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La voce operaia n. 306 novembre 1977

ARCHIVIO PERSONALE VISCONTE GRISI

Così visse e morì Potere Operaio. Così nacque l’autonomia e il dialogo (serrato) con le Brigate Rosse.

Que­sto arti­co­lo è sta­to pub­bli­ca­to sul gior­na­le il Mani­fe­sto 2 set­ti­ma­ne pri­ma degli arre­sti del 7 apri­le 1979 su ordi­ne di cat­tu­ra del­la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Pado­va nel­l’in­chie­sta giu­di­zia­ria del cosid­det­to “Teo­re­ma Calogero”.

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Si con­si­glia sem­pre del­lo stes­so auto­re la let­tu­ra del­l’ar­ti­co­lo pub­bli­ca­to sul Mani­fe­sto, “Con­tro la stra­te­gia del­la con­fu­sio­ne”, dell’ 11 apri­le 1979, a inte­gra­zio­ne di que­sto docu­men­to. Digi­ta­re nel­la bar­ra ros­sa del­la ricer­ca oppu­re in blog/​materiali

archi­vio Gia­co­mo Despali

Contro la strategia della confusione

Que­sto arti­co­lo è sta­to pub­bli­ca­to sul gior­na­le il Mani­fe­sto 4 gior­ni dopo gli arre­sti del 7 apri­le 1979 su ordi­ne di cat­tu­ra del­la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Pado­va nel­l’in­chie­sta giu­di­zia­ria del cosid­det­to “Teo­re­ma Calo­ge­ro”, e si inte­gra con quel­lo pub­bli­ca­to il 25 mar­zo 1979, “Così vis­se e morì Pote­re Ope­ra­io. Così nac­que l’au­to­no­mia e il dia­lo­go (ser­ra­to) con le Bri­ga­te Ros­se”, sul Mani­fe­sto, sem­pre del­lo stes­so auto­re. Per la ricer­ca digi­ta­re nel­la bar­ra ros­sa oppu­re in blog/​materiali.

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archi­vio Gia­co­mo Despali

CRISI DELLE POLITICHE E POLITICHE NELLA CRISI

ATTI DEL CONVEGNO

L’in­ter­ven­to del­lo Sta­to nel­la ripro­du­zio­ne del siste­ma capi­ta­li­sti­co: spe­sa pub­bli­ca e mec­ca­ni­smi di leg­git­ti­ma­zio­ne /​ Ana­li­si sugli anni ’70 /​ Ipo­te­si sugli anni ’80

Napo­li, 21 ‑22 Novem­bre 1980 – Facol­tà di Eco­no­mia e Commercio

  • Rober­to Lau­ri­cel­la : note in mar­gi­ne all’ ana­li­si del­la dina­mi­ca del­la spe­sa pub­bli­ca in Ita­lia tra gli anni ’70 ed ’80
  • Augu­sto Gra­zia­ni : l’ infla­zio­ne capitalistica
  • Rober­to Con­ve­ne­vo­le . i muta­men­ti del­la strut­tu­ra pro­dut­ti­va italiana
  • Achil­le Flo­ra : mez­zo­gior­no e spe­sa pubblica
  • Maria­ro­sa Dal­la Costa : fuo­ri dal mulinello
  • Ali­si Del Re : lavo­ro di ripro­du­zio­ne del­la for­za-lavo­ro e spe­sa pub­bli­ca: alcu­ni appun­ti per affron­ta­re gli anni ’80
  • Ser­gio Bolo­gna : com­po­si­zio­ne di clas­se siste­ma politico
  • Lapo Ber­ti : sul nes­so mone­ta-pote­re – pri­mo approccio
  • Anto­nio Negri : cri­si del­lo Sta­to-cri­si – ipo­te­si sugli anni ’80

Recensione a Storming Heaven

di Ser­gio Bolo­gna
(Stor­ming Hea­ven. Class com­po­si­tion and strug­gle in Ita­lian Auto­no­mi­st Mar­xi­sm, by Ste­ve Wright, Plu­to Press, Lon­don 2002)

È il risul­ta­to del­la ricer­ca con­dot­ta per una tesi di lau­rea e come tale è il pri­mo lavo­ro che affron­ta una rico­stru­zio­ne sto­ri­ca del pen­sie­ro e del­la pra­ti­ca mili­tan­te del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no secon­do i cri­te­ri di ana­li­si cri­ti­ca del­le fon­ti, con il neces­sa­rio distac­co dal­le vicen­de ma anche con una capa­ci­tà di com­pren­sio­ne, che deri­va da un for­te sen­ti­men­to di par­te­ci­pa­zio­ne per­so­na­le e di con­di­vi­sio­ne del­le ragio­ni dei movi­men­ti rivo­lu­zio­na­ri.
È il pri­mo libro di sto­ria sul­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, che inter­rom­pe la linea memo­ria­li­sti­co-auto­bio­gra­fi­ca dei mate­ria­li fino­ra dispo­ni­bi­li e la dif­fu­sa pro­du­zio­ne di giu­di­zi som­ma­ri e gene­ral­men­te liqui­da­to­ri. Doven­do sce­glie­re un filo con­dut­to­re attra­ver­so que­sta sin­go­la­re vicen­da intel­let­tua­le e poli­ti­ca, Wright ha opta­to per il con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se”, rico­no­scen­do­ne in tal modo quel valo­re che una par­te degli ope­rai­sti stes­si ha avu­to dif­fi­col­tà a rico­no­scer­gli, per­ché lo met­te­va­no in secon­do pia­no, come cri­te­rio di pura ricer­ca empi­ri­ca, rispet­to alla “gran­de teo­ria poli­ti­ca” (sul­lo sta­to, sul par­ti­to, sul­la rivo­lu­zio­ne, sul­la clas­se, sul gene­ral intel­lect e così via).
Giu­sta­men­te Wright sot­to­li­nea che il con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se” ha uno stret­to lega­me con l’ap­proc­cio del­la “con­ri­cer­ca” ed ambe­due riman­da­no ad un modo, carat­te­ri­sti­co degli ope­rai­sti ita­lia­ni, di instau­ra­re una col­la­bo­ra­zio­ne tra intel­let­tua­li e ope­rai o tra intel­let­tua­li e pro­le­ta­ri in sen­so lato, fon­da­ta su del­le ragio­ni diver­se da quel­le che han­no carat­te­riz­za­to il rap­por­to tra par­ti­to e clas­se nel­la II, III e IV Inter­na­zio­na­le. Gli ope­rai­sti ita­lia­ni non han­no volu­to esse­re “la gui­da” del­la clas­se, non han­no volu­to esse­re ceto poli­ti­co, non han­no volu­to esse­re un “par­ti­ti­no”, viven­do fino in fon­do la con­trad­di­zio­ne tra chi eser­ci­ta teo­ria poli­ti­ca ed al tem­po stes­so rifiu­ta i model­li orga­niz­za­ti­vi tra­di­zio­na­li.
Chie­den­do­si per­ché l’o­pe­rai­smo ita­lia­no è rima­sto a lun­go igno­to nel mon­do anglo­sas­so­ne, Wright nota che solo gra­zie all’o­pe­ra di alcu­ni volon­ta­ri, come Ed Eme­ry, sono sta­te crea­te le con­di­zio­ni lin­gui­sti­che per­ché gli scrit­ti di Negri, di Tron­ti, di Alqua­ti, di Vir­no abbia­no potu­to cir­co­la­re. A que­sto pro­ba­bil­men­te dob­bia­mo aggiun­ge­re oggi lo straor­di­na­rio suc­ces­so di pub­bli­co di “Empi­re” di Toni Negri e Michael Hardt.
Il pri­mo capi­to­lo del libro è dedi­ca­to ad una bre­ve rico­stru­zio­ne del­le cor­ren­ti e del­le per­so­na­li­tà poli­ti­che che nel pri­mo dopo­guer­ra, anni ’40 e ’50, in Ita­lia han­no cer­ca­to un’al­ter­na­ti­va “di sini­stra” alla poli­ti­ca del PCI e di Togliat­ti in par­ti­co­la­re. Ven­go­no in luce subi­to le figu­re di Moran­di e di Ranie­ro Pan­zie­ri, fon­da­to­re e ani­ma­to­re del­la rivi­sta “Qua­der­ni Ros­si”, nel­la cui reda­zio­ne si sono ritro­va­ti per la pri­ma vol­ta tut­ti i pro­ta­go­ni­sti del­la vicen­da del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no.
Il capi­to­lo suc­ces­si­vo è di note­vo­le rilie­vo, per­ché espo­ne con mol­ta chia­rez­za il qua­dro teo­ri­co fon­da­men­ta­le del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no attra­ver­so una let­tu­ra intel­li­gen­te degli scrit­ti di Mario Tron­ti su fab­bri­ca e socie­tà, pub­bli­ca­ti nei “Qua­der­ni Ros­si”. Sono scrit­ti che inno­va­no il mar­xi­smo del Nove­cen­to, attra­ver­so una rilettura/​reinterpretazione del II libro de “Il Capi­ta­le” di Marx, riu­scen­do a intro­dur­re ele­men­ti di gran­de ori­gi­na­li­tà (Tron­ti’s disco­ve­ries). Tron­ti pone i “fon­da­men­ta­li” del­l’o­pe­rai­smo. Lo stes­so con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se” non è che un ten­ta­ti­vo di tra­dur­re in pra­ti­ca alcu­ni con­cet­ti che Tron­ti per pri­mo ha espli­ci­ta­to. Aver capi­to appie­no l’im­por­tan­za e il signi­fi­ca­to degli scrit­ti di Tron­ti in quel perio­do dà a Ste­ve Wright la chia­ve di let­tu­ra giu­sta per rico­strui­re la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no. Al tem­po stes­so Wright coglie la “novi­tà” dei “Qua­der­ni ros­si” e la “scos­sa” che que­sta pub­bli­ca­zio­ne impo­ne al movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no per risve­gliar­lo dal­la cri­si che lo ave­va col­pi­to, anche sul pia­no intel­let­tua­le, dopo le scon­fit­te dei pri­mi Anni 50. Que­sta “novi­tà” è rap­pre­sen­ta­ta dall’ ”inchie­sta ope­ra­ia”. Da dove biso­gna ripar­ti­re? Dal­la cono­scen­za del­la clas­se ope­ra­ia, del­la “nuo­va” clas­se ope­ra­ia, anzi dal­la com­pren­sio­ne del­le men­ta­li­tà del­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, di quel­le che ave­va­no dife­so la demo­cra­zia dai rigur­gi­ti neo-fasci­sti, scon­tran­do­si in piaz­za con la poli­zia nel luglio del 1960. La figu­ra cen­tra­le dell’ ”inchie­sta ope­ra­ia” (cioé del­l’ap­proc­cio mar­xia­no, anche in que­sto caso) è Roma­no Alqua­ti, che met­te a pun­to la meto­do­lo­gia del­la “con­ri­cer­ca” assie­me a Romo­lo Gob­bi e Gian­fran­co Fai­na (un nome che non com­pa­re nel libro di Wright ma che ha avu­to un’e­nor­me impor­tan­za in que­sta pri­mis­si­ma fase del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no). Fai­na era un docen­te di sto­ria del­l’U­ni­ver­si­tà di Geno­va, (la cit­tà epi­cen­tro dei moti di piaz­za del luglio 60 che han­no bloc­ca­to l’e­spe­ri­men­to neo-auto­ri­ta­rio del Gover­no Tam­bro­ni), pren­de­rà par­te all’e­spe­rien­za di “clas­se ope­ra­ia” ma non a quel­la di Pote­re Ope­ra­io, negli Anni 70 avrà dei rap­por­ti anche con grup­pi di ori­gi­ne anar­chi­ca che pra­ti­ca­va­no for­me di lot­ta arma­ta, ver­rà rin­chiu­so in car­ce­re e mori­rà di can­cro in car­ce­re nel 1981 (v. il ricor­do pub­bli­ca­to su “Pri­mo Mag­gio”, n. 19/​20, inver­no 1983/​84 da Rinal­do Man­stret­ta e Pier­pao­lo Pog­gio). Al con­tri­bu­to di Alqua­ti, in que­sta fase che pre­ce­de la nasci­ta del­l’o­pe­rai­smo vero e pro­prio, Wright dedi­ca le pp. 46–58 del suo volu­me, men­tre le pagi­ne pre­ce­den­ti (41–46) sono dedi­ca­te al con­tri­bu­to di Pan­zie­ri. Il qua­le ave­va aper­to nuo­vi oriz­zon­ti teo­ri­ci con la rilet­tu­ra del I Libro del Capi­ta­le e quin­di ave­va foca­liz­za­to il suo ragio­na­men­to sul rap­por­to tra clas­se ope­ra­ia e inno­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca (“il pro­ble­ma del­le mac­chi­ne”), traen­do­ne con­clu­sio­ni di for­te cri­ti­ca alla cul­tu­ra sin­da­ca­le del­la CGIL per la sua subal­ter­na accet­ta­zio­ne del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co. Pan­zie­ri pone un pro­ble­ma che avrà impor­tan­ti svi­lup­pi nei “Qua­der­ni ros­si” e dopo: è pos­si­bi­le una socio­lo­gia del lavo­ro e del­l’in­du­stria che non sia al ser­vi­zio del­l’in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca ma al ser­vi­zio del­le lot­te ope­ra­ie? Com’è noto, da que­sta sol­le­ci­ta­zio­ne di Pan­zie­ri nasce un modo di fare socio­lo­gia diver­so, che sarà di rife­ri­men­to ad alcu­ni dei mag­gio­ri socio­lo­gi ita­lia­ni (Rie­ser, Mot­tu­ra, Paci ed altri) pre­sen­ti allo­ra nel­la reda­zio­ne dei “Qua­der­ni ros­si”.
Per­ché Pan­zie­ri rom­pe con tut­ti quel­li che suc­ces­si­va­men­te daran­no vita a “clas­se ope­ra­ia”, la rivi­sta con cui nasce l’o­pe­rai­smo ita­lia­no? Per­chè Tron­ti, Negri, Alqua­ti esco­no da “Qua­der­ni ros­si”? Ste­ve Wright dà una rispo­sta sfu­ma­ta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo ma quel poco che dice cor­ri­spon­de alla real­tà: il pro­get­to poli­ti­co di Pan­zie­ri era quel­lo di pro­dur­re una svol­ta “all’in­ter­no” del movi­men­to ope­ra­io, del­la CGIL, del PSI (dove era sta­to mem­bro del Comi­ta­to Cen­tra­le) e del PCI. Il pro­get­to degli altri era quel­lo di spe­ri­men­ta­re un nuo­vo modo di fare poli­ti­ca con la clas­se ope­ra­ia, di crea­re un nuo­vo movi­men­to che apris­se l’è­ra post-comu­ni­sta. Qui la figu­ra ed il ruo­lo di Toni Negri diven­ta­no cen­tra­li, deci­si­ve. Nes­su­no come lui ave­va la “volon­tà” di but­tar­si in un’im­pre­sa del gene­re, anche se egli in tut­ti i modi cer­cò di con­vin­ce­re Pan­zie­ri e Rie­ser che la sua era la stra­da giu­sta (la rot­tu­ra defi­ni­ti­va, nei pri­mi di set­tem­bre del 1963, si con­su­mò a casa mia a Mila­no, anzi, più che una casa era una stan­za del­l’ap­par­ta­men­to che divi­de­vo con altri due com­pa­gni del grup­po dei “Qua­der­ni ros­si”). Sce­glie­re o meno di col­lo­car­si den­tro la tra­di­zio­ne del movi­men­to ope­ra­io signi­fi­ca­va anche con­di­vi­de­re o meno cer­te for­me di lot­ta sel­vag­gia in fab­bri­ca o vio­len­te di piaz­za, come quel­le che scos­se­ro Tori­no nel­l’e­sta­te del 1962, cono­sciu­te come gli “scon­tri di Piaz­za Sta­tu­to”, dove gli ope­rai die­de­ro anche l’as­sal­to alla sede di un sin­da­ca­to accu­sa­to di schie­rar­si dal­la par­te del padro­na­to.
Il ter­zo capi­to­lo è dedi­ca­to inte­ra­men­te all’a­na­li­si degli scrit­ti di Tron­ti e Alqua­ti nel­la rivi­sta “clas­se ope­ra­ia” ed alle discus­sio­ni, alle pole­mi­che che que­sti scrit­ti han­no susci­ta­to. Man­ca inve­ce una sto­ria del­la rivi­sta in tut­te le sue sfac­cet­ta­tu­re, man­ca in manie­ra evi­den­te un’a­na­li­si del ruo­lo e del con­tri­bu­to di Toni Negri, man­ca una mes­sa in rilie­vo del­l’in­ter­na­zio­na­li­smo degli ope­rai­sti ita­lia­ni, quin­di del­la for­ma­zio­ne del­l’i­dea del­l’o­pe­ra­io mul­ti­na­zio­na­le, man­ca l’in­ten­si­fi­ca­zio­ne dei rap­por­ti con la sini­stra di clas­se ame­ri­ca­na, dove Fer­ruc­cio Gam­bi­no svol­se un ruo­lo fon­da­men­ta­le. Tut­ti aspet­ti che in segui­to carat­te­riz­ze­ran­no for­te­men­te l’a­zio­ne e soprat­tut­to la pre­sa del­la meto­do­lo­gia ope­rai­sta pres­so il movi­men­to stu­den­te­sco del ’68, i comi­ta­ti di base del ’68/​’69 e i movi­men­ti degli Anni 70. Ne vie­ne fuo­ri un ope­rai­smo ridot­to a poche tema­ti­che, sia pure essen­zia­li.
Essen­zia­le indub­bia­men­te fu la svol­ta che Tron­ti impres­se al suo stes­so pen­sie­ro con l’ar­ti­co­lo di fon­do del n. 1 di “clas­se ope­ra­ia” inti­to­la­to “Lenin in Inghil­ter­ra”. Que­sto arti­co­lo apri­va la fase “for­te” del­l’o­pe­rai­smo e al tem­po stes­so pone­va le pre­mes­se per la sua pri­ma cri­si, che si con­clu­se con una nuo­va rot­tu­ra, la chiu­su­ra del­la rivi­sta due anni dopo e l’in­gres­so (o il ritor­no) di per­so­na­li­tà di rilie­vo, come Tron­ti stes­so, Asor Rosa e Rita Di Leo nel PCI. Quel­l’ar­ti­co­lo ripor­ta­va in cam­po la tema­ti­ca del par­ti­to (chia­ma­ta allo­ra la tema­ti­ca del­la “tat­ti­ca”) e richia­ma­va i mili­tan­ti a misu­rar­si con la poli­ti­ca isti­tu­zio­na­le. D’al­tro lato si arric­chi­va lo stru­men­ta­rio teo­ri­co con il para­dig­ma del­la “socie­tà-fab­bri­ca”. Roma­no Alqua­ti e altri, in par­ti­co­la­re i com­pa­gni che agi­va­no nel­le cit­tà con for­te pre­sen­za ope­ra­ia (Mila­no, Tori­no, Por­to Mar­ghe­ra), cer­ca­va­no di capi­re le dina­mi­che dei movi­men­ti del­la clas­se ope­ra­ia, per anti­ci­pa­re i momen­ti di rivol­ta, di scio­pe­ro, e poter­li col­le­ga­re tra loro. Gli ope­rai­sti si sen­ti­va­no al ser­vi­zio del­la “ricom­po­si­zio­ne di clas­se”. “clas­se ope­ra­ia” non solo fu uno straor­di­na­rio labo­ra­to­rio di idee ma mise in moto nel­le cit­tà in cui c’e­ra­no dei mili­tan­ti atti­vi una serie di espe­rien­ze poli­ti­che di avan­guar­dia che si dif­fu­se­ro in mol­ti ambien­ti. A Mila­no nel 1964 i volan­ti­ni di “clas­se ope­ra­ia” nel­le fab­bri­che (si copri­va­no con azio­ni di inter­ven­to poli­ti­co al pri­mo tur­no anche 15 gran­di fab­bri­che simul­ta­nea­men­te, tra Mila­no, Sesto San Gio­van­ni ed altre zone del­l’­Hin­ter­land!) con­tri­bui­va­no a far par­ti­re lot­te improv­vi­se all’In­no­cen­ti, fab­bri­ca di moto­leg­ge­re e di auto­mo­bi­li, con cor­tei ope­rai che inva­de­va­no la cit­tà. Il movi­men­to stu­den­te­sco di Tren­to, l’U­ni­ver­si­tà fon­da­ta nel 1965 che sarà uno degli epi­cen­tri del­la lot­ta degli stu­den­ti nel 1968, cono­sce­rà Jim­my Boggs gra­zie a “clas­se ope­ra­ia” in un’as­sem­blea-dibat­ti­to entu­sia­sman­te (ricor­do la fac­cia feli­ce di Jim­my che mi abbrac­cia­va dopo l’en­tu­sia­sti­ca acco­glien­za che riser­va­ro­no a lui ed a Gra­ce Lee gli stu­den­ti), il grup­po di gio­va­ni filo­so­fi del­l’U­ni­ver­si­tà di Mila­no, allie­vi di Enzo Paci (Nan­ni Filip­pi­ni, Giai­ro Daghi­ni, Pao­lo Gam­baz­zi, Gui­do Neri, Pao­lo Caru­so) e di psi­co­lo­gi allie­vi di Cesa­re Musat­ti (Rena­to Roz­zi) avran­no stret­ti rap­por­ti con “clas­se ope­ra­ia”. L’o­pe­rai­smo eser­ci­ta­va per le sue posi­zio­ni inno­va­ti­ve un for­te fasci­no su tan­ti gio­va­ni intel­let­tua­li già pri­ma del ’68. Oppu­re gli archi­tet­ti, gli urba­ni­sti e gli stu­dio­si del ter­ri­to­rio che intro­dur­ran­no nel­la loro disci­pli­na le tema­ti­che del­l’o­pe­rai­smo, come Alber­to Magna­ghi, di Tori­no, che sarà segre­ta­rio gene­ra­le di Pote­re ope­ra­io nel 1971, e tan­ti altri. Quan­do chiu­de, nel 1966, “clas­se ope­ra­ia” ha già for­ma­to un nucleo di “nuo­vi” mili­tan­ti del­la gene­ra­zio­ne più gio­va­ne che svol­ge­ran­no un ruo­lo deci­si­vo nel ’68 e per tut­ti gli Anni 70. Mol­ti di essi sono anco­ra sul­la brec­cia. Quan­do il grup­po del­la reda­zio­ne di “clas­se ope­ra­ia” si scio­glie, ini­zia­no, per così dire, i pre­pa­ra­ti­vi per il ’68. Ste­ve Wright met­te in evi­den­za due aspet­ti impor­tan­ti, l’in­tro­du­zio­ne del­la tema­ti­ca dei “tec­ni­ci” (che avrà mol­ta pre­sa nel­le facol­tà scien­ti­fi­che e nei Poli­tec­ni­ci) e la par­te­ci­pa­zio­ne di alcu­ni ope­rai­sti ita­lia­ni al mag­gio fran­ce­se, segui­ta dal­la pub­bli­ca­zio­ne di arti­co­li che offri­va­no una let­tu­ra com­ples­si­va del­la rivol­ta degli stu­den­ti e degli ope­rai di Pari­gi. L’e­spe­rien­za fran­ce­se vie­ne tra­smes­sa e “fil­tra­ta” in Ita­lia dagli ope­rai­sti. Altre lacu­ne nel libro di Wright riguar­da­no la dina­mi­ca che por­tò all’in­ter­ven­to alla Fiat di Tori­no nel­la pri­ma­ve­ra del 1969. Pro­ba­bil­men­te, per rico­strui­re con pre­ci­sio­ne que­sto, che fu un pas­sag­gio fon­da­men­ta­le per l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, anzi, sen­za dub­bio, la sua mag­gio­re vit­to­ria, sareb­be sta­to neces­sa­rio ave­re a dispo­si­zio­ne mate­ria­li d’ar­chi­vio dif­fi­cil­men­te repe­ri­bi­li, in par­ti­co­la­re i volan­ti­ni che si distri­bui­va­no allo­ra nel­le fab­bri­che (que­sti mate­ria­li si tro­va­va­no nel­le col­le­zio­ni pri­va­te dei sin­go­li mili­tan­ti, ma per la mag­gior par­te sono sta­ti seque­stra­ti e distrut­ti duran­te e dopo l’on­da­ta di arre­sti del 1979). Un ruo­lo fon­da­men­ta­le ebbe­ro anche i due opu­sco­li di Linea di mas­sa. Il pri­mo, “Lot­te alle Pirel­li”, fu scrit­to sul­la base del­la testi­mo­nian­za di uno dei fon­da­to­ri del Comi­ta­to di Base del­la Pirel­li di Mila­no, il com­pa­gno Raf­fael­lo De Mori, il secon­do “Lot­te dei tec­ni­ci alla Snam Pro­get­ti”, il labo­ra­to­rio di ricer­che del­l’En­te Nazio­na­le Idro­car­bu­ri (ENI) di San Dona­to Mila­ne­se, fu scrit­to sul­la base del­le testi­mo­nian­ze dei tec­ni­ci del Comi­ta­to di Base (l’E­NI è l’in­du­stria petro­li­fe­ra di Sta­to), che han­no man­te­nu­to una pre­sen­za mili­tan­te sul ter­ri­to­rio fino ai nostri gior­ni. Que­sti due opu­sco­li insie­me al gior­na­le “La Clas­se”, il cui pri­mo nume­ro fu dif­fu­so il 1 mag­gio 1969, un mese pri­ma del­lo scop­pio del­le lot­te spon­ta­nee alla Fiat di Tori­no (giu­gno-luglio 1969), rap­pre­sen­ta­no l’a­pi­ce del­la para­bo­la del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no. Negli anni cru­cia­li per il desti­no del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio in Ita­lia, 1967, 1968, pri­ma­ve­ra 1969, Mila­no e il suo Hin­ter­land sono i luo­ghi dove si incro­cia­no e con­vi­vo­no tut­te le espe­rien­ze più avan­za­te, dai grup­pi che si ricol­le­ga­no alla rivo­lu­zio­ne cine­se (Edi­zio­ni Orien­te), alle reti di soste­gno alla guer­ri­glia lati­no-ame­ri­ca­na in Vene­zue­la, Boli­via, Perù (Cen­tro Fran­tz Fanon), dal­le case edi­tri­ci e dai cen­tri di ricer­ca sto­ri­ca (Fel­tri­nel­li Edi­to­re, Biblio­te­ca G.G. Fel­tri­nel­li, Edi­zio­ni Avan­ti!) alle reda­zio­ni di rivi­ste d’a­van­guar­dia come “Qua­der­ni Pia­cen­ti­ni”, dai cen­tri di stu­dio del­le cul­tu­re con­ta­di­ne (Isti­tu­to Erne­sto de Mar­ti­no) ai cen­tri di rac­col­ta dei can­ti popo­la­ri (Nuo­vo Can­zo­nie­re Ita­lia­no), dal­le con­cen­tra­zio­ni ope­ra­ie del ciclo del­l’au­to (Alfa Romeo, Inno­cen­ti, O.M., Pirel­li, Magne­ti Marel­li), alle fab­bri­che chi­mi­che e far­ma­ceu­ti­che (Snia Visco­sa, Mon­te­ca­ti­ni, Far­mi­ta­lia, Car­lo Erba), dal­le fab­bri­che del­la mec­ca­ni­ca pesan­te e del­la mec­ca­ni­ca fine (Sie­mens, Bre­da, Falck, T.I.B.B.) ai labo­ra­to­ri del­l’in­du­stria petro­li­fe­ra del­l’E­NI e agli uffi­ci di desi­gn indu­stria­le e di gra­fi­ca pub­bli­ci­ta­ria del­l’O­li­vet­ti. Tut­ti que­sti luo­ghi sono sta­ti attra­ver­sa­ti o sono sta­ti con­ta­mi­na­ti dal­l’o­pe­rai­smo negli Anni 60. Dopo lo scop­pio del­le lot­te Fiat e del ciclo di scio­pe­ri del cosid­det­to “Autun­no Cal­do” (giu­gno-dicem­bre 1969), non è un caso che pro­prio a Mila­no ini­zi­no le stra­gi del ter­ro­ri­smo di sta­to (12 dicem­bre 1969, bom­ba di Piaz­za Fon­ta­na). Qual­che set­ti­ma­na pri­ma era sta­to arre­sta­to Fran­ce­sco Tolin, diret­to­re respon­sa­bi­le di “Pote­re Ope­ra­io”.
La sto­ria degli ope­rai­sti negli Anni 70 – quan­do pochi tra loro si defi­ni­va­no anco­ra “ope­rai­sti” – è la sto­ria di un para­dos­so. Sul pia­no del­l’or­ga­niz­za­zio­ne dei movi­men­ti il loro ruo­lo fu deci­sa­men­te mino­ri­ta­rio. Ma pro­prio la demo­niz­za­zio­ne di “Pote­re Ope­ra­io” e poi del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia da par­te dei media per­mi­se all’o­pe­rai­smo di soprav­vi­ve­re a se stes­so. Ste­ve Wright coglie giu­sta­men­te l’in­trin­se­ca debo­lez­za teo­ri­ca e poli­ti­ca di “Pote­re Ope­ra­io”. Il grup­po di mili­tan­ti, ormai emar­gi­na­to dal­le lot­te di fab­bri­ca, gira a vuo­to, cer­can­do nuo­vi pun­ti di rife­ri­men­to (le lot­te dei neri afroa­me­ri­ca­ni, dei disoc­cu­pa­ti meri­dio­na­li) e, non tro­van­do­li, accen­tua il carat­te­re volon­ta­ri­sti­co, tar­do­le­ni­ni­sta, del­la sua azio­ne mili­tan­te. La rivol­ta del­le don­ne, che par­te dal­l’in­ter­no di “Pote­re Ope­ra­io” e por­ta alla for­ma­zio­ne del pri­mo grup­po fem­mi­ni­sta ita­lia­no, comin­cia a ren­de­re evi­den­te la cri­si del­l’or­ga­niz­za­zio­ne. A mol­ti anni di distan­za si può dire vera­men­te che la fon­da­zio­ne del grup­po poli­ti­co “Pote­re Ope­ra­io” fu una for­za­tu­ra (di cui io stes­so sono sta­to respon­sa­bi­le). Essa appa­re tan­to più gra­ve se met­tia­mo a con­fron­to la pover­tà di “Pote­re Ope­ra­io” con la ric­chez­za ine­sau­ri­bi­le del­le espe­rien­ze dif­fu­se degli Anni 70, con la crea­ti­vi­tà e l’ot­ti­mi­smo con cui si cer­cò di “rove­scia­re il mon­do”, cioè di cam­bia­re il segno del­le cose, nel­le pro­fes­sio­ni, nel­la vita quo­ti­dia­na. L’or­ga­niz­za­zio­ne di base nel­le fab­bri­che, rico­no­sciu­ta dai sin­da­ca­ti, coin­vol­se deci­ne di miglia­ia di ope­rai e impie­ga­ti. Le lot­te nel­l’i­sti­tu­zio­ne ospe­da­lie­ra, nel­la scuo­la, nel mon­do dei tra­spor­ti deter­mi­na­ro­no un ciclo decen­na­le. Cos’e­ra di fron­te a que­sto l’a­zio­ne di un pic­co­lo grup­po, che ave­va avu­to il meri­to di fecon­da­re lo spi­ri­to di rivol­ta ma che non ave­va l’u­mil­tà di rico­no­scer­lo e di scio­glier­si den­tro que­sta real­tà infi­ni­ta­men­te più ric­ca dei suoi asfit­ti­ci pro­cla­mi? A par­ti alcu­ni, come me ed altri, che usci­ro­no dopo pochi mesi, fu Toni Negri ad accor­ger­se­ne per pri­mo, quan­do riu­scì a costrui­re quel note­vo­le labo­ra­to­rio di for­ma­zio­ne e di tra­smis­sio­ne di idee che si rac­col­se attor­no alla col­la­na “Mate­ria­li mar­xi­sti” del­l’E­di­to­re Fel­tri­nel­li. Testi come Ope­rai e Sta­to, Cri­si e orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia, L’o­pe­ra­io mul­ti­na­zio­na­le ed altri lascia­ro­no il segno. Eppu­re va rico­no­sciu­to anche che “Pote­re Ope­ra­io” mar­chiò i com­pa­gni che ne fece­ro par­te, segnò la loro vita per sem­pre, lasciò l’im­pron­ta di un radi­ca­li­smo del­le idee che nes­su­n’al­tra espe­rien­za in nes­sun altro grup­po ha potu­to o volu­to egua­glia­re. Fu però un fat­to “pri­va­to”, il movi­men­to anda­va avan­ti per con­to suo, sen­za biso­gno degli ope­rai­sti. S’in­stau­ra quin­di una dina­mi­ca, che Wright non ha dif­fi­col­tà a indi­vi­dua­re, di for­ma­zio­ne di un “ceto poli­ti­co” come cor­po sepa­ra­to. La tema­ti­ca dell’ ”insur­re­zio­ne all’or­di­ne del gior­no” ripor­ta “Pote­re Ope­ra­io” indie­tro di 50 anni, con la ripro­po­si­zio­ne di atteg­gia­men­ti “bol­sce­vi­chi”, che sono la nega­zio­ne del­le pre­mes­se stes­se del­l’o­pe­rai­smo. Se aves­se potu­to resta­re il più “a sini­stra” dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, for­se “Pote­re Ope­ra­io” avreb­be sapu­to rita­gliar­si un suo spa­zio, ma da quan­do comin­cia­no ad agi­re i grup­pi del­la cosid­det­ta “lot­ta arma­ta”, le Bri­ga­te Ros­se ed altri, per “Pote­re Ope­ra­io” è fini­ta. “The most valua­ble les­son on 1960s – the atten­ti­ve stu­dy of wor­king-class beha­viour – was to be sacri­fi­ced in a grea­ter or les­ser degree to poli­ti­cal impa­tien­ce and an increa­sin­gly rigid con­cep­tual appa­ra­tus” (p. 151).
I due capi­to­li suc­ces­si­vi del libro sono dedi­ca­ti rispet­ti­va­men­te a Toni Negri ed alle sue teo­rie del­l’o­pe­ra­io socia­le ed al lavo­ro del­la rivi­sta “Pri­mo Mag­gio”. E’ una scel­ta curio­sa e inte­res­san­te quel­la di met­te­re insie­me in un uni­co per­cor­so poli­ti­co l’a­zio­ne mili­tan­te di un grup­po, quel­lo che face­va capo a Toni Negri ed alla rivi­sta Ros­so, che con­ce­pi­va la pro­pria mis­sio­ne anco­ra in ter­mi­ni di orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca (per quan­to non sepa­ra­ta dal movi­men­to ma intrin­se­ca al movi­men­to stes­so) e l’a­zio­ne di un grup­po che con­ce­pi­va se stes­so come sem­pli­ce reda­zio­ne di una rivi­sta. Si trat­ta di due pia­ni com­ple­ta­men­te diver­si per­ché all’o­ri­gi­ne ci sono impo­sta­zio­ni poli­ti­che dif­fe­ren­ti e diver­gen­ti. Quan­to il let­to­re rie­sca a per­ce­pir­lo leg­gen­do la rico­stru­zio­ne di Ste­ve Wright, rima­ne dub­bio. Per­ciò è una scel­ta che a pri­ma vista scon­cer­ta. Il capi­to­lo su Toni Negri sod­di­sfa bene il biso­gno di com­pren­de­re cos’e­ra que­sta “Auto­no­mia Ope­ra­ia”, sia come for­ma del­la poli­ti­ca sia come teo­ria del­la rivo­lu­zio­ne. Ma occor­re sepa­ra­re bene la fase di incu­ba­zio­ne di que­sta nuo­va ten­den­za (1973–75) dal­la fase in cui essa si incon­tra con un movi­men­to “nuo­vo”, con il pri­mo movi­men­to post-68, con una gene­ra­zio­ne diver­sa da quel­la che si era for­ma­ta die­ci anni pri­ma. La rivi­sta Ros­so sta al movi­men­to del ’77 (fu chia­ma­to così dal­l’an­no in cui esplo­se in Ita­lia per bre­ve dura­ta) quan­to “clas­se ope­ra­ia” sta­va al movi­men­to del ’68. A Pado­va e nel suo Hin­ter­land si for­ma una nuo­va strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va, in par­te dal­le cene­ri di “Pote­re Ope­ra­io”, in par­te da que­sta nuo­va gene­ra­zio­ne di mili­tan­ti cre­sciu­ta dopo il ’68, che si defi­ni­sce “Auto­no­mia Ope­ra­ia” ma è for­ma­ta in gran par­te da stu­den­ti e pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le. Anche se ana­lo­ghe strut­tu­re nasco­no in altre cit­tà, in par­te dal­le cene­ri dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, in par­te dal­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, quel­la di Pado­va (e poi di Mestre-Vene­zia), mal­gra­do l’in­car­ce­ra­zio­ne di qua­si tut­ti i suoi par­te­ci­pan­ti negli anni 1979, 1980 e 1981 (chi non fu arre­sta­to si rifu­giò all’e­ste­ro) rima­se la più for­te e la più dura­tu­ra, crean­do quel tes­su­to che a tut­t’og­gi rap­pre­sen­ta una del­le real­tà più for­ti del movi­men­to ita­lia­no, un movi­men­to che negli anni ha cam­bia­to radi­cal­men­te la sua natu­ra, in par­ti­co­la­re nel rifiu­to del­la vio­len­za e del­le azio­ni di lot­ta vio­len­ta.
“Pri­mo Mag­gio” è tut­ta un’al­tra sto­ria. E’ vero che fu fon­da­to da alcu­ni com­pa­gni di “Pote­re Ope­ra­io” (Lapo Ber­ti, Fran­co Gori, Andrea Bat­ti­nel­li, Gui­do de Masi, io stes­so) ma la sua carat­te­ri­sti­ca fu quel­la di impian­tar­si su una rete di ini­zia­ti­ve di auto­ge­stio­ne del­la cul­tu­ra poli­ti­ca e del­la for­ma­zio­ne “a ser­vi­zio del movi­men­to”. La libre­ria Calu­sca di Pri­mo Moro­ni a Mila­no fu la più ori­gi­na­le e impor­tan­te di que­ste ini­zia­ti­ve. Se “Pri­mo Mag­gio” non si fos­se inne­sta­to in que­sta rete, non avreb­be mai eser­ci­ta­to l’in­fluen­za che solo oggi le vie­ne rico­no­sciu­ta. Da que­sto pun­to di vista, Ste­ve Wright ha ragio­ne a inse­rir­lo nel­la tra­di­zio­ne del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, anzi, men­tre “Pri­mo Mag­gio” si rico­no­sce­va espli­ci­ta­men­te in quel­la espe­rien­za e ne riven­di­ca­va aper­ta­men­te la con­ti­nui­tà, per Negri già nel 1973 l’o­pe­rai­smo era mor­to, per Negri la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo si era con­clu­sa con la fine di “clas­se ope­ra­ia”. La secon­da ragio­ne per la qua­le “Pri­mo Mag­gio” fu una rivi­sta che sep­pe pro­dur­re qual­co­sa di nuo­vo e di inte­res­san­te per il futu­ro, sul pia­no del­l’a­na­li­si del capi­ta­le finan­zia­rio, del wel­fa­re sta­te, del­la sto­rio­gra­fia, del­la com­po­si­zio­ne di clas­se, va indi­vi­dua­ta nel­la pre­sen­za, all’in­ter­no del­la sua reda­zio­ne, di com­pa­gni che pro­ve­ni­va­no (anche per ragio­ni di età) da espe­rien­ze diver­se da quel­le del­l’o­pe­rai­smo “clas­si­co”, come Cesa­re Ber­ma­ni, Bru­no Car­to­sio, Mar­co Revel­li, Chri­stian Maraz­zi, Mar­cel­lo Mes­so­ri. Ma qua­le era la fon­da­men­ta­le dif­fe­ren­za tra “Pri­mo Mag­gio” e l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia, tan­to che mi sem­bra scor­ret­to e fuor­vian­te met­ter­li nel­lo stes­so cal­de­ro­ne? La dif­fe­ren­za di fon­do sta­va nel­la con­ce­zio­ne del pro­prio ruo­lo di intel­let­tua­li. A noi di “Pri­mo Mag­gio” inte­res­sa­va cam­bia­re le rego­le del­lo sta­tu­to del­le disci­pli­ne, inte­res­sa­va inno­va­re il meto­do del­la sto­rio­gra­fia, del­la socio­lo­gia, del­l’e­co­no­mia, del­la poli­to­lo­gia. Ci sen­ti­va­mo mol­to vici­ni a rivi­ste come “Sape­re”, che svol­ge­va ana­lo­go ruo­lo nei con­fron­ti del­le disci­pli­ne scien­ti­fi­che (la fisi­ca, la medi­ci­na ecc.) ma poi­ché nes­su­no di noi pen­sa­va di esse­re un nuo­vo Brau­del o un nuo­vo Ein­stein o un nuo­vo Weber, rite­ne­va­mo, come i com­pa­gni di “Sape­re”, che alla fine l’ob­biet­ti­vo più impor­tan­te fos­se quel­lo di cam­bia­re il “ruo­lo socia­le” del docen­te uni­ver­si­ta­rio, del medi­co, del fisi­co, del socio­lo­go, del­l’av­vo­ca­to, del­l’ar­chi­tet­to. In tal sen­so anda­va cam­bia­to anche il ruo­lo socia­le dell’ ”intel­let­tua­le poli­ti­co”, che non dove­va esse­re un nuo­vo Lenin o un nuo­vo Robe­spier­re, ma un “pre­sta­to­re di ser­vi­zi” al movi­men­to dif­fu­so, in gra­do di offri­re al movi­men­to una miglio­re com­pren­sio­ne di se stes­so, di aprir­gli nuo­vi oriz­zon­ti. Nac­que così la pre­co­ce per­ce­zio­ne che il modo di pro­du­zio­ne for­di­sta sta­va esau­ren­do­si per lascia­re il posto a un nuo­vo modo di pro­du­zio­ne, per con­ven­zio­ne ormai chia­ma­to “post­for­di­sta”, che con­te­ne­va in sé sia ele­men­ti di libe­ra­zio­ne dal lavo­ro sia ele­men­ti di mag­gio­re sfrut­ta­men­to capitalistico.

Ste­ve Wright di que­sta com­ples­sa para­bo­la (“Pri­mo Mag­gio” apre nel 1973 e chiu­de nel 1986) coglie alcu­ni aspet­ti essen­zia­li, in par­ti­co­la­re sot­to­li­nea il modo carat­te­ri­sti­co e ori­gi­na­le in cui “Pri­mo Mag­gio” affron­tò il pro­ble­ma del­la sto­ria e del­la memo­ria, anti­ci­pan­do la bat­ta­glia su un tema che alcu­ni anni dopo diven­te­rà esplo­si­vo in segui­to all’of­fen­si­va del revi­sio­ni­smo sto­ri­co.
Nel­l’ul­ti­mo capi­to­lo, “The col­la­pe of wor­ke­ri­sm”, Wright pren­de in con­si­de­ra­zio­ne l’at­teg­gia­men­to ver­so il movi­men­to del ’77 dei grup­pi poli­ti­ci del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia e del­le for­ze intel­let­tua­li attor­no a “Pri­mo Mag­gio”. Sem­bra l’ul­ti­mo sfor­zo di una gene­ra­zio­ne poli­ti­ca nata negli Anni 60 di tene­re il pas­so degli even­ti, con fati­ca ma, a rileg­ge­re quan­to scri­vem­mo allo­ra, con digni­tà. Gli even­ti però cor­re­va­no trop­po e ci tra­vol­se­ro. Nel 1978 il rapi­men­to di Aldo Moro da par­te del­le Bri­ga­te Ros­se cam­bia com­ple­ta­men­te il cli­ma all’in­ter­no dei grup­pi del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia, che si sen­to­no schiac­cia­ti tra lo Sta­to che si rior­ga­niz­za per rispon­de­re all’at­tac­co ter­ro­ri­sti­co e i grup­pi arma­ti che “alza­no il tiro”. Nel 1979 Toni Negri e tut­ti i com­pa­gni che ave­va­no fat­to par­te di “Pote­re Ope­ra­io” fino al 1973 ven­go­no arre­sta­ti, altri fug­go­no all’e­ste­ro (alcu­ni si tro­va­no anco­ra in esi­lio). Nel 1980, in autun­no, la Fiat deci­de di licen­zia­re in mas­sa, nasce una lot­ta che ormai è per­du­ta in par­ten­za, uno scio­pe­ro che dura 35 gior­ni e che si con­clu­de con la più cru­da e pro­fon­da scon­fit­ta ope­ra­ia in Ita­lia dal 1950. Per capi­re con qua­le dram­ma­ti­ci­tà gli ope­rai Fiat vis­se­ro uma­na­men­te que­sta scon­fit­ta, baste­rà dire che nei mesi suc­ces­si­vi si regi­stra­ro­no più di un cen­ti­na­io di casi di sui­ci­dio. I mili­tan­ti dei movi­men­ti arre­sta­ti o costret­ti a fug­gi­re all’e­ste­ro furo­no cir­ca 5.000, cir­ca 1.000 quel­li che subi­ro­no ai pro­ces­si con­dan­ne supe­rio­ri ai 10 anni di car­ce­re. Inve­ce di sof­fer­mar­si su que­sti even­ti, che sono noti e sui qua­li esi­ste un’am­pia let­te­ra­tu­ra, Wright pre­fe­ri­sce sof­fer­mar­si in det­ta­glio sul­la dina­mi­ca che ha por­ta­to all’ul­ti­mo scon­tro di clas­se alla Fiat (1978–80), nel para­gra­fo inti­to­la­to “The fami­ly Gaspa­raz­zo goes to Fiat”. E’ sta­ta anche l’ul­ti­ma “inchie­sta” del­l’o­pe­rai­smo con­dot­ta alla Fiat.
Nel­le sue bre­vi con­clu­sio­ni Wright enu­me­ra i lati debo­li del­l’o­pe­rai­smo, che sono for­se alla base del­la sua estin­zio­ne come teo­ria poli­ti­ca del pre­sen­te: “The fir­st of the­se con­sists in its pen­chant for all-embra­cing cate­go­ries that, in see­king to explain eve­ry­thing, too often would cla­ri­fy very lit­tle (…) ano­ther of the more obvious wea­k­nes­sess of Ita­lian wor­ke­ri­sm …would be a too nar­row focus upon what Marx ter­med the imme­dia­te pro­cess of pro­duc­tion as the essen­tial sour­ce of wor­king-class expe­rien­ce and strug­gle” (p. 225) E il ter­zo lato debo­le sareb­be la “poli­ti­cal impa­tien­ce”. Non si può che esse­re d’ac­cor­do con lui, cio­no­no­stan­te è anche vero, come aggiun­ge in segui­to, citan­do un com­pa­gno ingle­se che “the que­stions that it posed then, as two deca­des befo­re, stub­born­ly refu­se to go away” e che, citan­do un com­pa­gno ita­lia­no, “the best way to defend wor­ke­ri­sm today is to go beyond it” (p. 227).
Per con­clu­de­re que­sta recen­sio­ne che, for­za­ta­men­te, oltre che una recen­sio­ne è una testi­mo­nian­za, dire­mo che il meri­to mag­gio­re del libro è l’a­ver capi­to lo spi­ri­to (e la let­te­ra) degli scrit­ti del­l’o­pe­rai­smo, com­pi­to non faci­le per uno stra­nie­ro. Non mino­re è il meri­to di aver sapu­to col­lo­ca­re que­sti scrit­ti in rap­por­to con gli even­ti che li ave­va­no deter­mi­na­ti, ed infi­ne – cosa per cui tut­ti gli ope­rai­sti dovreb­be­ro esse­re gra­ti a Wright – di aver rico­no­sciu­to lo spes­so­re, la com­ples­si­tà dei ragio­na­men­ti, spez­zan­do in tal modo una tra­di­zio­ne dove l’o­pe­rai­smo o era pre­so a cal­ci o era idea­liz­za­to, sen­za entra­re nel meri­to del­le sue ragio­ni. Ovvia­men­te le lacu­ne sono mol­te, riguar­da­no soprat­tut­to il con­te­sto socia­le e poli­ti­co, ma ciò è giu­sti­fi­ca­bi­le per­ché di quel­la ric­chis­si­ma arti­co­la­zio­ne di espe­rien­ze del movi­men­to in Ita­lia, negli Anni 70, ben poco è rima­sto come testi­mo­nian­za scrit­ta e quel che è rima­sto o pec­ca di ecces­si­vo sog­get­ti­vi­smo o di ecces­si­vo sche­ma­ti­smo. I libri di sto­ria sugli Anni 70 in Ita­lia man­ca­no, men­tre abbon­da­no le defor­ma­zio­ni e su tut­to incom­be la ver­sio­ne uffi­cia­le che sono sta­ti solo “anni di piom­bo”. Né Ste­ve Wright ha potu­to uti­liz­za­re le cir­ca 50 testi­mo­nian­ze che gli ope­rai­sti degli Anni 60 han­no rila­scia­to a dei gio­va­ni stu­dio­si, mili­tan­ti dei movi­men­ti del nuo­vo mil­len­nio, allie­vi di Roma­no Alqua­ti. Un fat­to curio­so e sin­go­la­re, che ha stu­pi­to gli stes­si, se si pen­sa che ci sono tra noi per­so­ne che da decen­ni non si par­la­va­no o non ave­va­no più alcun rap­por­to per­so­na­le, nem­me­no sul pia­no uma­no, tan­to diver­gen­ti sono sta­ti i per­cor­si indi­vi­dua­li. Ed un bel gior­no del 2000 accet­ta­no di rico­no­scer­si in una comu­ne tra­di­zio­ne, sen­za rin­ne­ga­re il pas­sa­to, pur cri­ti­can­do le pro­prie espe­rien­ze. Que­sto volu­me, “Futu­ro Ante­rio­re. Dai ’ ”Qua­der­ni ros­si“ ‘ ai movi­men­ti glo­ba­li: ric­chez­ze e limi­ti del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no”, a cura di Gui­do Borio, Fran­ce­sca Poz­zi, Gigi Rog­ge­ro, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni Deri­veAp­pro­di nel feb­bra­io 2002, con alle­ga­to CD Rom del­le inter­vi­ste, meri­te­reb­be una recen­sio­ne, se lo spa­zio- di cui già trop­po ho abu­sa­to – lo per­met­tes­se. E’ un caso se gli stes­si auto­ri di que­sto volu­me sono oggi tra quel­li che mag­gior­men­te con­tri­bui­sco­no alla for­ma­zio­ne dei gio­va­ni dei “nuo­vi movi­men­ti” par­ti­ti da Seat­tle e da Geno­va (v. il sito www.conricerca.it)? Il seme del­l’o­pe­rai­smo quin­di può esse­re anco­ra fecon­do, pro­prio nel momen­to in cui – ven­det­ta del­la sto­ria! – col­las­sa la Fiat, distrut­ta da un mana­ge­ment inca­pa­ce e irre­spon­sa­bi­le, ina­ri­di­ta da una for­za-lavo­ro pas­si­va e subal­ter­na, com­pli­ce una Sini­stra poli­ti­ca e sin­da­ca­le che ha con­di­vi­so le scel­te stra­te­gi­che del padro­na­to ita­lia­no, limi­tan­do­si a rica­var­ne qual­che uti­le per sé, com­pli­ci i gover­ni di cen­tro-sini­stra che han­no spin­to al mas­si­mo la finan­zia­riz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia. La Fiat uscì pie­na di ener­gie inno­va­ti­ve dopo die­ci anni di con­flit­tua­li­tà ope­ra­ia (1969–1980), dopo ven­ti­due anni di pace socia­le (1980–2002) ne esce a pez­zi. (Non era­no sta­ti gli ope­rai­sti a dire che la lot­ta ope­ra­ia acce­le­ra lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co?)
Con­clu­do con un inter­ro­ga­ti­vo, che inte­res­sa colo­ro, se ci saran­no, che in futu­ro ripren­de­ran­no in mano la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo. E’ pos­si­bi­le appli­ca­re la cate­go­ria del­la con­ti­nui­tà a que­sto movi­men­to? La cate­go­ria del­la con­ti­nui­tà non fa par­te del modo tra­di­zio­na­le di fare sto­ria? Non è pro­pria del­la sto­ria del­le dina­stie, dei par­ti­ti? Ma chi si è mes­so fuo­ri sin dal­l’i­ni­zio da una pro­spet­ti­va di par­ti­to, chi ha con­si­de­ra­to la rivo­lu­zio­ne come una lin­fa piut­to­sto che un even­to, ha dirit­to alla con­ti­nui­tà, deve subir­la? For­se l’e­splo­ra­zio­ne sui meto­di del­la sto­rio­gra­fia, sul mestie­re del­lo sto­ri­co, ini­zia­ta con “Pri­mo Mag­gio”, ripre­sa negli Anni 90 con “Altre Ragio­ni” e poi con LUMHI (Libe­ra Uni­ver­si­tà di Mila­no e del suo Hin­ter­land) – pro­get­to sof­fo­ca­to sul nasce­re ma oggi for­se desti­na­to a risor­ge­re nel nuo­vo cli­ma poli­ti­co ita­lia­no – non è anco­ra conclusa.