Il Comitato Politico Operaio di via De Ruggiero a Pastena (1971–1974)
A distanza di anni ripensare ad una esperienza come quella del Comitato Politico Operaio a Salerno (1971–1974), obbliga certamente ad un tentativo seppur minimo di rinquadrare il clima politico di allora attraverso la ricerca dei termini e del livello del dibattito, delle condizioni oggettive e soggettive del Movimento Operaio in Italia e a Salerno, risistemando – magari approssimativamente – le coordinate di una visione delle cose che oggi non esiste più.
Il CPO nacque da una concreta iniziativa di alcuni militanti della sinistra non istituzionale o extraparlamentare, come allora venivamo definiti e il tono della definizione era quasi sempre dispregiativo, frutto anche soprattutto di una fitta collaborazione con le avanguardie sindacali di alcune fabbriche dell’hinterland salernitano. La sede fu scelta in base alla esigenza di localizzarla nel quartiere orientale della città, sia perché all’epoca era quello sicuramente a maggioritaria composizione popolare, sia perché più facilmente raggiungibile dalla periferia extraurbana (San Leonardo, Fuorni, Pontecagnano, Bellizzi, Battipaglia, ecc.). Va per inciso ricordato che il locale era sito al piano terra di una piccola palazzina abitata dai parenti di un compagno operaio della Ideal Standard, che lo diedero in fitto per una cifra pressoché irrisoria (anche se noi avevamo cronicamente il problema di autofinanziare qualsiasi iniziativa).
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Quello che è innegabile è che ci fu una sostanziale continuità del rapporto dialettico tra questo gruppo di militanti e le avanguardie operaie anche considerando i passaggi di militanza da una sigla all’altra delle organizzazioni politiche predette o il loro iter politico-organizzativo progressivo. In buona sostanza il gruppo di “lavoro operaio” rimase solidamente ancorato al dibattito e alle iniziative concrete di intervento nei luoghi di lavoro e anzi ne costituì momento di coesione anche rispetto a eventuali tendenze disgregative pur presenti al loro interno.
I movimenti di contestazione degli anni precedenti, le formidabili lotte operaie dell’autunno caldo avevano scompaginato i classici riferimenti politici della sinistra, vi era un acceso dibattito sulla burocrazia dei partiti, sul fallimento delle esperienze del socialismo reale, sulla attualità del centralismo democratico, e contemporaneamente vi era una diffusa aspirazione alla ricerca autonoma di nuove forme di democrazia reale e di cambiamento dei livelli di vita derivanti dai rapporti economici imposti dal capitalismo.
In quei primi anni settanta, vi era la consapevolezza di essere entrati in una fase storica nuova dovuta al percepire sulla propria pelle la crisi del modello di sviluppo capitalistico che si era consolidato, anche in Italia, iniziando dalla ricostruzione del dopoguerra passando attraverso il formidabile fenomeno dell’emigrazione interna e in Europa di enormi masse di contadini meridionali, fino alla fine del boom economico degli anni ’60.
Contemporaneamente la crisi capitalistica occidentale in questa fase specifica – oltre che essere determinata da cicliche strozzature del sistema – mostrava per la prima volta elementi costitutivi nuovi quali lo spettro della crisi energetica petrolifera e quindi del problema del controllo di dette fonti energetiche a livello planetario mentre si incominciava a parlare di ecologia e all’interno dei movimenti si introduceva il principio della difesa ambientale. Ma forse l’aspetto più importante era la consapevolezza che la crisi capitalistica aveva anche una causa soggettiva dovuta all’azione autonoma delle masse, cosa che determinava l’irrompere sulla scena di comportamenti incompatibili con i livelli capitalistici dell’epoca, contestandone i valori, la qualità e i meccanismi sia dell’economia politica che della formazione del consenso.
Venivano criticate le gerarchie, la divisione e l’organizzazione del lavoro, la gestione della tutela della salute in fabbrica che nel territorio, il ruolo della donna, ma da tutto ciò all’epoca – e poi non vi si riuscì definitivamente – non si era ancora determinata una crescita di proposte alternative concrete, di un progetto, di un programma.
A tutto questo corrispondeva, anche a livello locale, una difficoltà soggettiva del Partito e del Sindacato a tenere il passo con il sorgere di soggetti politici nuovi che sfuggivano di fatto ai rigidi meccanismi tradizionali di controllo sulle avanguardie. Vi era anche una nuova leva di operai (Ideal Standard, Pennitalia, Landis&Gyr, Sassonia, Superbox, ecc), non certo paragonabile all’operaio massificato e dequalificato delle grandi aziende del nord, ma che comunque aveva perso o non aveva mai acquisito, una sua specifica professionalità e sulle cui spalle veniva caricato tutto il peso degli elementi costitutivi della organizzazione del lavoro: ripetitività, facilità nella intercambiabilità della mansione, scarsa o nulla attenzione alla tutela della salute e ambientale e a cui corrispondeva nel sociale una crescita della inflazione con conseguente perdita di potere d’acquisto dei salari.
Proprio su queste tematiche nasceva il CPO, lo scontro non era solo salariale ma partiva da esigenze autonome e di comando operaio sui tempi di lavoro, sui livelli occupazionali, sulle qualifiche, sui superminimi, sull’ambiente di lavoro, quelli che venivano definiti i bisogni operai.
Si teorizzava, e lo si metteva in pratica, l’idea che partendo dall’affermazione di questi bisogni si potesse organizzare materialmente la lotta contro “il padrone” Ma la crisi veniva vista anche nel sociale come inflazione che erodeva consistentemente il valore del salario e la lotta sul salario divenne quindi in quegli anni uno dei temi principali della lotta operaia. E questo anche vedendo nella lotta sul salario la condizione necessaria oltre che alla tenuta del movimento all’interno della fabbrica anche come possibilità di mobilitazione di altre forze sociali colpite dalla inflazione. L’inflazione colpiva infatti non solo i salariati ma anche tutti i redditi fissi e questo all’interno di una società quale quella italiana determinava tensione anche nei ceti “medi”.
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… va ricordato il ruolo svolto dall’uso armato dei neofascisti e della strategia della tensione con il conseguente peso negativo che ha avuto sul lavoro politico in quel periodo a Salerno. Il lavoro nel CPO si dovette confrontare con la crisi determinata dalla morte di Falvella e da tutti i problemi che ne seguirono.
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Il CPO fu un tentativo, pur limitato all’arco di tempo che va dall’estate del 1971 all’autunno del ’74, che produsse risultati concreti nell’esaltare quei minimi livelli di autonomia delle lotte della classe operaia salernitana. Seppur partendo dalla voluta centralità di queste tematiche “operaiste”, contemporaneamente si ebbe la capacità di realizzare iniziative di lotta anche su un territorio pur variegato e composito quale quello di una provincia meridionale, che aveva vissuto una sostanziale continuità politica dal fascismo al potere democristiano. Queste iniziative avvennero coniugando esigenze in origine diverse ma che trovavano alla fine obiettivi comuni proprio dal confronto su temi concreti quali la difesa dei salari dall’inflazione e il suo riverberarsi anche nel sociale
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Le iniziative effettivamente sviluppate furono in concreto: la lotta contro la “truffa” della Vanoni [1] (che si sostanziava nella richiesta di pagamento di multe per tasse arretrate: la cosiddetta “ricchezza mobile” veniva calcolata a partire da 960mila lire annue), lotta per la salute (siamo ancora a sei anni dalla riforma sanitaria) con i primi timidi tentativi di inchieste sulla salute in fabbrica (alla D’Agostino e alla Ideal Standard), superamento della divisione tra chi studia e chi lavora (le 150 ore) ma anche esperienze quali la Scuola Popolare di Angri , la lotta di massa per la casa con la occupazione delle case a S. Margherita non ancora assegnate (ottobre- novembre 1972), l’autoriduzione delle bollette Enel.
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[1] Veniva definita impropriamente Vanoni dal nome del Ministro che aveva firmato la riforma tributaria nel 1950–51 con l’introduzione dell’obbligo della dichiarazione unica annuale che all’epoca era già defunto. La riforma Vanoni era rimasta a metà strada, poiché poggiava su presupposti quali la riorganizzazione degli uffici delle imposte e la relativa stabilità nella pressione tributaria, obiettivi che furono quasi del tutto mancati. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma tributaria degli anni Settanta fu quello di fornire al governo centrale un maggior numero di strumenti per il controllo dell’economia, fu abolita la maggior parte dei tributi caratterizzanti l’ordinamento precedente, i comuni e le province furono espropriati delle imposte con le quali riuscivano ad autofinanziarsi e compensati con trasferimenti sostitutivi da parte dello Stato. Stato che contemporaneamente istituì due nuove imposte locali: l’ILOR, imposta locale sui redditi, e l’INVIM, imposta sull’incremento di valore degli immobili.
.… Giovanni è stato un anarchico il cui caso, dal luglio 1972, ha attraversato tutti gli anni settanta ed oltre: il Caso Marini, come ormai era chiamato, ha però una origine più remota, conseguenza diretta della strategia della tensione culminata nella strage di piazza Fontana nel 1969 e nell’assassinio di cinque giovani anarchici di Reggio Calabria morti in uno strano incidente. Il 27 settembre 1970 sull’autostrada del sole un camion targato Salerno viaggia con le luci posteriori spente. Lo segue una Mini Minor. Il camion frena improvvisamente e provoca un gravissimo tamponamento dell’auto che lo segue. Muoiono i cinque occupanti, la polizia politica si precipita sul posto, spariscono i documenti che i cinque anarchici volevano portare a Roma per documentare su fatti importanti della rivolta di Reggio Calabria, l’autista del camion viene lasciato andare dopo quattro ore (su questa vicenda rimando alla lettura del libro Cinque anarchici del Sud, di Fabio Cuzzola, terza ediz. in corso di stampa). Proprio sull’autista sarà condotta una inchiesta da Giovanni Marini, un compagno di Salerno, che scopre che è un uomo del golpista Valerio Borghese. Per mesi Giovanni viene fatto oggetto di pesanti minacce dai fascisti locali (per un periodo si allontana dalla città per evitare guai peggiori) sia perché è un “rosso” ma soprattutto perché non gli perdonano d’essersi interessato dell’ ”incidente”: il 7 luglio 1972 scatta l’ultima “azione punitiva” nei suoi confronti. Una decina di fascisti armati di coltelli feriscono Marini ed altri due compagni, durante lo scontro un fascista resta ferito con una coltellata all’aorta. Morirà. Marini si costituisce ed è subito tradotto in carcere. I giornali legati ai petrolieri sbattono subito il mostro in prima pagina, Giovanni Marini sarà trasferito in quindici carceri diverse nel corso di un anno e mezzo di detenzione preventiva, partecipando alle lotte dei detenuti e denunciando le condizioni igenico-sanitarie in cui versano in tutta Italia: sarà lui l’artefice di un importante documento, a firma I carcerati rossi, uscito dal carcere di Avellino. Giova ricordare che proprio per questa sua attività in carcere sarà tenuto in isolamento e subirà violenti pestaggi. In tutta Italia si susseguono manifestazioni in solidarietà a Marini e viene chiesta la sua liberazione, il Soccorso Rosso Militante, con Dario Fo e Franca Rame (e con loro molti avvocati attivi nella controinformazione), prendono una posizione importante sensibilizzando l’opinione pubblica sul Caso Marini, in particolare la costituzione del “Coordinamento Nazionale Comitati Anarchici G. Marini” sarà l’artefice di innumerevoli iniziative pubbliche finalizzate alla liberazione dell’anarchico salernitano. Al processo (febbraio 1974) Marini afferma e dimostra la sua innocenza, cade il castello di prove contro di lui mentre è chiara la precostituzione delle accuse. Il processo viene subito sospeso e mandato lontano da Salerno, a Vallo della Lucania, dove gli inquirenti sperano non possa arrivare nessuno a solidarizzare con l’imputato: a giugno-luglio ricomincia il processo e il grande impegno di tutti i compagni si concretizza con l’uscita di un quotidiano dal titolo Il processo Marini, con la cronaca del processo e le iniziative a sostegno della campagna per la liberazione di Giovanni. La sentenza di Vallo della Lucania condanna Marini a 12 anni di carcere per omicidio volontario continuato con l’attenuante della provocazione. Dopo sette anni viene rimesso in libertà (1979), confinato per un anno, e tre ancora da scontare. La persecuzione non si ferma: nel 1983 viene arrestato a Salerno assieme ad un gruppo di rivoluzionari ed accusato come brigatista rosso, una montatura che cadrà miseramente. Di Giovanni Marini resta da ricordare la sua poesia: un suo libro (Poesie, Poligraf edizioni, Salerno) vince il premio Viareggio 1975 e pubblica in seguito diversi altri testi.
A Lamezia Terme la situazione non è delle più tranquille. Da qualche notte le mani dei soliti noti imbrattano i muri con scritte fasciste. I provocatori non si firmano ma il paese è piccolo e tutti lo sanno che a inneggiare al Duce sono le stesse persone che insultano i militanti della sinistra e che, in qualche caso, arrivano a picchiare chi li affronta a viso aperto e li contraddice.
Adelchi Argada ha le mani grandi come le palanche del cantiere di Modena dove deve andare a lavorare. E le spalle larghe di chi solleva blocchetti e sacchi di cemento. Può avere paura delle condizioni di sfruttamento a cui sono costretti lui e quelli come lui, non certo di qualche fascistello incontrato per strada, la sigaretta all’angolo della bocca, la pettinatura fresca di barbiere e quell’aria molle e gonfia di chi si trascina nel pigro far niente dei figli di papà.
Tipi così, Adelchi li incontra a passeggio per Lamezia il pomeriggio del 20 ottobre, dalle parti della chiesa di San Domenico. Con lui c’è suo fratello Otello e poi i fratelli Morello, vecchi amici di Adelchi. Svoltato l’angolo, ecco Michele De Fazio e Oscar Porchia. Il primo studia Legge a Firenze, ragazzo di buona famiglia conosciuto sia dai fascisti del posto che da quelli dell’università toscana. Il secondo, anche lui studente, è un militante del Movimento sociale e per un paio d’anni è stato anche il segretario del Fronte della gioventù di Lamezia. Adelchi milita nel Fronte popolare Comunista Rivoluzionario (FPCR), un’organizzazione di osservanza leninista a sinistra del PCI che, tra le altre cose, si era distinta nelle azioni di solidarietà per Pietro Valpreda, ingiustamente processato a Catanzaro per l’attentato di Piazza Fontana.
Il percorso politico intrapreso dalla sezione di Lamezia frequentata da Adelchi nel corso del 1973, ha messo il FPCR sulla rotta tracciata da Avanguardia Operaia, movimento radicato nei CUB delle principali fabbriche del Nord e orgogliosamente composto per la quasi totalità da soli quadri operai. L’opinione di Adelchi su gente come Porchia e De Fazio può essere data per scontata. I giovani comunisti calabresi conoscono bene la matrice fascista degli attentati che, negli anni Settanta, insanguinano la regione. Eppure, quella mattina, Adelchi non ha nulla da dire a Porchia e De Fazio. A rivolgersi ai fascisti ci pensa il suo amico, Giovanni Morello, disgustato dalla vigliaccheria dimostrata dai due solo ventiquattro ore prima, quando avevano picchiato il fratello più piccolo, quattordici anni appena. Con il ragazzino Porchia e De Fazio hanno mostrato i muscoli. Ora sono senza parole e, immediatamente, mettono mano alle pistole. Il primo colpo ferisce Giovanni Morello alla coscia: una frazione di secondo in cui Adelchi Argada non ha altro pensiero che quello di gettarsi verso il compagno colpito per aiutarlo e metterlo in salvo.
E a Giovanni, Adelchi la vita gliel’ha salvata davvero, incassando una dopo l’altra quattro delle quattordici pallottole sparate addosso ai militanti. La seconda pallottola, quella fatale per Adelchi, ha trapassato il colpo del giovane perforandogli il cuore. Mentre Adelchi muore, chi ha sparato scappa, inseguito dal grido “bastardi” che corre più veloce di loro, oltrepassa i comuni della piana lametina, supera i binari delle locomotive dirette a Nord e porta la notizia di uno striscione appeso nel luogo in cui il giovane operaio è stato ucciso.
Uno striscione che dice: “QUI E’ STATO ASSASSINATO IL COMPAGNO ARGADA”. Il giorno dei funerali, sono trentamila le persone che pretendono di salutare Adelchi Argada. La cattedrale non basta a contenerli tutti e, per le orazioni, viene utilizzato il palco della festa de “l’Avanti”, ancora montato nella piazza del Municipio per il concerto della sera precedente.
Jovine, uno studente di sinistra, parla a nome dei ragazzi di Lamezia: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto a una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori, non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio”.
Arrestati, gli assassini di Adelchi Argada hanno dalla loro parte soltanto una pretestuosa tesi di legittima difesa. Una posizione che più di qualche giornale conservatore fa propria e diffonde con forza. Nel caso di Oscar Porchia e Michele De Fazio sostenere di avere sparato per difendersi non funziona: imputati di omicidio, dopo aver ottenuto di spostare la tesi processuale a Napoli, nel 1977 vengono condannati rispettivamente a quindici anni e quattro mesi e a otto anni e tre mesi di reclusione.
Dal libro “Cuori Rossi” di Cristiano Armati, Newton Compton Editori, 2008.
Riportiamo un contributo di Marcello Anselmo pubblicato sulla rivista Il Mulino che ricostruisce il clima e la situazione che si vivevano a Napoli nell’estate del 1973
Inizio anni Settanta, la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale è teatro di due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà
Il 28 agosto del 1973, le spiagge di sabbia nera del litorale vesuviano a levante di Napoli erano piene di donne, uomini, bambini che cercavano refrigerio dall’afa, bagnandosi in un mare limaccioso, maleodorante, avvelenato.
Il mare che bagnava Napoli era lo specchio della drammatica condizione ambientale dell’intera città e provincia partenopea. Lo spazio acqueo era aggredito dalla formidabile inefficienza del sistema fognario il cui ultimo ammodernamento risaliva agli anni del Risanamento successivi alla micidiale epidemia di colera avvenuta tra il 1884 e il 1887. Il sistema fognario era articolato in un impressionante numero di alvei di raccolta scoperti (in particolare nelle periferie operaie nella parte occidentale che orientale della città) e alla presenza di decine di scarichi (autorizzati e abusivi) che rilasciavano direttamente in mare le acque nere prodotte da una città che, in poco meno di un ventennio, aveva raddoppiato la propria popolazione e la propria estensione territoriale. Alle acque di scarico fognarie si aggiungevano gli scarti di lavorazione industriale. Eppure, quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie, tuffandosi in un mare puntellato da decine di mercantili e navi militari Nato in attesa nel golfo all’ombra del Vesuvio.
Erano abitanti di una città dal tasso di mortalità infantile più alto d’Europa, dalla presenza endemica di malattie gastrointestinali come il tifo e l’epatite virale. Una popolazione che viveva uno spazio urbano tra i più sovraffollati del mondo e dove fenomeni come il lavoro nero, minorile, irregolare e sommerso erano fattori costitutivi di una normalità d’eccezione. Tuttavia la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale, nelle settimane precedenti fu il teatro due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà e complessità. Quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie. Tra il 19 e il 21 giugno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Kennedy in disuso, sito sulla collina dei Camaldoli, ebbe luogo il primo festival di rock progressivo italiano, il Napoli Be-In. Fu organizzato dal complesso degli Osanna, un’importante formazione di rock progressivo napoletana. Il pubblico del festival – proveniente da tutta Italia ‑ raggiunse le 25 mila presenze e l’evento segnò l’ingresso di Napoli nell’immaginario controculturale italiano. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luogo in tutt’altra parte della città una rivolta popolare dai tratti manzoniani. La notte del 18 luglio 1973 i panificatori di Napoli dichiarano una serrata interrompendo la produzione di pane e bloccando contemporaneamente l’approvvigionamento dei forni cittadini. L’improvvisa sparizione di un bene primario per l’alimentazione della popolazione trasformò, in poche ore, la lotta dei panificatori in un’insurrezione popolare che si manifestò attraverso un vero e proprio assalto ai forni in diverse zone della città. Nella periferia nord della città, in particolare in Calata Capodichino, per tre giorni si verificò una dura contrapposizione tra: «ragazzi e donne di estrazione popolare» a cui si mescolarono agitatori «marxisti leninisti e della sinistra extra parlamentare» con i reparti della celere, come riportano le cronache del tempo e le informative inviate dal prefetto Amari al Ministero degli interni.
Il 28 agosto del 1973, Torre del Greco è una piccola cittadina della costa vesuviana che – come il capoluogo – ha visto trasformare il proprio tessuto urbanistico e sociale dal sacco edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. Torre del Greco diventa il primo focolaio dell’infezione colerica certificato dalla morte di due donne al locale ospedale Maresca. Il 29 agosto «Il Mattino» parla per la prima volta di Colera. Viene organizzata in gran fretta una disinfezione straordinaria della città effettuata in parte da mezzi dell’esercito e in parte affidata alla ditta di Roma specializzata Zucchet. Nelle strade vengono irrorate 1500 tonnellate di disinfettante. L’episodio epidemico, di per sé, ebbe numeri di contagi e vittime contenuti. Complessivamente in tutti i focolai si registrarono 277 contagi e 24 morti, la maggior parte delle quali (19), avvenute a Napoli città in cui all’ospedale dedicato alle malattie infettive Cotugno diretto dal medico ed esponente del Pli Ferruccio De Lorenzo, ci furono 822 ricoverati, di cui 126 pazienti positivi, 661 negativi e 11 portatori sani. Il Nosocomio balzò agli onori delle cronache nazionali per la fotografia che immortalò il gesto scaramantico (le corna) dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone durante la sua visita ufficiale dell’8 settembre del 1973, e per i reportage pubblicati dal «Times» e «Le Monde» che descrissero la confusione, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne caratterizzarono l’attività durante l’emergenza epidemica. L’ospedale fu anche meta di ben due processioni di fedeli e devoti di santi locali, con l’intento di favorire la guarigione dei ricoverati.
In pochi giorni la città piomba in una psicosi generale. Le misure straordinarie di igiene sono adottate in modalità disorganizzata e senza un apparente coordinamento tra istituzioni locali e nazionali e provocano una catena di effetti che ha come risultato quello di amplificare le reali dimensioni dell’epidemia. L’eco suscitata dalla pressante narrazione dei mass media nazionali trasforma l’emergenza locale in un caso nazionale. Il primo settembre viene avviata la vaccinazione di massa, centri di vaccinazione sono istituiti nei luoghi più disparati (dal palazzetto dello sport alle sedi di partiti politici) dove lunghe file di uomini e donne attendono la somministrazione del vaccino. Esplodono rivolte e incidenti motivati – in gran parte – dalla lentezza delle operazioni e dalla sensazione nei quartieri popolari di ricevere un trattamento difforme rispetto ad altre zone della città. Si susseguono tentativi di assalto dei centri di vaccinazione. Nella centrale Piazza Municipio, in prossimità della sede del Comune di Napoli, la folla assalta i furgoni che trasportano il vaccino destinato ai 17 centri istituiti in città. Nel quartiere occidentale di Fuorigrotta 5000 persone sfondano i cancelli per entrare all’interno del Palazzetto dello sport dove infermieri dell’esercito Usa somministrano il siero utilizzando delle moderne pistole inoculatorie a pressione. Al 5 settembre 1973 vengono, tuttavia, vaccinate un milione e duecentomila persone.
L’epidemia, la grande paura, come la definirono roboanti titoli dei principali quotidiani italiani, fu, in realtà il passaggio nella penisola della VII pandemia di Colera (ceppo del vibrio El Tor) iniziata nel Subcontinente indiano nel 1961 e terminata nel 1975 ad Odessa, allora nel territorio dell’Urss.
Il 2 settembre viene denunziato l’estendersi dell’epidemia anche in altri luoghi del Mezzogiorno e del Centro Italia con l’ufficializzazione di casi conclamati di colera (Bari, Foggia, Cagliari). L’epidemia diventa una minaccia nazionale. L’emergenza si estende perfino nella zona periferica della capitale (afflitta a suo modo da problematiche igienico-sociali non dissimili dal capoluogo campano) così come minacce di contagio vengono registrate in più parti del Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, il divieto della produzione, vendita e consumo di prodotti di mitilicoltura a livello nazionale, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette, si tratta di una serie di atti e decisioni che stravolgono il quotidiano non solo delle città coinvolte ma di tutto il Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette. L’origine dell’epidemia viene frettolosamente imputata all’importazione illegale di mitili dalla Tunisia (Paese dove il colera è comparso nel mese di maggio 1973) e la cozza diventa l’untrice principale. Il 5 settembre ebbe inizio «la battaglia delle cozze». Un imponente schieramento di forza pubblica distrugge gli allevamenti autorizzati di mitili prossimi alla costa cittadina tra le proteste dei lavoratori e della popolazione della zona. La responsabilità dei mitili coltivati negli allevamenti (autorizzati ed abusivi) prossimi alla linea di costa metropolitana nella genesi dell’epidemia, fu esclusa drasticamente dai risultati della perizia della commissione di medici specialisti. Questi ultimi, oltre ad escludere la presenza del vibrione colerico di tipo El Thor nei mitili, certificarono la contaminazione delle acque marine provocata dall’inadeguatezza del sistema fognario cittadino.
Ma la cozza diventò l’untrice, anche se, in realtà, è stata solo l’incubatrice inconsapevole dei germi dell’epidemia. Divieti e restrizioni suscitano proteste e rivolte. La reazione popolare si indirizza contro le condizioni strutturali di quella che è stata definita la “fecalizzazione dell’ambiente cittadino”: barricate e rivolte scoppiano per chiedere la copertura di alvei fognari a cielo aperto, oppure la rimozione di cumuli di immondizia, e anche per l’adozione di misure contro la disoccupazione aggravata dal temporaneo divieto di traffici commerciali della città.
Il colera, dunque, fu non una catastrofe naturale ma un disastro antropico. L’epidemia fece emergere in modo drastico un insieme complesso di elementi sommersi ma, tuttavia, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno italiano.
La Napoli del 1973 era una metropoli in cui convivevano strati sociali eterogenei segnati da profonde disuguaglianze. A un ceto medio impiegatizio e una classe operaia «ufficiale”, corrispondeva un proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Si tratta di una configurazione storica che trovava fonte di reddito in attività situate nella zona grigia del lavoro nero e informale. In particolar modo, il settore calzaturiero e della produzione di guanti rappresentava una realtà lavorativa estremamente articolata e basata su un forte decentramento produttivo e sulla diffusione del lavoro domiciliare. Nel centro storico napoletano decine di abitazioni erano in realtà micro-officine di una fabbrica diffusa in cui si lavorava senza alcuna garanzia e nessun controllo. Zone urbane caratterizzate da un alto indice di sovraffollamento e promiscuità, in cui la nocività dell’ambiente si mescolava alla nocività dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide erano i reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta. Invisibile anche agli occhi del Pci e delle organizzazioni sindacali che contavano il proprio bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale ad una rappresentazione di plebe e sottoproletariato. La condizione del proletariato marginale si ritrovava, più che nell’attenzione del principale partito comunista dell’Europa occidentale, nelle pratiche del Psiup, de «il manifesto» nonché di gruppi della sinistra rivoluzionaria e dei cattolici del dissenso. Lotta Continua, successivamente ai fatti di Reggio Calabria del 1970, provò a radicarsi ulteriormente a Napoli individuando nel proletariato marginale il soggetto di riferimento per la sua attività.
L’emergenza sanitaria legata all’esplosione dell’epidemia di colera vide l’organizzazione di una miriade di pratiche sociali che spaziavano dall’attività di centri vaccinali così come di attività sanitarie di base (negli anni successivi, proprio a partire da quest’esperienza, iniziò la formazione della struttura dei centri sanitari popolari in tutta l’area metropolitana) fino all’organizzazione di gruppi di sostegno alla condizione femminile e del lavoro precario. Dal lavorio politico, analitico e militante emerse una configurazione sociale complessa e articolata che definiva una classe operaia marginale, precaria, sottopagata e priva di garanzie impiegata nella fabbrica diffusa nascosta tra i vicoli della città antica e i nuovi agglomerati periferici. Si trattava di decine di nuclei familiari occupati nel settore calzaturiero e della produzione di guanti che aveva ristrutturato la propria filiera attraverso il ricorso massiccio al lavoro domiciliare e al lavoro nero. A questa classe operaia sommersa, inoltre, il colera affiancò le centinaia di lavoratori del settore del commercio informale, della rivendita di cibo ambulante, impiegati nell’intrattenimento, nella ristorazione, del turismo nonché del settore ittico e della mitilicoltura che videro scomparire, in poco più di quattro settimane, ogni fonte di reddito. Un esercito di lavoratori che finì in parte con l’ingrossare il florido contrabbando di tabacchi lavorati ma che, parallelamente, iniziò a dar vita ai comitati di disoccupati organizzati.
Nell’annus horribilis dello shock petrolifero, la crisi economica, la tensione politica nell’area del mediterraneo che, proprio in quei giorni, vedeva l’esplosione della terza guerra arabo-isrealiana quella dello Yom Kippur, che finì con il ridimensionamento di Israele nel contesto mediorientale, in Italia il colera fu il detonatore di nodi irrisolti, politici, economici, sociali e cultural che attraversavano il Paese. L’epidemia mise a nudo il grado zero del malaffare e della cattiva amministrazione della terza città d’Italia e di tutto il Mezzogiorno italiano. Ma fu anche il punto da cui per il decennio successivo, si svilupparono esperienze politiche e sociali che provarono a ridisegnare il volto del Sud Italia. Un percorso di emancipazione interrotto bruscamente dal sisma del 23 novembre del 1980. Ma questa è un’altra storia.
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