Qualcuno potrebbe definirmi americo-italiano e penso che in parte questa definizione mi sta proprio bene. Le ragioni sono molte: sono passato, come molti, attraverso un tunnel di suoni, una specie di grosso tubo di cellophan dentro al quale potevo sentire la musica dei Rolling Stones come la sonorità del blues senza dimenticare “i gorgheggi” e il clima della musica lirica. Già, mia madre era una cantante lirica e, come molti bambini che si rispettino, anch’io pensavo da grande di fare il cantante lirico. Ma i camaleonti cambiano molto spesso la pelle: ed io, che camaleonte non sono, penso di avere accumulato in questi anni molte pelli; se mi squamassi si potrebbe scoprire quella del negro dei blues, quella della musica dura e della mitomania per Mike Jagger e quella meno mitologica del cantautore di oggi. E quella dell’americo-italiano. Non è una battuta: ho sintetizzato un processo che ho vissuto usando come metro sia la musica sia un atteggiamento mentale. Infatti ho sempre visto l’America come un grande luna park vivente, fatto di neon, magliette, telefilm e persone che non avevano tutte le «menate» del latino, del greco, della chiesa cattolica, della retorica e di quel genio italico che spero sempre muoia soffocato da una montagna di rifiuti. Non sono Tommy caduto sul pianeta Italia e neppure Mr. Smith in un viaggio di piacere. La contraddizione, lo scontro, il confronto con la realtà italiana, con le radici milanesi, hanno sempre contraddistinto la mia vita. Non ho mitizzato l’America confrontandola con l’Italia, così come non ho disprezzato l’Italia confrontandola col mito americano: ho preso atto della diversità e della omogeneità fatta di squallore e di moralismo. Non il fallimento di un sogno ma la consapevolezza della necessità di essere dentro alle mie radici. Da tutto ciò è maturato il mio interesse, il mio coinvolgimento nella realtà italiana, nella politica, nel Movimento, nello sbattimento per la droga, nella vita degli «scoppiati», nella quotidiana ricerca di un flash di felicità. Come tanti, dopo un’estate a Terrasini, sono uscito dalla dipendenza dal mondo della droga, dal mondo dell’ideologia hippy: Parco Lambro ’74, la scoperta dei compagni, della solidarietà, di una dimensione politica. Tutto è cambiato, si è modificato con entusiasmo, con coinvolgimento: si è aggiunta un’altra pelle che ha coperto le smagliature precedenti. Canzoni ingenue, dure, schematiche, canzoni come specchi nei quali mi riflettevo tutto: questo è stato il mio primo album. Non sono «quello che canta nei dischi perché c’ha i figli da mantenere», ma perché vuole parlare, dire, fare, conoscere, confrontarsi: perché mi piace. Inizia l’attività del cantautore o meglio cambia segno, dimensioni; il «vecchio» Finardi che modifica il testo degli altri per ritrovare i suoi testi, la sua musica, andare in giro. Un modo diverso di «sbattersi»: ora la realtà è fatta di soldi, di camion, di luci, di palco, di migliaia di persone diverse: insomma di lavoro. Questo scontro, questa conoscenza di una realtà diversa, solo pensata come esistente ma mai verificata, conosciuta, mi ha spinto ad una radicale modificazione del mio sentire, della mia precedente identificazione con gli emarginati: sono uscito da questo «ghetto» non per una scelta ideologica ma spinto, quasi guidato e «costretto» da una realtà di massa, dal mondo del lavoro quotidiano. Non un nuovo flash, non la conseguenza di una reale o supposta popolarità, non per opportunismo, ma per uscire dai miti, dagli schieramenti, dalle scelte condizionate, per continuare un lavoro, un mestiere, un modo di essere, parlare, suonare, comunicare, dire, come sento.
Discografia: Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Cramps); Sugo (Cramps); Diesel (Cramps).
LA RADIO
Quando son solo in casa e solo devo restare per finire un lavoro o perché ho il raffreddore c’è qualcosa di molto facile che io posso fare è accender la radio e mettermi ad ascoltare.
Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente.
Con la radio si può scrivere, leggere o cucinare non c’è da stare immobili, seduti lì a guardare, forse proprio quello che me la fa preferire è che con la radio non si smette di pensare. Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più perché libera la mente
MUSICA RIBELLE
Anna ha diciott’anni e si sente tanto sola Ha la faccia triste e non dice una parola tanto è sicura che nessuno capirebbe anche se capisse, di certo la tradirebbe la sera in camera prima di dormire legge di amori e di tutte le avventure dentro nei libri che qualcun altro scrive, che sogna di notte, ma che di giorno poi non vive e ascolta la sua cara radio per sentire un po’ di buon senso da voci piene di calore e le strofe languide di tutti quei cantanti con le facce da bambini e coi loro cuori infranti ma da qualche tempo è diffìcile scappare c’è qualcosa nell’aria che non si può ignorare è dolce, ma forte e non ti molla mai è un’onda che cresce e ti segue ovunque vai è la musica, la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare. Marco di dischi lui fa la collezione e conosce a memoria ogni nuova formazione, e intanto sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania dice: «qua da noi in fondo la musica non è male, quello che non reggo sono solo le parole». Ma poi le ritrova ogni volta che va fuori dentro ai manifesti o scritte sopra i muri. È la musica, la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare.
«L’eclisse della canzone», mi verrebbe da dire, se è lecito che una cosa così terracquea (o terra-terra) come la canzone venga paragonata al dio. Voglio semplicemente dire che, se fino a qualche tempo fa, la canzone trovava nella sua immediata rozzezza (sempre equivoca) una praticità utile per urgenza, oggi vive (o nasconde) la contraddizione di mobilitare (a pagamento) buona fetta delle masse giovanili (e delle masse-medie) senza avere niente da dire. Oppure (che è lo stesso) dicendo tutto in un modo talmente spudorato da privarsi dell’unica parvenza di funzione che potrebbe avere: l’inutilità. L’occhio storico dovrebbe farci capire che il lanciatore di messaggi, il cantautore, ha ereditato con furbizia, magari inconsapevole, il bisogno di immaturità dell’ascolto, ha ereditato il populismo del canto (di)spiegato, ha ereditato la mediocrità del maestro di musica e dell’armonia pascoliana, ha ereditato infine il successo commerciale del divo. Ed io non vorrei che questo necessario travaglio sfociasse invece che in una scomunica, in una rinnovata investitura da parte di chi è nuovo alla scena politica, e non ha bisogno di battitori ne, appunto, dilanciatori. Non è, naturalmente, autolesionismo, ma semmai autoironia: in ogni caso non credo né nell’intimismo crepuscolare della parola che più è trita più è «sentita», cioè nel pescare nella memoria come fonte di miti dolciastri («basta con la canzone consolatoria»), né nell’impegno socialdemocratico, da funzionario, di chi dice e spiega, e cerca di vendere il suo «world in progress» (con le contraddizioni annesse e intercambiabili, naturalmente) alle piccole burocrazie locali desiderose di «cultura» («basta con la canzone impegnata»). Basta, probabilmente, con la canzone: non per snobismo né per sentimento di catastrofe, ma perché oggi dobbiamo accorgerci che la canzone non ha mai consumato radicalmente nessun linguaggio e sta quindi rivomitando linguaggi non digeriti, così come li ha divorati: l’impegno da, un lato e il romanticismo dall’altro le sono serviti da impossibile Alka-SeItzer. «Ma io non ci sto più, disse lo sposo e poi»: non c’è bisogno di impazzire per sostenere che oggi «in canzone» non si può tentare che qualcosa di assolutamente «inutile», o comunque perlomeno di innominabile: l’unico modo per dire qualcosa è quello di non dirlo, perché quel «non-dirlo» solamente può spingere a fondo il bottone del piacere, o, se vi fa piacere, della comprensione. È quello che ho cercato di fare nel mio disco Disoccupate le strade dai sogni: purtroppo la realtà non ha voluto che il suo significato rimanesse a lungo ambiguo: la socialdemocrazia, irritata forse dai tromboni, ha subito voluto dimostrare di possedere anche i carriarmati; l’ultimo atto non era previsto nel copione, viene solo testimoniato, con la scambiabilità del suo linguaggio, nell’ultima canzone I giornali di marzo, l’unica composta dopo il «fattaccio». Non spieghiamo più niente: il potere è chiaro ed è «utile», ed ha anzi bisogno di gente che vada in giro a spiegare la sua evidenza, la sua utilità. Lavoriamo (o lavorate se volete) ad una canzone assolutamente inutile. Del resto, se mi si concede la citazione, credo che Benjamin avesse veramente ragione quando diceva che «l’arte per l’arte non è stata quasi mai da prendersi alla lettera, è stata quasi sempre una bandiera sotto cui viaggia una merce che non si può dichiarare perché non ha ancora nome».
Discografia: Aspettando Godot (EMI), Un uomo in crisi Canzoni di morte, canzoni di vita (EMI), Canzoni di rabbia (EMI), Ho visto anche degli zingari felici (EMI), Disoccupate le strade dai sogni (Ultima spiaggia).
Ho visto anche degli zingari felici
E’ vero che dalle finestre
Siamo noi a far ricca la terra noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano, noi piantiamo il mais su tutto l’altopiano. Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane, le nostre braccia arrivano ogni giorno più lontane. Da noi vengono i tesori alla terra carpiti, con che poi tutti gli altri restano favoriti.
E siamo noi a far bella la luna con la nostra vita coperta di stracci e di sassi di vetro. Quella vita che gli altri ci respingono indietro come un insulto, come un ragno nella stanza. Ma riprendiamola un mano, riprendiamola intera, riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.
E’ vero che non ci capiamo che non parliamo mai in due la stessa lingua, e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e che non facciamo mai niente. E’ vero che spesso la strada ci sembra un inferno o una voce in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli. E’ vero che beviamo il sangue dei nostri padri, che odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra
non riusciamo a vedere la luce perché la notte vince sempre sul giorno e la notte sangue non ne produce, è vero che la nostra aria diventa sempre più ragazzina e si fa correre dietro lungo le strade senza uscita, è vero che non riusciamo a parlare e che parliamo sempre troppo.
E’ vero che sputiamo per terra quando vediamo passare un gobbo, un tredici o un ubriaco o quando non vogliamo incrinare il meraviglioso equilibrio di un’obesità senza fine, di una felicità senza peso. E’ vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero cerchiamo l’amore sempre nelle braccia sbagliate.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata. Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata.
E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua, e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente. E’ vero che spesso la strada ci sembra un inferno e una voce in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli, è vero che beviamo il sangue dei nostri padri, che odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra, ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra, ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Piazza bella piazza
Piazza, bella piazza ci passò una lepre pazza, uno lo cucinò, uno se lo mangiò, uno lo divorò, uno lo torturò, uno lo scorticò, uno lo stritolò, uno lo impiccò e del mignolino ch’era il più piccino più niente restò.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passarono dieci morti i tacchi, e i legni degli ufficiali, teste calve, politicanti un metro e mezzo senza le ali, ci passai con la barba lunga per coprire le mie vergogne, ci passai con i pugni in tasca senza sassi per le carogne.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passò tutta una città calda e tesa come un’anguilla, si sentiva battere il cuore, ci mancò solo una scintilla; capivamo di essere tanti capivamo di essere forti, il problema era solamente come farlo capire ai morti.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… E fu il giorno dello stupore e fu il giorno dell’impotenza, si sentiva battere il cuore, di Leone avrei fatto senza, si sentiva qualcuno urlare “solo fischi per quei maiali, siamo stanchi di ritrovarci solamente a dei funerali”.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… Ci passarono le bandiere un torrente di confusioni in cui sentivo che rinasceva l’energia dei miei giorni buoni, ed eravamo davvero tanti, eravamo davvero forti, una sola contraddizione: quella fila, quei dieci morti.
Gianfranco Manfredi, già del Gruppo Gramsci e ora redattore di “Re Nudo”, è un autore «dell’area dell’autonomia», intendendo con questo termine non una delimitazione di confini politici di organizzazione quanto piuttosto l’indicazione di un riferimento e di un’ispirazione a comportamenti, idee, clima culturale in qualche modo omogenei. La sua presenza in questa antologia non risponde semplicemente a un’esigenza di completezza (dar voce anche a questa componente dell’area politica di sinistra) ma è motivata dalla qualità del suo lavoro. La sua produzione infatti, seppure contraddittoria e approssimativa, ha una sua originalità e ricchezza di intuizioni. Si può dire che Manfredi non copia nessuno dei più vecchi ed esperti autori politici (cosa rarissima), ed è difficile collocarlo nei filoni tradizionali del canto militante contemporaneo; questo anche per l’eterodossia del patrimonio culturale dell’area politica a cui appartiene e di cui il suo ultimo lavoro (Ma non è una malattia) è fedele espressione. È un patrimonio culturale che meriterebbe un’analisi approfondita non perché particolarmente complesso (anche chiamarlo «patrimonio» è probabilmente eccessivo, non trattandosi di alcunché di definito e di consolidato) ma perché singolarmente contraddittorio rispetto ai consueti riferimenti culturali della sinistra riformista e di quella rivoluzionaria. Un’area politica, quella a cui Manfredi appartiene, che, nata in radicale e diretta contrapposizione alla sinistra nel suo complesso, era inevitabile rompesse radicalmente anche col retroterra ideologico di quella; tale rottura ha proceduto su due itinerari diversi ma, infine e singolarmente, coincidenti: il primo è quello del recupero del giovane Marx (quello dei Manoscritti economico-filosofici, per intenderci, della Sacra famiglia, dell”Ideologia tedesca), quello che scrive della necessità per l’uomo di riappropriarsi di «tutti i rapporti umani che ha con il mondo, vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare; in breve: tutti gli organi che costituiscono la sua individualità»; è un recupero non inutile, e perché si tratta di un Marx che il marxismo tradizionale ha censurato e mutilato, e perché in questo recupero si esprime la volontà di larghe masse di riconoscere i propri bisogni e i propri desideri dentro un’ispirazione collettiva, dentro un quadro di riferimento che è quello della concezione materialistica del mondo. Il secondo itinerario è quello del recupero della grande cultura non marxista di questo secolo per ritrovarci il filo conduttore di un discorso sull’uomo totale e annetterlo alla nuova cultura rivoluzionaria in formazione e in trasformazione. Da qui, una rilettura di Breton, Freud, Kafka, Nietzsche, Artaud, Adorno, Lacan e il ripensamento sul surrealismo e l’irrazionalismo, sul decadentismo e l’esistenzialismo. La coincidenza tra i due itinerari non è certo facile e può comunque avvenire solo a prezzo di contraddizioni anche laceranti; ma questo non appare un limite a chi intende fare di questa «nuova cultura», innanzitutto, terreno di contrasti e di conflitti; i limiti veri sono rappresentati dal possibile schematismo nell’opporre, alla resa dei conti, Marx giovane a Marx vecchio, Marx umanistico e Marx economicista, o addirittura Marx sensuale a Marx asessuato, da una parte; e dall’altra di ripetere il vecchio discorso riformista (un’altra consueta forzatura del marxismo) sulla possibilità per la cultura della classe operaia di assumere e sintetizzare tutta la grande cultura della borghesia («La cultura rivoluzionaria come continuazione di tutta la storia della cultura delle classi dominanti», come scriveva Occhetto dieci anni fa caricaturizzando Lenin). Il che poi, sul terreno della cultura quotidiana intesa come gusti, scelte, orientamenti, porta ad affastellare indiscriminatamente, nel giudizio positivo, Sergio Leone e Peckinpah, II portiere di notte e Ultimo tango, Easy Rider, Dario Fo, Carmelo Bene, Paolo Poli, Giorgio Gaber e Kerouac (vedi la canzone Quarto Oggiaro Story, che non è solo una canzone ironica); e, ridotto in termini ancora più spiccioli, fa scrivere alla rivista «Rosso»: “A noi invece piacciono i film western, quelli della crisi, il teatro-provocazione (quando lo è veramente), il rock, i fumetti più illogici possibile, i libri senza martiri e senza eroi, la riscoperta del proprio corpo, della immaginazione e della fantasia, ci piace il whisky e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa dove nessuno starà a piedi nudi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue». Tutto ciò si ritrova anche nei testi di Manfredi, detto con sapienza e dolcezza maggiori. Il risultato, musicale e letterario, ci sembra – al di là del nostro radicale dissenso – quanto di meglio 1′ «area dell’autonomia» ha prodotto in campo culturale. L’ingenuità e le leziosità, gli schematismi e le rozzezze che pure ci sono – e sono numerosi – non annullano, in sostanza, il carattere di novità del lavoro di Manfredi; e la sua coerenza nel voler esprimere in canzone il suo (loro) modo di coniugare il personale e il politico, «la curva dei fianchi» e «il mitra lucidato», «i momenti di ubriachezza» e «la fine dello Stato».
Discografia: Per lo Spettro: La crisi, 1972. Per l’Ultima spiaggia: Ma non è una malattia, 1976. Per La poiana: Liberiamo, 1976. Alla composizione delle canzoni di Manfredi hanno collaborato Ricky Gianco e Giuliano Illiani.
Ma chi ha detto che non c’è
Sta nel fondo dei tuoi occhi Sulla punta delle labbra, sta nel corpo risvegliato nella fine del peccato Nella curva dei tuoi fianchi Nel calore del tuo seno Nel profondo del tuo ventre Nell’attendere il mattino. Sta nel sogno realizzato, sta nel mitra lucidato. Nella gioia e nella rabbia, nel distruggere la gabbia Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro Nella fabbrica deserta, nella casa senza porta Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro , nel presente senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria. Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva, sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi Sta nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini, nel conoscersi del corpo, nell’orgasmo della mente, nella voglia piu’ totale, nel discorso trasparente. Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel fondo dei tuoi occhi Ma chi ha detto che non c’e’. Sulla punta delle labbra Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel mitra lucidato
Ma chi ha detto che non c’e’. Nella fine dello Stato C’e’, si’ c’e’ Ma chi ha detto che non c’e’.
Ma non è una malattia
Mi hanno detto: sei scoppiato come ti sei rovinato dimagrito, sembri quasi uno zombie …sarà colpa delle notti che ho passato ad aspettare cose che forse dovevano arrivare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. E mia madre m’ha guardato dice: come sei finito! cosi in basso non t’avrei pensato mai… Sì ma in basso puoi scoprire le sottili incrinature che non puoi studiare all’Università. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo vestito sembra veramente usato non ti cambi mai, mi sembri proprio giù. Beh scusatemi ragazzi, oggi non ho altro da pensare ho il mio abito di dentro da cambiare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo lavoro non è una cosa sicura ogni mese cambia e dopo che farai? Forse sono un pò svanito ma il domani non esiste e quest’oggi io non voglio essere triste. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia.
Quarto Oggiaro Story
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa… lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne… Mentre tu te mange ‘o tonno con quel fesso di Totonno
Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani (micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi con due compagne cinesi… E tu te vede ‘a televisione co’ Totonno fetentone
Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo… lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta pimpante E tu te legge Agata Criste co’ Totonno poro criste
T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in silmilsalve E tu te mette a ffa cagnara co’ stu cazz’ de lupara e Totonnino ‘o fetentone tene ‘na sberla de cannone e un tuo amico di Potopp tene quaranta molotopp e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia ” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo in crescenza… Brrrr…
Gli autori della canzone politica contemporanea
Bertelli, Della Mea, Manfredi, Marini, Masi, Pietrangeli, La chitarra e il potere, Gli autori della canzone politica contemporanea, a cura di Simone Dessì e Giaime Pintor, Savelli, Roma 1976
Quasi dieci anni fa il titolo di uno spettacolo di Giovanna Marini era: Con la chitarra, senza il potere. Oggi, Giovanna Marini e gli altri come lei continuano, testardamente e lucidamente, a cantare rabbia e utopia, miseria e liberazione. Oggi, le masse hanno compiuto grandi passi in avanti sulla via dell’abolizione dello stato di cose presente e dell’abbattimento del lavoro salariato, ma non hanno ancora preso il potere. Questa antologia raccoglie i testi degli autori della sinistra tradizionale e di quella rivoluzionaria che hanno scandito e continuano a scandire i passaggi più significativi della lotta di classe nel nostro paese; colonna sonora del movimento di massa ma anche occasione – parziale, certo, ma cosa non lo è? – del suo riflettere, del suo autocriticarsi, del suo trasformarsi.
G. Castaldo, S. Dessì, B. Mariani, G. Pintor, A. Portelli,Muzak, I cantautori, il pop, il jazz e il rock: gli anni ’70 nell’antologia di una rivista di musicaccia, Savelli editore, Roma 1978
Dall’autunno del 1973 alla metà del 1976, la rivista “MUZAK” si aggira per l’Italia nelle mani di molte decine di migliaia di giovani. Accompagna il loro tumultuoso processo di “appropriazione” della musica, eseguendo i percorsi e anticipandone, spesso, gusti e orientamenti: la “scuola napoletana” e gli odiati/amati cantautori, ma anche il “nuovo” jazz e la “scoperta” della classica. Sono anni entusiasti e pasticcioni, quando i concerti organizzati dalla sinistra giovanile raccolgono un numero di compagni ben superiore a quello dei partecipanti ai comizi organizzati dalla sinistra giovanile. E anche loro, quelli sul palcoscenico, canzonettari e musicanti, vengono direttamente coinvolti: in qualche modo tentati dall’idea (forse un po’ faticosa, certo gratificante) di trasformarsi da “divi” in “operai musicali”. Certo, una grande confusione: ma e’ li – in quei luoghi, in quei giorni e in quelle circostanze – che si forma il nuovo atteggiamento giovanile di massa nei confronti della musica. Sono quegli anni e qui concerti, quegli articoli di rivista (e anche quei manifesti sui muri e quelle discussioni interminabili e “allucinanti”) a funzionare come una scuola di esperienza musicale e di cultura musicale: di formazione del gusto. E, comunque, grazie a quelle ingarbugliate “battaglie di linea nel campo della musica”. Ella, La Musica scende in piazza, va nelle strade, si diffonde nei parchi e sull’erba: diventa cosa quotidiana, utilizzabile, comunicabile. Di questo processo “MUZAK” è parte notevole e attiva. Con questa antologia si documentano alcuni momenti e alcune tappe di quegli anni “gonfi di musica”.
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