Il castello di accuse che la magistratura ha costruito
Archivio Donato Tagliapietra
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da Autonomia n.16, pag 32
mozione dell’ assemblea del movimento autonomo di classe tenutasi a Torino il 10 novembre 1979 e convocata dai Collettivi Operai Fiat
hanno aderito:
Assemblea nazionale dell’ Autonomia Operaia, Torino, 10.11.1979, indetta in seguito dei 61 licenziamenti Fiat
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Il 9 ottobre 1979 furono consegnate a 61 dipendenti Fiat lettere di licenziamento con motivazioni generiche e uguali per tutti. Molti definiranno questa operazione come un ‘7 aprile’ in fabbrica. Tra i 61 c’era tutta la varietà di quella che fu la sinistra extraparlamentare degli anni 70. Il sindacato (FLM) offrì, previa la sottoscrizione di una dichiarazione contro la violenza, il servizio del collegio dei suoi avvocati. La maggioranza dei 61 scelse questa via, altri, una decina, contestarono il provvedimento ricorrendo senza il patrocinio sindacale.
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Sintesi con gli interventi salienti dell’Assemblea Nazionale dell’Autonomia Operaia convocata a Torino il 10 novembre 1979 a seguito dei 61 licenziamenti in Fiat.
Collettivi Operai Fiat 0:00 Operaio della Fiat Rivalta licenziato 3:55 Claudio dell’Iret di Trento 35:47 Roberto dei Collettivi Politici Veneti 40:05 Attilio, uno dei 10 licenziati che hanno istituito un collegio di difesa alternativo a quello sindacale 46:29 Collettivi Autonomi di Napoli 1:01:15 Gianni della Bassa Padovana 1:11:55 Mozioni 1:19:37
Per la registrazione integrale : https://archivioautonomia.it/autonomia-torinese/dall-assembla-autonoma-di-classe/
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Fiora Pirri, Lanfranco Caminiti, Scirocco, Collettivo editoriale Scirocco, Roma 1979
Sud, mezzogiorno: l’ora, dell’ombra più breve. Ombra è ideologia, mediazione, fra corpo e terra. Il Sud è senza ombra. È immediatezza di violenza del potere, in/mediatezza di dominio Stato, suoi uomini suoi partiti suoi apparati, su territorio su proletari, ma è anche radicalità di scontro di lotta di storie di comportamenti. È nitidezza di nemicità e quotidianità di guerra rivoluzionaria: storie qualsiasi, racconti brevi.
All’ombra dell’ideologia, una molteplicità di gerghi di sovversione e rivolta viene ridotta al silenzio. Su ciò che non è riducibile al linguaggio del potere viene calato il velo di nebbia dell’informazione dominante. Il Sud incarna, anche se nella forma più contraddittoria per le formazioni dominanti, il percorso di statalizzazione della società; il mercato, qui, realizza comando sociale.
Allora, così come la storia della borghesia meridionale, a latere della crisi del latifondo è storia di potere dentro e trasversalmente le istituzioni dello Stato e non-storia di sviluppo dell’industrializzazione, così la lotta del proletariato del Sud, da lotta contro il latifondo, si è sviluppata in lotta contro lo Stato in tutte le sue forme e comportamenti.
Pertanto, la tendenza alla non-industrializzazione non può dirsi tendenza di sottosviluppo ma di tardo-capitalismo. Tutti, al contrario, dando per scontato uno Stato-comitato d’affari della borghesia industriale o finalizzato al piano del capitale del nord hanno posto nella centralità operaia l’unica forma di espressione dell’antagonismo di classe al Sud. Tutto sommato, non andando da Gramsci oltre Gramsci.
Il fatto è che la storia del capitalismo è lunga strada fatta di emancipazioni verso sempre più elevate forme di espropriazione, di comando, di accumulazione; e tutto, persino le lotte, viene interpretato con questo metro. Tradizione delle lotte sulla pelle dell’invenzione proletaria: cos’è la ‘tradizione’ del movimento operaio se non ciò che è vieto e che non ha alcuna forza di impatto col nemico?
Ma il comunismo non ha più nulla da dividere con l’emancipazione, è liberazione, ed è anche a ciascuno, secondo il suo modo di lottare, di contrapporsi, di praticare il proprio bisogno di comunismo. Oggi, la prassi rivoluzionaria al Sud comincia a ritrovare la propria storia di lotta di trasgressione di attacco contro il potere… meno male che Cristo si è fermato a Eboli…

| Comitato 7 aprile e collegio di difesa (a cura di), Processo all’Autonomia, Lerici, Roma 1979 Antonio Negri, Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Mario Dalmaviva, Lauso Zagato, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Lanfranco Pace, Luciano Mioni, Marzio Sturaro, Paolo Benvegnù, Massimo Tramonte, Ivo Gallimberti, Alisa Del Re, Libero Maesano, Paolo Virno e Lucio Castellano sono in carcere. Giovan Battista Marongiu, Gianfranco Pancino, Roberto Ferrari, Nanni Balestrini, Piero Despali e Gianni Boetto sono costretti alla latitanza. Trenta sono le comunicazioni giudiziarie con indiziati a piede libero. Le accuse sono gravissime: associazione sovversiva, banda armata, insurrezione armata contro lo Stato. Si è detto da parte degli inquisitori con stucchevole ed ossessivo ritornello che le prove ci sono. Ebbene, o le prove sono quelle che i lettori troveranno in questo libro, oppure non ci sono. Gli atti che pubblichiamo contengono tutto ciò che gli inquirenti hanno contestato agli imputati come indizio o come prova. Per molti, questi atti non dovrebbero essere una novità. Non c’è infatti nulla di segreto: l’essenziale e spesso il dettaglio sono stati già resi noti e divulgati attraverso i normali canali d’informazione. Eppure la lettura diretta, sistematica e totale genera proprio l’impressione di svelare per la prima volta un segreto: l’impressione che niente di quanto si è favoleggiato finora su questa inchiesta sia vero. Saltata la mediazione e la censura di giornalisti e opinion-makers. il lettore si trova nelle condizioni di giudicare da solo, di farsi un’opinione, e quindi di fare finalmente, opinione. |