Qualcuno potrebbe definirmi americo-italiano e penso che in parte questa definizione mi sta proprio bene. Le ragioni sono molte: sono passato, come molti, attraverso un tunnel di suoni, una specie di grosso tubo di cellophan dentro al quale potevo sentire la musica dei Rolling Stones come la sonorità del blues senza dimenticare “i gorgheggi” e il clima della musica lirica. Già, mia madre era una cantante lirica e, come molti bambini che si rispettino, anch’io pensavo da grande di fare il cantante lirico. Ma i camaleonti cambiano molto spesso la pelle: ed io, che camaleonte non sono, penso di avere accumulato in questi anni molte pelli; se mi squamassi si potrebbe scoprire quella del negro dei blues, quella della musica dura e della mitomania per Mike Jagger e quella meno mitologica del cantautore di oggi. E quella dell’americo-italiano. Non è una battuta: ho sintetizzato un processo che ho vissuto usando come metro sia la musica sia un atteggiamento mentale. Infatti ho sempre visto l’America come un grande luna park vivente, fatto di neon, magliette, telefilm e persone che non avevano tutte le «menate» del latino, del greco, della chiesa cattolica, della retorica e di quel genio italico che spero sempre muoia soffocato da una montagna di rifiuti. Non sono Tommy caduto sul pianeta Italia e neppure Mr. Smith in un viaggio di piacere. La contraddizione, lo scontro, il confronto con la realtà italiana, con le radici milanesi, hanno sempre contraddistinto la mia vita. Non ho mitizzato l’America confrontandola con l’Italia, così come non ho disprezzato l’Italia confrontandola col mito americano: ho preso atto della diversità e della omogeneità fatta di squallore e di moralismo. Non il fallimento di un sogno ma la consapevolezza della necessità di essere dentro alle mie radici. Da tutto ciò è maturato il mio interesse, il mio coinvolgimento nella realtà italiana, nella politica, nel Movimento, nello sbattimento per la droga, nella vita degli «scoppiati», nella quotidiana ricerca di un flash di felicità. Come tanti, dopo un’estate a Terrasini, sono uscito dalla dipendenza dal mondo della droga, dal mondo dell’ideologia hippy: Parco Lambro ’74, la scoperta dei compagni, della solidarietà, di una dimensione politica. Tutto è cambiato, si è modificato con entusiasmo, con coinvolgimento: si è aggiunta un’altra pelle che ha coperto le smagliature precedenti. Canzoni ingenue, dure, schematiche, canzoni come specchi nei quali mi riflettevo tutto: questo è stato il mio primo album. Non sono «quello che canta nei dischi perché c’ha i figli da mantenere», ma perché vuole parlare, dire, fare, conoscere, confrontarsi: perché mi piace. Inizia l’attività del cantautore o meglio cambia segno, dimensioni; il «vecchio» Finardi che modifica il testo degli altri per ritrovare i suoi testi, la sua musica, andare in giro. Un modo diverso di «sbattersi»: ora la realtà è fatta di soldi, di camion, di luci, di palco, di migliaia di persone diverse: insomma di lavoro. Questo scontro, questa conoscenza di una realtà diversa, solo pensata come esistente ma mai verificata, conosciuta, mi ha spinto ad una radicale modificazione del mio sentire, della mia precedente identificazione con gli emarginati: sono uscito da questo «ghetto» non per una scelta ideologica ma spinto, quasi guidato e «costretto» da una realtà di massa, dal mondo del lavoro quotidiano. Non un nuovo flash, non la conseguenza di una reale o supposta popolarità, non per opportunismo, ma per uscire dai miti, dagli schieramenti, dalle scelte condizionate, per continuare un lavoro, un mestiere, un modo di essere, parlare, suonare, comunicare, dire, come sento.
Discografia: Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Cramps); Sugo (Cramps); Diesel (Cramps).
LA RADIO
Quando son solo in casa e solo devo restare per finire un lavoro o perché ho il raffreddore c’è qualcosa di molto facile che io posso fare è accender la radio e mettermi ad ascoltare.
Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente.
Con la radio si può scrivere, leggere o cucinare non c’è da stare immobili, seduti lì a guardare, forse proprio quello che me la fa preferire è che con la radio non si smette di pensare. Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più perché libera la mente
MUSICA RIBELLE
Anna ha diciott’anni e si sente tanto sola Ha la faccia triste e non dice una parola tanto è sicura che nessuno capirebbe anche se capisse, di certo la tradirebbe la sera in camera prima di dormire legge di amori e di tutte le avventure dentro nei libri che qualcun altro scrive, che sogna di notte, ma che di giorno poi non vive e ascolta la sua cara radio per sentire un po’ di buon senso da voci piene di calore e le strofe languide di tutti quei cantanti con le facce da bambini e coi loro cuori infranti ma da qualche tempo è diffìcile scappare c’è qualcosa nell’aria che non si può ignorare è dolce, ma forte e non ti molla mai è un’onda che cresce e ti segue ovunque vai è la musica, la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare. Marco di dischi lui fa la collezione e conosce a memoria ogni nuova formazione, e intanto sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania dice: «qua da noi in fondo la musica non è male, quello che non reggo sono solo le parole». Ma poi le ritrova ogni volta che va fuori dentro ai manifesti o scritte sopra i muri. È la musica, la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare.
Franco Berardi, Scrittura e Movimento, Marsilio, Venezia 1974
Le lotte operaie e studentesche, tutto quello che è accaduto dal ’68 a oggi, ha provocato una frattura tra movimento reale e movimento interno alle pratiche significanti, dalla letteratura e dalle arti e dallaloro teoria. Oggi una modificazione di questo rapporto non può passare attraverso una semplice riattivazione delle istituzioni. Non è soltanto una questione di trasformazione dei contenuti o delle intenzioni. Si tratta invece di mettere in discussione e trasformare il modo di produzione del testo. E far questo significa uscire dall’istituzione, trasformare il modo della scrittura, il processo della scrittura. Per Berardi trasformare e collettivizzare il soggetto e il modo di produzione è l’unica strada per riaprire il rapporto tra movimento reale e pratiche significanti; tra processo rivoluzionario e letteratura, tra processo rivoluzionario e conoscenza, tra processo rivoluzionario e teoria.
«L’eclisse della canzone», mi verrebbe da dire, se è lecito che una cosa così terracquea (o terra-terra) come la canzone venga paragonata al dio. Voglio semplicemente dire che, se fino a qualche tempo fa, la canzone trovava nella sua immediata rozzezza (sempre equivoca) una praticità utile per urgenza, oggi vive (o nasconde) la contraddizione di mobilitare (a pagamento) buona fetta delle masse giovanili (e delle masse-medie) senza avere niente da dire. Oppure (che è lo stesso) dicendo tutto in un modo talmente spudorato da privarsi dell’unica parvenza di funzione che potrebbe avere: l’inutilità. L’occhio storico dovrebbe farci capire che il lanciatore di messaggi, il cantautore, ha ereditato con furbizia, magari inconsapevole, il bisogno di immaturità dell’ascolto, ha ereditato il populismo del canto (di)spiegato, ha ereditato la mediocrità del maestro di musica e dell’armonia pascoliana, ha ereditato infine il successo commerciale del divo. Ed io non vorrei che questo necessario travaglio sfociasse invece che in una scomunica, in una rinnovata investitura da parte di chi è nuovo alla scena politica, e non ha bisogno di battitori ne, appunto, dilanciatori. Non è, naturalmente, autolesionismo, ma semmai autoironia: in ogni caso non credo né nell’intimismo crepuscolare della parola che più è trita più è «sentita», cioè nel pescare nella memoria come fonte di miti dolciastri («basta con la canzone consolatoria»), né nell’impegno socialdemocratico, da funzionario, di chi dice e spiega, e cerca di vendere il suo «world in progress» (con le contraddizioni annesse e intercambiabili, naturalmente) alle piccole burocrazie locali desiderose di «cultura» («basta con la canzone impegnata»). Basta, probabilmente, con la canzone: non per snobismo né per sentimento di catastrofe, ma perché oggi dobbiamo accorgerci che la canzone non ha mai consumato radicalmente nessun linguaggio e sta quindi rivomitando linguaggi non digeriti, così come li ha divorati: l’impegno da, un lato e il romanticismo dall’altro le sono serviti da impossibile Alka-SeItzer. «Ma io non ci sto più, disse lo sposo e poi»: non c’è bisogno di impazzire per sostenere che oggi «in canzone» non si può tentare che qualcosa di assolutamente «inutile», o comunque perlomeno di innominabile: l’unico modo per dire qualcosa è quello di non dirlo, perché quel «non-dirlo» solamente può spingere a fondo il bottone del piacere, o, se vi fa piacere, della comprensione. È quello che ho cercato di fare nel mio disco Disoccupate le strade dai sogni: purtroppo la realtà non ha voluto che il suo significato rimanesse a lungo ambiguo: la socialdemocrazia, irritata forse dai tromboni, ha subito voluto dimostrare di possedere anche i carriarmati; l’ultimo atto non era previsto nel copione, viene solo testimoniato, con la scambiabilità del suo linguaggio, nell’ultima canzone I giornali di marzo, l’unica composta dopo il «fattaccio». Non spieghiamo più niente: il potere è chiaro ed è «utile», ed ha anzi bisogno di gente che vada in giro a spiegare la sua evidenza, la sua utilità. Lavoriamo (o lavorate se volete) ad una canzone assolutamente inutile. Del resto, se mi si concede la citazione, credo che Benjamin avesse veramente ragione quando diceva che «l’arte per l’arte non è stata quasi mai da prendersi alla lettera, è stata quasi sempre una bandiera sotto cui viaggia una merce che non si può dichiarare perché non ha ancora nome».
Discografia: Aspettando Godot (EMI), Un uomo in crisi Canzoni di morte, canzoni di vita (EMI), Canzoni di rabbia (EMI), Ho visto anche degli zingari felici (EMI), Disoccupate le strade dai sogni (Ultima spiaggia).
Ho visto anche degli zingari felici
E’ vero che dalle finestre
Siamo noi a far ricca la terra noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano, noi piantiamo il mais su tutto l’altopiano. Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane, le nostre braccia arrivano ogni giorno più lontane. Da noi vengono i tesori alla terra carpiti, con che poi tutti gli altri restano favoriti.
E siamo noi a far bella la luna con la nostra vita coperta di stracci e di sassi di vetro. Quella vita che gli altri ci respingono indietro come un insulto, come un ragno nella stanza. Ma riprendiamola un mano, riprendiamola intera, riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.
E’ vero che non ci capiamo che non parliamo mai in due la stessa lingua, e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e che non facciamo mai niente. E’ vero che spesso la strada ci sembra un inferno o una voce in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli. E’ vero che beviamo il sangue dei nostri padri, che odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra
non riusciamo a vedere la luce perché la notte vince sempre sul giorno e la notte sangue non ne produce, è vero che la nostra aria diventa sempre più ragazzina e si fa correre dietro lungo le strade senza uscita, è vero che non riusciamo a parlare e che parliamo sempre troppo.
E’ vero che sputiamo per terra quando vediamo passare un gobbo, un tredici o un ubriaco o quando non vogliamo incrinare il meraviglioso equilibrio di un’obesità senza fine, di una felicità senza peso. E’ vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero cerchiamo l’amore sempre nelle braccia sbagliate.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata. Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata.
E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua, e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente. E’ vero che spesso la strada ci sembra un inferno e una voce in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli, è vero che beviamo il sangue dei nostri padri, che odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra, ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra, ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Piazza bella piazza
Piazza, bella piazza ci passò una lepre pazza, uno lo cucinò, uno se lo mangiò, uno lo divorò, uno lo torturò, uno lo scorticò, uno lo stritolò, uno lo impiccò e del mignolino ch’era il più piccino più niente restò.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passarono dieci morti i tacchi, e i legni degli ufficiali, teste calve, politicanti un metro e mezzo senza le ali, ci passai con la barba lunga per coprire le mie vergogne, ci passai con i pugni in tasca senza sassi per le carogne.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passò tutta una città calda e tesa come un’anguilla, si sentiva battere il cuore, ci mancò solo una scintilla; capivamo di essere tanti capivamo di essere forti, il problema era solamente come farlo capire ai morti.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… E fu il giorno dello stupore e fu il giorno dell’impotenza, si sentiva battere il cuore, di Leone avrei fatto senza, si sentiva qualcuno urlare “solo fischi per quei maiali, siamo stanchi di ritrovarci solamente a dei funerali”.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passarono le bandiere un torrente di confusioni in cui sentivo che rinasceva l’energia dei miei giorni buoni, ed eravamo davvero tanti, eravamo davvero forti, una sola contraddizione: quella fila, quei dieci morti.
Gianfranco Manfredi, già del Gruppo Gramsci e ora redattore di “Re Nudo”, è un autore «dell’area dell’autonomia», intendendo con questo termine non una delimitazione di confini politici di organizzazione quanto piuttosto l’indicazione di un riferimento e di un’ispirazione a comportamenti, idee, clima culturale in qualche modo omogenei. La sua presenza in questa antologia non risponde semplicemente a un’esigenza di completezza (dar voce anche a questa componente dell’area politica di sinistra) ma è motivata dalla qualità del suo lavoro. La sua produzione infatti, seppure contraddittoria e approssimativa, ha una sua originalità e ricchezza di intuizioni. Si può dire che Manfredi non copia nessuno dei più vecchi ed esperti autori politici (cosa rarissima), ed è difficile collocarlo nei filoni tradizionali del canto militante contemporaneo; questo anche per l’eterodossia del patrimonio culturale dell’area politica a cui appartiene e di cui il suo ultimo lavoro (Ma non è una malattia) è fedele espressione. È un patrimonio culturale che meriterebbe un’analisi approfondita non perché particolarmente complesso (anche chiamarlo «patrimonio» è probabilmente eccessivo, non trattandosi di alcunché di definito e di consolidato) ma perché singolarmente contraddittorio rispetto ai consueti riferimenti culturali della sinistra riformista e di quella rivoluzionaria. Un’area politica, quella a cui Manfredi appartiene, che, nata in radicale e diretta contrapposizione alla sinistra nel suo complesso, era inevitabile rompesse radicalmente anche col retroterra ideologico di quella; tale rottura ha proceduto su due itinerari diversi ma, infine e singolarmente, coincidenti: il primo è quello del recupero del giovane Marx (quello dei Manoscritti economico-filosofici, per intenderci, della Sacra famiglia, dell”Ideologia tedesca), quello che scrive della necessità per l’uomo di riappropriarsi di «tutti i rapporti umani che ha con il mondo, vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare; in breve: tutti gli organi che costituiscono la sua individualità»; è un recupero non inutile, e perché si tratta di un Marx che il marxismo tradizionale ha censurato e mutilato, e perché in questo recupero si esprime la volontà di larghe masse di riconoscere i propri bisogni e i propri desideri dentro un’ispirazione collettiva, dentro un quadro di riferimento che è quello della concezione materialistica del mondo. Il secondo itinerario è quello del recupero della grande cultura non marxista di questo secolo per ritrovarci il filo conduttore di un discorso sull’uomo totale e annetterlo alla nuova cultura rivoluzionaria in formazione e in trasformazione. Da qui, una rilettura di Breton, Freud, Kafka, Nietzsche, Artaud, Adorno, Lacan e il ripensamento sul surrealismo e l’irrazionalismo, sul decadentismo e l’esistenzialismo. La coincidenza tra i due itinerari non è certo facile e può comunque avvenire solo a prezzo di contraddizioni anche laceranti; ma questo non appare un limite a chi intende fare di questa «nuova cultura», innanzitutto, terreno di contrasti e di conflitti; i limiti veri sono rappresentati dal possibile schematismo nell’opporre, alla resa dei conti, Marx giovane a Marx vecchio, Marx umanistico e Marx economicista, o addirittura Marx sensuale a Marx asessuato, da una parte; e dall’altra di ripetere il vecchio discorso riformista (un’altra consueta forzatura del marxismo) sulla possibilità per la cultura della classe operaia di assumere e sintetizzare tutta la grande cultura della borghesia («La cultura rivoluzionaria come continuazione di tutta la storia della cultura delle classi dominanti», come scriveva Occhetto dieci anni fa caricaturizzando Lenin). Il che poi, sul terreno della cultura quotidiana intesa come gusti, scelte, orientamenti, porta ad affastellare indiscriminatamente, nel giudizio positivo, Sergio Leone e Peckinpah, II portiere di notte e Ultimo tango, Easy Rider, Dario Fo, Carmelo Bene, Paolo Poli, Giorgio Gaber e Kerouac (vedi la canzone Quarto Oggiaro Story, che non è solo una canzone ironica); e, ridotto in termini ancora più spiccioli, fa scrivere alla rivista «Rosso»: “A noi invece piacciono i film western, quelli della crisi, il teatro-provocazione (quando lo è veramente), il rock, i fumetti più illogici possibile, i libri senza martiri e senza eroi, la riscoperta del proprio corpo, della immaginazione e della fantasia, ci piace il whisky e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa dove nessuno starà a piedi nudi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue». Tutto ciò si ritrova anche nei testi di Manfredi, detto con sapienza e dolcezza maggiori. Il risultato, musicale e letterario, ci sembra – al di là del nostro radicale dissenso – quanto di meglio 1′ «area dell’autonomia» ha prodotto in campo culturale. L’ingenuità e le leziosità, gli schematismi e le rozzezze che pure ci sono – e sono numerosi – non annullano, in sostanza, il carattere di novità del lavoro di Manfredi; e la sua coerenza nel voler esprimere in canzone il suo (loro) modo di coniugare il personale e il politico, «la curva dei fianchi» e «il mitra lucidato», «i momenti di ubriachezza» e «la fine dello Stato».
Discografia: Per lo Spettro: La crisi, 1972. Per l’Ultima spiaggia: Ma non è una malattia, 1976. Per La poiana: Liberiamo, 1976. Alla composizione delle canzoni di Manfredi hanno collaborato Ricky Gianco e Giuliano Illiani.
Ma chi ha detto che non c’è
Sta nel fondo dei tuoi occhi Sulla punta delle labbra, sta nel corpo risvegliato nella fine del peccato Nella curva dei tuoi fianchi Nel calore del tuo seno Nel profondo del tuo ventre Nell’attendere il mattino. Sta nel sogno realizzato, sta nel mitra lucidato. Nella gioia e nella rabbia, nel distruggere la gabbia Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro Nella fabbrica deserta, nella casa senza porta Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro , nel presente senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria. Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva, sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi Sta nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini, nel conoscersi del corpo, nell’orgasmo della mente, nella voglia piu’ totale, nel discorso trasparente. Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel fondo dei tuoi occhi Ma chi ha detto che non c’e’. Sulla punta delle labbra Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel mitra lucidato
Ma chi ha detto che non c’e’. Nella fine dello Stato C’e’, si’ c’e’ Ma chi ha detto che non c’e’.
Ma non è una malattia
Mi hanno detto: sei scoppiato come ti sei rovinato dimagrito, sembri quasi uno zombie …sarà colpa delle notti che ho passato ad aspettare cose che forse dovevano arrivare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. E mia madre m’ha guardato dice: come sei finito! cosi in basso non t’avrei pensato mai… Sì ma in basso puoi scoprire le sottili incrinature che non puoi studiare all’Università. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo vestito sembra veramente usato non ti cambi mai, mi sembri proprio giù. Beh scusatemi ragazzi, oggi non ho altro da pensare ho il mio abito di dentro da cambiare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo lavoro non è una cosa sicura ogni mese cambia e dopo che farai? Forse sono un pò svanito ma il domani non esiste e quest’oggi io non voglio essere triste. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia.
Quarto Oggiaro Story
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa… lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne… Mentre tu te mange ‘o tonno con quel fesso di Totonno
Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani (micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi con due compagne cinesi… E tu te vede ‘a televisione co’ Totonno fetentone
Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo… lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta pimpante E tu te legge Agata Criste co’ Totonno poro criste
T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in silmilsalve E tu te mette a ffa cagnara co’ stu cazz’ de lupara e Totonnino ‘o fetentone tene ‘na sberla de cannone e un tuo amico di Potopp tene quaranta molotopp e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia ” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo in crescenza… Brrrr…
La moda, anche quella politica, ha rivalutato musica, canto e danze. Non che prima del movimento del ’77 le note politiche non esistessero. Anzi. Solo, prima della crisi della figura del militante, più o meno dal ’73 in poi, facevano sfondo, erano parte della coreografia. Come le marce militari rispetto alla battaglia. Decisiva è la battaglia, il tamburo batte nell’intervallo, per tenere in alto i cuori. Le due musiche preferite: bandiera rossa e L’internazionale futura umanità. Per essere futura quella umanità si accompagnava con alcune delle peggiori marcette dell’Ottocento. I particolari del quadro erano forniti da comizi ed esortazioni prosastiche rifocillate da qualche ritmo, pigramente stiracchiato per non annegare la voce recitante. Un revival, adattato come ogni revival che non si rispetti, del poco musicale ma tanto glorioso antenato, il proletariato Ottocento-inizio Novecento. Possiamo azzardare due funzioni al revival. La prima è la stessa della riesumazione, fatta senza ordine alcuno, frugando in mezzo ad impettiti busti di persone gravi con i gesti casuali e un tantinello rozzi di turista in vacanza che fa shopping al Gran Bazaar, di testi sacri, liturgici e persino della raccolta di immaginette classificate con tanta cura dal movimento operaio. Ogni movimento nuovo, recitava il sacro canone, ama prendersi a prestito vecchi costumi, un po’ per nobilitarsi ai suoi propri occhi, un po’ per dare ad intendere la sua legittimità. Non essendo più prevista la provvidenziale opera di Dio, il riconoscimento del figlio legittimo deve essere, laicamente, scovato dal ragazzino della storia, moderna dea. Così facevano i rivoluzionari fine Settecento-inizio Ottocento con l’antica Roma (e, mio Dio!, i controrivoluzionari del Novecento) così facevamo noi, tirando la barba di Marx, e di molte altre divinità meno degne, per coprire di panno nobile, di alto lignaggio, le nostre trovate di ultimi venuti. Se poi si cantano gli stessi inni è ovvia la pretesa di ricostruirsi una patente di legittima eredità: siamo noi i continuatori di quelle gesta: delle lotte per le dieci ore, per il voto, della rivoluzione russa ma anche di quella anarchica mai fatta, chissà mai, di quella cinese ma pure della resistenza italiana, di Castro e di Josè Marti, e forse di Bolivar passando per via Lumumba, senza dimenticare Kronstadt che pure era vittima di un altro nostro antenato e così via. D’altra parte, l’Edipo di Sofocle, senza aspettare Freud, già lo sapeva che nelle storie di famiglia il volerla saper lunga costa caro. È infatti meglio, meglio assai davvero, ricordarsi le fanfare. Così Addio Lugano bella, L’internazionale di Lenin (e di Stalin), prendiamo la falce e il martello, le otto ore. Che Guevara, Gorizia… cantiamo ragazzi che arriva il vino, potrebbe scapparci un tarallo! Che delizia la Storia travolta dalla popolana frenesia della tarantella, La seconda funzione di tanto riesumare era quella di arrivare, come nelle commedie piene di equivoci, all’inequivocabile riconoscimento: che mamma storia ci dicesse, oggi, riportandocelo a casa per guidare la famiglia, che il nostro papa era davvero lui, il proletariato dai tanti figli. Benché molti ancora si ostinino, questo padre di consueto così partecipato e serio, ci tollera, al massimo, come figli adulterini, nati dalle sue meno serie avventure. Il proletariato organizzato, disciplinato e unito dalla fabbrica, camera nuziale del suo connubio, si diceva, col socialismo scientifico, non ci può soffrire. Preferisce i certificati, fa genealogie al Municipio e davanti allo Stato, sceglie la famiglia, continua ad ungere del suo crisma i primogeniti. Giacca e cravatta e voto al PCI. Qualche volta si incazza, ma è solo una lite in famiglia. Questi cenciolosi, proletari sotto e semi, sfasciume sociale di vario tipo senza neanche nomi precisi, per carità. Non è che già allora non vi fosse chi, inquieto, restio a credere alle ripetizioni, un po’ meno provinciale, si occupava della musica viva del movimento internazionale e vi rintracciava sintomi di quel che si dovesse intendere per la «natura del movimento».. E affannato si domandava se non vi fosse qualcosa di più e di meno delle avvisaglie di una ripresa proletaria rivoluzionaria. Ci vedeva una sorta di movimento controculturale, insomma una lotta di civiltà che passava non più tra una classe e un’altra ma che attraversava la classe stessa. Mi parrebbe segno di accademismo, vieta puzza sotto il naso, non avere il coraggio di dire chi. Questo «chi» erano poche persone, raccolte principalmente attorno a «Re Nudo» e ad Andrea Valcarenghi. Capita spesso di sentire qualche ex leader operaista attribuirsi la paternità del Movimento. Non solo queste affermazioni non tornano in musica ma neppure possono essere sessuate, tanto meno provengono da zone di coscienza alterate. Va da sé che ai bei tempi si sbeffeggiavano, sputacchiavano, si consideravano beoti i pochi embrioni, gli annunci sintomatici dell’interiore evoluzione-rivoluzione che di lì a poco avrebbe sensibilmente mutato gran parte del movimento di opposizione. Quindi, da una parte la musica, nel bene e nel male, sentita da tutti o quasi, dall’altra il giudizio politico e le marcette, anche qui da parte degli stessi tutti. O quasi. La consueta divisione fra sensibilità culturale e riduzione razionalistica della cultura politica o della politica culturale. È confortante che nel ’73 qualche politico, come Gianfranco Manfredi, prestasse orecchie attente all’altra sponda e cominciasse a fare dell’ironia, in musica e versi, sul preteso universo chiuso della militanza. Non a caso, credo io, l’oggi risibile nuovo modo di far politica agitava mente e passioni di quello strano gruppo, era d’avanguardia va detto, di gente sbagliata nel mestiere sbagliato col nome sbagliato, che era il «Gramsci». Il ’73 è un anno di grande crisi del movimento del ’68. L’impotenza, che ben pochi seppero misurare, delle ricette partitiniche, leniniste comunque denominantesi, la miseria dell’universo scandito dalla coppia di concetti classe e Stato, covava sotto il fuoco fatuo della sinistra rivoluzionaria gruppuscolare. Dio dollaro che dal ’71 si scuoteva nel tentativo di Sisifo di rimettere in sesto il suo mondo accendeva le faville della crisi mondiale sotto barili di petrolio. D’improvviso appariva concreta la dimensione dello scontro, l’arena era il mondo, e non il mondo che tifava per il Vietnam senza avere il cannone in casa, il mondo che spareggiava i conti ogni tre mesi con la lira. Carli, Banca e Governo apparvero per quel che erano e sono, anche se Carli ha cambiato mestiere, marionette dell’invisibile burattinaio a nome mercato mondiale. Né più vicino, era possibile confortarsi tanto. Mirafiori imbandierata a grande sezione di Lotta continua concludeva una tormentata stagione d’amore. L’avventura era finita proprio quando la conquista pareva riuscita. Di lì a poco, ritrosa e stizzosa come una vera moglie, la classe operaia organizzata, la speranza universale di liberazione, sarebbe tornata, malinconicamente, tirando calci e sfuriate, al tetto legittimo, nella pur vana speranza di avere un marito decente. Ma forse la storia li ha sposati così e, in fin dei conti, se non si sa volere altro che il proprio male, recita il proverbio, non c’è che da piangere se stessi. Di soppiatto la politica dei gruppi si aggiornava, essendoci costretta. In fondo perché restare fedeli alle marcette, una volta scoperto che l’operaio adulto e maschio tirava per le lunghe e che, all’inverso, i giovani, proletari semi e sotto e per niente, le donne, i diversi, allentata la speranza e la possibilità di scaricare le energie che protestavano contro la gabbia della Norma, e della Conformità al Mondo Così Com’è (meglio, al Mondo come la sua faccia in luce attesta, bluffando, che sia) e di realizzarle in militanza, nicchiavano ormai ai richiami di mobilitazione? Meglio darsi una spolveratina. Fare concerti. Farli divertire questi ragazzi prestando loro qualche secondaria attenzione. E in fondo a suon di musica ci si finanzia. Non è stato così. È stato un benedetto vaso di Pandora. Pandora era curiosa, intelligente, non le piaceva un mondo che serbava i suoi malanni sotto il coperchio, per questo lo tolse. Mille fili cominciarono a ritrovarsi, anche se qualcuno ritiene che l’unico sbocco del sensibile mondo che cerca di farsi luce sia ancora sempre e soltanto quello della politica. Ma per essere soltanto o fondamentalmente quello della politica, la canalizzazione di un mondo sommerso (da secoli e, o, da millenni e, o, da sempre), mondo di corpi, di sensibilità, di forza, contro mondi di logiche oggettive, di valori, non può che essere canalizzazione di distruzione, violenza anch’essa macchinizzata, nuova negazione di corpi, sensibilità, forze, fantasie. Mille fili, a matassa, spesso sgradevoli a vedersi, si ritrovano. Nessuno riesce a. fornire loro, per fortuna, e per questa fortuna si sono così brillantemente sbrigliati nel ’77, una solida prospettiva «politica» per il futuro. Sono come erano i loro albori negli USA, dopo lo squallido ritorno dalla Corea a metà degli anni ’50, come L’Urlo di Ginsberg annunciava, una malattia di questo mondo, e per questo tendono a rappresentare il sintomo di una nuova civiltà, una misura e una forma di relazione totalmente diversa fra il mondo sommerso e negato e il mondo sommerso e affermato di questa civiltà, della civiltà cristiano-borghese realizzata come tecnica della produzione e del dominio, del disperato dominio della natura e della società. L’urlo di ciò che è stato affogato, quasi senza interruzione, lungo più di quattrocento anni e per certi aspetti più di duemila anni e per certi aspetti da sempre, non è un gridolino educato. D’altra parte per orecchie così assordate come le nostre, solo urla feroci possono pretendere di essere udite. E forse solo un po’ d’Africa trapiantata al colmo della disperazione americana poteva favorire il parto di una musica del genere. Una musica che richiede anche gambe, va detto, è già un bel passo, non si sa per dove, l’importante è che sia un passo, e non di marcia. Tuttavia questo non è che un aspetto. La vecchia società, sotto il manto rosso che non è più del pazzo ma del rivoluzionario lucido, macchinalmente preciso, almeno così vuol essere, cerca l’addomesticamento. Vuole che si accompagni la lotta politica. Vuole una musica belletto. Una nuova edizione delle marcette. Finardi è purtroppo esemplare. Dice bene e riesce, sì, a vendere proprio per questo «una musica ribelle che ti entri nella pelle» ma a far che? Per «smettere le menate» e «metterti a lottare». Menata, quando ero fanciullo, era la masturbazione. La masturbazione è in effetti un eccellente metro per giudicare dai sintomi la vitalità di un mondo. Pan, il dio pan, il capro, il dio cornuto, il dio energia del tutto, il dio del desiderio, era, per i greci, il dio che era presente nella masturbazione. Si dice che marinai abbiano udito, regnante Tiberio, cristianesimo all’orizzonte, un urlo: «Pan il grande è morto». Finardi vuole la musica non per la masturbazione, faccende tra loro più affini per chi abbia orecchie non solo sulla testa ma sulla spina dorsale e sappia captare i brividi strani che la risalgono e che eccitano ascoltando musica non domestica o da cortile, brivido che ha lontane parentele con l’impulso masturbatorio, ma Finardi vuole musica per mettersi a lottare. Finardi è un po’ prete (cattivo) e un po’ generale: cioè è un cantante da messa, politica s’intende. Non a caso, politica e messa, si servono con musica: sì, per trasferire indebitamente l’eccitazione musicale sull’adesione ad un discorso, a dei valori. Ogni politica, come ogni etica, è logicamente ed emotivamente debole. Nè la ragione né le pulsioni possono fondare i divieti, le prescrizioni etiche e politiche. Casomai è il contrario. Allora si portano pulsioni musicalmente suscitate, vi ricordate Orfeo e le fiere ammansite?, ad identificarsi Con una rappresentazione ideologica, in modo da impedire una critica solo lucida e, fissandole alla rappresentazione, impedire che le pulsioni vadano per conto loro. Ho scelto Finardi che eccita, perché si lotti, come emblema di tanta, troppa gente della musica di movimento. Scelgo Manfredi al polo opposto, che spinge la critica alla politica nel testo così a fondo da far nascere desideri musicali al di là del sostentamento forzato, del tributo, che la musica continua a pagare alla politica. Entrambi, presi insieme come due poli che definiscono metaforicamente uno spazio, rappresentano bene il fermento che trascina il movimento, e noi che siamo mossi dagli stessi fermenti: ora nel volere nuove rappresentazioni politiche, ora nel voler oltrepassare questa prescrizione assoggettando il politico bue all’affermazione di una cultura, nel senso di coltivazione, della vita. Poiché fino ad oggi si è soltanto recintata la vita, si è coltivata la difesa e la reazione alla vita, pretendendo, in questo modo, di vivere. Ci tocca adesso chiarire qualcosa del rapporto fra musica e politica.
Musica e politica
Musica e politica: se teniamo l’occhio su quella «e» che unisce i due termini potremo renderci conto dell’inganno. Non si tratta, infatti, di un tranquillo ritrovarsi, né tampoco di una facile unione, si tratta di una lotta che l’opaca rassegnazione al buon senso vorrebbe, e vuole decidere: già nel segno di una vittoria della politica. Le «e» dei termini messi accanto a questa deità divoratrice li accompagnano come guinzagli di cani condotti, senza saperlo, in una passeggiata il cui segreto è la camera a gas, la morte per asfissia. Così vuole la parola scritta, così ha voluto spesso la ragion di stato, o di nazione, o di partito, o di chiesa. Il numero è infinito, dei tentativi ripetuti di far servire la musica da belva fiaccata, da tigre ingattita, aggiogata al carro di trionfo di una qualche impersonificazione delle istituzioni. Dal canto gregoriano alla musica della riforma e della controriforma, alle marce militari, a Goebbels che gonfiava il suo povero destino cercando di trafficarlo, sottobanco, con l’emozione del destino stesso che risuonava dalla quinta beethoveniana. E alle celebrazioni sovietiche, e alla nona cantata a Pechino nel giorno della vittoria. Ma la musica è una belva difficile, la sua mansuetudine può rivelarsi d’un tratto selvaggia, può ricordarsi della sua origine e servirla, invece di inchinarsi ai suoi effetti. Accadde così che Beethoven, passeggiando con Goethe, a differenza di quest’ultimo, non si tolse il cappello davanti alla famiglia imperiale. Lenin si emozionava tanto come ascoltatore di musica da proibirselo, per non disturbare la autocreazione di sé come perfetta macchina al servizio della causa proletaria. Settembrini, l’ideologo dell’umanesimo progressista della Montagna incantata, sentiva la musica come «politicamente sospetta». Il politico teme per il suo mestiere-identità e allontana da sé questa fonte di possibile disturbo. Ha profonda ragione, il suo istinto da animale di città è percorso da tremiti all’annuncio dell’inattesa ferocia che la musica, quando non sia addomesticata in funzione illustrativa di altro, spira da sé. Come spiegare questi combattenti strani, da quali lontane regioni giunge a noi la loro inimicizia? Se Marx trova un limite alla sua capacità di spiegare e quasi si sofferma su di una soglia di mistero, ciò gli accade di fronte alla grande poesia greca e alla tragedia. Su quella soglia invece nasce il volo prodigioso di Nietzsche, che indaga la tragedia per riscoprirvi l’origine nello spirito della musica. Gli interessi, le vesti di cittadino e, in genere, la rappresentazione di una parte – e allora, ben capite, ogni partito! – sono un’estensione del sentire il discontinuo, la separatezza degli individui fra loro e in loro, e il nesso solo sociale che li collega; l’agire politico implica lucidità e calcolabilità, attenzione al rapporto di forza, non travolgimento corporeo in balia di una scossa che ne esige il desiderio di rifusione con il tutto: «Si trasformi l’inno alla “gioia” di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l’immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s’infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l’arbitrio o la “moda sfacciata” hanno stabilito fra gli uomini. Ora, nel vangelo dell’armonia universale, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma addirittura uno con esso. […] L’uomo non è più artista, è divenuto opera d’arte: si rivela qui fra i brividi dell’ebbrezza il potere artistico dell’intera natura, con il massimo appagamento estatico dell’unità originaria. Qui si impasta e si sgrossa l’argilla più nobile, il marmo più prezioso, l’uomo, e ai colpi di scalpello dell’artista cosmico dionisiaco risuona il grido dei misteri eleusini: Vi prosternate, milioni? Senti il creatore, mondo?» [1]. Non è questa una via di liberazione, per lo schiavo e per il padrone, una via di ebbrezza che la troppo lucida mente del politico, di Settembrini e di Lenin, non può che avvertire come ostile, mistificatoria, oppiacea, tanto pericolosa quanto trascinante e seducente? La macchina del partito, il quadro comunista, non deve sentire le note rapinose che ne cancellano l’identità di ruolo, l’essere politico, il rappresentare una parte contro un’altra. Nel trionfante corteo dionisiaco una parte e l’altra si rivelerebbero, persino nei loro più sanguinosi reciproci affronti, maschere dello stesso gioco, e Fattore nella musica volgerebbe, inquietamente, gli occhi su di sé, ridendo fino a scoppiare di un travestimento che è la sua stessa pelle. Ci sono tempi oscuri, o troppo chiari, forse troppo patinati, tempi nei quali la vista, attratta dalle superfici che le si offrono così nette rimane catturata, e l’abile potenza del serpente danza ridicolmente alla pantomima suggerita dall’incantatore. Tempi così lindi da inorridire dell’orrido, così esperti nel confinarlo, nell’uguagliarlo al listino di borsa e all’andamento del traffico. I carri funebri passano inosservati e, se osservati, ingiuriati dall’esorcismo più Vigliacco. Nel più funebre mondo mai spettacolarizzato sulla scena del tempo. In questi tempi così chiari ogni accenno all’abisso deve essere immantinente riscattato: se brucia una città stiamo sicuri di leggere la mattina dopo le più sperticate lodi dei pompieri o la più accesa denuncia dell’inefficienza dei pubblici poteri. Le luci sono così potenti da non lasciare ombre sull’identità dei personaggi: tutti si sentono molto «se stessi». Il miracolo è fatto: tutti sono ognuno ma nessuno sospetta di chiamarsi nessuno, e si appoggia sicuro sulla sua identità irriproducibile, che è la pura e semplice geometria di un naso storto così e non dritto colà. Tant’è quanto resta dell’individualità. Marx aveva strappato almeno parte del segreto alla sfinge: le persone sono persone, maschere di cose, di cose-merci, di quantità di «valore». Ma nature troppo deboli, troppo figlie del loro tempo, hanno letto i suoi messaggi. L’aria tragica che vi circola, di teatro dell’orrore e del vuoto, è stata sostituita con accorte esortazioni proteiniche a farsi forza e a non smettere di lottare né tampoco, di sperare nell’avvenire. Queste nature sfatte (e il significato è letterale: in ciascuno in quanto uguale agli altri, in questa civiltà, la natura è sfatta), queste illusioni individuali, illusorie quanto atomi distinti che pretendano differenziarsi solo perché sono distinti, come potrebbero reggere l’immersione che la musica suggerisce e talvolta compie al di là dell’io, delle tranquille certezze, in un continente di affinità così strette da confondersi e da soffocare le distanze poste fra sé e il sentimento «panico», totale della vita? In quel continente il più atroce dolore fa soltanto la sua parte nell’orchestra, la tragedia conosceva così bene la mappa di quest’avventura da innalzarla alla visione del mito, ripetendo in esso lo sforzo di una nuova individuazione, che nasce proprio da e rimane nel continuo rischio dell’annichilimento, rappresentato dalla musica nel grande tutto. Verità storica o figura dell’anima, poco importa: la metafora dice bene quel che deve dire, l’atteggiarsi di fronte alla vita, e alla morte, ma anche all’amore, al sesso, ai bambini, a uno stadio, a un’aggressione, a una frase tagliente, a una malinconia, a un abbandono, a uno scuotimento rassegnato di testa pesante dopo il numero non numerabile dell’ultima delusione patita. Una musica tale da essere presa sul serio e tale da farsi prendere così sul serio è incompatibile con un mondo di pallidi automi. Renderebbe senza sosta intollerabile l’intera rete dei rapporti sociali e sociali tra sé e Sé. Instillerebbe il dubbio a questi automi-persone cancellandone la tronfia sicurezza di esistere individualmente. A questa musica bisogna proibire la nascita o, nel caso, spingere a fondo la degradazione del gusto fino all’eguaglianza istupidita fra Petrus Boonekamp e dramma sinfonico. Non certo per caso trionfa Malebolge della Canzone. Dove tutto è rifuso e rifondibile, Charlie Parker Vivaldi la mondina e John Cage. La musica pericolosa è omologata alla canzone (disco impianto, come si sente bene, questo qui ha vent’anni) o esorcizzata all’antiquariato dei Conservatori e delle Gioventù Musicali. La politica, persino nei casi più musicali di storia politica (la rivoluzione francese o quella cinese), non può che cercare di addomesticare la musica. Di farla diventare, lei, negatrice delle parti se non nella partitura, nazionale, di classe, di ceto, di età ecc. ecc. Di piegarla proprio come la natura a scenario, funzione illustrativa ed esortativa dell’azione: o scimmia ammaestrata per stuzzicare i passanti ad entrare nel tendone del circo politico. Per la politica tutto deve essere macinato nello stretto imbuto della storia e dei problemi «concreti». Ciò che fuoriesce, quasi tutto ad una considerazione soltanto coraggiosa, deve essere cancellato, messo in secondo piano, tralasciato. Molti segni negli ultimi venti anni hanno parlato diversamente. Una poesia che ha lacerato il museo letterario trovava accenti nella musica, nella musica meno domata perché cresciuta, dalla sua nascita in catene, ben oltre l’altezza del carceriere – Ginsberg – Kerouac – Charlie Parker – be bop. Era questa la catena che univa l’annuncio di un movimento di Rinascita, di diversa civiltà, di nuova forma equilibrio e misura fra l’autocratica ragione e l’anarchismo pulsionale. E, irridendo le intenzioni dei suoi esecutori e dei suoi ascoltatori, una specie di simbologia orgiastica ritmata, fra le maglie già costruite di nuove prigioni e nuovi immeschinimenti, si è fatta strada ovunque. In fondo gli ultimi a capirlo, mentre l’immeschinito da tempo prevale, sono i politici che, pateticamente, alla fine, discutono anche di musica. Ancora vorrebbero farla servire alla lotta mentre fragorosamente la nota irride il testo e chiede di battere il ritmo. Qualche altro è invece già un’indicazione: comincia anche nel testo a irriderne le pretese politiche. Speriamo sia un buon annuncio per l’avvenire musicale. E chi ha tempo per la musica, e per le altre Muse sue sorelle, avrà sempre meno tempo per l’idiozia. Cioè per la civiltà cristiano-borghese che ne è il festival, tragico e bello in questa figura dell’idiota, ma proprio per questo ripetitivo, solo ossessivo e autocratico.
[1] F. NIETZSCHE, La nascita della tragedia, Milano, Adelphi, 1977, pp. 24–5.
AA.VV., I dieci anni che sconvolsero il mondo, Arcana editrice, Roma 1978
1968/1978: dieci anni d’indebite euforie. Adesso che il terribile maggio è lontano tutte le celebrazioni sono possibili. L’odio di ieri e l’amore di oggi sono entrambi sospetti. Eppure, nonostante il fatto che sia difficile immaginare una disfatta più completa di quella già subita, su tutti i fronti, da tutti i programmi politici e dall’intero movimento rivoluzionario, la «politica» e le sue sedicenti pratiche continuano a bloccare ogni comprensione del quadro sociale ed impediscono lo sviluppo autonomo della critica marxista mistificandone le conseguenze. Dentro questi anni, attraverso le loro cronache c’è una storia parallela ed inesplorata di cui a tratti vediamo i bagliori senza capirne il senso. Che andò a fare De Gaulle a Baden Baden durante il maggio francese? Chi manovra la collera del proletariato giovanile? Chi manipola il dissenso nei paesi dell’Est? Che cos’è la Trilaterale? Quali sono le vere conseguenze della crisi energetica? Sul palcoscenico della società della penuria una folla anonima e variopinta vaga senza meta gridando i suoi «assalti al cielo»: reduci del ’68, barricadieri, professorini, precari, hippies, indiani metropolitani, enragés, situazionisti, zombies… Questo libro è un mosaico di documenti e saggi, cronache e testimonianze che ricostruiscono a grandi linee i momenti più significativi di questi «sconvolgenti» dieci anni ed è corredato da una serie di mappe, schemi e grafici che ne tracciano gl’infiniti percorsi.
Enrico Scuro, Malgrado voi, Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna, testi di Diego Benecchi e Franco Berardi “Bifo”, L’occhio impuro N.1.
Iniziò con una Jacquerie, quante volte ce lo siamo ripetuto, ed entrammo nella storia. Volevamo eliminare tutti i miti, ne abbiamo distrutti tanti, ma anche costruiti di nuovi, a tal punto che finita la meravigliosa illusione, il sogno, ci siamo trovati schiacciati dalla storia, quella pubblica, degli altri. La nostra, fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consapevole memoria. L’ironia spaventò il potere, l’incontrollabile lo spiazzò, ma con abilità esso iniziò il lungo corteggiamento, si rese disponibile, offri spazi. Tanti compagni rimasero invischiati, e, pure attraverso loro, il potere fattosi consumabile riadattò rapidamente le sue forme di controllo alla nuova realtà. La ricerca della mediazione e del consenso intellettuale, fra chi aveva già da tempo fatto le sue scelte, ridussero come un tumore maligno a storia borghese l’incommensurabile e mai trascrivibile poesia dei nostri gesti di rivolta. Attualmente fioriscono i fogli, piacerebbe scrivere d’agitazione, ma non è possibile, altro non contengono che: privato, centri alternativi, qualche elucubrazione. La conoscenza si impone su tutto, giovani desiderosi di giocare a fare gli intellettuali, scrittori in erba, poeti in ritardo che parlano del ’77, dopo che i muri sono stati ripuliti, sono interessanti ma non sufficienti. Non ci si sente liberi quando solo si legge o si scrive o si seguono i vari dibattiti accademici, si è più liberi in un carcere organizzandosi con i detenuti, per migliorare le condizioni di esistenza, che continuare a circolare fra fantasmi lamentosi della mancanza di certezze. Ebbene, mai come ora la situazione è eccellente, la fine delle ideologie costringe, finalmente, ad affrontare il sociale armati solo della nostra soggettività, e questa è l’arma migliore. Non più passato né futuro, entrambi ci ricondurrebbero a cercare la mediazione mentre l’unica alternativa risiede nella ricerca di una continua rottura immediata e nella soddisfazione delle proprie azioni, siano esse pacifiche o violente, poco importa se gratuite. Non c’è più vita, a meno di essere Potere, senza ritorno alla prassi, alla sperimentazione della libertà attraverso l’autovalorizzazione dell’antagonismo quotidiano. L’autovalorizzazione (conquista di libertà, superamento degli schemi) è possibile se fondata sulla ripetizione ritmica, di massa, dei gesti che distruggono il Potere. Stiamo inoltre guarendo dalla malattia delle ideologie, di fronte al crollo dei punti di riferimento, dal niente realizzato altrove, possiamo ergerci consapevoli che l’unico vero ribaltamento è la rivoluzione del tutto. È in questo che sentiamo e viviamo lucidamente, che diveniamo storici ed entriamo in scena come protagonisti. Innanzitutto perché non stando con nessuno scegliamo la strada di chi dice no a qualsiasi potere-oppressione, quella dei rivoltosi. Da questa strada è difficile uscire, dato che la fonte delle lotte, le radici delle contraddizioni sono pure in noi, quando la si inizia bisogna percorrerla fino in in fondo. Chi vive lo sfruttamento tutti i giorni, chi non ha la possibilità di godersi un’esistenza decente, chi sente l’oppressione sul suo corpo, nella sua mente, nel suo sangue, non può che vivere senza riserve perché questa è la sua ultima possibilità. Chi lascerà la strada buttando via il fardello delle sue esigenze e della sua violenza di opposizione non potrà che finire avvelenato dalle proprie verità uccise. Per gli avvelenati sarà allora l’inizio del quotidiano della rinuncia, una morte senza fine, a questo vuole portarci il Potere. Certo ci offre i miraggi della produzione e del consumo. Non facciamoci fregare, non fermiamoci, liberiamo continuamente la passione creativa d’amore e di ribellione, questo l’unico modo per battere la diffusa coscienza a livello di massa delle costrizioni necessario. L’industrializzazione, il necessario controllo limitativo dello sviluppo tecnico-scientifico da parte del Potere, lo costringono ad uniformare gli strumenti del controllo, dello sfruttamento, del dominio: parcellizzandoli, articolandoli, automatizzandoli. Ed è proprio in questa diffusione molecolare del potereche emerge la possibilità reale di una permanente lotta di liberazione, è la grande occasione storica per una battaglia per una libertà sostanziale. Non a caso è esistito un rapporto diretto, nel l’esperienza del ’77 e nelle recenti lotte degli ospedalieri, fra liberazione di creatività individuale e collettiva, fondamenti di nuove dinamiche di libertà e la disarticolazione del controllo diffuso e lo smascheramento delle pratiche di democrazia autoritaria portata avanti dai partiti. Nella fase della mediazione, post-marzo ’77, i cavalli di Troia del potere nel movimento hanno permesso a questi di recuperare allo spettacolo le forme più emergenti della creatività collettiva. Ma per fortuna nei sotterranei della nostra civiltà, nel nostro popolo, continua a procedere il fiume impetuoso di ciò che ognuno di noi fa nascondendosi. Quello che è emerso nel passato non è nulla rispetto al turbinare di contraddizioni, pensieri, energie che ci agitano ininterrottamente giorno dopo giorno. Questo fiume è ingovernabile ed ha ripreso a scorrere, è un fluido composito di fantasticherie, desideri insoddisfatti, idee, sensazioni, è la preparazione dell’irrazionale magmatico di razionali gesti sconvolgenti. Consumare è accumulare di tutto: amore, danaro, miti, conoscenze, politica, questa la proposta per illuderci di essere liberi. Ma il tempo dell’illusione è breve ed effimero, crescono il senso di malessere e i conati di vomito, cresce la rete di libetà totale. Fare dimenticare all’uomo di essere un produttore, alienato nella creatività del lavoro forzato, dello sfruttamento, ecco le ragioni per cui il sistema ripiega nel consumo e nella piccola accumulazione bottegaia. Guai a farsi invischiare in questa dimensione, il cui centro progetta di controllare nello spazio di tempo libero dal lavoro, la creatività dell’uomo. Dobbiamo assolutamente finalizzare i nostri sforzi cercando una risposta credibile, di vita, per negare il controllo per tutto il tempo sulla nostra creatività. Ciò è fondabile a partire dal rifiuto dell’ideologia del lavoro, non c’è alternativa senza questo essenziale presupposto che si concretizza, per ora, nella critica distruttiva dell’attuale assetto sociale e della struttura di produzione e consumo. Il potere cibernetico tenta di trasformare ciascuno in singolo organizzatore della propria disponibilità, sia alla produzione che al consumo. Rifiutiamo questo ruolo di passività con una ricerca continua di quei gesti spontanei, conseguenza della nostra canalizzazione della creatività. Questo è possibile attraverso una permanente e lunga resistenza alla penenetrazione del potere in noi. Da qui riemerge quella autovalorizzazione, tanto necessaria per vivere. Diamo l’ultimo colpo di piccone affinchè il fiume torni in superficie per un’altra Jacquerie.
Sabino S. Acquaviva, Guerriglia e guerra rivoluzionaria in italia. Ideologia, fatti, prospettive, Rizzoli, Milano 1979
Questo libro di Sabino Acquaviva è forse la prima analisi organica della guerriglia italiana, senza indulgere, tuttavia, ad un linguaggio complesso e al preziosismo scientifico. In maniera piana sono analizzate le origini, le cause, le caratteristiche, i possibili sviluppi della lotta armata in Italia, guardando anche all’ideologia e alle condizioni sociali che la reggono. Ne emerge un quadro drammatico di una guerriglia che ha alle spalle uno spazio politico e organizzativo radicato nelle deficienze e nei bisogni della società italiana di oggi. Appaiono chiaramente i legami della lotta armata con il Movimento degli studenti, le sue lontane origini politiche, culturali e psicologiche insieme alla necessità e difficoltà per la guerriglia di conservare questi legami, di esprimere sempre i bisogni del Movimento. Negli svelti capitoli del suo saggio, Sabino Acquaviva analizza anche le linee strategiche e tattiche della guerriglia: distingue fra guerriglia urbana, guerriglia rurale, guerriglia «dei grandi spazi», vagliandone caratteristiche e possibilità a breve e lungo termine. Mette a fuoco le tecniche di lotta dei guerriglieri: la propaganda armata, la possibilità per la guerriglia italiana di creare basi di appoggio, lo spazio sociale in cui cresce: scuola, carceri, emarginati, classe operaia. Il libro è insieme una sintesi, un bilancio e una previsione, un’analisi che guarda ad alcuni aspetti possibili del nostro futuro negli anni a venire.
Sabino Acquaviva è uno dei più noti sociologi italiani, è professore ordinario di sociologia nell’Università di Padova e «Visiting Yellow» dell’All Souis College di Oxford. Si è affermato con alcuni libri di successo tra i quali Automazione e nuova classe (3ed. 1968), in cui anticipava di anni alcune tesi del nuovo stato industriale di Galbright, In principio era il corpo (1976), Social Structure in Italy. Crisis of a System (in collaborazione con M. Santuccio, 1976), un profilo della crisi della società italiana contemporanea scritto per il mondo culturale anglosassone, L’eclissi del sacro nella società industriale (5° ed. 1978), tradotto in più lingue. Collabora al «Corriere della Sera» ed a molti altri quotidiani e periodici italiani e stranieri, scientifici e culturali.
Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di), Settantasette. La rivoluzione che viene, DeriveApprodi, II edizione, Roma 2004 Nel nostro paese il movimento dell’anno 1977 è stato artefice non di una rivolta effimera ed estremista ma di una rivoluzione che ha annunciato la fine del Novecento e, insieme, il presente che stiamo vivendo. Quel movimento, infatti, in un brevissimo arco di tempo ha consumato definitivamente tutto il repertorio dell’immaginario storico della sinistra a fronte di una trasformazione epocale, produttiva e politica, delle società occidentali. Di quel movimento, prima represso nel sangue e nel carcere, poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria collettiva una flebile eco nella truce ruvidità della lotta armata. Rimozioni, omissioni e falsificazioni lo hanno perseguitato per trent’anni negandogli l’intelligente lungimiranza che aveva invece saputo esprimere. Questo libro, accostando documentazione d’epoca a interpretazioni attuali da parte di alcuni suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la verità.
«Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così»
Paolo Pozzi, Insurrezione, DeriveApprodi, Roma 2007
Questa è una storia degli anni Settanta. Allora c’era un movimento fatto di donne e uomini che pensavano di cambiare il mondo. In modo radicale. Con una rivoluzione. Quelle donne e quegli uomini pensavano che cambiarlo potesse anche essere divertente. Anzi o era divertente o non valeva la pena. Tutto e subito. Non si poteva rimandare nulla a dopo. La parte più radicale di quel movimento erano gli autonomi. Poi quel movimento è stato preso in una morsa ed è rimasto stritolato. Molti si sono fermati o sono stati fermati. Molti dal movimento sono passati alle formazioni armate. Molti hanno pensato che l’unica giustizia era quella proletaria. Alcuni, non pochi, si sono pentiti, cioè sono diventati delatori. È quindi anche una storia terribile. È una storia fatta di vivi, morti e morti ammazzati. È una storia dolorosa per il dolore arrecato e sofferto. È una storia che narra di giovani. Io ora sono un uomo che va verso i sessanta. Ma mi rivedo giovane e penso: ce l’hanno fatta pagare ma ci siamo divertiti un casino.
Questa storia comincio a scriverla nel carcere speciale di Fossombrone nel 1982. Quaderno e matita. Poi il quaderno me lo porto a Rebibbia, dove vengo trasferito. Francone mi presta la sua Olivetti Lettera 22 e io ricomincio da capo. Il patto è chiaro: tutti i giorni lui vuol leggere e dare il suo giudizio: Hemingway, passabile, fa cagare. I fa cagare vengono subito strappati in faccia all’autore. Il lavoro si rallenta di molto durante le udienze del processo. La scrittura langue. Nell’estate dell’84 ci dò la botta finale. Ma mi liberano e il legame con il mio spietato critico cessa. Il dattiloscritto me lo porto a Milano nei sacchi neri della spazzatura che raccolgono i miei effetti personali. Pubblicarlo? E da chi? Poi Francone esce anche lui. Una sera di quindici anni fa mi porta a casa Sergio, detto Sergino perché ai tempi dell’Autonomia era quasi un bambino. Sergio dice: «mi piace un casino, siamo proprio noi». Piano piano comincia a pubblicare singoli capitoli della storia su riviste, libri ecc. Poi l’anno scorso si fa vivo. E mi dice: pubblichiamo tutto. Io dico di sì. Eccola qua.
Paolo Pozzi (1949) si laurea in Sociologia a Trento nel 1972. Trasferitosi a Milano milita nella componente dell’autonomia operaia che si raccoglie attorno la rivista «Rosso», di cui è redattore. Nel 1979 viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta 7 aprile e sconta diversi anni di carcere. Oggi è dirigente di una società che si occupa di beni culturali.
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