Abbiamo intervistato Francesco Festa che ha curato insieme ad Antonio Bove il lavoro di ricerca sulla storia, sui protagonisti e sulle forme dell’Autonomia meridionale, oggi esce il primo volume dei tre edito da Derive e Approdi.
È un lavoro a cui abbiamo dedicato gli ultimi due anni ma è pensato già dagli inizi degli anni 2000 quando militavamo a Officina99 e riflettevamo su che cosa fosse l’autonomia che ci era stata trasmessa, sia in termini teorici che pratici, sia nelle lotte ma anche nella traduzione, di generazione in generazione, fino a noi giovani dell’epoca.
Ci è stata data l’opportunità da Derive e Approdi di indagare che cosa sia stata l’Autonomia meridionale nelle sue diverse accezioni: in questo primo volume parliamo di autonomia operaia meridionale perché ci concentriamo su Napoli, il secondo sarà sulla Campania e il terzo sul Mezzogiorno, dunque Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Ho distinto autonomia operaia meridionale da altri tipi di accezione, perché ad esempio in Calabria si chiamava Autonomia proletaria, oppure Autonomia meridionale, e questo è legato alla composizione di classe e ai rapporti sociali di produzione.
Se l’Autonomia operaia così come l’abbiamo conosciuta, letta e ci è stata trasmessa dai più vecchi, ha vissuto al di fuori delle fabbriche così come a Mirafiori, Milano, Marghera, nel Mezzogiorno non è stato così, proprio perché gli insediamenti industriali non sono stati così forti, quindi c’è stato un altro tipo di traduzione dell’Autonomia all’interno di ciò che è stato poi definito, a metà degli anni 70, l’operaio sociale. Quindi, in particolare a Napoli, il proletario e il sottoproletario urbano metropolitano, quello che si arrabbattava tramite i mille lavoretti, così come veniva icasticamente raffigurato dalla letteratura borghese, era a tutti gli effetti un produttore di valore, di merci ed era inserito nei cicli produttivi della metropoli. L’Autonomia all’interno di uno spazio metropolitano come Napoli è stata soprattutto questo tipo di composizione di classe, vi inseriamo l’autorganizzazione dei contrabbandieri, l’autorganizzazione dei disoccupati, così come è stata l’organizzazione all’interno di piccoli e grandi nuclei industriali dove erano presenti compagni e compagne afferenti a organizzazioni autonome, come Bagnoli dove c’era l’Ital Sider o a Pomigliano con l’Alfa Sud che erano grosse fabbriche, c’era questo tipo di composizione oltre a una composizione di classe afferibile a quello che è stato chiamato l’operaio sociale.
Se avessimo voluto parlare dell’Autonomia operaia organizzata avremmo dovuto restringere il campo a pochi nuclei organizzati all’interno del Mezzogiorno, a Napoli, qualcosa in Sicilia e in Puglia. Il tutto si sarebbe risolto così, invece il metodo di lavoro da cui siamo partiti è stata una considerazione di Lanfranco Caminiti fatta in un pezzo sull’Autonomia meridionale, nell’Orda D’oro, diceva che gli autonomi nel Mezzogiorno esistono ed esistevano al di là dell’Autonomia, quindi siamo andati alla ricerca di un filo rosso che indagasse su questo tipo di condotte, di forma mentis, di comportamenti, quindi se l’Autonomia operaia che abbiamo conosciuto è quella del rifiuto del lavoro, del rifiuto dell’egemonia culturale borghese legata all’idea del lavoro, nel Mezzogiorno non è stata solo la liberazione dal lavoro ma è stata anche la liberazione da alcuni gioghi legati al familismo, alla condizione femminile, alla presenza del blocco storico della DC, nell’entroterra soprattutto, in regioni come Basilicata, Calabria, il giogo forte del connubio politico-criminale tra la politica e le organizzazioni malavitose, è questo il filorosso, il rifiuto dell’egemonia capitalistica nel Mezzogiorno.
Quali specificità possiamo individuare nell’Autonomia meridionale, oltre alla composizione? Quali eventi salienti ne hanno determinato il percorso? E dato questo sguardo particolare nel ritracciare questa storia, quali sono state le fonti da voi utilizzate?
Partiamo dalle fonti. Per il primo volume sono state un po’ di letteratura e di storiografia delle lotte sociali e politiche a Napoli e nel Mezzogiorno, sia di parte, quindi scritte dalle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, sia accademiche classiche. Poi, il materiale autoprodotto dalle realtà della sinistra rivoluzionaria e infine le fonti orali. Quella principale sono state le fonti orali, infatti in questi tre volumi la cosa importante e indispensabile è che si è parlato di quella che viene chiamata storia minore, la storia normalmente è quella che viene fatta dai grossi nomi secondo una metodologia storicista per cui la storia viene fatta dai condottieri, dai vincitori, mentre noi abbiamo dato voce a storie dal basso, a compagni e compagne che ancora oggi stanno sulle barricate e la loro militanza è nata negli anni 70, compagni e compagne che non avrebbero avuto parola e le storie stesse sarebbero cadute nell’oblio.
Quella per esempio di Casimiro Longaretti di Nova Siri, uno degli organizzatori dei due campeggi di lotta antinucleari del 78 e del 79, fatti vicino alla trisaia di Rotondella, il centro di stoccaggio del nucleare, sono momenti importanti all’interno della stagione di lotte antinucleari e ambientaliste, in seguito è nato il coordinamento anti anti conosciuto negli anni 80 e che ha fatto vivere l’Autonomia al di là della repressione e dei compagni in carcere. Casimiro si è politicizzato in quei giorni là, non era inizialmente un militante dell’organizzazione. Abbiamo parlato poi di Basilicata, in particolare di una città come Potenza, solitamente sonnacchiosa, per anni governata dalla DC e ora dalla Lega, dove fra gli anni 70 e 80 vennero occupate 20mila case. Queste storie se non le avessimo raccolte in questi volumi sarebbero cadute nell’oblio.
Quindi ecco la cosa straordinaria, abbiamo fatto parlare prima dell’Autonomia gli autonomi. Nel libro sulla Calabria si parla anche delle rivolte di Reggio, da un punto di vista di termini temporali siamo partiti dal 69, poi abbiamo approfondito le rivolte di Reggio che solitamente si pensano attraversate dai fascisti, ma quella rivolta, durata un intero anno, non era solo questo. Inizialmente era sembrata una lotta provinciale, quasi corporativa, di una città che si ribellava contro una disposizione governativa che prevedeva di spostare il capoluogo di regione a Catanzaro, si è ricostruita anche la storia dell’antimafia ad Africo dove Palamara, che si è poi dovuto trasferire a Roma con tutta la famiglia nei primi anni 70, non fece antimafia pacifica ma impugnò le armi dinanzi ai soprusi, davanti alle prime forme di ‘ndrine, che si andavano organizzandosi, e in quell’occasione fu fatta anche una manifestazione nazionale di sostegno.
In Sicilia invece si darà voce a un compagno di Peppino Impastato, un compagno all’interno di radio Aut, poi eletto in Democrazia Proletaria con Peppino, che parla non solo di quello che si conosce ma anche dei rapporti di forza, qual’era la vita svolta all’interno dei paesini della Sicilia. Tutto questo, a nostro parere, si inquadra nei tentativi di dare una forma di organizzazione all’autonomia al sud. Ci furono anche due assemblee forti, una a Cosenza e una a Palermo dell’Autonomia meridionale, l’organizzazione è stata quella di Lanfranco Caminiti e Fiora Pirri, che non furono solo un tentativo di dare una breve vita a una forma di organizzazione, ma una spinta in temini di gesti esemplari, di forme. Dopo il 7 aprile, tra gli arresti e le perquisizioni, venne perquisita anche l’università di Cosenza con i militari di Dalla Chiesa che la misero a soqquadro, anche questo viene raccontato nella trilogia.
Quali spunti possiamo trarre da questi volumi per l’oggi, sia sul piano dell’agire che sull’analisi di fase?
Sono libri di storia, di memoria, uno degli spunti è quello di stare all’interno di composizioni spurie così come quelle che ha vissuto Napoli e il Mezzogiorno. C’è un pezzo di Alfonso Natella, il protagonista di Vogliamo Tutto che parla anche di Torino e ricostruisce la vita a Torino e la sua esperienza, poi c’è un pezzo teorico Dimenticare il Sud, uno di Francesco Caruso su il Sud Ribelle, uno di Giso Amendola su Sviluppo e Sottosviluppo, una conversazione tra Claudio Dionesalvi e Franco Piperno e poi Lanfranco Caminiti.
Tre quarti del volume riguarda il pezzo su Napoli che si chiama, in dialetto O Gliommero, “Il groviglio”, ossia il fertile groviglio dell’Autonomia napoletana, perchè si tratta di un miscuglio, di una composizione sociale spuria. Non avremo mai a che fare con composizioni che sulla carta sono quelle per cui i rapporti di produzione riescono ad avere un determinato intervento e poi politicizzandosi diventare classe per sé, ma l’importante è stare dentro quel tipo di composizione, con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze, cercando di forzare degli elementi autonomi e di autorganizzazione, questo è l’insegnamento.
L’Autonomia oltre ad essere una categoria storica è anche una categoria personale ed è da questo che siamo partiti, da un punto di vista di indagine su quali potessero essere i frammenti di Autonomia non nei centri metropolitani ma nell’entroterra, cosa ben diversa. L’insegnamento è questo, da una parte la composizione di classe è sempre spuria e in secondo luogo bisogna lavorare come una talpa, anche nei periodi di reflusso, di pacificazione, di repressione come potrebbero sembrare questi, in cui tutti sono allineati in un quadro recostituito, ma ci sono dei fermenti su cui lavorare, soprattutto in composizioni spurie, ad esempio a Napoli, ci sono esperienze di sindacalizzazione dal basso che sono molto interessanti, che potrebbero somigliare alle lotte di quelli che negli anni 70 facevano i mille lavoretti o dei disoccupati organizzati, la rivendicazione era il lavoro ma un lavoro che non era caratterizzato da un’idea lavorista, perchè se la pensiamo in questi termini è ovvio che quella non è una lotta riconducibile all’Autonomia operaia, non era rifiuto del lavoro ma era lotta per il lavoro nei termini di lotta per il salario, per il reddito, non di delega o di chiedere elemosina alla DC o a qualche padroncino, al galantuomo come diceva Verga.
Si parlerà anche della Pantera, i volumi arrivano infatti al 93 – 94, fino al scioglimento di anti anti, negli anni 80 i compagni non sono stati con le braccia conserte, ci sono stati campeggi di lotta, le lotte antinucleari, le lotte del coordinamento, quello è stato un lavorio che poi ha portato a fenomeni che all’occasione sono esplosi.
Concludiamo cosi la prefazione: “L’Autonomia esiste anche senza autonomi – scriveva Lanfranco Caminiti – sta a noi incontrarla, proprio come all’inizio degli anni 60 i primi operai fecero al cospetto del migrante meridionale e della rude razza pagana, potendo affermare, davanti alle rivolte di Piazza Statuto, non ce l’aspettavamo ma le abbiamo organizzate.” Se si ha questa tensione ci sono buone speranze.
Pubblichiamo un estratto da Gli autonomi. L’Autonomia operaia meridionale. Parte prima. vol. X
Il film I contrabbandieri di Santa Lucia[1], interpretato da uno straripante Mario Merola è un B‑movie di culto e uno dei più noti fra quelli dedicati al contrabbando di sigarette. Nello stile a metà tra la classica sceneggiata e il «poliziottesco» in voga in quegli anni, la pellicola tratta il tema del conflitto fra la guapparia storica della città e le nuove mafie. Pur nei suoi tratti oleografici il film esce in un periodo di trasformazione profonda della malavita organizzata napoletana, di pari passo con la grande ristrutturazione del capitalismo internazionale del quale la vicenda del contrabbando è una chiave di lettura molto interessante. Il contrabbando è l’attività, fra quelle che hanno storicamente impegnato il proletariato napoletano, che più di tutte ha finito per costituire un elemento iconografico. Vera e propria «industria» sommersa, ha costituito un elemento centrale dell’economia della città, talmente radicato da divenire anche uno stigma, quasi un paradigma del carattere dei napoletani che, pur di non lavorare in maniera «regolare» si sarebbero inventati questa frode alle casse dello Stato.
Nella ricostruzione di parte borghese, inoltre, si sovrappone quasi sempre questa attività a quella della camorra, operando una forzatura che a un’attenta rilettura storica mostra chiaramente il suo carattere parziale. Il ruolo della camorra, infatti, va letto dentro il progressivo trasformarsi dell’economia generale che ovviamente determina anche un cambio di passo nella struttura e nei metodi della malavita ma non riassume l’intera vicenda che è molto più complessa di quella che si pretende di rappresentare attraverso la retorica della legalità, paravento dietro cui si nasconde la materialità di questo fenomeno, la sua funzione nell’economia del proletariato urbano e anche i processi di politicizzazione che al suo interno sono avvenuti.
Per comprendere a fondo la storia del contrabbando e il suo ruolo all’interno dell’economia e della vita sociale, politica e culturale di Napoli occorre guardare all’industrializzazione «monca» rispetto alle promesse di un certo meridionalismo che per decenni ha inseguito il mito dello sviluppo ma non ha mai trasformato Napoli in una vera città industriale[2], innescando trasformazioni della struttura urbana e di quella sociale senza mai toccare le contraddizioni sociali e anzi, sottolineandone i caratteri più controversi.
È questa la chiave di lettura attraverso cui leggere la trasformazione della camorra napoletana, da fenomeno malavitoso locale a elemento di primo piano dell’economia, al centro di relazioni internazionali e legami politici e imprenditoriali, proprio a partire dall’inizio degli anni Settanta, in concomitanza con il declino delle politiche di sviluppo del sud e dello stanziamento di fondi pubblici. All’interno di questo processo che solo formalmente, o nelle pie intenzioni dei meridionalisti più onesti, poteva costituire un elemento di riscatto per la città, una grande parte della popolazione cittadina, da quei processi espulsa o da essi mai interessata, ha costruito una propria struttura economica di cui il contrabbando è stato l’elemento sicuramente più importante, arrivando a fatturare migliaia di miliardi di lire. I libri contabili del ras Michele Zaza, sequestrati in un’operazione di polizia, svelano l’entità degli affari ammontanti nel ’77 a circa 5000 tonnellate annue, per un fatturato di circa 150 miliardi di lire, una struttura di tipo industriale che arrivava a contare fino a 50.000 «impiegati»[3].
Sono, questi, i numeri di un’impresa al culmine del suo periodo d’oro, fiorito tra il ’73 e il ’74, quando l’attività perde definitivamente il carattere originario, crescendo fino a diventare «la Fiat di Napoli» e arrivando a superare il volume di vendite del Monopolio di Stato.
Iniziato nel Dopoguerra, con la presenza delle truppe americane in città, in quartieri della zona orientale con una forte presenza operaia come S. Giovanni a Teduccio e Barra, il contrabbando non era in origine un’attività di esclusivo appannaggio della criminalità organizzata, come spesso viene raccontato e l’identificazione tout court con quel mondo è una narrazione delle classi dominanti[4].
Negli anni Sessanta Napoli assunse un ruolo centrale in questa attività, grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, resa cruciale dalla chiusura del porto franco di Tangeri e lo spostamento dei depositi di sigarette sulle coste della Jugoslavia e dell’Albania o in territori «neutrali» come la Grecia e la Turchia, dove il commercio dipendeva da contrattazioni delegate a intermediari in contatto con le multinazionali. La presenza di capimafia siciliani in domicilio coatto a Napoli all’inizio degli anni Settanta produrrà una metamorfosi della vecchia malavita locale, con la quale alcuni capi camorra già impegnati nel settore verranno affiliati a Cosa Nostra, avviando un processo di evoluzione della «vecchia camorra». È proprio grazie a questo passaggio che il contrabbando passa a un modello imprenditoriale mafioso, incredibilmente più redditizio e feroce di cui negli anni Settanta le organizzazioni criminali locali assumono il controllo totale, trasformandolo in un’industria sulla cui struttura si svilupperà il business del narcotraffico.
In questa trasformazione è leggibile anche la metamorfosi della figura del contrabbandiere che da «lavoratore autonomo» diventa dipendente dei gruppi criminali che investono nell’acquisto della merce all’ingrosso, distribuendola poi a strutture cooperative costituite da gruppi di proprietari associati dei motoscafi, scafisti «professionisti», celebrati da canzoni e pellicole cinematografiche per gli epici inseguimenti con la Guardia di Finanza attraverso il Golfo, capi paranza che mediante un walkie talkie dirigono le operazioni di sbarco da terra dove marinai addetti allo scarico della merce provvedono al trasporto in luoghi sicuri e successivamente alla distribuzione a una rete di commercianti al dettaglio, dei quali è un’icona Sofia Loren nei panni di Adelina in Ieri, oggi e domani[5].
Il boom del contrabbando si verifica fra il 1970 e il 1973, quando un esercito di manodopera trova in questa attività la propria fonte di sostentamento e proprio le azioni di contrasto delle istituzioni, in realtà, in assenza di politiche economiche e sociali in grado di intervenire sulla difficile situazione sociale napoletana, forniscono un notevole impulso allo sviluppo di forme nuove di organizzazione del fenomeno operate dalla camorra. A tale proposito è utile considerare quello che accade con la Legge 359 del 14 agosto ’74, quando si estende la territorialità da sei a dodici miglia dalla costa. Prima di questa legge le navi che trasportavano le sigarette potevano arrivare, nelle acque internazionali, a una distanza che permetteva anche a gruppi di proletari autorganizzati di raggiungerle con piccole imbarcazioni. Con la Legge 359 cambia tutto, sono ben altri gli scafi necessari a raggiungere i carichi al largo e solo i mafiosi possono investire tanto, così quel commercio diventa un affare monopolizzato dai clan marsigliesi.
La vera svolta, la ristrutturazione capitalista del contrabbando è questa. L’attività si incrementa, negli anni successivi, in seguito all’allentamento della pressione poliziesca, sostenuta dalla Legge 724 del 1975 che depenalizza l’attività, una risposta dello Stato alle lotte sociali che puntava a consentire uno sfogo alla rabbia popolare, in mancanza di investimenti nel welfare. Anche Valenzi, sindaco del Pci, si espresse pubblicamente per un allentamento della pressione delle forze dell’ordine. Dopo il 1975, in concomitanza con la crescita del potere delle organizzazioni criminali si scatena una guerra fra i clan marsigliesi e la mafia siciliana per il controllo di questo ricco settore commerciale che va incontro a una ristrutturazione dentro la quale si inserisce il fiorente mercato degli stupefacenti che comincia a prendere spazio utilizzando proprio i canali distributivi della rete del contrabbando. Dal 1979 la pressione della Polizia ricomincia a diventare alta e solo le organizzazioni camorristiche, che dispongono di capitali e mezzi possono affrontare quella guerra con lo Stato che i piccoli contrabbandieri non possono sostenere[6]. In quel periodo la città viene investita dai primi scontri della guerra fra la camorra urbana e quella legata a Raffaele Cutolo che prova a monopolizzare il settore imponendo ai contrabbandieri una «tassa» sul fatturato.
I proletari fino ad allora impegnati nell’attività si trovano quindi sospesi fra lo Stato e la malavita che da sponde apparentemente opposte richiedono sottomissione, disciplina ed estrazione di plusvalore. In questa morsa fra la repressione statale e l’espansione della malavita organizzata nascono, dall’incontro con alcuni militanti politici attivi nei quartieri popolari della città, forme di soggettivazione che provarono a sottrarsi al binomio Stato/camorra, come il Collettivo autonomo contrabbandieri, nato a Forcella nel 1974, che annuncia una delle sue prime uscite pubbliche all’Università Federico II, con un volantino su cui si scrive:
Il contrabbando a Napoli permette a 50.000 famiglie di sopravvivere a stento. Da poco meno di un anno, oltre a chiudere i posti di lavoro, lo Stato e la Finanza hanno dichiarato guerra al contrabbando. Ci sparano addosso quando usciamo con i motoscafi blu. Il contrabbando non si tocca! Fino a quando non ci daranno un altro mezzo per vivere. Dobbiamo organizzarci ed essere uniti per difendere il nostro diritto alla vita. Riunione di tutti i contrabbandieri napoletani. Giovedì 15 alle ore 10 davanti all’Università di Scienze di via Mezzocannone 16 di fronte al Cinema Astra. Collettivo autonomo contrabbandieri[7].
Il collettivo lo fondarono alcuni compagni del Vomero che facevano i contrabbandieri. In quel periodo erano molti i comunisti napoletani che vivevano da «illegali» e quella esperienza, quindi, non nacque da «avanguardie esterne» ma all’interno del loro mondo. Tra il ’72 e il ’74 furono molte le trasformazioni della città che colpirono il proletariato napoletano per il quale le attività «illegali» avevano un ruolo importante. È chiaro che di fronte a quegli attacchi i compagni sentissero l’esigenza di organizzarsi. Quel collettivo è vissuto poco perché ha subito una repressione pazzesca, appena venne fuori la notizia quasi tutti i compagni furono arrestati ma è un errore analizzarne la portata politica solo alla luce della sua «durata». Noi spesso abbiamo un’idea retrò nei confronti di questi fenomeni, pensiamo che le strutture di movimento che nascono per un’esigenza debbano avere la stessa vita di un collettivo politico o di un partito ma non è così. La storia dei movimenti che nascono nei territori è quella che è, le strutture di movimento spontanee come questo collettivo possono anche durare poco ma quella che sopravvive è l’idea di fondo. Quello che resta è la valenza politica dell’illegalità organizzata e il suo ingresso dentro il processo rivoluzionario, la fine dell’idea di sottoproletariato come elemento marginale anche nel ragionamento dei compagni.
Il collettivo dura poco in termini temporali ma le lotte del colera nascono da lì, da un percorso politico che si era avviato in seno al proletariato e al sottoproletariato urbano che si organizza dentro la crisi. Bisogna, quindi, sempre rintracciare dentro queste vicende, gli elementi politici di base, le aperture sulle quali cambia il corso degli eventi storici più che la durata della singola esperienza. Nella vicenda dei contrabbandieri è possibile leggere molto delle contraddizioni che avvenivano a Napoli in quegli anni. Nel ’73, con il colera, lo Stato avvia una guerra ai proletari della città attaccandone il sostentamento economico che consisteva nella vendita per strada di generi alimentari, fra cui le cozze. La guerra al contrabbando è dello stesso segno. Dopo la Legge 359 i compagni fino a quel momento avevano avuto un ruolo importante in quel mondo, gli operai licenziati si mettevano insieme per comprare una barca ma dopo questa legge cambia tutto e finisce la struttura cooperativa dal basso che, pur senza teorizzazioni, era la modalità su cui era organizzata quell’attività. Alla fine il contrabbando muore per interessi diversi, una volta che si sono strutturati quei canali commerciali è più conveniente trasformarlo in circuito di droga e armi. Quella non è una vicenda di scontro fra mafiosi e Stato, anzi, è la storia di trasformazione in senso capitalista di un settore dell’economia dentro cui c’erano molti compagni e dentro quelle vicende va letta la storia del collettivo autonomo di contrabbandieri che nasce per lottare contro quell’aggressione del capitalismo alla vita dei proletari. La trasformazione imposta dal Capitale pesa sui territori perché distrugge strutture sociali ed economiche che si reggevano su quello. È lo Stato che le distrugge, attaccando i proletari del centro storico nella materialità delle loro fonti di sostentamento[8].
Note
[1]I contrabbandieri di S. Lucia, regia di A. Brescia, con M. Merola e A. Sabato. Prod. Atlas, Italia 1979.
[2] G. Mazzocchi – A. Villani (a cura di), Sulla città, oggi. La periferia metropolitana. Nodi e risposte, Franco Angeli, Milano 2004.
[3] F. Barbagallo, Il potere della camorra, Einaudi, Torino 1999.
[4] Si veda L. Manunza, Geografie dell’informe. Le nuove frontiere della globalizzazione. Etnografie da Tangeri, Napoli e Istanbul, Ombre Corte, Verona 2016.
[5]Ieri, oggi e domani, regia di V. De Sica, con M. Mastroianni e S. Loren, Prod. C. Ponti, 1963.
[6] I. Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma 1988.
[7] Volantino del Collettivo Autonomo Contrabbandieri, 1974.
Una anticipazione del racconto di uno dei protagonisti del volume X sull’autonomia operaia meridionale
“Il nostro Comitato si chiamava Comitato comunista territoriale, nacque nel quartiere S. Carlo all’Arena nel centro storico, dove sono nato, e aveva una composizione prevalentemente studentesca mentre la componente operaia proletaria era quasi inesistente. Avevamo una presenza forte nelle scuole e un lavoro fondato sull’antifascismo che metteva d’accordo tutti sulla necessità dello scontro. In quella zona il confronto con i fascisti era impegnativo, avevamo a che fare con la sezione Berta di via Foria, storicamente una di quelle più «dure» a Napoli e dovevi essere pronto a tutto. Noi, comunque, li abbiamo sempre affrontati quelli della Berta che molti temevano sulla base anche di leggende metropolitane. C’era un fascista che frequentava quella sezione che chiamavano ’O criminale. In realtà anni dopo scoprimmo che questo tizio, di cui tutti avevano paura si chiamava così semplicemente perché appassionato del fumetto «Kriminal». Quegli anni erano fatti anche di storie così. Nel quartiere c’era anche un circolo del proletariato giovanile dove si raccolsero i giovani ex di Lotta continua che stava in una situazione difficile, che alla presenza della Berta sommava quella di un clan camorristico molto forte. Nel ’76 occupammo una sede alle spalle dell’Università, ed eravamo tantissimi, facevamo riunioni con quasi cento compagni che poi presidiavano quotidianamente tre piazze fondamentali del quartiere, piazza G.B. Vico, piazza Carlo III e piazza Nazionale. Questa situazione è andata avanti fino alla vicenda Moro, dopo la quale si squagliarono tutti.”
Ancora una anticipazione del racconto di uno dei protagonisti del volume X sull’autonomia operaia meridionale
“Piazza Medaglie d’Oro era il punto in cui confluivano, in maniera abbastanza disordinata, compagni di vario genere. Molti di loro provenivano da gruppi organizzati, come i compagni di Po, che a Napoli non aveva mai avuto un grande radicamento, o Lc. La piazza era un luogo che diventava centro di organizzazione informale della politica, in cui venivano costruite le mobilitazioni, soprattutto quelle antifasciste che in quegli anni erano uno degli elementi caratteristici della lotta a Napoli. Il Vomero era uno degli snodi più forti della presenza fascista a Napoli e mantenere quella piazza era fondamentale. Da quel posto sono partite nel corso de- gli anni una serie di azioni nelle quali le appartenenze alle organizzazioni sfumavano, non c’era una vera differenziazione. Anche buona parte dei compagni che avevano attraversato a vario titolo Lc, si aggregavano sempre di più nella pratica dell’antifascismo militante sulla base di ragionamenti che partivano dalla discussione che stava attraversando tutto il movimento sull’uso della violenza, a partire da quello che era successo nel ’73 in Cile. Da quel dibattito si aprì una grande discussione che covava in realtà sotto le ceneri da tempo, soprattutto fra i compagni inseriti nel servizio d’ordine di Lc. L’uso della forza e della violenza di massa era un tema da sempre sotto traccia, tanto è vero che tutti i nostri ragionamenti venivano poi arricchiti e quasi anticipati da alcuni episodi. Penso alla risposta di massa alla strage di Brescia che a Napoli fu enorme e trovò addirittura impreparati i servizi d’ordine delle varie organizzazioni. La gente che scese in piazza il giorno della manifestazione era molto più «attrezzata» e disposta allo scontro di quanto lo fossimo noi e si era dotata autonomamente di «materiali», in quella che fu un’azione antifascista di massa incredibile. Le strutture organizzate dovevano rincorrere quasi la gente che assaltava le sedi come quella della Cisnal a via de Gasperi dove, mentre provavamo a salire per le scale del palazzo vedevamo il mobilio degli uffici volare dalle finestre. Tra quella gente che ci aveva preceduto c’era di tutto, antifascisti di ogni provenienza. La violenza e la forza che il movimento era in grado di esprimere si manifestava davanti ai nostri occhi…”
Genealogia dei movimenti socialidi occupazione di case a Napoli dagli anni ’50 ad oggi
Riportiamo interamente il lavoro accademico svolto da un attivista del movimento napoletano che ricostruisce, a partire dagli anni ’50, e lotte e il contesto in cui si sviluppò un enorme movimento di massa che rivendicava e praticava il diritto alla casa.
Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri viene ricostruita la genealogia dei movimenti sociali che nati come movimenti per il diritto alla casa si sono trasformati ai giorni nostri in movimento per il diritto all’abitare.
Per lo sviluppo dell’autonomia e delle sue componenti organizzate la data del 23 novembre 1980 rappresenta un punto di svolta per riprendere parola dopo le ondate repressive degli ultimi anni ’70.
Questo lavoro può aiutare alla comprensione di quanto avvenne nel tessuto sociale proletario metropolitano all’indomani del terremoto che colpì e devastò maggiormente le zone interne dell’Irpinia ma fornisce anche le coordinate per comprendere le condizioni abitative di Napoli e dei suoi quartieri che, a fronte dell’espansione urbanistica selvaggia e speculativa, determinò lo sviluppo delle prime lotte organizzate in cui la presenza delle componenti autonome risulto determinante.
Lotte che svilupparono forme organizzative capaci di far vivere sul terreno delle rivendicazioni e della pratica alcune delle parole d’ordine di quegli anni dal “prendiamoci la città” alle autoriduzioni dei beni essenziali fino alla requisizione delle case sfitte.
Questo contributo, ovviamente, non è un documento politico: la sua pubblicazione su Archivio Autonomia risponde alla necessità di far conoscere e mantenere viva la memoria delle lotte sociali che in maniera autonoma si sono sviluppate nel nostro paese laddove non si ri/trovano materiali originali .
Volantino di mobilitazione del Comitato di quartiere Sant’Erasmo ai Granili. Fonte: Luisa Maglio, archivio privato
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