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Potere Operaio n°45

Crisi del capitale e compiti dei comunisti

Grup­po Gram­sci, Qua­der­ni di Ras­se­gna comu­ni­sta n. 1, Cri­si del capi­ta­le e com­pi­ti dei comu­ni­sti, Sape­re Edi­zio­ni, Mila­no 1972



Il capi­ta­li­smo sta andan­do ver­so una nuo­va cri­si gene­ra­le. Da qual­che anno i miti del­la rag­giun­ta sta­bi­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca nei pae­si a capi­ta­li­smo avan­za­to stan­no sal­tan­do uno ad uno. In un pri­mo tem­po, le lot­te stu­den­te­sche e antim­pe­ria­li­ste, le lot­te del pro­le­ta­ria­to afro-ame­ri­ca­no, le lot­te del pro­le­ta­ria­to euro­peo han­no fat­to sal­ta­re il mito del­l’in­te­gra­zio­ne del­le mas­se popo­la­ri in un capi­ta­li­smo rifor­ma­to. Allo stes­so tem­po si svi­lup­pa­va una cri­si dei mec­ca­ni­smi di accu­mu­la­zio­ne che ave­va­no dato al capi­ta­li­smo un ven­ten­nio di espan­sio­ne eco­no­mi­ca sen­za pre­ce­den­ti. Len­ta­men­te que­sta cri­si e venu­ta alla super­fi­cie: nel cuo­re stes­so del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, (gli USA), all’e­span­sio­ne è suben­tra­to il rista­gno, men­tre l’in­fla­zio­ne, carat­te­ri­sti­ca dei perio­di di for­te espan­sio­ne, ha con­ti­nua­to a galop­pa­re appa­ren­te­men­te con­tro la volon­tà stes­sa di chi con­trol­la Ie leve del pote­re. I ten­ta­ti­vi di pie­ga­re l’in­fla­zio­ne e di rilan­cia­re l’e­span­sio­ne non han fat­to altro che esten­de­re e gene­ra­liz­za­re la cri­si ad altri cen­tri del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne, acuen­do i con­flit­ti all’in­ter­no del capi­ta­le stes­so, scop­pia­ti dram­ma­ti­ca­men­te con la recen­te «guer­ra» dei cam­bi, del­le restri­zio­ni alle impor­ta­zio­ni, degli appog­gi alle indu­strie espor­ta­tri­ci e del fol­klo­re dei dibat­ti­ti par­la­men­ta­ri sugli inte­res­si nazio­na­li, con­ti­nen­ta­li, mon­dia­li… L’I­ta­lia è uno degli anel­li debo­li nel­la situa­zio­ne di gene­ra­le insta­bi­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca nel­la qua­le i cen­tri del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, i moder­ni
pae­si impe­ria­li­sti, si sen­to­no spro­fon­da­re. Qui le lot­te ope­ra­ie e di altri stra­ti popo­la­ri sono sta­te par­ti­co­lar­men­te inten­se ed este­se; qui la cri­si eco­no­mi­ca si pre­an­nun­cia acu­ta.
Davan­ti a que­sta situa­zio­ne, la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria è diso­rien­ta­ta. Le inter­pre­ta­zio­ni del­le lot­te, del­la cri­si e del rap­por­to tra le due sono discor­di. C’è chi vede la cri­si come il risul­ta­to del­le lot­te (in Ita­lia e all’e­ste­ro); c’è chi la vede come il risul­ta­to di una volon­tà del­la bor­ghe­sia e chi la vede come il risul­ta­to di erro­ri del­la bor­ghe­sia; c’è chi ne ha nega­to 1’esistenza, fin­ché l’e­vi­den­za è diven­ta­ta trop­po schiac­cian­te; c’è chi la vede come feno­me­no soprat­tut­to o esclu­si­va­men­te inter­na­zio­na­le; c’è chi la vede sfo­cia­re nel­la rivo­lu­zio­ne e chi la vede sfo­cia­re in un ritor­no a un mon­do di guer­re inte­rim­pe­ria­li­ste e di aper­ta repres­sio­ne ope­ra­ia. A que­sto caos teo­ri­co non può cor­ri­spon­de­re che una pra­ti­ca cao­ti­ca, oscil­lan­te con­ti­nua­men­te tra
spon­ta­nei­smo e dog­ma­ti­smo. Que­sti testi voglio­no esse­re da un lato un con­tri­bu­to al chia­ri­men­to teo­ri­co per tut­ta la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, dal­l’al­tro lato il pun­to di rife­ri­men­to teo­ri­co per il lavo­ro poli­ti­co
dei com­pa­gni orga­niz­za­ti nei grup­pi Gram­sci di Vare­se, Mila­no, Pine­ro­lo e Tori­no (C.A.I.P. K. Marx). Esse rispon­do­no ad esi­gen­ze nate dal­la pra­ti­ca pas­sa­ta di
que­sti grup­pi e dovran­no esse­re con­ti­nua­men­te arric­chi­te, appro­fon­di­te e mes­se in discus­sio­ne dal­la loro pra­ti­ca futu­ra e da con­fron­ti sem­pre più siste­ma­ti­ci con la pra­ti­ca e 1’analisi di quei grup­pi che si muo­vo­no nel­la stes­sa pro­spet­ti­va strategica.

ROSSO – anno 1 – n. 1

quin­di­ci­na­le del Grup­po Gramsci

  • Die­tro le quin­te del­la cri­si monetaria
  • Ope­rai :vit­to­ria d’au­tun­no e bat­ta­glia di primavera
  • PCI e cli­ma rovente
  • Scuo­la : mas­sa­cro di febbraio
  • Abor­to e dro­ga : lega­li­tà per chi ?

Lotte operaie, organizzazione dell’autonomia e problema del partito

Tesi e pro­po­ste del Grup­po Gram­sci, Qua­der­ni di Ras­se­gna comu­ni­sta n. 2, Lot­te ope­ra­ie, orga­niz­za­zio­ne del­l’au­to­no­mia e pro­ble­ma del par­ti­to, Ras­se­gna comu­ni­sta, Mila­no 1973



II con­fron­to con la real­tà, con gli altri che vivo­no con noi in que­sta real­tà; il rifug­gi­re il dog­ma che fos­si­liz­za il pen­sie­ro e impri­gio­na I’a­zio­ne; il corag­gio quin­di di distrug­ge­re i miti e di esse­re nel­la sto­ria così come si svi­lup­pa, par­te viva nel­la sto­ria, non demiur­ghi che risol­vo­no con bene­di­zio­ni o for­mu­le. Que­sto e lo sfor­zo che si inten­de fare come grup­po Gram­sci. Ma già dire come grup­po Gram­sci ci sem­bra limi­ta­ti­vo – e in par­te con­trad­dit­to­rio -. II grup­po c’è, esi­ste solo nei con­fron­ti del movi­men­to, solo se la sua esi­sten­za può por­ta­re un aiu­to alla crea­zio­ne del­la testa ope­ra­ia, all’or­ga­niz­za­zio­ne di ciò che già c’è e vive nel movi­men­to e nel­la clas­se. Le mas­se – coscien­te­men­te o no – sono più avan­ti di noi. Da qui occor­re par­ti­re sia con l’at­ti­vi­tà «poli­ti­ca» che nel leg­ge­re que­ste pagi­ne. Ma guai se ciò venis­se inter­pre­ta­to come accet­ta­zio­ne del ruo­lo pigro di chi si met­te alla coda del­le mas­se a «con­tem­plar­ne le ter­ga». Vuol dire inve­ce coscien­za dei limi­ti del pro­prio ruo­lo, neces­si­tà di capi­re la real­tà che vivia­mo, di siste­ma­tiz­za­re ciò che ci sem­bra di aver com­pre­so andan­do, per dir­la con Mao, « alla scuo­la del­le mas­se ». E allo­ra ci sem­bra uti­le e neces­sa­rio por­ta­re a cono­scen­za del più lar­go nume­ro pos­si­bi­le di mili­tan­ti, di com­pa­gni ope­rai den­tro e fuo­ri le orga­niz­za­zio­ni dei grup­pi poli­ti­ci, quan­to dal­la rifles­sio­ne teo­ri­ca su una espe­rien­za com­piu­ta, da una discus­sio­ne e da un con­fron­to all’in­ter­no di que­sta espe­rien­za ci sem­bra sia emerso…

Il nostro estremismo, il vostro opportunismo e il loro riformismo

Da «Ros­so con­tro la repressione»

(rispo­sta a Lc e Pdup) Una tesi acco­mu­na Lot­ta con­ti­nua e il Pdup nel­la con­dan­na del­l’e­stre­mi­smo: gli «auto­no­mi» sono poli­ti­ca­men­te «sprov­ve­du­ti», l’e­stre­mi­smo si ripro­du­ce «nono­stan­te la debo­lez­za» scon­cer­tan­te del­la linea poli­ti­ca. Le con­clu­sio­ni del­l’ar­ti­co­lo di Lc ven­go­no trat­te sul­la base di una sor­ta di iden­ti­kit teo­ri­co degli estre­mi­sti facen­do­li pas­sa­re (que­sta for­se è la dife­sa cui ammic­ca Lc) per «debo­li di men­te». In sin­te­si secon­do Lc esi­sto­no due ten­den­ze: una mora­li­sti­co-reli­gio­sa-roman­ti­ca, vedi Br, l’al­tra cini­co-stru­men­ta­li­sta secon­do le ver­sio­ni sco­la­sti­che di Machia­vel­li; in que­sto sen­so «mili­ta­ri­sti» e «liber­ta­ri gio­va­ni­li­sti», dal­le fem­mi­ni­ste ai Nap, ten­do­no a for­ma­re sì orga­niz­za­zio­ni diver­se ma deri­va­no, sul pia­no teo­ri­co, da una di que­ste ten­den­ze o da un insie­me di entram­be. Minia­ti, per il Pdup, nep­pu­re, s’av­ven­tu­ra nel gine­pra­io e se la sbri­ga con «sprov­ve­du­ti». È noio­so rispon­de­re a que­sta accoz­za­glia di stu­pi­di­tà poli­ti­ca lega­ta indis­so­lu­bil­men­te a vizi dema­go­gi­ci che ten­do­no ad annul­la­re per­si­no i fat­ti più noti. Se qual­che rispo­sta va data è solo per­ché que­sto approc­cio «teo­ri­co» (si fa per dire) alla que­stio­ne mira pale­se­men­te a due sco­pi: pri­mo, evi­ta­re il dibat­ti­to but­tan­do­lo in cari­ca­tu­ra, irri­den­do le com­po­nen­ti (alcu­ne sol­tan­to e le più vec­chie e note) con­flui­te nel­l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma e tut­to­ra esi­sten­ti con fisio­no­mia pro­pria; così si pren­do­no i clas­si­ci due pic­cio­ni: fin­ge­re di difen­de­re o di giu­sti­fi­ca­re l’i­naf­fer­ra­bi­le «feno­me­no socia­le» e denun­cia­re il cor­ri­spon­den­te sboc­co poli­ti­co.
L’av­vo­ca­to difen­so­re diven­ta Pub­bli­co Mini­ste­ro sen­za nep­pu­re cam­bia­re vesti­to. Secon­do sco­po: tene­re in «como­da» posi­zio­ne di igno­ran­za i mili­tan­ti più gio­va­ni entra­ti nel movi­men­to negli ulti­mi tem­pi e che, sen­za col­pa alcu­na, igno­ra­no il già lun­go tra­va­glio e per­cor­so teo­ri­co com­piu­to dal­la nuo­va sini­stra. Non abbia­mo biso­gno, su que­sto pia­no, di dilun­gar­ci trop­po. Se a qual­cu­no resta un mise­ra­bi­le mar­gi­ne di one­stà intel­let­tua­le sa che liqui­da­re le Bri­ga­te ros­se (anche se la dife­sa del­la linea poli­ti­ca di que­sta orga­niz­za­zio­ne non ci com­pe­te per­ché non la con­di­vi­dia­mo) con «ten­sio­ni roman­ti­che e reli­gio­se» è addi­rit­tu­ra grot­te­sco. Anche un let­to­re del «Cor­rie­re d’In­for­ma­zio­ne» ormai può, par­ten­do dal­la figu­ra più famo­sa, Cur­cio, andar­si a docu­men­ta­re sul per­cor­so teo­ri­co che ha por­ta­to a Br la com­po­nen­te marx-leni­ni­sta più digni­to­sa in Ita­lia, pas­san­do attra­ver­so il vaglio di espe­rien­ze come «uni­ver­si­tà nega­ti­va», «lavo­ro poli­ti­co», «col­let­ti­vo poli­ti­co metro­po­li­ta­no», «sini­stra pro­le­ta­ria». Egua­glia­re Pote­re ope­ra­io a una sbia­di­ta rie­di­zio­ne sco­la­sti­ca di Machia­vel­li è un modo di giu­di­ca­re che, fran­ca­men­te, non è faci­le sup­por­re nep­pu­re sul­le lab­bra di Nat­ta (che Fan­fa­ni abbia fat­to già scuo­la anche nel­la estre­ma sini­stra?). Ridur­re l’e­la­bo­ra­zio­ne del Grup­po Gram­sci a oppor­tu­ni­smo filo-sin­da­ca­le dis­sol­to­si poi con un «appa­ren­te para­dos­so», in un «auto­no­mi­smo filo-mili­ta­ri­sta… e in un festan­te gio­va­ni­li­smo liber­ta­rio», appar­tie­ne alla noio­sa atti­tu­di­ne che tan­to irri­ta­va Marx di «appic­ci­ca­re nozio­ni» sen­za nes­su­na seria ana­li­si. Lot­ta con­ti­nua stes­sa si con­trad­di­ce per­ché, guar­da caso, fra tan­te tesi sul­la cri­si con­tro cui scon­trar­si pro­prio nei mate­ria­li pre­pa­ra­to­ri del con­gres­so ave­va scel­to come «signi­fi­ca­ti­ve» quel­le di Pote­re ope­ra­io e del Gram­sci (sarem­mo feli­ci di poter­le leg­ge­re!). D’al­tra par­te da Ope­rai e capi­ta­le a Cri­si e orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia l’e­la­bo­ra­zio­ne «ope­rai­sta» non ha rice­vu­to nes­su­na con­tro-argo­men­ta­zio­ne seria. Per quan­to riguar­da il Gram­sci le tesi sul­la cri­si e sul­l’or­ga­niz­za­zio­ne, le ana­li­si di fase poli­ti­ca, il nes­so sta­bi­li­to tra lot­ta di clas­se e libe­ra­zio­ne sono anco­ra tra le poche cose digni­to­se che la nuo­va sini­stra ha ela­bo­ra­to. Quin­di: o que­sto dibat­ti­to lo si apre, e lo si fa seria­men­te, oppu­re gli attac­chi assur­di dimo­stra­no solo l’in­con­si­sten­za teo­ri­ca di chi li por­ta e, mol­to peg­gio, dimo­stra­no una con­so­li­da­ta pra­ti­ca, bas­sa­men­te cal­mie­ra­tri­ce che imi­ta, al peg­gio, i poli­ti­can­ti bor­ghe­si più squal­li­di. Pas­sia­mo ora alle cose più impor­tan­ti, quel­le che toc­ca­no la pra­ti­ca poli­ti­ca. L’a­na­li­si del­l’e­stre­mi­smo fat­ta da Lc si ridu­ce in sin­te­si a que­sto: a) l’e­stre­mi­smo è, pri­ma che feno­me­no poli­ti­co, un feno­me­no socia­le, come tale esso nasce dal­la ribel­lio­ne imme­dia­ta, uni­la­te­ra­le e al tem­po stes­so tota­le all’or­ga­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca; b) l’e­stre­mi­smo non si ridu­ce alla linea poli­ti­ca ma è un por­ta­to del­la «con­ce­zio­ne del mon­do» che nasce in que­sta ribel­lio­ne socia­le «tota­le» all’or­ga­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca; e) se l’or­ga­niz­za­zio­ne atte­nua il col­le­ga­men­to orga­ni­co dal­la vita socia­le, la poli­ti­ca tor­na a far­si atti­vi­tà sepa­ra­ta e a con­trap­por­si alle spin­te nuo­ve che emer­go­no dal movi­men­to.
Que­ste spin­te cer­che­ran­no quin­di altre espres­sio­ni di sé in orga­niz­za­zio­ni che teo­riz­za­no la ribel­lio­ne in quan­to tale sen­za saper­la tra­sfor­ma­re in poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria. La tesi del Mani­fe­sto è mol­to più sche­ma­ti­ca e si ridu­ce a que­sto: la stra­da è tor­tuo­sa (quel­la del­la rivo­lu­zio­ne), il movi­men­to è in riflus­so, l’a­na­li­si «scien­ti­fi­ca» ci dice che però la situa­zio­ne non è dispe­ra­ta. Altri inve­ce si dispe­ra­no e cer­ca­no con la fuga in avan­ti di testi­mo­nia­re la pre­sen­za rivo­lu­zio­na­ria.
Tut­to ciò è dan­no­so ma è anche cau­sa­to dal­l’in­suf­fi­cien­te linea di demar­ca­zio­ne che si riscon­tra a vol­te fra com­por­ta­men­to del­la sini­stra rifor­mi­sta e respon­sa­bi­li del siste­ma, oppu­re è cau­sa­to da insuf­fi­cien­te ten­sio­ne idea­le e «demo­cra­ti­ca» nel­la vita del­le orga­niz­za­zio­ni. Pri­ma cosa da nota­re, né l’u­na né l’al­tra tesi entra­no nel meri­to del­la discus­sio­ne a pro­po­si­to del­la linea poli­ti­ca degli estre­mi­sti.
Il risul­ta­to che si vuo­le con­se­gui­re: la dimo­stra­zio­ne che gli estre­mi­sti orga­niz­za­ti sono una inu­ti­le sco­ria poli­ti­ca, vie­ne pre­sup­po­sto, affer­man­do cioè che l’e­stre­mi­smo è un pro­dot­to socia­le e poli­ti­co pri­ma che orga­niz­za­ti­vo. Del­la linea poli­ti­ca, quin­di, si può non discu­te­re, per­ché la ragio­ne del suo affer­mar­si non risie­de in essa ma nel­la socie­tà e nel movi­men­to poli­ti­co. Sareb­be come dire: dato che la ribel­lio­ne tro­va la sua ori­gi­ne nel­le con­di­zio­ni socia­li del pro­le­ta­ria­to e non nel mar­xi­smo, il mar­xi­smo è tal­men­te irri­le­van­te che non vale la pena discu­ter­ne. Voglia­mo dire che pro­prio ciò che deve dimo­stra­re: il fat­to che tra estre­mi­smo come feno­me­no socia­le ed estre­mi­smo poli­ti­co orga­niz­za­to esi­sta un nes­so sol­tan­to casua­le o comun­que ridut­ti­vo, pro­prio que­sto Lot­ta con­ti­nua non lo dimo­stra. Il Pdup si atte­sta inve­ce sul­l’in­ven­zio­ne del­le tesi poli­ti­che attri­bui­te all’av­ver­sa­rio: «chi è con­vin­to che nel­la fab­bri­ca, nel­la scuo­la, nel quar­tie­re, la par­ti­ta sia ormai chiu­sa» (sic!) e, improv­vi­san­do una «psi­co­lo­gia del­la scon­fit­ta», cer­ca di moti­va­re l’e­stre­mi­smo con la «sfi­du­cia» nel­la lot­ta di mas­sa matu­ra­ta in que­sta fase di rela­ti­vo riflus­so. È per­si­no pate­ti­ca l’on­ni­po­ten­za infan­ti­le di Minia­ti che cre­de dav­ve­ro che tut­ti con­di­vi­da­no le sue ana­li­si! Su que­sto tor­ne­re­mo poi. Venia­mo ades­so, dopo aver­ne cri­ti­ca­to il «sot­ter­fu­gio» fon­da­men­ta­le, alle «ana­li­si» di Lot­ta con­ti­nua. L’e­stre­mi­smo, ori­gi­na­to da una ribel­lio­ne socia­le imme­dia­ta e tota­le all’or­ga­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, vie­ne poi ridot­to alla con­trad­di­zio­ne maoi­sta tra vec­chio e nuo­vo. È chia­ro il ten­ta­ti­vo: pri­mo, dilui­re l’e­stre­mi­smo in una defi­ni­zio­ne del feno­me­no a livel­lo socia­le in modo da far­ne coglie­re, in sostan­za, sem­pli­ce­men­te il dato di ribel­lio­ne pro­le­ta­ria alla Gaspa­raz­zo; secon­do, col­lo­ca­re que­sta ansia di ribel­lio­ne in una dimen­sio­ne che va al di là del­le deter­mi­na­zio­ni di clas­se: il vec­chio e il nuo­vo. È evi­den­te la scioc­chez­za: l’«estremismo», in quan­to tale, è un feno­me­no poli­ti­co, le «ragio­ni socia­li» del­la sua esi­sten­za sono indi­vi­dua­te anche da Lot­ta con­ti­nua, sep­pur con­fu­sa­men­te, e sono quel­le stes­se che, al livel­lo del com­por­ta­men­to imme­dia­to, spie­ga­no il rifiu­to, l’e­stra­nei­tà al lavo­ro, l’e­stra­nei­tà all’in­sie­me del­l’or­ga­niz­za­zio­ne socia­le del­la pro­du­zio­ne e del­la ripro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. L’e­stre­mi­smo è la veste poli­ti­ca del frut­to (non «eter­no» – com­pa­gni di Lc – e nean­che eter­no rispet­to all’e­si­sten­za del pro­le­ta­ria­to) di una com­po­si­zio­ne di clas­se deter­mi­na­ta (l’o­pe­ra­io appen­di­ce del­la mac­chi­na, l’o­pe­ra­io comu­ne, l’o­pe­ra­io che guar­da e rego­la, posto pri­ma «accan­to» al pro­ces­so pro­dut­ti­vo, e il pro­le­ta­rio dif­fu­so­si ormai su tut­to l’ar­co socia­le, l’es­se­re rea­le cioè del­la pre­vi­sio­ne mar­xia­na). In quan­to veste «poli­ti­ca» esso è «ideal­men­te» e lo è par­zial­men­te nel­la pra­ti­ca, la con­nes­sio­ne di que­sti ele­men­ti di attac­co anti­ca­pi­ta­li­sti­co orga­niz­za­ti nel­le loro espres­sio­ni di avan­guar­dia. Da que­sto pun­to di vista però l’e­stre­mi­smo non è più il nuo­vo con­tro il vec­chio, non è un gene­ri­co «feno­me­no socia­le», ma è un pro­gram­ma poli­ti­co e di orga­niz­za­zio­ne il cui rife­ri­men­to è la pra­ti­ca di lot­ta rivo­lu­zio­na­ria pro­le­ta­ria esi­sten­te. Più sem­pli­ce­men­te; le ori­gi­ni socia­li del­l’e­stre­mi­smo indi­vi­dua­te da Lc sono in real­tà le ori­gi­ni «socia­li» del­la lot­ta di clas­se rivo­lu­zio­na­ria, e non le «ori­gi­ni» del «nuo­vo»; l’e­stre­mi­smo è non solo paro­la ma fat­to poli­ti­co orga­niz­za­to che a que­ste ori­gi­ni si richia­ma e che da esse trae ali­men­to, esso si pone quin­di non come «nuo­vo», ma come l’es­se­re rivo­lu­zio­na­rio del­la clas­se in oppo­si­zio­ne al suo esse­re rifor­mi­sta. L’in­di­ret­ta con­fer­ma di tut­to ciò è data da Lc stes­sa che per addur­re le «ragio­ni socia­li» del­l’e­stre­mi­smo non fa che ripren­de­re le «ragio­ni socia­li» del­la rivo­lu­zio­ne; «biso­gni pre­sen­ti nel­la clas­se ope­ra­ia nel­la ribel­lio­ne al dispo­ti­smo sot­to padro­ne, nel­la con­trap­po­si­zio­ne alla vec­chia poli­ti­ca revi­sio­ni­sta…». «Ragio­ni socia­li» che non sia­no que­ste sono in real­tà le oppo­ste «ragio­ni socia­li» che spie­ga­no la pre­sen­za rifor­mi­sta e, oggi, quel­la dei grup­pi. In real­tà quin­di que­sto dibat­ti­to sul­l’e­stre­mi­smo è con­dot­to per ora a col­pi di fra­si vaghe e sba­glia­te. D’al­tra par­te cosa atten­der­si da chi sci­vo­la sem­pre di più ver­so l’op­por­tu­ni­smo? Per rima­ne­re alla sola linea poli­ti­ca e in manie­ra «ultra­sche­ma­ti­ca» (riman­dia­mo alle nostre pub­bli­ca­zio­ni e ai nostri docu­men­ti i com­pa­gni di Lc e del Pdup) ricor­dia­mo alcu­ni trat­ti del­la rifles­sio­ne del­l’au­to­no­mia: a) – il carat­te­re strut­tu­ra­le del­la cri­si e, insie­me, il suo carat­te­re di novi­tà sto­ri­ca rispet­to alle cri­si pre­ce­den­ti del­l’in­te­ro asset­to capi­ta­li­sti­co è, fon­da­to nel­la com­po­si­zio­ne di clas­se, il ribal­ta­men­to dei rap­por­ti di for­za tra ope­rai, pro­le­ta­ri e capi­ta­le; b) – que­sto carat­te­re del­la cri­si, fon­da­to nel­la com­po­si­zio­ne di clas­se più com­piu­ta­men­te estra­nea al lavo­ro, chie­de, dal rifiu­to del lavo­ro all’ap­pro­pria­zio­ne, dal­la cre­scen­te rispo­sta al ter­ro­ri­smo del­le mul­ti­na­zio­na­li e dei loro Sta­ti, il comu­ni­smo come pro­gram­ma poli­ti­co; c) – il carat­te­re del­la fase sto­ri­ca si espri­me nel­la cri­si ed esi­ge quin­di un livel­lo d’or­ga­niz­za­zio­ne che si pon­ga diret­ta­men­te sul ter­re­no del­la «costru­zio­ne del comu­ni­smo»; il che signi­fi­ca il com­piu­to ribal­ta­men­to del­la tat­ti­ca e del­l’or­ga­niz­za­zio­ne leni­ni­sta: dal­la for­za ope­ra­ia alle con­trad­di­zio­ni inter­ca­pi­ta­li­sti­che, e non vice­ver­sa; l’u­ni­tà di clas­se come svi­lup­po del­le sue con­trad­di­zio­ni inter­ne e non la poli­ti­ca del­le allean­ze; l’or­ga­niz­za­zio­ne come pro­ie­zio­ne del pote­re ope­ra­io non come con­di­zio­ne ester­na di que­sto pote­re; il pro­gram­ma come rove­scia­men­to del «modo del­l’at­ti­vi­tà» non come «svi­lup­po»; infi­ne l’u­ni­tà oggi data tra sco­po del­la lot­ta di clas­se e libe­ra­zio­ne del­l’in­di­vi­duo socia­le total­men­te svi­lup­pa­to; d) – l’i­ne­vi­ta­bi­li­tà, nei pae­si capi­ta­li­sti­ca­men­te svi­lup­pa­ti, del­l’as­sun­zio­ne dei com­pi­ti di pro­du­zio­ne e ordi­ne da par­te del movi­men­to ope­ra­io rifor­mi­sta poi­ché l’u­ni­ca clas­se capa­ce di dare for­za suf­fi­cien­te alla mac­chi­na capi­ta­li­sti­ca è comun­que, data la com­po­si­zio­ne, quel­la pro­le­ta­ria non anco­ra svi­lup­pa­ta a clas­se per sé, a clas­se che auto­de­ter­mi­na le con­di­zio­ni del­la sua rea­liz­za­zio­ne (cioè del­la sua nega­zio­ne); e) – è a par­ti­re da que­sta com­pren­sio­ne del movi­men­to nei suoi carat­te­ri stra­te­gi­ci che oggi arti­co­lia­mo la nostra pro­po­sta sul­le 35 ore e il sala­rio garan­ti­to, sul­l’at­tac­co alla pro­du­zio­ne, sul­l’ap­pro­pria­zio­ne, sul­l’at­tac­co ai rifor­mi­sti come gesto­ri del­la cri­si e del­la repres­sio­ne in pri­ma per­so­na. Come rispon­do­no a que­ste tesi, non ovvia­men­te nel­la for­ma sche­ma­ti­ca pri­ma uti­liz­za­ta, i neo-rifor­mi­sti del­la tri­pli­ce? Fino­ra abbia­mo solo sen­ti­to vaneg­gia­men­ti da «tut­ti a casa»: la cri­si è pro­lun­ga­ta (scien­ti­fi­ca la defi­ni­zio­ne!) ma l’or­ga­niz­za­zio­ne non può por­si il com­pi­to imme­dia­to del­la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria ben­sì lavo­ra­re o a bat­te­re il gol­pe vero… o abbat­te­re il gol­pe stri­scian­te di un bloc­co rea­zio­na­rio con la DC alla testa… o a lot­ta­re con­tro la nor­ma­liz­za­zio­ne… o a esul­ta­re e a pre­pa­rar­si a nuo­vi com­pi­ti nel caso che si veri­fi­chi­no «i pro­fon­di cam­bia­men­ti» che intro­dur­reb­be la vit­to­ria del­le sini­stre… Il tut­to con­di­to da ini­zia­ti­ve di refe­ren­dum por­ta­te avan­ti con meno corag­gio di quan­to non dimo­stri­no i radi­ca­li.
Con­tro­pro­va?
Atteg­gia­men­to bal­bet­tan­te sul­le 35 ore, con­dan­na di ogni epi­so­dio di attac­co alla pro­du­zio­ne, con­dan­na o silen­zio sul­l’ap­pro­pria­zio­ne, ecc. ecc. Il Pdup poi, can­ta la stes­sa can­zo­ne, solo in ter­mi­ni isti­tu­zio­na­li (sin­da­ca­ti, par­ti­ti di sini­stra, par­la­men­to, enti loca­li), quin­di sia­mo al peg­gio. Che dire?
Che pri­ma del pro­ces­so all’e­stre­mi­smo que­sti signo­ri capi­sca­no che non si può lavo­ra­re su tren­ta «ipo­te­si» o pre­vi­sio­ni per­ché tren­ta «ipo­te­si» chie­do­no tren­ta diver­se solu­zio­ni tat­ti­che.
Che i carat­te­ri gene­ra­li del­la fase sto­ri­ca non si defi­ni­sco­no con qual­che vago agget­ti­vo e che, comun­que, una orga­niz­za­zio­ne comu­ni­sta non nasce den­tro una deter­mi­na­ta com­po­si­zio­ne di clas­se e una «cri­si sto­ri­ca» per evol­ver­si in un impre­ve­di­bi­le futu­ro, in orga­niz­za­zio­ne che è fun­zio­ne del pote­re ope­ra­io per il comu­ni­smo. Se oggi, e per tut­ta la dura­ta pre­ve­di­bi­le del­la cri­si come fa capi­re Lc il pro­gram­ma comu­ni­sta non è matu­ro, l’or­ga­niz­za­zio­ne che si costrui­sce solo in modo idea­li­sti­co può esse­re doma­ni adat­ta ai com­pi­ti pro­pria­men­te rivo­lu­zio­na­ri?
Logi­co sareb­be allo­ra sta­re a casa e aspet­ta­re che matu­ri­no le nespo­le. Infi­ne, a pro­po­si­to di linea di mas­sa, cosa ci dico­no lor­si­gno­ri sul­le 35 ore, il sala­rio garan­ti­to e le for­me di lot­ta per con­qui­sta­re que­sti livel­li essen­zia­li a una rispo­sta di clas­se alla cri­si e alle sue dimensioni?

La musica è politicamente sospetta

Roma­no Madera

La musi­ca è
poli­ti­ca­men­te sospetta

Poli­ti­ca e musica

La moda, anche quel­la poli­ti­ca, ha riva­lu­ta­to musi­ca, can­to e dan­ze.
Non che pri­ma del movi­men­to del ’77 le note poli­ti­che non esi­stes­se­ro. Anzi. Solo, pri­ma del­la cri­si del­la figu­ra del mili­tan­te, più o meno dal ’73 in poi, face­va­no sfon­do, era­no par­te del­la coreo­gra­fia. Come le mar­ce mili­ta­ri rispet­to alla bat­ta­glia. Deci­si­va è la bat­ta­glia, il tam­bu­ro bat­te nel­l’in­ter­val­lo, per tene­re in alto i cuo­ri. Le due musi­che pre­fe­ri­te: ban­die­ra ros­sa e L’in­ter­na­zio­na­le futu­ra uma­ni­tà. Per esse­re futu­ra quel­la uma­ni­tà si accom­pa­gna­va con alcu­ne del­le peg­gio­ri mar­cet­te del­l’Ot­to­cen­to. I par­ti­co­la­ri del qua­dro era­no for­ni­ti da comi­zi ed esor­ta­zio­ni pro­sa­sti­che rifo­cil­la­te da qual­che rit­mo, pigra­men­te sti­rac­chia­to per non anne­ga­re la voce reci­tan­te. Un revi­val, adat­ta­to come ogni revi­val che non si rispet­ti, del poco musi­ca­le ma tan­to glo­rio­so ante­na­to, il pro­le­ta­ria­to Otto­cen­to-ini­zio Nove­cen­to.
Pos­sia­mo azzar­da­re due fun­zio­ni al revi­val. La pri­ma è la stes­sa del­la rie­su­ma­zio­ne, fat­ta sen­za ordi­ne alcu­no, fru­gan­do in mez­zo ad impet­ti­ti busti di per­so­ne gra­vi con i gesti casua­li e un tan­ti­nel­lo roz­zi di turi­sta in vacan­za che fa shop­ping al Gran Bazaar, di testi sacri, litur­gi­ci e per­si­no del­la rac­col­ta di imma­gi­net­te clas­si­fi­ca­te con tan­ta cura dal movi­men­to ope­ra­io. Ogni movi­men­to nuo­vo, reci­ta­va il sacro cano­ne, ama pren­der­si a pre­sti­to vec­chi costu­mi, un po’ per nobi­li­tar­si ai suoi pro­pri occhi, un po’ per dare ad inten­de­re la sua legit­ti­mi­tà. Non essen­do più pre­vi­sta la prov­vi­den­zia­le ope­ra di Dio, il rico­no­sci­men­to del figlio legit­ti­mo deve esse­re, lai­ca­men­te, sco­va­to dal ragaz­zi­no del­la sto­ria, moder­na dea. Così face­va­no i rivo­lu­zio­na­ri fine Set­te­cen­to-ini­zio Otto­cen­to con l’an­ti­ca Roma (e, mio Dio!, i con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ri del Nove­cen­to) così face­va­mo noi, tiran­do la bar­ba di Marx, e di mol­te altre divi­ni­tà meno degne, per copri­re di pan­no nobi­le, di alto lignag­gio, le nostre tro­va­te di ulti­mi venu­ti. Se poi si can­ta­no gli stes­si inni è ovvia la pre­te­sa di rico­struir­si una paten­te di legit­ti­ma ere­di­tà: sia­mo noi i con­ti­nua­to­ri di quel­le gesta: del­le lot­te per le die­ci ore, per il voto, del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa ma anche di quel­la anar­chi­ca mai fat­ta, chis­sà mai, di quel­la cine­se ma pure del­la resi­sten­za ita­lia­na, di Castro e di Josè Mar­ti, e for­se di Boli­var pas­san­do per via Lumum­ba, sen­za dimen­ti­ca­re Kron­stadt che pure era vit­ti­ma di un altro nostro ante­na­to e così via. D’al­tra par­te, l’E­di­po di Sofo­cle, sen­za aspet­ta­re Freud, già lo sape­va che nel­le sto­rie di fami­glia il voler­la saper lun­ga costa caro. È infat­ti meglio, meglio assai dav­ve­ro, ricor­dar­si le fan­fa­re. Così Addio Luga­no bel­la, L’in­ter­na­zio­na­le di Lenin (e di Sta­lin), pren­dia­mo la fal­ce e il mar­tel­lo, le otto ore. Che Gue­va­ra, Gori­zia… can­tia­mo ragaz­zi che arri­va il vino, potreb­be scap­par­ci un taral­lo! Che deli­zia la Sto­ria tra­vol­ta dal­la popo­la­na fre­ne­sia del­la taran­tel­la,
La secon­da fun­zio­ne di tan­to rie­su­ma­re era quel­la di arri­va­re, come nel­le com­me­die pie­ne di equi­vo­ci, all’i­ne­qui­vo­ca­bi­le rico­no­sci­men­to: che mam­ma sto­ria ci dices­se, oggi, ripor­tan­do­ce­lo a casa per gui­da­re la fami­glia, che il nostro papa era dav­ve­ro lui, il pro­le­ta­ria­to dai tan­ti figli.
Ben­ché mol­ti anco­ra si osti­ni­no, que­sto padre di con­sue­to così par­te­ci­pa­to e serio, ci tol­le­ra, al mas­si­mo, come figli adul­te­ri­ni, nati dal­le sue meno serie avven­tu­re. Il pro­le­ta­ria­to orga­niz­za­to, disci­pli­na­to e uni­to dal­la fab­bri­ca, came­ra nuzia­le del suo con­nu­bio, si dice­va, col socia­li­smo scien­ti­fi­co, non ci può sof­fri­re. Pre­fe­ri­sce i cer­ti­fi­ca­ti, fa genea­lo­gie al Muni­ci­pio e davan­ti allo Sta­to, sce­glie la fami­glia, con­ti­nua ad unge­re del suo cri­sma i pri­mo­ge­ni­ti. Giac­ca e cra­vat­ta e voto al PCI. Qual­che vol­ta si incaz­za, ma è solo una lite in fami­glia. Que­sti cen­cio­lo­si, pro­le­ta­ri sot­to e semi, sfa­sciu­me socia­le di vario tipo sen­za nean­che nomi pre­ci­si, per cari­tà.
Non è che già allo­ra non vi fos­se chi, inquie­to, restio a cre­de­re alle ripe­ti­zio­ni, un po’ meno pro­vin­cia­le, si occu­pa­va del­la musi­ca viva del movi­men­to inter­na­zio­na­le e vi rin­trac­cia­va sin­to­mi di quel che si doves­se inten­de­re per la «natu­ra del movi­men­to».. E affan­na­to si doman­da­va se non vi fos­se qual­co­sa di più e di meno del­le avvi­sa­glie di una ripre­sa pro­le­ta­ria rivo­lu­zio­na­ria. Ci vede­va una sor­ta di movi­men­to con­tro­cul­tu­ra­le, insom­ma una lot­ta di civil­tà che pas­sa­va non più tra una clas­se e un’al­tra ma che attra­ver­sa­va la clas­se stes­sa.
Mi par­reb­be segno di acca­de­mi­smo, vie­ta puz­za sot­to il naso, non ave­re il corag­gio di dire chi. Que­sto «chi» era­no poche per­so­ne, rac­col­te prin­ci­pal­men­te attor­no a «Re Nudo» e ad Andrea Val­ca­ren­ghi. Capi­ta spes­so di sen­ti­re qual­che ex lea­der ope­rai­sta attri­buir­si la pater­ni­tà del Movi­men­to. Non solo que­ste affer­ma­zio­ni non tor­na­no in musi­ca ma nep­pu­re pos­so­no esse­re ses­sua­te, tan­to meno pro­ven­go­no da zone di coscien­za alte­ra­te. Va da sé che ai bei tem­pi si sbef­feg­gia­va­no, spu­tac­chia­va­no, si con­si­de­ra­va­no beo­ti i pochi embrio­ni, gli annun­ci sin­to­ma­ti­ci del­l’in­te­rio­re evo­lu­zio­ne-rivo­lu­zio­ne che di lì a poco avreb­be sen­si­bil­men­te muta­to gran par­te del movi­men­to di oppo­si­zio­ne.
Quin­di, da una par­te la musi­ca, nel bene e nel male, sen­ti­ta da tut­ti o qua­si, dal­l’al­tra il giu­di­zio poli­ti­co e le mar­cet­te, anche qui da par­te degli stes­si tut­ti. O qua­si. La con­sue­ta divi­sio­ne fra sen­si­bi­li­tà cul­tu­ra­le e ridu­zio­ne razio­na­li­sti­ca del­la cul­tu­ra poli­ti­ca o del­la poli­ti­ca cul­tu­ra­le.
È con­for­tan­te che nel ’73 qual­che poli­ti­co, come Gian­fran­co Man­fre­di, pre­stas­se orec­chie atten­te all’al­tra spon­da e comin­cias­se a fare del­l’i­ro­nia, in musi­ca e ver­si, sul pre­te­so uni­ver­so chiu­so del­la mili­tan­za. Non a caso, cre­do io, l’og­gi risi­bi­le nuo­vo modo di far poli­ti­ca agi­ta­va men­te e pas­sio­ni di quel­lo stra­no grup­po, era d’a­van­guar­dia va det­to, di gen­te sba­glia­ta nel mestie­re sba­glia­to col nome sba­glia­to, che era il «Gram­sci». Il ’73 è un anno di gran­de cri­si del movi­men­to del ’68.
L’im­po­ten­za, che ben pochi sep­pe­ro misu­ra­re, del­le ricet­te par­ti­ti­ni­che, leni­ni­ste comun­que deno­mi­nan­te­si, la mise­ria del­l’u­ni­ver­so scan­di­to dal­la cop­pia di con­cet­ti clas­se e Sta­to, cova­va sot­to il fuo­co fatuo del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria grup­pu­sco­la­re. Dio dol­la­ro che dal ’71 si scuo­te­va nel ten­ta­ti­vo di Sisi­fo di rimet­te­re in sesto il suo mon­do accen­de­va le favil­le del­la cri­si mon­dia­le sot­to bari­li di petro­lio. D’im­prov­vi­so appa­ri­va con­cre­ta la dimen­sio­ne del­lo scon­tro, l’a­re­na era il mon­do, e non il mon­do che tifa­va per il Viet­nam sen­za ave­re il can­no­ne in casa, il mon­do che spa­reg­gia­va i con­ti ogni tre mesi con la lira. Car­li, Ban­ca e Gover­no appar­ve­ro per quel che era­no e sono, anche se Car­li ha cam­bia­to mestie­re, mario­net­te del­l’in­vi­si­bi­le burat­ti­na­io a nome mer­ca­to mon­dia­le. Né più vici­no, era pos­si­bi­le con­for­tar­si tan­to. Mira­fio­ri imban­die­ra­ta a gran­de sezio­ne di Lot­ta con­ti­nua con­clu­de­va una tor­men­ta­ta sta­gio­ne d’a­mo­re. L’av­ven­tu­ra era fini­ta pro­prio quan­do la con­qui­sta pare­va riu­sci­ta. Di lì a poco, ritro­sa e stiz­zo­sa come una vera moglie, la clas­se ope­ra­ia orga­niz­za­ta, la spe­ran­za uni­ver­sa­le di libe­ra­zio­ne, sareb­be tor­na­ta, malin­co­ni­ca­men­te, tiran­do cal­ci e sfu­ria­te, al tet­to legit­ti­mo, nel­la pur vana spe­ran­za di ave­re un mari­to decen­te. Ma for­se la sto­ria li ha spo­sa­ti così e, in fin dei con­ti, se non si sa vole­re altro che il pro­prio male, reci­ta il pro­ver­bio, non c’è che da pian­ge­re se stes­si.
Di sop­piat­to la poli­ti­ca dei grup­pi si aggior­na­va, essen­do­ci costret­ta. In fon­do per­ché resta­re fede­li alle mar­cet­te, una vol­ta sco­per­to che l’o­pe­ra­io adul­to e maschio tira­va per le lun­ghe e che, all’in­ver­so, i gio­va­ni, pro­le­ta­ri semi e sot­to e per nien­te, le don­ne, i diver­si, allen­ta­ta la spe­ran­za e la pos­si­bi­li­tà di sca­ri­ca­re le ener­gie che pro­te­sta­va­no con­tro la gab­bia del­la Nor­ma, e del­la Con­for­mi­tà al Mon­do Così Com’è (meglio, al Mon­do come la sua fac­cia in luce atte­sta, bluf­fan­do, che sia) e di rea­liz­zar­le in mili­tan­za, nic­chia­va­no ormai ai richia­mi di mobi­li­ta­zio­ne? Meglio dar­si una spol­ve­ra­ti­na. Fare con­cer­ti. Far­li diver­ti­re que­sti ragaz­zi pre­stan­do loro qual­che secon­da­ria atten­zio­ne. E in fon­do a suon di musi­ca ci si finan­zia.
Non è sta­to così. È sta­to un bene­det­to vaso di Pan­do­ra. Pan­do­ra era curio­sa, intel­li­gen­te, non le pia­ce­va un mon­do che ser­ba­va i suoi malan­ni sot­to il coper­chio, per que­sto lo tol­se. Mil­le fili comin­cia­ro­no a ritro­var­si, anche se qual­cu­no ritie­ne che l’u­ni­co sboc­co del sen­si­bi­le mon­do che cer­ca di far­si luce sia anco­ra sem­pre e sol­tan­to quel­lo del­la poli­ti­ca. Ma per esse­re sol­tan­to o fon­da­men­tal­men­te quel­lo del­la poli­ti­ca, la cana­liz­za­zio­ne di un mon­do som­mer­so (da seco­li e, o, da mil­len­ni e, o, da sem­pre), mon­do di cor­pi, di sen­si­bi­li­tà, di for­za, con­tro mon­di di logi­che ogget­ti­ve, di valo­ri, non può che esse­re cana­liz­za­zio­ne di distru­zio­ne, vio­len­za anch’es­sa mac­chi­niz­za­ta, nuo­va nega­zio­ne di cor­pi, sen­si­bi­li­tà, for­ze, fan­ta­sie. Mil­le fili, a matas­sa, spes­so sgra­de­vo­li a veder­si, si ritro­va­no. Nes­su­no rie­sce a. for­ni­re loro, per for­tu­na, e per que­sta for­tu­na si sono così bril­lan­te­men­te sbri­glia­ti nel ’77, una soli­da pro­spet­ti­va «poli­ti­ca» per il futu­ro. Sono come era­no i loro albo­ri negli USA, dopo lo squal­li­do ritor­no dal­la Corea a metà degli anni ’50, come L’Ur­lo di Gin­sberg annun­cia­va, una malat­tia di que­sto mon­do, e per que­sto ten­do­no a rap­pre­sen­ta­re il sin­to­mo di una nuo­va civil­tà, una misu­ra e una for­ma di rela­zio­ne total­men­te diver­sa fra il mon­do som­mer­so e nega­to e il mon­do som­mer­so e affer­ma­to di que­sta civil­tà, del­la civil­tà cri­stia­no-bor­ghe­se rea­liz­za­ta come tec­ni­ca del­la pro­du­zio­ne e del domi­nio, del dispe­ra­to domi­nio del­la natu­ra e del­la socie­tà.
L’ur­lo di ciò che è sta­to affo­ga­to, qua­si sen­za inter­ru­zio­ne, lun­go più di quat­tro­cen­to anni e per cer­ti aspet­ti più di due­mi­la anni e per cer­ti aspet­ti da sem­pre, non è un gri­do­li­no edu­ca­to. D’al­tra par­te per orec­chie così assor­da­te come le nostre, solo urla fero­ci pos­so­no pre­ten­de­re di esse­re udi­te. E for­se solo un po’ d’A­fri­ca tra­pian­ta­ta al col­mo del­la dispe­ra­zio­ne ame­ri­ca­na pote­va favo­ri­re il par­to di una musi­ca del gene­re. Una musi­ca che richie­de anche gam­be, va det­to, è già un bel pas­so, non si sa per dove, l’im­por­tan­te è che sia un pas­so, e non di mar­cia.
Tut­ta­via que­sto non è che un aspet­to. La vec­chia socie­tà, sot­to il man­to ros­so che non è più del paz­zo ma del rivo­lu­zio­na­rio luci­do, mac­chi­nal­men­te pre­ci­so, alme­no così vuol esse­re, cer­ca l’ad­do­me­sti­ca­men­to. Vuo­le che si accom­pa­gni la lot­ta poli­ti­ca. Vuo­le una musi­ca bel­let­to.
Una nuo­va edi­zio­ne del­le mar­cet­te. Finar­di è pur­trop­po esem­pla­re. Dice bene e rie­sce, sì, a ven­de­re pro­prio per que­sto «una musi­ca ribel­le che ti entri nel­la pel­le» ma a far che? Per «smet­te­re le mena­te» e «met­ter­ti a lot­ta­re». Mena­ta, quan­do ero fan­ciul­lo, era la mastur­ba­zio­ne. La mastur­ba­zio­ne è in effet­ti un eccel­len­te metro per giu­di­ca­re dai sin­to­mi la vita­li­tà di un mon­do. Pan, il dio pan, il capro, il dio cor­nu­to, il dio ener­gia del tut­to, il dio del desi­de­rio, era, per i gre­ci, il dio che era pre­sen­te nel­la mastur­ba­zio­ne. Si dice che mari­nai abbia­no udi­to, regnan­te Tibe­rio, cri­stia­ne­si­mo all’o­riz­zon­te, un urlo: «Pan il gran­de è mor­to». Finar­di vuo­le la musi­ca non per la mastur­ba­zio­ne, fac­cen­de tra loro più affi­ni per chi abbia orec­chie non solo sul­la testa ma sul­la spi­na dor­sa­le e sap­pia cap­ta­re i bri­vi­di stra­ni che la risal­go­no e che ecci­ta­no ascol­tan­do musi­ca non dome­sti­ca o da cor­ti­le, bri­vi­do che ha lon­ta­ne paren­te­le con l’im­pul­so mastur­ba­to­rio, ma Finar­di vuo­le musi­ca per met­ter­si a lot­ta­re. Finar­di è un po’ pre­te (cat­ti­vo) e un po’ gene­ra­le: cioè è un can­tan­te da mes­sa, poli­ti­ca s’in­ten­de.
Non a caso, poli­ti­ca e mes­sa, si ser­vo­no con musi­ca: sì, per tra­sfe­ri­re inde­bi­ta­men­te l’ec­ci­ta­zio­ne musi­ca­le sul­l’a­de­sio­ne ad un discor­so, a dei valo­ri. Ogni poli­ti­ca, come ogni eti­ca, è logi­ca­men­te ed emo­ti­va­men­te debo­le. Nè la ragio­ne né le pul­sio­ni pos­so­no fon­da­re i divie­ti, le pre­scri­zio­ni eti­che e poli­ti­che. Caso­mai è il con­tra­rio. Allo­ra si por­ta­no pul­sio­ni musi­cal­men­te susci­ta­te, vi ricor­da­te Orfeo e le fie­re amman­si­te?, ad iden­ti­fi­car­si Con una rap­pre­sen­ta­zio­ne ideo­lo­gi­ca, in modo da impe­di­re una cri­ti­ca solo luci­da e, fis­san­do­le alla rap­pre­sen­ta­zio­ne, impe­di­re che le pul­sio­ni vada­no per con­to loro.
Ho scel­to Finar­di che ecci­ta, per­ché si lot­ti, come emble­ma di tan­ta, trop­pa gen­te del­la musi­ca di movi­men­to. Scel­go Man­fre­di al polo oppo­sto, che spin­ge la cri­ti­ca alla poli­ti­ca nel testo così a fon­do da far nasce­re desi­de­ri musi­ca­li al di là del sosten­ta­men­to for­za­to, del tri­bu­to, che la musi­ca con­ti­nua a paga­re alla poli­ti­ca.
Entram­bi, pre­si insie­me come due poli che defi­ni­sco­no meta­fo­ri­ca­men­te uno spa­zio, rap­pre­sen­ta­no bene il fer­men­to che tra­sci­na il movi­men­to, e noi che sia­mo mos­si dagli stes­si fer­men­ti: ora nel vole­re nuo­ve rap­pre­sen­ta­zio­ni poli­ti­che, ora nel voler oltre­pas­sa­re que­sta pre­scri­zio­ne assog­get­tan­do il poli­ti­co bue all’af­fer­ma­zio­ne di una cul­tu­ra, nel sen­so di col­ti­va­zio­ne, del­la vita.
Poi­ché fino ad oggi si è sol­tan­to recin­ta­ta la vita, si è col­ti­va­ta la dife­sa e la rea­zio­ne alla vita, pre­ten­den­do, in que­sto modo, di vive­re. Ci toc­ca ades­so chia­ri­re qual­co­sa del rap­por­to fra musi­ca e politica.

Musi­ca e politica

Musi­ca e poli­ti­ca: se tenia­mo l’oc­chio su quel­la «e» che uni­sce i due ter­mi­ni potre­mo ren­der­ci con­to del­l’in­gan­no. Non si trat­ta, infat­ti, di un tran­quil­lo ritro­var­si, né tam­po­co di una faci­le unio­ne, si trat­ta di una lot­ta che l’o­pa­ca ras­se­gna­zio­ne al buon sen­so vor­reb­be, e vuo­le deci­de­re: già nel segno di una vit­to­ria del­la poli­ti­ca. Le «e» dei ter­mi­ni mes­si accan­to a que­sta dei­tà divo­ra­tri­ce li accom­pa­gna­no come guin­za­gli di cani con­dot­ti, sen­za saper­lo, in una pas­seg­gia­ta il cui segre­to è la came­ra a gas, la mor­te per asfis­sia.
Così vuo­le la paro­la scrit­ta, così ha volu­to spes­so la ragion di sta­to, o di nazio­ne, o di par­ti­to, o di chie­sa. Il nume­ro è infi­ni­to, dei ten­ta­ti­vi ripe­tu­ti di far ser­vi­re la musi­ca da bel­va fiac­ca­ta, da tigre ingat­ti­ta, aggio­ga­ta al car­ro di trion­fo di una qual­che imper­so­ni­fi­ca­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni. Dal can­to gre­go­ria­no alla musi­ca del­la rifor­ma e del­la con­tro­ri­for­ma, alle mar­ce mili­ta­ri, a Goeb­bels che gon­fia­va il suo pove­ro desti­no cer­can­do di traf­fi­car­lo, sot­to­ban­co, con l’e­mo­zio­ne del desti­no stes­so che risuo­na­va dal­la quin­ta bee­tho­ve­nia­na. E alle cele­bra­zio­ni sovie­ti­che, e alla nona can­ta­ta a Pechi­no nel gior­no del­la vit­to­ria. Ma la musi­ca è una bel­va dif­fi­ci­le, la sua man­sue­tu­di­ne può rive­lar­si d’un trat­to sel­vag­gia, può ricor­dar­si del­la sua ori­gi­ne e ser­vir­la, inve­ce di inchi­nar­si ai suoi effet­ti. Accad­de così che Bee­tho­ven, pas­seg­gian­do con Goe­the, a dif­fe­ren­za di que­st’ul­ti­mo, non si tol­se il cap­pel­lo davan­ti alla fami­glia impe­ria­le.
Lenin si emo­zio­na­va tan­to come ascol­ta­to­re di musi­ca da proi­bir­se­lo, per non distur­ba­re la auto­crea­zio­ne di sé come per­fet­ta mac­chi­na al ser­vi­zio del­la cau­sa pro­le­ta­ria. Set­tem­bri­ni, l’i­deo­lo­go del­l’u­ma­ne­si­mo pro­gres­si­sta del­la Mon­ta­gna incan­ta­ta, sen­ti­va la musi­ca come «poli­ti­ca­men­te sospet­ta». Il poli­ti­co teme per il suo mestie­re-iden­ti­tà e allon­ta­na da sé que­sta fon­te di pos­si­bi­le distur­bo. Ha pro­fon­da ragio­ne, il suo istin­to da ani­ma­le di cit­tà è per­cor­so da tre­mi­ti all’an­nun­cio del­l’i­nat­te­sa fero­cia che la musi­ca, quan­do non sia addo­me­sti­ca­ta in fun­zio­ne illu­stra­ti­va di altro, spi­ra da sé.
Come spie­ga­re que­sti com­bat­ten­ti stra­ni, da qua­li lon­ta­ne regio­ni giun­ge a noi la loro ini­mi­ci­zia? Se Marx tro­va un limi­te alla sua capa­ci­tà di spie­ga­re e qua­si si sof­fer­ma su di una soglia di miste­ro, ciò gli acca­de di fron­te alla gran­de poe­sia gre­ca e alla tra­ge­dia. Su quel­la soglia inve­ce nasce il volo pro­di­gio­so di Nie­tzsche, che inda­ga la tra­ge­dia per risco­prir­vi l’o­ri­gi­ne nel­lo spi­ri­to del­la musi­ca.
Gli inte­res­si, le vesti di cit­ta­di­no e, in gene­re, la rap­pre­sen­ta­zio­ne di una par­te – e allo­ra, ben capi­te, ogni par­ti­to! – sono un’e­sten­sio­ne del sen­ti­re il discon­ti­nuo, la sepa­ra­tez­za degli indi­vi­dui fra loro e in loro, e il nes­so solo socia­le che li col­le­ga; l’a­gi­re poli­ti­co impli­ca luci­di­tà e cal­co­la­bi­li­tà, atten­zio­ne al rap­por­to di for­za, non tra­vol­gi­men­to cor­po­reo in balia di una scos­sa che ne esi­ge il desi­de­rio di rifu­sio­ne con il tut­to: «Si tra­sfor­mi l’in­no alla “gio­ia” di Bee­tho­ven in un qua­dro e non si riman­ga indie­tro con l’im­ma­gi­na­zio­ne, quan­do i milio­ni si pro­ster­na­no rab­bri­vi­den­do nel­la pol­ve­re: così ci si potrà avvi­ci­na­re al dio­ni­sia­co. Ora lo schia­vo è uomo libe­ro, ora s’in­fran­go­no tut­te le rigi­de, osti­li deli­mi­ta­zio­ni che la neces­si­tà, l’ar­bi­trio o la “moda sfac­cia­ta” han­no sta­bi­li­to fra gli uomi­ni. Ora, nel van­ge­lo del­l’ar­mo­nia uni­ver­sa­le, ognu­no si sen­te non solo riu­ni­to, ricon­ci­lia­to, fuso col suo pros­si­mo, ma addi­rit­tu­ra uno con esso. […] L’uo­mo non è più arti­sta, è dive­nu­to ope­ra d’ar­te: si rive­la qui fra i bri­vi­di del­l’eb­brez­za il pote­re arti­sti­co del­l’in­te­ra natu­ra, con il mas­si­mo appa­ga­men­to esta­ti­co del­l’u­ni­tà ori­gi­na­ria. Qui si impa­sta e si sgros­sa l’ar­gil­la più nobi­le, il mar­mo più pre­zio­so, l’uo­mo, e ai col­pi di scal­pel­lo del­l’ar­ti­sta cosmi­co dio­ni­sia­co risuo­na il gri­do dei miste­ri eleu­si­ni: Vi pro­ster­na­te, milio­ni? Sen­ti il crea­to­re, mon­do?» [1].
Non è que­sta una via di libe­ra­zio­ne, per lo schia­vo e per il padro­ne, una via di ebbrez­za che la trop­po luci­da men­te del poli­ti­co, di Set­tem­bri­ni e di Lenin, non può che avver­ti­re come osti­le, misti­fi­ca­to­ria, oppia­cea, tan­to peri­co­lo­sa quan­to tra­sci­nan­te e sedu­cen­te? La mac­chi­na del par­ti­to, il qua­dro comu­ni­sta, non deve sen­ti­re le note rapi­no­se che ne can­cel­la­no l’i­den­ti­tà di ruo­lo, l’es­se­re poli­ti­co, il rap­pre­sen­ta­re una par­te con­tro un’al­tra. Nel trion­fan­te cor­teo dio­ni­sia­co una par­te e l’al­tra si rive­le­reb­be­ro, per­si­no nei loro più san­gui­no­si reci­pro­ci affron­ti, masche­re del­lo stes­so gio­co, e Fat­to­re nel­la musi­ca vol­ge­reb­be, inquie­ta­men­te, gli occhi su di sé, riden­do fino a scop­pia­re di un tra­ve­sti­men­to che è la sua stes­sa pel­le.
Ci sono tem­pi oscu­ri, o trop­po chia­ri, for­se trop­po pati­na­ti, tem­pi nei qua­li la vista, attrat­ta dal­le super­fi­ci che le si offro­no così net­te rima­ne cat­tu­ra­ta, e l’a­bi­le poten­za del ser­pen­te dan­za ridi­col­men­te alla pan­to­mi­ma sug­ge­ri­ta dal­l’in­can­ta­to­re. Tem­pi così lin­di da inor­ri­di­re del­l’or­ri­do, così esper­ti nel con­fi­nar­lo, nel­l’u­gua­gliar­lo al listi­no di bor­sa e all’an­da­men­to del traf­fi­co. I car­ri fune­bri pas­sa­no inos­ser­va­ti e, se osser­va­ti, ingiu­ria­ti dal­l’e­sor­ci­smo più Vigliac­co. Nel più fune­bre mon­do mai spet­ta­co­la­riz­za­to sul­la sce­na del tem­po. In que­sti tem­pi così chia­ri ogni accen­no all’a­bis­so deve esse­re imman­ti­nen­te riscat­ta­to: se bru­cia una cit­tà stia­mo sicu­ri di leg­ge­re la mat­ti­na dopo le più sper­ti­ca­te lodi dei pom­pie­ri o la più acce­sa denun­cia del­l’i­nef­fi­cien­za dei pub­bli­ci pote­ri.
Le luci sono così poten­ti da non lascia­re ombre sul­l’i­den­ti­tà dei per­so­nag­gi: tut­ti si sen­to­no mol­to «se stes­si». Il mira­co­lo è fat­to: tut­ti sono ognu­no ma nes­su­no sospet­ta di chia­mar­si nes­su­no, e si appog­gia sicu­ro sul­la sua iden­ti­tà irri­pro­du­ci­bi­le, che è la pura e sem­pli­ce geo­me­tria di un naso stor­to così e non drit­to colà. Tan­t’è quan­to resta del­l’in­di­vi­dua­li­tà. Marx ave­va strap­pa­to alme­no par­te del segre­to alla sfin­ge: le per­so­ne sono per­so­ne, masche­re di cose, di cose-mer­ci, di quan­ti­tà di «valo­re».
Ma natu­re trop­po debo­li, trop­po figlie del loro tem­po, han­no let­to i suoi mes­sag­gi. L’a­ria tra­gi­ca che vi cir­co­la, di tea­tro del­l’or­ro­re e del vuo­to, è sta­ta sosti­tui­ta con accor­te esor­ta­zio­ni pro­tei­ni­che a far­si for­za e a non smet­te­re di lot­ta­re né tam­po­co, di spe­ra­re nel­l’av­ve­ni­re. Que­ste natu­re sfat­te (e il signi­fi­ca­to è let­te­ra­le: in cia­scu­no in quan­to ugua­le agli altri, in que­sta civil­tà, la natu­ra è sfat­ta), que­ste illu­sio­ni indi­vi­dua­li, illu­so­rie quan­to ato­mi distin­ti che pre­ten­da­no dif­fe­ren­ziar­si solo per­ché sono distin­ti, come potreb­be­ro reg­ge­re l’im­mer­sio­ne che la musi­ca sug­ge­ri­sce e tal­vol­ta com­pie al di là del­l’io, del­le tran­quil­le cer­tez­ze, in un con­ti­nen­te di affi­ni­tà così stret­te da con­fon­der­si e da sof­fo­ca­re le distan­ze poste fra sé e il sen­ti­men­to «pani­co», tota­le del­la vita? In quel con­ti­nen­te il più atro­ce dolo­re fa sol­tan­to la sua par­te nel­l’or­che­stra, la tra­ge­dia cono­sce­va così bene la map­pa di que­st’av­ven­tu­ra da innal­zar­la alla visio­ne del mito, ripe­ten­do in esso lo sfor­zo di una nuo­va indi­vi­dua­zio­ne, che nasce pro­prio da e rima­ne nel con­ti­nuo rischio del­l’an­ni­chi­li­men­to, rap­pre­sen­ta­to dal­la musi­ca nel gran­de tut­to.
Veri­tà sto­ri­ca o figu­ra del­l’a­ni­ma, poco impor­ta: la meta­fo­ra dice bene quel che deve dire, l’at­teg­giar­si di fron­te alla vita, e alla mor­te, ma anche all’a­mo­re, al ses­so, ai bam­bi­ni, a uno sta­dio, a un’ag­gres­sio­ne, a una fra­se taglien­te, a una malin­co­nia, a un abban­do­no, a uno scuo­ti­men­to ras­se­gna­to di testa pesan­te dopo il nume­ro non nume­ra­bi­le del­l’ul­ti­ma delu­sio­ne pati­ta.
Una musi­ca tale da esse­re pre­sa sul serio e tale da far­si pren­de­re così sul serio è incom­pa­ti­bi­le con un mon­do di pal­li­di auto­mi. Ren­de­reb­be sen­za sosta intol­le­ra­bi­le l’in­te­ra rete dei rap­por­ti socia­li e socia­li tra sé e Sé. Instil­le­reb­be il dub­bio a que­sti auto­mi-per­so­ne can­cel­lan­do­ne la tron­fia sicu­rez­za di esi­ste­re indi­vi­dual­men­te. A que­sta musi­ca biso­gna proi­bi­re la nasci­ta o, nel caso, spin­ge­re a fon­do la degra­da­zio­ne del gusto fino all’e­gua­glian­za istu­pi­di­ta fra Petrus Boo­ne­kamp e dram­ma sin­fo­ni­co. Non cer­to per caso trion­fa Male­bol­ge del­la Can­zo­ne. Dove tut­to è rifu­so e rifon­di­bi­le, Char­lie Par­ker Vival­di la mon­di­na e John Cage. La musi­ca peri­co­lo­sa è omo­lo­ga­ta alla can­zo­ne (disco impian­to, come si sen­te bene, que­sto qui ha ven­t’an­ni) o esor­ciz­za­ta all’an­ti­qua­ria­to dei Con­ser­va­to­ri e del­le Gio­ven­tù Musi­ca­li.
La poli­ti­ca, per­si­no nei casi più musi­ca­li di sto­ria poli­ti­ca (la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se o quel­la cine­se), non può che cer­ca­re di addo­me­sti­ca­re la musi­ca. Di far­la diven­ta­re, lei, nega­tri­ce del­le par­ti se non nel­la par­ti­tu­ra, nazio­na­le, di clas­se, di ceto, di età ecc. ecc. Di pie­gar­la pro­prio come la natu­ra a sce­na­rio, fun­zio­ne illu­stra­ti­va ed esor­ta­ti­va del­l’a­zio­ne: o scim­mia ammae­stra­ta per stuz­zi­ca­re i pas­san­ti ad entra­re nel ten­do­ne del cir­co poli­ti­co. Per la poli­ti­ca tut­to deve esse­re maci­na­to nel­lo stret­to imbu­to del­la sto­ria e dei pro­ble­mi «con­cre­ti». Ciò che fuo­rie­sce, qua­si tut­to ad una con­si­de­ra­zio­ne sol­tan­to corag­gio­sa, deve esse­re can­cel­la­to, mes­so in secon­do pia­no, tra­la­scia­to. Mol­ti segni negli ulti­mi ven­ti anni han­no par­la­to diver­sa­men­te. Una poe­sia che ha lace­ra­to il museo let­te­ra­rio tro­va­va accen­ti nel­la musi­ca, nel­la musi­ca meno doma­ta per­ché cre­sciu­ta, dal­la sua nasci­ta in cate­ne, ben oltre l’al­tez­za del car­ce­rie­re – Gin­sberg – Kerouac – Char­lie Par­ker – be bop. Era que­sta la cate­na che uni­va l’an­nun­cio di un movi­men­to di Rina­sci­ta, di diver­sa civil­tà, di nuo­va for­ma equi­li­brio e misu­ra fra l’au­to­cra­ti­ca ragio­ne e l’a­nar­chi­smo pul­sio­na­le. E, irri­den­do le inten­zio­ni dei suoi ese­cu­to­ri e dei suoi ascol­ta­to­ri, una spe­cie di sim­bo­lo­gia orgia­sti­ca rit­ma­ta, fra le maglie già costrui­te di nuo­ve pri­gio­ni e nuo­vi imme­schi­ni­men­ti, si è fat­ta stra­da ovun­que.
In fon­do gli ulti­mi a capir­lo, men­tre l’im­me­schi­ni­to da tem­po pre­va­le, sono i poli­ti­ci che, pate­ti­ca­men­te, alla fine, discu­to­no anche di musi­ca. Anco­ra vor­reb­be­ro far­la ser­vi­re alla lot­ta men­tre fra­go­ro­sa­men­te la nota irri­de il testo e chie­de di bat­te­re il rit­mo. Qual­che altro è inve­ce già un’in­di­ca­zio­ne: comin­cia anche nel testo a irri­der­ne le pre­te­se poli­ti­che. Spe­ria­mo sia un buon annun­cio per l’av­ve­ni­re musi­ca­le. E chi ha tem­po per la musi­ca, e per le altre Muse sue sorel­le, avrà sem­pre meno tem­po per l’i­dio­zia. Cioè per la civil­tà cri­stia­no-bor­ghe­se che ne è il festi­val, tra­gi­co e bel­lo in que­sta figu­ra del­l’i­dio­ta, ma pro­prio per que­sto ripe­ti­ti­vo, solo osses­si­vo e autocratico.

[1] F. NIETZSCHE, La nasci­ta del­la tra­ge­dia, Mila­no, Adel­phi, 1977, pp. 24–5.

Gli autonomi

Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me I

Ser­gio Bian­chi e Lan­fran­co Cami­ni­ti (a cura di), Gli auto­no­mi. Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me I, Deri­veAp­pro­di, Roma 2007
«Estre­mi­sti», «vio­len­ti», «pro­vo­ca­to­ri», «mesta­to­ri», «pre­va­ri­ca­to­ri», «squa­dri­sti», «dician­no­vi­sti», «fian­cheg­gia­to­ri», «ter­ro­ri­sti». Que­sti sono solo alcu­ni degli epi­te­ti conia­ti nel cor­so degli anni Set­tan­ta da illu­stri opi­nio­ni­sti, intel­let­tua­li, diri­gen­ti di par­ti­to e di sin­da­ca­to per defi­ni­re gli auto­no­mi, una varie­ga­ta area di rivo­lu­zio­na­ri atti­vi in que­gli anni nel nostro pae­se.
Il gior­no 7 apri­le 1979 un’im­po­nen­te ini­zia­ti­va giu­di­zia­ria impu­tò a deci­ne di diri­gen­ti e mili­tan­ti auto­no­mi di esse­re a capo di tut­te le orga­niz­za­zio­ni arma­te atti­ve in Ita­lia e il cer­vel­lo orga­niz­za­ti­vo di «un pro­get­to di insur­re­zio­ne arma­ta con­tro i pote­ri del­lo Sta­to». L’ac­cu­sa, dimo­stra­ta­si col tem­po del tut­to infon­da­ta, fece da ini­zia­le sup­por­to a ulte­rio­ri arre­sti di mas­sa, deten­zio­ni pre­ven­ti­ve nei car­ce­ri spe­cia­li, pro­ces­si dura­ti anni e con­dan­ne a lun­ghe pene.
Ma gli auto­no­mi era­no dav­ve­ro solo un coa­cer­vo di estre­mi­smo irra­zio­na­le, vio­len­to e dispe­ra­to? Per la pri­ma vol­ta in que­st’o­pe­ra si riper­cor­ro­no le tap­pe del­la costru­zio­ne del suo impian­to teo­ri­co che ha radi­ci nel­la nobi­le tra­di­zio­ne del pen­sie­ro «ope­rai­sta», nel­le rivi­ste «Qua­der­ni ros­si» e «clas­se ope­ra­ia», nel­l’e­spe­rien­za mili­tan­te di Pote­re ope­ra­io, Lot­ta con­ti­nua, il Grup­po Gram­sci. E, anco­ra, qua­li sono sta­te le sue spe­ci­fi­ci­tà rispet­to alle orga­niz­za­zio­ni extra­par­la­men­ta­ri e quel­le arma­te. Ma soprat­tut­to cosa, in que­sta sto­ria, vi è anco­ra di poten­te­men­te vivo e attua­le.


Inter­ven­ti di: Danie­le Ada­mo, Maria Rosa Bel­lo­li, Fran­co Berar­di (Bifo), Ser­gio Bian­chi, Gui­do Borio, Lan­fran­co Cami­ni­ti, Anto­nio Casa­no, Mas­si­mo Cer­vel­li, Fran­ce­sco Ciril­lo, Anti­mo De San­tis, Vale­rio Evan­ge­li­sti, Chic­co Funa­ro, Davi­de Ger­ma­ni, Vale­rio Guiz­zar­di (Guiz­zo), Nico­la Lator­re, Vin­cen­zo Miliuc­ci, Vale­rio Mon­te­ven­ti, Gior­gio Moro­ni, Sirio Pac­ci­no, Bru­no Pala­di­ni, Raf­fae­le Pau­ra, Danie­le Pifa­no, Pao­lo Poz­zi, Mar­co Sca­vi­no, Mar­cel­lo Tarì, Pino Tri­po­di, Chia­ra Vozza.