Filtra per Categoria
Autonomia Bolognese
Autonomie del Meridione
Fondo DeriveApprodi
Collettivi Politici Veneti
Autonomia Toscana
Blog
Autonomia Romana
Autonomia Milanese

Gli autonomi

Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me I

Ser­gio Bian­chi e Lan­fran­co Cami­ni­ti (a cura di), Gli auto­no­mi. Le sto­rie, le lot­te, le teo­rie, volu­me I, Deri­veAp­pro­di, Roma 2007
«Estre­mi­sti», «vio­len­ti», «pro­vo­ca­to­ri», «mesta­to­ri», «pre­va­ri­ca­to­ri», «squa­dri­sti», «dician­no­vi­sti», «fian­cheg­gia­to­ri», «ter­ro­ri­sti». Que­sti sono solo alcu­ni degli epi­te­ti conia­ti nel cor­so degli anni Set­tan­ta da illu­stri opi­nio­ni­sti, intel­let­tua­li, diri­gen­ti di par­ti­to e di sin­da­ca­to per defi­ni­re gli auto­no­mi, una varie­ga­ta area di rivo­lu­zio­na­ri atti­vi in que­gli anni nel nostro pae­se.
Il gior­no 7 apri­le 1979 un’im­po­nen­te ini­zia­ti­va giu­di­zia­ria impu­tò a deci­ne di diri­gen­ti e mili­tan­ti auto­no­mi di esse­re a capo di tut­te le orga­niz­za­zio­ni arma­te atti­ve in Ita­lia e il cer­vel­lo orga­niz­za­ti­vo di «un pro­get­to di insur­re­zio­ne arma­ta con­tro i pote­ri del­lo Sta­to». L’ac­cu­sa, dimo­stra­ta­si col tem­po del tut­to infon­da­ta, fece da ini­zia­le sup­por­to a ulte­rio­ri arre­sti di mas­sa, deten­zio­ni pre­ven­ti­ve nei car­ce­ri spe­cia­li, pro­ces­si dura­ti anni e con­dan­ne a lun­ghe pene.
Ma gli auto­no­mi era­no dav­ve­ro solo un coa­cer­vo di estre­mi­smo irra­zio­na­le, vio­len­to e dispe­ra­to? Per la pri­ma vol­ta in que­st’o­pe­ra si riper­cor­ro­no le tap­pe del­la costru­zio­ne del suo impian­to teo­ri­co che ha radi­ci nel­la nobi­le tra­di­zio­ne del pen­sie­ro «ope­rai­sta», nel­le rivi­ste «Qua­der­ni ros­si» e «clas­se ope­ra­ia», nel­l’e­spe­rien­za mili­tan­te di Pote­re ope­ra­io, Lot­ta con­ti­nua, il Grup­po Gram­sci. E, anco­ra, qua­li sono sta­te le sue spe­ci­fi­ci­tà rispet­to alle orga­niz­za­zio­ni extra­par­la­men­ta­ri e quel­le arma­te. Ma soprat­tut­to cosa, in que­sta sto­ria, vi è anco­ra di poten­te­men­te vivo e attua­le.


Inter­ven­ti di: Danie­le Ada­mo, Maria Rosa Bel­lo­li, Fran­co Berar­di (Bifo), Ser­gio Bian­chi, Gui­do Borio, Lan­fran­co Cami­ni­ti, Anto­nio Casa­no, Mas­si­mo Cer­vel­li, Fran­ce­sco Ciril­lo, Anti­mo De San­tis, Vale­rio Evan­ge­li­sti, Chic­co Funa­ro, Davi­de Ger­ma­ni, Vale­rio Guiz­zar­di (Guiz­zo), Nico­la Lator­re, Vin­cen­zo Miliuc­ci, Vale­rio Mon­te­ven­ti, Gior­gio Moro­ni, Sirio Pac­ci­no, Bru­no Pala­di­ni, Raf­fae­le Pau­ra, Danie­le Pifa­no, Pao­lo Poz­zi, Mar­co Sca­vi­no, Mar­cel­lo Tarì, Pino Tri­po­di, Chia­ra Vozza.

L’operaismo degli anni sessanta

Da ”Qua­der­ni ros­si” a ”clas­se ope­ra­ia’’, cd con la rac­col­ta com­ple­ta del­la rivi­sta ”clas­se ope­ra­ia’’ 1964–1967

Giu­sep­pe Trot­ta e Fabio Mila­na (a cura di), L’o­pe­rai­smo degli anni Ses­san­ta. Da «Qua­der­ni ros­si» a «clas­se ope­ra­ia», cd con la rac­col­ta com­ple­ta del­la rivi­sta «clas­se ope­ra­ia» 1964–1967, Deri­veAp­pro­di, Roma 2008

La rico­stru­zio­ne del­la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo negli anni Ses­san­ta: la vicen­da intel­let­tua­le e poli­ti­ca che ha pre­so for­ma all’in­ter­no dei «Qua­der­ni ros­si» e ha poi dato vita a «clas­se ope­ra­ia».
Un sag­gio intro­dut­ti­vo di Mario Tron­ti pre­sen­ta un medi­ta­to con­sun­ti­vo di quel­l’e­spe­rien­za, inse­ren­do­la nel suo con­te­sto sto­ri­co, sul­lo sfon­do del «seco­lo ope­ra­io».

«Non ho mai più dimen­ti­ca­to la lezio­ne di vita appre­sa ai can­cel­li del­le fab­bri­che, quan­do arri­va­va­mo noi, coi nostri pre­ten­zio­si volan­ti­ni che invi­ta­va­no alla lot­ta gene­ra­le anti­ca­pi­ta­li­sti­ca, e la rispo­sta, sem­pre la stes­sa, del­le mani che pren­de­va­no il pez­zo di car­ta e dice­va­no riden­do: che sono, sol­di? La “rude raz­za paga­na” era quel­la. Non era l’a­de­sio­ne al bor­ghe­se enri­chis­sez-vous, era la paro­la sala­rio come repli­ca poli­ti­ca ogget­ti­va­men­te anta­go­ni­sti­ca alla paro­la pro­fit­to. La lumi­no­sa fra­se di Marx: il pro­le­ta­ria­to eman­ci­pan­do se stes­so eman­ci­pe­rà tut­ta l’u­ma­ni­tà, la rileg­gem­mo oscu­ra­men­te così: la clas­se ope­ra­ia facen­do il pro­prio par­zia­le inte­res­se met­te­rà in cri­si il rap­por­to gene­ra­le di capi­ta­le. Da Marx ave­va­mo ben appre­so il noc­cio­lo duro del suo pen­sie­ro: per fare teo­ria rivo­lu­zio­na­ria biso­gna pri­ma fare cri­ti­ca del­l’i­deo­lo­gia. La paro­la d’or­di­ne “il sala­rio come varia­bi­le indi­pen­den­te” non è una leg­ge gene­ra­le del­la lot­ta di clas­se, ma accad­de a essa, in que­gli anni Ses­san­ta, di tro­var­si a esse­re nel mede­si­mo tem­po eco­no­mi­ca­men­te oppor­tu­na e poli­ti­ca­men­te effi­ca­ce. L’au­tun­no cal­do del ’69, a chiu­su­ra del ciclo, cer­ti­fi­cò, una vol­ta tan­to a favo­re dei lavo­ra­to­ri e a dan­no dei padro­ni, la vit­to­ria dei fat­ti sui valo­ri».

Mario Tron­ti


Giu­sep­pe Trot­ta (1950–2004) e Fabio Mila­na (1956) sono sta­ti ani­ma­to­ri del­la rivi­sta di spi­ri­tua­li­tà e poli­ti­ca «Bai­lam­me» (1987–2002), del­la cui reda­zio­ne furo­no par­te tra gli altri Edoar­do Ben­ve­nu­to, Mario Tron­ti, Roma­na Guar­nie­ri, Lui­sa Mura­ro, Ser­gio Quin­zio, Sal­va­to­re Nato­li, e nel cui ambi­to ebbe ori­gi­ne la ricer­ca pre­sen­ta­ta in que­sto volu­me.
Oltre ai nume­ro­si con­tri­bu­ti di sto­ria poli­ti­ca, reli­gio­sa, let­te­ra­ria com­par­si su tale rivi­sta, Giu­sep­pe Trot­ta è sta­to cura­to­re degli Scrit­ti poli­ti­ci di Giu­sep­pe Dos­set­ti (Mariet­ti, 1995) e auto­re del­la bio­gra­fia Giu­sep­pe Dos­set­ti. La rivo­lu­zio­ne nel­lo Sta­to (Camu­nia, 1996); Fabio Mila­na ha cura­to la rac­col­ta in tre volu­mi degli Scrit­ti diver­si di Miche­le Ran­chet­ti (Edi­zio­ni di sto­ria e let­te­ra­tu­ra, 1999–2000).

La mia parola messa a nudo

Pub­bli­chia­mo la video inter­vi­sta ine­di­ta a Mario Tron­ti La mia paro­la mes­sa a nudo, regia di Ulia­no Pao­loz­zi Bale­stri­ni; mon­tag­gio di Fran­ce­sca Brac­ci; musi­che di Miche­le Leiss. Dura­ta: 25 minu­ti. Una pro­du­zio­ne Deri­veAp­pro­di. Que­sto cor­to­me­trag­gio rea­liz­za­to nel 2016 intro­du­ce l’Abe­ce­da­rio di Mario Tronti.

A oltre cinquant’anni dal­la pub­bli­ca­zio­ne di Ope­rai e capi­ta­le, il libro che ha mar­ca­to una svol­ta mon­dial­men­te rico­no­sciu­ta nel­la sto­ria del­la teo­ria mar­xi­sta, Mario Tron­ti si ripro­po­ne con il film-inter­vi­sta Abe­ce­da­rio: set­te ore nel­le qua­li espo­ne i trat­ti salien­ti del suo pen­sie­ro filo­so­fi­co e poli­ti­co, con par­ti­co­la­re atten­zio­ne alle vicen­de del Nove­cen­to: il con­flit­to tra capi­ta­le e lavo­ro, le guer­re e le rivo­lu­zio­ni, la cri­si del­la poli­ti­ca, ma anche con­cet­ti come amico/​nemico, cri­si, esi­lio, fede, liber­tà, ope­rai, rea­li­smo, Sta­to, teo­ria, veri­tà… Le paro­le chia­ve di una ricer­ca inin­ter­rot­ta che dal­la cri­ti­ca dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne è dive­nu­ta cri­ti­ca di un’intera civiltà.

Mario Tron­ti (1931) è sta­to tra i fon­da­to­ri dell’«operaismo» degli anni Ses­san­ta. Docen­te all’Università di Sie­na, mili­tan­te del Par­ti­to comu­ni­sta, ha ani­ma­to le rivi­ste «Qua­der­ni Ros­si», «Clas­se ope­ra­ia», «Con­tro­pia­no», «Labo­ra­to­rio poli­ti­co». Tra le sue recen­ti pub­bli­ca­zio­ni: Noi ope­rai­sti (2009), Per la cri­ti­ca del pre­sen­te (2013). Del­lo spi­ri­to libe­ro (2015).

Biblio­gra­fia di riferimento

Mario Tron­ti, ABe­Ce­da­rio, film inter­vi­sta in 2 DVD del­la dura­ta di 410 minu­ti, a cura di Car­lo For­men­ti, Regia di Ulia­no Pao­loz­zi Bale­stri­ni, Deri­veAp­pro­di, Roma 2016.

Mario Tron­ti, Ope­rai e capi­ta­le, Deri­veAp­pro­di, Roma 2006.

Mario Tron­ti, Noi ope­rai­sti, Deri­veAp­pro­di, Roma 2009.

Giu­sep­pe Trot­ta e Fabio Mila­na (a cura di), L’operaismo degli anni Ses­san­ta. Da «Qua­der­ni ros­si» a «clas­se ope­ra­ia». Sag­gio intro­dut­ti­vo di Mario Tron­ti. CD con la rac­col­ta com­ple­ta del­la rivi­sta «clas­se ope­ra­ia» 1964–1967, Deri­veAp­pro­di, Roma 2008.

Gigi Rog­ge­ro, L’operaismo poli­ti­co ita­lia­no. Genea­lo­gia, sto­ria, meto­do, Deri­veAp­pro­di, Roma 2019.

Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pub­bli­chia­mo una serie di inter­ven­ti cri­ti­ci, rac­col­ti a segui­to del­la pub­bli­ca­zio­ne de Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, avve­nu­ta nel gen­na­io 2020.

Indi­ce dei contributi:

• Prag­ma: per un dibat­ti­to sull’Autonomia

Tra il movi­men­to e la Lega, di Gian­fran­co Bettin

Pado­va, Vene­to, la lezio­ne dell’Autonomia, di Gian­mar­co De Pieri

Guar­da­re avan­ti con le spal­le al futu­ro, di Gigi Roggero

«tous ensemble»…per il pote­re ope­ra­io, di Toni Negri

Le lot­te ter­ri­to­ria­li vene­te sul tema del­la salu­te negli anni ’70, di Gian­ni Cavallini

Un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, di Gior­gio Moroni

Luo­ghi di comu­ni­tà, di Lan­fran­co Caminiti

Ricor­da­re l’ignoto, di Giu­lia Page

L’immanenza del­la pra­ti­ca, di Ade­li­no Zanini

Pie­ro e Gia­co­mo, sedi­ci gen­na­io due­mi­la­ven­ti, di Clau­dio Calia

Una disci­pli­na di pro­get­to, di Chic­co Funaro

Così vici­no, così lon­ta­no, di Vale­rio Romitelli

Il Vene­to e la «rivo­lu­zio­ne mon­dia­le», di Mau­ri­zio Lazzarato

Vite paral­le­le, di Rache­le Colella

Prag­ma. Sto­ria o rac­con­to?, di Wil­ler Montefusco

L’autonomia con la let­te­ra minu­sco­la, di Fede­ri­co Battistutta

L’ «Auto­no­mia» come atti­tu­di­ne, come postu­ra uma­na e sti­le del­la mili­tan­za, di Omid Firou­zi Tabar

La natu­ra­lez­za e l’impazienza, di Elia Rosati

Sca­va­re nel cie­lo aper­to del­le pos­si­bi­li­tà, di Vero­ni­ca Mar­chio e Giu­sep­pe Molinari

Una rispo­sta ai recen­so­ri, di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Dall’operaio socia­le all’operaio socia­le: ripas­sa­re all’attacco, di Fran­ce­sco Bedani

Sco­stu­ma­tez­ze. Appun­ti su auto­no­mia e Mez­zo­gior­no, di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa

L’Autonomia impos­si­bi­le, di Gio­van­ni Iozzoli

L’inchiesta operaia nei microterritori

Tradate. Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe

Ricer­ca con­dot­ta da Ser­gio Bian­chi per con­to del­la segre­te­ria Fim-Cisl Vare­se-Laghi (1991)

Que­sta ricer­ca mi fu com­mis­sio­na­ta trent’anni fa da un ambi­to sin­da­ca­le del mio ter­ri­to­rio di ori­gi­ne. Nel cor­so degli anni Set­tan­ta non poche era­no sta­te le pole­mi­che, e anche gli scon­tri, tra la que­sta e le altre aree sin­da­ca­li e la com­po­nen­te poli­ti­ca nel­la qua­le mili­ta­vo. Uno scon­tro inter­no al movi­men­to ope­ra­io, quel­lo isti­tu­zio­na­le e l’altro, il nostro, quel­lo autonomo.

Ma poi, sul fini­re del decen­nio, nei con­fron­ti dei padro­ni per­dem­mo comun­que sia noi che loro, e gli Ottan­ta furo­no gli anni di una ristrut­tu­ra­zio­ne radi­ca­le del mer­ca­to del lavo­ro che ridi­se­gnò la com­po­si­zio­ne di clas­se e poi la socie­tà nel suo com­ples­so, impian­tan­do le con­di­zio­ni mate­ria­li che deter­mi­na­ro­no la rivol­ta leghi­sta lom­bar­da che vedrà la luce pro­prio in que­gli spe­ci­fi­ci luoghi.

L’affido da par­te sin­da­ca­le di una simi­le ricer­ca a un «auto­no­mo», pure giu­ri­di­ca­men­te cri­mi­na­liz­za­to per anni come «ter­ro­ri­sta», anche se poi seguì un hap­py end asso­lu­to­rio, dimo­stra­va, piut­to­sto con­trad­dit­to­ria­men­te, il rico­no­sci­men­to di un sape­re comun­que uti­le alla com­pren­sio­ne di ciò che nel­la real­tà pro­dut­ti­va ter­ri­to­ria­le era anda­to trasformandosi.

D’altra par­te nel­la stes­sa con­tin­gen­za tem­po­ra­le era acca­du­to un altro fat­to che con­tro­ver­ti­va la cri­mi­na­liz­za­zio­ne di quel movi­men­to auto­no­mo. «Biso­gna con­si­de­ra­re che in quei pae­si di pro­vin­cia [nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta] mes­si tut­ti assie­me costi­tui­va­mo un aggre­ga­to che con­ta­va, com­pre­sa l’aria ami­ca­le varia, 500 per­so­ne (…) Que­sto è signi­fi­ca­ti­vo del­la quan­ti­tà di sog­get­ti con cui sia­mo entra­ti in rap­por­to, al tipo di espan­sio­ne e di real­tà socia­le che rap­pre­sen­ta­va­mo. Facen­do una diva­ga­zio­ne, si pen­si che a distan­za i die­ci anni dal­la repres­sio­ne [nel mag­gio 1990] e dal­le altre cose che han­no azze­ra­to tut­to, comun­que dal­la fine di quell’aggregato con quel­le carat­te­ri­sti­che, un po’ per gio­co e un po’ sul serio alcu­ni di noi han­no dato vita a una lista elet­to­ra­le nel­la cit­ta­di­na di Tra­da­te che ha gua­da­gna­to il 10,5% dei voti, cioè qual­che pun­to in meno del Par­ti­to comu­ni­sta, e una par­te di que­ste per­so­ne ave­va­no vis­su­to anche la sto­ria del­la gale­ra, era­no sta­ti addi­ta­ti come ter­ro­ri­sti (da: Ser­gio Bian­chi, Figli di nes­su­no. Sto­ria di un movi­men­to auto­no­mo, Milieu, Mila­no 2016)».

Quel­la ricer­ca non die­de comun­que cor­so ad alcun suc­ces­si­vo rap­por­to di col­la­bo­ra­zio­ne. A quel­la com­po­nen­te sin­da­ca­le inte­res­sa­va un’analisi con­dot­ta con cri­te­ri ester­ni ai suoi ambi­ti tra­di­zio­na­li per cer­ca­re di com­pren­de­re le ragio­ni del­la pro­gres­si­va cri­si di rap­pre­sen­tan­za che sta­va scon­tan­do, a me (a noi), ser­vi­va piut­to­sto per veri­fi­ca­re una serie di ipo­te­si che in quel perio­do anda­va­no matu­ran­do in ambi­ti di rifles­sio­ne inter­ni alla ripre­sa di quel lavo­ro teo­ri­co che assu­me­rà negli anni suc­ces­si­vi la nomi­na­zio­ne, non so quan­to appro­pria­ta, di post-operaismo.

Del­la ricer­ca in que­stio­ne non ven­go­no qui ripro­dot­te le par­ti rela­ti­ve ai dati statistici.

S.B.

Il processo del 7 aprile e il perché di alcuni silenzi

Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni è sta­to Giu­di­ce Istrut­to­re a Pado­va nel­l’in­chie­sta giu­di­zia­ria del cosid­det­to “pro­ces­so del 7 Apri­le – tron­co­ne veneto”

da “Que­stio­ne Giu­sti­zia”, fasci­co­lo 4/​2024, rivi­sta di Magi­stra­tu­ra Demo­cra­ti­ca:  inter­ven­to di Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni in occa­sio­ne del Con­ve­gno dedi­ca­to ai sessant’anni di Magi­stra­tu­ra demo­cra­ti­ca – Roma, Cam­pi­do­glio, Sala del­la Pro­to­mo­te­ca, 9–10 novem­bre 2024.

di Gio­van­ni Palombarini

Per coglie­re il sen­so com­ples­si­vo, di fon­do, del pro­ces­so del 7 apri­le 1979, e per capir­ne alcu­ni aspet­ti del tut­to stra­va­gan­ti rispet­to a un nor­ma­le pro­ces­so pena­le, i mol­ti silen­zi, è neces­sa­rio col­lo­car­lo in un ampio perio­do, la secon­da metà del Nove­cen­to, più pro­pria­men­te accan­to alla gran­de vicen­da ita­lia­na, nata e anche fini­ta in quel perio­do, del ten­ta­ti­vo di due sog­get­ti diver­si di por­ta­re il comu­ni­smo alla gui­da del Paese.

La sfi­da poli­ti­ca, anche fuo­ri Pado­va, ma a Pado­va in modo esem­pla­re, para­dig­ma­ti­co, è sta­ta fra i comu­ni­sti sal­da­men­te inqua­dra­ti nel­le orga­niz­za­zio­ni sto­ri­che del movi­men­to ope­ra­io, in par­ti­co­la­re nel Pci, che dal­la Resi­sten­za in poi sem­bra­va diven­ta­re sem­pre più for­te, e i comu­ni­sti che si for­ma­va­no, e così si auto­de­fi­ni­va­no, negli scon­tri socia­li che sta­va­no mol­ti­pli­can­do­si a par­ti­re dall’inizio degli anni ses­san­ta, nel­le fab­bri­che e nel­le scuo­le, richia­man­do­si all’idea del rifiu­to del lavo­ro. Entram­bi i sog­get­ti nel­le loro mani­fe­sta­zio­ni innal­za­va­no la ban­die­ra ros­sa. La nasci­ta dei Qua­der­ni Ros­si nel 1961 e i fat­ti di Piaz­za Sta­tu­to a Tori­no, del luglio 1962, segna­no l’inizio di que­sto feno­me­no, di que­sta sfi­da. Scri­ve­rà Anto­nio Negri qual­che anno dopo: «Nostro com­pi­to è la restau­ra­zio­ne teo­ri­ca del rifiu­to del lavo­ro nel pro­gram­ma, nel­la tat­ti­ca, nel­la stra­te­gia dei comu­ni­sti». Mario Isnen­ghi ha osser­va­to, in pro­po­si­to, che a un cer­to pun­to era matu­ra­to uno scon­tro riso­lu­ti­vo fra due sini­stre: quel­la che anco­ra pren­de­va di richia­mar­si alla “rivo­lu­zio­ne” e non esclu­de­va il ricor­so alla vio­len­za, e quel­la che ave­va smes­so di far­lo – invo­lu­zio­ne o evo­lu­zio­ne che fos­se – in nome del­la Costi­tu­zio­ne e dell’ordine repub­bli­ca­no. Di que­sto scon­tro Pado­va è sta­ta occa­sio­nal­men­te il cen­tro, la spe­ri­men­ta­zio­ne esem­pla­re. Attra­ver­so l’iniziativa del 7 apri­le, le due ipo­te­si “per il comu­ni­smo” si sono dura­men­te scon­tra­te. Quel­la nata più di recen­te ha riven­di­ca­to sem­pre i suoi idea­li. Quan­do la Cor­te d’assise di Pado­va e quel­la d’appello di Roma han­no assol­to le per­so­ne indi­ca­te come i capi del par­ti­to arma­to, in entram­be le aule gli impu­ta­ti e i loro difen­so­ri han­no into­na­to l’Inter­na­zio­na­le.

La cro­na­ca del gior­na­le loca­le Il mat­ti­no di Pado­va die­de l’idea di quel che sta­va suc­ce­den­do, di come comin­cia­va la bat­ta­glia, con que­sto bre­ve arti­co­lo: «Tut­to comin­ciò saba­to 7 apri­le 1979. Alle 10 un aereo atter­rò al “Mar­co Polo” di Tes­se­ra. Ne disce­se­ro una cin­quan­ti­na di uffi­cia­li del­la ex Digos agli ordi­ni di un vice­que­sto­re di Roma, che sali­ro­no su due pull­man, desti­na­zio­ne Pado­va. Nep­pu­re mez­zo­ra dopo la cit­tà era asse­dia­ta da mez­zi blin­da­ti, impos­si­bi­le uscir­ne sen­za incap­pa­re in un posto di bloc­co. L’operazione fu masto­don­ti­ca: 22 ordi­ni di cat­tu­ra, 70 ordi­ni di com­pa­ri­zio­ne e un cen­ti­na­io di per­qui­si­zio­ni domi­ci­lia­ri. Il bli­tz del sosti­tu­to Pie­tro Calo­ge­ro comin­ciò così».

Va pre­mes­so, pri­ma di affron­ta­re il tema dei sor­pren­den­ti silen­zi che han­no carat­te­riz­za­to il pro­ces­so, che la lun­ga sto­ria del con­tra­sto radi­ca­le fra il pub­bli­co mini­ste­ro pado­va­no e il giu­di­ce istrut­to­re ha il pri­mo fon­da­men­to nel­la diver­gen­za sull’esistenza o meno dell’unico par­ti­to arma­to com­pren­si­vo di BR, Pri­ma Linea, Auto­no­mia Orga­niz­za­ta. Per­ché il pm, per soste­ne­re la sua tesi, si è basa­to su una let­tu­ra di docu­men­ti e avve­ni­men­ti che al giu­di­ce istrut­to­re non è appar­sa con­vin­cen­te. «L’AO», dice il pm, «nasce a Pado­va nel cor­so di un semi­na­rio pres­so la Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che (…) vie­ne con­ce­pi­ta e rea­liz­za­ta come una com­ples­sa orga­niz­za­zio­ne poli­ti­co-mili­ta­re con arti­co­la­zio­ni este­se a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le, aven­ti cia­scu­na un orga­no di dire­zio­ne regio­na­le, col­le­ga­te tra­mi­te que­sto a una strut­tu­ra diret­ti­va cen­tra­le e dota­te nel pro­prio ambi­to di rela­ti­va auto­no­mia». Dun­que c’è un par­ti­to. Ebbe­ne, il giu­di­ce istrut­to­re let­te­ral­men­te non vede tut­to que­sto, in par­ti­co­la­re non tro­va riscon­tri alla tesi dell’unica orga­niz­za­zio­ne este­sa a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le. E ciò ha ine­vi­ta­bi­li rifles­si sull’istruttoria, e poi sui giu­di­zi del­le cor­ti del meri­to, che rifiu­te­ran­no, a Pado­va come a Roma, il “teo­re­ma Calo­ge­ro”. E tut­ta­via que­sto teo­re­ma, infon­da­to sul pia­no pro­ces­sua­le ed erra­to nel­la rico­stru­zio­ne di vicen­de sin­go­le e col­let­ti­ve (Auto­no­mia Ope­ra­ia e BR han­no avu­to vicen­de diver­se, Anto­nio Negri e Rena­to Cur­cio han­no avu­to sto­rie diver­se), ha tro­va­to la sua for­za, al di fuo­ri dei pro­ces­si, nel­la per­ce­zio­ne di un feno­me­no rea­le, e cioè che a sini­stra del Pci era nato e si sta­va svi­lup­pan­do nel Pae­se il ten­ta­ti­vo, a più voci e disor­di­na­to, di cer­ca­re una nuo­va stra­da per arri­va­re al comu­ni­smo. Il pm inter­pre­ta tut­to que­sto in modo sche­ma­ti­co e sem­pli­ce, ed erra­to. Dice e scri­ve: «Un uni­co ver­ti­ce diri­ge il ter­ro­ri­smo in Ita­lia. Un’unica orga­niz­za­zio­ne lega Bri­ga­te Ros­se e grup­pi arma­ti dell’Autonomia. Un’unica stra­te­gia ever­si­va ispi­ra l’attacco al cuo­re e alla base del­lo Sta­to».

Il Pci, il 7 apri­le 1979, supe­ra­te tan­te pre­ce­den­ti incer­tez­ze e abban­do­na­to il ten­ta­ti­vo di attri­bui­re a qual­che ser­vi­zio segre­to l’insorgere del feno­me­no, ha ormai chia­ra la natu­ra poli­ti­ca del­la “lot­ta arma­ta”, e ha un’occasione per inflig­ge­re a que­sto peri­co­lo­so con­cor­ren­te un col­po mici­dia­le. Il vec­chio mot­to di René Renoult, “pas d’ennemis à gau­che!”, vie­ne dimen­ti­ca­to. Da quel momen­to in poi, per un lun­go perio­do di tem­po, que­sto par­ti­to ha soste­nu­to l’inchiesta, sen­za ten­ten­na­men­ti, dal suo ini­zio, fino all’inizio degli anni Novan­ta, anche for­nen­do con­cre­te col­la­bo­ra­zio­ni, come l’indicazione di testi­mo­ni. Sareb­be­ro mol­te le cita­zio­ni in pro­po­si­to. Momen­ti impor­tan­ti di que­sta col­la­bo­ra­zio­ne, mol­to valo­riz­za­ti anche dai media, si sono avu­ti quan­do due ade­ren­ti al par­ti­to dichia­ra­ro­no al pm e alla poli­zia di ave­re rico­no­sciu­to la voce di Anto­nio Negri, e anche quel­la del gior­na­li­sta Giu­sep­pe Nico­tri, come quel­le di colo­ro che, duran­te il seque­stro Moro, ave­va­no tele­fo­na­to alla fami­glia per trat­ta­re e, infi­ne, per annun­cia­re la mor­te del seque­stra­to. Fat­to impor­tan­te e discus­so, però non cor­ri­spon­den­te alla real­tà. Qual­che tem­po dopo, con il pro­ce­de­re del­le inchie­ste in varie par­ti d’Italia, si sareb­be potu­to infat­ti sape­re che le voci dei due tele­fo­ni­sti era­no quel­le dei bri­ga­ti­sti Vale­rio Moruc­ci e Mario Moret­ti. Ma Anto­nio Negri, esclu­so a que­sto pun­to che fos­se un com­po­nen­te del­la dire­zio­ne stra­te­gi­ca del­le BR (esclu­se le tele­fo­na­te, nul­la rima­ne­va a suo cari­co, quan­to a BR), rima­ne­va comun­que al cen­tro dell’attenzione del pm Calo­ge­ro con un ruo­lo supe­rio­re. «Appa­re ine­qui­vo­ca­bi­le che il Negri è sta­to in que­sto ulti­mo decen­nio un auten­ti­co moto­re del­la tra­ma ever­si­va»: così avreb­be scrit­to il pub­bli­co mini­ste­ro nel­la sua con­clu­si­va requi­si­to­ria. La posi­zio­ne del Pci rima­se fer­ma. Dun­que “il par­ti­to” del­la lot­ta arma­ta, comun­que, esi­ste­va anco­ra, e anda­va com­bat­tu­to. In que­sto con­te­sto si spie­ga­no alcu­ni cla­mo­ro­si silen­zi di fron­te ad avve­ni­men­ti del pro­ces­so, altri­men­ti inspie­ga­bi­li. È sta­to uti­liz­za­to, il silen­zio, per difen­de­re l’impostazione di fon­do dell’inchiesta, per impe­di­re che ne venis­se intac­ca­ta la cre­di­bi­li­tà. Se è sta­to avvia­to un pro­ces­so pena­le che deve otte­ne­re un deter­mi­na­to risul­ta­to poli­ti­co, non ci si può per­met­te­re di evi­den­ziar­ne even­tua­li sban­da­men­ti fuo­ri dal­le rego­le. Se del caso, si può uti­liz­za­re il silenzio.

Un fat­to ogget­ti­va­men­te cla­mo­ro­so, rima­sto sco­no­sciu­to ai più, è sta­ta la ricu­sa­zio­ne del magi­stra­to desi­gna­to secon­do le “tabel­le” a pre­sie­de­re la Cor­te d’assise di Pado­va, cosa mai avve­nu­ta in pre­ce­den­za a Pado­va. Io ne ho sapu­to ben poco, anche per­ché tut­ta la vicen­da ven­ne con­dot­ta riser­va­ta­men­te. Quel magi­stra­to era ami­co o solo cono­scen­te di qual­cu­no fra gli impu­ta­ti? Ave­va tenu­to qual­che com­por­ta­men­to rien­tran­te nei casi di ricu­sa­zio­ne rego­la­ti dal codi­ce di pro­ce­du­ra pena­le? No. Io non ho chie­sto nien­te a nes­su­no, ho rac­col­to solo com­men­ti volan­ti. Se ne par­la nei cor­ri­doi del tri­bu­na­le, ten­tan­do di capi­re, vi sareb­be­ro ragio­ni di con­ve­nien­za. Si dice che quel pre­si­den­te, fuo­ri dall’esercizio del­le sue fun­zio­ni, in un col­lo­quio infor­ma­le con un col­le­ga sul­le sca­le del tri­bu­na­le, abbia espres­so scet­ti­ci­smo sul valo­re dei docu­men­ti pro­po­sti a soste­gno dell’accusa (“gior­na­let­ti”, li avreb­be defi­ni­ti). Un can­cel­lie­re, pre­sen­te al col­lo­quio, avreb­be infor­ma­to un avvo­ca­to del Pci il qua­le, a sua vol­ta, ne avreb­be rife­ri­to al pm. Tut­ti vole­va­no dare il pro­prio con­tri­bu­to. Lo scon­tro in atto fra le due ipo­te­si di cam­mi­no ver­so il comu­ni­smo pote­va giu­sti­fi­ca­re que­sti incon­sue­ti pas­sag­gi di infor­ma­zio­ni. Ven­ne a par­lar­me­ne Alber­to Fer­ri­go­lo, gior­na­li­sta del Mani­fe­sto. Si dice­va anco­ra – ne par­la­no i gior­na­li­sti – che il pub­bli­co mini­ste­ro, una vol­ta pro­po­sta l’istanza di ricu­sa­zio­ne, si fos­se reca­to alla Cor­te d’appello di Vene­zia per spie­ga­re e soste­ne­re la sua istan­za (in effet­ti, anco­ra oggi è dif­fi­ci­le imma­gi­nar­ne le ragio­ni). A un cer­to pun­to, il pre­si­den­te desi­gna­to si asten­ne; in ogni caso, anche se l’istanza del pm fos­se sta­ta respin­ta, la sua imma­gi­ne pro­fes­sio­na­le avreb­be ripor­ta­to un dan­no. Tut­to ciò avven­ne riser­va­ta­men­te, nes­sun dibat­ti­to pub­bli­co vi è sta­to su que­sto fat­to ecce­zio­na­le, per la stam­pa del Pci non vi era nul­la da eccepire.

Nel pro­ces­so, che vede una ini­zia­le discu­ti­bi­le divi­sio­ne (le accu­se a Negri di BR e del seque­stro Moro a Roma ven­go­no fat­te rapi­da­men­te cade­re), la vicen­da del Pro­fes­sor Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, impu­ta­to solo di asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va fino alla con­te­sta­zio­ne dell’insurrezione, non è for­mal­men­te spie­ga­bi­le. Il pm Pie­tro Calo­ge­ro ave­va tra­smes­so a Roma, qua­le sede com­pe­ten­te, gli impu­ta­ti rag­giun­ti da una dupli­ce impu­ta­zio­ne, cioè anche quel­la di ban­da arma­ta (costi­tu­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne del­le BR). Fer­ra­ri Bra­vo ave­va solo asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va, come gli altri impu­ta­ti trat­te­nu­ti a Pado­va. I giu­di­ci pado­va­ni ten­ta­ro­no di ricu­pe­ra­re la sua posi­zio­ne, “c’è sta­to un erro­re” dico­no ai giu­di­ci roma­ni, ma sono inu­ti­li gli incon­tri con Achil­le Gal­luc­ci e Fran­ce­sco Ama­to – nono­stan­te il pare­re del pg Ciam­pa­ni, pre­sen­te in un’occasione, “vedre­mo” è la rispo­sta. L’impostazione di fon­do, un uni­co par­ti­to arma­to, anda­va for­te­men­te dife­sa. La real­tà era che Fer­ra­ri Bra­vo, assi­sten­te di Anto­nio Negri alla Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che, gode­va di un for­te pre­sti­gio: a par­te gli scrit­ti e la col­la­bo­ra­zio­ne con la rivi­sta Auto­no­mia, non vi era nul­la a suo cari­co ma, anche se non det­to da nes­su­no, era con­si­de­ra­to un diri­gen­te del par­ti­to arma­to. Dun­que, in silen­zio, e nel silen­zio del Pci e del­la sua stam­pa, ven­ne trat­te­nu­to fino a quan­do, con la con­te­sta­zio­ne del rea­to di insur­re­zio­ne, ogni discor­so si chiu­se. Anche per lui la com­pe­ten­za a trat­ta­re il pro­ces­so rima­ne­va a Roma.

Mol­ti impu­ta­ti han­no sof­fer­to lun­ghi perio­di di custo­dia in car­ce­re, anche di anni, pri­ma di esse­re assol­ti. Fra di loro, quan­do è sta­to assol­to da ogni impu­ta­zio­ne con for­mu­la pie­na, Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, che inu­til­men­te ave­vo ten­ta­to di ricu­pe­ra­re alla mia istrut­to­ria, ave­va sof­fer­to ben cin­que anni di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va. Mi sarei aspet­ta­to che un fat­to così gra­ve susci­tas­se nume­ro­si com­men­ti. Inve­ce l’intero siste­ma poli­ti­co è rima­sto in silen­zio. Di lì a qual­che anno, con l’arrivo di Tan­gen­to­po­li, un eser­ci­to di garan­ti­sti sareb­be entra­to in cam­po per pro­te­sta­re con­tro gli ecces­si di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va, ma nel 1987, l’anno del­la sen­ten­za del­la Cor­te d’assise d’appello di Roma, di fron­te a quel tem­po incre­di­bi­le di custo­dia non ave­va­no tro­va­to nul­la da ridire.

E il Csm? Incon­tran­do per caso a Bolo­gna Fede­ri­co Man­ci­ni, docen­te di dirit­to del lavo­ro, mio ami­co e com­po­nen­te del Csm, mi sono sen­ti­to dire: “sono indi­gna­to per quel che ti stan­no facen­do”. Gli chie­si se il Con­si­glio aves­se qual­co­sa da dire su quan­to sta­va suc­ce­den­do. “Pro­ve­rò a sen­ti­re”. Ma la rispo­sta del Csm fu delu­den­te: il Con­si­glio rima­se in silen­zio, non c’era nes­su­no da tute­la­re. Furo­no in pochi a com­pren­de­re la gra­vi­tà del­la situa­zio­ne, e a scri­ver­ne ripe­tu­ta­men­te. Ricor­do Ros­sa­na Ros­san­da e Lui­gi Ferrajoli.

E però que­sto duel­lo sen­za remo­re si avvia­va a una con­clu­sio­ne ama­ra per entram­bi i con­ten­den­ti. Le Bri­ga­te Ros­se, orga­niz­za­zio­ne ita­lia­na di estre­ma sini­stra costi­tui­ta­si nel 1970 per pro­pa­gan­da­re e svi­lup­pa­re la lot­ta arma­ta rivo­lu­zio­na­ria per il comu­ni­smo, di matri­ce mar­xi­sta-leni­ni­sta, il più nume­ro­so e il più lon­ge­vo grup­po ter­ro­ri­sti­co di sini­stra del Secon­do dopo­guer­ra esi­sten­te in Euro­pa occi­den­ta­le, han­no con­clu­so la loro espe­rien­za nel 1988 con un docu­men­to sot­to­scrit­to da alcu­ni fra i più impor­tan­ti diri­gen­ti. Nel­lo stes­so perio­do si anda­va dis­sol­ven­do l’esperienza dell’Autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta. Il 9 mar­zo 1985, a Trie­ste, era avve­nu­ta l’uccisione da par­te di agen­ti del­la Digos e del Sisde, del mili­tan­te di Auto­no­mia Ope­ra­ia, Pie­tro Maria Wal­ter Gre­co (det­to “Pedro”). Per ricor­dar­lo, nel 1987 nac­que a Pado­va il Cen­tro socia­le occu­pa­to “Pedro”. Peral­tro, le cro­na­che non han­no più avu­to occa­sio­ne di inte­res­sar­si di ini­zia­ti­ve dell’Autonomia. Appun­to, nel­la secon­da metà degli anni ottan­ta è matu­ra­ta la fine per entram­be le esperienze. 

Nel frat­tem­po, nel giu­gno 1985 fal­li­va il refe­ren­dum sul taglio del­la sca­la mobi­le intro­dot­to l’anno pre­ce­den­te dal Gover­no di Bet­ti­no Cra­xi. Qui si può sim­bo­li­ca­men­te indi­vi­dua­re il momen­to del pas­sag­gio dal­la pri­ma alla secon­da Repub­bli­ca. Dopo qual­che tem­po si for­me­rà il pri­mo Gover­no Ber­lu­sco­ni (1994), nel qua­le con­flui­ro­no, tra gli altri, oltre gli ami­ci del pre­si­den­te, cin­que espo­nen­ti del­la Lega di Umber­to Bos­si, cin­que del Movi­men­to socia­le ita­lia­no e, sor­pren­den­te­men­te, Giu­lia­no Fer­ra­ra, noto gior­na­li­sta ex-Pci. Nel 1991 si era svol­to l’ultimo con­gres­so del Pci, il ventesimo. 

Le ragio­ni di tut­ti que­sti silen­zi? In gene­re, chi valu­ta­va l’inchiesta del 7 apri­le come la neces­sa­ria rispo­sta del­lo Sta­to al ter­ro­ri­smo li ha giu­sti­fi­ca­ti con l’esigenza di non crea­re impic­ci alla meri­te­vo­le ini­zia­ti­va di un’istituzione, la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Pado­va, che con corag­gio ave­va svol­to un suo com­pi­to, quel­lo di con­tra­sta­re la cri­mi­na­li­tà arma­ta. Chi ha soste­nu­to anche poli­ti­ca­men­te quell’inchiesta, come il Pci, li ha con­si­de­ra­ti neces­sa­ri, non solo nel­la pro­spet­ti­va di riu­sci­re a scon­fig­ge­re un peri­co­lo­so assal­to alle isti­tu­zio­ni repub­bli­ca­ne, ma anche per can­cel­la­re dal­la sce­na un temi­bi­le con­cor­ren­te nel­la ricer­ca del comunismo. 

*