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Miti, riti e detriti del parco Lambro

Da ”L’er­ba voglio” n.27 ‑settembre/​ottobre 1976

di Gian­fran­co Manfredi

A Par­co Lam­bro mi sono smon­ta­to la testa. Come tan­ti. Ripe­te­re que­sto smon­tag­gio per iscrit­to non é faci­le, anche per­ché ho anco­ra tut­ti i pez­zi in giro. D’al­tra par­te pare indi­spen­sa­bi­le di fron­te a un fat­to su cui mol­ti han­no trat­to “con­clu­sio­ni” e pochi “aper­tu­re”. E pro­ve­nen­do ogni “aper­tu­ra” da uno sman­tel­la­men­to comin­cio col dire cosa ho per­so­nal­men­te sman­tel­la­to gra­zie al Lambro.

I MITI

a) Pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le
Se c’è una cosa cer­ta dopo il Lam­bro, é che que­sto ter­mi­ne non ha sen­so. Atten­zio­ne: non che non abbia sen­so di per sé, non ha sen­so rispet­to ai con­te­nu­ti e alle pro­spet­ti­ve che vi si sup­po­ne­va­no inclu­si. Ora: per­si­no i radi­ca­li si accor­go­no del­l’in­con­si­sten­za del ter­mi­ne (cfr. Pro­va radi­ca­le n. 2), però nel con­te­sto del­lo stes­so arti­co­lo pro­pon­go­no come con­cet­to sosti­tu­ti­vo quel­lo di “incaz­za­ti di tut­ti i tipi, di tut­te le situa­zio­ni, di tut­te le clas­si”. Il che vuol dire sosti­tui­re a un con­cet­to impre­ci­so, un altro anche più gene­ri­co: “gli incaz­za­ti”. Incaz­za­ti di ruo­lo, si sup­po­ne. For­se quel­li che la mat­ti­na si sve­glia­no male, o quel­li che quan­do gli acca­rez­zi una spal­la da die­tro estrag­go­no la Colt, si vol­ta­no e ti ridu­co­no un cola­bro­do (tipo Tex). Sem­pre i radi­ca­li, più avan­ti, in un altro arti­co­lo, pro­va­no a defi­ni­re meglio que­sti “incaz­za­ti”: omo­ses­sua­li, fem­mi­ni­ste e “pro­le­ta­ri a cac­cia di pol­li”. Riec­co­ci da capo: riec­co “il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”. Allo­ra? No. Se dob­bia­mo smon­ta­re un con­cet­to, smon­tia­mo­lo seria­men­te.
Anzi­tut­to: come mai un con­cet­to fun­zio­na­le che all’i­ni­zio vole­va solo dare un vago qua­dro socio­lo­gi­co (gros­so modo: “i figli degli ope­rai” o “i gio­va­ni ope­rai sen­za lavo­ro o a lavo­ro pre­ca­rio”) é diven­ta­to nel­l’u­so del­la sini­stra “rivo­lu­zio­na­ria” (soprat­tut­to di Lot­ta Con­ti­nua e del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia) un pun­to di rife­ri­men­to poli­ti­co, una indi­ca­zio­ne di svi­lup­po e di pro­spet­ti­va?.
Da quan­do la “sini­stra di clas­se” ha scel­to come nodo del­la sua pra­ti­ca (non dicia­mo stra­te­gia) la real­tà socio­lo­gi­ca del “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”, ecco che il ter­mi­ne ha acqui­sta­to valo­re d’in­di­ca­zio­ne di “clas­se” e le sue azio­ni coin­ci­den­za con la “lot­ta di clas­se”. Sono ormai ben più di die­ci anni che sono/​siamo tut­ti lì a cer­ca­re “la nuo­va clas­se ope­ra­ia” o meglio “il nuo­vo sog­get­to sto­ri­co” che la rap­pre­sen­ti. Ecco allo­ra che rispet­to alle varie fasi del­lo svi­lup­po del­la clas­se, una sua fra­zio­ne di vol­ta in vol­ta é ele­va­ta a “rap­pre­sen­tan­te gene­ra­le”: ieri l’o­pe­ra­io-mas­sa, poi i gio­va­ni ope­rai, infi­ne il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, stra­to socia­le dif­fu­so, vivo nel quar­tie­re, spu­gna del­le con­trad­di­zio­ni e di “com­por­ta­men­ti” anti-isti­tu­zio­na­li. Dun­que: pri­mo gra­di­no è l’in­di­vi­dua­zio­ne di uno stra­to inter­no alla clas­se che in una fase la rap­pre­sen­ti o per­lo­me­no ne rap­pre­sen­ti “i con­te­nu­ti più avan­za­ti”. Secon­do gra­di­no é, con la con­cen­tra­zio­ne del­la pra­ti­ca poli­ti­ca e degli sfor­zi orga­niz­za­ti­vi sul­lo stra­to più avan­za­to, la defi­ni­zio­ne del­la clas­se attra­ver­so la sua rap­pre­sen­tan­za avan­za­ta. Di qui all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne, del­lo stra­to con la clas­se, il pas­so é bre­ve, anzi spes­so é spin­to anche più in là fino all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne del­l’a­van­guar­dia-che-rap­pre­sen­ta-lo-stra­to-che-rap­pre­sen­ta-la-clas­se, con la clas­se stes­sa: cioè “il nucleo pro­le­ta­rio arma­to” alla fine é “gli ope­rai”.
Ma c’é di più: al ter­mi­ne set­to­ria­le così “iso­la­to” si attri­bui­sco­no i valo­ri che sono pro­pri del­la clas­se nel suo insie­me e cioè: di ave­re un’o­mo­ge­nei­tà inter­na che può espri­me­re un’o­mo­ge­nei­tà di com­por­ta­men­ti quin­di una dire­zio­ne uni­ta­ria e per­lo­me­no nazio­na­le, una rap­pre­sen­tan­za orga­niz­za­ta. Bene o male, anche in Re Nudo, anche nel­l’i­deo­lo­gia del gran­de radu­no annua­le del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, c’e­ra e c’è die­tro que­sto sche­ma logi­co o meglio ideo­lo­gi­co. C’é biso­gno di que­sto sche­ma sen­nò entre­reb­be in cri­si “la poli­ti­ca” e “l’or­ga­niz­za­zio­ne”: se “la gen­te” non é rife­ri­ta alla “clas­se” va a far­si bene­di­re qual­sia­si discor­so orga­niz­za­ti­vo per­chè la “clas­se” si orga­niz­za (espri­me o subi­sce orga­niz­za­zio­ne), ma “la gen­te” non é det­to.
Ecco allo­ra che tut­ti i com­por­ta­men­ti devo­no esse­re rife­ri­ti alla clas­se. Ci casca anche il Mario Mie­li che (sem­pre su Pro­va Radi­ca­le) scri­ve: “for­se il pro­le­ta­ria­to, la clas­se rivo­lu­zio­na­ria sono le don­ne e gli omo­ses­sua­li; in Ita­lia alme­no non vedo altro, non cre­do che i maschi sia­no rivo­lu­zio­na­ri, e sen­to con­tra­ria alla mia liber­tà qual­sia­si azio­ne com­piu­ta dai maschi, anche se mi ren­do con­to che come appar­te­nen­te al ses­so maschi­le pos­so anco­ra esse­re mol­to con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio nei con­fron­ti del­le don­ne”.
Qui appa­re chia­ra anche la “gerar­chia degli stra­ti rivo­lu­zio­na­ri” che é impli­ci­ta den­tro ogni ricer­ca del “nuo­vo Sog­get­to”: il Più Oppres­so di Tut­ti, il Cri­stin­cro­ce di tur­no. Secon­do que­sta logi­ca il nuo­vo Sog­get­to sareb­be pro­ba­bil­men­te una vec­chia ex-ope­ra­ia negra schi­zo­fre­ni­ca e omo­ses­sua­le. Nel rife­ri­re alla clas­se tut­ti i com­por­ta­men­ti anti-isti­tu­zio­na­li anche Re Nudo non é sta­to da meno, a par­ti­re dal­la stes­sa impo­sta­zio­ne del gior­na­le (e so quel che dico aven­do­vi non poco con­tri­bui­to). Un’e­spres­sio­ne sin­te­ti­ca abba­stan­za chia­ra é sta­ta quel­la usa­ta da Roma­no Made­ra in un noto arti­co­lo: “la clas­se sfu­ma se non fuma”. Con que­sto egli pro­ba­bil­men­te inten­de­va dire, nel con­te­sto del­l’ar­ti­co­lo, che era neces­sa­rio pro­prio che la clas­se “sfu­mas­se”, ma la fra­se dice inve­ce l’op­po­sto e cioé che “fuma­re” é atti­vi­tà che con­tri­bui­sce a rin­sal­da­re la clas­se come uni­tà rivo­lu­zio­na­ria. E dato che per Made­ra “fuma­re” é soprat­tut­to “capi­re” e “ragio­na­re”, si potreb­be dire anche che l’at­ti­vi­tà razio­na­le (anche se inte­sa come sana pra­ti­ca cor­po­rea) é alla fine il Sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio. Il che ha anche una sua par­te di veri­tà (assai par­zia­le) pur­ché non sia nuo­va­men­te rife­ri­to alla fan­to­ma­ti­ca “clas­se” che alla fine coin­ci­de­reb­be (ope­ra­zio­ne non nuo­va) con lo “Spi­ri­to Asso­lu­to” (o anche “la Mate­ria che pen­sa Se Stes­sa”).
Di qui anche non poche fru­stra­zio­ni per chi si recas­se a un festi­val pop per vede­re die­tro il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le lo Spi­ri­to del Mon­do, anche per­ché sono seco­li che lo Spi­ri­to del Mon­do non si con­cen­tra più in un pun­to solo. (Eppu­re un noto idio­ta se ne uscì dopo il festi­val con que­sto com­men­to: “La gen­te sen­ti­va l’as­sen­za di una Welt­an­schauung”, al che un “pro­le­ta­rio gio­va­ni­le” ha aggiun­to: “Sì é vero, anche Alan Sti­vell e gli Stee­leye Span li ave­va­no pro­mes­si e inve­ce non c’e­ra­no”). Pro­via­mo inve­ce, nel­la sto­ria di que­sti die­ci anni di ricer­ca del nuo­vo Sog­get­to, a indi­vi­dua­re un cam­mi­no oppo­sto, inver­so: non quel­lo del­l’ag­gre­ga­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria del­la clas­se attor­no al suo stra­to più avan­za­to e alla sua (sem­pre atte­sa) rap­pre­sen­tan­za, ma quel­lo del­la disgre­ga­zio­ne (del­lo sfu­ma­re) del­la clas­se attra­ver­so suoi stra­ti mar­gi­na­li al di là di ogni rap­pre­sen­tan­za. Pro­via­mo insom­ma a rileg­ge­re una sto­ria diver­sa del­la clas­se e del­le sue figu­re: l’o­pe­ra­io-mas­sa non é, in que­sto qua­dro, il sog­get­to che sosti­tuen­do­si all’o­pe­ra­io pro­fes­sio­na­le e alle ari­sto­cra­zie ope­ra­ie muta il segno rifor­mi­sta in rivo­lu­zio­na­rio e dà alla clas­se una “nuo­va uni­tà”. L’o­mo­ge­nei­tà del lavo­ro, la ripe­ti­ti­vi­tà, le gran­di aggre­ga­zio­ni d’uo­mi­ni, la fine del­la “qua­li­tà”, sono sì carat­te­ri­sti­che d’u­na nuo­va figu­ra ope­ra­ia, ma di una figu­ra ope­ra­ia ormai assi­mi­la­ta total­men­te al ciclo. Il “rifiu­to del lavo­ro” non sta den­tro que­ste carat­te­ri­sti­che ma “oltre”: é appun­to “la posi­zio­ne del Sog­get­to”. Da que­sto pun­to in poi il cam­mi­no del Sog­get­to non é affat­to nel­la dire­zio­ne di una più mar­ca­ta ade­ren­za al ciclo, di una sua inter­ni­tà che dovreb­be alla fine rias­su­mer­lo (rove­scia­to) in sé, ma é inve­ce nel­la sua pro­gres­si­va ester­ni­tà al ciclo, oltre il lavo­ro, oltre la pro­du­zio­ne, oltre la mer­ce. Appun­to ver­so il Sog­get­to. Ecco allo­ra la bana­li­tà, tan­to bana­le quan­to vera: e se il Sog­get­to fos­se pro­prio il sog­get­to, il sé, la per­so­na?
La clas­se in quan­to tale, l’o­mo­ge­nei­tà-lavo­ro ugua­le, non cer­ca una nuo­va rap­pre­sen­tan­za, né la pro­du­ce: la sua rap­pre­sen­tan­za isti­tu­zio­na­le, uni­ta­ria e nazio­na­le, espres­sa dal suo esse­re clas­se, é il Par­ti­to Ope­ra­io che diven­ta Sta­to Ope­ra­io. Qui, in Ita­lia, il PCI. La clas­se che si nega in quan­to clas­se é Sog­get­to, l’o­pe­ra­io che si nega come ope­ra­io é per­so­na. Ecco allo­ra per­ché il “Pro­le­ta­ria­to Gio­va­ni­le”. E’ nel­l’ul­ti­mo gra­di­no del­la sua mar­gi­na­liz­za­zio­ne rispet­to alla mac­chi­na che l’o­pe­ra­io tro­va la sua figu­ra lace­ra­ta tra la clas­se e la per­so­na. Il ter­mi­ne “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le” espri­me que­sta ambi­va­len­za di dire­zio­ni, que­sta ambi­gui­tà: da una par­te un ter­mi­ne (“pro­le­ta­ria­to”) che riman­da alla col­lo­ca­zio­ne nel ciclo, dal­l’al­tra un ter­mi­ne (“gio­va­ni­le”) che riman­da alla real­tà del cor­po.
Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà è un pro­ble­ma più ampio di quel­lo del­l’a­bo­li­zio­ne del ter­mi­ne che nel­la sua impre­ci­sio­ne é in real­tà quan­to di più pre­ci­so ci sia. Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà può avve­ni­re in oppo­ste dire­zio­ni: l’as­sor­bi­men­to del secon­do ter­mi­ne nei pri­mo (del cor­po nel ciclo: ten­ta­ti­vo estre­ma­men­te tra­spa­ren­te per esem­pio attra­ver­so la cosi­det­ta “pomo­gra­fia” cioé ses­sua­li­tà-lavo­ro, ripe­ti­ti­vi­tà-effi­cien­za-pro­dut­ti­vi­tà-scom­po­si­zio­ne del­l’at­to ses­sua­le), o l’as­sor­bi­men­to del pri­mo nel secon­do che é poi il pro­ble­ma stes­so del­la rivo­lu­zio­ne: la nega­zio­ne del­la clas­se, del­la socie­tà del­le clas­si (capo­vol­gi­men­to del valo­re in uso, emer­gen­za del sog­get­to di con­tro all’og­get­to, del­la diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà con­cre­ta rispet­to all’o­mo­ge­nei­tà-uni­ver­sa­li­tà astrat­ta).
Ma den­tro que­sta secon­da pro­spet­ti­va il pro­ble­ma è la ricer­ca, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­la coscien­za, la comu­ni­ca­zio­ne (per usa­re un ter­mi­ne vec­chio, la cul­tu­ra), non é l’or­ga­niz­za­zio­ne, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia orga­niz­za­ta, la isti­tu­zio­na­li­tà spe­cu­lar­men­te oppo­sta quan­to ugua­le (cioé la poli­ti­ca). Il che non vuoi dire nega­re la dia­let­ti­ca tra i due estre­mi del­la que­stio­ne, ma vuol dire rico­no­sce­re che si trat­ta d’u­na dia­let­ti­ca del­le oppo­si­zio­ni, d’u­na dia­let­ti­ca scon­tro, e non può trat­tar­si d’u­na dia­let­ti­ca del­la ricom­po­si­zio­ne, del­l’u­ni­tà degli oppo­sti. Que­sta secon­da dia­let­ti­ca é pro­prio quel­la del­la per­pe­tua­zio­ne (con il sogno/​delirio del­l’or­ga­niz­za­zio­ne) del­le ambi­gui­tà non solo terminologiche.

b) Feli­ci­tà
Altra que­stio­ne rim­bal­za­ta da Par­co Lam­bro: il vero obiet­ti­vo sareb­be la feli­ci­tà, il pro­ble­ma gio­va­ni­le sta­reb­be tut­to qui: Feli­ci­tà. La sud­det­ta feli­ci­tà sareb­be poi divi­sa in due rami: a) occu­pa­zio­ne; b) sta­re bene insie­me (“crea­ti­vi­tà”). In ter­mi­ni anti­chi: panem et cir­cen­ses. E’ uno dei casi non rari in cui la sini­stra é destra: tra “panem et cir­cen­ses” e “ora et labo­ra” c’é solo una pic­co­la dif­fe­ren­za di otti­ca. Tan­t’é vero che Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne ha avu­to paro­le di gran­de com­pren­sio­ne per l’e­si­gen­za di “feli­ci­tà” che emer­ge­va (“cer­to in for­me para­dos­sa­li”) da Par­co Lam­bro. E Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne (C.L.) é l’im­ma­gi­ne spe­cu­lar­men­te oppo­sta di Lot­ta Con­ti­nua (L.C.).
Que­sta del­la Feli­ci­tà é la colom­ba o la cor­nac­chia estrat­ta dal cap­pel­lo a cilin­dro di chi pen­sa si deb­ba con­ti­nua­re sul­la stra­da del­l’am­bi­gui­tà, l’u­ni­ca stra­da che con­ser­vi qual­che aiuo­la di par­cheg­gio alle “orga­niz­za­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie”. La Feli­ci­tà infat­ti, nono­stan­te per ori­gi­ne sia un ter­mi­ne pro­prio del “per­so­na­le” é qui assi­mi­la­ta al “poli­ti­co” e diven­ta quin­di feli­ci­tà ideo­lo­gi­ca che si espri­me in riti col­let­ti­vi (feli­ci­tà per il gover­no del­le sini­stre, giro­ton­di nudi, “pote­re a chi lavo­ra” gri­da­to tut­ti assie­me per non far pio­ve­re, gran­di radu­ni allie­ta­ti da taran­tel­le e chia­vi ingle­si nasco­ste sot­to le cami­cie nel caso che qual­che scon­si­de­ra­to non fos­se feli­ce e si bucas­se). Que­sta Feli­ci­tà, che è anche diver­ten­te per chi vi par­te­ci­pa, é l’ul­ti­ma masche­ra­ta del­la reli­gio­ne: é infat­ti più vici­na al cor­po che non la poli­ti­ca, pro­prio per­ché vuol esse­re la media­zio­ne tra il cor­po e la poli­ti­ca, la custo­de del­l’am­bi­gui­tà. Con l’i­ne­vi­ta­bi­li­tà del­l’e­va­sio­ne dal per­so­na­le. Se infat­ti si rima­nes­se nel­l’am­bi­to del­la per­so­na, la feli­ci­tà non potreb­be mai esse­re un obiet­ti­vo, dato che non si trat­ta d’al­tro che d’u­no sta­to par­ti­co­la­re e tem­po­ra­neo che esi­ste solo in quan­to ne esi­sto­no degli altri che han­no lo stes­so iden­ti­co valo­re euri­sti­co, ivi com­pre­so il dolo­re. Sul pia­no gene­ra­le inve­ce, la feli­ci­tà richie­de una sua defi­ni­zio­ne: non é più una con­di­zio­ne emo­ti­va, é il rive­sti­men­to di un con­te­nu­to pre­ci­so di cui trac­cia­re i con­fi­ni. E i con­fi­ni li trac­cia l’or­ga­niz­za­zio­ne: è l’or­ga­niz­za­zio­ne (pre­via assem­blea) che deci­de se é giu­sto esse­re feli­ci spian­do una don­na che piscia (no, non é giu­sto, non é fem­mi­ni­sta, non si deve fare), se é giu­sto esse­re feli­ci bat­ten­do le mani all toge­ther (sì, è giu­sto per­ché così “si par­te­ci­pa”).
Si trac­cia­no le con­di­zio­ni del­la feli­ci­tà, il si può fare e il non si può fare. Ma il pro­ble­ma che si dovreb­be por­re é: “per­ché sono feli­ce a fare que­sto o que­st’al­tro”, il che signi­fi­ca: “sen­tir­si”, dove le con­si­de­ra­zio­ni ogget­ti­ve avven­go­no den­tro un pia­no di cono­scen­za-ricer­ca dei limi­ti e del­le pos­si­bi­li­tà d’e­span­sio­ne del per­so­na­le. Por­re inve­ce, al con­tra­rio, la feli­ci­tà come obiet­ti­vo e “solu­zio­ne” del per­so­na­le (inve­ce che come ogget­to d’in­da­gi­ne) por­ta all’in­di­vi­dua­zio­ne del­le “con­di­zio­ni medie pos­si­bi­li e augu­ra­bi­li di feli­ci­tà ora e in que­sto luo­go” stan­te che la feli­ci­tà é un dove­re per­ché sei lì per quel­lo: ecco che allo­ra la “feli­ci­tà col­let­ti­va” si mani­fe­sta come asso­lu­ta impo­ten­za per­so­na­le e tota­le para­no­ia quan­do si è fuo­ri dal rito col­let­ti­vo. Il rito col­let­ti­vo con il suo uni­ver­so chiu­so di rego­le, vali­de per chi vi par­te­ci­pa, é la Feli­ci­tà: é il reci­pro­co rico­no­scer­si come iden­ti­ci, ugua­li agli altri. La diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà, la non par­te­ci­pa­zio­ne o il non gra­di­men­to del rito col­let­ti­vo, diven­ta così tout court emar­gi­na­zio­ne, soli­tu­di­ne, impo­ten­za.
“Nes­su­na sal­vez­za fuo­ri del­la Chie­sa”. Inve­ce d’es­se­re la “solu­zio­ne” all’e­mar­gi­na­zio­ne, la Feli­ci­tà come obiet­ti­vo gene­ra­le, “poli­ti­co”, la raf­for­za e la ricrea.

I RITI

I riti, man­co a dir­lo, sono riti di mer­ce. E lo dico sen­za scan­da­liz­zar­mi. Chi si scan­da­liz­za di soli­to é pro­prio chi pre­pa­ra il rito per­ché la mer­ce vi sia pre­sen­te, ma sfug­gen­te, vi sia esor­ciz­za­ta.
Ma per chi ha pre­sen­te che la mer­ce esi­ste, non è la mer­ce a costi­tui­re fon­te d’ir­ri­ta­zio­ne, é caso­mai il rito che vor­reb­be all’ap­pa­ren­za can­cel­lar­la men­tre la con­sa­cra. La mer­ce del caso non é infat­ti il pac­chet­to di Murat­ti o la pre­sen­za del divo x, o il mero “prez­zo” del pani­no. La mer­ce é il “rap­por­to di mer­ce”: é mer­ce-ideo­lo­gia (la poli­ti­ca), é mer­ce-cul­tu­ra (la musi­ca), é mer­ce-sog­get­to (il pal­co). Vedia­mo­la attra­ver­so alcu­ni suoi momen­ti sim­bo­li­ci al Lambro.

a) la mer­ce-poli­ti­ca anzi­tut­to: si pre­sen­ta all’in­gres­so del pra­to come stri­scio­ne-stand, libri rivi­ste pani­ni, tut­ti rigo­ro­sa­men­te di sini­stra e “ros­si” ma per­lo­più divi­si per grup­po. Feno­me­ni­ca­men­te uni­ti nel­l’im­ma­gi­ne: uno stand vale l’al­tro. La gen­te accet­ta il rap­por­to, com­pra il pani­no. Ma é trop­po caro. Il diva­rio tra valo­re di mer­ca­to e prez­zo impo­sto é trop­po. Esplo­de la con­trad­di­zio­ne del “prez­zo poli­ti­co”: il “prez­zo poli­ti­co” di soli­to ten­de a smus­sa­re il carat­te­re di mer­ce per­ché la pre­sen­ta come “ser­vi­zio”, come ogget­to d’u­so e non di “lucro”. Poi tut­ti san­no che den­tro v’é ugual­men­te con­te­nu­to quel­lo che meta­fo­ri­ca­men­te si chia­ma il “giu­sto pro­fit­to” (c’é un pro­fit­to “giu­sto”?), però psi­co­lo­gi­ca­men­te si pre­fe­ri­sce pre­scin­der­ne. Qui inve­ce il “prez­zo poli­ti­co” mostra la poli­ti­ca con un vol­to diver­so: quel­lo paras­si­ta­rio, quel­lo che si paga sul man­gia­re, anzi sul­l’a­van­zo del man­gia­re. Per di più la cosa è aggra­va­ta dal­la gestio­ne clien­te­la­re degli stand: chi é del grup­po o sim­pa­tiz­za col grup­po vie­ne gra­ti­fi­ca­to col pani­no miglio­re, chi é ester­no si pren­de la mer­da. Qual­cu­no di fron­te a tan­ta real­tà si incaz­za: “Com­pa­gni se voglio sot­to­scri­ve­re, sot­to­scri­vo, ma se voglio un pani­no non pote­te aggiun­ger­ci il prez­zo del­la sot­to­scri­zio­ne”. Riven­di­ca­zio­ne giu­sta. Rivo­lu­zio­na­ria? No. Sia­mo sem­pre den­tro il giu­sto prez­zo, il giu­sto pro­fit­to, la giu­sta mer­ce. Meno clien­te­le, insom­ma, e poi non é il moti­vo per cui sia­mo tut­ti uni­ti con­tro la D.C.? Qui con “giu­sto pro­fit­to” mol­ti inten­do­no nien­t’al­tro che il masche­ra­men­to poli­ti­co del­la mer­ce, lo Sta­to Ope­ra­io che sul valo­re con­ti­nua a vive­re, però lo chia­ma “ser­vi­zio”. Vie­ne il dub­bio che i più luci­di sia­no gli altri, i paras­si­ti. Ecco infat­ti uno che dice testual­men­te: “ce la pren­dia­mo per­ché i prez­zi degli stand sono trop­po alti, ma com­pa­gni non dimen­ti­chia­mo che que­sti sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, orga­niz­za­zio­ne, lot­ta di clas­se”. Applau­si. Mai fra­se fu più ben det­ta: i sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, lot­ta di clas­se.
Poten­za del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le! x ster­li­ne = 20 lib­bre di tela= 1 Bib­bia (dice­va Marx) = 400 volan­ti­ni = Xn lot­ta di clas­se, si può aggiun­ge­re). Insom­ma: la “poli­ti­ca” é den­tro il ciclo. La poli­ti­ca é mer­ce di scam­bio. La poli­ti­ca si paga sul lavo­ro. Chi vor­reb­be nascon­de­re il fat­to e fare “lo stand bene­fi­co”, paga­to con le sot­to­scri­zio­ni di qual­che miliar­da­rio “demo­cra­ti­co con­se­gun­te” (cioè: uno che paga per nascon­de­re a sé e agli altri la natu­ra di mer­ce dei rap­por­ti socia­li), non é rivo­lu­zio­na­rio: é un nostal­gi­co d’un rito labu­ri­sta che s’é rot­to, d’un tra­ve­sti­men­to del­la mer­ce che é cadu­to. La mer­ce c’é, e si vede. E que­sta mer­ce é la poli­ti­ca.
L’ul­ti­ma masche­ra del­la poli­ti­ca é quel­la del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia. La poli­ti­ca qui si pre­sen­ta come anta­go­ni­sta alla mer­ce, si pre­sen­ta come espro­prio, nega­zio­ne appa­ren­te del rap­por­to di mer­ce: “non ti pago”. Ma que­sta nega­zio­ne in quan­to pre­scin­de dal carat­te­re spe­ci­fi­co del­la mer­ce (que­sta o quel­la, buo­na o cat­ti­va) cioè dal suo rea­le godi­men­to, nega pro­prio il suo lato con­cre­to, d’u­so, per affer­mar­ne il lato for­ma­le, l’a­strat­to valo­re. La loro “festa” é sem­pre rito di mer­ce. Assal­to ai pol­li e pol­li in ter­ra o get­ta­ti “alle mas­se” da qual­che pal­chet­to. I pira­ti ama­no il doblo­ne per­ché sot­to il doblo­ne ama­no il rap­por­to di pira­te­ria, il loro ruo­lo di espro­pria­ti-espro­pria­to­ri, la loro imma­gi­ne allo spec­chio (di subal­ter­ni­tà rove­scia­ta): di qui fili­bu­stie­re, di là gover­na­to­re. Si riap­pro­pria­no con la mer­ce, del rap­por­to di mer­ce. Non sfug­go­no al ciclo, ci si diver­to­no den­tro. La poli­ti­ca qui rag­giun­ge allo­ra il mas­si­mo ter­re­no di misti­fi­ca­zio­ne, tra­sfe­ri­sce la per­so­na total­men­te den­tro il rito del­la mer­ce (la per­so­na, se un pani­no fa schi­fo o più sem­pli­ce­men­te se non gli va, non lo toc­ca anche se é gra­tis, men­tre il mili­tan­te se ne appro­pria anche quan­do non ha fame per­ché ciò che ser­ve, di cui ha fame, non é il pani­no, ma é il rap­por­to di mer­ce ama­to-odia­to che il pani­no espri­me). Se biso­gna con­trat­ta­re il prez­zo del­la mer­ce oppu­re appro­priar­se­ne, é un pro­ble­ma del­la clas­se, é una varian­te den­tro il ciclo (non é in sé più rivo­lu­zio­na­ria o più coscien­te l’u­na cosa o l’al­tra). Il pro­ble­ma del­la per­so­na e del­la coscien­za rivo­lu­zio­na­ria, quel­la cioé che capo­vol­ge l’or­di­ne di cose esi­sten­te, é la rice­zio­ne del­l’og­get­to, cioé la sua e la mia “qua­li­tà” che entra­no in rap­por­to e come in que­sto rap­por­to pos­so far diven­ta­re la mer­ce-cibo sem­pli­ce­men­te cibo (gusto, nutri­men­to, pia­ce­re, non rap­por­to di clas­se) e la mer­ce-poli­ti­ca sem­pli­ce­men­te “libe­ri rap­por­ti uma­ni” (non pan­to­mi­ma spe­cu­la­re del rap­por­to di sfrut­ta­men­to). La mer­ce é là, non biso­gna aver­ne pau­ra, né esor­ciz­zar­la anche per­ché ci con­vi­via­mo: biso­gna fre­quen­tar­la, amar­la e assu­mer­la ma non come valo­re ben­sì come uso, rice­zio­ne, sti­mo­lo, godi­men­to, come insom­ma “qua­li­tà”, cioè ogget­to che si fa sog­get­to, “natu­ra” che si fa “coscien­za”. La mer­ce (l’ha det­to Marx) esce dal ciclo quan­do uno la man­gia, la con­su­ma, la usa, quan­do ridi­ven­ta “cosa” buo­na o cat­ti­va. Il rito-poli­ti­ca non può più per­met­ter­si di nascon­de­re que­sta real­tà, anche que­sta ambi­gui­tà al Lam­bro é sta­ta rivelata.

b) la “mer­ce-cul­tu­ra” in un Festi­val-pop vive prin­ci­pal­men­te come musi­ca. La pole­mi­ca con­tro la “musi­ca com­mer­cia­le” é vec­chia come il movi­men­to gio­va­ni­le e anch’es­sa mani­fe­sta lo stes­so pavi­do ten­ta­ti­vo di occul­ta­re la real­tà (in ciò é sta­ta mae­stra Stam­pa Alter­na­ti­va). La musi­ca, qual­sia­si musi­ca, in quan­to den­tro un rap­por­to di scam­bio. é mer­ce, é quin­di “musi­ca com­mer­cia­le”. Il pro­ble­ma vero é: que­sta musi­ca o quel­la musi­ca? Di nuo­vo, il pro­ble­ma é la sua rice­zio­ne, il suo uso. Di soli­to inve­ce si con­trap­po­ne alla “musi­ca com­mer­cia­le” la “musi­ca col­let­ti­va”, quel­la che cioé ricrea il rito. Musi­ca col­let­ti­va spon­ta­nea (tam­bu­ri bat­tu­ti in cer­chio fino alla noia) o musi­ca cosi­det­ta ” di par­te­ci­pa­zio­ne”. Que­sta secon­da é una del­le misti­fi­ca­zio­ni più gros­se che il “movi­men­to” abbia par­to­ri­to. Quan­do Elvis Pre­sley a Las Vegas duran­te l’e­se­cu­zio­ne di “Love me ten­der” scen­de­va dal pal­co a bacia­re le gio­va­ni e a far­si bacia­re, que­sta era par­te­ci­pa­zio­ne. Par­te­ci­pa­zio­ne a un rito, a un’i­den­ti­fi­ca­zio­ne col divo. Il truc­co di far bat­te­re le mani alla gen­te o di far­li can­ta­re in coro è noto alle suo­re quan­to, sem­pre in cam­po musi­ca­le, a Bing Cro­sby. In ger­go si dice che é una manie­ra per “risol­ve­re”: mol­ti can­tan­ti e grup­pi ten­go­no come pez­zo fina­le il pez­zo dal­la rit­mi­ca più ele­men­ta­re così la gen­te bat­te le mani, il pez­zo fini­sce in un cre­scen­do di applau­si, la gen­te applau­de il divo, il divo applau­de la gen­te, abbia­mo fat­to una bel­la festa in fami­glia e vi rega­lo pure il bis. La musi­ca del Lam­bro io l’ho sen­ti­ta fino alla noia, l’ho ascol­ta­ta e ria­scol­ta­ta dal vivo e sui nastri regi­stra­ti: ore e ore di musi­ca. Un’a­na­li­si par­ti­co­la­reg­gia­ta richie­de­reb­be un discor­so a par­te. Sin­te­tiz­zo e ven­go al noc­cio­lo del suo con­te­nu­to “ritua­le”. Alla musi­ca si chie­de­va di rap­pre­sen­ta­re l’u­ni­tà del­la gen­te del Lam­bro. Que­sto già costi­tui­va una pre­clu­sio­ne rispet­to all’a­scol­to: la musi­ca come espres­sio­ne e comu­ni­ca­zio­ne del grup­po x, come ricer­ca per­so­na­le, par­ti­va già com­pres­sa. Impos­si­bi­le che nep­pu­re si pre­sen­tas­se “alla ribal­ta” quel­la che si pre­sta­va alla scom­po­si­zio­ne del pub­bli­co, a “ribal­ta­re” una con­trad­di­zio­ne tra la gen­te. E’ inte­res­san­te nota­re in alcu­ne pre­sta­zio­ni musi­ca­li di livel­lo, quel­le per esem­pio del­la Taber­na Mylaen­sis, del Can­zo­nie­re del Lazio, di Don Cher­ry, di Toni Espo­si­to, come in gene­re i momen­ti di mag­gior “suc­ces­so”, indi­vi­dua­ti dal­la quan­ti­tà e dal calo­re degli applau­si e dei con­sen­si, sia­no inver­sa­men­te pro­por­zio­na­li alla qua­li­tà musi­ca­le espres­sa.
Ci sono degli ambi­ti d’a­scol­to dove si crea quel­la “giu­sta” ten­sio­ne psi­chi­ca e cor­po­ra­le, quel­la “comu­ni­ca­zio­ne” in cui la per­so­na che tra­smet­te qual­co­sa di sé dal pal­co rie­sce non solo a espri­mer­si pie­na­men­te, ma a “inven­ta­re”, a comu­ni­ca­re oltre i con­fi­ni pre­vi­sti e pre­fis­sa­ti, a sco­pri­re se stes­so, nuo­ve par­ti pri­ma all’o­scu­ro del­la pro­pria “musi­ca inte­rio­re”. Ci sono altre atmo­sfe­re, e que­sto era il Lam­bro, dove chia­ris­si­mo a tut­ti i musi­ci­sti era il fat­to che ogni libe­ra­zio­ne del per­so­na­le sareb­be sta­ta con­fu­sa con ego­ti­smo e quin­di s’a­ve­va da ricor­re­re ai truc­chi del mestie­re, al pez­zo faci­le e di sicu­ro effet­to, al gio­co di bot­te­ga, cioé alle risor­se del lavo­ro. Di nuo­vo: la mer­ce. Ogni ten­ta­ti­vo di sor­ti­ta ver­so dimen­sio­ni sono­re più godi­bi­li in un rap­por­to di per­so­ne, rilas­sa­te, emo­ti­ve, aper­te, era bol­la­to da indif­fe­ren­za o da cadu­ta di ten­sio­ne; men­tre ogni ripie­ga­men­to sul­la “par­te­ci­pa­zio­ne” fur­ba, sul­la pre­sen­ta­zio­ne “poli­ti­ca”, sul­la rit­mi­ca sem­pli­ce, sul­l’ef­fet­ti­smo, sul­la “mec­ca­ni­ca” pro­fes­sio­na­le, sul rito col­let­ti­vo susci­ta­to dal soli­to atto magi­co sem­pre ugua­le a se stes­so, era inve­ce coro­na­to dal­l’ap­plau­so, dal suc­ces­so e quin­di a sua vol­ta ripa­ga­to in mer­ce (dischi).
Ma c’è un livel­lo anche più pro­fon­do: da un paio d’an­ni a que­sta par­te c’é sta­ta in Ita­lia a livel­lo musi­ca­le, pilo­ta­ta dai festi­val pop, una gros­sa ripre­sa del­la rit­mi­ca: rit­mi­ca chia­ma cor­po, cor­po chia­ma ses­so. La cosa dovreb­be esse­re posi­ti­va. Senon­ché la matri­ce ori­gi­na­le di tut­to ciò nascon­de un’am­bi­va­len­za: c’é rit­mi­ca e rit­mi­ca, c’é quel­la del cor­po e c’é quel­la del lavo­ro. La musi­ca pri­mi­ti­va dove il lavo­ro é crea­ti­vo ed é lega­to al ciclo del­la ses­sua­li­tà, nascon­de que­sta ambi­gui­tà. Ma la musi­ca del nostro tem­po non può più celar­la. Nel­la stes­sa rit­mi­ca afri­ca­na e orien­ta­le d’al­tron­de, il rit­mo non è mero bat­ti­men­to, pul­sio­ne, ma é un vero e pro­prio lin­guag­gio, espri­me signi­fi­ca­ti, com­por­ta­men­ti, con­te­nu­ti uma­ni. La nostra musi­ca, soprat­tut­to quel­la ita­lia­na di ascen­den­za con­ta­di­na, espri­me tal­vol­ta attra­ver­so suo­ni ono­ma­to­pei­ci que­sti signi­fi­ca­ti (soprat­tut­to allu­sio­ni ero­ti­che), ma più spes­so riman­da a una signi­fi­ca­zio­ne di fon­do che é appun­to il lavo­ro, la scan­sio­ne del rit­mo di lavo­ro. Il ritua­le col­let­ti­vo é in que­sto caso scan­di­to da un gesto ripe­ti­ti­vo e ugua­le tra­smes­so da lavo­ra­to­re a lavo­ra­to­re. Ci si iden­ti­fi­ca in quan­to “lavo­ra­to­ri”.
Que­sta “musi­ca del lavo­ro” é inu­ti­le nascon­de­re che é sta­ta la matri­ce del­la musi­ca del­la sini­stra ita­lia­na. L’al­tra matri­ce anch’es­sa d’o­ri­gi­ne “popo­la­re” é la mar­cia, anch’es­sa a rit­mo costan­te, deci­so e scan­di­to, gesti ripe­ti­ti­vi e ugua­li, cioé la musi­ca mar­zia­le, che non é solo musi­ca del­l’e­ser­ci­to, ma anche musi­ca “di lot­ta”. Infi­ne la musi­ca da chie­sa, cora­le, ritua­le, impo­sta­ta anch’es­sa su un rit­mo costan­te, su fasi sem­pli­ci e ripe­ti­ti­ve, slo­gan. Appa­re già una dif­fe­ren­za sostan­zia­le dal­la rit­mi­ca afri­ca­na, orien­ta­le e, in par­te, afro-ame­ri­ca­na: qui pro­prio per un richia­mo cor­po­reo e/​o “col­to” più mar­ca­to, le varian­ti rit­mi­che si sovrap­pon­go­no e/​o tra­smu­ta­no le une nel­le altre. Inve­ce nel­la nostra rit­mi­ca, le varian­ti ten­do­no ad appiat­tir­si su un uni­co dise­gno bat­ten­te sem­pre ugua­le a se stes­so e per­ciò tan­to più coin­vol­gen­te. Ma si trat­ta di coin­vol­gi­men­to da “lavo­ro”, da “mili­zia” (anche in ser­vi­zio d’or­di­ne), o da “reli­gio­ne-ideo­lo­gia” (slo­gan rit­ma­to, doman­da-rispo­sta, rito sim­bo­li­co).
Se la musi­ca deve espri­me­re l’u­ni­tà poli­ti­ca del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, é ovvio che essa deve negar­si come musi­ca e ridur­si a “suo­no del ciclo”: lavo­ro, mili­tan­za e fede. Nel­lo stes­so tem­po la musi­ca espri­me in ter­mi­ni astrat­ti, media­ti, ma più vici­ni al cor­po, que­sti tre capi­sal­di del­la “coscien­za di clas­se” e quin­di a dif­fe­ren­za del­la poli­ti­ca si pre­sta meno alla rile­va­zio­ne del­la con­trad­di­zio­ne. E infat­ti al Lam­bro se la con­trad­di­zio­ne del­la poli­ti­ca si é espres­sa, quel­la del­la cul­tu­ra-musi­ca non si é espres­sa o si é espres­sa in ter­mi­ni vec­chi iden­ti­fi­can­do cioé come mer­ce solo la musi­ca che non trac­cia­va lega­me espli­ci­to con lavo­ro-mili­tan­za-fede, l’al­tra inve­ce era “musi­ca nostra”, era “par­te­ci­pa­zio­ne”: eppu­re si trat­ta­va spes­so d’u­na par­te­ci­pa­zio­ne allo stes­so rito poli­ti­co di mer­ce che s’e­ra in qual­che modo sma­sche­ra­to. Qui, nel­la musi­ca, l’am­bi­va­len­za é anco­ra da mostra­re, può anco­ra trat­tar­si d’un ter­re­no d’ap­pa­ren­te uni­tà. Il che per chi fa musi­ca e per chi ama la musi­ca costi­tui­sce un impe­gno a lot­ta­re in dire­zio­ne del­la scis­sio­ne, del­lo scio­gli­men­to del­l’am­bi­gui­tà, con­tro il “rito del lavo­ro” ver­so la “comu­ni­ca­zio­ne tra per­so­ne”. E anche al Lam­bro qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco.

c) la “mer­ce sog­get­to”. Se già pas­san­do dal­la “poli­ti­ca” alla “cul­tu­ra” la con­trad­di­zio­ne s’am­mor­bi­di­va e si cela­va, qui giun­ta alle soglie del­l’io, la con­trad­di­zio­ne si nascon­de­va pro­prio. La pul­ce nel­l’o­rec­chio m’é venu­ta dal­la soli­ta bana­li­tà feno­me­ni­ca: la gen­te ave­va pre­so il pal­co e si alter­na­va a par­la­re al micro­fo­no.
“Par­lo io, par­lo io”, “No toc­ca a me” e via a strap­par­se­lo. Vab­bé, mi dice­vo, é il soli­to pro­ble­ma del­le code. Poi ognu­no si presentava:“Sono un com­pa­gno di … “, oppu­re “sono un ope­ra­io…”: che noia ‘sti bigliet­ti da visi­ta. Poi “com­pa­gni” di qui, “com­pa­gni” di là. Ma che biso­gno c’é… Infi­ne il flash, l’ul­ti­ma scon­cer­tan­te osser­va­zio­ne. C’e­ra il micro­fo­no, ben due enor­mi alto­par­lan­ti acce­si, da super­grup­po, la gen­te tut­ta sot­to il pal­co pra­ti­ca­men­te a por­ta­ta di voce natu­ra­le. Eppu­re chi par­la­va al micro­fo­no urla­va. La mia stu­pi­da doman­da inte­rio­re era dun­que que­sta: il micro­fo­no é un raf­fi­na­to stru­men­to tec­no­lo­gi­co atto ad ampli­fi­ca­re le onde sono­re: la sua spe­ci­fi­ci­tà sta insom­ma nel fat­to che per­met­te di par­la­re a voce nor­ma­le e di far­si inten­de­re ugual­men­te a gran­di distan­ze. “Ma allo­ra per­ché urla­no?” Urla­re al micro­fo­no é un po’ come met­ter­si l’ap­pa­rec­chio acu­sti­co quan­do si ha un otti­mo udi­to, o anche come guar­da­re un ele­fan­te con la len­te d’in­gran­di­men­to. Eppu­re no, non é cosi.
A livel­lo di espres­si­vi­tà cor­po­ra­le nel­l’ur­lo al micro­fo­no s’e­spri­me l’i­stin­to di poten­za, il pote­re sugli altri. Tut­ti pic­co­li Char­lot che fan­no Hitler. Allo­ra: ave­va­no pre­so il pal­co o era­no sta­ti pre­si dal pal­co? Cos’é il pal­co, se non qual­co­sa che ti met­te sul­la testa degli altri, e per­ché l’os­ses­sio­ne di pren­der­lo se non per met­ter­si sul­la testa degli altri?
Que­sto é il gio­co del pal­co. Che é anche il gio­co del Sog­get­to. II Sog­get­to é colui che ha pote­re, e il pote­re é un pal­co. Ma i sog­get­ti muta­no e cam­bia­no, si alter­na­no a urla­re al micro­fo­no, il pal­co resta per­ché il pote­re è lui. Il Sog­get­to é una “Cosa”: il pal­co, e i sog­get­ti che si defi­ni­sco­no tali solo in vir­tù del­la dimen­sio­ne del pal­co sono sog­get­ti fan­ta­sma­ti­ci, sono per­so­nag­gi in cer­ca d’au­to­re. E’ il pal­co il vero Sog­get­to, é l’Au­to­re, quel­lo che ti pre­sta voce e atteg­gia­men­to e ti tra­smet­te gestua­li­tà. Anche qui: il pal­co, nono­stan­te tut­to, uni­sce. E’ l’u­ni­tà ritua­le che per­met­te l’as­sem­blea per­ché par­la­re in croc­chio o a due, a tre, a quat­tro, pare non sia comu­ni­ca­zio­ne inter­per­so­na­le “vera­ce”: la comu­ni­ca­zio­ne é assem­blea e il pal­co ne é il Sog­get­to, e il sog­get­to sin­go­lo si pen­sa tale solo quan­do si toglie dal­la sua sog­get­ti­vi­tà rea­le di per­so­na e si mostra come “figu­ra del pal­co”, per­ché la comu­ni­ca­zio­ne non é da per­so­ne a per­so­ne ma da “sog­get­to poli­ti­co” “coa­gu­lo di pote­re” “io urlan­te al micro­fo­no”, a “mas­se” “clas­se” “com­pa­gni”, uni­tà indi­stin­ta di altri “sog­get­ti poli­ti­ci” che anch’es­sa non s’e­spri­me in sguar­di, sen­sa­zio­ni tat­ti­li, paro­le chia­re o sot­tin­te­se, ma in urla applau­si e fischi (o lat­ti­ne). Ciclo del pote­re: la pol­ve­re e l’al­ta­re, con la pol­ve­re che da un momen­to all’al­tro ti può anche fini­re negli occhi. Altri non urla­va­no: era­no lì a usa­re un micro­fo­no, una strut­tu­ra casua­le per­ché in quel momen­to era lì che si comu­ni­ca­va e comu­ni­ca­va­no maga­ri rac­con­tan­do di sé, com’e­ra­no arri­va­ti al par­co, cosa gli era suc­ces­so. Quel­li sono sce­si dal pal­co come ci sono sali­ti: han­no par­la­to lì come altro­ve. Anche qui, qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco. Che sia­no sem­pre più sog­get­ti a par­la­re e sem­pre meno “sog­get­ti poli­ti­ci”, sem­pre più “per­so­ne”, e sem­pre meno “com­pa­gni”.

Ricky Gianco

Tu sei rock e su que­sto rock
costrui­rò la mia chiesak

«Ora sei rima­sta sola, pian­gi e non ricor­di nul­la», non è una ammor­bi­di­ta fra­se del­lo Stec­chet­ti (poe­ta male­det­to): è il capo­ver­so di una mia vec­chis­si­ma can­zo­ne anni ’60–61 che tor­na stra­na­men­te d’at­tua­li­tà, a distan­za di 15 anni, al Festi­val del­la stam­pa d’op­po­si­zio­ne al Par­co Raviz­za a Mila­no. Ver­so la fine del mio spet­ta­co­lo, ana­liz­zo in modo auto­cri­ti­co le mie ori­gi­ni musi­ca­li «roc­chet­ta­re» e il revi­val par­te per l’ap­pun­to con la sopra cita­ta Ora sei rima­sta sola. È in quel­la situa­zio­ne mol­to tesa che mi chie­do­no di can­ta­re tut­ta la can­zo­ne, lascian­do­mi a dir poco stu­pi­to; mi vie­ne spon­ta­neo repli­ca­re: «Sì d’ac­cor­do, però can­ta­te anche voi». A que­sto pun­to si met­to­no a can­ta­re in sei­mi­la (più o meno) e mi tro­vo improv­vi­sa­men­te in imba­raz­zo, a disa­gio, let­te­ral­men­te nel­la mer­da, ma ormai can­tia­mo in coro.
Da que­sto appa­ren­te super­fi­cia­li­tà nasce, secon­do me, una chia­ra spie­ga­zio­ne del cosid­det­to feno­me­no del revi­val. Non è un ripe­scag­gio dovu­to a vec­chi nostal­gi­ci, è la curio­si­tà di gio­va­ni che vaga­men­te cono­sco­no o che comun­que, per man­can­za di nuo­vo (maga­ri diver­ten­te o rilas­san­te) han­no voglia di tem­po libe­ro e non liber­ti­ci­da.
È altret­tan­to espli­ci­to che que­sto tipo di eva­sio­ne è pos­si­bi­le in un par­ti­co­la­re con­te­sto dove, dopo ave­re con­trol­la­to i docu­men­ti, la coscien­za poli­ti­ca e la sicu­rez­za del­la stes­sa, vie­ne di con­se­guen­za la pos­si­bi­li­tà di ammet­te­re: «Ma sì, lascia­mo­ci anda­re a coglio­nag­gi­ni per un momen­to, can­tia­mo un po’ facen­do­ci un paio di auto­no­me risa­te». Sta­bi­li­to quin­di il tipo di sdop­pia­men­to che da una par­te si iden­ti­fi­ca nel­l’In­ter­na­zio­na­le e dal­l’al­tra nel­la ricrea­zio­ne del rock, l’u­ni­ca cosa impor­tan­te è che cre­de­re nel rock vor­reb­be dire cor­re­re il rischio di inzup­par­si in una spe­cie di bie­ca fede ma che, per pren­de­re fia­to, va benis­si­mo. Nes­su­no, pen­so, vor­reb­be ritro­var­si nei pan­nac­ci di chi, dime­nan­do­si spie­ta­ta­men­te ad 80 anni, si spie­gas­se addu­cen­do: «Ho spe­so tut­ta la mia vita per il roc­k’­n’­roll». Tra l’al­tro cor­re­reb­be il rischio di ritro­var­si con­vo­glia­to tra le fila di un cor­teo com­po­sto di alpi­ni e mari­nai, nel ruo­lo di roc­ken­rol­la­ro.
La real­tà cre­do sia che non ci han­no mai inse­gna­to nien­te, e che ci han­no sem­pre lascia­to fare l’a­mo­re in modo spa­ven­ta­to e dram­ma­ti­co, sen­za per­met­ter­ci il nor­ma­le pia­ce­re di una sin­ce­ra risa­ta, pri­ma, duran­te e dopo; così le can­zo­ni ci han­no accom­pa­gna­to e segui­to, il più del­le vol­te per­se­gui­tan­do­ci nel­la repres­sa real­tà di sem­pre. C’è, di con­se­guen­za, una rab­bia, una ribel­lio­ne, una rivo­lu­zio­ne che a slo­gan rit­mi­ci por­ta anche la can­zo­ne a una nuo­va espres­sio­ne di con­te­sta­zio­ne e di biso­gno epi­der­mi­co di par­la­re di esi­gen­ze rea­li, non di «Amo­ri stel­la­ri e fran­ce­schia­ni» (mi rife­ri­sco a Bat­ti­sti-Mogol che non han­no anco­ra capi­to che era pro­prio Fran­ce­sca e mi sem­bra più che giu­sto).
Sia­mo ora ad una fase in cui, da una par­te, esi­ste un lin­guag­gio indub­bia­men­te e deci­sa­men­te cam­bia­to, dal­l’al­tra una for­mu­la e un modu­lo musi­ca­le che non è cam­bia­to qua­si per nien­te. For­se il pro­ble­ma è «fare suo­na­re le paro­le e fare però par­la­re la musi­ca». Io ci sto pro­van­do, e dico que­sto per­ché mi ren­do con­to che è pos­si­bi­le, anche se dif­fi­ci­le e a vol­te sfra­cel­lan­te (mi rife­ri­sco a A Ner­vi nel ’92 e a Com­pa­gno sì, com­pa­gno no, com­pa­gno un caz­zo).
Ades­so vor­rei fare un pas­so indie­tro, pre­met­ten­do che non cre­do nel­la rein­car­na­zio­ne né quin­di nel­la fati­co­sa pos­si­bi­li­tà di nasce­re e mori­re due o più vol­te. Con que­sto non voglio intro­dur­re il soli­to e sem­pre­ver­de miste­rio­so inter­ro­ga­ti­vo «Che cos’è la vita? » ma dicia­mo che mi limi­te­rò all’e­si­gen­za di una più faci­le, anche se spe­ri­co­la­ta, rispo­sta: la vita è un wal­tzer, anzi – in que­sto caso – un roc­k’­n’­roll.
Que­sta spe­cie di post­pre­fa­zio­ne è dedi­ca­ta a quel­li che sicu­ra­men­te acco­ste­ran­no alla let­tu­ra cro­no­lo­gi­ca dei testi la facil­li­ma defi­ni­zio­ne «Il vec­chio Ric­ky Gian­co e il nuo­vo Ric­ky Gian­co» sen­za così toglie­re una vol­ta per tut­te a Gesù Cri­sto quel­lo che natu­ral­men­te era di Laz­za­ro. Il rock and roll nasce con un musi­ci­sta disc-jokey di nome Alan Freed che, ascol­tan­do dischi di rithm and blues nel­l’A­me­ri­ca del 1951, ini­zia un pro­gram­ma radio­fo­ni­co inti­to­la­to: «Moon­do­g’s Roc­k’­n’­Roll Par­ty». L’ac­co­sta­men­to del­le paro­le R’n’R (Roc­k’­n’­roll) si ispi­ra auto­ma­ti­ca­men­te a R’n’B’ (rithm and blues).
Nel 1954 par­te defi­ni­ti­va­men­te il rivo­lu­zio­na­rio perio­do con in testa il defun­to Elvis, che, fra l’al­tro, mol­ti ascol­ta­to­ri sta­tu­ni­ten­si cre­do­no can­tan­te di colo­re; così si sca­te­na un nuo­vo modo di esi­ste­re e il diver­so lin­guag­gio comin­cia a entra­re in tut­te le case ame­ri­ca­ne stra­col­me di tee­na­gers cre­sciu­ti nel mac­car­ti­smo, ma comun­que desi­de­ro­si di nuo­vo, oltre che di vec­chi e soli­ti ham­bur­gers.
Ogni casa disco­gra­fi­ca cer­ca imme­dia­ta­men­te l’i­do­lo da con­trap­por­re a Elvis ed è così che si svi­lup­pa­no vari tipi di rock e di ese­cu­to­ri, che io divi­de­rei appros­si­ma­ti­va­men­te in que­sti grup­pi: 1) rock bian­co, sel­vag­gio, cari­co di ses­so e vio­len­za (Pre­sley – E. Cochran – J.L. Lewis – G. Vin­cent – B. Hol­ly); 2) rock nero, chia­ve base di blues e rit­mo e stru­men­to non di lot­ta per la fine del ghet­to ma per l’u­sci­ta o la fuga da esso (L. Richard – F. Domi­no – C. Ber­ry – B. Didd­ley); 3) rock bian­co per­be­ni­sta e puri­ta­no con rit­mi edu­ca­ti e abban­do­no a tra­di­zio­ni coun­try ed hill­bil­ly, roba da vec­chio Sud, meglio se ric­co (R. Nel­son – Ever­ly Bro­thers – R. Orbin­son – C. Twit­ty – P. Boo­ne); 4) rock del pian­to, fal­so rit­mi­ca­men­te e melen­so melo­di­ca­men­te, con pun­te di sof­fe­ren­za mas­si­ma anche in caso di pia­ce­vo­li e feli­ci situa­zio­ni tipo: You are my desti­nyPut your head on my shoul­derThe dia­ryHap­py bir­th­day sweet six­teen (P. Anka – N. Seda­ka – F. Ava­lon – R. Luke).
Natu­ral­men­te, que­sta non è la sto­ria del rock, ma un modo per spie­ga­re abba­stan­za chia­ra­men­te come io, un po’ per sfi­ga, un po’ per mia insi­pien­za, sia cre­sciu­to nel filo­ne del rock del pian­to. Pro­ba­bil­men­te, anche se in manie­ra vit­ti­mi­sta, per usci­re dal mio metro e ses­san­ta e dai miei per­se­gui­tan­ti bru­fo­li (1957–58, I bru­fo­li non li ho più). Sono pas­sa­to, in 21 anni di lavo­ro, attra­ver­so: feste sco­la­sti­che – festi­val del dilet­tan­te (tipo «Cap­pio d’o­ro», dove i fischi del pub­bli­co pote­va­no met­ter­ti nel­la con­di­zio­ne di esse­re tra­sci­na­to fuo­ri dal pal­co, men­tre can­ta­vi, gra­zie appun­to al famo­so «Cap­pio»); feste di piaz­za – avan­spet­ta­co­lo – festi­val di San­re­mo – bale­re – tea­tri-caba­ret – sta­di – festi­val del­l’U­ni­tà – del­l’A­van­ti ecc. cre­scen­do sem­pre a con­tat­to con pub­bli­ci diver­si.
Anche se i com­por­ta­men­ti sono cam­bia­ti, le rea­zio­ni del pub­bli­co sono spes­so, a parer mio, qua­si iden­ti­che. Il diver­so sta in tut­to lo spet­ta­co­lo come fat­to cul­tu­ra­le, che si è in bloc­co con­ti­nua­men­te evo­lu­to nel tem­po e nel­le sostan­ze.
Quel­lo che voglio dire è che un Vil­la anco­ra oggi è applau­di­to, ma dal­lo stes­so vec­chio pub­bli­co di allo­ra, men­tre un Gaber ha un pub­bli­co nuo­vo che non accet­te­reb­be sicu­ra­men­te Vil­la.
L’in­te­res­san­te sta nel fat­to che for­se un Gaber potreb­be recu­pe­ra­re il vec­chio pub­bli­co di Vil­la, non cer­ta­men­te il con­tra­rio. Quan­do gl’in­tel­let­tual-bor­ghe­si degl’an­ni ’60 ascol­ta­va­no Pao­li, Bin­di, e poi Ten­co e De Andrè, sor­ri­den­do per­ché a cono­scen­za dei vari Vian, Bras­sens, Brel ecc., con­si­de­ra­va­no il feno­me­no tut­to loro e fra i libri di Bau­de­lai­re, Bre­cht e Marx infi­la­va­no i dischi di que­ste diver­ten­ti e intel­li­gen­ti can­zo­ni. I bale­ra-peo­ple, inve­ce, meno como­da­men­te sedu­ti, non segui­va­no i con­te­nu­ti (con­si­de­ra­to anche che la loro mer­ce ne era pri­va) ma si tuf­fa­va­no nel­la dan­za lascian­do solo ai vec­chi il pia­ce­re di una can­ta­ta in oste­ria.
Così, in un secon­do tem­po, men­tre i bor­ghe­si si but­ta­va­no sul mon­di­nag­gio salot­tie­ro, i pro­le­ta­ri e sot­to­pro­le­ta­ri più o meno incaz­za­ti, comin­cia­va­no a chie­de­re e poi a pre­ten­de­re ciò che gli appar­te­ne­va e che era la loro cul­tu­ra popo­la­re fat­ta di lot­te con­ti­nue col sem­pre più fati­co­so, quo­ti­dia­no. Con la lot­ta comu­ni­sta d’op­po­si­zio­ne pri­ma e defi­ni­ti­va­men­te col ’68–69 dopo, si ripren­de un duro lavo­ro poli­ti­co (non per la miste­rio­sa «rico­stru­zio­ne») per una costru­zio­ne col­let­ti­va che coin­vol­ge tut­ti, mili­tan­ti e non, che sve­glia anche chi vive chiu­so in casa coi pro­pri pro­ble­mi per­so­na­li.
La can­zo­ne poli­ti­ca per anto­no­ma­sia diven­ta così non solo una denun­cia fat­ta di «Ban­die­re ros­se» o «A mor­te il padro­ne», ma anche di per­so­na­le che, in que­sta manie­ra, diven­ta poli­ti­co. Can­tau­to­ri e can­tau­to­ri poli­ti­ciz­za­ti fan­no del­la musi­ca ita­lia­na un fat­to di infor­ma­zio­ne e attua­li­tà, come for­se era cono­sciu­ta seco­li pri­ma da can­ta­sto­rie pun­gen­ti e iro­ni­ci. Per quel­lo che mi riguar­da cre­do mol­to in que­sta dire­zio­ne, sen­za con ciò rin­ne­ga­re la mia ori­gi­ne fat­ta di rock, ma piut­to­sto medi­tan­do sul fat­to che se Elvis Pre­sley aves­se potu­to sce­glie­re tra mafia e movi­men­to, pro­ba­bil­men­te avrem­mo avu­to un gros­so lea­der. (La let­te­ra di Lenin su Mus­so­li­ni mi è venu­ta in men­te solo dopo, lo giu­ro: anche se non so su «cosa»).

Disco­gra­fia: Una gior­na­ta con Ric­ky Gian­co (Jaguar); Ai miei ami­ci di Ciao Ami­ci (Jaguar); Ric­ky Gian­co Spe­cial (Ricor­di); Disco del­l’an­go­scia (Ulti­ma spiag­gia); Alla mia mam… (Ulti­ma spiaggia).

Alla com­po­si­zio­ne del­le can­zo­ni di Ric­ky Gian­co han­no col­la­bo­ra­to Miki Del Pre­te (Sei rima­sta sola), Det­to-Don Bac­ky-Del Pre­te (Tu vedrai), G. Pie­ret­ti (II ven­to del­l’e­st), E. Green‑C. Mont­go­me­ry (Que­sta casa non la mol­le­rò) e Gian­fran­co Manfredi.

COMPAGNO UN CAZZO!

Sto facen­do un noti­zia­rio cam­bo­gia­no
da una radio libe­ra, per chi?
Il micro­fo­no è un po’ fal­li­co però
il pote­re non ce l’ho no, no!]
Cir­con­da­to dai mass media sul­la sedia
io lavo­ro sem­pre gra­tis ma
c’è Anto­niet­ta che mi ama e che mi aspet­ta
tut­ta not­te lei mi ascolterà

Com­pa­gno sì, Com­pa­gno no, Com­pa­gno un caz­zo!
Com­pa­gno sì, Com­pa­gno no, Com­pa­gno un cazzo!

Io c’ho il pro­fu­go cile­no a casa mia
è arri­va­to nel ‘73
e da allo­ra lui non è più anda­to via
Anto­niet­ta fam­mi star da te
pas­sa un gior­no, pas­sa un mese, pas­sa un anno
L’u­ni­tà scon­fig­ge­rà il padro­ne
ma Anto­niet­ta mi ha but­ta­to per la stra­da
vuoi veder che sono io il coglione

Com­pa­gno sì…

Vado a pren­de­re un po’ d’er­ba da un ami­co
ad Anto­niet­ta la rega­le­rò
io la lascio chiu­sa in mac­chi­na un secon­do
per anda­re a bere un buon caf­fè
quan­do esco m’han spac­ca­to il fine­stri­no
e un ragaz­zo sta sal­tan­do il muro
come fai a man­da­re uno a San Vit­to­re
poi fini­sce che gli fan­no il culo
Si avvi­ci­na un tizio con cra­vat­ta e giac­ca
tira fuo­ri in fret­ta un tes­se­ri­no
e mi dice: «Tu sei uno di sini­stra
sta’ tran­quil­lo sono un cele­ri­no
son pulot­to sì, ma son del Sin­da­ca­to-
for­za dim­mi cosa ti ha ruba­to»
Io gli dico: «Lascia per­de­re com­pa­gno
è un pro­ble­ma trop­po delicato »

Com­pa­gno sì, Com­pa­gno no, Com­pa­gno un cazzo!

[1977]

Que­sta casa non la mollerò

Son qui per but­tar­ci fuo­ri di cit­tà
son tut­ti in fila lì per sei però non sono mica ami­ci miei
sono venu­ti tut­ti qui per noi, ma guar­da che adu­na­ta di cow­boys
di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

In ter­za fila vedo uno che somi­glia pro­prio a mio cugi­no
por­co cane è pro­prio Bru­no, ma per­ché s’è fat­to cele­ri­no
ma se ci pro­va a veni­re su, io dal­le sca­le lo ribut­to giù
di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

E c’è una don­na qui con me che non ave­va visto mai un bidè
quan­do lo schiz­zo vie­ne su, si met­te a ric­fe­re, non ne può più
tri­pli ser­vi­zi, ma tu guar­da un po’, pas­sa­no il gior­no a fare la popò
di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

Sul pavi­men­to le pia­strel­le son dipin­te tut­te quan­te a stel­le
sul­la pare­te abbia­mo scrit­to «que­sta casa è nel nostro dirit­to»
se le tene­te vuo­te cari miei, le con­ser­via­mo intan­to noi per voi
di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

Uh can­de­lot­to vie­ne su, non si respi­ra, non se ne può più
mia moglie strin­ge fra le brac­cia un bei bam­bi­no luci­do da cac­cia
di que­sti tem­pi non ci sono san­ti, con tan­ti ladri è meglio sta­re pron­ti
ma di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

Pre­sto la por­ta si apri­rà, un poli­ziot­to ci sor­ri­de­rà
d chie­de­rà se per favo­re voglia­mo scen­de­re in un paio d’o­re
sarà gen­ti­le ci darà del Lei, ne ammaz­ze­rà sol­tan­to cin­que o sei
ma di qui non usci­rò, que­sta casa non la mollerò

[1974]

MUZAK

G. Castal­do, S. Des­sì, B. Maria­ni, G. Pin­tor, A. Por­tel­li, Muzak, I can­tau­to­ri, il pop, il jazz e il rock: gli anni ’70 nel­l’an­to­lo­gia di una rivi­sta di musi­cac­cia, Savel­li edi­to­re, Roma 1978


Dal­l’au­tun­no del 1973 alla metà del 1976, la rivi­sta “MUZAK” si aggi­ra per l’I­ta­lia nel­le mani di mol­te deci­ne di miglia­ia di gio­va­ni.
Accom­pa­gna il loro tumul­tuo­so pro­ces­so di “appro­pria­zio­ne” del­la musi­ca, ese­guen­do i per­cor­si e anti­ci­pan­do­ne, spes­so, gusti e orien­ta­men­ti: la “scuo­la napo­le­ta­na” e gli odiati/​amati can­tau­to­ri, ma anche il “nuo­vo” jazz e la “sco­per­ta” del­la clas­si­ca.
Sono anni entu­sia­sti e pastic­cio­ni, quan­do i con­cer­ti orga­niz­za­ti dal­la sini­stra gio­va­ni­le rac­col­go­no un nume­ro di com­pa­gni ben supe­rio­re a quel­lo dei par­te­ci­pan­ti ai comi­zi orga­niz­za­ti dal­la sini­stra gio­va­ni­le.
E anche loro, quel­li sul pal­co­sce­ni­co, can­zo­net­ta­ri e musi­can­ti, ven­go­no diret­ta­men­te coin­vol­ti: in qual­che modo ten­ta­ti dal­l’i­dea (for­se un po’ fati­co­sa, cer­to gra­ti­fi­can­te) di tra­sfor­mar­si da “divi” in “ope­rai musi­ca­li”.
Cer­to, una gran­de con­fu­sio­ne: ma e’ li – in quei luo­ghi, in quei gior­ni e in quel­le cir­co­stan­ze – che si for­ma il nuo­vo atteg­gia­men­to gio­va­ni­le di mas­sa nei con­fron­ti del­la musi­ca.
Sono que­gli anni e qui con­cer­ti, que­gli arti­co­li di rivi­sta (e anche quei mani­fe­sti sui muri e quel­le discus­sio­ni inter­mi­na­bi­li e “allu­ci­nan­ti”) a fun­zio­na­re come una scuo­la di espe­rien­za musi­ca­le e di cul­tu­ra musi­ca­le: di for­ma­zio­ne del gusto.
E, comun­que, gra­zie a quel­le ingar­bu­glia­te “bat­ta­glie di linea nel cam­po del­la musi­ca”. Ella, La Musi­ca scen­de in piaz­za, va nel­le stra­de, si dif­fon­de nei par­chi e sul­l’er­ba: diven­ta cosa quo­ti­dia­na, uti­liz­za­bi­le, comu­ni­ca­bi­le.
Di que­sto pro­ces­so “MUZAK” è par­te note­vo­le e atti­va.
Con que­sta anto­lo­gia si docu­men­ta­no alcu­ni momen­ti e alcu­ne tap­pe di que­gli anni “gon­fi di musica”.

Magazzino n° 1

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  • RUBRICHE E INTERVENTI
  • Mass-media – Note sul pro­get­to di rego­la­men­ta­zio­ne del­l’e­mit­ten­za pri­va­ta in Ita­lia (P. Poz­zi) pag. 3
  • Eroi­na – Mer­ce e fetic­cio di libe­ra­zio­ne (D. Ceso­ni) pag. 6
  • Scuo­la – La rifor­ma del­la scuo­la supe­rio­re: un momen­to del­la pro­du­zio­ne di ideo­lo­gia (G. Bos­si e G. Duiel­la) pag. 8
  • MALEDIZIONI (FOGLIETTI VOLANTI) poe­sie di F. Leo­net­ti pag. 10
  • Musi­ca – Nero, can­ta il blues per l’uo­mo bian­co (A. Rof­fe­ni) pag. 13
  • Cine­ma – C’e­ra una vol­ta…? (G. Gras­so) pag. 14
  • Movi­men­to – Movi­men­to fem­mi­ni­sta: un giu­di­zio di fase (L. Del Re) pag. 17
  • Libri – Pasto­ne: da Marx a Hegel, e vice­ver­sa, attra­ver­so l’au­to­no­mia del poli­ti­co e la sua auto­ma­zio­ne (T. Negri) pag. 19
  • IL TORNEO DELLA MORTE un rac­con­to di Nan­ni Bale­stri­ni pag. 26
  • Dis­sen­so – Cri­ti­ca del­la demo­cra­zia; elo­gio del­lo sta­to for­te. Il pub­bli­co di Solje­ni­tsyn in occi­den­te e in URSS (O. Car­li­sle) pag. 29
  • Sto­ria – L’ ”altro” movi­men­to ope­ra­io negli USA (T. Costa) pag. 30
  • Osser­va­to­rio inter­no – Il con­trat­to dei metal­mec­ca­ni­ci, le lot­te del pub­bli­co impie­go e l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma di clas­se (P. Man­ci­ni, E. For­ti e P. Pozzi) 
  • pag .33
  • Osser­va­to­rio inter­na­zio­na­le – Yal­ta: un buco nel­la coscien­za dei comu­ni­sti (L. Man­to­va) pag. 35
  • DOSSIER 1: BLACK-OUT USA (a cura di T. Costa)
  • USA: La con­trad­di­zio­ne in movi­men­to (L. Fer­ra­ri Bra­vo) pag. 39
  • Lo sta­to nel­la clas­se (C. Maraz­zi) pag. 40
  • Ricer­che gover­na­ti­ve sul­l’au­to­va­lo­riz­za­zio­ne pag. 42
  • La cri­si urba­na come ter­re­no di mobi­li­ta­zio­ne popo­la­re (F. Fox Piven e R. A. Clo­ward) pag. 44
  • Il black-out di New York (P. Ber­tel­la Far­ne­ti e Giu­lia­no Busel­li) pag. 47
  • Pri­gio­nie­ri poli­ti­ci USA (P. Biskind) pag. 53
  • Lo scio­pe­ro dei mina­to­ri (M- Gla­ber­man) pag. 55
  • Blue col­lar pag. 59
  • Sog­get­ti­vi­tà ope­ra­ia e ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca nei por­ti sta­tu­ni­ten­si (D. De Bor­to­li) pag. 61
  • The Ame­ri­can Owl pag. 64
  • CONTRIBUTI
  • Tra sacri­fi­ci scel­ti e sacri­fi­ci impo­sti: apria­mo il dibat­ti­to sul pia­no Pan­dol­fi (R. Lau­ri­cel­la) pag. 69
  • Inter­ven­to di Rober­to Con­ve­ne­vo­le pag. 73
  • Note sul­l’au­to­no­mia del poli­ti­co (R. Tomas­si­ni) pag. 78
  • Neo­lo­gi­smi: valo­riz­za­zio­ne, auto­va­lo­riz­za­zio­ne, auto­de­ter­mi­na­zio­ne pag. 83
  • Inchie­sta ope­ra­ia e com­po­si­zio­ne di clas­se: alcu­ne pro­po­ste di discus­sio­ne (a cura del­la reda­zio­ne di Qua­der­ni del Ter­ri­to­rio) pag. 84
  • La fro­de elet­tro­ni­ca accom­pa­gna le ban­che sen­za cas­sie­ri (R. Blu­men­thal) pag. 87
  • Sabo­tag­gio in RFT – “In nes­sun caso l’at­ten­zio­ne deve affie­vo­lir­si”. pag. 89
  • Alcu­ne ipo­te­si di lavo­ro in for­ma di edi­to­ria­le pag. 98

Magazzino n° 2

  • RUBRICHE E INTERVENTI
  • Foto­gra­fia – Napo­li: ma il vico­lo è solo un repar­to (T. Con­ti) pag. 7
  • Festa – Car­ne­va­le: la festa e l’im­ma­gi­na­rio (C. Funa­ro) pag. 8
  • Eroi­na 2 – Che sen­so ha il dibat­ti­to sul­la lega­liz­za­zio­ne? (D. Ceso­ni) pag. 11
  • Opi­nio­ni – Lavo­ro e poli­ti­co una nuo­va sin­te­si?… (da M. Tron­ti) pag. 13
  • DENTRO LA BALENA – testi­mo­nian­za di K. H. Roth pag.15
  • Mass-media – Addio Gutem­berg (P. Poz­zi) pag. 22
  • Libri – Auto­no­mia o ghet­to (T. Negri) pag. 23
  • Musi­ca – Min­gus, Min­gus (a cura di S. Rof­fe­ni) pag. 25
  • Don­ne – Pro­spet­ti­ve poli­ti­che da un’e­spe­rien­za di lot­ta nel e sul­l’o­spe­da­le (Coor­di­na­men­to don­ne Scuo­la-Uni­ver­si­tà-Ospe­da­le – Pado­va) pag. 26
  • IL LAVORO PORTUALE A S. FRANCISCO – rac­con­to di R. The­riault pag. 28
  • Osser­va­to­rio inter­no – inter­vi­sta ad alcu­ni com­pa­gni di LC x il Comu­ni­smo di Mila­no (a cura di F. Tom­mei) pag. 33
  • Osser­va­to­rio inter­na­zio­na­le – SME: stru­men­to del­la ristrut­tu­ra­zio­ne del­la com­po­si­zio­ne di clas­se (L. Fer­ra­ri Bra­vo) – Roll-back impe­ria­li­sta e lot­ta per la pace (L. Man­to­va) – “Il faut que ca cra­que” (coor­di­na­men­to auto­no­mo Pari­gi) pag. 42
  • DOSSIER 2: TRA GRANDE FABBRICA RISTRUTTURATA E FABBRICA DIFFUSA
  • La fab­bri­ca dif­for­me (T. Negri) pag. 46
  • Fiat: robo­tiz­za­zio­ne, ristrut­tu­ra­zio­ne e rifor­mi­smo (coor­di­na­men­to auto­no­mo Fiat di Tori­no) pag. 48
  • Nuo­vi assun­ti alla Fiat ( G. C. e E. F.) pag. 59
  • Alfa Romeo (E. Ate­na) pag. 68
  • Geno­va: il labo­ra­to­rio tede­sco (N. Dili­gu) pag. 72
  • Appun­ti sul pia­no nuclea­re (G. Moro­ni) pag. 80
  • P. Mar­ghe­ra: sche­de pag. 84
  • Ital­si­der (Napo­li): la fab­bri­ca assi­sti­ta fra mar­gi­na­li­tà e assi­sten­zia­li­smo (A. Flo­ra) pag. 87
  • Ristrut­tu­ra­zio­ne Mar­zot­to: auto­ma­zio­ne e decen­tra­men­to (L. Viso­nà) pag. 90
  • Dal tay­lo­ri­smo al post-tay­lo­ri­smo (S. Bon­fi­glio­li Perel­li e A. Magna­ghi) pag. 95
  • Gran­de fab­bri­ca e ope­ra­io socia­le: la coo­pe­ra­zio­ne sov­ver­si­va (col­let­ti­vi poli­ti­ci ope­rai – Mila­no) pag. 98
  • CONTRIBUTI
  • Sta­ti Uni­ti: for­ma sta­to e “nuo­vi eco­no­mi­sti” (C. Maraz­zi) pag. 103
  • Il pia­no Car­ter: la stan­ga­ta ener­ge­ti­ca (I. Gal­lim­ber­ti) pag. 109
  • Per una nuo­va sto­rio­gra­fia dei movi­men­ti di clas­se (F. Fox Piven e R. A. Clo­ward) pag. 116
  • La com­po­si­zio­ne tec­ni­ca e com­po­si­zio­ne poli­ti­ca di clas­se (R. Lau­ri­cel­la) pag. 120
  • Clas­se ope­ra­ia e “indi­vi­duo socia­le” (R. Tomas­si­ni) pag. 125
  • Apri­re la ver­ten­za poli­ti­ca con­tro lo sta­to pag. 130