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Libreria Anomalia – Centro di documentazione anarchica – Roma
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Archivio Donato Tagliapietra
Da «Magazzino», n. 1, Gennaio 1979
DA MARX A HEGEL E VICEVERSA
Nulla da dire: Cacciari ci prende. Nell’ ”opuscolo marxista” (n. 25, ora pubblicato da Feltrinelli: Dialettica e critica del politico.
Saggio su Hegel) egli riassume nel modo migliore un equilibrato e centrato giudizio sulla filosofia dello Stato di Hegel.
Un filone storiografico e critico, da Rosenzweig a Bodei, aveva detto le stesse cose, con minore enfasi ma con altrettanto rigore: “Il metodo hegeliano nell’affrontare l’arcano (dello Stato) è radicale.
Non soltanto egli non risponde al problema riducendo immediatamente la contraddizione ad uno dei suoi termini, ma afferma che entrambi i momenti devono esistere nel pieno della loro forza, vanno sviluppati radicalmente”, (p. 16) Lo Stato hegeliano dunque non nega ma contiene il negativo, non è il superamento ma è il momento di produzione del superamento.
La vicenda teorica dello Stato hegeliano è una continua premessa della sua determinazione storica: l’arcano dello Stato è la sua effettuale trasformabilità.
La trasformabilità dello Stato ne rappresenta la legittimazione. Certo: la figura dello Stato hegeliano è figura strettamente ricavata sullo sviluppo della rivoluzione borghese. “In altri termini: il problema riguarda il rapporto tra forma specifica della “rivoluzione” borghese del rapporto sociale e la sua (possibile) forma-Stato, la trans-formazione della “rivoluzione” del rapporto sociale in Stato, del potere del soggetto emergente da tale “rivoluzione”, nella sua inalienabile e irreversibile libertà, in organismo normativo, istituzionale.
Questa trans-formazione deve fondarsi sulla natura specifica di quel potere – cioè, la forma-Stato moderna deve legittimarsi sul fondamento della natura specifica della rivoluzione borghese: la forma di tale rivoluzione intende la forma-Stato, la Auf-hebung del soggetto la produce” (ivi, pag. 27).
L’analisi di Cacciari va bene a fondo su questo tema. La reimmissione del negativo nella definizione del pensiero filosofico hegeliano sullo Stato costituisce il punto felice dell’analisi.
Probabilmente sarebbe stato più utile a dimostrarlo la ripresa degli scritti di Hegel sul Reformbill del 1831, oppure di altri scritti più maturi, laddove la figura del negativo e della sua costituzionalizzazione è assolutamente chiara.
Mentre invece il richiamo che fa Cacciari alla tematica del Pòbel (plebe, popolaccio) sembra risentire da un lato della fantasia interpretativa che è tipica dell’autore, dall’altro di una forse inconsapevole ma chiara ascendenza crociana (Pòbel come Lebendigkeit, ossia vitalità, ossia espressione elementare dell’economico nella dialettica dei distinti – pag. 47).
Hegel dunque non è un reazionario.
Le interpretazioni della destra, così come quelle della sinistra, sono interpretazioni parziali e fondamentalmente errate.
Lo Stato in Hegel è un ente costituzionale, è la negazione del classico, dell’omogeneo, del contiguo. Il suo Stato è la possibilità di contenimento dei rapporti sociali contradditori, eppure anche la possibilità di superamento della alienazione. L’ ”Hegel politico” è il grande esperimento di questa possibilità: lo Stato sì produce come separato, come Autonomia – ma tale Autonomia è produzione del soggetto come fondamento, del soggetto come sostanza.
Il soggetto, compreso razionalmente come fondamento, produce la forma autonoma dello Stato. Politico è appunto questo operare del soggetto – operare sui generis: politico è la dimensione del produrre il separato, l’autonomo, come produrre, ex primere, la propria soggettività in quanto sostanzialità. In tale dimensione il movimento della alienazione si trasforma in movimento di affermazione del soggetto, di liberazione-riconoscimento del fondamento del soggetto” (pag. 73). È interessante questa lettura. A parte la sua correttezza filologica sorge un primo problema: come nasce questo testo nell’esperienza dell’autore? Nasce, secondo me, dalla crisi del metodo di Krisis.
Nella sua esasperazione ideologica quel metodo non poteva tenere: andava fondato o sul soggetto proletario o, con realismo (?), sulla società, su quella società che si fa Stato. Cacciari lo riconosce: il pensiero negativo ha considerato Hegel un “pazzo per lo Stato” ed ha negato la possibilità di un Politico dialettico.
Il pensiero negativo ha condotto la dialettica verso il rovesciamento, l’antagonismo e il dislocamento. Nei confronti dello Stato tutto ciò non può essere detto. Più equilibrato di Nietzsche, Hegel ha trattenuto la contraddizione nella trasformazione.
La ragionevole ideologia di Cacciari sa ora piegarsi a questo riconoscimento. Dopo aver rivoltato il metodo della Krisis contro il soggetto, dopo averne fatto un mezzo per la negazione del soggetto anziché (come dovuto) per la sua esaltazione proletaria, l’ideologia ragionevole rifonda sistematicamente il quadro della totalità: la dialettica ritorna ad essere circolare e teleologica.
Esattamente come in Proudhon: la trasformabilità è la verità della dialettica. Il paradosso che segue sarebbe rigoroso se non fosse comico: chi parla di distruzione dello Stato cadrebbe nella “miseria” del marxismo. Ogni affermazione di una dialettica che si svolge verso l’antagonismo farebbe parte di un discorso organicistico-statolatra!
Così la pensa Cacciari il quale, apprestandosi a votare il piano Pandolfi, ritiene che Agnoli, Offe, e O’Connor siano statolatri (p. 54).
Cosa indecente è piuttosto starnazzare a comando dì Bobbio e simili: finché c’è conflitto c’è lo Stato, lo Stato c’è finché c’è conflitto, rendiamo costituzionali l’uno e l’altro, garantiamone la consistenza e la permanenza. Se poi c’è un “resto di negativo dialetticamente insuperato” e se il superamento “non può comprendere questo risultato del sistema dei bisogni”, bene, non bisogna ideologizzare: basta la polizia (“che Hegel intende evidentemente come forma di governo nella società civile, non come semplice organismo di applicazione repressiva della legge”, pag. 37). Esattamente la stessa interpretazione di un grande allievo di Hegel, Lorenz von Stein, che, prima di trasformare la Polizeiwissenschaft settecentesca e di fondare la moderna scienza dell’amministrazione, fece per anni il suo noviziato come infiltrato della polizia prussiana a Parigi, nel “negativo dialetticamente insuperato”, cioè nel gruppo di Marx e dei suoi compagni. A chi giova? Ridiscendiamo da. queste sublimi altezze alla miseria del dibattito culturale interno al PCI e, rimescolando i fondi del caffè, facciamo qualche congettura. A me, questo proHegel, questo anti-Nietzsche sembra solamente un anti-Tronti. «Hegel dispiega le ragioni alle quali deve sottostare la razionalità dello Stato contemporaneo, dello Stato della società borghese in quanto epocalmente distinta dalla civil society degli inizi della filosofia borghese della storia”.
Come “si chiude” questa dimostrazione? Come può “chiudersi”?
Come legittimare la violenza dello Stato contemporaneo “de-sacralizzato”? “de-teologizzato”?
Come assumerne dialetticamente le divisioni di lavoro e di classe?
Come superarne il nihilismo e proporne come Valore la struttura organizzativa?
Come intenderne la necessaria autonomia e, insieme, il suo essere produzione della dialettica dell’autocoscienza nella libertà?
È sullo sfondo di queste domande che ha luogo il confronto del “pensiero negativo” con Hegel.
E sono queste domande a venire sempre dimenticate allorché si camuffa Hegel da semplice Realpolitiker, o da mero compimento della linea Machiavelli-Hobbes in nome di equivoci primati del Politico» (sovracoperta p. 4). Cacciari attacca dunque “l’autonomia del politico”, ridiscende da Marx a Hegel per affermare la dialettica fra società civile e Stato, nega il sublime.
Personalmente non ho avuto mai nessun affetto per l’ ”autonomia del politico” e le sue teorie, dovrebbe quindi farmi piacere questa démarche di Cacciari: e invece no, è solo una regressione, quasi gramsciana. L’ ”autonomia del politico” di Tronti è un salto irrealistico in avanti, è il cinismo leninista riproposto, è l’illusione di un uso dello Stato per la classe operaia, ma è anche una formidabile applicazione, parziale quanto si vuole ma rigorosa, della dialettica del negativo, è in buona sostanza il rifiuto di ogni metodologia hegeliana o riformistica.
Se tutto ciò è pericoloso e irrealistico, non è certo meno importante: effetti miserabili discendevano dall’offerta che la teoria faceva di se stessa all’uso del PCI! Ma nessun punto di vista operaio e marxista può escludere dal proprio orizzonte la radicale discontinuità di quel progetto, né nella forma dell’autonomia del politico, né nella forma della metodologia di Krisis.
In ciò consisteva l’importanza dell’ipotesi di Tronti: un’ipotesi da attaccare politicamente ma da assumere teoricamente nel dibattito.
L’Hegel falso di Tronti è perciò infinitamente più interessante dell’Hegel vero di Cacciari: qui il cortocircuito è totale e la mistificazione assoluta. * * * Chissà perchè (probabilmente solo la contemporaneità della lettura), ma si sembra interessante inserire qui qualche nota su Simon Nora/Alain Minc, L’informatisation de la Societé (La Documentation Francaise, Paris, 1978). Certo, scendiamo dalle banalità del pensiero nietzscheano agli abissi di quello di Woody Alien: comunque si tratta di un rapporto presentato a Giscard d’Estaing da “due illustri direttori generali delle Finanze” ed è un libro talmente ricco di sollecitazioni che difficilmente puoi trascurare, una volta che ti sia caduto fra le mani. Da Marx a Hegel, inclusione della negatività e trasformabilità dello Stato: questi signori ci pensano in concreto. Quali sono le conseguenze che comporta l’informatica nella sua generale applicazione alla gestione dello Stato e della società? Lo spirito si fa velocemente reale, macchina addirittura, tanto velocemente che siamo ormai in grado di misurare la compatibilità dei progetti delle varie parti sociali e di approssimarne la considerazione in tempo reale. La flessibilità del controllo sistematico diviene la legge risolutiva di ogni antagonismo potenziale; l’unità dello sviluppo sociale è garanzia della sua articolazione. L’applicazione dell’informatica al controllo sociale attraverso il suo innesto sui circuiti di telecomunicazione, la formazione perciò di un orizzonte telematico, può permettere, secondo gli autori, di rispondere alla serie di problemi e di rischi che risorgono attorno ai tre grandi complessi (per dirla con Nora ma già con Offe) dell’equilibrio economico, del consenso sociale e dell’indipendenza nazionale. Ma basta con l’apologia: d’altra parte è anche quello che fa Nora. Il suo problema non è quello di costruire una nuova utopia della automazione sociale ma piuttosto quello di analizzare i progressi dell’automazione sociale in termini politici. Il suo problema è da un lato quello di fornire indicazioni perché lo Stato francese possa attrezzarsi di strumenti telematici e di satelliti, per poterne difendere l’indipendenza contro le multinazionali (ingenuo quanto generoso progetto da nuovo filosofo!), dall’altro quello di garantire un quadro dentro il quale il sistema dei poteri di una società cosiddetta democratica possa mantenersi. Vale a dire che il sistema informatico deve essere controllato dallo Stato ed essere messo in grado di determinare dal suo interno organizzazione, gerarchia, dipendenze ed esclusioni. Il sistema informatico diviene la chiave del controllo della riproduzione della società. Diviene dunque una delle forme fondamentali nelle quali si sviluppa il comando dello Stato, non come mera repressione, anzi, come possibilità elastica di contenere il negativo, di promuovere gli equilibri in forma adeguata al contenimento delle rotture, ecc. Nascono in propositi alcuni importanti problemi. Il primo riguarda la natura produttiva dell’attività informatica. Negli Annéxes del volume di Nora (si tratta di quattro volumi curati dall’Administration francese) il problema della valutazione quantitativa degli effetti dell’informatica sugli equilibri macroeconomici viene largamente documentato, con riferimento ad alcuni importanti contributi giapponesi ed americani, ma sostanzialmente lasciato cadere. Non così avviene attorno al secondo problema: che è quello, fondamentale, del rapporto fra modificazioni del sistema di governo dell’economia e della società e composizione della classe proletaria. Qui l’ideologia si fa, riesce a farsi macchina statale, effettiva capacità di prefigurazione. Ora comprendiamo anche perché il primo problema sia stato fatto cadere: perchè l’efficacia economica è qui completamente subordinata all’efficacia politica, – e cioè alla capacità che il controllo informatico offre di disintegrare i grandi poli di classe delle società contemporanee, di costruire e controllare una società multipolare, con un’infinità di conflitti decentrati, disarticolati, ecc. L’ideologia si fa dunque direttamente macchina statale, strategia di divisione e di riassunzione controllata e funzionale dei conflitti. Nora lamenta che la coscienza statale non sia ancora proceduta sino a questo livello di maturità. La dialettica non è ancora entrata nella testona di quei burocrati repubblicani! Presto tuttavia ci entrerà: in Francia come in Italia, anche se da noi la legge 675 (sull’informatica) fa un povero effetto dinanzi al piano Nora. Ma non è che un inizio, si può ben sperare: lasciate fare a Cacciari. In terzo luogo, tuttavia, va considerato un problema non del tutto secondario: ed è il fatto che l’informatica funziona sull’informazione, che la gestione prefigurativa dell’equilibrio deve comunque, a valle, scontrarsi con il disequilibrio. È ben vero che a questo proposito il modo di produzione capitalistico, avviandosi ad entrare nella fase informatica, ha tentato di organizzare il processo lavorativo in maniera adeguata: inserendo nella fabbrica gli agenti dell’informazione a tutti i livelli della catena di produzione, utilizzando le mediazioni politiche degli operai per farne punti di spionaggio (attraverso la collaborazione del sindacato); disarticolando, d’altra parte, la produzione e diffondendola fuori dalla fabbrica in modo da poterla – esso solo, il capitale – ricomporre e mettendo in atto un sistema politico di informazione di territorio del tutto irrigidito nella sua funzionalità politica. Ma questo è solo un aspetto del problema. Nora sa qui, ed è preoccupato, quello che tutti gli hegeliani, alla Cacciari, ormai sanno (e non mostrano di esserne sufficientemente preoccupati): la potenza del negativo. Nora esplicitamente dichiara che l’automazione e la regolazione dei conflitti possono funzionare solo quando i soggetti siano stati materialmente, praticamente coinvolti nel progetto. L’automazione informatica è la democrazia partecipativa, la democrazia socialista di un processo produttivo completamente socializzato (alla Habermas, completamente pubblicizzato). Ironia del riconoscimento del negativo! Ma chi garantisce che gli indicatori indichino? chi garantisce (scusate le virgolette) “la rappresentanza” degli indici? Certo, il sogno degli informatici è quello di un’informazione globale e partecipata. Ma l’informazione globale subisce la vicenda paradossale dei geografi di Borges: “… In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tale Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della Cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Medichi; in tutto il Paese non c’è altra Reliquia delle Discipline Geografiche”. Prosa questa, invero, degna della critica aristotelica dell’enumerazione e dello scettico realismo della asimoviana fondazione Seldon! L’informazione globale è appunto un sogno. Tanto più lo è quando i livelli di composizione della classe, lungi dall’essere flessibili e disponibili alla mediazione informatica, sono rigidi, piantati su momenti di autovalorizzazione, disarticolati in estensione ma resistenti e ricchi in intensità. Capitalizzare, per via informatica, questa microfisica del potere proletario è forse possibile, certo non è un’operazione di dominio che passerà facilmente a questo livello della composizione di classe. Come sempre il problema è quello della composizione di classe e della sua analisi: questo è infatti il negativo. Che la società si faccia Stato, lo si può bensì auspicare sulla falsariga di Hegel, oppure lo si può tentare sulla base della strumentazione automatica. In realtà ci si trova poi davanti alla testarda risposta di classe, all’emersione di soggettività tanto antagonistiche da ridicolizzare sia gli auspici che i tentativi. Questa composizione di classe, questa che ci sta davanti. Si può provare a dividerla, a diluirla sul territorio, a separarla: ma il capitale può fare questo solo organizzando la società. Ogni tentativo effettivo di disorganizzazione del proletariato è quindi comunque un tramite, un potenziale nuovo livello di ricomposizione. La rigidità materiale della composizione di classe è in ciò decisiva: ma non è semplicemente un livello di resistenza, è anche un livello di autovalorizzazione, di autonomo sviluppo di bisogni e di comportamenti proletari. Questa composizione di classe (resistenza ed autovalorizzazione) è venuta formandosi in maniera originale negli anni successivi alla seconda grande guerra imperialista e nel ’68 ha avuto un primo momento di autoriconoscimento. Non si capisce nulla della lotta di classe, se non si tengono presenti queste sue qualità, queste sue determinazioni e questi suoi punti complessivi di sviluppo. Siamo nel 1978, decennale del ’68. Di libri, ricordi, valutazioni ecc. ne sono usciti un’infinità. Non voglio certo dare un giudizio complessivo su questa produzione libraria. Mi interessano poche cose di quelle uscite, fra le mani ho due libri di due militanti, non solo del ’68 ma della lotta di classe. Régis Debray, Modeste contribution aux discours et cérémonies officielles du dixième anniversaire, Maspero, Parigi, 1978; Guido Viale, Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Milano, 1978. Sono due bei libri, i ragazzi sanno scrivere. Ma l’uno e l’altro non capiscono nulla del problema che ci interessa: quello della continuità e della maturazione della lotta di classe attraverso il ’68, quello della novità che, nella continuità della lotta, il ’68 rappresenta. Per Debray il gioco è facile. Il ’68 rappresenta per lui semplicemente un momento di rottura della forza operaia, della resistenza operaia. Il ’68 è un’iniziativa del capitale. Traduciamo alcune pagine – pagine comunque degne di discussione – rinviando per il resto a quella che speriamo sia presto la traduzione del volume. […]
Da «Magazzino», n. 2, Maggio 1979
AUTONOMIA O GHETTO?
Di nuovo, ricorrente, la crisi.
Compagni sballati, nuovo ciclo generazionale di ricerca della felicità, che decolla proprio quando il precedente ciclo (quello iniziato nel ’68) giunge alla sua estrema unzione.
Bastano dieci anni per trascorrere, come vogliono i nuovi macondini, dai vizi dei Lumpen a quelli dei ricchi, vizi, come ricorda Marx, del tutto paralleli e corrispondenti.
Così decidono le mode. Di cui siamo parte. Ma siamo parte anche di quello che avviene più a fondo, di una realtà in movimento che la moda non basta a rendere incoerente. La moda segue l’auspicio del nemico di classe: “ci sono due società”, suona: ergo ci devono essere “due” società”.
L’analisi scientifica combatte l’auspicio ed il bisogno del nemico: ci sono due società, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, ci deve essere una sola società, della libertà e del comunismo.
L’apparire del nuovo soggetto proletario, nella dialettica che sempre configura la composizione della classe, nell’antagonismo fra nuova forma della cooperazione sociale (forma ricchissima di bisogni radicali e di bisogni politici) e nuovo modo di produzione multinazionale (organizzato di conseguenza dallo Stato per capitalizzare proprio questa microfisica proletaria, del potere), l’apparire del nuovo soggetto proletario è dunque il nodo della contraddizione.
Autonomia o ghetto?
Come sempre i rapporti di forza partecipano della definizione.
Laddove, da parte proletaria, la forza è debole e da parte padronale è invece robusta, ivi la teoria dell’autonomia si presenta come teoria della sconfitta, come teoria del ghetto.
Diversamente, laddove i rapporti di forza sono diversi o rovesciati: 1′“altro” movimento riassorbe qui nella propria tensione autonoma anche il ghetto e ne fa la base della propria iniziativa, il santuario inattaccabile da cui muove la guerriglia.
In ogni caso, comunque, l’antagonismo è dato in maniera reale, come presupposto: e questo costituisce novità e specificità del nostro tempo. Sono apparsi in Germania due volumetti.
Il primo è Autonomia oder Getto? Kontroversen uberdie Alternativbewegung (Autonomia o Ghetto? Controversie sul movimento alternativo): vi hanno contribuito una serie di compagni che hanno vissuto l’esperienza del movimento tedesco in questo decennio (Peter Brückner, Daniel Cohn-Bendit, Thomas Schmid e altri) (Verlag Neue Kritik, Frankfurt, 1978).
Il secondo è Zwei Kulturen? Tunix, Mescolero und die Folgen (Verlag Aesthetik und Kommunikation, Berlin, 1978), in cui alla traduzione dei saggi di Asor Rosa e Umberto Eco sulle “due società”, si accompagnano interventi di militanti tedeschi fra i quali risultano quelli di Johannes Agnoli e ancora di Thomas Schmid.
In entrambi i volumetti il problema è quello posto più sopra, naturalmente confrontato alla vicenda nel movimento tedesco. Brückner va subito al centro del dibattito identificando immediatamente il concetto di autonomia all’interno della modificazione della composizione di classe e alla sua qualificazione in termini di specifici interessi rivoluzionari.
Nell’omogeneizzazione socio-culturale del proletariato (prodotto e termine della socializzazione capitalistica) si radicano alternative che hanno in primo luogo, dal punto di vista ideologico, il comunismo come contenuto – mentre la forma della espressione consiste nella critica della figura tradizionale dell’organizzazione produttiva e delle sue superfetazioni politiche (il partito in primo luogo); in secondo luogo, storicamente, questi movimenti alternativi articolano la resistenza all’integrazione con l’identificazione e lo sviluppo di forme di indipendenza culturale e di contropotere politico.
Nulla da aggiungere a questa prima definizione. Anche Johannes Agnoli, su un piano descrittivo e con l’occhio rivolto all’Italia, la conferma con esempi ed argomentazioni polemiche (fra queste, molto divertente, un richiamo ad un articolo di certo Piccirillo in La civiltà cattolica, n. 19, 1868, serie VII, voi. 2, pp. 384 sgg., dove, a fronte del primo grande sciopero di Bologna – 1868 appunto – l’autorevole organo gesuita teorizza le “due società” esattamente come fatto da Asor). (Per altro verso, per quanto riguarda la borghesia francese e la teoria delle “due società” vedi la documentazione e l’indicazione del continuo riapparire, nella sua storia, di questo sporco ritornello: Jean Paul de Gaudemar, La Mobilisation General, Rapport final de Récherche, effectuée pour la Mission de la Recherche Urbaine, Faculté de Sciences Economique, CERS, Université d’Aix-Marseille II, giugno 1978, dove appunto la teoria delle due società è vista come contraltare ideologico delle diverse forme di mobilità del lavoro imposte dall’accumulazione capitalistica). È chiaro tuttavia che il problema non è quello dell’identificazione sociologica e/o economica della funzione della teoria delle “due società”. Se il Capitale è un rapporto, niente di più facile che il ceto capitalista lo senta come rapporto scisso; se il capitale è un rapporto proporzionato in continua ristrutturazione, il ceto capitalista dove continuamente forgiare la proporzione del rapporto attraverso sussunzioni e/o esclusioni. La cultura, come le salmerie, seguirà. Problema non sono dunque le due culture, la loro eventuale esistenza e la loro vicenda lunga o evanescente: il problema che nasce è solo quello dell’egemonia, meglio – fuori dalle fumisterie del concetto “egemonia” – quello del comando.
Chi comanda chi?
Le culture, in generale, sono sempre state degli utensili della classe dominante.
Possono divenire una forza della classe proletaria?
L’analisi sociologica diviene solo a questo punto interessante, quando cioè scopre la potenzialità del comando svilupparsi, attraverso e contro lo sviluppo capitalistico, dalla parte della classe operaia e proletaria.
Le varianti, in proposito, possono essere molte.
Negli scritti di Thomas Schmid, ad esempio, compresi in questi due volumetti, la situazione dell’autonomia tedesca è ripresa in esame con molto realismo: il paradosso qui rivelato è quello di una effettiva autonomizzazione della vita proletaria che è tuttavia dominata da un continuo fuoco di sbarramento del capitale, non tanto – quindi ridotta ad essere funzione di questo (che la sua consistenza non lo permette già più) quanto giocata come elemento puramente culturale, spinta verso la palude, verso la grande zuppa dei mass media e delle mode.
Il più indiscriminato “pluralismo” – tra fumo e libertà individuale – domina il quadro vieppiù interiorizzato del movimento.
Omologhe sono la pressione capitalistica e la coscienza di parte del movimento. Castrato.
L’intervento di Dany Cohn-Bendit, con tutta la sua pregnanza rappresentativa del movimento e con tutta l’ambiguità ivi registrata, conferma la pesantezza dell’attacco di Thomas Schmid: si direbbe che Dany commenti a sua insaputa la disincantata constatazione marxiana: ad un certo livello dello sviluppo capitalistico “la prostituzione generale si presenta come una fase necessaria del carattere sociale delle disposizioni, capacità, abilità e attività personali”, – tanto più per il proletariato! Traiamo qui di passaggio due conclusioni provvisorie.
Primo (sociologicamente): il problema delle due culture è semplicemente un indice dello svolgersi dei rapporti delle due classi verso una crisi definitiva. Da questo punto di vista è puramente accidentale il fatto che si parli di due culture: basterebbe solo parlare di crisi dell’attuale forma di civilizzazione capitalistica.
Secondo (politicamente): il problema delle due culture, il suo stesso insorgere, indicano una tendenza vincente del movimento proletario, contro il capitale. Non si sarebbe mai ricorsi alla immagine delle due culture, da chi ne possiede una che è sempre stata egemone, se la forza proletaria non fosse emersa con tale indipendente vivacità.
Naturalmente l’esito dello scontro è indeciso. Val tuttavia la pena di considerare a questo punto l’alternativa “autonomia o ghetto” come un’alternativa completamente astratta se posta in termini sociologici o culturali, valida tuttavia se la si pone in termini politici. Due ulteriori questioni, su lati, per così dire, opposti.
Primo.
Significa, questo nostro insistere sul concetto politico di cultura proletaria, che si nega autonomia e valore alle espressioni specificamente culturali del movimento proletario?
Secondo.
Significa, questo nostro sottolineare la consistenza materiale della controcultura di classe, forse sottovalutare i momenti di riflusso, di vera e propria ghettizzazione subiti talora dal movimento?
Quanto al primo interrogativo mi sembra che bisogna rispondere con molto equilibrio. Insistere sulla natura e qualità politiche della cultura proletaria non significa negarne il valore intrinseco e specifico ma solo definirlo come contenuto di lotta.
Il farsi della classe operaia, il suo autonomo making sono determinati da un rapporto di forze sempre più intenso quanto più lo sviluppo capitalistico procede. Taluni, che pur si muovono molto bene su questo terreno (vedi per esempio l’intervento di Vittorio Dini sulla storiografia di classe nel n. 14 di Critica del Diritto) accusano una tale definizione di strutturalismo.
Il rapporto di forza, intrinseco alla definizione, negherebbe l’autenticità dell’espressione controculturale di movimento.
L’uso di definizioni politiche (dialettiche, strutturali) determinerebbe effetti di rigidità tali da bloccare ogni forma di genuina originale espressione culturale del movimento, da relegare in posizione subordinata al capitale il farsi del movimento.
Non credo che di ciò si tratti.
Per due ragioni.
Innanzitutto, una di carattere storico: la dipendenza strutturale del movimento di classe dal movimento capitalistico è tendenzialmente in via di esaurimento. Ciò è il corrispettivo della crisi della legge del valore. Ma il fatto che la valorizzazione capitalistica venga meno come elemento di qualificazione del processo non distrugge di per sé il comando di capitale e le relazioni da questo imposte.
Una seconda ragione, di carattere teorico, segnala il momento del liberarsi indipendente della cultura proletaria come distruzione dell’avversario: e la distruzione è un fatto di libertà.
Nessuna teoria e nessuna filosofia – se non la becera saggezza reazionaria – riusciranno mai a dimostrare l’omologabilità del gesto distruttore e dell’oggetto distrutto. (L’assunzione di questa omologia rappresenta il contenuto fascista delle teorie della “dissidenza” e della “nuova filosofia”: è comunque evidente che né le une né l’altra possono essere esclusivamente ridotte a ciò).
Lo strutturalismo stesso può realmente essere distrutto solo da un atto di distruzione dell’avversario: altrimenti la struttura resta, non è un vizio teorico o un’ormai inutile machine à penser, è un fatto. Ma c’era un altro interrogativo.
Ci si chiedeva se in tal modo non si sottovalutavano gli effetti di ghettizzazione, in termini perversi e indecenti.
Ora, non val certo la pena di sottovalutare gli effetti di ghettizzazione che la autonoma cultura proletaria può subire.
Possediamo una formidabile documentazione delle subculture, della loro forza, della loro felicità, nulla può negarlo: ma è anche vero che le subculture apparivano tanto più forti quanto più le classi erano profondamente divise. (In proposito vedi il formidabile libro M. Bakhtin “L’oeuvre de François Rabelais et la culture populaire au Moyen Age et sous la Renaissance, Gallimard, 1970).
Dunque, pur data la loro ricchezza e vivacità, pure subculture restavano. Siamo in una fase analoga?
Oppure addirittura in una fase di radicale immiserimento e di crescente volgarità?
Le preoccupazioni dei compagni tedeschi, testimoni di uno sviluppo terroristico dello Stato e di un ripiegamento intimistico del movimento (ma solo in Germania di ciò si tratta?
E la subcultura di Lotta Continua formato Deaglio-Boato dove la mettiamo?
E la sifilide da “nuova filosofia” ed il disfattismo di Liberation?
E il progetto, sempre su questo terreno patologico e con questi vizietti, del nuovo Tageszeitung tedesco?) – le testimonianze dunque di alcuni compagni tedeschi portano su questo. Tunix – il raduno dell’autonomia berlinese e tedesca della scorsa primavera è stato un ghetto bordellato ed infame.
Come romperlo? Forse è possibile.
Non dal di fuori del ghetto, non con prediche e rimbrotti.
Al contrario.
Riconquistando il ghetto non come rifugio di frustrazioni (borghesi?) ma come sede collettiva di bisogni e desideri proletari alternativi. Come momento di lotta e di autovalorizzazione.
I moventi profondi della controcultura vanno ripresi e criticati praticamente.
I proletari americani insegnano: è solo la diffusione massificata dei nuovi bisogni, il loro aderire alla vita quotidiana, il loro strapparsi all’isolamento della semplice espressione ideologica, che restituisce la politica al movimento.
Non l’ideologia ma la quotidianità e la lotta tolgono l’autonomia dal ghetto e la seconda cultura dalla subalternità.
È la multilateralità dell’esperienza proletaria a condurre il proletariato all’indipendenza politica. È la distruzione dell’avversario, la quotidianità dell’odio di classe e della lotta, a costituire la cultura in forza di liberazione.
Da ”pre-print” n.2 di Oreste Scalzone
L’insieme delle considerazioni finora così sommariamente esposte fa indirettamente rilevare la solitudine e l’eccezionalità del caso italiano. Ricchezza e miseria di questo caso risiedono nel fatto (per molti versi formidabile, per altri perverso) che in questo paese si produce e si riproduce un intreccio o quanto meno una compresenza fra una sovversione sociale mossa da una struttura desiderante, complessa, ricca del movimento e forme di iniziativa terroristica, sia di terrorismo diffuso che di terrorismo predeterminato, che tendono a prodursi come guerriglia. Ecco, l’Italia è in un certo senso l’unico caso sullo scenario mondiale dove fa la sua comparsa il divenire di una guerriglia senza programma, senza obiettivi apparenti cioè con delle ideologie anche molto diverse, molto agguerrite, molto sofisticate.
Ora, la domanda che viene naturale è proprio se questo sia un elemento di forza o un elemento di debolezza.
Noi crediamo che vi siano entrambi gli aspetti, ma che soprattutto nell’ultima fase questo secondo carattere negativo di limite, di freno di frustrazione dell’efficacia trasformativa di questa prassi si vada evidenziando. Un fatto da rilevare, per esempio, è senz’altro la scarsa sottolineatura della centralità delle armi della critica e del permanere del problema di una continua ridefinizione delle armi della critica lungo tutto l’arco del percorso dell’iniziativa rivoluzionaria, cioè, non è stato spiegato a sufficienza che dentro tutto il lungo percorso della critica delle armi permane, anzi diviene centrale il problema di armare criticamente la critica delle armi.
Invece di fatto è stata irresponsabilmente alimentata da parte delle organizzazioni soggettive una forma di manifestazione della nuova spontaneità, che alcune volte si è presentata nella sua brutalità sociale, altre volte si è vantata di ideologia che è proprio una pura e semplice ideologia della potenza dell’efficacia dell’azione, un disprezzo per l’universo delle parole, concepito come fatto di debolezza, di verbalismo. Il fatto è che lo spirito di combattimento, nel suo aspetto di ideologia che si fa materiale, ha ben presto cominciato a coniugarsi con quello che potremmo chiamare l’estremismo, il sovversivismo sociale, o meglio, con il sedimento e il costituirsi ideologico appunto di un’ideologia, di un universo di comportamenti estremisti come cristallizzazione della nuova spontaneità, cioè, una disponibilità da parte di strati non esigui di giovani proletari ad armare la propria volontà di soddisfare i bisogni. Per gli esclusi dal potere si è trattato come di una vertigine, di un corto circuito immediatista che ha come dato potenza alla volontà di riappropriazione di ricchezza e di condizioni diverse di vita. Anche qui qual è stato l’elemento di miseria di questo processo?
Il fatto che questo immediatismo si è ben presto avvolto su se stesso ed è diventato filosofia della miseria, ideologia della miseria perché ha cortocircuitato questa volontà di potenza e di riappropriazione sociale e di liberazione identificandola immediatamente attorno ad alcuni poveri feticci come quello, in fondo, della riappropriazione delle merci. Tralasciamo qui le ricostruzioni già fatte in altra sede, sia sull’humus ideologico, sia sull’habitat sociale in cui questa dinamica si è sviluppata, quello che ci interessa qui rilevare è la contraddizione fra il nucleo vivente della rottura teorico-pratica rappresentata dal passaggio alla lotta armata e l’elemento miserabile di questo tipo di rottura.
La ricchezza consiste nella individuazione lucida di una necessità di rompere il monopolio statale della violenza o più precisamente di rompere il monopolio statale della forma militare della violenza come unica possibilità di approssimare un processo di trasformazione sociale in cui i risultati emancipativi non vengano continuamente frenati e fermati al di qua di un livello di compatibilità con l’autodinamica del sistema. L’elemento di miseria (cioè il fatto che questa rottura non ha aperto una stagione felice, non ha risposto a una domanda di potere proposta dall’ondata di lotte emancipative dispiegatasi lungo tutti gli anni ’60) è nella progressiva autonomizzazione della storia della lotta armata, della guerriglia, delle soggettività del processo di emancipazione sociale. La pratica combattente ha finito per riprodurre in forma nuova e diversa tutti i limiti che in questi anni abbiamo rilevato dentro l’azione politica e sociale di parte comunista, cioè la miseria di una sostanziale e progressiva incapacità di produrre significativi elementi di trasformazione sociale, in altri termini, ciò che avrebbe dovuto essere un fattore di ricchezza dei soggetti ha spesso dato vita alla miseria reale di una povera ingegneria organizzativa, si è determinato un sistema chiuso, autoalimentantesi, scarsamente capace proprio per questa logica dell’autosufficienza, di interferire, di interagire continuamente con i passaggi del movimento. L’opinione di molti compagni insospettabili di pacifismo è che soprattutto negli ultimi mesi si sia giunti ad un punto critico perché gli elementi generativi presenti in questo rovescio della medaglia si sono dispiegati oltre il limite di tollerabilità al di là del quale la buona salute del movimento trasformativo si presenta come irrimediabilmente compromessa. Questo non perché l’insistere il moltiplicarsi, l’endemicizzarsi del fenomeno del terrorismo verticale e/o diffuso provochi un tale compattamento istituzionale da mettere in discussione e a fronte dell’iniziativa repressiva dello Stato e a fronte dell’iniziativa normalizzatrice del movimento operaio istituzionale le libertà politiche del movimento, la sua agibilità, la sua capacità di muoversi.
Anzi crediamo che nel groviglio di conseguenze certo contraddittorie in complesso, il terrorismo come ogni altra variabile politica determina i risultati di destabilizzazione, di disaggregazione delle varie componenti, frazioni, corporazioni, corpi separati, individualità.
Semmai si può dire che il terrorismo certo ha, così come la lotta sul salario e altre, un effetto di variabile politica che favorisce l’autodinamica capitalistica e che diventa in un certo senso una forza produttiva, basti pensare al contributo che la sua forma forse più legata alla lotta di classe e ai bisogni di massa, quella della gambizzazione dei capi, ha fornito al processo di trasferimento del comando gerarchico sulla produzione sempre più da elementi di autorità coercitiva esterna come la rete dei capi a elementi introiettati dentro il processo produttivo o alle macchine a controllo numerico all’informatica ecc. Quello che temiamo non è una conseguenza come quella che viene continuamente riproposta del marcito pastone delle ideologie della sinistra, cioè la reazione di destra, la creazione di un blocco sociale di destra, la creazione di un blocco politico istituzionale, di destra, l’obiettivo aiuto a tendenze autoritarie o addirittura golpiste, l’erosione del garantismo ecc., non è questo che attenta alla buona salute del movimento e non è questo perché in primo luogo noi restiamo fermamente convinti che un modello repressivo non è applicabile a questa situazione sociale, a questa sezione italiana del mercato mondiale e della composizione di classe; che appunto un paese come questo non è più governabile con i colonnelli, che questi siano solo fantasmi del passato del movimento operaio proprio perché nessuna forma di bonapartismo è applicabile a un livello così cresciuto così socializzato di fabbrica sociale e quindi di forza lavoro sociale. In secondo luogo noi crediamo che anche eccessivi strappi, eccessivi buchi insomma dentro le maglie del garantismo istituzionale non sia consentito al potere centrale realizzarli per alcune considerazioni sugli equilibri delle forze; non c’è una libertà, una autonomia dello Stato tale da consentirgli una indefinita libertà della violenza proprio perché qui lo Stato si pone come governo del conflitto e come sua regolamentazione. L’esempio vivente di questo tipo di contraddizione è la componente rappresentata dal Partito Comunista che continuamente rappresenta l’ala più radicale e forcaiola a parole: veramente le colonne dell’«Unità» puzzano di questura lontano un miglio, con questo trasudare logica questurina ad ogni passo.
Dobbiamo riconoscere che oggettivamente per la sua caratteristica di parziale specchio anche se deformante del sociale, per la sua ramificazione interna al territorio e alla composizione di classe, il Partito Comunista si rende conto che sostanzialmente ha ragione Curcio che ogni stretta repressiva favorisce il reclutamento delle organizzazioni guerrigliere, che ogni limitazione delle agibilità politiche sul filo, sul crinale tra politica e lotta armata favorisce l’impiantarsi di una variabile esclusivamente militare e di scivolamento di interi strati difficilmente gestibile per il movimento operaio storico.
Però c’è guerra e guerra cioè ci sono vari livelli di scatenamento di questa guerra, questo vale perfino nelle guerre dichiarate fra Stati. Naturalmente non può essere percorsa da una sola parte tutta l’escalation di una radicalizzazione senza dare per scontato la simmetrica adozione dello stesso tipo di radicalità da parte dell’avversario; quindi è inutile farneticare, cianciare di squadroni della morte, di controterrorismo; è chiaro che il potere sa che un’iniziativa del genere produrrebbe un salto di scala del terrorismo, un suo inasprimento, un suo diventare più cruento. Alcuni fanno un gran parlare del controterrorismo dello Stato francese contro l’OAS ma, appunto, lì la cosa si calibrava su un terreno che andava da un tentativo di omicidio politico contro i vertici dello Stato all’adozione di forme di terrorismo dinamitardo contro il tessuto sociale. Ma questo tipo di dispiegamento massimo di attività terroristica non è stato nemmeno approssimato, nemmeno sfiorato dalle formazioni terroristico-guerrigliere esistenti in Italia e lo Stato sa bene che ogni suo passo in direzione di una revoca del garantismo dalla generalizzazione di forme di tortura alla generalizzazione di una legge di guerra di fatto che giustizi sul posto i sovversivi armati, indubbiamente provocherebbe come reazione il passaggio a forme più radicali, più cruente di lotta e quindi c’è un problema per tutti di: calibratura, di controllo sui passaggi, di controllo sul tipo di spirale che si produce … In questo senso il Partito Comunista è una contraddizione vivente insomma tra le parole e le cose. Quando si parla di attacco alla buona salute del movimento, si parla proprio di una caratteristica di erosione interna della sua capacità e della sua potenza trasformativa, della sua capacità di produrre l’innovazione sociale, si parla cioè di una catena di «deviazioni». Cerchiamo di radiografarle: abbiamo visto manifestarsi una ritualità istituzionale, abbiamo visto prodursi una logica auto-conservativa, da corporazione di mestieri, abbiamo visto formarsi un’ideologia appunto di ceto.
La prassi combattente si è andata separando dai suoi fini di trasformazione sociale, si è avuta una sistematica sovradeterminazione operativa e un sottodimensionamento degli effetti di moltiplicazione dell’azione guerrigliera che solo il livello politico può realizzare. La prassi militare è stata via via privata di moltiplicatori politico-sociali, ha finito per manifestarsi come processo sporadico e sporadicità ha significato spesso incomprensibilità del codice ragionativo della proposta politica degli elementi progettuali. Il carattere progressivamente radicalizzato o cruento delle azioni è stato visto come una dinamica di crescita di tipo militare.
Questo è un errore di fondo. Non è vero che l’omicidio politico è militarmente ad un grado di iniziativa più avanzata rispetto ad altre forme di azione, è semplicemente una forma di terrorismo politico più radicale, tutto qui.
Non è un caso che la pratica delle organizzazioni combattenti ha completamente trascurato, tralasciato, non praticato, un terreno infinito di occasioni che i centri di polemologia delle società capitalistiche fanno tutt’altro che trascurare, come i meccanismi della simulazione, della guerra psicologica. Naturalmente questo vale per tutti, cioè il giochino di contrapporre terrorismo verticale e terrorismo diffuso come forma di iniziativa di partito è un trucco assolutamente sciocco e vuoto di contenuto.
Non vi è nessun elemento intelligente di critica della autonomizzazione dal sociale e dal politico che si manifesta al suo punto massimo in azioni come quella su Rossa o quella su Alessandrini, non c’è nessun elemento effettivo di critica pratica, intelligente nella proposta delle varie notti dei fuochi, che settori del movimento combattente o i partiti combattenti diversi o di frazioni combattenti diverse promuovono cioè, in realtà si tratta di una logica che si differenzia ma che si dibatte dentro gli stessi elementi di miseria.
Questi elementi sono il sovrapporre continuamente una comunità illusoria a un’attenzione verso la produzione di una comunità antagonistica reale, e la comunità illusoria può essere quella della direzione strategica, può essere quella della microfrazione x o y, può essere quella di un ambito sociale più allargato che però nella misura in cui non critica e si arresta a contemplare il proprio ombelico, riproduce solo l’insieme delle proprie dinamiche, dei propri comportamenti. Comunità illusorie e altrettanto illusorie dei micropartitini o altrettanto illusorie delle microfrazioni guerrigliere, possono essere gli organismi di base, gli organismi territoriali, i collettivi più o meno formali o informali che manifestano la loro iniziativa nel movimento. In realtà il vizio di fondo è l’autoisolamento della funzione militare, è il suo carattere unilaterale, unidimensionale, là dove al contrario ricchezza e potenza sovversiva dovrebbero risiedere nell’interazione, nell’interdipendenza tra i terreni d’azione, le logiche, i linguaggi diversi e complementari della sovversione per la trasformazione sociale. Nell’ultima fase si sono andati accentuando questi caratteri negativi del processo. Carattere misero e carattere illusorio delle comunità agenti si sono ancora di più liberati. Le azioni più recenti di cui si è discusso appaiono come guidate dal carattere cieco di un riflesso condizionato.
Facciamo ancora delle considerazioni descrittive di insieme: col termine generico di lotta armata ci si riferisce a fenomeni anche molto diversi che possiamo accorpare in due tronconi fondamentali all’interno dei quali poi ve ne sono molte altre.
In linea di massima possiamo dire che il primo, il terrorismo verticale, si è andato separando dalla politica, ha perso soprattutto il senso della centralità dell’interazione fra il politico e il militare, ha reagito al suo essere, malgrado tutto, tattica di partito senza partito, rinnovando la sua autoproposizione come forma strategica onnicomprensiva di governo del lavoro rivoluzionario. Il secondo si è andato talmente immergendo nel ventre molle del sociale e dell’immediato da perdere perciò spesso socialità, cioè capacità di generalizzazione sociale, non di unificazione forzosa ma di generalizzazione, cioè è diventato espressione non solo delle differenze ma via via dei particolarismi sempre più indecifrabili, una specie di manifestarsi nelle viscere profonde del movimento di un inconscio mare irrequieto, di un sotterraneo ribollire del movimento. Una rapida cristallizzazione ideologica e sociologica si è determinata ugualmente, cioè la comunità illusoria del piccolo gruppo, anche se c’è una apparente elasticità che deriva da questa immagine di fortissima entropia delle sue forme, permane anche nelle affermazioni di critica del formalismo organizzativo, di critica dei micropartiti, di critica delle frazioni guerrigliere costituite come corpo separato.
Il carattere di comunità illusoria c’è anche nel collettivo di base, esclusivamente di base, che traccia attorno a sé un cerchio di gesso e pensa di aver bevuto fino in fondo il calice della critica della politica e della critica delle separatezze. Ora, anziché integrarsi, completarsi, scoprire una forma elementare di interazione che è la complementarità, riaffermare un rapporto simbiotico con la interezza del movimento, per esempio con le sue dinamiche rivendicative continuamente rinnovantesi e che poi finiscono per ripiegarsi su se stesse, insomma invece di avere continuamente nella testa il proprio limite e di scoprire continuamente il proprio limite, queste due forme di iniziativa terroristica, di iniziativa combattente, di comportamento violento, di politica armata ecc., hanno inasprito i loro caratteri separati. Se è vero che a questo punto il terrorismo resta una variabile politica assolutamente rilevante e atipica del caso italiano è anche vero che questa variabile è in sé, così com’è, o come può essere pensata sulla base di piccole correzioni e piccole modificazioni dall’interno, un ferro vecchio rispetto ad un nuovo piano politico d’azione rivoluzionaria. Ma osserviamo ciò che è andato avvenendo; esaminiamo alcuni casi: da una parte ci sono le forme di azione radicale immediatista che si è trasferita armi e bagagli dal terreno della riappropriazione con tentativi di decreto. Di questa è stata consumata fino in fondo una critica perché è stato visto che in realtà le proporzioni di una riappropriazione sociale anche individuale, attraverso l’uso dei meccanismi e delle vene della economia sommersa, è certamente molto peggiore di quella consentita da sporadiche forme di decreto e soprattutto da sporadiche forme di normativa impositiva; ecco si è passati, armi e bagagli, al terreno del giustiziamento. Il caso estremo, su questo terrena, è l’uso di un omicidio politico quasi per caso, come quello evidenziato insomma dai fenomeni come la liquidazione del giovane Cecchetti a Roma.
Al capo opposto ci sono tre forme, fondamentalmente diverse: la prima, a nostro avviso la più banale, è il caso della proposta quantitativa delle notti dei fuochi come proposta di socializzazione; in realtà crediamo che sia il fenomeno meno interessante, un fenomeno di appiattimento e di territorializzazione formale, apparente, in termini spettacolari, del processo. E poi ci sono invece i due episodi più inquietanti, condotti e argomentati con logica di decisione centrale, preordinata; si tratta dell’episodio Rossa e dell’episodio Alessandrini. Ecco, in questo mare magnum di episodi – che sono ormai al tempo stesso endemici, frequentissimi, continui, ma sporadici nella loro significatività e che sono quindi leggibili o coll’occhio del sociologo che è attento ai significati del dato quantitativo in sé, o però equivocabili anche sulla base delle più folli iperipotesi – finiscono per annegare anche i pochi episodi, i pochi processi, le poche linee che, al di là di un giudizio che è complessivo sulla loro opportunità, però appaiono francamente motivati da un tipo di linea che si ispira, che argomenta in qualche modo una considerazione delle conseguenze delle iniziative.
Per esempio l’azione sulla gerarchia carceraria è stata usata politicamente in modo non diverso dall’attacco ai capi e senz’altro ha rappresentato una forma reale di sabotaggio, di lotta di classe armata cioè sostanzialmente non di lotta rivoluzionaria ma di lotta di classe armata e quindi di conquista di alcuni spazi, di alcune garanzie, di alcune possibilità di movimento e di alcuni elementi che possiamo anche chiamare contropotere; oppure l’azione su diversi nodi proprietari e istituzionali che organizzano insomma elementi del blocco sociale moderato, per esempio i nodi che regolano la questione della casa, oppure l’azione sul terreno della critica pratica della scienza, della medicina, della produzione di morte, intese proprio come riappropriazione anche di alcuni strumenti di emancipazione proletaria e attacco al carattere opprimente di un macrosapere capitalistico. Ecco, però, anche questi pochi segnali positivi, nel loro complesso si collocano al di qua, potremmo dire, di un terreno di trasformazione e, diciamo così, al meglio su un terreno che è quello sabotaggio-lotta di classe e non lotta rivoluzionaria. Ma veniamo ai due casi più drammatici che hanno scosso anche drammaticamente la coscienza del movimento: i casi Rossa e Alessandrini. All’una e all’altra vicenda vale la pena probabilmente di dedicare alcune osservazioni. Nel primo caso quello che colpisce è l’assenza quasi totale di considerazioni di ordine per così dire politico-sociali che è cosa diversa da un semplice problema di consenso; non è questo che conta perché è chiaro che rispetto al consenso si potrebbe rimettere mano a tutto l’armamentario di discorsi che denuncino l’immonda mistificazione degli atteggiamenti legalitari di chi usa la tematica dell’umanità semplicemente contro le forme di violenza sovversiva e illegale e come invece elemento di legittimazione della violenza nascosta, permanente, quella insita nel processo produttivo, della violenza legale, quella agita dallo Stato democratico, della violenza comunque istituzionale quella per esempio così platealmente oggi esercitata dagli Stati di tutto il mondo e in primo luogo dagli Stati socialisti contrapposti. Sarebbe facile qui spiegare che non si può consentire a nessuno, e meno che mai agli uomini del Partito Comunista, che non si pronunciano rispetto agli Stati, di parlare di questioni di umanità. Certo, si potrebbe premettere per l’ennesima volta che la violenza c’è, che la non-violenza è pura e ipocrita apparenza nel mondo dominato dal modo di produzione capitalistica, in un mondo che per quanto riguarda i rapporti uomo-uomo e uomo-natura è anche fabbrica totale di morti. È certo che va detto e ribadito fino in fondo che è enormemente più violento il reparto di una fabbrica nociva che un corteo che spacchi qualche vetrina lungo il suo percorso; un uomo in divisa che spara, rispetto a qualsiasi azione violenta che esprime comunque insubordinazione, ribellione, sovversione. Però, è impossibile continuare a ripetere solo questa litania, non possiamo farci incastrare all’infinito in questa posizione che vogliono definire giustifìcazionista e che invece è semplicemente una posizione di pregiudiziale rifiuto delle mistificazioni immonde, schifose della sinistra legale. Non possiamo limitarci a ripetere queste cose e nemmeno possiamo cavarcela con il cinismo un po’ tracotante e un po’ esibizionista di frasi come quelle di chi afferma «siamo contrari per criteri politici ma sia ben chiaro non ce ne fotte un cazzo della vita di questi due impiegati dello Stato», perché il problema è imporre assolutamente, di espungere ogni mistificazione sui valori su questo terreno e di imporre un dibattito radicale di carattere politico-sociale, di carattere politico-militare. Abbiamo detto «espungere i valori», quindi nessuna concessione di salvacondotti preliminari o di statuti speciali, cioè noi certamente dobbiamo dire con chiarezza, rispetto alle lacrime di glicerina e all’orrore formale manifestato dalla stampa di sinistra, che né la qualifica di operaio né quella di un militante di un partito possono offrire una particolare aureola a nessuno.
Perché quello che conta non è né la collocazione individuale di tipo sociologico all’interno dei diversi reparti della fabbrica sociale, né evidentemente l’adesione a un partito tra l’altro di così larga e indiscriminata possibilità di adesione.
Quello che conta è certamente il comportamento rispetto alla lotta di classe, per la liberazione dallo sfruttamento, per la liberazione del lavoro salariato e, in questo, il discorso invece è un altro, è l’attacco alla logica politica di questo tipo di iniziativa in primo luogo e poi alla logica giustizialista, da tribunale arbitrario che si arroga il diritto di giudicare e di procedere senza un coro di controllo significativo né quantitativamente, né, quel che più conta, dal punto di vista dei contenuti. Allora, vediamo di analizzare più specificamente questo tipo di azione. Innanzitutto, ciò che colpisce è una sorta di stolida fedeltà ai propri schemi come dire, quello che è detto è detto e non teniamo più conto di niente. Vediamo meglio in che consiste questa immagine ottusa che va dando di sé la lotta armata in queste forme.
Ecco, facciamo varie ipotesi, in primo luogo quella che l’azione di Rossa abbia il senso di un’apertura di campagna contro gli apparati sindacali e di partito del movimento operaio istituzionale, individuate come articolazioni dello Stato sociale, come istituti di amministrazione e di gestione della forza lavoro in quanto tale, cioè nel suo rapporto di sussunzione rispetto al Capitale.
Ecco, rispetto a tutto ciò noi sappiamo certo che il Pci e l’istituzione sindacale sono senz’altro un ostacolo, una forza nemica alla liberazione comunista, però, sappiamo anche che a tutt’oggi rappresentano anche la stragrande maggioranza della forza lavoro sociale e dunque la battaglia non può che essere tutta su questo terreno dello snodo politico, su questa necessità di rompere il ruolo di cerniera fra Stato e società che questo tipo di organizzazioni hanno, cioè tutta intesa a promuovere la revoca di questa rappresentanza.
Il discorso non è dunque cortocircuitabile in termini militari, come se si trattasse di un corpo separato da disarticolare. Noi abbiamo visto che Guido Rossa è un delegato e questo non può essere ritenuto un fatto puramente accidentale. Un delatore non è uguale ad un altro delatore, ed è davvero schematico pensare che basti l’azione forte, evidente, drammatizzata (cioè una specie di didattica autoritaria) per «aprire gli occhi alla gente».
Ora, vediamo cosa significa questa specificità del ruolo di delegato: di delatore più «legittimato» degli altri, nel regno delle apparenze. Qui non si sostiene una teoria o una ideologia di ritorno sulla sacralità di queste figure.
L’esperienza rivoluzionaria del filone operista, da cui sono nate le esperienze di Potere operaio e dei Comitati Comunisti a cui noi ci richiamiamo, ha sempre portato avanti nei confronti di queste figure, del loro ruolo, una critica radicale, anche se sommaria e priva di articolazioni tattiche.
Senz’altro era una critica ben più radicale di quella che connota, ad esempio, l’arsenale teorico e di linea delle Br.
Ora, è proprio dal discorso della matrice operaista che nasce un’analisi sullo stato pianificato keynesiano, sullo stato del capitalismo organizzato che vede il sindacato come articolazione istituzionale preposta alla gestione, alla amministrazione della forza lavoro e il partito preposto proprio alla realizzazione della sussunzione politica del lavoro nel capitale.
In altre parole, il sindacato non è più solo interno al sistema in quanto venditore della forza lavoro (Lenin diceva «il sindacato è un fenomeno del capitalismo come il fumo delle ciminiere») ma, proprio, diventa un fattore esplicito dell’equilibrio del sistema. È quindi organico non solo al sistema, ma al governo del sistema.
Si dedica al mantenimento del sistema e anche all’orientamento delle sue autodinamiche. È infatti esplicitamente portatore di un modello di democrazia consociativa piuttosto che conflittuale.
Su questo la nostra analisi è assolutamente più radicale rispetto a quella appunto delle Br. Però, proprio da questa analisi emerge l’impossibilità di omologare una figura come il sindacato e quella di un corpo separato. La verità pratica è che qui siamo in presenza di una cerniera tra Stato e società. Quindi, il fatto che si tratti di un delegato rivela l’esistenza di un nodo sociale e politico da sciogliere. Questa istituzione-cerniera tra Stato e società non può essere assimilata a un corpo separato. Non può essere trattata alla stregua di un corpo separato. In quel caso il problema per una formazione guerrigliera è certamente quello di intimidirne i singoli elementi, di paralizzarlo e di disarticolarlo.
La complessità speciale di un meccanismo come quello della delega non può essere tagliata via con qualche colpo, il piombo non è un metallo leggero. Se invece facciamo una seconda ipotesi, l’azione è motivata con una valutazione assolutamente specifica, la punizione di una spia, allora la critica va al suo carattere assolutamente privato, di giustizia privata che questa azione ha, cioè uccidere «in proprio» il tuo delatore, il tuo poliziotto, il tuo accusatore, il tuo giudice. A volere sottilizzare c’è una sorta di discorso sul tradimento che sembra quasi non avere la consapevolezza lucida di questo carattere appunto di istituzione completamente collocata, di istituzione la cui funzione (non la cui composizione) è collocata sul terreno delle nuove forme dello Stato. Sembra appunto un discorso un po’ ambiguo, cioè quello in qualche modo sulla punizione del traditore. È dunque un discorso che così allude: siamo dopo tutto nella stessa famiglia e per questo il traditore merita il massimo della pena.
La critica si appunta proprio a questo fatto: non vi è il distacco di chi sa che i Rossa non sono dei traditori ma dei nuovi funzionari dello Stato allargato, diffuso, che quindi non tradiscono ma fanno il loro mestiere, un brutto lavoro di tipo nuovo, in linea con le confederazioni sindacali e con il loro partito.
Se invece viene assunto a motivazione e a giustificazione politica di questo episodio l’errore tecnico in tal caso va portata una critica drastica: perché l’errore tecnico non giustifica niente quando è dichiarato e ammesso da una organizzazione che ha sempre ossessivamente sottolineato il fatto che efficienza operativa e disciplina dei militanti sono un requisito fondamentale di qualità politica. E non c’è ottusa reazione diversa dallo scontro a fuoco che possa autorizzare un singolo militante a decidere di cambiare in modo così radicale il segno politico dell’iniziativa, altrimenti siamo all’anarchismo e al particolarismo totale.
Un’ultima considerazione conclusiva si impone: se è vero che a monte dell’azione Rossa c’è il dito messo su una piaga delle conseguenze pratiche della linea iper-statolatrica del Pci, se è vero che questa cosa ha riflessi talmente dirompenti nella struttura del partito, da indurre riflessi difensivi (basti pensare al fatto che Pajetta ha sentito il bisogno di scrivere un articolo interamente di rilegittimazione dal titolo «Io una spia» sull’«Unità» due giorni dopo l’uccisione) è anche vero che la radicalità dell’azione si trova in bilico tra la tematica del social-fascismo e la tematica del «tradimento in famiglia» o riguarda un rapporto schizofrenico tra questi due punti.
È anche vero che proprio il carattere estremo e allucinato dell’estrapolazione compiuta e della radicalità dell’azione ha in qualche modo concorso a risanare questo tipo di crisi e indotto in qualche modo difficoltà per il Pci.
Diviene allora evidente la perdita di qualsiasi capacità di fantasia politica… C’è per esempio una sottovalutazione della materialità di quella che uno schematismo vetero-comunista fa ritenere pura sovrastruttura, cioè l’elemento di guerra psicologica, l’influenza dei mass-media, questa capacità continua di dare una immagine del terrorismo come di una pratica sanguinaria, insomma.
C’è una completa indifferenza alla materialità del fatto che questo induce e introduce, a livello di immaginario collettivo, a livello di simbolico sociale, meccanismi che sono assolutamente contraddittori con le intenzioni (o, almeno, così speriamo). Colpisce il fatto che si ha perdita di una capacità anche strumentale di operare sul terreno della comunicazione.
Ecco, quello che separa, quello che fa sentire proprio come un corpo estraneo questo tipo di prassi non è tanto il carattere cruento della iniziativa, ma il sospetto che si tratti comunque di un fatto privato, sia nell’ipotesi giustizialista del farsi giustizia da sé, sia nell’ipotesi di un arbitrario erigersi a tribunale della storia.
Al tempo stesso il riconoscimento del fatto che questa radicalizzazione del carattere cruento (che arriva appunto alla pratica dell’omicidio politico) non corrisponde a un aumento di potenza o efficacia militare (perché non v’è nulla di potente o di efficace o di militarmente complesso in un’azione condotta di notte contro uno che ha girato la chiave del motore e sta aspettando che si scaldi, oppure nel traffico del mattino ancora addormentato e uggioso di nebbia).
È più difficile, sostengono gli esperti in medicina legale, colpire alle gambe che non raggiungere organi vitali. Ecco, quello che dà la sensazione di una divaricazione profonda nel modo di ragionare è la indecifrabilità, l’autonomizzazione delle decisioni, la loro indipendenza, il loro parlare accanto, nel caso migliore, al movimento, al dibattito, al senso comune, con una sorte di suprema, inesorabile indifferenza, con la severa autorità di un partito che sa, che si irrita per le critiche, che pretende il consenso, perché sa, perché conosce i misteriosi percorsi che passano sotto la pelle della realtà. Invece il problema è che questo partito dai mille occhi non c’è, non sa perché non c’è, non c’è perché non sa.
Dire che si opera come se ci fosse non vuol dire nulla perché le categorie oggi sono tutte messe in discussione e non si può procedere sul terreno della pratica con la tranquilla sicurezza di chi procede facendo finta di sapere, sapendo i passi successivi perché si fa finta di conoscerli, perché i buchi neri della teoria si sono allargati e allora bisogna ricominciare a pensare collettivamente, a produrre una forma di cooperazione intellettuale che cominci ad assomigliare a una macchina analitica.
Tanto più la sovversione sociale permane, tanto più la prassi è dura tanto più, al limite, si approssima o si allude a un terreno di guerra e di risoluzione rivoluzionaria del conflitto.
Proprio perché l’antagonismo è in piedi, perché la crisi della teoria sovraccumulatasi sulla crisi economica non ha piegato e sconfitto la classe, proprio perché è vero tutto questo.
Allora è vero che bisogna «aggiustare la macchina in corsa» ma tener presente la necessità di una ripresa, di una riqualificazione del dibattito, tener presente la necessità di guardare con diffidenza le certezze, non per un elogio del dubbio ma per amore della ricerca. E poi, non per amore della ricerca, ma per odio della robotizzazione, dei meccanismi autonomizzati e ciechi. Il secondo caso che dobbiamo considerare è l’affare Emilio Alessandrini. Diciamo senza mezzi termini che, a nostro parere, questa iniziativa segna il punto di massima degenerazione neo-gruppista dell’iniziativa combattente.
Nel dare questo giudizio non cediamo, non vogliamo cedere, al ricatto dell’emozione, dello sgomento che per la prima volta abbiamo visto autenticamente dipinto sul volto di persone che, pur facendo parte della sinistra legale, hanno dato in questi anni prova di notevole autonomia di giudizio e di comportamento rispetto al PCI.
Non ci riscopriamo all’improvviso vittime di un raptus opportunista, membri di quella famiglia della sinistra legale una parte non indegna della quale è stata ferita a fondo dall’uccisione di Alessandrini.
No, vogliamo ancora una volta discutere con la testa lucida.
Quello che salta agli occhi è il peso abnorme di preoccupazioni di carattere micro-frazionistico, cioè una logica concorrenziale di setta, un privilegiamento assoluto di problemi di egemonia, una considerazione assolutamente sommaria del rapporto tra mezzi e fini.
Tutto ciò porta a una iniziativa che sembra ispirata da una logica allucinata priva di effettiva potenza militare.
Dov’è infatti il ruolo di avanguardia o anche solo di esemplarità di questo tipo di iniziativa?
È mai possibile che qualcuno all’interno dell’ universo sociale sia stimolato a muoversi, a organizzarsi sul terreno della sovversione da una sequenza di azioni che appaiono così stralunate, e in ultima analisi indecifrabili, è mai possibile che la volontà di lotta, i comportamenti, la fantasia di strati significativi di proletariato possano essere galvanizzati da una simile immagine dell’iniziativa rivoluzionaria che viene fatta circolare in luogo di quello che dovrebbe essere il ricco intreccio fra sovversione e politica, fra sovversione sociale, iniziativa politica e forme di azione guerrigliera? Chi può giudicare desiderabile il processo rivoluzionario che appare come una specie di vuoto pneumatico scandito da una serie di esecuzioni il cui filo conduttore diventa subito (solo che si esca dalla cerchia dei suoi ideatori) indecifrabile o, peggio, ricercabile solo sulla base di un filologismo puntiglioso.
Questa «linea» è rintracciabile dentro i frammentari e non verificati processi mentali prodotti dalle infinite varianti del militarismo, ieri volantinomane oggi armato.
I compagni ricordano il proliferare rissoso dei volantini, le scomuniche reciproche fra le sette, le analisi roboanti da far tremare il mondo che poi si riducevano ai pestaggi, tutto un universo che faceva sorridere chi lo guardava con occhio appena più distaccato e toglieva credibilità agli occhi per esempio degli operai, all’insieme del lavoro rivoluzionario. Ecco, come si può pensare che un proletario normale (uso provocatoriamente questo termine, cioè uno che vive le contraddizioni sociali non in un ghetto allucinato o in un elitario laboratorio ideologico) possa accettare e capire che si ammazzi uno per un distinguo, per un codicillo, per affermare una linea di lettura piuttosto che un’altra di quella tale pagina dei classici, per esemplificare un modello più o meno geniale partorito da qualche pensatore rivoluzionario, per dimostrare un corollario, per dar potenza a una linea o a un’organizzazione piuttosto che ad un’altra. La realtà è che la Babele delle linee politiche che abbiamo conosciuto nel movimento della cosiddetta Nuova Sinistra negli anni passati si è come trasformata pari pari in Babele delle linee di combattimento.
Le stesse manifestazioni di iper-politicantismo, gli stessi irresponsabili settarismi, le stesse sterili miopie, lo stesso carattere deresponsabilizzato che ha connotato in tutti questi anni l’esperienza del minoritarismo ossessivamente preoccupato di stabilire chi sono i veri comunisti. C’è solo da compiacerci del fatto che i più stupidi siano stati «istituzionalizzati», resi pertanto relativamente innocui.
Ora, l’incapacità di superare la fase delle sette certamente denota infantilismo, anche quando costa soltanto carta di ciclostile sprecata. Quando il terreno della sperimentazione o della lotta per l’egemonia diventa la pratica del terrorismo allora il discorso cambia.
Chi può accettare l’adozione di metodi di guerra per condurre battaglie teorico-politiche che poi in realtà sono battaglie puramente ideologiche, battaglie interne al movimento, o addirittura al suo ceto politico?
Si dice: fuoriuscire dalla logica frontista-massimalista della lotta armata vuol dire non già menare colpi al ventre molle e sociale del sistema ma anche ai suoi gangli vitali, i punti traenti della sua riorganizzazione, i nodi della sua modernizzazione.
In questo senso l’attacco al personale riformista, il sabotaggio del suo ruolo sarebbero all’ordine del giorno. È proprio qui che si fa un rapidissimo corto circuito, è qui che si confonde l’effetto politico destabilizzante e disarticolante del terrorismo con le operazioni di materiale disarticolazione che sul terreno militare esso conduce.
Non è affatto detto che per colpire politicamente si debba necessariamente colpire militarmente, altrimenti delle due l’una: o l’effetto finisce con l’essere contraddittorio, cioè di rinsaldamento, oppure occorrerebbe condurre un terrorismo di sterminio.
Chiunque, a questo punto, è in grado di capire che non siamo in una fase di guerra civile dispiegata.
La relativa massificazione, che chiamerei piuttosto iper-proliferazione dei comportamenti armati più diversi, è da un lato il segno di una riproducibilità impressionante e ormai inestirpabile del processo, ma dall’altro è la manifestazione estrema di una differenza, di un movimento nascente che però può ridursi a un ghetto allargato perché non ha ancora esplicitato le sue protezionalità.
I racket politici non hanno riunificato significativi strati proletari, hanno al massimo coagulato piccole comunità che (tanto per fare riferimenti alla imbecillità corrente) Vacca non saprebbe collocare nel nuovo Medioevo, né Alberoni nel suo nuovo Rinascimento.
Anche una comunità allargata può tradursi in una comunità illusoria: questo è sotto gli occhi di tutti. Siamo ad un bivio: o la costituzione organica di un nuovo movimento (che sia come l’effetto di una rivoluzione copernicana, indipendente e antitetico rispetto al movimento operaio istituzionale) o la conferma e magari la dilatazione progressiva, la riproduzione continua di un ghetto politico sociale di proporzioni crescenti.
Il dato certo è comunque che non si ha immanenza della guerra civile, e quindi non c’è uno stato sociale di guerra.
Su questo va fatta un’osservazione: io credo che si debba dire con chiarezza che la guerriglia per sé (non inserita in un insieme di interrelazioni, di intrecci, di interazioni che compongono una politica rivoluzionaria o non mediata politicamente verso l’esterno) non riesce a produrre radicalizzazione rivoluzionaria, sovversione sociale. Il circuito è appunto dalla guerriglia alla guerriglia e, non vi è dentro questa ideologia, dentro a questa pratica, nessuna possibilità di sbocco. La possibilità di una guerra privata (di un’opzione sui suoi fini) rischia di diventare addirittura un boomerang, perché, se non vi è una esplicita finalizzazione della guerra come passaggio storico (magari lungo, però che metta capo ad un risultato di cui si intravedono alcune direttrici fondamentali), l’unico atteggiamento sociale, l’unica rivendicazione di massa che può diffondersi è la rivendicazione della fine della guerra, un pacifismo confuso e diffuso.
È urgente sottolineare che la immanenza della guerra civile non c’è; dobbiamo sottolineare anche che se pure pensassimo a una moltiplicazione indefinita esponenziale delle forme di terrorismo pre-guerrigliero verticale o orizzontale, soggettivo, diffuso e così via, nulla può far pensare al passaggio dal terreno del terrorismo e della guerriglia fino ai fronti sociali necessari per la guerra civile.
Quello che c’è invece, è un comportamento armato, molteplice, una sorta di pluralismo del terrorismo in cui si intrecciano e si accavallano elementi preordinati e spontanei, concentrati e diffusi.
Al di là delle sue autoproposizioni spesso irritanti nel loro carattere tronfio, tutto questo ancora oggi appare come fine a se stesso, tattica senza partito o faccia puramente negativa e distruttiva della nuova spontaneità.
Continuerà ad apparire così, se non si identificano proprio i passaggi dentro il processo e cioè appunto il rivendicazionismo armato, la politica armata e così via «on the road»? In questa forma di azione deve essere vincolato, reso variabile e dipendente il rivendicazionismo armato, la politica armata comunque dei passaggi di innovazione sociale? In questo senso va detto che, ed è un termine che ripeteremo più avanti, l’unico effettivo moltiplicatore di potenza sembra essere la politica e l’uso politico del terreno militare.
Quello che va detto con chiarezza è che delle forme come quelle che conosciamo di terrorismo politico preguerrigliero orizzontale o concentrato, semispontaneo o preordinato, i soggetti che li conducono non possono avere la falsa coscienza di credere e di affermare che questo possa essere un metodo di lotta risolutivo. Da questo punto di vista va ripetuto con chiarezza che la guerriglia per sé non ha effettiva potenza trasformativa.
Non ha nessun senso un discorso che vada appunto dalla guerriglia alla guerriglia: o la guerriglia contiene in sé il codice della propria soluzione profondamente attraversato, innervato da un sistema di bisogni (una struttura desiderante che esprime una intelligenza sociale programmatica che ne costituisca il fine continuamente riproposto) oppure è solo il mezzo per spostare i rapporti di forza fino al punto di proporre una soluzione politica, un esito politico, una prospettiva mediata politicamente.
Altrimenti non ha senso, cioè è una guerriglia senza fine, un simulacro di guerra senza fine, che poi non è, perché appunto non ha la potenza sociale, non ha i confini sociali, non ha la dimensione sociale della guerra, e non può avere agli occhi, diciamo così, delle masse altro effetto che quello di provocare quello che abbiamo appena definito desiderio di fine della guerra.
Quindi è assolutamente importante questa critica della robotizzazione, della autonomizzazione delle scadenze, dei moti, delle forme, delle necessità della conduzione della guerriglia.
Anche dal punto di vista della impossibilità che da uno sviluppo della guerriglia per sé possa nascere il terreno di una guerra di liberazione come effettivo passaggio della trasformazione sociale.
Un’altra considerazione va fatta (traendola proprio dall’arsenale teorico del leninismo) contro il corto circuito elementare e rozzo per cui sostanzialmente una formazione guerrigliera che voglia colpire un determinato processo riorganizzativo, un determinato progetto di ristrutturazione del comando, un determinato obiettivo debba necessariamente (poiché si tratta di una organizzazione guerrigliera che usa come mezzo e metodo di lotta la forma della prassi combattente) intervenire su quel terreno, su quel tipo di operazione, di soggetto, di persona ostile, con la forma diretta dell’intervento, accettando dunque le indicazioni che il nemico stesso ha reso immediatamente disponibili.
In questo caso, la giustificazione o l’argomentazione portata dall’organizzazione che ha compiuto questo atto di guerra è data in termini di ragioni puramente e propriamente militari.
È data sulla base delle considerazioni che vorrebbero non ammettere repliche, cioè che dicono in realtà qui abbiamo colpito una figura che sulla base di nostre informazioni risulta essere una figura di particolare pericolosità, di particolare modernità nella messa in opera di forme di intelligenza e di tecniche aggressive tendenti a distruggere e a ghettizzare non solo le forme di organizzazione guerrigliera, non solo le forme di antagonismo sociale più radicale ma più in generale i processi di sovversione sociale, introducendo una iniziativa attenta, moderna, accorta e per questo pericolosa di normalizzazione sociale. Cerchiamo per un attimo di calarci, di immedesimarci nella logica, nel tipo di ragionamento che può presiedere alla formazione di una decisione di questo tipo da parte di una organizzazione guerrigliera.
L’organizzazione guerrigliera ha carattere prevalentemente militare se davvero si fosse trattato di questa necessità assoluta di compiere un atto difensivo, cioè di liquidare il cervello di un’iniziativa repressiva, intelligente, moderna da parte dello Stato contro il movimento di classe; mentre qui c’è un’evidente puntigliosità nel volere argomentare, motivare il carattere esemplare, programmatico, polemico dell’iniziativa.
Non solo: c’è anche il rifiuto dell’anonimato e la volontà di sottolineare il carattere di forma e di mezzo di lotta dentro il movimento.
L’unica cosa che possa motivare questo tipo di condotta è appunto una illogica deviazione (che il linguaggio tradizionale anche consunto chiama militarismo) in cui cioè un ordine di considerazioni di tipo organizzativo militare, diventa onnivoro e totalizzante.
Se invece di errori si tratta, contro questa linea politica va fatta una battaglia di merito.
Nel movimento noi abbiamo sempre fatto una analisi del Pci come articolazione dello Stato del partitismo organizzato, dello Stato moderno, complesso, pluralistico, indirizzato al controllo e alla normalizzazione del conflitto e non alla sua repressione.
Però salvo questo tipo di analisi, che ha condotto a una critica radicale del socialismo e del movimento operaio storico (senza nessun elemento di demonizzazione ideologica proprio perché non c’era nessun residuo di una tematica sul tradimento) nel movimento, nelle sue ideologie tradizionali, troviamo continuamente un’altalena tra ipotesi veramente entriste (o comunque di perdita di autonomia nei confronti del movimento operaio storico) e il recupero del vecchio arsenale sul social-fascismo.
Questo tipo di venatura è corsa dentro le tematiche sul gulag a Bologna che sono circolate durante il movimento del ’77, è corsa dentro componenti emmelliste dell’area rivoluzionaria dell’autonomia che sostanzialmente hanno reinterpretato il discorso che noi tentavamo di tenere come discorso sul PCI come socialdemocrazia sui generis, neo-corporativa, imperfetta, autoritaria, stalinista, demonazionale!?.
Costoro hanno tradotto immediatamente e cortocircuitato questo discorso nei termini di una riedizione con segno rovesciato della tematica sul “socialfascismo”, utilizzando lo stesso schema delle varie ideologie della “germanizzazione” e i “blabla” sulla “russificazione” di questo paese.
Noi crediamo che non tanto le ultime azioni ma le ultime argomentazioni proposte dal movimento combattente siano una riedizione ammodernata e filtrata (in rapporto con la socialità del movimento) di queste tematiche.
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Centro di studi politici e sociali e Archivio storico il Sessantotto di Firenze