Zarià nr.7
periodico degli invisibili
Anno III, novembre 1989
Centro di studi politici e sociali e Archivio storico il Sessantotto di Firenze
La rivista ”Luogo Comune”
Pubblichiamo i quattro numeri della rivista «Luogo Comune» (novembre 1990 – giugno 1993) con, a titolo di introduzione, il testo Per una rivista scritto da Paolo Virno nel 1990. A fare da incubazione a quel progetto furono incontri seminariali che portarono alla pubblicazione per l’editore Theoria, sempre nel 1990, del volume I sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell’età del disincanto. Una straordinaria lettura del decennio Ottanta. (Questo stesso volume sarà a breve ripubblicato da DeriveApprodi). La redazione della rivista era composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi, Mauro Trotta, Sergio Bianchi e altri. Le donne erano pochissime: Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo. Quasi una totalità di uomini, e quello qualcosa voleva pur dire. «Luogo Comune» fu uno spartiacque e nella sua breve ma folgorante esistenza costruì alcuni dei paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio successivo.
Per una rivista
Paolo Virno
1. La rivista intende regolare i conti con gli anni ’80, col senso comune e con l’ethos del decennio in corso. Riteniamo possibile la ripresa di un pensiero critico radicale, risolutamente all’altezza dei tempi: che non sia, dunque, un richiamo mesto od orgoglioso agli anni ’70. L’identificazione di un angolo prospettico finora insospettato, guardando dal quale si riesca a passare al più ruvido contropelo il presente, ma non in nome del passato prossimo: poco o tanto che sia, questo è il punto. La rivista vuol provocare un effetto di spaesamento, una sospensione delle opinioni consolidate, un’attesa. Non servono cauti rattoppi a un vecchio ordito concettuale, né risentite postille al dibattito corrente, né indefiniti “approfondimenti”. Importante è aprire nuove feritoie, che diversamente orientino la vista. Importante è trovar degni di meraviglia certi cliché cui più non si bada, e ripetitive fino al tedio molte conclamate “novità”; dividere quel che pare simbiotico, e collegare ciò che è più lontano; spostare l’attenzione, così da riconoscere un profilo umano nel medesimo coacervo di linee dove altri scorgono un’anfora. Ma proprio questa radicalità d’approccio va di pari passo con una presa di congedo. Il ’68 e il ’77 sono fuori dall’orizzonte, oggi. L’interruzione della memoria va accettata senza riserve, cercando semmai di metterla a frutto. Molto meglio l’oblio, peraltro, anziché una sequela di ricostruzioni inevitabilmente false, minate da una sorta di impossibilità logica. L’attuale povertà non va agghindata o dissimulata, ma trasformata in una sobria morale provvisoria, la cui massima sia: ciò che è stato costituisce un bottino di conquista, la memoria è un fine o una chance, il passato è un risultato da conseguire. Non v’è tradizione, cui far ricorso preventivamente. Occorre piuttosto costruirne una: essa ci sta dinanzi come un compito, non alle spalle come un’eredità. Ma la tradizione da inventare non può che essere una proiezione all’indietro di questo presente, delle speranze e dei desideri che lo lacerano. Il ’68 ci aspetta al termine di un lungo periplo: al momento, che resti pure emblema indecifrato, geroglifico, mitologia. È opportuno che la rivista si attenga ai soggetti, alle mentalità, alle forme di vita, ai modi di produrre e di comunicare, che rappresentano l’estremo frutto di una modernizzazione e di uno sradicamento senza precedenti. Giacché non è in questione una lunga e plumbea parentesi, ma un mutamento irreversibile dei modi d’essere e della cultura, è fuor di luogo chiedersi “a che punto è la notte”, quasi stessimo aspettando un mattino: ogni utile luce sta già nella presunta notte, basta abituare gli occhi. Per indicarle un criterio generale, diciamo che la rivista si occuperà soltanto dei problemi, ai quali nessuna soluzione arrecherebbe un ipotetico ripristino di condizioni precedenti. D’altronde, solo se la rivista saprà afferrare la più estrema differenza specifica, la più recente innovazione, il più inedito sussulto di protesta, essa si metterà anche in grado di ravvisare continuità inaspettate col passato: col nostro passato, e, a un tempo, con tutto il passato. Nel “soltanto adesso”, rilevato gelosamente come tale, è lecito poi veder balenare un “fin da allora”, e persino un “da sempre”.
2. Per molti militanti degli anni ’60 e ’70, ma anche per la parte migliore delle generazioni successive, una dignitosa posizione di resistenza, di fronte alla bancarotta del progressismo e del pensiero di sinistra in genere, è consistita nell’intessere un’apologia del presente, tanto testarda quanto priva di illusioni. Con essa si è voluto apprezzare comunque, talvolta anche dal fondo (o dalla vetta) di un carcere speciale, le obiettive trasformazioni che scandivano la fuoriuscita dalla società del lavoro, il nuovo volto della tecnica e le possibilità connessevi, la modificata intelaiatura dell’esperienza quotidiana. Ci si è rifiutati, insomma, di tenere il broncio al proprio tempo; vi è stato un “dir di sì” al mutamento, anche se barbaro. In tal modo, si è inteso restar prossimi, a ogni costo, alle condizioni reali da cui ogni conflitto venturo sarebbe potuto sorgere, in cui ogni speranza esente da impostura aveva diritto di piantar radici.
La rivista può trar giovamento da questa forma di resistenza, solo a patto di decretarne la fine e di costituirne l’effettivo oltrepassamento. Ogni prosecuzione di un atteggiamento strenuamente “modernista”, invece di tener aperti gli spiragli, ingenera un blocco. Il matrimonio col diavolo, contratto per preservare la propria integrità, rischia di diventare routine. Spesso l’apologia del presente, adottata per non rassegnarsi, si è chiusa mestamente su se stessa: si è finito con l’identificare nel puro e semplice sviluppo tecnico un passo in direzione dell’emancipazione, si è scambiato il duro decorso fattuale per una beatitudine imminente. A questo proposito suona ancora pertinente il rimprovero che Walter Benjamin rivolse ai socialdemocratici tedeschi: “Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare. Di qui c’era un solo passo all’illusione che il lavoro di fabbrica, trovandosi nella direzione del progresso tecnico, fosse già un’azione politica”.
Il software, il postindustriale, il decentramento produttivo, la predominanza dell’“agire comunicativo” nel lavoro, sono sembrati la corrente con cui nuotare, quasi “già un’azione politica”. Questa convinzione, ora, suona malinconica e insensata. Ciò che conta, per la rivista, è rilevare i rapporti di forza, le forme di dominio, le cause di sofferenza, che si annidano nel nuovo corso, nella mutata articolazione della giornata lavorativa, nei modelli operativi che non hanno più il finalismo al loro centro, nel tempo-spazio metropolitano. La rivista deve cogliere tutti i barlumi di soggettività e di conflitto, che inquinano la “corrente”, alterandone il verso.
All’irreversibilità dei processi di mutamento, a suo modo registrata dall’apologia del presente si deve accompagnare un’appuntita sensibilità per la loro ambivalenza. Quella irreversibilità e questa ambivalenza, mai scisse, circoscrivono il “luogo” che la rivista elegge a propria dimora. 3. La rivista è ambiziosa, Non voce tra le altre, né orgoglioso e appartato “dixi et salvavi animam meam”. Suo proposito dichiarato è incidere sul senso comune, contribuendo dunque a modificare la più immediata percezione della realtà sociale. A immagini familiari s’intende sostituire altre immagini, che familiari possano diventare. Vogliamo operare sui luoghi comuni – nell’accezione neutra, niente affatto spregiativa, trasmessaci dalla retorica antica: non stereotipi o banalità, ma le forme generalissime cui si ricorre per trattare qualsiasi argomento. La rivista, disinteressata a speciali squisitezze, ha la pretesa di far balenare, corrodendo gli attuali, altri possibili luoghi comuni. La nozione di “senso comune”, nell’epoca in cui il sapere astratto e le sue incarnazioni materiali sono parte fondamentale dell’esperienza ordinaria, è un crocicchio, un punto di confluenza e di composizione di elementi eterogenei. Per un verso, il senso comune è un deposito di detriti teorici, punto di approdo di concezioni assai rarefatte, di paradigmi dapprima affermatisi in ambiti rigorosamente “separati”. Per 1’a1tro, esso manifesta, in forme spurie e mai trasparenti, mutamenti ben sodi avvenuti nelle relazioni sociali e negli stili di vita. In questo secondo significato, il “senso comune” non ha valenza cognitiva, ma pragmatico-vitale. Ciò che veramente conta è, però, la costante sutura tra i due lati, la piena sovrapposizione tra forme culturali e sviluppo materiale. Per la rivista, prendere a proprio oggetto il “senso comune” già implica una scelta di merito. Si privilegia, cioè, l’insieme di fenomeni nei quali viene in vista l’identità tra “struttura” e “sovrastruttura”, la perfetta coincidenza tra produzione ed eticità, tra modelli operativi e immagini del mondo, tra tecnologie e tonalità emotive. Si respinge ogni scissione metafisica tra corpi e anime, tra un “sotto” e un “sopra”, tra cause materiali ed effetti spirituali (o viceversa). In una situazione, in cui cultura e interazione comunicativa sono divenute materia prima dei processi di lavoro, i cosiddetti “fatti” dell’esistenza materiale si presentano come viluppi teoretici; e, rispettivamente, le “idee” non rispecchiano gli assetti fattuali, ma ne sono una componente.
Naturalmente l’immediata coincidenza tra forme culturali e articolazione dello sviluppo materiale può avere diversissime versioni. La rivista, rendendo visibili i molteplici sentieri alla cui confluenza si situa il “senso comune”, aspira a criticare l’attuale conformazione di quest’ultimo e, insieme, ad anticiparne un’altra, ora solo latente. Alla maniera di un microcosmo, la rivista vuole esemplificare un nuovo “senso comune”.
Così facendo, la rivista persegue un obiettivo politico immediato, circoscritto e però decisivo. Si tratta di dar forma e voce allo smottamento su posizioni critiche e non conformiste di una parte significativa dell’intellettualità di massa: smottamento maturo, e per certi versi già in corso. Questa diffusa intellettualità, talvolta integrata in reti produttive avanzate, talaltra marginale e “dai piedi scalzi”, è il bandolo di tutte le matasse: essa materializza in se stessa le trasformazioni degli ultimi anni, l’incastro indissolubile tra sapere e vita, i nuovi modi di lavorare e di comunicare, i sentimenti oggi prevalenti. Lavorare sul “senso comune” vuol dire, appunto, rendere esplicita e accelerare la defezione di una quota consistente dell’intellettualità di massa dagli ordinamenti e dalle idealità vigenti.
Non è possibile dar conto in modo esauriente di temi e problemi, su cui la rivista si soffermerà. Basti una rapida menzione, rispetto alla quale è opportuno leggere tra le righe, completando a piacimento mediante immaginazione produttiva.
La contesa sul tempo
a) Ciò che caratterizza gli ultimi due decenni è la fuoriuscita dalla società del lavoro. La riduzione del lavoro comandato a porzione virtualmente trascurabile di una vita; la possibilità di concepire la prestazione salariata come l’episodio di una biografia, invece che come ergastolo e fonte di duratura identità: è questa la grande trasformazione, di cui siamo protagonisti non sempre consapevoli. Il tempo di lavoro è la misura vigente, ma non più vera, dello sviluppo e della ricchezza sociali. I movimenti degli anni ’70 puntarono sulla non verità, per scuotere e abrogare la vigenza. Diedero un segno di parte, altamente conflittuale, alla tendenza obiettiva: rivendicarono il diritto al non lavoro, praticarono una migrazione collettiva dal regime di fabbrica, riconobbero un carattere parassitario, nell’attività sotto padrone. Negli anni’80, la vigenza ha prevalso sulla non verità. Pertanto, il superamento della società del lavoro avviene nelle forme prescritte dal sistema sociale basato sul lavoro salariato: disoccupazione da investimenti, prepensionamenti, flessibilità come regola universale, part-time illimitato, e via enumerando. Questo decorso assomiglia all’oltrepassamento della proprietà privata sul terreno stesso della proprietà privata, che il capitalismo virtuosamente compie con la formazione delle società per azioni. La rivista intende seguire da presso, interpretandone tutti i “segni”, la fuoriuscita dalla società del lavoro: sia come nuovo dominio, che come occasioni di libertà.
b) Il governo del tempo è il luogo della politica e dei conflitti nell’occidente sviluppato. Chi comanda il tempo? Chi traccia e poi sorveglia la frontiera tra lavoro e non lavoro? Nel tramonto della società del lavoro, il tempo diviene materia prima, bene basilare, irrinunciabile oggetto di consumo. Non uniforme involucro di eventi, ma immediato contenuto della percezione e del desiderio. Tutto intero, lo spettro della vita sociale è attraversato dalla contesa tra due possibili calendari. La lotta sul tempo ha come centro la questione dell’orario collettivo di lavoro. Ma non solo. Essa si manifesta anche, sebbene in modo più sordo e opaco, nei rapporti di forza determinatisi all’interno dello spazio-tempo innovato d’autorità. Sotto questo profilo, la massima rilevanza spetta alla zona grigia costituita da coloro che entrano ed escono da impieghi strutturati, e che han fatto della mobilità e dell’incertezza occupazionale una forma di vita. Questi frontalieri sperimentano su di sé la friabilità delle attuali scansioni temporali, e quindi la loro mutabilità. Essi rappresentano potenzialmente una differente combinazione delle forze produttive, nonché un nuovo principio cronologico. La rivista ha per proprio tema la lotta sul tempo, i suoi modi espliciti od obliqui, le sue rifrazioni culturali (letterarie, cinematografiche, musicali ecc.). La rivista intende fare come se l’“altro calendario” fosse già in vigore, socialmente riconosciuto. c) La sinistra aveva la sua ragion, d’essere nella permanenza della società del lavoro, nei conflitti interni a quella articolazione della temporalità. La fuoriuscita dalla società del lavoro e la contesa sul tempo sanciscono la fine della sinistra. La rivista ne prende atto, senza compiacimenti ma anche senza rimpianti.
4. Con la centralità del lavoro, va in pezzi la concezione progressista della storia. Vien meno un lineare nesso causale tra passato, presente, futuro: nesso che ha a proprio modello il processo lavorativo, appunto.
Il passato, anziché consumato una volta per tutte, resta sempre del tutto attuale. Il presente del non lavoro, come ogni autore veramente nuovo, crea i propri predecessori, ossia riconosce in ogni angolo del decorso storico qualcosa che lo annuncia, dovunque trova immagini di sé. Il presente non si affilia a nulla di ciò che è già stato, prossimo o remoto che sia, ma appunto per questo protegge tutto il passato, ne salvaguardia le possibilità coartate, ne ascolta le voci zittite.
Allorché il lavoro smette di far da fulcro delle relazioni sociali e delle vite dei singoli, tutta la storia passata si allinea con l’attimo ora in bilico. Mentre il progressismo non cessa di decantare il “nuovo”, senza accorgersi che in esso si riaffaccia il sempre uguale, ossia l’arcaico, l’attualità del non lavoro consegue la sua inalterabile unicità a furia di citazioni e ripetizioni. La rivista vuol contribuire ad affossare il progressismo. La rivista, inoltre, riconosce nella dilatazione del presente e nel potere di citazione rispetto all’intero passato un campo di battaglia. Anche la fuoriuscita dalla società del lavoro in forme dispotiche e umilianti avviene con “citazioni” e repliche del passato più lontano si rieditano relazioni sociali premoderne, esempi di dipendenza personale, arcaismi disciplinari, moralità tradizionali (rinverdite per controllare individui non più regolati dal regime di fabbrica). La rivista è consapevole che la dilatazione del presente proietta la contesa sul tempo all’indietro, investendo di essa tutti i pertugi del passato L’intelletto astratto
a) Il sapere è divenuto realmente la principale forza produttiva, nonché ciò che determina tutti gli ambiti di esperienza immediata. L’autonomia dell’intelletto astratto è irreversibile. La ricomposizione mano-mente appare ormai una cattiva mitologia.
Non l’attenuazione, ma l’approfondimento dell’autonomia del generai intellect tecnico-scientifico costituisce una condizione di emancipazione e un principio-speranza. Infatti, è questa autonomia che, modificando la stessa morfologia del processo lavorativo ha fatto del lavoro intellettuale la forma generale dell’attività umana, il pilastro centrale nella produzione della ricchezza. E siffatto lavoro intellettuale di massa, a sua volta, non è significativo perché si proletarizza, ma, tutt’al contrario, perché non è mai riducibile a “lavoro semplice”, a puro dispendio di tempo e di energia: dunque perché incorpora in sé, nella sua esistenza collettiva, sapere,competenze, informazioni, insomma generai intellect.
La rivista s’interroga su quali forme prenda, oggi, il generai intellect, l’intelletto astratto; di quali antinomie, paradossi, conflitti esso sia teatro.
Il peso preminente del sapere nella produzione sociale e nella vita quotidiana fa ipotizzare alla rivista: 1) che sia pertinente e fruttuosa un’analisi epistemologica del processo lavorativo; 2) che non sia più il denaro la principale “astrazione reale”, l’incarnazione sensibile dell’universale (non più l’“equivalente generale”, ma i paradigmi epistemici inclusi nel generai intellect).
b) Questo scenario suggerisce, inoltre, la decadenza dello schema finalistico, come chiave interpretativa del processo lavorativo. Anziché perseguire un singolo scopo con mezzi idonei, il lavoro intellettuale di massa ha a che vedere con classi di opportunità da specificare volta a volta, con un flusso di possibilità interscambiabili da articolare, con chances da cogliere o scartare.
La macchina informatica, anziché mezzo per un fine univoco, è premessa per successive e “opportunistiche” elaborazioni.
Secondo tale ipotesi, sono sottoposte a dura trazione le forme tradizionali di gerarchizzazicne del processo lavorativo.
La rivista intende accostare da vicino le nuove forme dell’attività, che poi sono l’altra faccia della fuoriuscita dalla società del lavoro.
c) Nell’autonomia dell’“intelletto astratto”, nella sua preminenza all’interno della vita di tutti e di ciascuno, la rivista coglie la possibilità che si affermi un nuovo sensualismo, non marginale e asfittico. Allorché le astrazioni precedono e preparano ogni esperienza, la vista e l’udito e il tatto sono ciò che viene per ultimo, ma che proprio per questo è restituito alla sua pienezza e integralità. L’autonomia dell’intelletto astratto pone la percezione tattile o visiva come la sporgenza estrema di una macchina conoscitiva già interamente dispiegata.
Dopo la sensazione non c’è altro, tutto il resto c’è già stato.
Per questo la sensazione non è depredata e decurtata, ridotta a elementare “dato sensoriale”, in vista di successive asserzioni universali. Essa può conservare, come ultimo anello di una catena conoscitiva, l’aroma materialistico del piacere e del dolore.
La rivista s’impegna a riflettere sull’attualità di un simile sensualismo né ingenuo né regressivo.
Disincanto e rivolta
a) La situazione emotiva degli anni ’80 è caratterizzata dall’abbandono senza riserve alla propria finitezza. Dall’appartenenza spasmodica al determinato “qui e ora” in cui si è conflitti.
Questo sentimento integrale della finitezza (e della sua non trascendibilità, neppure nella forma laica di un “progetto”) è suscitato peraltro, dallo sradicamento senza requie che ritma la storia della modernizzazione. Proprio il carattere artificiale, convenzionale, astratto di tutti i contesti di esperienza restituisce appieno il tenore della propria contingenza e precarietà. La “formalizzazione del mondo” e la percezione non dimidiata della caducità vanno di pari passo. Lo sradicamento rende strenua l’aderenza al “qui e ora” più labile.
Questa situazione emotiva si è manifestata in sentimenti, quali la paura, l’opportunismo, il cinismo. La questione principale, per la rivista, è se la stessa situazione emotiva, anziché ad asservimento e ilare rassegnazione, possa invece dar luogo a un duro rifiuto dell’ ordine sociale vigente. Se sia possibile intravedere segni di opposizione e di lotta a partire dalla medesima integrale appartenenza al “qui e ora”, da cui sorgono anche cinismo e opportunismo. In breve se il disincanto può coniugarsi alla rivolta.
b) Le tonalità emotive del disincanto non sono inclinazioni psicologiche passeggere
ma esprimono modi di essere: sono quanto di più “materiale” e “strutturale” sia dato pensare.
Queste tonalità rappresentano nel modo più vivido l’impossibilità di qualsivoglia verace tradizione, l’abitudine alla permanente mutevolezza degli stili di vita, l’adattamento allo spaesamento più radicale. Più determinatamente: i sentimenti in questione si affermano senza riserve, allorché il processo di socializzazione si compie al di fuori del lavoro.
Si ha, in verità, un duplice passaggio, che la rivista intende indagare. Per un verso, il processo di socializzazione, ossia l’intessersi della rete di relazioni mediante cui si fa esperienza del mondo e di sé, appare indipendente dai riti di iniziazione della fabbrica e dell’ufficio, essendo bensì scandito dai modi di vita metropolitani, dalla stabile precarietà da ogni assetto, dalle mode, dalla ricezione dei media, dalla indecifrabile ars combinatoria che intreccia sequele di fuggevoli occasioni, da innumerevoli shocks percettivi. Per altro verso, però, l’innovazione continuativa dell’organizzazione del lavoro sussume l’insieme di sentimenti, attitudini, vizi e virtù, maturati per l’appunto nella socializzazione extralavorativa. Paura, cinismo, opportunismo entrano a far parte del “mansionario”. Lo sradicamento diviene una virtù professionale.
c) il sentimento della finitezza e del disincanto contengono implicitamente una ferma critica al modello stesso della rivoluzione politica. Il che non comporta necessariamente una perdita di radicalità, anzi.
L’estremo sradicamento, coniugato al senso di un intrascendibile appartenenza al mondo, si esprime conflittualmente come defezione, esodo, secessione. Se si vuole come potenza dell’“impolitico”. Non più come vocazione a una gestione alternativa dello Stato.
La sinistra europea non ha visto quanto spesso i movimenti giovanili e il nuovo lavoro dipendente abbiano preferito abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa, anziché scontrarsi apertamente con essa. Anzi, la sinistra ha denigrato apertamente i comportamenti di “fuga” e di “diserzione”. Ma la fuga e la diserzione non sono affatto un gesto negativo che esenta dall’azione e dalla responsabilità. Al contrario. Disertare significa modificare le condizioni entro cui il conflitto si svolge, invece di subirle. E la costruzione di uno scenario favorevole esige più intraprendenza che non lo scontro a condizioni prefissate. Un “fare” affermativo qualifica la defezione, imprimendole un gusto sensuale e operativo per il presente. Il conflitto è ingaggiato a partire da ciò che si è costruito fuggendo, per difendere relazioni sociali e forme di vita nuove, di cui già si va facendo esperienza. La rivista, all’antica idea di fuggire per colpire meglio, unisce la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene. L’ideologia italiana (e no)
a) C’è una tendenza culturale diffusa che merita di venir discussa apertamente. Essa consiste nel raffigurare ancora una volta la società come una natura ma utilizzando per tale “seconda natura” le categorie e le immagini della nuova scienza. I quanta in luogo della gravitazione universale. La termodinamica di Prigogine al posto della lineare causalità newto niana. Il biologismo insito nella teoria dei sistemi invece della favola delle api o della “mano invisibile”. La rivista intende indagare di quali mutamenti è insieme sintomo e mistificazione. L’applicazione dei concetti delle nuove scienze alle relazioni sociali. Con ogni probabilità questa recente e molto specifica naturalizzazione dell’idea di società rispecchia la perdita di centralità del lavoro, e l’opacità che ne consegue. I concetti indeterministici e autoreferenziali della nuova biologia e della nuova fisica registrano il “grande disordine” i corso, occultandone però la genesi effettiva. Colgono, e a un tempo degradano a natura, il nesso inedito tra sapere, comunicazione e produzione.
b) La rivista intende denaturalizzare l’insieme dei fenomeni, teorie e comportamenti che s’adunano dietro l’etichetta di post-moderno. Si tratta di decifrare come novità intervenute nelle relazioni sociali e produttive ciò che li si presenta come entropia, fisica dei fluidi, clinamen, “catastrofe”. Il post-modernismo è ideologia, in senso forte e serio: rispecchia cioè mutamenti reali, salvo poi congelarli in una rappresentazione, in cui il conflitto e la rivolta sono, per definizione, fuori posto. Il post modernismo coglie l’irreversibilità del disincanto, ma non la sua ambivalenza.
c) Simmetricamente, il progettualismo illuminista (Ruffolo, Micromega) si propone di trascendere la supposta “naturalità” sistemica delle forze produttive. Mediante etica e governo. Qui c’è, oltre che una povera lettura delle forze produttive e della modernità in generale, molta nostalgia. In una parola, il misconoscimento dell’irreversibilità della fuoriuscita dalla società del lavoro. La rivista ha, dunque, due obiettivi complementari su sui esercitare una funzione di “critica dell’ideologia”: neoilluminismo e post-modernismo. Critica dell’ideologia, però, per arrivare alle cose stesse, ai fenomeni recepiti e deformati a un tempo.
d) È proposito della rivista oltrepassare d’un colpo solo le dicotomie, in cui ha oscillato la sinistra europea nel corso della rapida trasformazione che ha investito la produzione. Habermas e Luhmann, per dire un apice. La sinistra italiana, poi, ha pendo1ato quasi per ipnotica coazione tra Ruffolo e De Rita, che di quelli sono la trasposizione in scala: dunque, tra 1’illuminismo progettuale del primo e il post-modernismo familista del secondo. La rivista giudica queste alternative per lo più apparenti, se non addirittura complementari.
e) Dopo dieci anni di grande trasformazione, 1’“ideologia italiana”, in tutte le variegate componenti, mostra il suo tratto infine unitario. È come un presepe, con l’asinello, i re Magi, i pastori, la sacra famiglia: maschere diverse di uno stesso spettacolo. O come in un dipinto di Pellizza da Volpedo, in vena di ritrarre la marcia dei nostri intellettuali in preda a nichilismo euforico. Dopo i grandi polveroni, e il susseguirsi di “novità”, l’ideologia italiana può venir ricostruita con precisione, e criticata radicalmente.
f) La rivista intende sollevare la questione degli intellettuali, nei termini assolutamente inediti in cui si pone oggi. Gli intellettuali di rango, e soprattutto quelli fra loro che operano nei grandi media, svolgono un ruolo d’immediata direzione etico-politica.
Tramontate le politiche culturali dei partiti, e nel mentre che si allargano a dismisura le fila dell’intellettualità di massa, costoro (gli intellettuali “alti”, o inseriti nei media) si ritrovano tra le mani, e sulla bocca, un prepotere, una facoltà prima sconosciuta di orientamento e di influenza.
Se c’è un centro di potere politico in senso proprio, è questo, è il loro.
La rivolta intende pore la nuova questione degli intellettuali, in tutta la sua specificità senza precedenti.
5. I temi fin qui abbozzati non saranno trattati direttamente dalla rivista. Essi devono restare sullo sfondo, costituire una griglia o una lente. La rivista si vuole affezionata e aderente agli eventi più concreti. È nella loro rilevazione e decifrazione, che va trasfuso e approfondito l’intero ventaglio di questioni e ipotesi or ora elencate. La rivista fa suo il molto citato proposito di Walter Benjamin: salvare i fenomeni attraverso le idee, rappresentare le idee nei fenomeni. Più che a una mediazione tra idee e fenomeni, si mira a un cortocircuito tra blocchi teorici anche straordinariamente astratti e triti dettagli empirici. Per la rivista non è un impaccio, ma una virtù, stabilire una relazione subitanea tra un teorema dell’intelligenza artificiale (o un passo di Platone, o un problema controverso della ricerca biologica) e un fatto di cronaca, un comportamento giovanile, un film, un minimo bivio etico. Peraltro, il cortocircuito che si persegue non è affatto una concessione alla divulgazione (o alla “pratica”, o agli strattoni del “mondo della vita”), per chi è intento a rigorosi studi sistematici. Al contrario, la rivista è un luogo di elaborazione avanzata, una frontiera della ricerca teorica di ciascuno. Essa intende soffermarsi sui paradossi più aspri ed enigmatici. In testi brevi e semplici, non si divulga qualche “patrimonio” accumulato, ma si prova a rodere terreno a continenti mai esplorati. La rivista, inoltre, non è una passeggera deviazione da “reti” professionali, per chi in esse lavora. Né può rappresentare una derivazione di queste “reti”. Viceversa, la rivista è una “rete” culturale, politica, etica, che si aggiunge a quelle esistenti, approfittando, se possibile, di tutto quel che di buono e di importante alcune di esse producono.
La rivista, estranea a ogni partito e a ogni gruppo organizzato, è un sistema di comunicazione libero e trasversale, allude almeno alla forma di una comunità ventura. La sua lontananza dalle organizzazioni esistenti, consente d’intrattenere relazioni con tutti: senza esclusioni. Ma le impone anche di non stringere legami con alcuno: senza eccezioni.
Più ancora che l’accordo sui temi prima menzionati (in tono volutamente assertivo per suscitare discussione), o su altri ancora, ciò che importa è la formazione di un comune sentire, di uno “sguardo” similare che si posi sulle cose. Una nuova sensibilità critica, che sia anche una forma di serissimo divertimento, va affinata con tutti i compagni, gli amici, i curiosi, gli irrequieti, che lo desiderino. Questa sensibilità affiatata prepara il momento, forse prossimo, in cui ricominciare a essere realisti. Ben sapendo che realismo, oggi, significa saper pensare in modo paradossale ed estremo. Che attenersi ai fatti, richiede un’immaginazione fuor di misura.
Comunicazione Antagonista Anno 2 Numero 6
Parole ribelli: i fogli del movimento del ’77

| Pablo Echaurren, Parole ribelli: i fogli del movimento del 77, Stampa alternativa, Roma 1997 Febbraio 1977. Le Giacche Blu controllavano da anni che gli indiani non si allontanassero dalle riserve, ma un bel giorno tutte le tribù decisero di abbandonare gli accampamenti. Calarono nelle città, invadendo coi loro visi colorati le strade intristite dallo smog. Per comunicare usavano una lingua nuova, poetica, extravagante, desiderante, che si traduceva in una scrittura disordinata, ribelle, ironica, incomprensibile alle Lingue Biforcute. Che cento fiori sboccino, che cento radio trasmettano, che cento fogli preparino, un altro ’68 con altre armi. Le armi del gioco, dell’umorismo, del paradosso dello sberleffo, e della creatività produssero nel 1977 una piccola galassia di carta stampata, in cui si riflettevano per l’ultima volta i lampi di quelle avanguardie (futurismo, dadaismo, surrealismo) che, rinnovando l’arte, volevano rinnovare la vita. |
L’ultimo sparo

Cesare Battisti, L’ultimo sparo. Un «delinquente comune» nella guerriglia italiana, DeriveApprodi, Roma 1998
Il romanzo, largamente autobiografico, di un protagonista degli «anni di piombo»; evaso di prigione, condannato all’ergastolo in contumacia, residente fino all’estate 2004 in Francia, paese in cui è stimato dalla critica e dal pubblico come uno dei migliori autori di romanzi noir d’azione.
La storia di un gruppo di militanti rivoluzionari diventa metafora del destino di un pezzo di generazione inghiottita dal fuoco della lotta armata. La deriva ineluttabile verso uno scontro campale che nessuno si sente di affrontare, e a cui nessuno, contraddittoriamente, è disposto a sottrarsi. Una guerra perduta in partenza, ma che alla fine si ritiene valga la pena di essere combattuta.
Una narrazione scarna, aspra e tagliente, priva di retorica e di ideologismi giustificatori, giocata su un ritmo incalzante e avvincente. Una spirale di gesti disperati e risolti in tragedia che riesce a spiegare, molto più di tanti saggi, le ragioni di scelte esistenziali, culturali e politiche tanto radicali da comportare l’accettazione della morte data e subita.
Un romanzo utile per comprendere le ragioni per cui la suggestione della lotta armata riuscì a conquistare tanti adolescenti e per addentrarsi nelle cause e le modalità della lacerazione sociale più grave e amara vissuta nella storia recente del nostro paese.
Cesare Battisti nasce nel 1954 a Latina. Viene arrestato per la prima volta nel 1974. Nel 1976 contribuisce a dar vita all’organizzazione Proletari armati per il comunismo. Nel 1979 viene nuovamente arrestato. Nel 1981 evade dal carcere. Ripara in Francia, poi a Puerto Escondido, in Messico. Ha pubblicato in lingua francese diversi libri noir che hanno ricosso molti consensi. In Italia sono stati pubblicati Travestito da uomo (Granata Press, 1992), L’orma rossa (Einaudi, 1999), Avenida Revolucion (Nuovi Mondi Edizioni, 2003).
Clandestina

Teresa Zoni Zanetti, Clandestina, Introduzione di Corrado Alunni, DeriveApprodi, Roma 2000
Il libro
Il romanzo fortemente autobiografico di una delle principali protagoniste della stagione della lotta armata in Italia, che i giornali dell’epoca chiamarono «la ragazza con il fucile».
Tre anni di vita in clandestinità alla fine degli anni Settanta in Italia: un’esistenza, condivisa in parte con uno dei fondatori delle Brigate rosse, Corrado Alunni (che introduce il libro). Un piccolo gruppo di militanti, quotidianamente tormentati dalla paura di essere individuati, traditi, torturati, imprigionati, uccisi, gravata dall’angoscia di dare e subire una violenza che inclina inesorabilmente verso la morte. Relazioni sociali e affetti costretti a concentrarsi nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda». Le divergenze, le rivalità interne e le scissioni.
È questa la condizione di Mària, poco più che ventenne, militante in un’organizzazione armata protagonista di un romanzo ampiamente autobiografico, dove le ragioni di una scelta irreversibile, del taglio con il mondo delle proprie relazioni sociali e dei propri affetti danno forma a un diario sentimentale crudo e spietato. Perché anche nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda» le divergenze ideologiche, alimentate soprattutto da una diversa sensibilità umana, si risolvono in rivalità, separazioni, scissioni organizzative e politiche.
La ricerca di una motivazione ideale si confronta con la consapevolezza di esprimere un immaginario sempre più inquinato dal delirio ideologico, che prefigura una sconfitta senza rimedio. In questo tragico contesto, sullo sfondo dei giorni cruciali degli scontri armati e della repressione, risalta il paradosso di una narrazione di incontenibile vitalità, che usa il linguaggio dei sentimenti e della felicità, anche nei momenti più dolorosi e terribili. L’autrice reclama così, con sincera spontaneità, la comprensione di un giudizio storico e la possibilità di una redenzione interiore. Non solo per se stessa, ma anche per tutti i suoi compagni.
Teresa Zoni Zanetti (1955) ha militato, nel corso degli anni Settanta, in un gruppo extraparlamentare di sinistra, nell’area dell’Autonomia operaia e poi in alcune organizzazioni armate. Dopo tre anni di clandestinità viene arrestata, imprigionata e condannata. Ha scontato diciassette anni di carcere. Nel 1997 ha pubblicato per la Castelvecchi, nella collana I libri di DeriveApprodi, Rosso di Mària. L’educazione sentimentale di una bambina guerrigliera, di cui questo romanzo è la naturale prosecuzione.
La violenza illustrata

Nanni Balestrini, La violenza illustrata, Einaudi, Torino 1976
Ora in:
Nanni Balestrini, La violenza illustrata seguita da Blackout, DeriveApprodi, Roma 2001
I capitoli del nuovo romanzo di Nanni Balestrini illustrano ognuno un episodio di quella violenza che da anni svolge la spirale della sua « logica» interna sulle scene più diverse: fabbriche e piazze, uffici e campagne.
Il materiale di partenza che si offre a Balestrini è il linguaggio giornalistico con cui questa violenza viene ogni giorno rappresentata: un linguaggio mimico e a suo modo manieristico quando tratta, giustificandoli, i protagonisti del potere (dal tenente Calley ad Onassis); o che si rifugia nella falsa imparzialità della cronaca quando vuole occultare i moventi dell’aggressione antiproletaria e di certe risposte di segno opposto (la guerriglia urbana, la condizione in fabbrica, la criminalità, l’occupazione delle case).
Le tecniche di scomposizione e di ripetizione usate sul linguaggio dell’informazione sono analoghe a tecniche pittoriche come quelle di Andy Wahrol. Ma, nel servirsi del «collage», Balestrini dà prova di una sorprendente varietà e ricchezza di soluzioni: non solo nello scegliere il materiale preesistente (la deposizione ad un processo, squarci di stampa femminile, i verbali di un interrogatorio), ma anche nel «trattarlo», traendone effetti disparati, e spesso giungendo a ribaltare il significato originario di questo o quell’inserto.
Nanni Balestrini, nato a Milano nel 1935, vive a Roma. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Come si agisce (Feltrinelli, 1963), Ma noi facciamone un’altra (Feltrinelli, 1968); e due romanzi: Tristano (Feltrinelli 1966) e Vogliamo tutto (Feltrinelli 1971).
Futuro anteriore
Dai ”Quaderni rossi” ai movimenti globali: ricchezza e limiti dell’operaismo italiano

Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, Futuro anteriore. Dai “Quaderni rossi” ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2002
Che cos’è l’«operaismo»?
Quando e come è nato quello straordinario laboratorio politico specificamente italiano che ha contribuito a rinnovare il lessico e le categorie della politica e ha tracciato un’altra strada rispetto al marxismo classico?
Chi sono i suoi esponenti e quali sono le loro divergenze?
Possiamo parlare di una vera e propria «tradizione del pensiero critico» che, con un preciso metodo di analisi e di indagine, non si è limitata a descrivere le trasformazioni del proprio tempo ma è stata capace di anticiparle?
Un arcipelago di riviste, di gruppi politici e di teorici scandiscono il percorso di un pensiero che ha conosciuto rotture, salti, discontinuità. Eppure, molto di quell’esperienza ancora permane ai giorni nostri. Non come sedimento di un secolo ormai consumato, ma come capacità di lettura del futuro nelle pieghe del presente.
La felice stagione di quel pensiero critico e radicale che diede origine all’esperienza dell’«operaismo italiano» nello scenario dei movimenti di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Un complesso teorico acuto, lucido e anticipatore del futuro.
Il cd-rom contiene 39 copertine e schede di riviste; un’ampia bibliografia; link a siti e liste di discussione; le interviste integrali a:
R. Alquati, A. Asor Rosa, M. Bascetta, P. Benvegnù, F. Berardi (Bifo), L. Berti, S. Bianchi, S. Bologna, A. Bonomi. G. Borio, P. Buran, B. Cartosio, A. Colombo, G. Contini, D. Corbella, V. Crugnola, G. Daghini, M. Dalmaviva, M. De Angelis, A. Del Re, F. Dendena, R. Di Leo, V. Evangelisti, S. Federici, C. Fermenti, F. Gambino, P. Gasparotto, R. Gobbi, M. Gobbini, C. Greppi, E. Livraghi, R. Madera, A. Magnaghi, B. Mantelli, C. Marazzi, M.G. Meriggi, S. Mezzadra, V. Miliucci, E. Modugno, G. Moroni, Y. Moulier Boutang, T. Negri, G. Paba, M. Piccinini, F. Piperno, D. Pozza, M. Rovelli, V. Rieser, P.A. Rovatti, R. Rozzi, O. Scalzone, R. Scelsi, E. Soave, M.T. Torti, M. Tronti, B. Vecchi, P. Virno, L Zagato.
Settantasette. La rivoluzione che viene

| Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di), Settantasette. La rivoluzione che viene, DeriveApprodi, II edizione, Roma 2004 Nel nostro paese il movimento dell’anno 1977 è stato artefice non di una rivolta effimera ed estremista ma di una rivoluzione che ha annunciato la fine del Novecento e, insieme, il presente che stiamo vivendo. Quel movimento, infatti, in un brevissimo arco di tempo ha consumato definitivamente tutto il repertorio dell’immaginario storico della sinistra a fronte di una trasformazione epocale, produttiva e politica, delle società occidentali. Di quel movimento, prima represso nel sangue e nel carcere, poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria collettiva una flebile eco nella truce ruvidità della lotta armata. Rimozioni, omissioni e falsificazioni lo hanno perseguitato per trent’anni negandogli l’intelligente lungimiranza che aveva invece saputo esprimere. Questo libro, accostando documentazione d’epoca a interpretazioni attuali da parte di alcuni suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la verità. «Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così» Alquati, Ambrosi, Amendola, Asor Rosa, Balestrini, Berardi (Bifo), Bianchi, Caminiti, Carcano, Castellano, Colotti, Costantino, D’Aguanno, Deiana, Del Bello, Fachinelli, Fraire, Guattari, Infante, Lazzarato, Lolli, Manconi, Masi, Melandri, Modugno, Moretti, Moroni, Negri, Orsini, Ortoleva, Pifano, Piperno, Pivetta, Pozzi, Rivolta, Rossanda, Sanguineti, Sbancor, Sciascia, Segio, Sinibaldi, Tripodi, Tronti, Trotta, Zangheri |



