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Il Comitato Politico Operaio di via De Ruggiero a Pastena

Stral­ci da Memo­ria in Movi­men­to, il con­tri­bu­to com­ple­to di Ubal­do Bal­di si tro­va al seguen­te link.

Il Comi­ta­to Poli­ti­co Ope­ra­io di via De Rug­gie­ro a Paste­na (1971–1974)

A distan­za di anni ripen­sa­re ad una espe­rien­za come quel­la del Comi­ta­to Poli­ti­co Ope­ra­io a Saler­no (1971–1974), obbli­ga cer­ta­men­te ad un ten­ta­ti­vo sep­pur mini­mo di rin­qua­dra­re il cli­ma poli­ti­co di allo­ra attra­ver­so la ricer­ca dei ter­mi­ni e del livel­lo del dibat­ti­to, del­le con­di­zio­ni ogget­ti­ve e sog­get­ti­ve del Movi­men­to Ope­ra­io in Ita­lia e a Saler­no, risi­ste­man­do – maga­ri appros­si­ma­ti­va­men­te –  le coor­di­na­te di una visio­ne del­le cose che oggi non esi­ste più.

Il CPO nac­que da una con­cre­ta ini­zia­ti­va di alcu­ni mili­tan­ti del­la sini­stra non isti­tu­zio­na­le o extra­par­la­men­ta­re, come allo­ra veni­va­mo defi­ni­ti e il tono del­la defi­ni­zio­ne era qua­si sem­pre dispre­gia­ti­vo, frut­to anche soprat­tut­to di una fit­ta col­la­bo­ra­zio­ne con le avan­guar­die sin­da­ca­li di alcu­ne fab­bri­che dell’hinterland saler­ni­ta­no. La sede fu scel­ta in base alla esi­gen­za di loca­liz­zar­la nel quar­tie­re orien­ta­le del­la cit­tà, sia per­ché all’epoca era quel­lo sicu­ra­men­te a mag­gio­ri­ta­ria com­po­si­zio­ne popo­la­re, sia per­ché più facil­men­te rag­giun­gi­bi­le dal­la peri­fe­ria extraur­ba­na (San Leo­nar­do, Fuor­ni, Pon­te­ca­gna­no, Bel­liz­zi, Bat­ti­pa­glia, ecc.). Va per inci­so ricor­da­to che il loca­le era sito al pia­no ter­ra di una pic­co­la palaz­zi­na abi­ta­ta dai paren­ti di un com­pa­gno ope­ra­io del­la Ideal Stan­dard, che lo die­de­ro in fit­to per una cifra pres­so­ché irri­so­ria (anche se noi ave­va­mo cro­ni­ca­men­te il pro­ble­ma di auto­fi­nan­zia­re qual­sia­si iniziativa). 

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Quel­lo che è inne­ga­bi­le è che ci fu una sostan­zia­le con­ti­nui­tà del rap­por­to dia­let­ti­co tra que­sto grup­po di mili­tan­ti e le avan­guar­die ope­ra­ie anche con­si­de­ran­do i pas­sag­gi di mili­tan­za da una sigla all’altra del­le orga­niz­za­zio­ni poli­ti­che pre­det­te o il loro iter poli­ti­co-orga­niz­za­ti­vo pro­gres­si­vo. In buo­na sostan­za il grup­po di “lavo­ro ope­ra­io” rima­se soli­da­men­te anco­ra­to al dibat­ti­to e alle ini­zia­ti­ve con­cre­te di inter­ven­to nei luo­ghi di lavo­ro e anzi ne costi­tuì momen­to di coe­sio­ne anche rispet­to a even­tua­li ten­den­ze disgre­ga­ti­ve pur pre­sen­ti al loro interno.

I movi­men­ti di con­te­sta­zio­ne degli anni pre­ce­den­ti, le for­mi­da­bi­li lot­te ope­ra­ie dell’autunno cal­do ave­va­no scom­pa­gi­na­to i clas­si­ci rife­ri­men­ti poli­ti­ci del­la sini­stra, vi era un acce­so dibat­ti­to sul­la buro­cra­zia dei par­ti­ti, sul fal­li­men­to del­le espe­rien­ze del socia­li­smo rea­le, sul­la attua­li­tà del cen­tra­li­smo demo­cra­ti­co, e con­tem­po­ra­nea­men­te vi era una dif­fu­sa aspi­ra­zio­ne alla ricer­ca auto­no­ma di nuo­ve for­me di demo­cra­zia rea­le e di cam­bia­men­to dei livel­li di vita deri­van­ti dai rap­por­ti eco­no­mi­ci impo­sti dal capitalismo.

In quei pri­mi anni set­tan­ta, vi era la con­sa­pe­vo­lez­za di esse­re entra­ti in una fase sto­ri­ca nuo­va dovu­ta al per­ce­pi­re sul­la pro­pria pel­le la cri­si del model­lo di svi­lup­po capi­ta­li­sti­co che si era con­so­li­da­to, anche in Ita­lia, ini­zian­do dal­la rico­stru­zio­ne del dopo­guer­ra pas­san­do attra­ver­so il for­mi­da­bi­le feno­me­no dell’emigrazione inter­na e in Euro­pa di enor­mi mas­se di con­ta­di­ni meri­dio­na­li, fino alla fine del boom eco­no­mi­co degli anni ’60.

Con­tem­po­ra­nea­men­te la cri­si capi­ta­li­sti­ca occi­den­ta­le in que­sta fase spe­ci­fi­ca – oltre che esse­re deter­mi­na­ta da cicli­che stroz­za­tu­re del siste­ma –  mostra­va per la pri­ma vol­ta ele­men­ti costi­tu­ti­vi nuo­vi qua­li lo spet­tro del­la cri­si ener­ge­ti­ca petro­li­fe­ra e quin­di del pro­ble­ma del con­trol­lo di det­te fon­ti ener­ge­ti­che a livel­lo pla­ne­ta­rio men­tre si inco­min­cia­va a par­la­re di eco­lo­gia e all’interno dei movi­men­ti si intro­du­ce­va il prin­ci­pio del­la dife­sa ambien­ta­le. Ma for­se l’aspetto più impor­tan­te era la con­sa­pe­vo­lez­za che la cri­si capi­ta­li­sti­ca ave­va anche una cau­sa sog­get­ti­va dovu­ta all’azione auto­no­ma del­le mas­se, cosa che deter­mi­na­va l’irrompere sul­la sce­na di com­por­ta­men­ti incom­pa­ti­bi­li con i livel­li capi­ta­li­sti­ci dell’epoca, con­te­stan­do­ne i valo­ri, la qua­li­tà e i mec­ca­ni­smi sia dell’economia poli­ti­ca che del­la for­ma­zio­ne del consenso.

Veni­va­no cri­ti­ca­te le gerar­chie, la divi­sio­ne e l’organizzazione del lavo­ro, la gestio­ne del­la tute­la del­la salu­te in fab­bri­ca che nel ter­ri­to­rio, il ruo­lo del­la don­na, ma da tut­to ciò all’epoca – e poi non vi si riu­scì defi­ni­ti­va­men­te – non si era anco­ra deter­mi­na­ta una cre­sci­ta di pro­po­ste alter­na­ti­ve con­cre­te, di un pro­get­to, di un programma.

A tut­to que­sto cor­ri­spon­de­va, anche a livel­lo loca­le, una dif­fi­col­tà sog­get­ti­va del Par­ti­to e del Sin­da­ca­to a tene­re il pas­so con il sor­ge­re di sog­get­ti poli­ti­ci nuo­vi che sfug­gi­va­no di fat­to ai rigi­di mec­ca­ni­smi tra­di­zio­na­li di con­trol­lo sul­le avan­guar­die. Vi era anche una nuo­va leva di ope­rai (Ideal Stan­dard, Pen­ni­ta­lia, Landis&Gyr, Sas­so­nia, Super­box, ecc), non cer­to para­go­na­bi­le all’operaio mas­si­fi­ca­to e dequa­li­fi­ca­to del­le gran­di azien­de del nord, ma che comun­que ave­va per­so o non ave­va mai acqui­si­to, una sua spe­ci­fi­ca pro­fes­sio­na­li­tà e sul­le cui spal­le veni­va cari­ca­to tut­to il peso degli ele­men­ti costi­tu­ti­vi del­la orga­niz­za­zio­ne del lavo­ro: ripe­ti­ti­vi­tà, faci­li­tà nel­la inter­cam­bia­bi­li­tà del­la man­sio­ne, scar­sa o nul­la atten­zio­ne alla tute­la del­la salu­te e ambien­ta­le e a cui cor­ri­spon­de­va nel socia­le una cre­sci­ta del­la infla­zio­ne con con­se­guen­te per­di­ta di pote­re d’acquisto dei salari.

Pro­prio su que­ste tema­ti­che nasce­va il CPO, lo scon­tro non era solo sala­ria­le ma par­ti­va da esi­gen­ze auto­no­me e di coman­do ope­ra­io sui tem­pi di lavo­ro, sui livel­li occu­pa­zio­na­li, sul­le qua­li­fi­che, sui super­mi­ni­mi, sull’ambiente di lavo­ro, quel­li che veni­va­no defi­ni­ti i biso­gni operai.

Si teo­riz­za­va, e lo si met­te­va in pra­ti­ca, l’idea che par­ten­do dall’affermazione di que­sti biso­gni si potes­se orga­niz­za­re mate­rial­men­te la lot­ta con­tro “il padro­ne” Ma la cri­si veni­va vista anche nel socia­le come infla­zio­ne che ero­de­va con­si­sten­te­men­te il valo­re del sala­rio e la lot­ta sul sala­rio diven­ne quin­di in que­gli anni uno dei temi prin­ci­pa­li del­la lot­ta ope­ra­ia. E que­sto anche veden­do nel­la lot­ta sul sala­rio la con­di­zio­ne neces­sa­ria oltre che alla tenu­ta del movi­men­to all’interno del­la fab­bri­ca anche come pos­si­bi­li­tà di mobi­li­ta­zio­ne di altre for­ze socia­li col­pi­te dal­la infla­zio­ne. L’inflazione col­pi­va infat­ti non solo i sala­ria­ti ma anche tut­ti i red­di­ti fis­si e que­sto all’interno di una socie­tà qua­le quel­la ita­lia­na deter­mi­na­va ten­sio­ne anche nei ceti “medi”.

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… va ricor­da­to il ruo­lo svol­to dall’uso arma­to dei neo­fa­sci­sti e del­la stra­te­gia del­la ten­sio­ne con il con­se­guen­te peso nega­ti­vo che ha avu­to sul lavo­ro poli­ti­co in quel perio­do a Saler­no. Il lavo­ro nel CPO si dovet­te con­fron­ta­re con la cri­si deter­mi­na­ta dal­la mor­te di Fal­vel­la e da tut­ti i pro­ble­mi che ne seguirono.

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Il CPO fu un ten­ta­ti­vo, pur limi­ta­to all’arco di tem­po che va dall’estate del 1971 all’autunno del ’74, che pro­dus­se risul­ta­ti con­cre­ti nell’esaltare quei mini­mi livel­li di auto­no­mia del­le lot­te del­la clas­se ope­ra­ia saler­ni­ta­na. Sep­pur par­ten­do dal­la volu­ta cen­tra­li­tà di que­ste tema­ti­che “ope­rai­ste”, con­tem­po­ra­nea­men­te si ebbe la capa­ci­tà di rea­liz­za­re ini­zia­ti­ve di lot­ta anche su un ter­ri­to­rio pur varie­ga­to e com­po­si­to qua­le quel­lo di una pro­vin­cia meri­dio­na­le, che ave­va vis­su­to una sostan­zia­le con­ti­nui­tà poli­ti­ca dal fasci­smo al pote­re demo­cri­stia­no. Que­ste ini­zia­ti­ve avven­ne­ro coniu­gan­do esi­gen­ze in ori­gi­ne diver­se ma che tro­va­va­no alla fine obiet­ti­vi comu­ni pro­prio dal con­fron­to su temi con­cre­ti qua­li la dife­sa dei sala­ri dall’inflazione e il suo river­be­rar­si anche nel sociale

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Le ini­zia­ti­ve effet­ti­va­men­te svi­lup­pa­te furo­no in con­cre­to: la lot­ta con­tro la “truf­fa” del­la Vano­ni [1] (che si sostan­zia­va nel­la richie­sta di paga­men­to di mul­te per tas­se arre­tra­te: la cosid­det­ta “ric­chez­za mobi­le” veni­va cal­co­la­ta a par­ti­re da 960mila lire annue), lot­ta per la salu­te (sia­mo anco­ra a sei anni dal­la rifor­ma sani­ta­ria) con i pri­mi timi­di ten­ta­ti­vi di inchie­ste sul­la salu­te in fab­bri­ca (alla D’Agostino e alla Ideal Stan­dard), supe­ra­men­to del­la divi­sio­ne tra chi stu­dia e chi lavo­ra (le 150 ore) ma anche espe­rien­ze qua­li la Scuo­la Popo­la­re di Angri , la lot­ta di mas­sa per la casa con la occu­pa­zio­ne del­le case a S. Mar­ghe­ri­ta non anco­ra asse­gna­te (otto­bre- novem­bre 1972), l’autoriduzione del­le bol­let­te Enel.

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[1] Veni­va defi­ni­ta impro­pria­men­te Vano­ni dal nome del Mini­stro che ave­va fir­ma­to la rifor­ma tri­bu­ta­ria nel 1950–51 con l’introduzione dell’obbligo del­la dichia­ra­zio­ne uni­ca annua­le che all’epoca era già defun­to. La rifor­ma Vano­ni era rima­sta a metà stra­da, poi­ché pog­gia­va su pre­sup­po­sti qua­li la rior­ga­niz­za­zio­ne degli uffi­ci del­le impo­ste e la rela­ti­va sta­bi­li­tà nel­la pres­sio­ne tri­bu­ta­ria, obiet­ti­vi che furo­no qua­si del tut­to man­ca­ti. Uno degli obiet­ti­vi dichia­ra­ti del­la rifor­ma tri­bu­ta­ria degli anni Set­tan­ta fu quel­lo di for­ni­re al gover­no cen­tra­le un mag­gior nume­ro di stru­men­ti per il con­trol­lo dell’economia, fu abo­li­ta la mag­gior par­te dei tri­bu­ti carat­te­riz­zan­ti l’ordinamento pre­ce­den­te, i comu­ni e le pro­vin­ce furo­no espro­pria­ti del­le impo­ste con le qua­li riu­sci­va­no ad auto­fi­nan­ziar­si e com­pen­sa­ti con tra­sfe­ri­men­ti sosti­tu­ti­vi da par­te del­lo Sta­to. Sta­to che con­tem­po­ra­nea­men­te isti­tuì due nuo­ve impo­ste loca­li: l’ILOR, impo­sta loca­le sui red­di­ti, e l’INVIM, impo­sta sull’incremento di valo­re degli immobili.

Convegno “Nuova psichiatria e smobilitazione degli ospedali psichiatrici”

Mate­ria­li for­ni­ti da Fran­ce­sco Cirillo

La città infetta. Il colera a Napoli del 1973

Ripor­tia­mo un con­tri­bu­to di Mar­cel­lo Ansel­mo pub­bli­ca­to sul­la rivi­sta Il Muli­no che rico­strui­sce il cli­ma e la situa­zio­ne che si vive­va­no a Napo­li nel­l’e­sta­te del 1973

Ini­zio anni Set­tan­ta, la metro­po­li medi­ter­ra­nea in pro­cin­to di diven­ta­re l’epicentro dell’ultima epi­de­mia di Cole­ra dell’Europa occi­den­ta­le è tea­tro di due even­ti che ne rac­chiu­do­no tut­ta la contraddittorietà

Il 28 ago­sto del 1973, le spiag­ge di sab­bia nera del lito­ra­le vesu­via­no a levan­te di Napo­li era­no pie­ne di don­ne, uomi­ni, bam­bi­ni che cer­ca­va­no refri­ge­rio dall’afa, bagnan­do­si in un mare limac­cio­so, maleo­do­ran­te, avvelenato.

Il mare che bagna­va Napo­li era lo spec­chio del­la dram­ma­ti­ca con­di­zio­ne ambien­ta­le dell’intera cit­tà e pro­vin­cia par­te­no­pea. Lo spa­zio acqueo era aggre­di­to dal­la for­mi­da­bi­le inef­fi­cien­za del siste­ma fogna­rio il cui ulti­mo ammo­der­na­men­to risa­li­va agli anni del Risa­na­men­to suc­ces­si­vi alla mici­dia­le epi­de­mia di cole­ra avve­nu­ta tra il 1884 e il 1887. Il siste­ma fogna­rio era arti­co­la­to in un impres­sio­nan­te nume­ro di alvei di rac­col­ta sco­per­ti (in par­ti­co­la­re nel­le peri­fe­rie ope­ra­ie nel­la par­te occi­den­ta­le che orien­ta­le del­la cit­tà) e alla pre­sen­za di deci­ne di sca­ri­chi (auto­riz­za­ti e abu­si­vi) che rila­scia­va­no diret­ta­men­te in mare le acque nere pro­dot­te da una cit­tà che, in poco meno di un ven­ten­nio, ave­va rad­dop­pia­to la pro­pria popo­la­zio­ne e la pro­pria esten­sio­ne ter­ri­to­ria­le. Alle acque di sca­ri­co fogna­rie si aggiun­ge­va­no gli scar­ti di lavo­ra­zio­ne indu­stria­le. Eppu­re, quel 28 ago­sto 1973, sul lito­ra­le vesu­via­no del gol­fo deci­ne di per­so­ne sfi­da­va­no il divie­to asso­lu­to di bal­nea­zio­ne pian­tan­do ombrel­lo­ni colo­ra­ti sovra­sta­ti dal­le cimi­nie­re del­le raf­fi­ne­rie, tuf­fan­do­si in un mare pun­tel­la­to da deci­ne di mer­can­ti­li e navi mili­ta­ri Nato in atte­sa nel gol­fo all’ombra del Vesuvio.

Era­no abi­tan­ti di una cit­tà dal tas­so di mor­ta­li­tà infan­ti­le più alto d’Europa, dal­la pre­sen­za ende­mi­ca di malat­tie gastroin­te­sti­na­li come il tifo e l’epatite vira­le. Una popo­la­zio­ne che vive­va uno spa­zio urba­no tra i più sovraf­fol­la­ti del mon­do e dove feno­me­ni come il lavo­ro nero, mino­ri­le, irre­go­la­re e som­mer­so era­no fat­to­ri costi­tu­ti­vi di una nor­ma­li­tà d’eccezione. Tut­ta­via la metro­po­li medi­ter­ra­nea in pro­cin­to di diven­ta­re l’epicentro dell’ultima epi­de­mia di Cole­ra dell’Europa occi­den­ta­le, nel­le set­ti­ma­ne pre­ce­den­ti fu il tea­tro due even­ti che ne rac­chiu­do­no tut­ta la con­trad­dit­to­rie­tà e com­ples­si­tà. Quel 28 ago­sto 1973, sul lito­ra­le vesu­via­no del gol­fo deci­ne di per­so­ne sfi­da­va­no il divie­to asso­lu­to di bal­nea­zio­ne pian­tan­do ombrel­lo­ni colo­ra­ti sovra­sta­ti dal­le cimi­nie­re del­le raf­fi­ne­rie. Tra il 19 e il 21 giu­gno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Ken­ne­dy in disu­so, sito sul­la col­li­na dei Camal­do­li, ebbe luo­go il pri­mo festi­val di rock pro­gres­si­vo ita­lia­no, il Napo­li Be-In. Fu orga­niz­za­to dal com­ples­so degli Osan­na, un’importante for­ma­zio­ne di rock pro­gres­si­vo napo­le­ta­na. Il pub­bli­co del festi­val – pro­ve­nien­te da tut­ta Ita­lia ‑ rag­giun­se le 25 mila pre­sen­ze e l’evento segnò l’ingresso di Napo­li nell’immaginario con­tro­cul­tu­ra­le ita­lia­no. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luo­go in tutt’altra par­te del­la cit­tà una rivol­ta popo­la­re dai trat­ti man­zo­nia­ni. La not­te del 18 luglio 1973 i pani­fi­ca­to­ri di Napo­li dichia­ra­no una ser­ra­ta inter­rom­pen­do la pro­du­zio­ne di pane e bloc­can­do con­tem­po­ra­nea­men­te l’approvvigionamento dei for­ni cit­ta­di­ni. L’improvvisa spa­ri­zio­ne di un bene pri­ma­rio per l’alimentazione del­la popo­la­zio­ne tra­sfor­mò, in poche ore, la lot­ta dei pani­fi­ca­to­ri in un’insurrezione popo­la­re che si mani­fe­stò attra­ver­so un vero e pro­prio assal­to ai for­ni in diver­se zone del­la cit­tà. Nel­la peri­fe­ria nord del­la cit­tà, in par­ti­co­la­re in Cala­ta Capo­di­chi­no, per tre gior­ni si veri­fi­cò una dura con­trap­po­si­zio­ne tra: «ragaz­zi e don­ne di estra­zio­ne popo­la­re» a cui si mesco­la­ro­no agi­ta­to­ri «mar­xi­sti leni­ni­sti e del­la sini­stra extra par­la­men­ta­re» con i repar­ti del­la cele­re, come ripor­ta­no le cro­na­che del tem­po e le infor­ma­ti­ve invia­te dal pre­fet­to Ama­ri al Mini­ste­ro degli interni.

Il 28 ago­sto del 1973, Tor­re del Gre­co è una pic­co­la cit­ta­di­na del­la costa vesu­via­na che – come il capo­luo­go – ha visto tra­sfor­ma­re il pro­prio tes­su­to urba­ni­sti­co e socia­le dal sac­co edi­li­zio degli anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta. Tor­re del Gre­co diven­ta il pri­mo foco­la­io dell’infezione cole­ri­ca cer­ti­fi­ca­to dal­la mor­te di due don­ne al loca­le ospe­da­le Mare­sca. Il 29 ago­sto «Il Mat­ti­no» par­la per la pri­ma vol­ta di Cole­ra. Vie­ne orga­niz­za­ta in gran fret­ta una disin­fe­zio­ne straor­di­na­ria del­la cit­tà effet­tua­ta in par­te da mez­zi dell’esercito e in par­te affi­da­ta alla dit­ta di Roma spe­cia­liz­za­ta Zuc­chet. Nel­le stra­de ven­go­no irro­ra­te 1500 ton­nel­la­te di disin­fet­tan­te. L’episodio epi­de­mi­co, di per sé, ebbe nume­ri di con­ta­gi e vit­ti­me con­te­nu­ti. Com­ples­si­va­men­te in tut­ti i foco­lai si regi­stra­ro­no 277 con­ta­gi e 24 mor­ti, la mag­gior par­te del­le qua­li (19), avve­nu­te a Napo­li cit­tà in cui all’ospedale dedi­ca­to alle malat­tie infet­ti­ve Cotu­gno diret­to dal medi­co ed espo­nen­te del Pli Fer­ruc­cio De Loren­zo, ci furo­no 822 rico­ve­ra­ti, di cui 126 pazien­ti posi­ti­vi, 661 nega­ti­vi e 11 por­ta­to­ri sani. Il Noso­co­mio bal­zò agli ono­ri del­le cro­na­che nazio­na­li per la foto­gra­fia che immor­ta­lò il gesto sca­ra­man­ti­co (le cor­na) dell’allora pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Gio­van­ni Leo­ne duran­te la sua visi­ta uffi­cia­le dell’8 set­tem­bre del 1973, e per i repor­ta­ge pub­bli­ca­ti dal «Times» e «Le Mon­de» che descris­se­ro la con­fu­sio­ne, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne carat­te­riz­za­ro­no l’attività duran­te l’emergenza epi­de­mi­ca. L’ospedale fu anche meta di ben due pro­ces­sio­ni di fede­li e devo­ti di san­ti loca­li, con l’intento di favo­ri­re la gua­ri­gio­ne dei ricoverati.

In pochi gior­ni la cit­tà piom­ba in una psi­co­si gene­ra­le. Le misu­re straor­di­na­rie di igie­ne sono adot­ta­te in moda­li­tà disor­ga­niz­za­ta e sen­za un appa­ren­te coor­di­na­men­to tra isti­tu­zio­ni loca­li e nazio­na­li e pro­vo­ca­no una cate­na di effet­ti che ha come risul­ta­to quel­lo di ampli­fi­ca­re le rea­li dimen­sio­ni dell’epidemia. L’eco susci­ta­ta dal­la pres­san­te nar­ra­zio­ne dei mass media nazio­na­li tra­sfor­ma l’emergenza loca­le in un caso nazio­na­le. Il pri­mo set­tem­bre vie­ne avvia­ta la vac­ci­na­zio­ne di mas­sa, cen­tri di vac­ci­na­zio­ne sono isti­tui­ti nei luo­ghi più dispa­ra­ti (dal palaz­zet­to del­lo sport alle sedi di par­ti­ti poli­ti­ci) dove lun­ghe file di uomi­ni e don­ne atten­do­no la som­mi­ni­stra­zio­ne del vac­ci­no. Esplo­do­no rivol­te e inci­den­ti moti­va­ti – in gran par­te – dal­la len­tez­za del­le ope­ra­zio­ni e dal­la sen­sa­zio­ne nei quar­tie­ri popo­la­ri di rice­ve­re un trat­ta­men­to dif­for­me rispet­to ad altre zone del­la cit­tà. Si sus­se­guo­no ten­ta­ti­vi di assal­to dei cen­tri di vac­ci­na­zio­ne. Nel­la cen­tra­le Piaz­za Muni­ci­pio, in pros­si­mi­tà del­la sede del Comu­ne di Napo­li, la fol­la assal­ta i fur­go­ni che tra­spor­ta­no il vac­ci­no desti­na­to ai 17 cen­tri isti­tui­ti in cit­tà. Nel quar­tie­re occi­den­ta­le di Fuo­ri­grot­ta 5000 per­so­ne sfon­da­no i can­cel­li per entra­re all’interno del Palaz­zet­to del­lo sport dove infer­mie­ri dell’esercito Usa som­mi­ni­stra­no il sie­ro uti­liz­zan­do del­le moder­ne pisto­le ino­cu­la­to­rie a pres­sio­ne. Al 5 set­tem­bre 1973 ven­go­no, tut­ta­via, vac­ci­na­te un milio­ne e due­cen­to­mi­la persone.

L’epidemia, la gran­de pau­ra, come la defi­ni­ro­no roboan­ti tito­li dei prin­ci­pa­li quo­ti­dia­ni ita­lia­ni, fu, in real­tà il pas­sag­gio nel­la peni­so­la del­la VII pan­de­mia di Cole­ra (cep­po del vibrio El Tor) ini­zia­ta nel Sub­con­ti­nen­te india­no nel 1961 e ter­mi­na­ta nel 1975 ad Odes­sa, allo­ra nel ter­ri­to­rio dell’Urss.

Il 2 set­tem­bre vie­ne denun­zia­to l’estendersi dell’epidemia anche in altri luo­ghi del Mez­zo­gior­no e del Cen­tro Ita­lia con l’ufficializzazione di casi con­cla­ma­ti di cole­ra (Bari, Fog­gia, Caglia­ri). L’epidemia diven­ta una minac­cia nazio­na­le. L’emergenza si esten­de per­fi­no nel­la zona peri­fe­ri­ca del­la capi­ta­le (afflit­ta a suo modo da pro­ble­ma­ti­che igie­ni­co-socia­li non dis­si­mi­li dal capo­luo­go cam­pa­no) così come minac­ce di con­ta­gio ven­go­no regi­stra­te in più par­ti del Pae­se. Le con­tro­mi­su­re adot­ta­te dal gover­no si riper­cuo­to­no sull’intero ter­ri­to­rio nazio­na­le: chiu­su­ra dei luo­ghi di intrat­te­ni­men­to e socia­li­tà nel­le zone col­pi­te dal­la malat­tia, il divie­to del­la pro­du­zio­ne, ven­di­ta e con­su­mo di pro­dot­ti di miti­li­col­tu­ra a livel­lo nazio­na­le, divie­to di com­mer­cia­liz­za­re pro­dot­ti agri­co­li pro­ve­nien­ti dal­le zone infet­te, si trat­ta di una serie di atti e deci­sio­ni che stra­vol­go­no il quo­ti­dia­no non solo del­le cit­tà coin­vol­te ma di tut­to il Pae­se. Le con­tro­mi­su­re adot­ta­te dal gover­no si riper­cuo­to­no sull’intero ter­ri­to­rio nazio­na­le: chiu­su­ra dei luo­ghi di intrat­te­ni­men­to e socia­li­tà nel­le zone col­pi­te dal­la malat­tia, divie­to di com­mer­cia­liz­za­re pro­dot­ti agri­co­li pro­ve­nien­ti dal­le zone infet­te. L’origine dell’epidemia vie­ne fret­to­lo­sa­men­te impu­ta­ta all’importazione ille­ga­le di miti­li dal­la Tuni­sia (Pae­se dove il cole­ra è com­par­so nel mese di mag­gio 1973) e la coz­za diven­ta l’untrice prin­ci­pa­le. Il 5 set­tem­bre ebbe ini­zio «la bat­ta­glia del­le coz­ze». Un impo­nen­te schie­ra­men­to di for­za pub­bli­ca distrug­ge gli alle­va­men­ti auto­riz­za­ti di miti­li pros­si­mi alla costa cit­ta­di­na tra le pro­te­ste dei lavo­ra­to­ri e del­la popo­la­zio­ne del­la zona. La respon­sa­bi­li­tà dei miti­li col­ti­va­ti negli alle­va­men­ti (auto­riz­za­ti ed abu­si­vi) pros­si­mi alla linea di costa metro­po­li­ta­na nel­la gene­si dell’epidemia, fu esclu­sa dra­sti­ca­men­te dai risul­ta­ti del­la peri­zia del­la com­mis­sio­ne di medi­ci spe­cia­li­sti. Que­sti ulti­mi, oltre ad esclu­de­re la pre­sen­za del vibrio­ne cole­ri­co di tipo El Thor nei miti­li, cer­ti­fi­ca­ro­no la con­ta­mi­na­zio­ne del­le acque mari­ne pro­vo­ca­ta dall’inadeguatezza del siste­ma fogna­rio cittadino.

Ma la coz­za diven­tò l’untrice, anche se, in real­tà, è sta­ta solo l’incubatrice incon­sa­pe­vo­le dei ger­mi dell’epidemia. Divie­ti e restri­zio­ni susci­ta­no pro­te­ste e rivol­te. La rea­zio­ne popo­la­re si indi­riz­za con­tro le con­di­zio­ni strut­tu­ra­li di quel­la che è sta­ta defi­ni­ta la “feca­liz­za­zio­ne dell’ambiente cit­ta­di­no”: bar­ri­ca­te e rivol­te scop­pia­no per chie­de­re la coper­tu­ra di alvei fogna­ri a cie­lo aper­to, oppu­re la rimo­zio­ne di cumu­li di immon­di­zia, e anche per l’adozione di misu­re con­tro la disoc­cu­pa­zio­ne aggra­va­ta dal tem­po­ra­neo divie­to di traf­fi­ci com­mer­cia­li del­la città.

Il cole­ra, dun­que, fu non una cata­stro­fe natu­ra­le ma un disa­stro antro­pi­co. L’epidemia fece emer­ge­re in modo dra­sti­co un insie­me com­ples­so di ele­men­ti som­mer­si ma, tut­ta­via, carat­te­riz­zan­ti del­la con­di­zio­ne eco­no­mi­ca, socia­le e igie­ni­co-sani­ta­ria del Mez­zo­gior­no italiano.

La Napo­li del 1973 era una metro­po­li in cui con­vi­ve­va­no stra­ti socia­li ete­ro­ge­nei segna­ti da pro­fon­de disu­gua­glian­ze. A un ceto medio impie­ga­ti­zio e una clas­se ope­ra­ia «uffi­cia­le”, cor­ri­spon­de­va un pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le e pre­ca­rio impie­ga­to nei set­to­ri più dispa­ra­ti. Si trat­ta di una con­fi­gu­ra­zio­ne sto­ri­ca che tro­va­va fon­te di red­di­to in atti­vi­tà situa­te nel­la zona gri­gia del lavo­ro nero e infor­ma­le. In par­ti­co­lar modo, il set­to­re cal­za­tu­rie­ro e del­la pro­du­zio­ne di guan­ti rap­pre­sen­ta­va una real­tà lavo­ra­ti­va estre­ma­men­te arti­co­la­ta e basa­ta su un for­te decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo e sul­la dif­fu­sio­ne del lavo­ro domi­ci­lia­re. Nel cen­tro sto­ri­co napo­le­ta­no deci­ne di abi­ta­zio­ni era­no in real­tà micro-offi­ci­ne di una fab­bri­ca dif­fu­sa in cui si lavo­ra­va sen­za alcu­na garan­zia e nes­sun con­trol­lo. Zone urba­ne carat­te­riz­za­te da un alto indi­ce di sovraf­fol­la­men­to e pro­mi­scui­tà, in cui la noci­vi­tà dell’ambiente si mesco­la­va alla noci­vi­tà dell’attività pro­dut­ti­va. Bas­si, sot­to­sca­la, abi­ta­zio­ni buie e umi­de era­no i repar­ti di una fab­bri­ca dif­fu­sa ma nasco­sta. Invi­si­bi­le anche agli occhi del Pci e del­le orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li che con­ta­va­no il pro­prio baci­no elet­to­ra­le, soprat­tut­to, nel­la clas­se ope­ra­ia for­ma­le, rele­gan­do i lavo­ra­to­ri del pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le ad una rap­pre­sen­ta­zio­ne di ple­be e sot­to­pro­le­ta­ria­to. La con­di­zio­ne del pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le si ritro­va­va, più che nell’attenzione del prin­ci­pa­le par­ti­to comu­ni­sta dell’Europa occi­den­ta­le, nel­le pra­ti­che del Psiup, de «il mani­fe­sto» non­ché di grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria e dei cat­to­li­ci del dis­sen­so. Lot­ta Con­ti­nua, suc­ces­si­va­men­te ai fat­ti di Reg­gio Cala­bria del 1970, pro­vò a radi­car­si ulte­rior­men­te a Napo­li indi­vi­duan­do nel pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le il sog­get­to di rife­ri­men­to per la sua attività.

L’emergenza sani­ta­ria lega­ta all’esplosione dell’epidemia di cole­ra vide l’organizzazione di una miria­de di pra­ti­che socia­li che spa­zia­va­no dall’attività di cen­tri vac­ci­na­li così come di atti­vi­tà sani­ta­rie di base (negli anni suc­ces­si­vi, pro­prio a par­ti­re da quest’esperienza, ini­ziò la for­ma­zio­ne del­la strut­tu­ra dei cen­tri sani­ta­ri popo­la­ri in tut­ta l’area metro­po­li­ta­na) fino all’organizzazione di grup­pi di soste­gno alla con­di­zio­ne fem­mi­ni­le e del lavo­ro pre­ca­rio. Dal lavo­rio poli­ti­co, ana­li­ti­co e mili­tan­te emer­se una con­fi­gu­ra­zio­ne socia­le com­ples­sa e arti­co­la­ta che defi­ni­va una clas­se ope­ra­ia mar­gi­na­le, pre­ca­ria, sot­to­pa­ga­ta e pri­va di garan­zie impie­ga­ta nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa nasco­sta tra i vico­li del­la cit­tà anti­ca e i nuo­vi agglo­me­ra­ti peri­fe­ri­ci. Si trat­ta­va di deci­ne di nuclei fami­lia­ri occu­pa­ti nel set­to­re cal­za­tu­rie­ro e del­la pro­du­zio­ne di guan­ti che ave­va ristrut­tu­ra­to la pro­pria filie­ra attra­ver­so il ricor­so mas­sic­cio al lavo­ro domi­ci­lia­re e al lavo­ro nero. A que­sta clas­se ope­ra­ia som­mer­sa, inol­tre, il cole­ra affian­cò le cen­ti­na­ia di lavo­ra­to­ri del set­to­re del com­mer­cio infor­ma­le, del­la riven­di­ta di cibo ambu­lan­te, impie­ga­ti nell’intrattenimento, nel­la risto­ra­zio­ne, del turi­smo non­ché del set­to­re itti­co e del­la miti­li­col­tu­ra che vide­ro scom­pa­ri­re, in poco più di quat­tro set­ti­ma­ne, ogni fon­te di red­di­to. Un eser­ci­to di lavo­ra­to­ri che finì in par­te con l’ingrossare il flo­ri­do con­trab­ban­do di tabac­chi lavo­ra­ti ma che, paral­le­la­men­te, ini­ziò a dar vita ai comi­ta­ti di disoc­cu­pa­ti organizzati.

Nell’annus hor­ri­bi­lis del­lo shock petro­li­fe­ro, la cri­si eco­no­mi­ca, la ten­sio­ne poli­ti­ca nell’area del medi­ter­ra­neo che, pro­prio in quei gior­ni, vede­va l’esplosione del­la ter­za guer­ra ara­bo-isrea­lia­na quel­la del­lo Yom Kip­pur, che finì con il ridi­men­sio­na­men­to di Israe­le nel con­te­sto medio­rien­ta­le, in Ita­lia il cole­ra fu il deto­na­to­re di nodi irri­sol­ti, poli­ti­ci, eco­no­mi­ci, socia­li e cul­tu­ral che attra­ver­sa­va­no il Pae­se. L’epidemia mise a nudo il gra­do zero del malaf­fa­re e del­la cat­ti­va ammi­ni­stra­zio­ne del­la ter­za cit­tà d’Italia e di tut­to il Mez­zo­gior­no ita­lia­no. Ma fu anche il pun­to da cui per il decen­nio suc­ces­si­vo, si svi­lup­pa­ro­no espe­rien­ze poli­ti­che e socia­li che pro­va­ro­no a ridi­se­gna­re il vol­to del Sud Ita­lia. Un per­cor­so di eman­ci­pa­zio­ne inter­rot­to bru­sca­men­te dal sisma del 23 novem­bre del 1980. Ma que­sta è un’altra storia.