Pablo Echaurren, Parole ribelli: i fogli del movimento del 77, Stampa alternativa, Roma 1997 Febbraio 1977. Le Giacche Blu controllavano da anni che gli indiani non si allontanassero dalle riserve, ma un bel giorno tutte le tribù decisero di abbandonare gli accampamenti. Calarono nelle città, invadendo coi loro visi colorati le strade intristite dallo smog. Per comunicare usavano una lingua nuova, poetica, extravagante, desiderante, che si traduceva in una scrittura disordinata, ribelle, ironica, incomprensibile alle Lingue Biforcute.
Che cento fiori sboccino, che cento radio trasmettano, che cento fogli preparino, un altro ’68 con altre armi.
Le armi del gioco, dell’umorismo, del paradosso dello sberleffo, e della creatività produssero nel 1977 una piccola galassia di carta stampata, in cui si riflettevano per l’ultima volta i lampi di quelle avanguardie (futurismo, dadaismo, surrealismo) che, rinnovando l’arte, volevano rinnovare la vita.
Cesare Battisti, L’ultimo sparo. Un «delinquente comune» nella guerriglia italiana, DeriveApprodi, Roma 1998
Il romanzo, largamente autobiografico, di un protagonista degli «anni di piombo»; evaso di prigione, condannato all’ergastolo in contumacia, residente fino all’estate 2004 in Francia, paese in cui è stimato dalla critica e dal pubblico come uno dei migliori autori di romanzi noir d’azione. La storia di un gruppo di militanti rivoluzionari diventa metafora del destino di un pezzo di generazione inghiottita dal fuoco della lotta armata. La deriva ineluttabile verso uno scontro campale che nessuno si sente di affrontare, e a cui nessuno, contraddittoriamente, è disposto a sottrarsi. Una guerra perduta in partenza, ma che alla fine si ritiene valga la pena di essere combattuta. Una narrazione scarna, aspra e tagliente, priva di retorica e di ideologismi giustificatori, giocata su un ritmo incalzante e avvincente. Una spirale di gesti disperati e risolti in tragedia che riesce a spiegare, molto più di tanti saggi, le ragioni di scelte esistenziali, culturali e politiche tanto radicali da comportare l’accettazione della morte data e subita. Un romanzo utile per comprendere le ragioni per cui la suggestione della lotta armata riuscì a conquistare tanti adolescenti e per addentrarsi nelle cause e le modalità della lacerazione sociale più grave e amara vissuta nella storia recente del nostro paese.
Cesare Battisti nasce nel 1954 a Latina. Viene arrestato per la prima volta nel 1974. Nel 1976 contribuisce a dar vita all’organizzazione Proletari armati per il comunismo. Nel 1979 viene nuovamente arrestato. Nel 1981 evade dal carcere. Ripara in Francia, poi a Puerto Escondido, in Messico. Ha pubblicato in lingua francese diversi libri noir che hanno ricosso molti consensi. In Italia sono stati pubblicati Travestito da uomo (Granata Press, 1992), L’orma rossa (Einaudi, 1999), Avenida Revolucion (Nuovi Mondi Edizioni, 2003).
Teresa Zoni Zanetti, Clandestina, Introduzione di Corrado Alunni, DeriveApprodi, Roma 2000
Il libro Il romanzo fortemente autobiografico di una delle principali protagoniste della stagione della lotta armata in Italia, che i giornali dell’epoca chiamarono «la ragazza con il fucile». Tre anni di vita in clandestinità alla fine degli anni Settanta in Italia: un’esistenza, condivisa in parte con uno dei fondatori delle Brigate rosse, Corrado Alunni (che introduce il libro). Un piccolo gruppo di militanti, quotidianamente tormentati dalla paura di essere individuati, traditi, torturati, imprigionati, uccisi, gravata dall’angoscia di dare e subire una violenza che inclina inesorabilmente verso la morte. Relazioni sociali e affetti costretti a concentrarsi nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda». Le divergenze, le rivalità interne e le scissioni. È questa la condizione di Mària, poco più che ventenne, militante in un’organizzazione armata protagonista di un romanzo ampiamente autobiografico, dove le ragioni di una scelta irreversibile, del taglio con il mondo delle proprie relazioni sociali e dei propri affetti danno forma a un diario sentimentale crudo e spietato. Perché anche nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda» le divergenze ideologiche, alimentate soprattutto da una diversa sensibilità umana, si risolvono in rivalità, separazioni, scissioni organizzative e politiche. La ricerca di una motivazione ideale si confronta con la consapevolezza di esprimere un immaginario sempre più inquinato dal delirio ideologico, che prefigura una sconfitta senza rimedio. In questo tragico contesto, sullo sfondo dei giorni cruciali degli scontri armati e della repressione, risalta il paradosso di una narrazione di incontenibile vitalità, che usa il linguaggio dei sentimenti e della felicità, anche nei momenti più dolorosi e terribili. L’autrice reclama così, con sincera spontaneità, la comprensione di un giudizio storico e la possibilità di una redenzione interiore. Non solo per se stessa, ma anche per tutti i suoi compagni.
Teresa Zoni Zanetti (1955) ha militato, nel corso degli anni Settanta, in un gruppo extraparlamentare di sinistra, nell’area dell’Autonomia operaia e poi in alcune organizzazioni armate. Dopo tre anni di clandestinità viene arrestata, imprigionata e condannata. Ha scontato diciassette anni di carcere. Nel 1997 ha pubblicato per la Castelvecchi, nella collana I libri di DeriveApprodi, Rosso di Mària. L’educazione sentimentale di una bambina guerrigliera, di cui questo romanzo è la naturale prosecuzione.
Nanni Balestrini, La violenza illustrata, Einaudi, Torino 1976
Ora in: Nanni Balestrini, La violenza illustrata seguita da Blackout, DeriveApprodi, Roma 2001
I capitoli del nuovo romanzo di Nanni Balestrini illustrano ognuno un episodio di quella violenza che da anni svolge la spirale della sua « logica» interna sulle scene più diverse: fabbriche e piazze, uffici e campagne. Il materiale di partenza che si offre a Balestrini è il linguaggio giornalistico con cui questa violenza viene ogni giorno rappresentata: un linguaggio mimico e a suo modo manieristico quando tratta, giustificandoli, i protagonisti del potere (dal tenente Calley ad Onassis); o che si rifugia nella falsa imparzialità della cronaca quando vuole occultare i moventi dell’aggressione antiproletaria e di certe risposte di segno opposto (la guerriglia urbana, la condizione in fabbrica, la criminalità, l’occupazione delle case). Le tecniche di scomposizione e di ripetizione usate sul linguaggio dell’informazione sono analoghe a tecniche pittoriche come quelle di Andy Wahrol. Ma, nel servirsi del «collage», Balestrini dà prova di una sorprendente varietà e ricchezza di soluzioni: non solo nello scegliere il materiale preesistente (la deposizione ad un processo, squarci di stampa femminile, i verbali di un interrogatorio), ma anche nel «trattarlo», traendone effetti disparati, e spesso giungendo a ribaltare il significato originario di questo o quell’inserto.
Nanni Balestrini, nato a Milano nel 1935, vive a Roma. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Come si agisce (Feltrinelli, 1963), Ma noi facciamone un’altra (Feltrinelli, 1968); e due romanzi: Tristano (Feltrinelli 1966) e Vogliamo tutto (Feltrinelli 1971).
Dai ”Quaderni rossi” ai movimenti globali: ricchezza e limiti dell’operaismo italiano
Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, Futuro anteriore. Dai “Quaderni rossi” ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2002
Che cos’è l’«operaismo»? Quando e come è nato quello straordinario laboratorio politico specificamente italiano che ha contribuito a rinnovare il lessico e le categorie della politica e ha tracciato un’altra strada rispetto al marxismo classico? Chi sono i suoi esponenti e quali sono le loro divergenze? Possiamo parlare di una vera e propria «tradizione del pensiero critico» che, con un preciso metodo di analisi e di indagine, non si è limitata a descrivere le trasformazioni del proprio tempo ma è stata capace di anticiparle?
Un arcipelago di riviste, di gruppi politici e di teorici scandiscono il percorso di un pensiero che ha conosciuto rotture, salti, discontinuità. Eppure, molto di quell’esperienza ancora permane ai giorni nostri. Non come sedimento di un secolo ormai consumato, ma come capacità di lettura del futuro nelle pieghe del presente. La felice stagione di quel pensiero critico e radicale che diede origine all’esperienza dell’«operaismo italiano» nello scenario dei movimenti di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Un complesso teorico acuto, lucido e anticipatore del futuro.
Il cd-rom contiene 39 copertine e schede di riviste; un’ampia bibliografia; link a siti e liste di discussione; le interviste integrali a: R. Alquati, A. Asor Rosa, M. Bascetta, P. Benvegnù, F. Berardi (Bifo), L. Berti, S. Bianchi, S. Bologna, A. Bonomi. G. Borio, P. Buran, B. Cartosio, A. Colombo, G. Contini, D. Corbella, V. Crugnola, G. Daghini, M. Dalmaviva, M. De Angelis, A. Del Re, F. Dendena, R. Di Leo, V. Evangelisti, S. Federici, C. Fermenti, F. Gambino, P. Gasparotto, R. Gobbi, M. Gobbini, C. Greppi, E. Livraghi, R. Madera, A. Magnaghi, B. Mantelli, C. Marazzi, M.G. Meriggi, S. Mezzadra, V. Miliucci, E. Modugno, G. Moroni, Y. Moulier Boutang, T. Negri, G. Paba, M. Piccinini, F. Piperno, D. Pozza, M. Rovelli, V. Rieser, P.A. Rovatti, R. Rozzi, O. Scalzone, R. Scelsi, E. Soave, M.T. Torti, M. Tronti, B. Vecchi, P. Virno, L Zagato.
Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di), Settantasette. La rivoluzione che viene, DeriveApprodi, II edizione, Roma 2004 Nel nostro paese il movimento dell’anno 1977 è stato artefice non di una rivolta effimera ed estremista ma di una rivoluzione che ha annunciato la fine del Novecento e, insieme, il presente che stiamo vivendo. Quel movimento, infatti, in un brevissimo arco di tempo ha consumato definitivamente tutto il repertorio dell’immaginario storico della sinistra a fronte di una trasformazione epocale, produttiva e politica, delle società occidentali. Di quel movimento, prima represso nel sangue e nel carcere, poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria collettiva una flebile eco nella truce ruvidità della lotta armata. Rimozioni, omissioni e falsificazioni lo hanno perseguitato per trent’anni negandogli l’intelligente lungimiranza che aveva invece saputo esprimere. Questo libro, accostando documentazione d’epoca a interpretazioni attuali da parte di alcuni suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la verità.
«Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così»
Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, Roma 2005 Sergio Segio, il «comandante Sirio», è stato tra i fondatori di Prima linea, l’organizzazione armata che ha contato mille militanti e migliaia di simpatizzanti. In questo libro descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche. Il racconto si snoda in una sola giornata, il 3 gennaio 1982, con un ritmo incalzante tipico delle migliori sceneggiature di film d’azione. Sullo sfondo si intersecano alcuni fotogrammi delle lotte e dei movimenti degli anni Settanta.
«Ricordo la strage di piazza Fontana del 1969 che ha radicato in molti indignazione e ribellione, l’idea che bisognasse reagire alla repressione della polizia, alle bombe fasciste, ai tentativi golpisti. Ma anche allo sfruttamento capitalistico. Ricordo i compagni uccisi in piazza, gli scontri con la celere, i pestaggi degli arrestati. E poi l’organizzazione dei servizi d’ordine, l’antifascismo militante, la controinformazione, le sedi incendiate, le macchine bruciate. Infine, il passaggio alla lotta armata. Ci siamo allora induriti, senza riuscire a mantenere la capacità di tenerezza. In un’anestesia morale progressiva, che ha avuto ragione delle nostre ragioni. La logica delle armi ci ha preso non solo la mano ma anche il cuore e la testa. In quella manciata di anni i movimenti sono stati brutalmente schiacciati. Hanno deragliato stretti tra il partito armato, la repressione, l’eroina dilagante e il privato risorgente. Decine di migliaia di compagni hanno organizzato lotte autonome e scioperi spontanei, manifestazioni di massa e azioni d’avanguardia. Si sono armati, hanno combattuto. Ora migliaia sono in carcere, decine sono morti. Per questo siamo qui a oliare e caricare le armi che dovremo usare tra poco. Oggi apriremo almeno una breccia nel vicolo cieco in cui ci stiamo dibattendo. La sconfitta politica è ormai certa, il sogno si è sgretolato, impastato nel sangue nostro e in quello delle nostre vittime, nella ferocia delle prigioni di Stato e nell’orrore di quelle del popolo. Ma assaltando questo carcere, cominciamo a riprenderci la libertà delle nostre compagne».
Sergio Segio è impegnato da molti anni nel volontariato, particolarmente sui problemi del carcere, l’esclusione e le tossicodipendenze. Lavora con il Gruppo Abele. Dal 1997 al 2001 ha curato le edizioni dell’Annuario Sociale. È ideatore del Rapporto sui diritti globali che cura per Cgil, Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, Arci, Legambiente e Antigone. Nel 2003 gli è stato conferito il Premio internazionale all’impegno sociale «Rosario Livatino». Ha promosso e diretto le riviste «Narcomafie» e «Fuoriluogo». Collabora con varie testate, tra cui il settimanale «Vita» e il quotidiano «la Repubblica». Con Rizzoli ha pubblicato nel 2006 La mia vita in Prima linea.
Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero (a cura di), Gli operaisti, DeriveApprodi, Roma 2005
Parlando di operaismo non si fa riferimento a un corpus dottrinario omogeneo né a un unitario soggetto politico, ma a molteplici sentieri che hanno la propria radice in una comune matrice teorica, in un peculiare imprinting formativo, in un approccio incardinato sull’ambivalenza dei processi, in culture del conflitto e della trasformazione che – rileggendo il miglior Marx – sono estranee alla tradizione marxista, in filoni di ricerca pericolosamente sulla frontiera, in uno sguardo di parte sul mondo. Gli operai cessavano di essere un monumento da sacrificare al progresso umano e al futuro socialista, vittime predestinate e attori deboli da difendere, e divenivano potenza di parte che esprimeva rifiuto e liberazione. Lottavano per estinguere, e non per estendere, il proprio essere proletari, in quanto condizione di sfruttamento. L’etica del lavoro era finita. La generazione che qui prende parola non è né ingenua né innocente, analizza ricchezze e limiti dei propri percorsi, non è né apologetica né pentita. Nell’arcipelago di percorsi che hanno punteggiato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, dentro la forza conflittuale e cooperativa che ha determinato una trasformazione profonda dei paradigmi produttivi e sociali, gli operaisti hanno così radicalmente messo a critica la cultura politica della sinistra. Perciò oggi, al di fuori di mitologie identitarie e impossibili continuità, rileggere quelle esperienze può non essere un semplice esercizio storiografico.
Il movimento globale e i conflitti del lavoro precario cominciano a parlarci della liberazione dagli anni Settanta: senza nostalgia per la condizione operaia e le garanzie del «fordismo», e al contempo avversi a ogni compromissoria apologia dell’esistente; senza più l’esigenza di guardarsi alle spalle per trovarvi le ragioni della propria identità, e però pronti a utilizzare ciò che è ancora vivo. Per costruire un pensiero critico radicale all’altezza dei tempi.
In Italia, alla fine degli anni Cinquanta, un ristretto gruppo di intellettuali e militanti politici di base inaugura, con la rivista «Quaderni rossi», un percorso di pensiero critico nei confronti dell’ortodossia marxista che segnerà in modo indelebile i destini dei movimenti sociali dei decenni successivi. Gli operaisti sono passati alla storia come gli autentici innovatori della politica come azione rivoluzionaria. I loro detrattori li hanno invece bollati come i «cattivi maestri», ispiratori di teorie e pratiche estremistiche, parti delle quali sarebbero sfociate nel terrorismo di fine anni Settanta. Delle tesi operaiste si sono cibate le lotte studentesche del ’68 e quelle operaie dell’Autunno caldo del ’69. Da esse hanno avuto origine i gruppi extraparlamentari più significativi come Potere operaio e Lotta continua, nuove forme di organizzazione sindacale, l’esperienza dell’Autonomia operaia, riviste, giornali, case editrici. Il pensiero operaista ha conosciuto, al proprio interno, rotture, salti, discontinuità, ma ciò che l’ha sempre caratterizzato è il dimostrato metodo di analisi delle trasformazioni sociali. Quel pensiero e quel metodo esistono ancora oggi. Ne è prova l’influenza che sono riusciti a esercitare sui movimenti internazionali che si sono manifestati nel 1999 a Seattle. In questo libro «gli operaisti» si raccontano in prima persona, nella forma di autobiografie che compongono un viaggio straordinario in quei pensieri e in quelle azioni che furono ricerca di relazioni sociali più libere e democratiche.
Interviste con: Romano Alquati, Alberto Asor Rosa, Nanni Balestrini, Bianca Beccalli, Franco Berardi (Bifo), Lapo Berti. Bruno Cartosio, Giairo Daghini, Mariarosa Dalla Costa, Mario Dalmaviva, Alisa Del Re, Rita Di Leo, Ferruccio Gambino, Romolo Gobbi, Mauro Gobbini, Claudio Greppi, Enrico Livraghi, Alberto Magnaghi, Christian Marazzi, Toni Negri, Franco Piperno, Vittorio Rieser, Emilio Soave, Mario Tronti, Paolo Virno, Lauso Zagato.
Guido Borio è nato a Torino nel 1954, lavora nel campo delle cooperative sociali.
Francesca Pozzi è nata a Como nel 1973, laureata in Scienze della Comunicazione, è ricercatrice sociale.
Gigi Roggero è nato a Casale Monferrato (AL) nel 1973, laureato in Storia Contemporanea, è dottorando presso I Università della Calabria.
Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di), Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, volume II, DeriveApprodi, Roma 2007 Tra il 1973 il 1979 si concentrò la definizione dei paradigmi della produzione teorica e della sperimentazione pratica del progetto rivoluzionario dell’area dell’autonomia operaia. All’elaborazione di questo progetto, attraverso il crescendo di un dibattito sempre più serrato, parteciparono componenti politiche, sociali e territoriali assai diverse. Questo volume tenta di rendere conto di quel processo attraverso la raccolta antologica di parte dei documenti che alimentarono quell’originale laboratorio di sapere sovversivo. Una dettagliata cronologia dei principali eventi politici e sociali dell’epoca fa da guida a una contestualizzazione storica dei temi dibattuti. C’è poi una «sezione internazionale» con contributi di autori da diversi Paesi. Essa è nata intorno l’osservazione di un paradosso: mentre in Italia l’Autonomia operaia viene perseguitata, arrestata, incarcerata, dispersa, le sue teorie e le sue pratiche diventano terreno privilegiato di osservazione e riferimento per i movimenti di lotta nel mondo e per il pensiero critico. I suoi libri, le sue storie, i suoi autori vengono ormai tradotti in tutte le lingue. L’Autonomia diventa uno dei pochi «prodotti da esportazione» italiani, un po’ come la Vespa degli anni Cinquanta o l’Armani degli anni Ottanta. Dell’Italia degli anni Settanta non c’è molto altro da raccontare.
Interventi di: César Altamira, Franco Berardi (Bifo), Martin Birkner, Lucio Castellano, Patrick Cuninghame, Silvia Federici, Robert Foltin, Felix Guattari, Michael Hardt, Roberto Lauricella, Vincenzo Miliucci, Primo Moroni, Toni Negri, Sirio Paccino, Daniele Pifano, Carlos Prieto del Campo, Alvaro Reyes, Suely Rolnik, Roberta Tomassini, Mario Tronti.
Materiali da: «7 aprile», Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo, «A/traverso», Collettivi politici operai, Comitati autonomi operai, Comitato per il salario al lavoro domestico, Collettivi politici operai, «Comunismo», Gruppo Gramsci, «I Volsci», «Il corrispondente operaio», «Lavoro zero», «Linea di condotta», «Magazzino», Potere operaio, «Rivolta di classe», «Rosso», «Senza padroni. Giornale dell’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo», «Senza tregua».
Paolo Pozzi, Insurrezione, DeriveApprodi, Roma 2007
Questa è una storia degli anni Settanta. Allora c’era un movimento fatto di donne e uomini che pensavano di cambiare il mondo. In modo radicale. Con una rivoluzione. Quelle donne e quegli uomini pensavano che cambiarlo potesse anche essere divertente. Anzi o era divertente o non valeva la pena. Tutto e subito. Non si poteva rimandare nulla a dopo. La parte più radicale di quel movimento erano gli autonomi. Poi quel movimento è stato preso in una morsa ed è rimasto stritolato. Molti si sono fermati o sono stati fermati. Molti dal movimento sono passati alle formazioni armate. Molti hanno pensato che l’unica giustizia era quella proletaria. Alcuni, non pochi, si sono pentiti, cioè sono diventati delatori. È quindi anche una storia terribile. È una storia fatta di vivi, morti e morti ammazzati. È una storia dolorosa per il dolore arrecato e sofferto. È una storia che narra di giovani. Io ora sono un uomo che va verso i sessanta. Ma mi rivedo giovane e penso: ce l’hanno fatta pagare ma ci siamo divertiti un casino.
Questa storia comincio a scriverla nel carcere speciale di Fossombrone nel 1982. Quaderno e matita. Poi il quaderno me lo porto a Rebibbia, dove vengo trasferito. Francone mi presta la sua Olivetti Lettera 22 e io ricomincio da capo. Il patto è chiaro: tutti i giorni lui vuol leggere e dare il suo giudizio: Hemingway, passabile, fa cagare. I fa cagare vengono subito strappati in faccia all’autore. Il lavoro si rallenta di molto durante le udienze del processo. La scrittura langue. Nell’estate dell’84 ci dò la botta finale. Ma mi liberano e il legame con il mio spietato critico cessa. Il dattiloscritto me lo porto a Milano nei sacchi neri della spazzatura che raccolgono i miei effetti personali. Pubblicarlo? E da chi? Poi Francone esce anche lui. Una sera di quindici anni fa mi porta a casa Sergio, detto Sergino perché ai tempi dell’Autonomia era quasi un bambino. Sergio dice: «mi piace un casino, siamo proprio noi». Piano piano comincia a pubblicare singoli capitoli della storia su riviste, libri ecc. Poi l’anno scorso si fa vivo. E mi dice: pubblichiamo tutto. Io dico di sì. Eccola qua.
Paolo Pozzi (1949) si laurea in Sociologia a Trento nel 1972. Trasferitosi a Milano milita nella componente dell’autonomia operaia che si raccoglie attorno la rivista «Rosso», di cui è redattore. Nel 1979 viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta 7 aprile e sconta diversi anni di carcere. Oggi è dirigente di una società che si occupa di beni culturali.
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