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Parole ribelli: i fogli del movimento del ’77

Pablo Echaur­ren, Paro­le ribel­li: i fogli del movi­men­to del 77, Stam­pa alter­na­ti­va, Roma 1997
Feb­bra­io 1977. Le Giac­che Blu con­trol­la­va­no da anni che gli india­ni non si allon­ta­nas­se­ro dal­le riser­ve, ma un bel gior­no tut­te le tri­bù deci­se­ro di abban­do­na­re gli accam­pa­men­ti.
Cala­ro­no nel­le cit­tà, inva­den­do coi loro visi colo­ra­ti le stra­de intri­sti­te dal­lo smog. Per comu­ni­ca­re usa­va­no una lin­gua nuo­va, poe­ti­ca, extra­va­gan­te, desi­de­ran­te, che si tra­du­ce­va in una scrit­tu­ra disor­di­na­ta, ribel­le, iro­ni­ca, incom­pren­si­bi­le alle Lin­gue Bifor­cu­te.

Che cen­to fio­ri sboc­ci­no,
che cen­to radio tra­smet­ta­no,
che cen­to fogli pre­pa­ri­no,
un altro ’68 con altre armi.

Le armi del gio­co, del­l’u­mo­ri­smo, del para­dos­so del­lo sber­lef­fo, e del­la crea­ti­vi­tà pro­dus­se­ro nel 1977 una pic­co­la galas­sia di car­ta stam­pa­ta, in cui si riflet­te­va­no per l’ul­ti­ma vol­ta i lam­pi di quel­le avan­guar­die (futu­ri­smo, dadai­smo, sur­rea­li­smo) che, rin­no­van­do l’ar­te, vole­va­no rin­no­va­re la vita.

L’ultimo sparo

Cesa­re Bat­ti­sti, L’ul­ti­mo spa­ro. Un «delin­quen­te comu­ne» nel­la guer­ri­glia ita­lia­na, Deri­veAp­pro­di, Roma 1998


Il roman­zo, lar­ga­men­te auto­bio­gra­fi­co, di un pro­ta­go­ni­sta degli «anni di piom­bo»; eva­so di pri­gio­ne, con­dan­na­to all’er­ga­sto­lo in con­tu­ma­cia, resi­den­te fino all’e­sta­te 2004 in Fran­cia, pae­se in cui è sti­ma­to dal­la cri­ti­ca e dal pub­bli­co come uno dei miglio­ri auto­ri di roman­zi noir d’a­zio­ne.
La sto­ria di un grup­po di mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri diven­ta meta­fo­ra del desti­no di un pez­zo di gene­ra­zio­ne inghiot­ti­ta dal fuo­co del­la lot­ta arma­ta. La deri­va ine­lut­ta­bi­le ver­so uno scon­tro cam­pa­le che nes­su­no si sen­te di affron­ta­re, e a cui nes­su­no, con­trad­dit­to­ria­men­te, è dispo­sto a sot­trar­si. Una guer­ra per­du­ta in par­ten­za, ma che alla fine si ritie­ne val­ga la pena di esse­re com­bat­tu­ta.
Una nar­ra­zio­ne scar­na, aspra e taglien­te, pri­va di reto­ri­ca e di ideo­lo­gi­smi giu­sti­fi­ca­to­ri, gio­ca­ta su un rit­mo incal­zan­te e avvin­cen­te. Una spi­ra­le di gesti dispe­ra­ti e risol­ti in tra­ge­dia che rie­sce a spie­ga­re, mol­to più di tan­ti sag­gi, le ragio­ni di scel­te esi­sten­zia­li, cul­tu­ra­li e poli­ti­che tan­to radi­ca­li da com­por­ta­re l’ac­cet­ta­zio­ne del­la mor­te data e subi­ta.
Un roman­zo uti­le per com­pren­de­re le ragio­ni per cui la sug­ge­stio­ne del­la lot­ta arma­ta riu­scì a con­qui­sta­re tan­ti ado­le­scen­ti e per adden­trar­si nel­le cau­se e le moda­li­tà del­la lace­ra­zio­ne socia­le più gra­ve e ama­ra vis­su­ta nel­la sto­ria recen­te del nostro pae­se.

Cesa­re Bat­ti­sti nasce nel 1954 a Lati­na. Vie­ne arre­sta­to per la pri­ma vol­ta nel 1974. Nel 1976 con­tri­bui­sce a dar vita all’or­ga­niz­za­zio­ne Pro­le­ta­ri arma­ti per il comu­ni­smo. Nel 1979 vie­ne nuo­va­men­te arre­sta­to. Nel 1981 eva­de dal car­ce­re. Ripa­ra in Fran­cia, poi a Puer­to Escon­di­do, in Mes­si­co. Ha pub­bli­ca­to in lin­gua fran­ce­se diver­si libri noir che han­no ricos­so mol­ti con­sen­si. In Ita­lia sono sta­ti pub­bli­ca­ti Tra­ve­sti­to da uomo (Gra­na­ta Press, 1992), L’or­ma ros­sa (Einau­di, 1999), Ave­ni­da Revo­lu­cion (Nuo­vi Mon­di Edi­zio­ni, 2003).

Clandestina

Tere­sa Zoni Zanet­ti, Clan­de­sti­na, Intro­du­zio­ne di Cor­ra­do Alun­ni, Deri­veAp­pro­di, Roma 2000


Il libro
Il roman­zo for­te­men­te auto­bio­gra­fi­co di una del­le prin­ci­pa­li pro­ta­go­ni­ste del­la sta­gio­ne del­la lot­ta arma­ta in Ita­lia, che i gior­na­li del­l’e­po­ca chia­ma­ro­no «la ragaz­za con il fuci­le».
Tre anni di vita in clan­de­sti­ni­tà alla fine degli anni Set­tan­ta in Ita­lia: un’e­si­sten­za, con­di­vi­sa in par­te con uno dei fon­da­to­ri del­le Bri­ga­te ros­se, Cor­ra­do Alun­ni (che intro­du­ce il libro). Un pic­co­lo grup­po di mili­tan­ti, quo­ti­dia­na­men­te tor­men­ta­ti dal­la pau­ra di esse­re indi­vi­dua­ti, tra­di­ti, tor­tu­ra­ti, impri­gio­na­ti, ucci­si, gra­va­ta dal­l’an­go­scia di dare e subi­re una vio­len­za che incli­na ine­so­ra­bil­men­te ver­so la mor­te. Rela­zio­ni socia­li e affet­ti costret­ti a con­cen­trar­si nel ristret­to cir­cui­to di per­so­ne appar­te­nen­ti alla stes­sa «ban­da». Le diver­gen­ze, le riva­li­tà inter­ne e le scis­sio­ni.
È que­sta la con­di­zio­ne di Mària, poco più che ven­ten­ne, mili­tan­te in un’or­ga­niz­za­zio­ne arma­ta pro­ta­go­ni­sta di un roman­zo ampia­men­te auto­bio­gra­fi­co, dove le ragio­ni di una scel­ta irre­ver­si­bi­le, del taglio con il mon­do del­le pro­prie rela­zio­ni socia­li e dei pro­pri affet­ti dan­no for­ma a un dia­rio sen­ti­men­ta­le cru­do e spie­ta­to. Per­ché anche nel ristret­to cir­cui­to di per­so­ne appar­te­nen­ti alla stes­sa «ban­da» le diver­gen­ze ideo­lo­gi­che, ali­men­ta­te soprat­tut­to da una diver­sa sen­si­bi­li­tà uma­na, si risol­vo­no in riva­li­tà, sepa­ra­zio­ni, scis­sio­ni orga­niz­za­ti­ve e poli­ti­che.
La ricer­ca di una moti­va­zio­ne idea­le si con­fron­ta con la con­sa­pe­vo­lez­za di espri­me­re un imma­gi­na­rio sem­pre più inqui­na­to dal deli­rio ideo­lo­gi­co, che pre­fi­gu­ra una scon­fit­ta sen­za rime­dio. In que­sto tra­gi­co con­te­sto, sul­lo sfon­do dei gior­ni cru­cia­li degli scon­tri arma­ti e del­la repres­sio­ne, risal­ta il para­dos­so di una nar­ra­zio­ne di incon­te­ni­bi­le vita­li­tà, che usa il lin­guag­gio dei sen­ti­men­ti e del­la feli­ci­tà, anche nei momen­ti più dolo­ro­si e ter­ri­bi­li. L’au­tri­ce recla­ma così, con sin­ce­ra spon­ta­nei­tà, la com­pren­sio­ne di un giu­di­zio sto­ri­co e la pos­si­bi­li­tà di una reden­zio­ne inte­rio­re. Non solo per se stes­sa, ma anche per tut­ti i suoi com­pa­gni.

Tere­sa Zoni Zanet­ti (1955) ha mili­ta­to, nel cor­so degli anni Set­tan­ta, in un grup­po extra­par­la­men­ta­re di sini­stra, nel­l’a­rea del­l’Au­to­no­mia ope­ra­ia e poi in alcu­ne orga­niz­za­zio­ni arma­te. Dopo tre anni di clan­de­sti­ni­tà vie­ne arre­sta­ta, impri­gio­na­ta e con­dan­na­ta. Ha scon­ta­to dicias­set­te anni di car­ce­re. Nel 1997 ha pub­bli­ca­to per la Castel­vec­chi, nel­la col­la­na I libri di Deri­veAp­pro­di, Ros­so di Mària. L’e­du­ca­zio­ne sen­ti­men­ta­le di una bam­bi­na guer­ri­glie­ra, di cui que­sto roman­zo è la natu­ra­le prosecuzione.

La violenza illustrata

Nan­ni Bale­stri­ni, La vio­len­za illu­stra­ta, Einau­di, Tori­no 1976

Ora in:
Nan­ni Bale­stri­ni, La vio­len­za illu­stra­ta segui­ta da Blac­kout, Deri­veAp­pro­di, Roma 2001

I capi­to­li del nuo­vo roman­zo di Nan­ni Bale­stri­ni illu­stra­no ognu­no un epi­so­dio di quel­la vio­len­za che da anni svol­ge la spi­ra­le del­la sua « logi­ca» inter­na sul­le sce­ne più diver­se: fab­bri­che e piaz­ze, uffi­ci e cam­pa­gne.
Il mate­ria­le di par­ten­za che si offre a Bale­stri­ni è il lin­guag­gio gior­na­li­sti­co con cui que­sta vio­len­za vie­ne ogni gior­no rap­pre­sen­ta­ta: un lin­guag­gio mimi­co e a suo modo manie­ri­sti­co quan­do trat­ta, giu­sti­fi­can­do­li, i pro­ta­go­ni­sti del pote­re (dal tenen­te Cal­ley ad Onas­sis); o che si rifu­gia nel­la fal­sa impar­zia­li­tà del­la cro­na­ca quan­do vuo­le occul­ta­re i moven­ti del­l’ag­gres­sio­ne anti­pro­le­ta­ria e di cer­te rispo­ste di segno oppo­sto (la guer­ri­glia urba­na, la con­di­zio­ne in fab­bri­ca, la cri­mi­na­li­tà, l’oc­cu­pa­zio­ne del­le case).
Le tec­ni­che di scom­po­si­zio­ne e di ripe­ti­zio­ne usa­te sul lin­guag­gio del­l’in­for­ma­zio­ne sono ana­lo­ghe a tec­ni­che pit­to­ri­che come quel­le di Andy Wah­rol. Ma, nel ser­vir­si del «col­la­ge», Bale­stri­ni dà pro­va di una sor­pren­den­te varie­tà e ric­chez­za di solu­zio­ni: non solo nel­lo sce­glie­re il mate­ria­le pre­e­si­sten­te (la depo­si­zio­ne ad un pro­ces­so, squar­ci di stam­pa fem­mi­ni­le, i ver­ba­li di un inter­ro­ga­to­rio), ma anche nel «trat­tar­lo», traen­do­ne effet­ti dispa­ra­ti, e spes­so giun­gen­do a ribal­ta­re il signi­fi­ca­to ori­gi­na­rio di que­sto o quel­l’in­ser­to.

Nan­ni Bale­stri­ni, nato a Mila­no nel 1935, vive a Roma. Ha pub­bli­ca­to due rac­col­te di poe­sie: Come si agi­sce (Fel­tri­nel­li, 1963), Ma noi fac­cia­mo­ne un’al­tra (Fel­tri­nel­li, 1968); e due roman­zi: Tri­sta­no (Fel­tri­nel­li 1966) e Voglia­mo tut­to (Fel­tri­nel­li 1971).

Futuro anteriore

Dai ”Qua­der­ni ros­si” ai movi­men­ti glo­ba­li: ric­chez­za e limi­ti del­l’o­pe­rai­smo italiano

Gui­do Borio, Fran­ce­sca Poz­zi, Gigi Rog­ge­ro, Futu­ro ante­rio­re. Dai “Qua­der­ni ros­si” ai movi­men­ti glo­ba­li: ric­chez­ze e limi­ti del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, Deri­veAp­pro­di, Roma 2002



Che cos’è l’«operaismo»?
Quan­do e come è nato quel­lo straor­di­na­rio labo­ra­to­rio poli­ti­co spe­ci­fi­ca­men­te ita­lia­no che ha con­tri­bui­to a rin­no­va­re il les­si­co e le cate­go­rie del­la poli­ti­ca e ha trac­cia­to un’al­tra stra­da rispet­to al mar­xi­smo clas­si­co?
Chi sono i suoi espo­nen­ti e qua­li sono le loro diver­gen­ze?
Pos­sia­mo par­la­re di una vera e pro­pria «tra­di­zio­ne del pen­sie­ro cri­ti­co» che, con un pre­ci­so meto­do di ana­li­si e di inda­gi­ne, non si è limi­ta­ta a descri­ve­re le tra­sfor­ma­zio­ni del pro­prio tem­po ma è sta­ta capa­ce di anti­ci­par­le?

Un arci­pe­la­go di rivi­ste, di grup­pi poli­ti­ci e di teo­ri­ci scan­di­sco­no il per­cor­so di un pen­sie­ro che ha cono­sciu­to rot­tu­re, sal­ti, discon­ti­nui­tà. Eppu­re, mol­to di quel­l’e­spe­rien­za anco­ra per­ma­ne ai gior­ni nostri. Non come sedi­men­to di un seco­lo ormai con­su­ma­to, ma come capa­ci­tà di let­tu­ra del futu­ro nel­le pie­ghe del pre­sen­te.
La feli­ce sta­gio­ne di quel pen­sie­ro cri­ti­co e radi­ca­le che die­de ori­gi­ne all’e­spe­rien­za dell’«operaismo ita­lia­no» nel­lo sce­na­rio dei movi­men­ti di lot­ta degli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta. Un com­ples­so teo­ri­co acu­to, luci­do e anti­ci­pa­to­re del futu­ro.

Il cd-rom con­tie­ne 39 coper­ti­ne e sche­de di rivi­ste; un’am­pia biblio­gra­fia; link a siti e liste di discus­sio­ne; le inter­vi­ste inte­gra­li a:
R. Alqua­ti, A. Asor Rosa, M. Bascet­ta, P. Ben­ve­gnù, F. Berar­di (Bifo), L. Ber­ti, S. Bian­chi, S. Bolo­gna, A. Bono­mi. G. Borio, P. Buran, B. Car­to­sio, A. Colom­bo, G. Con­ti­ni, D. Cor­bel­la, V. Cru­gno­la, G. Daghi­ni, M. Dal­ma­vi­va, M. De Ange­lis, A. Del Re, F. Den­de­na, R. Di Leo, V. Evan­ge­li­sti, S. Fede­ri­ci, C. Fer­men­ti, F. Gam­bi­no, P. Gaspa­rot­to, R. Gob­bi, M. Gob­bi­ni, C. Grep­pi, E. Livra­ghi, R. Made­ra, A. Magna­ghi, B. Man­tel­li, C. Maraz­zi, M.G. Merig­gi, S. Mez­za­dra, V. Miliuc­ci, E. Modu­gno, G. Moro­ni, Y. Mou­lier Bou­tang, T. Negri, G. Paba, M. Pic­ci­ni­ni, F. Piper­no, D. Poz­za, M. Rovel­li, V. Rie­ser, P.A. Rovat­ti, R. Roz­zi, O. Scal­zo­ne, R. Scel­si, E. Soa­ve, M.T. Tor­ti, M. Tron­ti, B. Vec­chi, P. Vir­no, L Zagato.

Settantasette. La rivoluzione che viene

Ser­gio Bian­chi, Lan­fran­co Cami­ni­ti (a cura di), Set­tan­ta­set­te. La rivo­lu­zio­ne che vie­ne, Deri­veAp­pro­di, II edi­zio­ne, Roma 2004
Nel nostro pae­se il movi­men­to del­l’an­no 1977 è sta­to arte­fi­ce non di una rivol­ta effi­me­ra ed estre­mi­sta ma di una rivo­lu­zio­ne che ha annun­cia­to la fine del Nove­cen­to e, insie­me, il pre­sen­te che stia­mo viven­do.
Quel movi­men­to, infat­ti, in un bre­vis­si­mo arco di tem­po ha con­su­ma­to defi­ni­ti­va­men­te tut­to il reper­to­rio del­l’im­ma­gi­na­rio sto­ri­co del­la sini­stra a fron­te di una tra­sfor­ma­zio­ne epo­ca­le, pro­dut­ti­va e poli­ti­ca, del­le socie­tà occi­den­ta­li.
Di quel movi­men­to, pri­ma repres­so nel san­gue e nel car­ce­re, poi implo­so nel­la dro­ga, è rima­sta nel­la memo­ria col­let­ti­va una fle­bi­le eco nel­la tru­ce ruvi­di­tà del­la lot­ta arma­ta. Rimo­zio­ni, omis­sio­ni e fal­si­fi­ca­zio­ni lo han­no per­se­gui­ta­to per tren­t’an­ni negan­do­gli l’in­tel­li­gen­te lun­gi­mi­ran­za che ave­va inve­ce sapu­to espri­me­re. Que­sto libro, acco­stan­do docu­men­ta­zio­ne d’e­po­ca a inter­pre­ta­zio­ni attua­li da par­te di alcu­ni suoi pro­ta­go­ni­sti, vuo­le con­tri­bui­re a rista­bi­li­re la veri­tà.

«Non riu­scia­mo a capi­re
se abbia­mo vin­to,
se abbia­mo per­so,
ma nes­su­no si sen­te
né vin­to né vin­ci­to­re:
sap­pia­mo che non è fini­ta così»

Alqua­ti, Ambro­si, Amen­do­la, Asor Rosa, Bale­stri­ni, Berar­di (Bifo), Bian­chi, Cami­ni­ti, Car­ca­no, Castel­la­no, Colot­ti, Costan­ti­no, D’A­guan­no, Deia­na, Del Bel­lo, Fachi­nel­li, Frai­re, Guat­ta­ri, Infan­te, Laz­za­ra­to, Lol­li, Man­co­ni, Masi, Melan­dri, Modu­gno, Moret­ti, Moro­ni, Negri, Orsi­ni, Orto­le­va, Pifa­no, Piper­no, Pivet­ta, Poz­zi, Rivol­ta, Ros­san­da, San­gui­ne­ti, Sban­cor, Scia­scia, Segio, Sini­bal­di, Tri­po­di, Tron­ti, Trot­ta, Zangheri

Miccia corta. Una storia di Prima linea

Ser­gio Segio, Mic­cia cor­ta. Una sto­ria di Pri­ma linea, Deri­veAp­pro­di, Roma 2005
Ser­gio Segio, il «coman­dan­te Sirio», è sta­to tra i fon­da­to­ri di Pri­ma linea, l’or­ga­niz­za­zio­ne arma­ta che ha con­ta­to mil­le mili­tan­ti e miglia­ia di sim­pa­tiz­zan­ti. In que­sto libro descri­ve una del­le azio­ni più cla­mo­ro­se e auda­ci del­la lot­ta arma­ta in Ita­lia: l’as­sal­to al car­ce­re di Rovi­go con cui libe­rò la sua com­pa­gna e altre tre dete­nu­te poli­ti­che. Il rac­con­to si sno­da in una sola gior­na­ta, il 3 gen­na­io 1982, con un rit­mo incal­zan­te tipi­co del­le miglio­ri sce­neg­gia­tu­re di film d’a­zio­ne. Sul­lo sfon­do si inter­se­ca­no alcu­ni foto­gram­mi del­le lot­te e dei movi­men­ti degli anni Set­tan­ta.

«Ricor­do la stra­ge di piaz­za Fon­ta­na del 1969 che ha radi­ca­to in mol­ti indi­gna­zio­ne e ribel­lio­ne, l’i­dea che biso­gnas­se rea­gi­re alla repres­sio­ne del­la poli­zia, alle bom­be fasci­ste, ai ten­ta­ti­vi gol­pi­sti. Ma anche allo sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sti­co. Ricor­do i com­pa­gni ucci­si in piaz­za, gli scon­tri con la cele­re, i pestag­gi degli arre­sta­ti. E poi l’or­ga­niz­za­zio­ne dei ser­vi­zi d’or­di­ne, l’an­ti­fa­sci­smo mili­tan­te, la con­tro­in­for­ma­zio­ne, le sedi incen­dia­te, le mac­chi­ne bru­cia­te. Infi­ne, il pas­sag­gio alla lot­ta arma­ta.
Ci sia­mo allo­ra indu­ri­ti, sen­za riu­sci­re a man­te­ne­re la capa­ci­tà di tene­rez­za. In un’a­ne­ste­sia mora­le pro­gres­si­va, che ha avu­to ragio­ne del­le nostre ragio­ni. La logi­ca del­le armi ci ha pre­so non solo la mano ma anche il cuo­re e la testa.
In quel­la man­cia­ta di anni i movi­men­ti sono sta­ti bru­tal­men­te schiac­cia­ti. Han­no dera­glia­to stret­ti tra il par­ti­to arma­to, la repres­sio­ne, l’e­roi­na dila­gan­te e il pri­va­to risor­gen­te. Deci­ne di miglia­ia di com­pa­gni han­no orga­niz­za­to lot­te auto­no­me e scio­pe­ri spon­ta­nei, mani­fe­sta­zio­ni di mas­sa e azio­ni d’a­van­guar­dia. Si sono arma­ti, han­no com­bat­tu­to.
Ora miglia­ia sono in car­ce­re, deci­ne sono mor­ti. Per que­sto sia­mo qui a olia­re e cari­ca­re le armi che dovre­mo usa­re tra poco. Oggi apri­re­mo alme­no una brec­cia nel vico­lo cie­co in cui ci stia­mo dibat­ten­do. La scon­fit­ta poli­ti­ca è ormai cer­ta, il sogno si è sgre­to­la­to, impa­sta­to nel san­gue nostro e in quel­lo del­le nostre vit­ti­me, nel­la fero­cia del­le pri­gio­ni di Sta­to e nel­l’or­ro­re di quel­le del popo­lo. Ma assal­tan­do que­sto car­ce­re, comin­cia­mo a ripren­der­ci la liber­tà del­le nostre com­pa­gne».

Ser­gio Segio è impe­gna­to da mol­ti anni nel volon­ta­ria­to, par­ti­co­lar­men­te sui pro­ble­mi del car­ce­re, l’e­sclu­sio­ne e le tos­si­co­di­pen­den­ze. Lavo­ra con il Grup­po Abe­le. Dal 1997 al 2001 ha cura­to le edi­zio­ni del­l’An­nua­rio Socia­le. È idea­to­re del Rap­por­to sui dirit­ti glo­ba­li che cura per Cgil, Coor­di­na­men­to nazio­na­le del­le comu­ni­tà di acco­glien­za, Arci, Legam­bien­te e Anti­go­ne. Nel 2003 gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio inter­na­zio­na­le all’im­pe­gno socia­le «Rosa­rio Liva­ti­no». Ha pro­mos­so e diret­to le rivi­ste «Nar­co­ma­fie» e «Fuo­ri­luo­go». Col­la­bo­ra con varie testa­te, tra cui il set­ti­ma­na­le «Vita» e il quo­ti­dia­no «la Repub­bli­ca». Con Riz­zo­li ha pub­bli­ca­to nel 2006 La mia vita in Pri­ma linea.

Gli operaisti

Gui­do Borio, Fran­ce­sca Poz­zi, Gigi Rog­ge­ro (a cura di), Gli ope­rai­sti, Deri­veAp­pro­di, Roma 2005

Par­lan­do di ope­rai­smo non si fa rife­ri­men­to a un cor­pus dot­tri­na­rio omo­ge­neo né a un uni­ta­rio sog­get­to poli­ti­co, ma a mol­te­pli­ci sen­tie­ri che han­no la pro­pria radi­ce in una comu­ne matri­ce teo­ri­ca, in un pecu­lia­re imprin­ting for­ma­ti­vo, in un approc­cio incar­di­na­to sul­l’am­bi­va­len­za dei pro­ces­si, in cul­tu­re del con­flit­to e del­la tra­sfor­ma­zio­ne che – rileg­gen­do il miglior Marx – sono estra­nee alla tra­di­zio­ne mar­xi­sta, in filo­ni di ricer­ca peri­co­lo­sa­men­te sul­la fron­tie­ra, in uno sguar­do di par­te sul mon­do. Gli ope­rai ces­sa­va­no di esse­re un monu­men­to da sacri­fi­ca­re al pro­gres­so uma­no e al futu­ro socia­li­sta, vit­ti­me pre­de­sti­na­te e atto­ri debo­li da difen­de­re, e dive­ni­va­no poten­za di par­te che espri­me­va rifiu­to e libe­ra­zio­ne. Lot­ta­va­no per estin­gue­re, e non per esten­de­re, il pro­prio esse­re pro­le­ta­ri, in quan­to con­di­zio­ne di sfrut­ta­men­to. L’e­ti­ca del lavo­ro era fini­ta.
La gene­ra­zio­ne che qui pren­de paro­la non è né inge­nua né inno­cen­te, ana­liz­za ric­chez­ze e limi­ti dei pro­pri per­cor­si, non è né apo­lo­ge­ti­ca né pen­ti­ta. Nel­l’ar­ci­pe­la­go di per­cor­si che han­no pun­teg­gia­to i movi­men­ti degli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta, den­tro la for­za con­flit­tua­le e coo­pe­ra­ti­va che ha deter­mi­na­to una tra­sfor­ma­zio­ne pro­fon­da dei para­dig­mi pro­dut­ti­vi e socia­li, gli ope­rai­sti han­no così radi­cal­men­te mes­so a cri­ti­ca la cul­tu­ra poli­ti­ca del­la sini­stra. Per­ciò oggi, al di fuo­ri di mito­lo­gie iden­ti­ta­rie e impos­si­bi­li con­ti­nui­tà, rileg­ge­re quel­le espe­rien­ze può non esse­re un sem­pli­ce eser­ci­zio sto­rio­gra­fi­co.

Il movi­men­to glo­ba­le e i con­flit­ti del lavo­ro pre­ca­rio comin­cia­no a par­lar­ci del­la libe­ra­zio­ne dagli anni Set­tan­ta: sen­za nostal­gia per la con­di­zio­ne ope­ra­ia e le garan­zie del «for­di­smo», e al con­tem­po avver­si a ogni com­pro­mis­so­ria apo­lo­gia del­l’e­si­sten­te; sen­za più l’e­si­gen­za di guar­dar­si alle spal­le per tro­var­vi le ragio­ni del­la pro­pria iden­ti­tà, e però pron­ti a uti­liz­za­re ciò che è anco­ra vivo. Per costrui­re un pen­sie­ro cri­ti­co radi­ca­le all’al­tez­za dei tem­pi.

In Ita­lia, alla fine degli anni Cin­quan­ta, un ristret­to grup­po di intel­let­tua­li e mili­tan­ti poli­ti­ci di base inau­gu­ra, con la rivi­sta «Qua­der­ni ros­si», un per­cor­so di pen­sie­ro cri­ti­co nei con­fron­ti del­l’or­to­dos­sia mar­xi­sta che segne­rà in modo inde­le­bi­le i desti­ni dei movi­men­ti socia­li dei decen­ni suc­ces­si­vi. Gli ope­rai­sti sono pas­sa­ti alla sto­ria come gli auten­ti­ci inno­va­to­ri del­la poli­ti­ca come azio­ne rivo­lu­zio­na­ria. I loro detrat­to­ri li han­no inve­ce bol­la­ti come i «cat­ti­vi mae­stri», ispi­ra­to­ri di teo­rie e pra­ti­che estre­mi­sti­che, par­ti del­le qua­li sareb­be­ro sfo­cia­te nel ter­ro­ri­smo di fine anni Set­tan­ta. Del­le tesi ope­rai­ste si sono ciba­te le lot­te stu­den­te­sche del ’68 e quel­le ope­ra­ie del­l’Au­tun­no cal­do del ’69. Da esse han­no avu­to ori­gi­ne i grup­pi extra­par­la­men­ta­ri più signi­fi­ca­ti­vi come Pote­re ope­ra­io e Lot­ta con­ti­nua, nuo­ve for­me di orga­niz­za­zio­ne sin­da­ca­le, l’e­spe­rien­za del­l’Au­to­no­mia ope­ra­ia, rivi­ste, gior­na­li, case edi­tri­ci.
Il pen­sie­ro ope­rai­sta ha cono­sciu­to, al pro­prio inter­no, rot­tu­re, sal­ti, discon­ti­nui­tà, ma ciò che l’ha sem­pre carat­te­riz­za­to è il dimo­stra­to meto­do di ana­li­si del­le tra­sfor­ma­zio­ni socia­li. Quel pen­sie­ro e quel meto­do esi­sto­no anco­ra oggi. Ne è pro­va l’in­fluen­za che sono riu­sci­ti a eser­ci­ta­re sui movi­men­ti inter­na­zio­na­li che si sono mani­fe­sta­ti nel 1999 a Seat­tle. In que­sto libro «gli ope­rai­sti» si rac­con­ta­no in pri­ma per­so­na, nel­la for­ma di auto­bio­gra­fie che com­pon­go­no un viag­gio straor­di­na­rio in quei pen­sie­ri e in quel­le azio­ni che furo­no ricer­ca di rela­zio­ni socia­li più libe­re e demo­cra­ti­che.

Inter­vi­ste con:
Roma­no Alqua­ti, Alber­to Asor Rosa, Nan­ni Bale­stri­ni, Bian­ca Bec­cal­li, Fran­co Berar­di (Bifo), Lapo Ber­ti. Bru­no Car­to­sio, Giai­ro Daghi­ni, Maria­ro­sa Dal­la Costa, Mario Dal­ma­vi­va, Ali­sa Del Re, Rita Di Leo, Fer­ruc­cio Gam­bi­no, Romo­lo Gob­bi, Mau­ro Gob­bi­ni, Clau­dio Grep­pi, Enri­co Livra­ghi, Alber­to Magna­ghi, Chri­stian Maraz­zi, Toni Negri, Fran­co Piper­no, Vit­to­rio Rie­ser, Emi­lio Soa­ve, Mario Tron­ti, Pao­lo Vir­no, Lau­so Zaga­to.


Gui­do Borio è nato a Tori­no nel 1954, lavo­ra nel cam­po del­le coo­pe­ra­ti­ve socia­li.

Fran­ce­sca Poz­zi è nata a Como nel 1973, lau­rea­ta in Scien­ze del­la Comu­ni­ca­zio­ne, è ricer­ca­tri­ce socia­le.

Gigi Rog­ge­ro è nato a Casa­le Mon­fer­ra­to (AL) nel 1973, lau­rea­to in Sto­ria Con­tem­po­ra­nea, è dot­to­ran­do pres­so I Uni­ver­si­tà del­la Calabria.

Gli autonomi

Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me II

Ser­gio Bian­chi, Lan­fran­co Cami­ni­ti (a cura di), Gli auto­no­mi. Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me II, Deri­veAp­pro­di, Roma 2007
Tra il 1973 il 1979 si con­cen­trò la defi­ni­zio­ne dei para­dig­mi del­la pro­du­zio­ne teo­ri­ca e del­la spe­ri­men­ta­zio­ne pra­ti­ca del pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia.
All’e­la­bo­ra­zio­ne di que­sto pro­get­to, attra­ver­so il cre­scen­do di un dibat­ti­to sem­pre più ser­ra­to, par­te­ci­pa­ro­no com­po­nen­ti poli­ti­che, socia­li e ter­ri­to­ria­li assai diver­se. Que­sto volu­me ten­ta di ren­de­re con­to di quel pro­ces­so attra­ver­so la rac­col­ta anto­lo­gi­ca di par­te dei docu­men­ti che ali­men­ta­ro­no quel­l’o­ri­gi­na­le labo­ra­to­rio di sape­re sov­ver­si­vo. Una det­ta­glia­ta cro­no­lo­gia dei prin­ci­pa­li even­ti poli­ti­ci e socia­li del­l’e­po­ca fa da gui­da a una con­te­stua­liz­za­zio­ne sto­ri­ca dei temi dibat­tu­ti.
C’è poi una «sezio­ne inter­na­zio­na­le» con con­tri­bu­ti di auto­ri da diver­si Pae­si. Essa è nata intor­no l’os­ser­va­zio­ne di un para­dos­so: men­tre in Ita­lia l’Au­to­no­mia ope­ra­ia vie­ne per­se­gui­ta­ta, arre­sta­ta, incar­ce­ra­ta, disper­sa, le sue teo­rie e le sue pra­ti­che diven­ta­no ter­re­no pri­vi­le­gia­to di osser­va­zio­ne e rife­ri­men­to per i movi­men­ti di lot­ta nel mon­do e per il pen­sie­ro cri­ti­co. I suoi libri, le sue sto­rie, i suoi auto­ri ven­go­no ormai tra­dot­ti in tut­te le lin­gue. L’Au­to­no­mia diven­ta uno dei pochi «pro­dot­ti da espor­ta­zio­ne» ita­lia­ni, un po’ come la Vespa degli anni Cin­quan­ta o l’Ar­ma­ni degli anni Ottan­ta. Del­l’I­ta­lia degli anni Set­tan­ta non c’è mol­to altro da rac­con­ta­re.

Inter­ven­ti di: César Alta­mi­ra, Fran­co Berar­di (Bifo), Mar­tin Bir­k­ner, Lucio Castel­la­no, Patrick Cunin­gha­me, Sil­via Fede­ri­ci, Robert Fol­tin, Felix Guat­ta­ri, Michael Hardt, Rober­to Lau­ri­cel­la, Vin­cen­zo Miliuc­ci, Pri­mo Moro­ni, Toni Negri, Sirio Pac­ci­no, Danie­le Pifa­no, Car­los Prie­to del Cam­po, Alva­ro Reyes, Sue­ly Rol­nik, Rober­ta Tomas­si­ni, Mario Tron­ti.

Mate­ria­li da: «7 apri­le», Assem­blea auto­no­ma del­l’Al­fa Romeo, «A/​traverso», Col­let­ti­vi poli­ti­ci ope­rai, Comi­ta­ti auto­no­mi ope­rai, Comi­ta­to per il sala­rio al lavo­ro dome­sti­co, Col­let­ti­vi poli­ti­ci ope­rai, «Comu­ni­smo», Grup­po Gram­sci, «I Vol­sci», «Il cor­ri­spon­den­te ope­ra­io», «Lavo­ro zero», «Linea di con­dot­ta», «Magaz­zi­no», Pote­re ope­ra­io, «Rivol­ta di clas­se», «Ros­so», «Sen­za padro­ni. Gior­na­le del­l’As­sem­blea auto­no­ma del­l’Al­fa Romeo», «Sen­za tregua».

Insurrezione

Pao­lo Poz­zi, Insur­re­zio­ne, Deri­veAp­pro­di, Roma 2007


Que­sta è una sto­ria degli anni Set­tan­ta.
Allo­ra c’e­ra un movi­men­to fat­to di don­ne e uomi­ni che pen­sa­va­no di cam­bia­re il mon­do. In modo radi­ca­le. Con una rivo­lu­zio­ne.
Quel­le don­ne e que­gli uomi­ni pen­sa­va­no che cam­biar­lo potes­se anche esse­re diver­ten­te. Anzi o era diver­ten­te o non vale­va la pena. Tut­to e subi­to. Non si pote­va riman­da­re nul­la a dopo.
La par­te più radi­ca­le di quel movi­men­to era­no gli auto­no­mi.
Poi quel movi­men­to è sta­to pre­so in una mor­sa ed è rima­sto stri­to­la­to. Mol­ti si sono fer­ma­ti o sono sta­ti fer­ma­ti. Mol­ti dal movi­men­to sono pas­sa­ti alle for­ma­zio­ni arma­te. Mol­ti han­no pen­sa­to che l’u­ni­ca giu­sti­zia era quel­la pro­le­ta­ria. Alcu­ni, non pochi, si sono pen­ti­ti, cioè sono diven­ta­ti dela­to­ri.
È quin­di anche una sto­ria ter­ri­bi­le. È una sto­ria fat­ta di vivi, mor­ti e mor­ti ammaz­za­ti. È una sto­ria dolo­ro­sa per il dolo­re arre­ca­to e sof­fer­to.
È una sto­ria che nar­ra di gio­va­ni. Io ora sono un uomo che va ver­so i ses­san­ta. Ma mi rive­do gio­va­ne e pen­so: ce l’han­no fat­ta paga­re ma ci sia­mo diver­ti­ti un casi­no.

Que­sta sto­ria comin­cio a scri­ver­la nel car­ce­re spe­cia­le di Fos­som­bro­ne nel 1982. Qua­der­no e mati­ta.
Poi il qua­der­no me lo por­to a Rebib­bia, dove ven­go tra­sfe­ri­to.
Fran­co­ne mi pre­sta la sua Oli­vet­ti Let­te­ra 22 e io rico­min­cio da capo. Il pat­to è chia­ro: tut­ti i gior­ni lui vuol leg­ge­re e dare il suo giu­di­zio: Heming­way, pas­sa­bi­le, fa caga­re. I fa caga­re ven­go­no subi­to strap­pa­ti in fac­cia all’au­to­re.
Il lavo­ro si ral­len­ta di mol­to duran­te le udien­ze del pro­ces­so. La scrit­tu­ra lan­gue. Nel­l’e­sta­te dell’84 ci dò la bot­ta fina­le. Ma mi libe­ra­no e il lega­me con il mio spie­ta­to cri­ti­co ces­sa.
Il dat­ti­lo­scrit­to me lo por­to a Mila­no nei sac­chi neri del­la spaz­za­tu­ra che rac­col­go­no i miei effet­ti per­so­na­li. Pub­bli­car­lo? E da chi?
Poi Fran­co­ne esce anche lui. Una sera di quin­di­ci anni fa mi por­ta a casa Ser­gio, det­to Ser­gi­no per­ché ai tem­pi del­l’Au­to­no­mia era qua­si un bam­bi­no. Ser­gio dice: «mi pia­ce un casi­no, sia­mo pro­prio noi».
Pia­no pia­no comin­cia a pub­bli­ca­re sin­go­li capi­to­li del­la sto­ria su rivi­ste, libri ecc.
Poi l’an­no scor­so si fa vivo. E mi dice: pub­bli­chia­mo tut­to.
Io dico di sì.
Ecco­la qua.

Pao­lo Poz­zi (1949) si lau­rea in Socio­lo­gia a Tren­to nel 1972. Tra­sfe­ri­to­si a Mila­no mili­ta nel­la com­po­nen­te del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia che si rac­co­glie attor­no la rivi­sta «Ros­so», di cui è redat­to­re. Nel 1979 vie­ne arre­sta­to nel­l’am­bi­to del­l’in­chie­sta 7 apri­le e scon­ta diver­si anni di car­ce­re. Oggi è diri­gen­te di una socie­tà che si occu­pa di beni culturali.