti alla Fusi­na­to non per sin­to­nia poli­ti­ca ma per­ché sape­va­no che lì c’era que­sto loro ami­co. Quel­lo più anzia­no, Ser­gio, mi era sem­bra­to anche il più sve­glio; di mestie­re face­va il ladro di auto per gen­te in, auto che costa­va­no un capi­ta­le ed era­no ricer­ca­tis­si­me, ricor­do, in Liba­no, una spe­cie di Costa azzur­ra medio­rien­ta­le per i tan­ti miliar­da­ri euro­pei in cer­ca del loro Eden. E infat­ti Bei­rut in que­gli anni era la mec­ca per gran par­te dei nostri eva­so­ri fisca­li, gran­di e pic­co­li. Non c’era da sco­mo­da­re Bre­cht per capi­re da che par­te dove­vo sta­re, se dal­la par­te del gri­mal­del­lo o da quel­la del tito­lo azionario. 

E poi ave­vo appe­na fini­to di leg­ge­re L’invenzione del­la delin­quen­za di Antho­ny M. Platt con la bel­la intro­du­zio­ne di quel Gio­van­ni Sen­za­ni che da lì a poco avreb­be gua­da­gna­to i tito­li del­la nostra cro­na­ca politica. 

No, mai e poi mai avrei rive­sti­to i pan­ni del sal­va­to­re per­ché Ser­gio non riu­sci­vo pro­prio a veder­lo come un devian­te, espres­sio­ne di un pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le biso­gno­so di un qual­che con­trol­lo socia­le. Insom­ma, ero con­vin­to con Platt che la delin­quen­za fos­se mol­to sem­pli­ce­men­te un’invenzione tut­ta bor­ghe­se. Piut­to­sto apprez­za­vo la pro­fes­sio­na­li­tà con cui pen­sa­vo che Ser­gio pra­ti­cas­se per i caz­zi suoi quel­la ille­ga­li­tà di mas­sa che riven­di­ca­vo come neces­sa­ria al mio agi­re comu­ni­sta. Un caso, que­sto incon­tro? For­se no per­ché l’humus che lo ave­va nutri­to era lo stes­so in cui era cre­sciu­ta la mia gene­ra­zio­ne. Chi ali­men­ta­va il feno­me­no del ‘disa­dat­ta­men­to’ e del­la ‘devian­za’? Ricor­dia­mo­ci del­la popo­la­zio­ne car­ce­ra­ria di que­gli anni. Chi fini­va in gale­ra per un non­nul­la? Alla luce dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne, un nome ce l’avevamo: pro­le­ta­ri, sem­pre e solo pro­le­ta­ri per­ché chi ha fame ruba per man­gia­re e chi non ha nul­la rischia la vita per non mori­re. Cer­to, una fra­se ad effet­to let­ta allo­ra da qual­che par­te ma uti­le per spie­ga­re, a par­ti­re da quel­la deter­mi­na­ta com­po­si­zio­ne di clas­se, le tan­te rivol­te su que­sto fron­te in que­gli anni. Che espri­mes­se­ro la volon­tà di distrug­ge­re le car­ce­ri non ave­vo dub­bio alcu­no il che, per quan­to mi riguar­da, esclu­de­va ogni ipo­te­si di rifor­ma. Non un altro car­ce­re ma libe­ra­re tut­ti era ciò di cui ero fer­ma­men­te con­vin­to. Con i pochi mez­zi che ave­va­mo, cer­cam­mo di aiu­ta­re entram­bi: con l’espatrio il più gio­va­ne e una fami­glia cui appog­giar­si per Ser­gio, lega­to a una moglie caris­si­ma e a uno splen­di­do bam­bi­no. Tut­ta que­sta sto­ria in cui la poli­ti­ca c’entrava come il cavo­lo a meren­da ci è tor­na­ta uti­le; pen­so ai tan­ti pro­ble­mi che abbia­mo dovu­to affron­ta­re con Ser­gio che, non dimen­ti­chia­mo­lo, era un ricercato. 

Pro­ble­mi di logi­sti­ca inten­do, e di red­di­to anche. Fu in quel fran­gen­te che capim­mo che la teo­ria del­la clan­de­sti­ni­tà soste­nu­ta dal­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti face­va acqua da tut­te le par­ti. Con­tem­pla­va, quel­la teo­ria, una rigi­da divi­sio­ne dei ruo­li col mili­tan­te rego­la­re che vive­va in clan­de­sti­ni­tà e l’irregolare con­dan­na­to a una tran­quil­la vita di rou­ti­ne. L’esperienza con­cre­ta ce ne mostra­va ora tut­te le incon­gruen­ze, a par­ti­re dal neces­sa­rio impo­ve­ri­men­to di vita cui era­no con­dan­na­ti entram­bi. Ser­gio da lì a poco sareb­be tor­na­to in gale­ra per­ché l’esistenza mate­ria­le cui era costret­to era in fon­do trop­po affi­ne al car­ce­re stes­so. Gli sia­mo debi­to­ri di quel poco del suo sape­re pro­fes­sio­na­le che riu­scì a tra­smet­ter­ci nel bre­ve tem­po del­la nostra fre­quen­ta­zio­ne. Ad esem­pio, come riu­sci­va a pas­sa­re la fron­tie­ra con docu­men­ti fal­si in appe­na due ore dal fur­to dell’auto. Ci tor­nò uti­le tut­to que­sto quan­do i guai capi­ta­ro­no a noi.


Il secon­do epi­so­dio è dell’inizio del ’77. Anche que­sta sto­ria comin­cia con un com­pa­gno di movi­men­to, un anar­chi­co situa­zio­ni­sta, che ci con­tat­ta per­ché non sape­va come sbri­gar­se­la con i tre eva­si – due comu­ni e un poli­ti­co – che si era ritro­va­to in casa ina­spet­ta­ta­men­te. Face­va­no par­te del grup­po­ne dei tre­di­ci appe­na scam­pa­to dal car­ce­re di Treviso. 

Il poli­ti­co era Pro­spe­ro Gal­li­na­ri del­le Bri­ga­te Ros­se, del qua­le deci­dem­mo di occu­par­ci per­ché era quel­lo più a rischio. Dei tre­di­ci era cer­ta­men­te quel­lo più ricer­ca­to e per­ciò il più biso­gno­so di soste­gno. Se non ci era­va­mo tira­ti indie­tro l’anno pri­ma per aiu­ta­re un comu­ne, que­sta era l’occasione per tra­dur­re in atto il nostro con­cet­to di uni­tà dei comu­ni­sti. E così deci­dem­mo di spen­der­ci per evi­ta­re a que­sto com­pa­gno la cat­tu­ra. Sul­le pri­me non ave­va­mo con­tat­ti con i suoi né sape­va­mo di quan­to tem­po avreb­be avu­to biso­gno lui per tro­var­ne. Però abbia­mo avu­to occa­sio­ne di par­lar­gli e soprat­tut­to di cono­scer­lo come per­so­na. Sul pia­no poli­ti­co non pote­va­mo esse­re più distan­ti: pove­ra la stra­te­gia e pove­ra la visio­ne del mon­do pro­spet­ta­te­ci. Il nostro ope­rai­smo nul­la ave­va a che fare con il loro fab­bri­chi­smo men­tre il nostro rifiu­to del lavo­ro coz­za­va fron­tal­men­te con la loro impo­sta­zio­ne lavo­ri­sta. Per quan­to mi riguar­da, tro­vai con­fer­ma che vera­men­te era­no i figli legit­ti­mi del Pci.

Squi­si­to sul pia­no per­so­na­le, in sen­so valo­ria­le Pro­spe­ro resta­va un gran­de com­pa­gno, aper­to al dia­lo­go e mai mi ha dato l’impressione che voles­se impor­re, for­te dell’organizzazione che ave­va alle spal­le, il suo pun­to di vista in modo settario. 

Sì, Pro­spe­ro sape­va ascol­ta­re for­se per­ché ave­va capi­to bene lo sfor­zo che come Col­let­ti­vi sta­va­mo facen­do. E poi era un uomo paca­to, di quel­la paca­tez­za di altri tem­pi tipi­ca del­la cul­tu­ra con­ta­di­na in cui era cre­sciu­to. E que­sta cosa mi pia­ce­va. Un gior­no ven­ne­ro i suoi a pren­der­lo e da allo­ra non lo vedem­mo più. Quan­to riu­scim­mo a saper­ne, lo appren­dem­mo dai gior­na­li. La bre­ve fre­quen­ta­zio­ne con Pro­spe­ro ci tol­se gli ulti­mi dub­bi sul pro­ble­ma del­la clan­de­sti­ni­tà; per noi era incon­ce­pi­bi­le fare poli­ti­ca in quel­le con­di­zio­ni, a meno di iden­ti­fi­car­la con la lot­ta arma­ta tout court. 

Era­va­mo trop­po abi­tua­ti alla inter­ni­tà alle lot­te che pro­muo­ve­va­mo nel nostro ter­ri­to­rio per pen­sar­la uti­le in un qual­che modo; ogni nostro mili­tan­te la poli­ti­ca la face­va den­tro un comi­ta­to di agi­ta­zio­ne, un comi­ta­to di base, un grup­po ope­ra­io, un comi­ta­to di fab­bri­ca e face­va azio­ne di mas­sa, gesti­va insie­me discor­si e pro­ces­si di lot­ta sem­pre e solo in pri­ma per­so­na. È così che riu­sci­va a dia­let­tiz­zar­si con le infi­ni­te diver­si­tà com­por­ta­men­ta­li degli orga­ni­smi di mas­sa. Il clan­de­sti­no non può vive­re tut­ta que­sta ric­chez­za in cor­po e in spi­ri­to, può solo sen­tir­ne par­la­re da altri. Da que­sto pun­to di vista non cre­do di esa­ge­ra­re quan­do dico che il clan­de­sti­no è in fon­do in fon­do un pove­ro, di espe­rien­za inten­do. È il moti­vo per cui gli abbia­mo pre­fe­ri­to il qua­dro mili­tan­te a tut­ti i livelli.


Que­sti due esem­pi mi por­ta­no drit­to drit­to den­tro il 7 apri­le che per­so­nal­men­te non ave­vo col­to in tut­ta la sua por­ta­ta; un vul­nus al dirit­to, mi ero det­to in un pri­mo momen­to, che avvo­ca­ti e stam­pa demo­cra­ti­ca avreb­be­ro prov­ve­du­to a sana­re. Una tele­fo­na­ta mi avver­tì a mez­zo­gior­no degli arre­sti anco­ra in cor­so di nostri com­pa­gni per cui deci­si subi­to di allon­ta­nar­mi da casa,
I man­da­ti di cat­tu­ra col­pi­va­no tre com­pa­gni dei Col­let­ti­vi, Mar­zio [Stu­ra­ro] veni­va arre­sta­to, Pie­ro [Despa­li] e Gian­ni [Boet­to] sfug­gi­va­no all’arresto. Ma la novi­tà era lo sman­tel­la­men­to del Col­let­ti­vo dei pro­fes­so­ri di Scien­ze poli­ti­che con in testa Anto­nio Negri. Che c’entravano con noi? C’era di che pen­sa­re. Da quel momen­to sarà Radio Sher­wood a occu­pa­re la sce­na e a tene­re bot­ta alle veli­ne del­la Pro­cu­ra tra­smes­se in tem­po rea­le ai gior­na­li­sti loca­li del Gaz­zet­ti­no e dell’Unità. Con gli avvo­ca­ti pas­sam­mo al setac­cio i man­da­ti di cat­tu­ra il che ci per­mi­se di accer­ta­re che tut­ta l’operazione era orche­stra­ta dal Pci; Anto­nio Romi­to, un ope­ra­io dell’Utita e teste chia­ve di Calo­ge­ro, era un suo mili­tan­te. Su cosa pog­gia­va­no i man­da­ti di cat­tu­ra? Su pro­ve docu­men­ta­li – i nostri gior­na­li, le nostre cir­co­la­ri inter­ne, i libri di Toni e i testi semi­na­ria­li di Scien­ze Poli­ti­che – men­tre i rea­ti spe­ci­fi­ci con­te­sta­ti non era­no avva­lo­ra­ti da pro­ve con­cre­te. Un’operazione tut­ta poli­ti­ca, si pen­sa­va, desti­na­ta a sgon­fiar­si in bre­ve tempo. 

Da quan­do i rea­ti d’opinione face­va­no testo? Evi­den­te­men­te ave­vo anco­ra in men­te il ten­ta­ti­vo, mise­ra­men­te fal­li­to, orche­stra­to due anni pri­ma da Calo­ge­ro per far­ci fuo­ri. Insom­ma, non ci pre­oc­cu­pam­mo più di tan­to. E infat­ti il nostro impe­gno sul ter­ri­to­rio non subì arre­sti. Il gior­na­le con­ti­nua­va a esse­re pub­bli­ca­to, la radio a tra­smet­te­re, il Cen­tro di comu­ni­ca­zio­ne comu­ni­sta vene­to, una strut­tu­ra cen­tra­liz­za­ta pen­sa­ta per gesti­re la fase pro­ces­sua­le appe­na aper­ta, a muo­ve­re i pri­mi pas­si. L’unico scos­so­ne, per noi asso­lu­ta­men­te impre­ve­di­bi­le, l’11 apri­le con i mor­ti di Thie­ne. Un dram­ma uma­no e poli­ti­co dif­fi­cil­men­te aggirabile. 

Una nuo­va inchie­sta si aggiun­ge­rà pre­sto a quel­la di Pado­va; con­tro i nostri com­pa­gni di Thie­ne e Vicen­za ver­rà spic­ca­ta tut­ta una serie di man­da­ti di cat­tu­ra il cui effet­to imme­dia­to si tra­dur­rà in una deci­na di arre­sti e la costri­zio­ne alla lati­tan­za per altri cin­que di loro.


Per quel­lo stes­so gior­no era in pro­gram­ma a Pado­va una mani­fe­sta­zio­ne nazio­na­le con­tro gli arre­sti del 7 apri­le che fum­mo costret­ti a tra­sfor­ma­re in una gran­de assem­blea pub­bli­ca di tut­to il movi­men­to nazio­na­le a cau­sa dei divie­ti di poli­zia e del­la scel­ta mili­ta­re del­lo sta­to che schie­rò sul cam­po, una cit­tà di cir­ca 300.000 abi­tan­ti, appros­si­ma­ti­va­men­te 4000 uomi­ni con arma­men­to indi­vi­dua­le leg­ge­ro (pisto­la, mitra; oppu­re: pisto­la, fuci­le lan­cia­la­cri­mo­ge­ni, man­ga­nel­lo), con in dota­zio­ne diver­si mez­zi: auto­ci­vet­ta (deci­ne), deci­ne di pan­te­re, di volan­ti, cam­pa­gno­le, gip­po­ni, 106 blin­da­ti (con rela­ti­vo mili­ta­re arma­to di mitra che spun­ta­va dal­la tor­ret­ta), una ruspa, 5 cin­go­la­ti tipo M.113, tre car­ri arma­ti nasco­sti in caser­ma più due eli­cot­te­ri con­ti­nua­men­te in volo. Nono­stan­te il cli­ma mili­ta­riz­za­to, da vero e pro­prio asse­dio, l’assemblea, tenu­ta­si al palaz­zet­to del­lo sport, fu ocea­ni­ca, più di 8000 com­pa­gni rispo­se­ro all’appello con­tro la repressione.


Due gior­ni dopo, il 13 apri­le, in un altro ter­ri­to­rio com­ple­ta­men­te mili­ta­riz­za­to, a Chiup­pa­no si ten­ne­ro i fune­ra­li del nostro com­pa­gno Ange­lo Dal San­to, più di 500 com­pa­gni ed ami­ci fil­tra­no dai posti di bloc­co per por­ta­re un ulti­mo salu­to ed ono­ra­re Ange­lo e con lui Anto­niet­ta e Alber­to. Anch’io, accom­pa­gna­to dal com­pa­gno Ric­car­do Tava­ni in rap­pre­sen­tan­za dei Comi­ta­ti Auto­no­mi roma­ni di via dei Vol­sci, dopo ave­re supe­ra­to un ulti­mo posto di bloc­co rie­sco ad arri­va­re in tem­po per pre­sen­zia­re alla ceri­mo­nia di addio di que­sto nostro fratello.


Per il resto per tut­to quel mese svol­si ope­ra di ricu­ci­tu­ra tra le varie strut­tu­re e situa­zio­ni, soprat­tut­to in quel di Vicen­za. Intan­to dagli inter­ro­ga­to­ri dei com­pa­gni si capi­va il dispe­ra­to biso­gno di Calo­ge­ro di suf­fra­ga­re con una qual­che pro­va quel­lo che ormai anche agli occhi del­la stam­pa si pale­sa­va esse­re un vuo­to teo­re­ma. Evi­den­te­men­te il Nostro ave­va biso­gno del­la clas­si­ca pisto­la fuman­te. Qual­che anno pri­ma ero sta­to accu­sa­to di un fat­to di san­gue, la gam­biz­za­zio­ne del cro­ni­sta giu­di­zia­rio del Gaz­zet­ti­no Anto­nio Gar­zot­to. L’episodio, che risa­le al luglio ’77, mi ave­va costret­to a qual­che mese di lati­tan­za dopo­di­ché, con­se­gna­to­mi, tor­nai a pie­de libe­ro aven­do dimo­stra­to che all’ora del feri­men­to sta­vo soste­nen­do un esa­me all’università. Il capo d’imputazione in veri­tà non era cadu­to e le inda­gi­ni si pro­tras­se­ro per altri due anni; infat­ti solo il luglio del ’79 Calo­ge­ro, anco­ra tito­la­re dell’inchiesta, ne annun­cia l’archiviazione all’Ufficio com­pe­ten­te del giu­di­ce istrut­to­re. Per me era la fine di un incu­bo. Esat­ta­men­te due gior­ni dopo, men­tre esco dal­la sede del­la radio, sul pon­te di Pon­te­cor­vo ven­go cir­con­da­to dal­la poli­zia poli­ti­ca e arre­sta­to. Nel man­da­to di cat­tu­ra leg­ge­vo le accu­se che Romi­to ave­va rivol­to agli arre­sta­ti del 7 apri­le con l’aggiunta del feri­men­to del gior­na­li­sta Gar­zot­to, riven­di­ca­to dal Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te. L’intenzione era chia­ra; col mio arre­sto Calo­ge­ro dota­va di un sup­por­to spe­ci­fi­co, un fat­to di san­gue, il suo teo­re­ma. Era la pri­ma tego­la a capi­tar­mi tra capo e collo. 

Appe­na entra­to ai Due Palaz­zi comin­cio lo scio­pe­ro del­la fame e del­le medi­ci­ne, una deci­sio­ne, quest’ultima, mol­to peri­co­lo­sa con­si­de­ran­do la mia dipen­den­za da far­ma­ci sal­va vita. Per­ché? Ma per­ché rite­ne­vo una fol­lia l’insieme del­le accu­se e per­ché sape­vo benis­si­mo trat­tar­si di una pro­vo­ca­zio­ne ordi­ta dal­la pro­cu­ra sul­la mia pel­le. Chi meglio del diret­to inte­res­sa­to pote­va valu­ta­re l’inconsistenza del­le pro­ve for­mu­la­te a suo cari­co? Dal car­ce­re ven­go subi­to tra­sfe­ri­to in ospe­da­le dove tra­scor­re­rò una cin­quan­ti­na di gior­ni pian­to­na­to in came­ra ven­ti­quat­tro­re su ven­ti­quat­tro. I com­pa­gni del Cen­tro di comu­ni­ca­zio­ne comu­ni­sta apri­ran­no una cam­pa­gna poli­ti­ca per la mia scar­ce­ra­zio­ne. Si trat­te­rà di una gran­de mobi­li­ta­zio­ne di mas­sa che con­tri­bui­rà a fare chia­rez­za sul­le accu­se che mi era­no sta­te mos­se. Ricor­do che fu siste­ma­ta sot­to una fine­stra del repar­to d’ospedale che mi ospi­ta­va una rou­lot­te dove i com­pa­gni si dava­no il tur­no e ricor­do anche i tan­ti capan­nel­li di soli­da­rie­tà che si for­ma­va­no e si scio­glie­va­no. La pro­cu­ra però non ave­va alcu­na inten­zio­ne di rimet­ter­mi in liber­tà per­ché l’occasione era trop­po gros­sa per veni­re a pat­ti e cede­re anche di un millimetro. 

Per que­sto moti­vo dopo cin­quan­ta gior­ni di tira e mol­la smet­to lo scio­pe­ro del­la fame e del­le medi­ci­ne e rien­tro in car­ce­re. Era­va­mo in tan­ti nel­lo stes­so brac­cio per cui ebbi l’occasione di discu­te­re assie­me agli altri la linea pro­ces­sua­le che sarà gesti­ta in aula da un grup­po com­pat­to di avvo­ca­ti pro­ve­nien­ti dal Soc­cor­so Ros­so. Gli incar­ce­ra­ti del 7 apri­le si vedran­no pro­lun­ga­re di un ter­zo, come sap­pia­mo, i ter­mi­ni del­la car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va per­ché la nuo­va dispo­si­zio­ne di leg­ge, intro­dot­ta a dicem­bre del ’79, avrà valo­re retroat­ti­vo. Era comin­cia­to l’assalto alla cer­tez­za del dirit­to, una del­le poche cer­tez­ze con cui ave­va­mo nutri­to fin lì il nostro otti­mi­smo pro­ces­sua­le. Il 21 dicem­bre sarà la vol­ta del­la ex Assem­blea auto­no­ma; ven­go­no arre­sta­ti tra gli altri Gian­ni Baiet­ta e Toni Live­ra­ni, tipo­gra­fi del nostro gior­na­le e Augu­sto Fin­zi. Mori­ran­no tut­ti e tre di tumo­re, come di tumo­re mori­ran­no Sera­fi­ni, Fer­ra­ri Bra­vo e i tan­ti, trop­pi, che dopo una lun­ga car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va saran­no assol­ti. Chis­sà se Calo­ge­ro se li ricorda. 

Se gli arre­sti del 21 dicem­bre ‘79 e poi quel­li del 24 gen­na­io ‘80 (Gian­ni Sbro­giò e altri ex mili­tan­ti di Pote­re Ope­ra­io) dove­va­no ser­vi­re per tro­va­re pro­ve a soste­gno del 7 apri­le, fini­ro­no per apri­re la stu­ra agli omi­ci­di del­le BR che fino a quel momen­to non ave­va­no avu­to uno spa­zio poli­ti­co in zona. A mar­zo l’ennesimo bli­tz por­ta ai Due Palaz­zi un’altra tren­ti­na di com­pa­gni, tut­ti dei Col­let­ti­vi e tut­ti accu­sa­ti da un ex com­pa­gno di movi­men­to dive­nu­to nel frat­tem­po tos­si­co­ma­ne, tale Mau­ri­zio Lovo. Tra i com­pa­gni arre­sta­ti ci sono anche Andrea Migno­ne e sua moglie; l’accusa per loro è di ave­re ospi­ta­to dei com­pa­gni che avreb­be­ro fab­bri­ca­to nel­la loro casa del­le molo­tov. A que­sta accu­sa dopo l’arresto se ne aggiun­ge un’altra, quel­la di custo­di­re le armi in dota­zio­ne ai Col­let­ti­vi. Que­ste armi glie­le avrei con­se­gna­te io. Le due per­qui­si­zio­ni che segui­ro­no ad ope­ra del­la poli­zia si risol­se­ro in un nul­la di fat­to, la ter­za ad ope­ra dei cara­bi­nie­ri rin­ven­ne final­men­te la pisto­la fuman­te tan­to ago­gna­ta dal­la Pro­cu­ra, rim­pin­gua­ta per l’occasione dal Bor­rac­cet­ti, un magi­stra­to noto­ria­men­te vici­no al Pci. Que­sto altro man­da­to di cat­tu­ra è per me una secon­da, pesan­te tego­la. È il pub­bli­co mini­ste­ro Bor­rac­cet­ti que­sta vol­ta che mi tro­vo davan­ti per l’interrogatorio che non comin­cia subi­to per­ché pri­ma – un vero e pro­prio coup de théâ­tre – apre una gros­sa vali­gia appog­gia­ta sul tavo­lo. Scor­go appe­na il foglio in cui sono nume­ra­te le armi che contiene. 

Migno­ne – mi fa – dice che glie­le ha lascia­te lei in custo­dia. L’interrogatorio vie­ne subi­to sospe­so per­ché chie­do la pre­sen­za del mio avvo­ca­to. Le armi saran­no uti­liz­za­te, come era faci­le capi­re, per alle­sti­re in fret­ta e furia un pro­ces­so per diret­tis­si­ma allo sco­po di pro­va­re la ban­da arma­ta al di là di ogni ragio­ne­vo­le dub­bio. Cos’è una ban­da arma­ta? Come si con­fi­gu­ra? E le sue armi? Solo sot­ti­gliez­ze giu­ri­di­che buo­ne per gli avvo­ca­ti di parte? 

Sic­co­me per la Pro­cu­ra quel­le armi in vali­gia era­no armi da guer­ra, ci ritro­vam­mo l’aggravante dell’art. 21 intro­dot­to di pro­po­si­to per esten­de­re auto­ma­ti­ca­men­te i tem­pi del­la car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va nei pro­ces­si poli­ti­ci. Da par­te nostra non le con­si­de­ra­va­mo armi da guer­ra ben­sì da spa­ro, comu­ni armi da spa­ro. E le armi da spa­ro fan­no la dif­fe­ren­za. La fan­no per il con­teg­gio del­la car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va, per la pena che vie­ne com­mi­na­ta e per le aggra­van­ti che pos­so­no esse­re aggiun­te. Se il pro­ces­so a mez­zo stam­pa orche­stra­to dal Pci in com­but­ta con la Pro­cu­ra dava per scon­ta­to che quel­le armi fos­se­ro da guer­ra, quel­lo che si sareb­be svol­to in tri­bu­na­le dove­va inve­ce pro­var­lo e non sareb­be sta­to faci­le. La diret­tis­si­ma, pre­si­den­te Cam­pa­na­to, si sareb­be svol­ta al tri­bu­na­le vec­chio di via Alti­na­te; chi degli accu­sa­ti non fos­se sta­to por­ta­to in aula nei ter­mi­ni pre­vi­sti, sareb­be sta­to stral­cia­to dal processo. 

La mia assen­za avreb­be alleg­ge­ri­to la posi­zio­ne dei com­pa­gni in quan­to l’accusa del­le armi rica­de­va solo sul mio grop­po­ne. For­tu­na vol­le che mi amma­las­si pro­prio nei gior­ni imme­dia­ta­men­te pre­ce­den­ti la pri­ma udien­za a cui non par­te­ci­pe­rò per la feb­bre altis­si­ma che mi sta­va afflig­gen­do. Ciò nono­stan­te la mia posi­zio­ne non sarà stral­cia­ta per cui andrò a pro­ces­so al qua­ran­tu­ne­si­mo gior­no. Evi­den­te­men­te un altro gran­de strap­po alla pro­ce­du­ra. Il pro­ces­so tut­to som­ma­to non andò male. Per­so­nal­men­te fui con­dan­na­to solo per le armi, da spa­ro però e non da guer­ra; in più pren­dem­mo atto che poli­ti­ca­men­te non era­va­mo fini­ti per­ché sul ter­ri­to­rio i com­pa­gni con­ti­nua­va­no ad esse­re pre­sen­ti e atti­vi. Ricor­do con pia­ce­re la pre­sen­za al pro­ces­so di tut­ti i nostri fami­lia­ri, tan­ti con­si­de­ran­do che era­va­mo tren­ta­tré gli impu­ta­ti in aula. 

Ogni mat­ti­na, per tut­ta la dura­ta pro­ces­sua­le, si sono pre­sen­ta­ti per con­te­sta­re l’impalcatura mes­sa in pie­di per l’occasione dal Pci e dal­la Pro­cu­ra; in con­tem­po­ra­nea, fuo­ri dal tri­bu­na­le, una mas­sa di gio­va­ni com­pa­gni ci espri­me­va soli­da­rie­tà. Evi­den­te­men­te in quei pochi anni cen­tra­li del­la vita dei Col­let­ti­vi, esat­ta­men­te dal ’74 al ’79, ave­va­mo semi­na­to bene e il lavo­ro di pene­tra­zio­ne socia­le era sta­to buo­no chec­ché ne pen­sas­se Calo­ge­ro. Resi­stet­te l’accusa di ban­da arma­ta, for­ma­liz­za­ta poi nel pro­ces­so dell’85. Per quan­to mi riguar­da, mi amma­lo di depres­sio­ne reat­ti­va pro­prio alla sca­den­za ter­mi­ni di tut­ta una serie di rea­ti; sospe­sa la pena, ven­go scar­ce­ra­to con gli arre­sti domi­ci­lia­ri alla fine dell’ ‘80, suc­ces­si­va­men­te tra­sfor­ma­ti in obbli­ghi di resi­den­za, di ora­ri e di fir­ma; in qual­che manie­ra però ripren­do la mia atti­vi­tà alla radio, assu­mo la respon­sa­bi­li­tà del Cen­tro di Comu­ni­ca­zio­ne Comu­ni­sta Vene­to, seguo la dife­sa dei com­pa­gni anco­ra in car­ce­re. Tra l’82 e l’83 ven­go di nuo­vo arre­sta­to gra­zie all’espediente del­la rei­te­ra­zio­ne del man­da­to di cat­tu­ra sot­to altra stesura. 

La fan­ta­sia di Calo­ge­ro non ave­va limi­te. Nien­te di più e nien­te di meno del­la riscrit­tu­ra con altre paro­le di un atto d’accusa per rea­ti ed epi­so­di già con­te­sta­ti. Con que­sto espe­dien­te furo­no spic­ca­ti diver­si man­da­ti di cat­tu­ra. Tor­nai allo scio­pe­ro del­la fame rag­giun­gen­do que­sta vol­ta i 48 chi­li quan­do nor­mal­men­te ne pesa­vo 72. Non pote­vo assue­far­mi al car­ce­re, non lo pote­va­no il mio cor­po e la mia men­te. Sul tema qual­co­sa ave­vo let­to anni addie­tro quan­do anco­ra si ven­ti­la­va una sua pos­si­bi­le rifor­ma. Se ne discu­te­va in par­ti­co­la­re, ricor­do, den­tro il Psi, più sen­si­bi­le ai temi civi­li. E poi le rivol­te dei dete­nu­ti era­no sta­te fre­quen­ti nel­la pri­ma par­te del decen­nio ed era sta­ta Lot­ta Con­ti­nua a far­se­ne cari­co. Tra le due opzio­ni allo­ra in cam­po, quel­la di rifor­ma­re l’istituzione oppu­re di abo­lir­la, istin­ti­va­men­te ero per la secon­da.; l’idea di un altro car­ce­re inve­ce nep­pu­re mi sfio­ra­va. È sta­ta duran­te la mia pri­ma deten­zio­ne che leg­go di Fou­cault Sor­ve­glia­re e puni­re e Micro­fi­si­ca del pote­re. Se non puoi abo­lir­lo, puoi però eva­de­re e tut­te le for­me sono buo­ne. Così anche que­sta vol­ta la nuo­va scar­ce­ra­zio­ne mi per­mi­se di ripren­de­re il mio posto nel­la bat­ta­glia pro­ces­sua­le di tut­ti i gior­ni. La mia sto­ria pena­le si chiu­de­rà con la sen­ten­za in Cor­te d’Assise: con­dan­na­to per costi­tu­zio­ne di ban­da arma­ta, assol­to per tut­ta la sfil­za dei rea­ti specifici.


Quan­to alla strut­tu­ra dei Col­let­ti­vi, nul­la sarà come pri­ma; i vec­chi orga­ni­smi fini­ran­no per scom­pa­ri­re, altre strut­tu­re più agi­li pren­de­ran­no il loro posto e, soprat­tut­to, tut­ta una serie di nuo­vi temi fini­ran­no per impor­si alla nostra atten­zio­ne. Pen­so in par­ti­co­la­re al nuclea­re e all’informazione. Una cesu­ra nel­la sto­ria dei Col­let­ti­vi? Cer­ta­men­te non net­ta e se c’è sta­ta, è pro­ce­du­ta per riscon­tri e veri­fi­che suc­ces­si­ve. In quel­la situa­zio­ne e con alcu­ni deter­mi­nan­ti com­pa­gni che reste­ran­no in car­ce­re per oltre cin­que anni, for­se non pote­va­mo fare di più. Dob­bia­mo anche con­si­de­ra­re lo scon­quas­sa­men­to del qua­dro socia­le attor­no a noi; pen­so alle nuo­ve figu­re lavo­ra­ti­ve afflit­te dall’ideologia del lavo­ro, estra­nee alla nostra sto­ria e al nostro comu­ne sen­ti­re, pen­so alle tra­sfor­ma­zio­ni nel modo di pro­dur­re, ai rivol­gi­men­ti nei costu­mi e nel­la cul­tu­ra, soprat­tut­to al ritar­do con cui abbia­mo comin­cia­to a per­ce­pi­re tut­to que­sto.
Abbia­mo col­to, agen­do­la dall’interno, una oppor­tu­ni­tà sto­ri­ca di cam­bia­men­to radi­ca­le dei rap­por­ti socia­li in favo­re del­la nostra clas­se di appar­te­nen­za, e pur aven­do per­so que­sto tre­no io cre­do che ne è val­sa la pena nel lun­go cam­mi­no intra­pre­so per arri­va­re all’oggi. Ogni espe­rien­za attra­ver­sa­ta, ogni nuo­va real­tà costrui­ta con la nostra azio­ne poli­ti­ca ha modi­fi­ca­to in meglio non solo la nostra vita di mili­tan­ti ma l’ha modi­fi­ca­ta per lun­ghi anni in favo­re di ogni sfrut­ta­to che sce­glies­se l’organizzazione del­la lot­ta per affran­car­si dal­le rego­le capi­ta­li­sti­che.
Anco­ra oggi noi vivia­mo la ren­di­ta posi­ti­va del­le rela­zio­ni socia­li e inter­per­so­na­li crea­te 50 anni or sono, cer­to nes­su­no di noi si è arric­chi­to come vor­reb­be il cano­ne del suc­ces­so nel­la socie­tà del capi­ta­le ma col­let­ti­va­men­te sia­mo riu­sci­ti ad esse­re ric­chi di vita, abbia­mo sapu­to stu­dia­re, crea­re lavo­ri, inven­tar­ci luo­ghi di aggre­ga­zio­ne socia­le sem­pre fun­zio­na­li diret­ta­men­te al nostro pro­get­to di rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria, abbia­mo rea­liz­za­to una vita pie­na di sen­so ed espe­rien­ze posi­ti­ve non facen­do­ci man­ca­re l’essenziale.

Cer­to sia­mo arri­va­ti a una scon­fit­ta dopo ave­re subi­to sof­fe­ren­ze, car­ce­ra­zio­ne, la mor­te di trop­pi nostri com­pa­gni e la doman­da a cui dovrem­mo tut­ti rispon­de­re è: ne è val­sa la pena?
Ebbe­ne cre­do che una rispo­sta, maga­ri fin trop­po ico­no­gra­fi­ca, pos­sa esse­re tro­va­ta negli avve­ni­men­ti di que­sti ulti­mi anni in Suda­me­ri­ca, là dove la lot­ta radi­ca­le con­tro i fasci­smi e lo sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sta ha ori­gi­na­to tan­te for­me di guer­ri­glia e lot­ta arma­ta ben pri­ma di noi. Due pre­si­den­ti pro­gres­si­sti sono sta­ti elet­ti a capo dei loro pae­si dopo anni di domi­nio tota­le del­la peg­gio­re destra neo­li­be­ri­sta; il pri­mo nel 2010, Josè Pepe Muji­ca diri­gen­te dei Tupa­ma­ros con alle spal­le 12 anni di car­ce­ra­zio­ne in iso­la­men­to e tor­tu­ra in Uru­guay, il secon­do nel 2022, Petro Gusta­vo, diri­gen­te del Movi­men­to 19 Apri­le in Colom­bia. L’esito del­la sto­ria del con­flit­to di clas­se non si fer­ma (cri­stal­liz­za?) in una scon­fit­ta, è sem­pre una lot­ta con­ti­nua e di lun­ga durata.