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Canzoni come specchi

Euge­nio Finardi

Can­zo­ni come specchi

Qual­cu­no potreb­be defi­nir­mi ame­ri­co-ita­lia­no e pen­so che in par­te que­sta defi­ni­zio­ne mi sta pro­prio bene.
Le ragio­ni sono mol­te: sono pas­sa­to, come mol­ti, attra­ver­so un tun­nel di suo­ni, una spe­cie di gros­so tubo di cel­lo­phan den­tro al qua­le pote­vo sen­ti­re la musi­ca dei Rol­ling Sto­nes come la sono­ri­tà del blues sen­za dimen­ti­ca­re “i gor­gheg­gi” e il cli­ma del­la musi­ca liri­ca. Già, mia madre era una can­tan­te liri­ca e, come mol­ti bam­bi­ni che si rispet­ti­no, anch’io pen­sa­vo da gran­de di fare il can­tan­te liri­co. Ma i cama­leon­ti cam­bia­no mol­to spes­so la pel­le: ed io, che cama­leon­te non sono, pen­so di ave­re accu­mu­la­to in que­sti anni mol­te pel­li; se mi squa­mas­si si potreb­be sco­pri­re quel­la del negro dei blues, quel­la del­la musi­ca dura e del­la mito­ma­nia per Mike Jag­ger e quel­la meno mito­lo­gi­ca del can­tau­to­re di oggi. E quel­la del­l’a­me­ri­co-ita­lia­no.
Non è una bat­tu­ta: ho sin­te­tiz­za­to un pro­ces­so che ho vis­su­to usan­do come metro sia la musi­ca sia un atteg­gia­men­to men­ta­le. Infat­ti ho sem­pre visto l’A­me­ri­ca come un gran­de luna park viven­te, fat­to di neon, magliet­te, tele­film e per­so­ne che non ave­va­no tut­te le «mena­te» del lati­no, del gre­co, del­la chie­sa cat­to­li­ca, del­la reto­ri­ca e di quel genio ita­li­co che spe­ro sem­pre muo­ia sof­fo­ca­to da una mon­ta­gna di rifiu­ti. Non sono Tom­my cadu­to sul pia­ne­ta Ita­lia e nep­pu­re Mr. Smith in un viag­gio di pia­ce­re.
La con­trad­di­zio­ne, lo scon­tro, il con­fron­to con la real­tà ita­lia­na, con le radi­ci mila­ne­si, han­no sem­pre con­trad­di­stin­to la mia vita. Non ho mitiz­za­to l’A­me­ri­ca con­fron­tan­do­la con l’I­ta­lia, così come non ho disprez­za­to l’I­ta­lia con­fron­tan­do­la col mito ame­ri­ca­no: ho pre­so atto del­la diver­si­tà e del­la omo­ge­nei­tà fat­ta di squal­lo­re e di mora­li­smo. Non il fal­li­men­to di un sogno ma la con­sa­pe­vo­lez­za del­la neces­si­tà di esse­re den­tro alle mie radi­ci.
Da tut­to ciò è matu­ra­to il mio inte­res­se, il mio coin­vol­gi­men­to nel­la real­tà ita­lia­na, nel­la poli­ti­ca, nel Movi­men­to, nel­lo sbat­ti­men­to per la dro­ga, nel­la vita degli «scop­pia­ti», nel­la quo­ti­dia­na ricer­ca di un flash di feli­ci­tà.
Come tan­ti, dopo un’e­sta­te a Ter­ra­si­ni, sono usci­to dal­la dipen­den­za dal mon­do del­la dro­ga, dal mon­do del­l’i­deo­lo­gia hip­py: Par­co Lam­bro ’74, la sco­per­ta dei com­pa­gni, del­la soli­da­rie­tà, di una dimen­sio­ne poli­ti­ca. Tut­to è cam­bia­to, si è modi­fi­ca­to con entu­sia­smo, con coin­vol­gi­men­to: si è aggiun­ta un’al­tra pel­le che ha coper­to le sma­glia­tu­re pre­ce­den­ti. Can­zo­ni inge­nue, dure, sche­ma­ti­che, can­zo­ni come spec­chi nei qua­li mi riflet­te­vo tut­to: que­sto è sta­to il mio pri­mo album. Non sono «quel­lo che can­ta nei dischi per­ché c’ha i figli da man­te­ne­re», ma per­ché vuo­le par­la­re, dire, fare, cono­sce­re, con­fron­tar­si: per­ché mi pia­ce.
Ini­zia l’at­ti­vi­tà del can­tau­to­re o meglio cam­bia segno, dimen­sio­ni; il «vec­chio» Finar­di che modi­fi­ca il testo degli altri per ritro­va­re i suoi testi, la sua musi­ca, anda­re in giro.
Un modo diver­so di «sbat­ter­si»: ora la real­tà è fat­ta di sol­di, di camion, di luci, di pal­co, di miglia­ia di per­so­ne diver­se: insom­ma di lavo­ro.
Que­sto scon­tro, que­sta cono­scen­za di una real­tà diver­sa, solo pen­sa­ta come esi­sten­te ma mai veri­fi­ca­ta, cono­sciu­ta, mi ha spin­to ad una radi­ca­le modi­fi­ca­zio­ne del mio sen­ti­re, del­la mia pre­ce­den­te iden­ti­fi­ca­zio­ne con gli emar­gi­na­ti: sono usci­to da que­sto «ghet­to» non per una scel­ta ideo­lo­gi­ca ma spin­to, qua­si gui­da­to e «costret­to» da una real­tà di mas­sa, dal mon­do del lavo­ro quo­ti­dia­no.
Non un nuo­vo flash, non la con­se­guen­za di una rea­le o sup­po­sta popo­la­ri­tà, non per oppor­tu­ni­smo, ma per usci­re dai miti, dagli schie­ra­men­ti, dal­le scel­te con­di­zio­na­te, per con­ti­nua­re un lavo­ro, un mestie­re, un modo di esse­re, par­la­re, suo­na­re, comu­ni­ca­re, dire, come sento.

Disco­gra­fia: Non get­ta­te alcun ogget­to dai fine­stri­ni (Cramps); Sugo (Cramps); Die­sel (Cramps).

LA RADIO

Quan­do son solo in casa
e solo devo resta­re
per fini­re un lavo­ro
o per­ché ho il raf­fred­do­re
c’è qual­co­sa di mol­to faci­le che io pos­so fare
è accen­der la radio e met­ter­mi ad ascoltare.

Amo la radio per­ché arri­va dal­la gen­te,
entra nel­le case e ci par­la diret­ta­men­te,
e se una radio è libe­ra, ma libe­ra vera­men­te,
mi pia­ce ancor di più per­ché libe­ra la mente.

Con la radio si può scri­ve­re,
leg­ge­re o cuci­na­re
non c’è da sta­re immo­bi­li,
sedu­ti lì a guar­da­re,
for­se pro­prio quel­lo che me la fa pre­fe­ri­re
è che con la radio
non si smet­te di pen­sa­re.
Amo la radio per­ché arri­va dal­la gen­te,
entra nel­le case e ci par­la diret­ta­men­te,
e se una radio è libe­ra, ma libe­ra vera­men­te,
mi pia­ce anche di più per­ché libe­ra la mente

MUSICA RIBELLE

Anna ha diciott’anni e si sen­te tan­to sola
Ha la fac­cia tri­ste e non dice una paro­la
tan­to è sicu­ra che nes­su­no capi­reb­be
anche se capis­se, di cer­to la tra­di­reb­be
la sera in came­ra pri­ma di dor­mi­re
leg­ge di amo­ri e di tut­te le avven­tu­re
den­tro nei libri che qual­cun altro scri­ve,
che sogna di not­te, ma che di gior­no poi non vive
e ascol­ta la sua cara radio per sen­ti­re
un po’ di buon sen­so da voci pie­ne di calo­re
e le stro­fe lan­gui­de di tut­ti quei can­tan­ti
con le fac­ce da bam­bi­ni e coi loro cuo­ri infran­ti
ma da qual­che tem­po è dif­fì­ci­le scap­pa­re
c’è qual­co­sa nel­l’a­ria che non si può igno­ra­re
è dol­ce, ma for­te e non ti mol­la mai
è un’on­da che cre­sce e ti segue ovun­que vai
è la musi­ca, la musi­ca ribel­le
che ti vibra nel­le ossa, che ti entra nel­la pel­le
che ti dice di usci­re, che ti urla di cam­bia­re
di mol­la­re le mena­te e di met­ter­ti a lot­ta­re.
Mar­co di dischi lui fa la col­le­zio­ne
e cono­sce a memo­ria ogni nuo­va for­ma­zio­ne,
e intan­to sogna di anda­re in Cali­for­nia
o alle por­te del cosmo che stan­no su in Ger­ma­nia
dice: «qua da noi in fon­do la musi­ca non è male,
quel­lo che non reg­go sono solo le paro­le».
Ma poi le ritro­va ogni vol­ta che va fuo­ri
den­tro ai mani­fe­sti o scrit­te sopra i muri.
È la musi­ca, la musi­ca ribel­le
che ti vibra nel­le ossa, che ti entra nel­la pel­le
che ti dice di usci­re, che ti urla di cam­bia­re
di mol­la­re le mena­te e di met­ter­ti a lottare.

Mollate le menate e menatene l’autore

Clau­dio Lolli

Mol­la­te le mena­te
e mena­te­ne l’autore

«L’e­clis­se del­la can­zo­ne», mi ver­reb­be da dire, se è leci­to che una cosa così ter­rac­quea (o ter­ra-ter­ra) come la can­zo­ne ven­ga para­go­na­ta al dio.
Voglio sem­pli­ce­men­te dire che, se fino a qual­che tem­po fa, la can­zo­ne tro­va­va nel­la sua imme­dia­ta roz­zez­za (sem­pre equi­vo­ca) una pra­ti­ci­tà uti­le per urgen­za, oggi vive (o nascon­de) la con­trad­di­zio­ne di mobi­li­ta­re (a paga­men­to) buo­na fet­ta del­le mas­se gio­va­ni­li (e del­le mas­se-medie) sen­za ave­re nien­te da dire. Oppu­re (che è lo stes­so) dicen­do tut­to in un modo tal­men­te spu­do­ra­to da pri­var­si del­l’u­ni­ca par­ven­za di fun­zio­ne che potreb­be ave­re: l’i­nu­ti­li­tà.
L’oc­chio sto­ri­co dovreb­be far­ci capi­re che il lan­cia­to­re di mes­sag­gi, il can­tau­to­re, ha ere­di­ta­to con fur­bi­zia, maga­ri incon­sa­pe­vo­le, il biso­gno di imma­tu­ri­tà del­l’a­scol­to, ha ere­di­ta­to il popu­li­smo del can­to (di)spiegato, ha ere­di­ta­to la medio­cri­tà del mae­stro di musi­ca e del­l’ar­mo­nia pasco­lia­na, ha ere­di­ta­to infi­ne il suc­ces­so com­mer­cia­le del divo. Ed io non vor­rei che que­sto neces­sa­rio tra­va­glio sfo­cias­se inve­ce che in una sco­mu­ni­ca, in una rin­no­va­ta inve­sti­tu­ra da par­te di chi è nuo­vo alla sce­na poli­ti­ca, e non ha biso­gno di bat­ti­to­ri ne, appun­to, dilan­cia­to­ri.
Non è, natu­ral­men­te, auto­le­sio­ni­smo, ma sem­mai autoi­ro­nia: in ogni caso non cre­do né nel­l’in­ti­mi­smo cre­pu­sco­la­re del­la paro­la che più è tri­ta più è «sen­ti­ta», cioè nel pesca­re nel­la memo­ria come fon­te di miti dol­cia­stri («basta con la can­zo­ne con­so­la­to­ria»), né nel­l’im­pe­gno social­de­mo­cra­ti­co, da fun­zio­na­rio, di chi dice e spie­ga, e cer­ca di ven­de­re il suo «world in pro­gress» (con le con­trad­di­zio­ni annes­se e inter­cam­bia­bi­li, natu­ral­men­te) alle pic­co­le buro­cra­zie loca­li desi­de­ro­se di «cul­tu­ra» («basta con la can­zo­ne impe­gna­ta»).
Basta, pro­ba­bil­men­te, con la can­zo­ne: non per sno­bi­smo né per sen­ti­men­to di cata­stro­fe, ma per­ché oggi dob­bia­mo accor­ger­ci che la can­zo­ne non ha mai con­su­ma­to radi­cal­men­te nes­sun lin­guag­gio e sta quin­di rivo­mi­tan­do lin­guag­gi non dige­ri­ti, così come li ha divo­ra­ti: l’im­pe­gno da, un lato e il roman­ti­ci­smo dal­l’al­tro le sono ser­vi­ti da impos­si­bi­le Alka-SeI­tzer.
«Ma io non ci sto più, dis­se lo spo­so e poi»: non c’è biso­gno di impaz­zi­re per soste­ne­re che oggi «in can­zo­ne» non si può ten­ta­re che qual­co­sa di asso­lu­ta­men­te «inu­ti­le», o comun­que per­lo­me­no di inno­mi­na­bi­le: l’u­ni­co modo per dire qual­co­sa è quel­lo di non dir­lo, per­ché quel «non-dir­lo» sola­men­te può spin­ge­re a fon­do il bot­to­ne del pia­ce­re, o, se vi fa pia­ce­re, del­la com­pren­sio­ne.
È quel­lo che ho cer­ca­to di fare nel mio disco Disoc­cu­pa­te le stra­de dai sogni: pur­trop­po la real­tà non ha volu­to che il suo signi­fi­ca­to rima­nes­se a lun­go ambi­guo: la social­de­mo­cra­zia, irri­ta­ta for­se dai trom­bo­ni, ha subi­to volu­to dimo­stra­re di pos­se­de­re anche i car­riar­ma­ti; l’ul­ti­mo atto non era pre­vi­sto nel copio­ne, vie­ne solo testi­mo­nia­to, con la scam­bia­bi­li­tà del suo lin­guag­gio, nel­l’ul­ti­ma can­zo­ne I gior­na­li di mar­zo, l’u­ni­ca com­po­sta dopo il «fat­tac­cio».
Non spie­ghia­mo più nien­te: il pote­re è chia­ro ed è «uti­le», ed ha anzi biso­gno di gen­te che vada in giro a spie­ga­re la sua evi­den­za, la sua uti­li­tà. Lavo­ria­mo (o lavo­ra­te se vole­te) ad una can­zo­ne asso­lu­ta­men­te inu­ti­le. Del resto, se mi si con­ce­de la cita­zio­ne, cre­do che Ben­ja­min aves­se vera­men­te ragio­ne quan­do dice­va che «l’ar­te per l’ar­te non è sta­ta qua­si mai da pren­der­si alla let­te­ra, è sta­ta qua­si sem­pre una ban­die­ra sot­to cui viag­gia una mer­ce che non si può dichia­ra­re per­ché non ha anco­ra nome».

Disco­gra­fia: Aspet­tan­do Godot (EMI), Un uomo in cri­si Can­zo­ni di mor­te, can­zo­ni di vita (EMI), Can­zo­ni di rab­bia (EMI), Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci (EMI), Disoc­cu­pa­te le stra­de dai sogni (Ulti­ma spiaggia).

Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci

E’ vero che dal­le finestre 

Sia­mo noi a far ric­ca la ter­ra
noi che sop­por­tia­mo
la malat­tia del son­no e la mala­ria
noi man­dia­mo al rac­col­to coto­ne, riso e gra­no,
noi pian­tia­mo il mais
su tut­to l’al­to­pia­no.
Noi pene­tria­mo fore­ste, col­ti­via­mo sava­ne,
le nostre brac­cia arri­va­no
ogni gior­no più lon­ta­ne.
Da noi ven­go­no i teso­ri alla ter­ra car­pi­ti,
con che poi tut­ti gli altri
resta­no favoriti.

E sia­mo noi a far bel­la la luna
con la nostra vita
coper­ta di strac­ci e di sas­si di vetro.
Quel­la vita che gli altri ci respin­go­no indie­tro
come un insul­to,
come un ragno nel­la stan­za.
Ma ripren­dia­mo­la un mano, ripren­dia­mo­la inte­ra,
ripren­dia­mo­ci la vita,
la ter­ra, la luna e l’abbondanza.

E’ vero che non ci capia­mo
che non par­lia­mo mai
in due la stes­sa lin­gua,
e abbia­mo pau­ra del buio e anche del­la luce, è vero
che abbia­mo tan­to da fare
e che non fac­cia­mo mai nien­te.
E’ vero che spes­so la stra­da ci sem­bra un infer­no
o una voce in cui non riu­scia­mo a sta­re insie­me,
dove non rico­no­scia­mo mai i nostri fra­tel­li.
E’ vero che bevia­mo il san­gue dei nostri padri,
che odia­mo tut­te le nostre don­ne
e tut­ti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra.
Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.


Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra.
Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra


non riu­scia­mo a vede­re la luce
per­ché la not­te vin­ce sem­pre sul gior­no
e la not­te san­gue non ne pro­du­ce,
è vero che la nostra aria
diven­ta sem­pre più ragaz­zi­na
e si fa cor­re­re die­tro
lun­go le stra­de sen­za usci­ta,
è vero che non riu­scia­mo a par­la­re
e che par­lia­mo sem­pre troppo.

E’ vero che spu­tia­mo per ter­ra
quan­do vedia­mo pas­sa­re un gob­bo,
un tre­di­ci o un ubria­co
o quan­do non voglia­mo incri­na­re
il mera­vi­glio­so equi­li­brio
di un’o­be­si­tà sen­za fine,
di una feli­ci­tà sen­za peso.
E’ vero che non voglia­mo paga­re
la col­pa di non ave­re col­pe
e che pre­fe­ria­mo mori­re
piut­to­sto che abbas­sa­re la fac­cia, è vero
cer­chia­mo l’a­mo­re sem­pre
nel­le brac­cia sbagliate.

E’ vero che non voglia­mo cam­bia­re
il nostro inver­no in esta­te,
è vero che i poe­ti ci fan­no pau­ra
per­ché i poe­ti acca­rez­za­no trop­po le gob­be,
ama­no l’o­do­re del­le armi
e odia­no la fine del­la gior­na­ta.
Per­ché i poe­ti apro­no sem­pre la loro fine­stra
anche se noi dicia­mo che è
una fine­stra sbagliata.

E’ vero che non ci capia­mo,
che non par­lia­mo mai
in due la stes­sa lin­gua,
e abbia­mo pau­ra del buio e anche del­la luce, è vero
che abbia­mo tan­to da fare
e non fac­cia­mo mai nien­te.
E’ vero che spes­so la stra­da ci sem­bra un infer­no
e una voce in cui non riu­scia­mo a sta­re insie­me,
dove non rico­no­scia­mo mai i nostri fra­tel­li,
è vero che bevia­mo il san­gue dei nostri padri,
che odia­mo tut­te le nostre don­ne
e tut­ti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra,
ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra,
ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.

Piaz­za bel­la piazza

Piaz­za, bel­la piaz­za
ci pas­sò una lepre paz­za,
uno lo cuci­nò, uno se lo man­giò,
uno lo divo­rò, uno lo tor­tu­rò,
uno lo scor­ti­cò, uno lo stri­to­lò,
uno lo impic­cò
e del migno­li­no ch’e­ra il più pic­ci­no
più nien­te restò.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sa­ro­no die­ci mor­ti
i tac­chi, e i legni degli uffi­cia­li,
teste cal­ve, poli­ti­can­ti
un metro e mez­zo sen­za le ali,
ci pas­sai con la bar­ba lun­ga
per copri­re le mie ver­go­gne,
ci pas­sai con i pugni in tasca
sen­za sas­si per le carogne.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sò tut­ta una cit­tà
cal­da e tesa come un’an­guil­la,
si sen­ti­va bat­te­re il cuo­re,
ci man­cò solo una scin­til­la;
capi­va­mo di esse­re tan­ti
capi­va­mo di esse­re for­ti,
il pro­ble­ma era sola­men­te
come far­lo capi­re ai morti.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
E fu il gior­no del­lo stu­po­re
e fu il gior­no del­l’im­po­ten­za,
si sen­ti­va bat­te­re il cuo­re,
di Leo­ne avrei fat­to sen­za,
si sen­ti­va qual­cu­no urla­re
“solo fischi per quei maia­li,
sia­mo stan­chi di ritro­var­ci
sola­men­te a dei funerali”.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sa­ro­no le ban­die­re
un tor­ren­te di con­fu­sio­ni
in cui sen­ti­vo che rina­sce­va
l’e­ner­gia dei miei gior­ni buo­ni,
ed era­va­mo dav­ve­ro tan­ti,
era­va­mo dav­ve­ro for­ti,
una sola con­trad­di­zio­ne:
quel­la fila, quei die­ci morti.

Ma non è una malattia

Gian­fran­co Manfredi

Gian­fran­co Man­fre­di, già del Grup­po Gram­sci e ora redat­to­re di “Re Nudo”, è un auto­re «del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia», inten­den­do con que­sto ter­mi­ne non una deli­mi­ta­zio­ne di con­fi­ni poli­ti­ci di orga­niz­za­zio­ne quan­to piut­to­sto l’in­di­ca­zio­ne di un rife­ri­men­to e di un’i­spi­ra­zio­ne a com­por­ta­men­ti, idee, cli­ma cul­tu­ra­le in qual­che modo omo­ge­nei. La sua pre­sen­za in que­sta anto­lo­gia non rispon­de sem­pli­ce­men­te a un’e­si­gen­za di com­ple­tez­za (dar voce anche a que­sta com­po­nen­te del­l’a­rea poli­ti­ca di sini­stra) ma è moti­va­ta dal­la qua­li­tà del suo lavo­ro. La sua pro­du­zio­ne infat­ti, sep­pu­re con­trad­dit­to­ria e appros­si­ma­ti­va, ha una sua ori­gi­na­li­tà e ric­chez­za di intui­zio­ni.
Si può dire che Man­fre­di non copia nes­su­no dei più vec­chi ed esper­ti auto­ri poli­ti­ci (cosa raris­si­ma), ed è dif­fi­ci­le col­lo­car­lo nei filo­ni tra­di­zio­na­li del can­to mili­tan­te con­tem­po­ra­neo; que­sto anche per l’e­te­ro­dos­sia del patri­mo­nio cul­tu­ra­le del­l’a­rea poli­ti­ca a cui appar­tie­ne e di cui il suo ulti­mo lavo­ro (Ma non è una malat­tia) è fede­le espres­sio­ne. È un patri­mo­nio cul­tu­ra­le che meri­te­reb­be un’a­na­li­si appro­fon­di­ta non per­ché par­ti­co­lar­men­te com­ples­so (anche chia­mar­lo «patri­mo­nio» è pro­ba­bil­men­te ecces­si­vo, non trat­tan­do­si di alcun­ché di defi­ni­to e di con­so­li­da­to) ma per­ché sin­go­lar­men­te con­trad­dit­to­rio rispet­to ai con­sue­ti rife­ri­men­ti cul­tu­ra­li del­la sini­stra rifor­mi­sta e di quel­la rivo­lu­zio­na­ria. Un’a­rea poli­ti­ca, quel­la a cui Man­fre­di appar­tie­ne, che, nata in radi­ca­le e diret­ta con­trap­po­si­zio­ne alla sini­stra nel suo com­ples­so, era ine­vi­ta­bi­le rom­pes­se radi­cal­men­te anche col retro­ter­ra ideo­lo­gi­co di quel­la; tale rot­tu­ra ha pro­ce­du­to su due iti­ne­ra­ri diver­si ma, infi­ne e sin­go­lar­men­te, coin­ci­den­ti: il pri­mo è quel­lo del recu­pe­ro del gio­va­ne Marx (quel­lo dei Mano­scrit­ti eco­no­mi­co-filo­so­fi­ci, per inten­der­ci, del­la Sacra fami­glia, dell”Ideologia tede­sca), quel­lo che scri­ve del­la neces­si­tà per l’uo­mo di riap­pro­priar­si di «tut­ti i rap­por­ti uma­ni che ha con il mon­do, vede­re, udi­re, odo­ra­re, gusta­re, toc­ca­re, pen­sa­re, intui­re, sen­ti­re, vole­re, agi­re, ama­re; in bre­ve: tut­ti gli orga­ni che costi­tui­sco­no la sua indi­vi­dua­li­tà»; è un recu­pe­ro non inu­ti­le, e per­ché si trat­ta di un Marx che il mar­xi­smo tra­di­zio­na­le ha cen­su­ra­to e muti­la­to, e per­ché in que­sto recu­pe­ro si espri­me la volon­tà di lar­ghe mas­se di rico­no­sce­re i pro­pri biso­gni e i pro­pri desi­de­ri den­tro un’i­spi­ra­zio­ne col­let­ti­va, den­tro un qua­dro di rife­ri­men­to che è quel­lo del­la con­ce­zio­ne mate­ria­li­sti­ca del mon­do.
Il secon­do iti­ne­ra­rio è quel­lo del recu­pe­ro del­la gran­de cul­tu­ra non mar­xi­sta di que­sto seco­lo per ritro­var­ci il filo con­dut­to­re di un discor­so sul­l’uo­mo tota­le e annet­ter­lo alla nuo­va cul­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria in for­ma­zio­ne e in tra­sfor­ma­zio­ne. Da qui, una rilet­tu­ra di Bre­ton, Freud, Kaf­ka, Nie­tzsche, Artaud, Ador­no, Lacan e il ripen­sa­men­to sul sur­rea­li­smo e l’ir­ra­zio­na­li­smo, sul deca­den­ti­smo e l’e­si­sten­zia­li­smo.
La coin­ci­den­za tra i due iti­ne­ra­ri non è cer­to faci­le e può comun­que avve­ni­re solo a prez­zo di con­trad­di­zio­ni anche lace­ran­ti; ma que­sto non appa­re un limi­te a chi inten­de fare di que­sta «nuo­va cul­tu­ra», innan­zi­tut­to, ter­re­no di con­tra­sti e di con­flit­ti; i limi­ti veri sono rap­pre­sen­ta­ti dal pos­si­bi­le sche­ma­ti­smo nel­l’op­por­re, alla resa dei con­ti, Marx gio­va­ne a Marx vec­chio, Marx uma­ni­sti­co e Marx eco­no­mi­ci­sta, o addi­rit­tu­ra Marx sen­sua­le a Marx ases­sua­to, da una par­te; e dal­l’al­tra di ripe­te­re il vec­chio discor­so rifor­mi­sta (un’al­tra con­sue­ta for­za­tu­ra del mar­xi­smo) sul­la pos­si­bi­li­tà per la cul­tu­ra del­la clas­se ope­ra­ia di assu­me­re e sin­te­tiz­za­re tut­ta la gran­de cul­tu­ra del­la bor­ghe­sia («La cul­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria come con­ti­nua­zio­ne di tut­ta la sto­ria del­la cul­tu­ra del­le clas­si domi­nan­ti», come scri­ve­va Occhet­to die­ci anni fa cari­ca­tu­riz­zan­do Lenin). Il che poi, sul ter­re­no del­la cul­tu­ra quo­ti­dia­na inte­sa come gusti, scel­te, orien­ta­men­ti, por­ta ad affa­stel­la­re indi­scri­mi­na­ta­men­te, nel giu­di­zio posi­ti­vo, Ser­gio Leo­ne e Pec­kin­pah, II por­tie­re di not­te e Ulti­mo tan­go, Easy Rider, Dario Fo, Car­me­lo Bene, Pao­lo Poli, Gior­gio Gaber e Kerouac (vedi la can­zo­ne Quar­to Oggia­ro Sto­ry, che non è solo una can­zo­ne iro­ni­ca); e, ridot­to in ter­mi­ni anco­ra più spic­cio­li, fa scri­ve­re alla rivi­sta «Ros­so»: “A noi inve­ce piac­cio­no i film western, quel­li del­la cri­si, il tea­tro-pro­vo­ca­zio­ne (quan­do lo è vera­men­te), il rock, i fumet­ti più illo­gi­ci pos­si­bi­le, i libri sen­za mar­ti­ri e sen­za eroi, la risco­per­ta del pro­prio cor­po, del­la imma­gi­na­zio­ne e del­la fan­ta­sia, ci pia­ce il whi­sky e il comu­ni­smo lo pen­sia­mo come una cosa mol­to lus­suo­sa dove nes­su­no sta­rà a pie­di nudi su una zol­la di ter­ra a suda­re piscia e san­gue». Tut­to ciò si ritro­va anche nei testi di Man­fre­di, det­to con sapien­za e dol­cez­za mag­gio­ri. Il risul­ta­to, musi­ca­le e let­te­ra­rio, ci sem­bra – al di là del nostro radi­ca­le dis­sen­so – quan­to di meglio 1′ «area del­l’au­to­no­mia» ha pro­dot­to in cam­po cul­tu­ra­le. L’in­ge­nui­tà e le lezio­si­tà, gli sche­ma­ti­smi e le roz­zez­ze che pure ci sono – e sono nume­ro­si – non annul­la­no, in sostan­za, il carat­te­re di novi­tà del lavo­ro di Man­fre­di; e la sua coe­ren­za nel voler espri­me­re in can­zo­ne il suo (loro) modo di coniu­ga­re il per­so­na­le e il poli­ti­co, «la cur­va dei fian­chi» e «il mitra luci­da­to», «i momen­ti di ubria­chez­za» e «la fine del­lo Stato».

Disco­gra­fia: Per lo Spet­tro: La cri­si, 1972. Per l’Ul­ti­ma spiag­gia: Ma non è una malat­tia, 1976. Per La poia­na: Libe­ria­mo, 1976.
Alla com­po­si­zio­ne del­le can­zo­ni di Man­fre­di han­no col­la­bo­ra­to Ric­ky Gian­co e Giu­lia­no Illiani.

Ma chi ha det­to che non c’è

Sta nel fon­do dei tuoi occhi
Sul­la pun­ta del­le lab­bra,
sta nel cor­po risve­glia­to
nel­la fine del pec­ca­to
Nel­la cur­va dei tuoi fian­chi
Nel calo­re del tuo seno
Nel pro­fon­do del tuo ven­tre
Nel­l’at­ten­de­re il mat­ti­no.
Sta nel sogno rea­liz­za­to,
sta nel mitra luci­da­to.
Nel­la gio­ia e nel­la rab­bia,
nel distrug­ge­re la gab­bia
Nel­la mor­te del­la scuo­la, nel rifiu­to del lavo­ro
Nel­la fab­bri­ca deser­ta, nel­la casa sen­za por­ta
Sta nel­l’im­ma­gi­na­zio­ne, nel­la musi­ca sul­l’er­ba,
sta nel­la pro­vo­ca­zio­ne, nel lavo­ro del­la tal­pa,
nel­la sto­ria del futu­ro , nel pre­sen­te sen­za sto­ria,
nei momen­ti di ubria­chez­za, negli istan­ti di memo­ria.
Sta nel nero del­la pel­le, nel­la festa col­let­ti­va,
sta nel pren­der­si la mer­ce,
sta nel pren­der­si la mano, nel tira­re i sam­pie­tri­ni,
nel­l’in­cen­dio di Mila­no,
nel­le spran­ghe sui fasci­sti nel­le pie­tre sui gip­po­ni
Sta nei sogni dei tep­pi­sti
e nei gio­chi dei bam­bi­ni,
nel cono­scer­si del cor­po,
nel­l’or­ga­smo del­la men­te,
nel­la voglia piu’ tota­le,
nel discor­so tra­spa­ren­te.
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sta nel fon­do dei tuoi occhi
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sul­la pun­ta del­le lab­bra
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sta nel mitra lucidato

Ma chi ha det­to che non c’e’.
Nel­la fine del­lo Sta­to
C’e’, si’ c’e’
Ma chi ha det­to che non c’e’.

Ma non è una malattia

Mi han­no det­to: sei scop­pia­to
come ti sei rovi­na­to
dima­gri­to, sem­bri qua­si uno zom­bie
…sarà col­pa del­le not­ti
che ho pas­sa­to ad aspet­ta­re
cose che for­se dove­va­no arri­va­re.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
E mia madre m’ha guar­da­to
dice: come sei fini­to!
cosi in bas­so non t’a­vrei pen­sa­to mai…
Sì ma in bas­so puoi sco­pri­re
le sot­ti­li incri­na­tu­re che non puoi stu­dia­re all’U­ni­ver­si­tà.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
Mi han­no det­to: il tuo vesti­to
sem­bra vera­men­te usa­to
non ti cam­bi mai, mi sem­bri pro­prio giù.
Beh scu­sa­te­mi ragaz­zi,
oggi non ho altro da pen­sa­re
ho il mio abi­to di den­tro da cam­bia­re.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
Mi han­no det­to: il tuo lavo­ro
non è una cosa sicu­ra
ogni mese cam­bia e dopo che farai?
For­se sono un pò sva­ni­to
ma il doma­ni non esi­ste
e que­st’og­gi io non voglio esse­re tri­ste.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.

Quar­to Oggia­ro Story

T’ho incon­tra­ta a Quar­to Oggia­ro davan­ti al Super­mar­ket
sac­cheg­gia­to (oh ye) ave­vi in tasca una sca­to­la di ton­no del­lo
Wyo­ming… si vede che la tua coscien­za poli­ti­ca era scar­sa…
lo ci ho qua il bour­bon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua
il cavia­le che a dif­fe­ren­za del ton­no non fa male, lo que­sta sera
mi bevo lo cham­pa­gne cir­con­da­to da quat­tro com­pa­gne…
Men­tre tu te man­ge ‘o ton­no
con quel fes­so di Totonno

Ti ho incon­tra­ta alla pri­ma visio­ne, dopo l’ap­pro­pria­zio­ne. Tu hai
visto un Fran­chi ed lngras­sia men­tre lì vici­no face­va­no un film
inchie­sta sul­la CIA. Eh ma la tua coscien­za poli­ti­ca è pro­prio
scar­sa lo ho visto il Ber­to­luc­ci, ho visto la Cava­ni S. Fran­ce­sco
e i set­te nani vesti­ti da nazi­sti ho visto Scap­pon­san­fan’ dei
fra­tel­li Tavia­ni, C’e­ra­va­mo tan­to arma­ti e diciot­to film di mar­zia­ni
(mici­dia­le!) in cine­te­ca. lo que­sta sera mi vedo i fil­mi­ni sve­de­si
con due com­pa­gne cine­si…
E tu te vede ‘a tele­vi­sio­ne
co’ Toton­no fetentone

Ti ho incon­tra­ta alla Fel­tri­nel­li, tu fre­ga­vi solo gial­li, nean­che
bel­li… ristam­pe. Si vede che la tua coscien­za poli­ti­ca è pro­prio
scar­sa. Guar­da me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Gar­cia
Mar­quez ci ho qua il tea­tro di Fo, chis­sà che cosa me ne fo…
lo que­sta sera mi leg­go la Moran­te con una bim­ba tut­ta
pim­pan­te
E tu te leg­ge Aga­ta Cri­ste
co’ Toton­no poro criste

T’ho incon­tra­ta davan­ti all’ar­me­ria in atte­sa, con la bor­sa del­la
spe­sa… esa­ge­ra­ta! Io com­pra­vo i sol­da­ti­ni, tu un fuci­le coi
piom­bi­ni. Si vede che la tua coscien­za … è in cre­scen­za. lo ci
ho a casa la Coraz­za­ta Potie­m­kin Poli­toys, ci ho la spa­da del
non­no cara­bi­nie­re, ci ho le pisto­le di madre­per­la e il mata­rel­lo
di madre pir­la, ci ho le guns di pla­sti­ca di Jas­se James e il
mitra in simil­le­gno con il fode­ro in simil­pel­le e pro­iet­ti­li in
sil­mil­sal­ve
E tu te met­te a ffa cagna­ra
co’ stu cazz’ de lupa­ra
e Toton­ni­no ‘o feten­to­ne
tene ‘na sber­la de can­no­ne
e un tuo ami­co di Potopp
tene qua­ran­ta molo­topp
e uno del­l’au­to­no­mia viag­gia sem­pre co’ la zia
” coco­sa c’en­tra la zia?” Pesa cin­que­cen­to kili e può sem­pre
ser­vi­re.., cala­ta dal­l’al­to. For­se la tua coscien­za è trop­po
in cre­scen­za…
Brrrr…

La chitarra e il potere

Gli auto­ri del­la can­zo­ne poli­ti­ca contemporanea

Ber­tel­li, Del­la Mea, Man­fre­di, Mari­ni, Masi, Pie­tran­ge­li, La chi­tar­ra e il pote­re, Gli auto­ri del­la can­zo­ne poli­ti­ca con­tem­po­ra­nea, a cura di Simo­ne Des­sì e Giai­me Pin­tor, Savel­li, Roma 1976



Qua­si die­ci anni fa il tito­lo di uno spet­ta­co­lo di Gio­van­na Mari­ni era: Con la chi­tar­ra, sen­za il pote­re. Oggi, Gio­van­na Mari­ni e gli altri come lei con­ti­nua­no, testar­da­men­te e luci­da­men­te, a can­ta­re rab­bia e uto­pia, mise­ria e libe­ra­zio­ne.
Oggi, le mas­se han­no com­piu­to gran­di pas­si in avan­ti sul­la via del­l’a­bo­li­zio­ne del­lo sta­to di cose pre­sen­te e del­l’ab­bat­ti­men­to del lavo­ro sala­ria­to, ma non han­no anco­ra pre­so il pote­re.
Que­sta anto­lo­gia rac­co­glie i testi degli auto­ri del­la sini­stra tra­di­zio­na­le e di quel­la rivo­lu­zio­na­ria che han­no scan­di­to e con­ti­nua­no a scan­di­re i pas­sag­gi più signi­fi­ca­ti­vi del­la lot­ta di clas­se nel nostro pae­se; colon­na sono­ra del movi­men­to di mas­sa ma anche occa­sio­ne – par­zia­le, cer­to, ma cosa non lo è? – del suo riflet­te­re, del suo auto­cri­ti­car­si, del suo trasformarsi.

MUZAK

G. Castal­do, S. Des­sì, B. Maria­ni, G. Pin­tor, A. Por­tel­li, Muzak, I can­tau­to­ri, il pop, il jazz e il rock: gli anni ’70 nel­l’an­to­lo­gia di una rivi­sta di musi­cac­cia, Savel­li edi­to­re, Roma 1978


Dal­l’au­tun­no del 1973 alla metà del 1976, la rivi­sta “MUZAK” si aggi­ra per l’I­ta­lia nel­le mani di mol­te deci­ne di miglia­ia di gio­va­ni.
Accom­pa­gna il loro tumul­tuo­so pro­ces­so di “appro­pria­zio­ne” del­la musi­ca, ese­guen­do i per­cor­si e anti­ci­pan­do­ne, spes­so, gusti e orien­ta­men­ti: la “scuo­la napo­le­ta­na” e gli odiati/​amati can­tau­to­ri, ma anche il “nuo­vo” jazz e la “sco­per­ta” del­la clas­si­ca.
Sono anni entu­sia­sti e pastic­cio­ni, quan­do i con­cer­ti orga­niz­za­ti dal­la sini­stra gio­va­ni­le rac­col­go­no un nume­ro di com­pa­gni ben supe­rio­re a quel­lo dei par­te­ci­pan­ti ai comi­zi orga­niz­za­ti dal­la sini­stra gio­va­ni­le.
E anche loro, quel­li sul pal­co­sce­ni­co, can­zo­net­ta­ri e musi­can­ti, ven­go­no diret­ta­men­te coin­vol­ti: in qual­che modo ten­ta­ti dal­l’i­dea (for­se un po’ fati­co­sa, cer­to gra­ti­fi­can­te) di tra­sfor­mar­si da “divi” in “ope­rai musi­ca­li”.
Cer­to, una gran­de con­fu­sio­ne: ma e’ li – in quei luo­ghi, in quei gior­ni e in quel­le cir­co­stan­ze – che si for­ma il nuo­vo atteg­gia­men­to gio­va­ni­le di mas­sa nei con­fron­ti del­la musi­ca.
Sono que­gli anni e qui con­cer­ti, que­gli arti­co­li di rivi­sta (e anche quei mani­fe­sti sui muri e quel­le discus­sio­ni inter­mi­na­bi­li e “allu­ci­nan­ti”) a fun­zio­na­re come una scuo­la di espe­rien­za musi­ca­le e di cul­tu­ra musi­ca­le: di for­ma­zio­ne del gusto.
E, comun­que, gra­zie a quel­le ingar­bu­glia­te “bat­ta­glie di linea nel cam­po del­la musi­ca”. Ella, La Musi­ca scen­de in piaz­za, va nel­le stra­de, si dif­fon­de nei par­chi e sul­l’er­ba: diven­ta cosa quo­ti­dia­na, uti­liz­za­bi­le, comu­ni­ca­bi­le.
Di que­sto pro­ces­so “MUZAK” è par­te note­vo­le e atti­va.
Con que­sta anto­lo­gia si docu­men­ta­no alcu­ni momen­ti e alcu­ne tap­pe di que­gli anni “gon­fi di musica”.