2 Giu, 1978 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
Da «Controinformazione», Giugno 1976
Elementi interpretativi
1) Il fenomeno lotta armata
«Uso della forza», «comportamento di violenza organizzata», «nuova legalità operaia», «appropriazione di massa della ricchezza sociale»; «propaganda armata»: questi gli enunciati che negli ultimi anni hanno caratterizzato le avanguardie dell’autonomia di classe, orientando, direttamente o indirettamente, le tensioni rivoluzionarie, verso la confluenza strategica della lotta politico-militare. È ormai innegabile che il processo di contrapposizione reale alle classi dominanti trae continuità dalle insorgenze di classe più radicali e aggressive (resistenza operaia informale; nuclei di autonomia; movimenti di liberazione…), che stentano però a trovare una cifra politica attraverso cui centralizzare e disciplinare le tensioni eterogenee che vivono al loro interno.
In quanto parte integrante di un ordine sociale altro da quello dominante, da costruire sulla «negazione della realtà esistente», il bisogno tendenziale di un «partito combattente» è ormai componente insopprimibile della coscienza rivoluzionaria prima ancora della sua compiuta realizzazione.
Una rapida valutazione della germinazione dei gruppi che formano la più recente costellazione della avanguardie che teorizzano la lotta armata conferma tale ipotesi.
Pur sotto la tempesta dei colpi repressivi, delle persecuzioni e delle sconfitte capillari, che hanno spesso fatto registrare un pesante consuntivo di sangue, i gruppi politico-militari non solo sopravvivono ma proliferano. Sigle come «lotta armata per il comunismo», «guerra di classe per il comunismo», «mai più senza fucile» «senza tregua per il comunismo» «Formazioni comuniste armate», e innumerevoli altri aggregati senza nome si sono affiancati da tempo alle due organizzazioni storiche Nuclei armati proletari e Brigate rosse.
2) Le cause oggettive
II fenomeno della lotta violenta contro il sistema capitalistico non nasce come sostiene qualche «acuto» sociologo borghese o qualche «illuminato» magistrato di sinistra dai tessuti cancerosi del corpo sociale o dalla degradazione dei valori e della razionalità collettivi.
«La guerra civile» che, secondo gli osservatori stranieri, sconvolge i fragili equilibri istituzionali del paese, nasce da cause oggettive, riconducibili a rapporti di produzione determinanti. Lo spettro della guerra interna aleggia su una società disgregata e dilacerata nelle sue connessioni di classe fondamentali. Sempre più ampie quote di lavoratori subalterni, assai giovani e non irreggimentabili né attraverso la disciplina di fabbrica né con le intimidazioni esistenziali – famiglia, benessere avvenire… – vanno a ingrossare le sacche del mercato del lavoro marginale e clandestino.
La violenza che essi esprimono dalle profondità del ghetto è in sé ineliminabile come manifestazione di una resistenza biologica, antica e muta, contro la classe dominante. Ciò che attualmente la rende qualitativamente differente, collocabile in una tendenza rivoluzionaria, è il carattere strategico e irreversibile delle condizioni emarginanti create dalla ristrutturazione imperialista. Per tutti questi strati Non-Garantiti non esiste più possibilità di essere riassorbiti nel mantice del ciclo capitalistico, in funzione di relativa stabilità. Il «soffietto» della produzione «periferica» tipico degli anni ’50 e ’60 è stato attualmente distrutto dalla disseminazione intenzionale della fabbrica e delle sue induzioni sull’intero territorio.
La ricomposizione di queste masse come figure contrattualmente garantite è pressoché impossibile. Oggettivamente fanno parte del proletariato industriale e sociale; soggettivamente ricalcano però spesso comportamenti sottoproletari ed extralegali. La loro violenza ha iniziato dunque ad avere una cifra politica, quando attraverso la giungla dell’autonomia proletaria si è ricongiunta oggettivamente con la violenza organizzata e i comportamenti illegali della classe operaia centrale. Diverse sono le cause storiche e strutturali della violenza maturata da queste componenti nelle grandi fabbriche. Lo stillicidio di azioni organizzate dentro e fuori i luoghi di produzione ha come costante politica il legame evidente tra interessi determinanti di massa e iniziativa delle avanguardie. La scansione della violenza operaia è determinata da un ritmo interno alla classe che, col tempo, ha selezionato i suoi diretti protagonisti. Dalla marea indistinta del ’69 alle squadre del ’72–73 fino ai nuclei clandestini degli ultimi anni, la violenza operaia, avanzando, e assumendo forma organizzata, ha aggregato interno a sé tematiche e ipotesi diverse, spesso contrastanti, che caratterizzano bisogni e soggetti diversi in seno alla classe. Non ha operato una spaccatura che già esisteva, fomentata dall’unanimismo sindacale e revisionista, ma ne ha polarizzato gli elementi attivi e i detriti. Chi sono i suoi referenti oggettivi nella complessa serpentina del ciclo centrale? Gli operai dequalificati e massificati, cui è negato ogni risarcimento sia economico che ideologico, le fasce più basse del terziario di fabbrica, i quadri di lotta delle strutture consiliari che hanno bruciato con l’esperienza ogni illusione nel riformismo operaio.
3) Guerra interna o guerra di classe?
L’irreversibilità delle condizioni oggettive che alimentano le ipotesi rivoluzionarie sostanziate nei molteplici embrioni di organizzazione armata non celebra tuttavia la realizzazione politica soggettiva di questi principi. Lo scontro di classe sempre più si configura come guerra interna condotta contro le masse subalterne, ma questo non implica meccanicamente la costituzione della classe in Stato operaio armato. Infatti, da un lato esistono potenti tensioni disgregatrici all’interno della comune condizione oggettiva, fomentate dal riformismo, che producono fratture nella compagine di classe (nuove aristocrazie terziarie e operaie, contrapposizioni ideologiche tra garantiti e non-garantiti ecc.): plasmate dal potere sulla matrice opportunista e corporativa esse ne riproducono e veicolano il modello. Dall’altra parte, la difficoltà di compenetrare istanze soggettive provenienti da terreni di lotta differenti a loro volta spesso rappresentati da organizzazioni diverse, attinge al divario tra soggettività e soggettività rivoluzionaria. Lo spazio tra avanguardia e massa e tra avanguardia e avanguardia non è colmabile né col puro riscontro delle condizioni oggettive né con il volontarismo organizzativo. La traduzione della realtà in programma rivoluzionario si caratterizza come processo incessante di chiarificazione teorico-pratica, in cui l’azione non è totalità di lotta ma strumento strategico. Lo spartiacque della «lotta armata», se non risulta in grado di promuovere un processo di chiarificazione e di aggregazione evolutiva rispetto alle tensioni dell’autonomia di classe, può scadere a mera esaltazione delle contraddizioni di classe.
4) II fucile non parla
È evidente che l’azione in sé non è in grado, sia nella forma di esempio, sia nella forma di propaganda, di orientare e guidare, secondo le linee di un programma strategico, la dinamica molecolare delle avanguardie proletarie. Per quanto riguarda in specifico le forze che praticano la violenza proletaria, si nota che tutte le esperienze armate riconoscono la priorità dell’azione come unico criterio fondante e discriminante della pratica rivoluzionaria; d’altro canto sul piano politico programmatico le differenze d’analisi e gli scarti ideologici determinano spesso una chiara moltiplicazione dei moduli organizzativi e una rilevante diaspora delle iniziative. Ciò significa che l’azione armata, lungi dall’essere la sintesi univoca dei problemi politici che agita e rappresenta, produce ampi margini di ambiguità interpretativa e propositiva. Com’è possibile che la centralità dell’azione si concili con organizzazioni di matrice di classe differenti, con molte chiavi di lettura politica e con le molteplici formulazioni ideologiche e teoriche da essa stessa proposte?
5) Per uno schema di lettura
Riteniamo che per rispondere a questa apparente contraddittorietà sia necessario partire proprio dall’azione armata come fulcro delle teorie politico-militari. Poiché l’azione si presenta essenzialmente come un fenomeno militare che vuole avere in sé tutte le categorie dell’evidenza e della verifica politica, per renderla interpretabile all’analisi occorre disaggregarla nei suoi costituenti generali.
6) L’azione armata: sue componenti
L’azione considerata come insieme organico di aspetti tecnici, militari e politici può essere scomposta sempre in tre elementi fondamentali.
- Forme
- Contenuti
- Obiettivi
Dalla realizzazione o dallo scardinamento del loro equilibrio interno possono derivare interpretazioni politiche assai diverse. Per questo motivo viene raggiunto l’allineamento dialettico tra forme-contenuti-obiettivi corrispondente al programma strategico e al giudizio politico di fase, rispecchiante la realtà oggettiva dello scontro; non può esistere alcuna sfasatura tra l’azione armata (forma e contenuti) i fini perseguiti (obiettivi) e l’organizzazione che li attua. In questo caso l’azione militare è «la continuazione della lotta politica con altri mezzi».
Viceversa quando si verifica – ed è la maggior parte dei casi – lo scardinamento di un tale allineamento, l’azione diventa una copiosa sorgente di interpretazione e di ideologie soggettive spesso antitetiche.
7) Forme (e comportamenti)
Un esempio evidente di squilibrio tra le varie componenti l’azione e di sviante interpretazione che ne consegue, è rappresentato dalla esaltazione della lotta violenta spontanea. Queste forme di resistenza e di contrapposizione radicale della classe, pur non essendo azione armata ne contengono, comunque le caratteristiche. (…) Blocchi ferroviari, presidi di fabbrica, occupazioni di case, ecc. o sono assolutizzati nel loro contesto e quindi nel loro significato tattico, oppure non sono immediatamente riconducibili a un programma rivoluzionario di respiro strategico.
L’esperienza storica insegna che la radicalizzazione e l’espansione dei comportamenti antagonisti non determinano di per sé un nuovo livello di coscienza, una nuova soggettività rivoluzionaria dispiegata. Al contrario, quelle teorie che esaltano acriticamente l’esuberanza e la incisività irriducibili di tale violenza spontanea mettono al centro del loro abbaglio politico l’errata deduzione di contenuti immediatamente rivoluzionari dai comportamenti di classe più infuocati. Secondo quest’ottica la tendenza sempre più pronunciata verso la conflittualità extralegale è sintomo inequivocabile di una nuova fase politica, armata, dello scontro.
Il partito
Il comunismo vive già come strategia dentro questi comportamenti della classe. Per conseguire il totale successo del programma rivoluzionario mancano solo la guida e la rigorizzazione tattica – compito del partito – dei molteplici fuochi spontanei e disseminati che costituiscono le nuove emergenze antagoniste. Le forme dunque comprendono già ogni contenuto e ogni obiettivo genericamente come «volontà e bisogni immediati di comunismo». Il problema allora non è di combinare le forme con i contenuti, la spontaneità con il programma strategico: esigenze queste di una concezione che afferma i contenuti come prodotto politico cosciente e non come istinti del bisogno; ma di coordinare le forze disperse nei mille rivoli del movimento con le nuove forme di lotta internamente unitarie.
Tante forme che rimandano, quindi, a un unico contenuto – il comunismo – conseguibile mediante la «centralizzazione dell’espansività». In ultima analisi da queste considerazioni riaffiorano il dirigismo e il militarismo: dirigismo e verticismo, a livello di massa perché il nucleo del «problema strategico» si riduce a come legare insieme esperienze diverse. Secondo questa concezione però, dal momento che il contenuto di queste esperienze è uno solo, il partito non deve fare altro che organizzarle in un unico fronte allargato di attacco al potere. A livello di avanguardia, poi, si impone il militarismo.
Questa concezione apprezza in termini puramente quantitativi il significato dell’azione. Qualitativamente, l’azione, resa atto simbolico della «liturgia del comunismo», conta in sé e per sé come anticipazione parziale del movimento comunista reale. Nell’azione forme e forza si fondono perfettamente. Compito del programma è solo moltiplicare questi episodi fino a farli divenire pratica corrente e generale di offensiva rivoluzionaria.
Ideologia e propaganda
Con la teoria del «focolaio guerrigliero» tale formulazione ha pochi punti di contatto pratico-organizzativo ma numerose analogie ideologiche. Qui come là, la pratica rivoluzionaria è di limitarsi all’esaltazione dell’episodio armato fine a sé stesso, nella «mistica del fatto», che sussume ogni valutazione critica sui contenuti, sugli obiettivi e sul loro allineamento (…). Diviene così impossibile distinguere nei comportamenti i contenuti di attacco da quelli di difesa, la conflittualità oggettiva da quella soggettiva, la trincea della sopravvivenza dalla barricata dell’insurrezione.
Succede quindi che la più esasperata esaltazione del gesto, dell’azione e del comportamento totalmente risolti nella forma violenta, paradossalmente si rovescia nell’impotenza operativa (l’azione propone sé stessa) e nella diaspora delle iniziative e delle interpretazioni politiche: la diversificazione delle forme finisce per diversificare in modo permanente le forze.
8) I contenuti
I contenuti, pur essendo fondamentalmente la loro illuminazione in rapporto alle più radicali espressioni di avanguardia rimangono il più delle volte prigionieri o sussunti o derivati dalle forme di lotta, risultandone quindi subalterni. (…) Anche nel caso di quelle organizzazioni che apparentemente fanno nette distinzioni tra forme e contenuti sottolineando, con la propaganda e l’elaborazione teorica, i contenuti specifici delle azioni e facendo un gran uso dell’aggettivo «strategico», si nota in realtà l’assolutizzazione delle forme. Quando si considera l’obiettivo militare come caratterizzante il contenuto dell’azione e questo è tanto più importante quanto è più impegnativo quello, si finisce per sdrucciolare ancora una volta nella mistica delle forme di lotta. (…)
Esistono tanti contenuti quante sono le forme dell’azione armata che finiscono per darne la misura qualitativa. Praticando questa convinzione si scivola facilmente nel soggettivismo militarista. Se contenuti e forme di azione sono un tutt’uno politico-militare, ogni azione è già un episodio rivoluzionario compiuto (se il significato politico è determinato innanzitutto dal successo militare). Ogni azione messa ad effetto è già una parte realizzata del programma rivoluzionario, una espressione di lotta armata in atto, che mira a costruire le condizioni politico-militari per l’atto finale: la presa armata del potere. (…)
L’offensiva è tattica o strategica – nei contenuti perseguiti e propagandati – essenzialmente in relazione alla propria realizzazione militare.
Viene considerata tattica quell’azione diretta a punire ed epurare la gerarchia di fabbrica; a colpire i fascisti ecc.; mentre viene considerata strategica ogni azione svolta a disarticolare il potere centrale, con mezzi armati più elevati. Va da sé che l’uso dell’ordigno incendiario o del gruppo a elevata capacità di fuoco, situandosi su livelli diversi della scala di scontro, determinano perciò stesso la differenza qualitativa nei contenuti dell’azione.
Il partito combattente
II soggettivismo dell’azione armata impronta una concezione organizzativa inevitabilmente fuochista. L’avanguardia, che è l’unica a condurre lo scontro armato, viene considerata come un distaccamento compiutamente formato all’interno della classe (…). Il partito combattente, allora, essendo il nucleo armato che solo può elevare militarmente lo scontro (intensificando le azioni strategiche) diventa per ciò stesso anche l’unità di misura politica della guerra di classe. Il partito guerriglia che si identifica col nucleo guerrigliero ne è il depositario politico-militare.
Il suo compito è di aggregare attorno a sé nuove forze, di accrescere quantitativamente il programma rivoluzionario che incarna senza più mettere in discussione la sua rispondenza alla realtà contraddittoria di classe. Sul partito, catalizzatore politico in divenire dell’esercito proletario, prevale di fatto il nucleo militare, inteso come comando indiscusso delle forme di lotta armata. Il processo di sviluppo dello scontro di classe viene commisurato dunque sulla quantità delle forze, poiché la qualità rivoluzionaria è immanente alla colonna mobile strategica del partito combattente.
Ideologia e propaganda
Sul piano ideologico e propagandistico un tale ragionamento ingenera notevoli incongruenze politiche. Si viene a negare l’importanza della partecipazione generale di classe nella determinazione delle fasi di scontro.
Infatti, come è stato visto, la differenza tra tattica e strategia è determinata esclusivamente in termini di azione militare dall’avanguardia armata. Questo fatto produce anche una grossa ambiguità nella distinzione necessaria tra «propaganda e lotta armata». Propaganda armata diviene sinonimo di «azione tattica» a bassa capacità di fuoco e quindi a scarso contenuto di lotta. Lotta armata, all’opposto, diviene sinonimo di azione strategica, ad alto impegno militare e quindi ad elevato contenuto politico.
È questo un macroscopico esempio di fuochismo: propaganda armata e lotta armata corrispondenti a due fasi ben distinte della conflittualità di classe (difensiva strategica e offensiva generale), divengono due gradazioni militari dell’iniziativa guerrigliera, reversibili e contemperabili.
9) Gli obiettivi
Questi schemi ideologici politici e organizzativi esaltano entrambi, pur con modalità diverse, le «forme di lotta» a scapito del contenuto unico e universale per gli uni: il bisogno di comunismo, molteplice e militare per gli altri: il graduale sviluppo dell’attacco. Un ruolo di chiarificazione e verifica viene dunque assunto dalla collocazione e dal significato degli obiettivi nell’allineamento dell’azione armata.
Vediamo così come, rispetto al primo schema, l’obiettivo di fase (il bisogno di comunismo) si identifica con l’obiettivo finale (il comunismo maturo) ed entrambi siano dati come contenuto assimilato alle forme di lotta e ai comportamenti rivoluzionari. L’obiettivo quindi è forzatamente strategico e offensivo, come i contenuti e le forme di lotta; ma l’allineamento dialettico è fittizio: infatti l’azione armata rispecchia innanzitutto se stessa mentre l’unico collegamento con la realtà contraddittoria di classe avviene attraverso la generalizzazione e l’intensificazione delle forme, cioè attraverso un processo di espansione delle forze. Lo sbocco della pratica, dispiegata e progressiva, di un tale contropotere rivoluzionario, non può essere altro a ben vedere, che un processo insurrezionale costruito a frammenti e per addizione delle forze già singolarmente realizzate. L’obiettivo «comunismo» verrebbe così ad essere conseguito per aggregazione molecolare delle varie forze di classe che praticano le più svariate forme di lotta violenta accomunate però dalla caratterizzazione strategico-offensiva del loro contenuto.
La palma del protagonista va dunque ai «cento fiori delle avanguardie armate» mentre il partito non ne è che il centralizzatore e il moltiplicatore strategico.
Rispetto al secondo schema individuato, l’obiettivo di fase è il rafforzamento e l’allargamento delle condizioni favorevoli alla conquista armata del potere in un contesto di guerra di classe in atto (guerra civile).
I contenuti offensivi e difensivi, tattici e strategici, sono le forme di lotta più elevate, che danno l’impronta politica alle varie manifestazioni della «lotta armata». In entrambi i casi, la mistica dell’azione armata rischia di chiudersi in una sua logica interna praticamente impenetrabile dalle istanze che le sono ideologicamente e organizzativamente esterne. Questo percorso, come è stato più volte sottolineato storicamente da esperienze analoghe, conduce alla militarizzazione della politica e alla indifferenza per la coscienza possibile di classe, attraverso l’apologia del fucile.
Sulla china dell’involuzione tale pratica politica comporta l’esaltazione dell’esistenza guerrigliera come fatto in sé strategico; ove sopravvivere all’attacco del potere significa già dispiegare un attacco vittorioso.
10) Conclusioni: contro la cattiva unità
Guardando alla pratica di movimento, alle sue espressioni politiche, si può notare come indubitabilmente esista, e sia in veloce espansione, un’area che guarda alle espressioni di lotta violenta, politico-militare, sbrigativamente definita «lotta armata», come a un programma politico già compiuto e definito.
Qui si incontrano l’oggettivismo più determinista, che basa le sue valutazioni essenzialmente sugli aspetti quantitativi che assume il fenomeno dell’illegalità violenta, e il soggettivismo più sfrenato, che considera essenzialmente il peso dell’iniziativa volontarista e giacobina di una minuscola avanguardia cosciente. La «lotta armata», come è stato rapidamente analizzato nella nostra disamina, si mostra quindi per lo più come estremizzazione dei comportamenti di classe potenzialmente eversivi, o come assolutizzazione delle forme di lotta soggettive.
Dalla confluenza di queste due tendenze, unificate dalla considerazione dell’azione armata come unico criterio di definizione di una pratica realmente rivoluzionaria e sintesi politico-militare perfetta, si origina l’unità dell’area che si richiama alla «lotta armata». Noi riteniamo quest’unità, basata sulla mistica dell’azione armata, falsa e deleteria, una cattiva unità.
Falsa, perché accomuna indiscriminatamente Nap, alcune frazioni dell’Autonomia operaia, Br, spezzoni irrequieti di servizi d’ordine, nuclei informali di fabbrica e di quartiere, giovani dei ghetti, fino a semplici individui assetati di «rivoluzione» e alle esperienze di minor spessore e significato, ai detriti del movimento… in un fragilissimo mosaico.
Deleteria, perché stempera, senza alcun risarcimento, le caratteristiche teorico-pratiche di ciascuna organizzazione o gruppo, il suo riferimento a un determinato strato o esperienza della massa subalterna, e impedisce un processo di confronto reale tra proposte differenti e distinte.
Ciò che manca, e che nessuna alchimia d’avanguardia può trasfondere immediatamente e magicamente nell’«azione armata», è il programma, la mediazione politica che renda realmente possibile l’egemonia rivoluzionaria sul movimento, che trasformi in ricomposizione soggettiva, cosciente, il processo che scuote e sommuove oggettivamente la struttura di classe operaia e proletaria.
L’urgenza è forte: l’aggravarsi della crisi e la molteplicità – spesso convulsa – delle risposte di classe determinano una situazione in cui – come dimostra la confusione dettata da alcune delle ultime azioni – una lunga serie di nodi teorici irrisolti vengono al pettine della storia.
Il rapporto tra avanguardie e massa, tra strategia e tattica, tra lavoro legale e lavoro illegale, rischiano di diventare altrettanti sviluppi irrisolti e incancreniti, se non vengono opportunamente collocati e organizzati in una pratica rivoluzionaria in cui la coerenza dell’azione rispecchi la coerenza progressiva di un programma in costruzione.
OLTRE LA GUERRA DEI SESSANTA GIORNI
Da «Controinformazione», n. 11–12, Luglio 1978
Lo stato della crisi e il movimento di classe
In relazione agli avvenimenti politici degli ultimi mesi si è svolto, all’interno della redazione, un dibattito che ha fatto emergere posizioni e tesi differenti. L’editoriale che segue riporta questa discussione che, per evitare falsi unanimismi o convergenze politiche al livello più basso, è stata sintetizzata in tre differenti interventi, che corrispondono sia alle convinzioni che allo stile dei rispettivi estensori.
La funzione spettacolare del sequestro Moro
Baudillard analizzando la strage di Mogadiscio ha parlato di teatro della crudeltà. Violenza rivoluzionaria e violenza controrivoluzionaria entrerebbero in cortocircuito facendo esplodere il non-senso.
Che ci sia spettacolo in queste azioni è fuori dubbio. Giustamente Eric Hobsbawm parla di pubblicità dell’azione.
Però è stato fatto notare, che esiste anche un simbolico rovesciato, una trasformazione dell’uomo colpito o sequestrato in non-persona, in funzione intercambiabile della macchina.
Anatomizzare l’obiettivo, in uno Stato disseminato, come il nostro, è impossibile; ma più assurdo ancora è ritenere che al personaggio chiave corrisponda una funzione chiave insostituibile. Quasi a dire che il presidente della Dc è una «memoria» della macchina Stato, un organo senza il quale il congegno si ferma. Il software del potere, ovviamente, non è cosi centralizzato… Occorrerebbe sottolineare due aspetti che per la fretta o per l’isteria sono stati spesso sottovalutati. Da una parte il fatto che la riduzione di Moro a pura funzione intercambiabile, a non-persona, ha permesso alla Dc di sacrificare il suo presidente salvando l’autorità e l’immagine del partito. Dall’altro la linea della fermezza, il partito della morte – come è stato scritto con indubbia efficacia – che ha però avuto cura di immolare l’uomo incensandone la persona, la virtù, il sacrificio. Ha così ottenuto l’appoggio morale dell’opinione pubblica. L’uomo è stato sacrificato sugli altari. È diventato un martire. Moro come «corpo mistico» ha magnetizzato l’elettorato.
La linea dura è stata così ricompensata con una cospicua gratificazione elettorale.
L’astuzia machiavellica, dunque, è consistita nel separare l’uomo dalla funzione, facendo mostra di operare l’impossibile, cioè di sacrificare la non-persona e salvare la persona. Chiaro che è stata una scena assurda e macabra perché dentro la funzione del presidente c’era l’uomo. All’uomo è stata tributata l’immortalità del lutto nazionale, della memoria pubblica. E, oggi, con l’esaltazione del pensiero dello statista, con l’eredità politica dello scomparso, rivendicata dalla segreteria, con il rito dell’unanimismo, si sta giungendo addirittura a una forma di beatificazione politica del presidente Dc: Moro come tutore spirituale e politico del partito, della sua linea. La Dc si rilancia come associazione integralista che ha il potere per investitura divina o, se non altro, per superiorità morale. In questo senso se è fuori dubbio che lo Stato è stato colpito non è altrettanto certo che sia stato messo fuori uso.
Il significato simbolico è caduto del resto, sia perché è stato rifiutato lo scambio coi prigionieri, sia perché immediatamente è stato detto dalla Dc che Moro era una funzione intercambiabile. Anche le prime «rivelazioni»: l’attacco a Zaccagnini a Cossiga a Taviani, non hanno sortito il risultato voluto. Tant’è che le Br, alla fine, hanno affermato che avrebbero usato le notizie e le informazioni in mano loro per portare avanti la lotta. Che è a dire: mettiamo il silenzio stampa, noi, sul «processo spettacolare» al presidente Dc. Il significato, perciò, da questo momento, non è più stato né simbolico, né esemplare, ma letterale. Il sequestro di Moro come un momento della strategia di guerriglia condotta dall’organizzazione clandestina.
Reazioni e «dialogo a distanza» tra le Br e il movimento di classe antagonista
Sostanzialmente si sono avute due posizioni, una di tipo moralistico, umanitario, portata avanti da Lc e un’altra politica, di netto dissenso, fatta propria dall’autonomia.
Rispetto alla prima, le argomentazioni umanitarie non hanno sfondato come si è voluto fare credere. Da anni la violenza è un comportamento di classe, da anni si grida «pagherete caro pagherete tutto». Molti compagni della sinistra non hanno avuto niente da ridire sul fatto Moro, in termini morali. Che la morale rivoluzionaria sia tutta idillica è ancora da dimostrare, specie in una società classista. Queste sono posizioni da falsa rivoluzione culturale che possono ipnotizzare alcuni settori del movimento ma non altri. E questo riguarda, in particolare, chi vive sulla propria pelle lo sfruttamento quotidiano e sa che in Italia c’è un’ecatombe di operai uccisi dalla fabbrica e dal sistema ogni anno: un morto all’ora, per essere precisi, un ferito al minuto, per non parlare degli incidenti stradali e dello stritolamento quotidiano… Come giudizio morale vale ancora ciò che scrisse Marx, sulla rivoluzione sanguinosa del giugno 1848: Lo Stato ne assisterà le vedove e gli orfani (dei soldati uccisi, n.d.r.), la stampa li proclamerà immortali. Ma i plebei straziati dalla fame, insultati dalla stampa, bollati come incendiari e galeotti, le loro mogli, i loro figli, precipitati in una miseria indicibile (…)?».
L’atteggiamento proletario in genere, quello meno emotivizzato dalle chiamate antifasciste e dalle adunate oceaniche, ha dunque saputo distinguere la linea di classe che passa tra la vita e la morte, il lutto e il compianto, il movimento dei padroni e quello dei proletari. Qui l’identificazione forzata in molti casi si è ribaltata in non-identificazione viscerale. «Ma come», dicevano molti operai, «quando qualcuno di noi muore, nessuno ne parla… se dovessero fare sciopero per ognuno di noi che ci lascia la pelle nessuno lavorerebbe più ». Questa, senza dubbio, è stata una reazione istintiva che non ha alcun rapporto con la teoria sul valore astratto della vita umana, sulla morale non violenta, sulla tesi del diritto uguale. ecc.
La seconda reazione, invece, quella politica, evidenziava molto bene certi fantasmi del passato terzintenazionalista, fantasmi autoritari, dirigistici, che la gestione Br del sequestro Moro, ha resuscitato di fronte agli occhi di migliaia di compagni. Mi riferisco a quello che è stato definito il problema della legittimità. Stato imperialista/Stato guerrigliero; processo di Torino/controprocesso Moro; prigione borghese/prigione del popolo.
La questione del ripristino della pena di morte, la questione della violenza rivoluzionaria, come norma contro chiunque si opponga a una linea che si autoproclama strategica e vincente, stava dentro questo dibattito per intero. L’escalation della violenza astratta, il ragionamento del fucile sono stati criticati duramente, non tanto per opportunismo, ma perché ci si è domandati, credo, che senso abbia misurare politicamente la giustezza di un programma solo in base alla capacità tecnica, militare. Ma come, chi si richiama al leninismo, non sa che le dispute e la polemica anche feroce tra bolscevichi e menscevichi, socialisti rivoluzionari, anarchici, non vertevano su quale obiettivo sparare, bensì su quale tattica e su quali parole d’ordine adottare nei confronti del popolo?
In sintesi, quindi, la critica più dura alla gestione e alla sordità politica delle Br è nata da questa obiezione: la distanza e il percorso di una strategia rivoluzionaria di classe non si misurano con la gittata di una pallottola. L’alternativa globale, poi, non si costruisce presentando un modello di potere antitetico ma speculare a quello che si combatte.
Dato che l’argomento è delicato la cosa migliore è fare parlare questa organizzazione, attraverso i documenti. Scorrendo i comunicati si nota che è stato lanciato un ardito ponte tra avanguardia armata e movimento rivoluzionario nel comunicato n. 2 scrivendo: «onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli». Riconoscimento subito respinto al mittente dal circolo Leoncavallo. La circostanza però non è né accidentale né marginale. Infatti nel comunicato n. 4, parlando del partito si dice che «agire da partito» vuol dire dare all’iniziativa armata un duplice carattere (…) «disarticolare e rendere disfunzionale la macchina dello Stato e proiettarsi nel movimento, essere di indicazione politico militare per dirigere e organizzare il MRPO verso la guerra civile antimperialista». Ebbene, le Br puntano a organizzare quella che definiscono «guerra civile strisciante», per impedire che le mille iniziative scoordinate nebulizzino nel nulla la carica di contropotere del movimento. Ma per fare questo ci vuole Autorità. E siamo al punto cruciale.
Il partito
L’autorità ce l’ha il partito, ma se non c’è il partito chi se la arroga? Ecco la loro risposta; «agire da partito»: cioè a partire dal nucleo combattente Br costruire il partito combattente nel movimento di resistenza.
È leninismo dottrinario, astratto, che postula: «trasformare il processo di guerra civile ancora disorganizzato in un’offensiva generale».
È qui l’origine del dirigismo armato delle Br. Pretendere che il «partito» – esterno al movimento, non per la sua dislocazione fisica, strategia della clandestinità, ma per la estraneità agli obiettivi materiali alla coscienza possibile della classe – possa dirigere tutta l’opposizione, tutto il dissenso, tutto l’antagonismo che si sostanzia in comportamenti molto sfumati e contraddittori. La classe viene vista, in ultima analisi, come massa da dirigere: ovvio che questa concezione eteronoma della lotta sia sgradita a chi, da anni, sta cercando l’autoricomposizione, non la delega.
Per contro, le Br calcano sempre di più, con tutto il loro peso militare, che è indubbio, per ottenere un riconoscimento, per imporre l’autorità politica sul movimento, sotto forma di egemonia militare.
Ma per la natura stessa dell’errore che essi compiono: scambiare una forma di lotta con l’essenza dello scontro, scambiare lo strumento dell’attacco con il programma complessivo, le possibilità di instaurare realmente tale autorità sono minime.
Dietro il loro impianto infatti c’è una scommessa millenaristica: o terza guerra mondiale o guerra civile che ben poco si lega all’esperienza culturale, alla verifica empirica degli ultimi anni, durante i quali la normalizzazione è apparsa come un processo ben più sottile e dialettico…
Solo due modelli di guerriglia sociale, cioè di lotta militare strettamente intrecciata alla lotta sociale sono stati rilevanti. Il primo è quello cinese che si avvalse però di zone libere, cioè di microstati nello Stato. Zone dove il popolo non solo guerreggiava ma lavorava, viveva, procreava in modo alternativo contro il sistema dominante. Questo è un retroterra valido, perché è un retroterra complessivo, non solo militare, ma materiale e ideale…
Il secondo esempio ci porta al dramma dell’Uruguay. Il regime di Bordaberry ha soffocato nel sangue, versato dalla dittatura, un grande movimento di lotta che aveva nei tupamaros il suo epicentro. Laggiù questi compagni tentarono di radicare un modello di guerriglia inedito, legale e illegale, militare e sociale. Il fronte ampio non fu certo la vittoria della linea morbida bensì della linea dispiegata. Ciò che propugnano le Br, invece, non ha ne retroterra né proiezione. Viene spontaneo domandarsi, dove pensano che si riproducano le avanguardie rivoluzionarie di massa, in quale terreno…
Lo stato
Quale teoria dello Stato le Br mostrano di avere?
Alla teoria del cuore dello Stato imperialista non si può contrapporre né quella dei due cuori, uno nel partito e uno negli apparati, propria della Dc; né quella del cuore operaio e democratico tipica del Pci.
Sempre per restare nella metafora sarebbe più giusto, forse, parlare di uno Stato senza cuore. Ovvero di uno Stato che pulsa di una vita economica, politica, sociale e istituzionale non propriamente localizzata in un organo vitale. Il continuo riferimento delle Br all’esecutivo parla chiaro: per prendere il potere occorre colpire, disarticolare e abbattere questo motore.
Ma una tale concezione nasce da una contaminazione assai confusa tra la teoria del superimperialismo (un paese imperialista egemone) con quella dell’ultraimperialismo (armonia conflittuale tra le superpotenze).
Da questo offuscamento, poi, prende corpo la tesi della guerra di lunga durata come «insurrezione progressiva» contro i poteri dello Stato imperialista.
Insomma lo Stato o si abbatte o si disarticola e se lo si disarticola nel corso di questo «corpo a corpo» si trasformerà. È inevitabile. Ma come?
Dunque, per restare alla sostanza dello Stato, va detto che l’analisi che le Br fanno della Dc e del Pci è quantomeno nebulosa. Se la Dc è asse portante della ristrutturazione e il Pci ne è l’altra faccia, allora è come dire che ci sono solo diversità di forma. Riformismo e annientamento – scrivono le Br – sono complementari. Il punto, invece, è che la ristrutturazione dello Stato in Sim non è affatto chiara neppure per il «personale imperialista» che deve gestirla. In breve: mentre per buona parte del Pci (per i quadri duri e la base sincera, almeno) la conquista dello Stato viene intesa come statalizzazione dei monopoli, come politicizzazione revisionista delle istituzioni dominanti, per la Dc, invece, è l’opposto.
Non di statalizzazione del capitale si tratterà, bensì di capitalizzazione dello Stato, di monopolizzazione delle istituzioni, del parlamento, ecc.
Nasce di qui una contrapposizione non solo distintiva ma antagonistica tra concezione dello Stato democristiana e revisionista. Quella che si può chiamare, per gli uni, i Dc, concezione extranazionale e per gli altri, i Pci, sovranazionale.
Terza guerra mondiale? Benissimo, ma allora occorre includere tra le metropoli dell’imperialismo anche le capitali dell’Est. E con la guerra civile nel cuore del socialimperialismo come la mettiamo?
Sono i processi di classe, peculiari, certo anche nazionali; è la microfisica del potere; sono le trasformazioni molecolari del tessuto di classe a darci come «risultante» un certo Stato e il suo funzionamento. Uno Stato determinato che non esce da un laboratorio americano o sovietico. L’unico laboratorio è la storia. Il moloch è solo una metafora.
Le Br attaccano le teorie «dell’involuzione autoritaria e della generazione dei corpi separati». Giusto, ma poi leggendo la ristrutturazione degli apparati di sicurezza in chiave di funzionalizzazione alla superstruttura imperialista, non fanno che ripetere, su grande scala, lo stesso errore. Qui non si tratta di mutamenti istituzionali, separati dal corpo sociale, dai processi molecolari di classe; si tratta, invece, di interazione profonda, storico-politica, tra strutture e istituzioni. Marx l’ha detto chiaramente: «È sempre il rapporto diretto tra i proprietari della condizione di produzione e i produttori diretti (…) in cui noi troviamo l’intimo arcano, il fondamento nascosto di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma specifica dello Stato in quel momento».
Vediamo quindi quali sono i rapporti di produzione, qual è il modo di produzione e di qui, caso mai, deriveremo la «metamorfosi» delle istituzioni, la forma-Stato presente…
È doveroso sottolineare la priorizzazione della rivoluzione politica tipica delle Br. Rovesciare uno Stato con un altro Stato sembrerebbe una tappa fondamentale del loro programma. Cambiare il segno del potere, non il principio. Su questa concezione hegeliana dello Stato che fonda i rapporti sociali (forse involontariamente rivisitata dal linguaggio «legalitario» contenuto nella sfida dello Stato degli oppressi contro lo Stato degli oppressori – ma compito della rivoluzione non è distruggere ogni forma-Stato?) è fin troppo facile polemizzare…
La composizione di classe e il soggetto rivoluzionario
II referente – per usare questo orribile neologismo sinistrese – cui si rivolgono le BR, ma anche il soggetto di massa rivoluzionario, oggi sembra assente dalla scena politica. Forse il prestigio delle BR, la loro autorità, è stato esagerato anche per questo motivo, per la mancanza di un’ipotesi antagonista organizzata, combattiva. D’altra parte la parola d’ordine, uscita dal movimento del ’77, ormai in agonia: «non prendiamo il potere» ha contrassegnato più il riflusso di certe categorie proletarie emarginate che non la piena maturità del movimento di lotta. Il Pci che ha contato molto come riferimento in negativo per tutto il movimento, dal ’76 ad oggi, ha fatto coincidere la sua «entrata nello Stato» con una teoria del potere nuova di zecca.
È la danza del granchio eretta a sistema. La società democratico-borghese che si fa sempre più autoritaria, anche a detta dì un Canosa, di uno Stame, per i revisionisti più si istituzionalizza e si verticizza e più diventa partecipata.
Più la lotta di classe viene sublimata nella dialettica dei partiti e più acquista potere. Così la fase delle lotte rivendicative, per il salario, per una migliore collocazione di lavoro, ecc., viene oggi definita dal Pci difensiva, mentre il soffocamento di ogni istanza anticapitalistica nelle fabbriche, nelle scuole e nel territorio, viene contrabbandata come realizzazione di una strategia offensiva.
Tronti ha definito la centralità operaia nell’autonomia del politico come capacità di «gestione della macchina statale», come «attracco con la politica ». In altri termini il baricentro dell’egemonia di classe non sta più nella fabbrica, nei luoghi di produzione, bensì nelle istituzioni. Di fronte a queste posizioni è comprensibile che molti degli operai espropriati della loro centralità di lotta (delegata ora ai burocrati che li rappresentano nel «farsi Stato») possano pensare «all’altro Stato», quello armato, quello BR. Ma non è questo che ci interessa.
I punti fondamentali da chiarire sono due. Primo: che rapporto c’è, se c’è, tra la strategia della guerra civile Br e l’attuale composizione di classe antagonista.
Secondo: il movimento di classe, può ancora esprimere una strategia rivoluzionaria che non sia quella millenarista; se sì. qual è il suo terreno sociale di riproduzione, quali i comportamenti e gli obiettivi di lotta?
Partiamo dalla fabbrica. Ciò che si nota subito è la separazione netta tra composizione tecnica e composizione politica degli operai. In altri termini il padronato è riuscito a divaricare sempre più le condizioni di esistenza produttiva dalle condizioni di esistenza riproduttiva dell’operaio. Storicamente parlando siamo alla terza fase.
La prima, quella dell’operaio professionale, vedeva la composizione tecnica, l’esistenza produttiva, degli operai di mestiere, centrale rispetto alla società.
Il produttore era più importante del cittadino, per dirla con Gramsci. L’operaio, quindi, era forte in fabbrica ma ancora debole nella società. Nella seconda fase, quella dell’operaio massa, la trasformazione del ciclo, la ristrutturazione delle mansioni, l’automatizzazione, hanno reso la composizione tecnica dell’operaio omogenea lungo tutto il ciclo principale.
La composizione politica, poi, sia per le lotte sociali – casa, trasporti, servizi – sia per la presenza massiccia degli operai, come classe, venne a corrispondere per un certo periodo alla forza interna. Forza contrattuale nella fabbrica, forza politica nel sociale. Ecco la ricomposizione da cui scaturì la scintilla delle grandi lotte spontanee.
Terza fase: è stata denominata dell’operaio sociale, dei non garantiti o delle fasce mobili di precariato. Al di là dei termini ciò che conta è la sostanza. L’attuale processo di scomposizione tecnica e di disgregazione politica può così essere sintetizzato: decentramento, disseminazione produttiva da un lato; dispersione, diffusione sociale dall’altro.
Il risultato è che la classe non è più forte né in fabbrica né sul sociale.
L’esistenza produttiva è minacciata dalla mobilità, dalla decurtazione del salario, dai licenziamenti, dall’aumento dei ritmi ecc.; l’esistenza riproduttiva, a sua volta, è attaccata dalla criminalizzazione, dalla disoccupazione, dalla polverizzazione, dal controllo istituzionale, ecc.
Questa, la frattura storica con la quale il movimento deve fare i conti. Chi attende con fede il ritorno delle lotte di fabbrica è convinto che si tornerà, prima o poi, alla centralità fisica dell’operaio, chi invece teorizza l’accerchiamento dei luoghi produttivi da parte del proletariato non-garantito dà per scontato che la grande fabbrica sarà sempre più una cattedrale nel deserto dell’emarginazione…
Oggi il centro politico della classe organizzata è posto fuori della fabbrica e della sua autonomia. È un centro burocratico e dirigistico che reprime e controlla le «lotte di fabbrica» invece di galvanizzarle. Ciò significa che ogni margine di «riformismo operaio » quello nei cui interstizi, per intenderci, è prosperato il sindacalismo di sinistra, l’anarco-sindacalismo, lo spontaneismo operaio, ecc., è stato colmato dalla presenza invadente della dirigenza riformista, che non è più disposta a tollerare alcuna diarchia fabbrica/istituzioni… D’altro canto nel sociale dove gli unici frammenti e coaguli organizzativi erano conseguenza delle lotte di fabbrica, a maggior ragione dopo la «bonifica politica» non c’è più nulla. Perciò, schematizzando, si può dire che i movimenti del territorio nascano non tanto dalla negazione dell’esistente quanto dalla assenza di obiettivi comuni. Tuttavia le condizioni effettive per un nuovo movimento rivoluzionario ci sono ma sono tali da risultare sfasate rispetto alla organizzazione soggettiva, alla finalizzazione organizzativa. Facciamo un esempio: c’è il lavoro nero. Combattiamo contro il lavoro nero. Ma se si organizza soggettivamente questa lotta come lotta di settore, di specifico, si brucia a molti la possibilità di riprodursi perché tolto il lavoro nero non hanno altro, non hanno l’assistenza, l’alternativa, hanno quello e basta.
Le Br affermano che rimane valida la concezione dell’egemonia operaia.
Quale operaio e quale egemonia? L’operaio Fiat o quello del ciclo marginale?
Sono distinzioni reali e la scelta del referente è fondamentale, ma le Br non hanno un programma che tenga conto dell’esistenza materiale della classe; in che modo pensano di riequilibra re tatticamente la composizione tecnica dell’operaio con quella politica e militare?
La simpatia operaia, che è un fatto reale, è dovuta quindi, al discorso «presa di potere» che le Br fanno e che si avvicina di più alla vecchia ideologia terzinternazionalista che non alle attuali teorie dei bisogni. Con ciò si esclude un rapporto dialettico tra programma politico, strategia armata e retroterra sociale e materiale.
Il discorso Br è militarista, è clandestino, proprio perché dà una divisa di rivoluzionario a chiunque sia disposto ad accettare lo scontro totale, armi in pugno, nelle sue file, ma non sta certo a misurare «la taglia» oggettiva, materiale, sociale, dei suoi referenti. Si punta a costruire l’esercito guerrigliero, non ad organizzare l’opposizione e il dissenso di classe. Sono due concetti diversi…
Il caso Moro lo ha fatto capire chiaramente: l’aberrazione è palese: ogni ipotesi che non nasca dalla canna del fucile non viene minimamente considerata dalle BR. Il che è una vera sciocchezza perché politicamente parlando sono state e saranno solo e sempre le lotte, anche quelle «delle 10 lire», a fare sì che non si prosciughi il retroterra rivoluzionario oggettivo. Come diceva Lenin: «Sotto ogni lotta politica c’è una lotta economica».
Dobbiamo notare che economicamente il paese capitalistico è stabile, «stabilissimo». Siamo nel ciclo politico della crisi ma la bilancia dei pagamenti sta andando alla pari. I profitti aumentano, il tasso di accumulazione cresce. La Fiat è in ripresa.
Non si può dire altrettanto per il paese proletario, dove il doppio lavoro cresce in proporzione diretta alla disoccupazione apparente, dove la giornata di lavoro si allunga in proporzione alla diminuzione del tempo di lavoro necessario, dove le fabbriche falliscono per risuscitare poco dopo sotto forma di piccolissime aziende.
Ecco il centro; qui occorre colpire e destabilizzare, perché il piede diffuso delle istituzioni è questo ed è un piede solido.
Ciò che notiamo, a ben guardare, è un processo molto complesso che si svolge sotto pelle.
Il mercato si restringe, i consumi interni ristagnano. È ovvio che sia così perché il valore d’acquisto del salario decresce a vista d’occhio, mentre aumentano i prezzi dei generi di prima necessità. Contemporaneamente cresce lo sfruttamento estensivo, cioè la produzione di plus valore assoluto.
Questo ci dice che la disoccupazione è un problema fantasma.
In parte infatti è lavoro occulto, in parte lavoro famigliare, reddito di nucleo. Ecco la ricetta del profitto: cresce la composizione organica di capitali in certi settori e segmenti del ciclo. Si concentra, poniamo, nel settore petrolchimico, elettronico, in certi reparti di produzione auto, e, viceversa, cresce la scomposizione tecnica e politica del proletariato. Il capitale costante © comanda porzioni via via crescenti di lavoro vivo (v), solo che il comando è «fisicamente» diluito. Così a seconda delle esigenze del ciclo qui c’è maggiore intensità dello sfruttamento là maggiore estensione; qui si produce plus valore assoluto (perché prevale la manodopera). La combinazione, poi, delle varie forme avviene nella sussunzione al ciclo; al singolo capitale per ciò che concerne l’impresa, al capitale complessivo per ciò che concerne l’intera circolazione. L’insieme del processo è oltremodo importante e va studiato accuratamente. Infatti quando parliamo di doppio ciclo, di garantiti e non garantiti, in realtà indichiamo con delle contrapposizioni o delle disgiunzioni ciò che non è affatto separato ma che deve apparire separato. L’essenza capitalistica dei fenomeni è unica e altamente integrata. Negli ultimi anni si è assistito alla diminuzione del prezzo del lavoro e all’aumento della produttività. Come? Il capitale incrementando la composizione organica, con la ristrutturazione degli impianti, ha aumentato la produttività e intensificato la produzione di plus valore relativo. Questo è avvenuto essenzialmente nella grande fabbrica «automatizzata».
Dall’altra parte con il decentramento e l’attacco ai salari, la creazione del ciclo marginale e del mercato marginale del lavoro, è enormemente diminuito il monte salari, cioè la quota sociale del capitale variabile anticipato.
È clamorosamente falsa l’analisi che afferma la diminuzione e il ristagno in assoluto delle forze produttive.
In questo errore è contenuto il meccanicismo delle BR. Dicono: le forze produttive non si sviluppano più perché se si espandessero ancora dovrebbero mutare anche i rapporti di produzione e questo il capitale non se lo può permettere.
In realtà i rapporti di produzione sono mutati, ma nel segno opposto: non esportando l’antagonismo bensì potenziando l’istituzionalizzazione e clientelarizzazione del proletariato marginale e realizzando la marginalizzazione politica e lo sfruttamento assoluto del lavoro vivo lungo tutta la rete del decentramento.
Aggiungiamo poi che «ogni capitalista» tende a realizzare il massimo su ogni «singolo prodotto» e avremo, appunto, il quadro del presente: settori che producono per il mercato interno e altri che esportano solo: settori di valorizzazione finanziaria; un salario la cui destinazione è assai mutevole e che può essere rinforzato solo da un secondo lavoro che produce plus valore assoluto.
È chiaro che, secondo una tale analisi, l’esprit politique, giacobino, serve fino a un certo punto. La ricerca vera comincia a partire dalla ricomposizione degli obiettivi politico-sociali comuni ai vari soggetti produttivi. Non ricomposizione militare o al di sopra degli obiettivi.
Quindi: individuare la funzione strutturale del precariato che attualmente è la fascia principale di produzione di plus valore assoluto e di stabilizzazione del comando diffuso; smetterla di parlare di autovalorizzazione proletaria separata che in realtà è solo un modo diverso per spiegare l’intreccio tra mobilità assoluta e sfruttamento assoluto non codificati in contratti e posti di lavoro contrattati.
Poi risalire le varie «tappe e intersezioni » del ciclo e cogliere i «luoghi» in cui si annodano le varie funzioni: salario e reddito produttivo, lavoro necessario e lavoro astratto, plus valore relativo e assoluto, repressione strutturale e controllo, repressione politica.
Ovvio che il valore lavoro di cui parliamo si connette immediatamente alla composizione politica, al valore sociale del proletariato, al suo essere classe. La diminuzione del valore lavoro si spiega solo se riusciranno a spiegare la nuova funzione del comando, il nuovo potere, le nuove istituzioni, il nuovo stato, i nuovi rapporti sociali e di classe, che pesano in senso antiproletario.
Concludendo con previsioni nostre possiamo quindi sintetizzare le cose dette.
È poco probabile una svolta di destra, sia perché non c’è la base strutturale, per un regime monopolistico nazionale, ormai superato, sia perché, in parte, la pressione politica sui salari e la produzione di plus valore assoluto sono ottenuti «con altri mezzi», cosiddetti democratici.
Neppure è pensabile «un’argentinizzazione strisciante» perché non esiste ancora la «colonna guerrigliera» in grado di catalizzare e esclusivizzare militarmente le istanze materiali, oggettive, di antagonismo e di ingovernabilità del proletariato.
La ipotesi socialdemocratica, di tipo sovrannazionale, avanzata dal Pci, pare arretrare, dopo la batosta elettorale. Le istituzioni non si surrogano con la polizia operaia, ha detto chiaro la Dc.
Tuttavia il processo di socializzazione dello Stato, con relativo consenso e criminalizzazione, deve continuare a marciare. Deve, perché, altrimenti, la contrapposizione tra garantiti e precari, proletari con diritti e proletari senza diritti, su cui si fonda il nuovo ciclo politico rischia di incepparsi. Di qui, sembra sia possibile dire che nascerà in certe componenti operaie una rinnovata velleità del potere operaio aristocratico. Il capitale necessita, infatti, di cinghie di trasmissione tecnocratiche, di natura operaia. Ecco la nuova base sociale «gratificata» del revisionismo autoritario.
Ma ecco anche aprirsi nuovi spazi di conflittualità e di dissenso contro i vertici, perché il Pci non può più sbandierare false cambiali da incassare «non appena andrà al governo».
Molti altri seguiranno la cometa Br alla ricerca di un potere qui e ora, che ricalchi la rassicurante propaganda «operativa». Ma l’assenza di ogni mediazione coi bisogni è un valore negativo.
La ripresa di massa della lotta dovrà passare attraverso contenuti e obiettivi ricompositivi. Bisognerà tornare ad analizzare la struttura sociale del salario, non come reddito assicurato o cardine tattico del rapporto di forza tra capitale e lavoro, ma come ingrediente decisivo della attuale fase di accumulazione. Perciò occorre uscire dalla settorializzazione e dalla contrattazione rivendicativa, e investire variamente il problema del lavoro differenziato e del ciclo a «garanzie operaie difformi». Solo così si potrà tornare a pensare in termini di esplicazione e di coscienza storica la sussunzione della forza lavoro – nelle sue varie applicazioni al capitale, nelle sue varie forme e gerarchie – e il loro ribaltamento. È necessario infine aggiungere, che occorre anche tornare a considerare il metodo come conoscenza dialettica e non come dogma, e a considerare le azioni armate nel loro giusto peso, come mezzi e forme e non come fine, della lotta di classe.
* * *
Lo sviluppo dello scontro di classe culminato, sul piano istituzionale, con l’azione condotta contro il presidente della Democrazia cristiana, ha prodotto nel Movimento un singolare balbettio più o meno confuso a seconda che prevalessero interessi d’identità politica di gruppo o preoccupazioni di natura squisitamente personale di questo o quel leader «storico». Comune a tutti è l’assenza di qualsivoglia analisi di classe. Al pari della borghesia, che in nome della «ragion di Stato» ha affossato senza traumi visibili il principio liberale della salvaguardia della vita del singolo cittadino (premessa di ogni altro diritto), la sinistra sembra aver dimesso nel momento della prima verifica seria tutto il patrimonio teorico e di esperienze di analisi accumulato dal Movimento in questi ultimi dieci anni. L’unica preoccupazione sembra essere – se si lasciano da parte le discussioni gesuitiche sulla violenza – la rivendicazione di un proprio e diverso terreno dello scontro, affermato apoditticamente come l’unico e il risolutorio.
Lo scopo è – nonostante i successivi aggiustamenti «tattici» – chiaro, né si può tacere per carità di patria: sottrarsi preventivamente all’ondata repressiva in atto ed ai suoi prevedibili sviluppi. Una posizione, sia detto per inciso, tanto difensiva quanto miope, che, come è stato esperimentato innumerevoli volte, dà respiro alla repressione presente e pone le premesse per ulteriori e più allargate azioni del potere.
Ma al di là della miseria delle motivazioni immediate deve essere chiaro che la scelta, che si pretende di compiere, è in realtà una scelta imposta dal potere costituito, tendente a stabilire una spaccatura artificiale tra il terreno istituzionale e il livello strutturale in analogia al modello di scomposizione che i processi di ristrutturazione in atto vanno prefigurando. Si lascia, in altre parole, all’avversario il compito di delimitare l’area dello scontro, se non di stabilirne le modalità, quasi esistessero articolazioni del comando capitalistico da «risparmiare», terreni «propri» e «impropri» allo scontro di classe nell’era della sussunzione reale, dell’identità tra politico e sociale.
L’articolazione del comando complessivo
Che il ristabilimento del controllo su ogni forma di autonomia di classe e l’esigenza di spezzare ogni residuo di rigidità, conquistato e difeso con i denti negli ultimi dieci anni di lotte, come anche tutte quelle nuove forme di rigidità sociale che il proletariato non-garantito va sviluppando a dispetto delle più cervellotiche costruzioni degli «ingegneri sociali», non possa compiersi senza una profonda trasformazione dello Stato in termini terroristici è da considerarsi scontato. Altrettanto pacifico è che tale trasformazione non può non avvenire se non in un quadro sovranazionale, quantomeno europeo.
Ciò che, invece, non può essere dato per scontato è che tale processo proceda e si compia senza smagliature e contraddizioni laceranti, tanto sul piano strutturale, quanto sul piano istituzionale. Il nuovo modello di scomposizione in garantiti e non-garantiti fatica sempre più, come avevamo previsto, a trovare un’area di consenso reale, e le periodiche e ricorrenti chiamate alle adunate oceaniche ne sono la manifestazione più evidente. L’area di privilegio dei «garantiti» si dimostra sempre più evanescente, il consenso, senza contropartite consistenti, è sempre più aleatorio, dopo che la stessa promessa «egemonia» politica è stata sacrificata sull’altare della subordinazione più totale alla DC. Ciò non toglie, però, che l’avanzato processo di segmentazione del ciclo produttivo, il blocco prolungato del turn-over, i licenziamenti e la continua erosione del reddito prodotto dall’inflazione monetaria e dal blocco degli aumenti salariali, abbiano di fatto delineato una profonda spaccatura a livello di classe. Tale nuova scomposizione determina il quadro dello scontro di classe al di là delle posizioni programmatiche e della pratica politica soggettiva.
Si presentano dunque due ordini di contraddizioni all’interno della classe e nell’ambito del dominio capitalista. All’evidente interesse dei settori più garantiti di proletariato di congelare o quantomeno rallentare i processi di ristrutturazione in corso si contrappone la spinta crescente degli strati non-garantiti, oggettivamente destabilizzante, ad appropriarsi di una quota sempre maggiore di ricchezza sociale, sottraendosi non solo ai classici meccanismi di sfruttamento nel sistema produttivo, ma anche a tutte le nuove forme di sfruttamento sociale. Il settore garantito maggioritario delega al PCI e al sindacato il compito di rallentare la ristrutturazione (rallentamento che attualmente rappresenta l’unica forma di garanzia occupazionale) attraverso una politica deflazionistica (a dir poco) «selvaggia», ben definita dallo slogan dei «sacrifici». È evidente che la prosecuzione dei processi di segmentazione e di diffusa computerizzazione del ciclo significherebbe non solo il ridimensionamento di importanti categorie professionali di classe operaia, ma il loro completo annientamento fisico, come già avviene in altri paesi (Germania, Stati Uniti). La dimensione prettamente istituzionale di tali scelte si scontra da un lato, come è stato accennato, con una realtà politica, caratterizzata dal fatto che le organizzazioni tradizionali del movimento operaio si pongono in una posizione subordinata, oggettivamente incapace di surrogare ai bisogni degli strati «garantiti», e dall’altro con le forme di acquisizione di reddito degli strati non-garantiti, riottose ad essere ricondotte nell’ambito di una regolamentazione sociale da mercato del lavoro fluidificato, che rappresenterebbe, infine, il prezzo da pagare per il congelamento dei processi di ristrutturazione in corso. In tale contesto si situa la tendenza, che coinvolge settori significativi dei «garantiti», di prospettare un’alternativa istituzionale di tipo escatologico, impropriamente definita «vetero-stalinista».
Nell’ambito del dominio capitalista, di converso, l’impossibilità di riversare su settori di classe circoscritti (come è avvenuto in Germania nel caso degli immigrati) l’onere dell’emarginazione, in una prima fase del processo di segmentazione del ciclo, e la necessità di imporre nei singoli segmenti consistenti incrementi di produttività ai fini di un riequilibrio del sistema complessivo, produce una crescente pressione sul settore «garantito», che PCI e sindacato con l’offerta di un maggior numero di ore lavorate non riescono a compensare in forma soddisfacente. L’esigenza di un incremento della produttività si stempera quindi nella necessità della ricerca del consenso di un settore di classe garantito, mediato dalle proprie organizzazioni, con il magro compenso di una relativa migliore utilizzazione degli impianti, con il prezzo di un decremento della produttività media, e con il rischio che l’auspicato nuovo mercato del lavoro fluidificato risulti ingovernabile. I tempi della verifica politica, da parte capitalistica, di PCI e sindacato rischiano infatti di approfondire quei fenomeni di degenerazione del mercato del lavoro, che, sempre dal punto di vista del capitale, caratterizzano la situazione italiana; il prolungato blocco del turn-over e la concentrazione, quindi, della maggior parte dei disoccupati nella forza-lavoro giovanile (negli altri paesi tale fenomeno è molto meno accentuato), hanno prodotto uno spostamento quasi insanabile della scala delle età della forza-lavoro occupata verso l’alto, dalle conseguenze terrificanti e non solo per ogni buon sociologo borghese. Tale situazione ha imposto ed impone con sempre maggior urgenza una accelerazione di tutte le iniziative soggettive, atte a trasformare in termini terroristici il contesto istituzionale, ad accentuare, nell’accezione capitalistica dello slogan dei «sacrifici», i termini della subordinazione politica di PCI e sindacato.
Il riconoscimento, peraltro oltremodo tardivo, della «destabilizzazione» come prodotto dallo scontro istituzionale ha portato alcuni settori dell’autonomia ad assumere – acriticamente ed opportunisticamente – la definizione dell’organizzazione rivoluzionaria come «articolazione strumentale del movimento» (da noi proposta nel numero precedente), proponendo quindi, nella sostanza, una sorta di «divisione dei compiti». Ma «la trasformazione della guerra istituzionale in guerra rivoluzionaria» è da considerarsi uno slogan oltreché paradossale anche semplicistico: riduce una realtà di classe composita ad uno schema di comodo nel quale sistemare tutte le forme di lotta e qualsivoglia azione in un’astrazione omnicomprensiva. I meccanismi di riunificazione e la riappropriazione di un terreno di scontro complessivo che colga tutti i nodi del comando capitalistico non vengono innescati da nuove parole d’ordine, distillate da una logica astratta.
Il modulo interpretativo che viene riproposto è quello solito: nell’ambito istituzionale il movimento di classe sarebbe l’immagine speculare delle strutture di potere capitalistico, ovvero di come questo ama costituirsi verso l’esterno, attraverso le proprie strutture «rappresentative». Ma è un’immagine parziale e falsata allo stesso modo di quella che identifica il movimento di classe, la contraddizione tra capitale e lavoro, con le forme organizzative del movimento di classe e la loro storia politica. La «moroteizzazione della conflittualità sociale», come è stata definita, se coinvolge indubbiamente quei settori di classe (ciò sia da un punto di vista riformista, quanto da un punto di vista «escatologico») in via di emarginazione nel quadro dei processi di ristrutturazione e del diffondersi a livello di classe di forme di contropotere reale, ha, d’altro canto, il compito di ricondurre ad uno sbocco politico tradizionale ogni tensione e contraddizione. Gli sviluppi collegati alla «vicenda Moro» nei loro aspetti meramente politico- istituzionali ne sono una conferma lampante.
L’azione condotta contro il vertice democristiano più che essere uno strumento di «destabilizzazione», come vogliono dare ad intendere i settori più forcaioli della borghesia e (all’opposto) quei segmenti del movimento rivoluzionario che si muovono sul terreno istituzionale, è stato l’espressione di una realtà «destabilizzata» in atto, caratterizzata dall’incapacità degli organi dello Stato di gestione attraverso i tradizionali meccanismi di regolamentazione istituzionali ed economici. Tale constatazione è importante perché proprio contro tali meccanismi è rivolta l’azione di quei settori e segmenti di classe garantita che fanno da supporto alle organizzazioni che hanno scelto la lotta armata istituzionale, e, viceversa, a favore di tali meccanismi – è opportuno sottolinearlo ancora una volta – viene indirizzata la strategia del revisionismo che pretende di «rappresentare» i medesimi strati. Ma la realtà del comando sul lavoro si fonda oramai, come le lotte degli ultimi dieci anni hanno ampiamente svelato, su ben altri meccanismi nel piano istituzionale-sovrastrutturale, che lo scenario politico tradizionale.
Attaccare la facciata del comando sul lavoro senza intaccarne la sostanza, ma legittimando implicitamente persino nel linguaggio pseudolegalitario, è per certi versi la dimostrazione di quanto sia avanzato il processo di scomposizione, la spaccatura tra chi individua una controparte – anche se da abbattere -, nei poteri politici costituiti e chi ne attua un superamento nella quotidiana distruzione dello stato presente delle cose. Lo scontro in atto è quindi non solo uno scontro a base di cadaveri, ma anche uno scontro tra cadaveri, un conflitto tra le marionette del potere e un settore di classe in via di emarginazione, la cui caratteristica è quella, come osservavamo per il caso Schleyer, che l’una parte cerca di superare l’altra in bestialità, senza peraltro riuscirci compiutamente.
Si è detto all’inizio che il terreno istituzionale, ove la controffensiva proletaria investe, distrugge e supera tutte le articolazioni del comando sul lavoro, includendo in esso anche e non secondariamente la dittatura del lavoro garantito sul lavoro non-garantito, costituisce il luogo di riproduzione del movimento di classe.
Mentre il ministero degli interni faceva scattare il «piano Zero», con grande imbarazzo di prefetti e questori, all’Alfa Romeo si sperimentava, con ben altro successo, quella nuova forma di comando sul lavoro, che nell’isolamento politico delle avanguardie si costituisce sul piano istituzionale come gestione sociale del lavoro garantito sul lavoro non-garantito: questo è il vero significato della «centralità operaia» riscoperta dal PCI e la dimensione concreta attraverso la quale si attua il progetto di controllo nel momento presente. Ai giochi formali istituzionali scanditi dai comunicati reciproci, tra ritirate strategiche e fughe in avanti, tra richieste apparentemente ultimative e controfferte, tra mediazioni e submediazioni, si contrappone la distruzione reale dei residui di rigidità operaia, la premessa per una scomposizione sempre più netta e tesa al ridimensionamento e all’isolamento di ogni forma d’autonomia.
Ma se il «cuore dello Stato» continuava a battere con rinnovato vigore, lo scompiglio creato nell’area rivoluzionaria dalle ultime vicende non sembra averne favorito l’identificazione anatomica. Mentre la persona Moro veniva sacrificata in nome di una astratta ragion di Stato e di una non meno astratta morale rivoluzionaria, tutte le faticose conquiste del Movimento ed ogni forma d’autonomia raggiunta venivano implicitamente negate e ricacciate a forza in uno schema ottocentesco che ci si era illusi di aver superato per sempre. Due sono perciò diventati i compiti più urgenti: rifiutare la logica restrittiva e sviante della «guerra privata», della repressione e della controrepressione; e riproporre quella pratica dei bisogni proletari, che oltre ad essere stata l’unica a produrre «aritmie» nel «cuore dello Stato», è il solo ambito – anche istituzionale – nel quale il comunismo vive come processo e non muore come utopia.
* * *
Nessun organismo, nessuna frazione della sinistra rivoluzionaria, del movimento di classe antagonista non clandestino. ha riconosciuto nel cadavere del presidente della Democrazia cristiana il «più alto atto di umanità possibile in questa società», o un avanzamento della lotta di classe in ogni possibile accezione. Al contrario, il ritrovamento del corpo spettacolarmente martoriato di uno dei più grossi e irriducibili nemici del proletariato ha sanato molte delle contraddizioni aperte nei 54 giorni della operazione Moro, fra i partiti e interne ai partiti; ha ricompattato a destra l’intero asse politico istituzionale di dominio; ha permesso l’inizio di una campagna repressiva, liberticida, antiproletaria e controrivoluzionaria accelerata, ampia e profonda; ha contribuito ad aumentare gli spazi nemicali di vuoto, di disorientamento, di isolamento, di emarginazione, di divisione nei confronti e in seno al movimento di classe sia da parte dell’organizzazione statuale vera e propria, sia da parte della corrispondente e parallela organizzazione interna alle classi subalterne (PCI e OO.SS. e, fra queste, CGIL in primo luogo); l’episodio di via Caetani, e la campagna su di esso abilmente orchestrata, consente infine una paurosa e colossale inversione di tendenza nel processo di liberazione «culturale» della società civile, nella presa di coscienza e di autonomia delle classi subalterne rispetto ai valori dominanti della società borghese, prospettando il riemergere di abitudini, comportamenti, mentalità e stati d’animo creduti sepolti dopo gli scontri referendari del ’74 ed elettorali del ’75 e del ’76, dopo la ininterrotta rivoluzione culturale di questi ultimi 10 anni. Di ciò i risultati elettorali del 14 maggio 1978 costituiscono una pur piccola (in termini qualitativi, si intende, e non quantitativi), ma sempre significativa, dura, aperta, violenta e sconfortante proiezione (la più schiacciante affermazione democristiana dopo il 18 aprile 1948). Il processo proletario di liberazione e di emancipazione, insomma, segna il passo e con esso lo segna l’intero movimento di classe che non ha scelto (in tutto o in parte) gli indirizzi «tattici» delle organizzazioni armate e, in particolare, tempi, modi e «vedute» delle Brigate rosse.
Ma non è questa, certamente, la convinzione e/o la preoccupazione delle Brigate rosse. Non vi è convinzione che il movimento di classe abbia segnato il passo perché per le Br il «movimento di classe» si identifica, si totalizza, non solo sostanzialmente, ma anche formalmente, nell’area della lotta armata (e ciò indipendentemente da certe dichiarazioni contenute in alcuni comunicati emessi durante l’operazione Moro – vedi in particolare il n. 2 – dettate probabilmente da motivi di opportunità politica, più che da una precisa volontà di confronto con le altre articolazioni del movimento rivoluzionario che non siano i gruppi armati); nel febbraio 1978 la Risoluzione della Direzione Strategica afferma nel capitolo sul rapporto «Guerriglia e Potere Proletario»: « Bisogna prendere coscienza che nella nuova fase l’unica possibilità di sviluppare l’antagonismo e l’iniziativa proletaria si dà con il fucile in mano ed i nuovi compiti delle avanguardie comuniste riguardano la organizzazione della lotta armata per il comunismo», dopo avere specificato, onde evitare qualsiasi fraintendimento, che «… tra tutte le forze produttive, noi, l’avanguardia rivoluzionaria del proletariato metropolitano, siamo la principale» (le considerazioni più generose nei confronti dei vari segmenti dell’autonomia organizzata sostengono che «sarebbe un vero e proprio suicidio politico – oltre che fisico – [dopo la chiusura delle sedi dell’autonomia, il confino per i suoi militanti, lo stato d’assedio per i centri urbani] ostinarsi su posizioni legalitarie che se non sono opportunistiche marce indietro, si riducono a puro avventurismo velleitario»).
Se si accetta questa premessa non vi è dubbio che il movimento rivoluzionario non solo non abbia segnato il passo, ma sia stato uno dei tre grandi protagonisti usciti vincitori dallo scontro di questi due mesi: la catalizzazione della attenzione mondiale per un periodo così lungo, la derisione e l’umiliazione immediata dello Stato, unita a un’offensiva «terroristica» senza precedenti durante e dopo la vicenda Moro, hanno significato un successo, un prestigio, un incoraggiamento (non esclusi i livelli del «mito» e della «leggenda»), un consolidamento dei gruppi armati e in primo luogo, ovviamente, delle Brigate rosse che in tal modo sembrano aver imposto «definitivamente» la propria egemonia sull’ormai vasto, «scoordinato» ed (apparentemente) disarticolato fronte della clandestinità. Il rapimento Moro ha inoltre de facto ratificato la «ufficializzazione», la «legalizzazione» delle Br come nucleo strategico del «Partito Comunista Combattente», come punto di riferimento necessario, «obbligato» di ogni frazione armata che svolga il proprio lavoro esclusivamente sul piano della clandestinità. Ma anche a livello nemicale il clamore enorme della cassa di risonanza Moro, la elevata e intensa concentrazione indotta di attenzione e di tensione da parte della società civile e dei poteri pubblici (da Paolo VI a Waldheim, dalla Democrazia cristiana al Partito Comunista) hanno prodotto sui piani politico-istituzionale, terroristico-repressivo, manipolatorio-opinionale quegli effetti, di sostanziale riconoscimento della propria «valenza politica» che le Brigate perseguivano e avevano deciso di ottenere ora, preannunciandolo nella «Risoluzione» di febbraio. Da qui, per linee di svolgimento interne a tale logica, la assenza di «preoccupazioni» per l’incremento e l’accelerazione dei processi repressivi che tendono a liquidare quote rilevanti di movimento reale di classe che ancora usano i residui spazi di «legalità democratica» e di agibilità politica per avanzare e diffondere quegli elementi strategici di insubordinazione sociale, di comportamenti «illegali», di autonomia e pratica dei bisogni, elementi ancora sofferenti, nelle circostanze storiche in cui si danno attualmente, di una evidente dimensione minoritaria.
Il comunismo è allo stato nascente. Il grande messaggio di cui è portatore il proletariato, in lotta per la propria e altrui emancipazione, gode ancora di un piccolo sviluppo. Sviluppo che viene pericolosamente messo in stato di precarietà quando di esso si danno letture e rappresentazioni mitiche, irreali, volontarie, presuntuose, assolute. Mettere sullo stato della difensiva vaste quote del movimento reale di classe; contribuire alla edificazione della campagna di liquidazione precoce dei comunisti; facilitare il drenaggio dell’acqua nella quale nuotano i pesci della rivoluzione, significa agire in un’ottica di gruppo, chiusa alla logica della dialettica di movimento, nella persuasione unica, assoluta, indiscutibile della verità propria e sacrosanta, e della incorreggibile e definitiva stupidità degli «altri».
Per le Brigate rosse questo significa agire in opposizione alle acquisizioni più sane e incontrovertibili del patrimonio teorico appartenente al Movimento Operaio, pure riaffermate nella «Risoluzione»: «assumere il criterio della prassi sociale come criterio di verità e perciò anche di validità dell’azione rivoluzionaria ci porta ad affermare questo principio generale: “quando i proletari conducono una lotta contro la borghesia se agiscono isolatamente o in maniera dispersiva la loro lotta fallisce: vince se essi agiscono unanimemente e nell’unità”». Ma il documento si affretta a precisare che gli intenti di unanimità e di unità si riferiscono unicamente ai gruppi armati che praticano esclusivamente la lotta clandestina, per cui è «dispersivo» ogni altro lavoro politico, è fuori dall’area della lotta per il comunismo ogni altra frazione proletaria. Vi è dunque una lettura della realtà data da una sussunzione di elementi derivanti prevalentemente dalle proprie volontà soggettive, da apodittiche asserzioni sulla teoria e sulla pratica rivoluzionaria nella attuale congiuntura politica; essa è incontestabilmente «caratterizzata dal passaggio della fase della pace armata a quella della guerra»; per le Brigate rosse il criterio della prassi sociale non è confronto con i diversificati livelli e settori del vasto fronte rivoluzionario nella pluriarticolata, complessa e ricca situazione italiana; non è insegnamento scaturente dalle diverse configurazioni assunte dalla lotta proletaria complessiva contro la borghesia e dagli effettivi rapporti di forza fra le classi; non è innesco nell’intreccio dialettico fra lotte di massa e azioni d’avanguardia, fra lotte legali e lotte illegali, in un mutuo rapporto di stimolo, di crescita e di sviluppo, così come si sono originalmente evolute nel nostro paese in questi ultimi anni. Al contrario, per le Brigate rosse «il criterio della prassi sociale» sembra essere il criterio della propria prassi e, marginalmente, degli altri gruppi armati. La congiuntura politica diventa il rapporto fra la propria organizzazione e l’apparato statuale-istituzionale in un’ottica militaristica per la quale si stravolgono antichi assiomi della teoria rivoluzionaria marxista («incidere militarmente per poter incidere politicamente») o si getta a mare la elementare funzione dialettica fra azione militare e lavoro politico, volume di fuoco e livello di coscienza e di preparazione delle classi subalterne. La assenza di «preoccupazioni» sulla intensificazione accelerata dei processi repressivi (che si danno anche per le ridotte possibilità di resistenza del movimento di classe in seguito al rapimento del presidente democristiano, operazione di un livello tale da trovare il movimento stesso sorpreso e sprovveduto, elementi che tuttavia non sono imputabili, almeno in parte, alle sue frazioni organizzate, bensì ad una mancata dialettizzazione delle Brigate con la situazione generale, il che ripropone la questione dell’essere uno e non dieci passi «avanti» rispetto alla classe e che postula l’efficacia e l’opportunità tattica della medesima operazione o, se si preferisce, la non possibilità di affiancarla e cogestirla) non è pressapochismo, leggerezza, superficialità dei brigatisti, ma è carente con la loro interpretazione del fenomeno «repressione », ovvero con la negazione di essa e anzi con l’affermazione che si tratta di «stanare la controrivoluzione», di togliere la maschera democratica allo stato antiproletario, di accelerare il passaggio dalla «pace armata» alla «guerra guerreggiata».
Si esplicita insomma, in tutta la sua interezza, la secondarietà, per le BR, del movimento di classe nel suo complesso; le Br non si rivolgono, non si confrontano, non si dialettizzano con il movimento se non per spingerlo alla precoce clandestinizzazione forzata; i loro veri interlocutori sono lo Stato e le istituzioni in una visione polarizzata dello scontro che esclude la capacità e la possibilità di ergersi a protagonisti per vaste quote di classe, e tiene conto unicamente del «nucleo strategico del P.C.C.», cioè di se stessi. Questa visione dello scontro è verificata dalla scelta dell’obbiettivo nell’operazione di marzo e dalla gestione dell’ostaggio catturato; questa scelta si inquadra in una ottica tutta politico-istituzionale. Dopo l’operazione Amerio, ormai lontana quattro anni e mezzo, nessun altro rapimento è stato in seguito attuato allo scopo di penetrare ed incidere nella dinamica conflittuale di classe che avesse per oggetto elementi di contrattazione, di rivendicazione economica, «sindacale», occupazionale o salariale. Prima con Sossi, poi con Moro, le richieste, seppure necessario e irrinunciabili, si sono limitate ad uno scambio di prigionieri politici con l’effetto di restringere ad un angusto limite classicamente militare (o militare-politico) il respiro di una azione che avrebbe potuto, in tutto o in parte, avere effetti o puntare a sbocchi politici, sociali, «sindacali» e militari. Non vi è stato alcun tentativo di rapportarsi ai grandi temi delle rivendicazioni della classe in questa fase: dalla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, all’ampliamento della base occupazionale, dalla riduzione della fatica al problema dei prezzi e dei salari, per non parlare delle grandi lotte sui temi «civili», sulla salute e le connesse questioni energetiche, sui ladri e delinquenti di stato, sulle carceri di vario genere (manicomi, ospedali, lager), ecc.
In altri termini, che effetti avrebbe avuto, nei confronti della classe e del nemico, per una destabilizzazione attiva, propositiva e costruttiva, la richiesta di assumere, a mo’ di esempio, centomila giovani disoccupati? Ci sarebbe stato un mutuo rafforzamento reciproco, una saldatura fra reparti di massa ed «avanguardie» armate dell’esercito proletario?, avrebbe dato tutto ciò maggiore e più reale credibilità alla rivoluzione, oppure no? In realtà le operazioni Br e la loro dinamica di svolgimento sono interne ad una logica di partito obsoleta ed avulsa dalla realtà.
Esse sono in qualche modo coerenti con le concettualizzazioni sullo «SIM», ma distanti dalla quasi totalità del movimento reale di classe ed in quanto tali non producenti quegli «effetti di cumulo con l’antagonismo proletario di massa» che taluni hanno voluto sostenere. La stessa logica di organizzazione sulla quale ci si muove, di criptopartitismo di maniera, che dovrebbe raccogliere le istanze provenienti dalla classe per dettarne la strada e guidarla, mortifica l’enorme patrimonio di intelligenza teorica acquisita negli ultimi dieci anni di lotte, la carica energetica di antagonismo diffusa socialmente, la autonomia di massa nella teoria, nella pratica e nella organizzazione proletaria, il contropotere ramificato e reticolato che già germoglia ed edifica la società comunista. Il modo schematico ortodosso nell’analisi e nella proposta operativa delle Br è dato vieppiù dalla loro pratica quotidiana: la loro attenzione prevalentemente rivolta alle grandi fabbriche metropolitane, ai funzionari del partito democristiano, ai manipolatori dell’opinione pubblica, ai carcerieri di vario rango, misconosce macroscopicamente il rilievo assunto negli ultimi anni dalla scomposizione di classe e dalle nuove realtà emergenti, per le quali l’articolazione della violenza organizzata si è esplicitata in una multiformità ben più ricca e complessa, come è dimostrato dalle incursioni nei centri di lavoro nero, dalle punizioni dei carnefici appartenenti alla corporazione medica, e così via; solo assumendo un punto di vista sufficientemente ampio da contenere tutte queste coordinate della eversione di classe si può pensare di dar vita ad una strategia maggioritaria per la rivoluzione comunista. Ma così non è per chi ha eluso ideologicamente (costrettovi peraltro da un irreversibile meccanismo messo in moto) critiche e suggerimenti di altri rivoluzionari scegliendo di portare alle estreme conseguenze l’operazione Moro. La morte del presidente democristiano ha ridato slancio e lustro alla maggiore, peggiore e delinquenziale organizzazione terroristica legale della borghesia italiana, sanandone molte crepe e contraddizioni storiche, rinvigorendo la destra più ferocemente antiproletarìa: le contraddizioni nuove e la destabilizzazione che l’operazione primaverile delle Brigate rosse avrebbe prodotto, secondo molti, sono più un aspetto fenomenico che un momento reale; la Democrazia cristiana è maestra storica nel ricucirsi e nel mediare, nel sacrificare ogni contrasto all’altare della conservazione del potere. Ma la morte di Moro ha prodotto anche un ricompattamento su posizioni reazionarie dell’intero asse politico nazionale e condotto su posizioni conservatrici larga parte della sinistra di classe nella sua accezione più vasta; ancora, Moro morto è servito ad accelerare troppo repentinamente, troppo anticipatamente, la trasformazione autoritaria, poliziesca, repressiva del partito comunista*. Questi in seno alle masse subalterne, come partito istituzionalmente preposto al controllo e alla repressione (in altri termini ad assolvere la funzione interna alla classe per la controrivoluzione), la Democrazia cristiana in seno alla borghesia, infine le Brigate rosse per le ragioni elencate all’inizio sono i tre grandi vincitori della battaglia di primavera sul fronte della «guerra di classe» italiana. Il movimento di classe, più che altro, è stato a guardare, ed ora sopporta le conseguenze repressive. Ma questo è solo uno dei problemi.
Al fondo ce ne sta un altro ben più importante ed è il problema della dialettica fra i rivoluzionari (l’isolamento e l’autoritarismo operativo e decisionale delle Br dovrebbero far riflettere, dopo le critiche ad esse mosse, gli stessi brigatisti), del processo rivoluzionario, dell’analisi di classe, della strategia, della tattica, il problema stesso di concezioni radicalmente diverse del comunismo. È ora di aprire su questo un dibattito non certo in termini settari, non certo in termini di «neo»-cattolicesimo, come fa spesso la quinta pagina di un noto quotidiano extra-parlamentare.
Questo vuole essere un primo parziale contributo nella direzione di tale improcrastinabile riflessione critica.
* Nella Risoluzione del febbraio 1978 le Brigate rosse scrivono: «La precarietà del quadro politico fondato sull’accordo di maggioranza parlamentare (appena nato e già in crisi) ne fa testo (delle possibilità di scontro fra le componenti della borghesia). In pratica però queste contraddizioni possono evolversi solo in conseguenza dell’iniziativa delle forze rivoluzionarie». Tale evoluzione si è rivelata una pia illusione; tutti i partiti, la stampa, l’«opinione pubblica» interna ed internazionale hanno fatto quadrato attorno al governo, allo Stato, alla linea della fermezza (neppure vale la pena di soffermarsi sulle poco serie posizioni del PSI). Il PCI in particolare si è mostrato più realista del Re, documentando praticamente di essersi fatto più che Stato. Il 9 maggio, Longo e Berlinguer arrivavano al punto di inviare un telegramma a Zaccagnini nel quale si affermava: «continuiamo assieme la politica tracciata da Aldo Moro».
Questi i fatti. Ora il movimento rivoluzionario aspetta, per fornire armi alla sua indefessa opera di destabilizzazione e di apertura di contraddizioni, le famose rivelazioni contenute negli interrogatori del presidente defunto.
2 Giu, 1978 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
Da «pre-print 1/4», supplemento al n. 0 di «Metropoli», 1978 Roma
di Franco Piperno
Chiamiamo autonomia la forma politica dentro cui si esprime e cresce il movimento del lavoro non-operaio. Si intende per lavoro non-operaio sia il lavoro indirettamente produttivo, sia il lavoro produttivo le cui prestazioni prescindono dalla modificazione – più o meno meccanizzata – della merce.
Questo segmento di forza-lavoro si caratterizza per essere la materiale articolazione dell’«intelletto generale» nel senso che solo a partire dalla sua presenza dentro il flusso produttivo allargato, il lavoro vivo assume la forma di attività generalmente e compiutamente sociale, attività in sé conclusa, che non ha bisogno di alcun «fattore esterno» per dispiegare nella sua interezza la potenza del lavoro come allargamento indefinito della ricchezza o, se si vuole, del processo di riproduzione sociale.
In questo senso, il lavoro non-operaio – nel suo congiungersi al lavoro operaio, continuamente innovandolo e riducendolo – dà al lavoro sociale una dimensione di attività autonoma già dentro il processo di riproduzione capitalistico.
La via maestra attraverso cui questa «autonomizzazione» avviene è certamente quella che potremmo chiamare di «incorporamento» della forza produttiva-scienza dentro la forza-lavoro, fino a dar luogo a un vero processo di sostituzione.
L’aspetto più significativo, a livello di rapporti di produzione, è quello di riappropriazione da parte del lavoro vivo della «potenza» e della «socialità» con cui il capitale – in quanto soggetto di «scienza» – si presenta dentro il processo di produzione e riproduzione sociale. Infatti, quando il coordinamento e l’innovazione produttiva hanno luogo via l’impiego della razionalità scientifica; quando, per meglio dire, la stessa dinamica conflittuale con i movimenti della forza-lavoro è costretta a svolgersi sul terreno della scienza come forza produttiva; quando, di conseguenza, «l’incessante trasformazione della natura in industria» assume la forma di lavoro «non operaio», si danno le condizioni per cui gli elementi di comando sul lavoro vivo, che pure la forza produttiva-scienza incorpora, possano trapassare a elementi residuali rispetto all’unità potente «conoscenza e trasformazione» che questa stessa forza produttiva comporta. La forma di capitale allora può essere ricondotta a una dimensione di puro dominio, di arbitrio monetario estraneo alla produzione di ricchezza. In altri termini: il passaggio tendenziale, rilevabile empiricamente, al livello del processo produttivo moderno, del lavoratore come erogatore di fatica (tempo di lavoro) in «sorvegliante e regolatore» tecnico, fonda la possibilità di un’autonomizzazione del processo produttivo rispetto al processo di valorizzazione – proprio perché si dà un’unità fra lavoro e coordinamento del lavoro, materialmente realizzata dal massiccio ingresso, nella produzione sociale, del lavoro non-operaio come segmento crescente della forza-lavoro. Come ognuno vede, la tendenza sopra delineata è operante in tutta l’area del capitalismo maturo. La specificità della situazione italiana sta invece nell’anticipo con cui il lavoro non-operaio ha imposto se stesso, come interno alla composizione di classe operaia storicamente data, prima ancora che lo sviluppo delle forze produttive dentro la sezione italiana di capitale fondasse l’oggettiva possibilità dell’internità stessa. L’intelletto generale, vivo, vuole vivere – sia pure di vita fragile e inquieta – dentro il lavoro vivo. La pratica del rifiuto del lavoro ricompone il «sapere sociale» frantumato Diverse sono le ragioni che hanno provocato questo anticipo (che ha giocato e gioca come fattore “principe” nella destrutturazione dell’assetto di capitale in Italia).
Impossibile, in questa sede, elencarle tutte. Basterà ricordare il ruolo decisivo svolto dal ’68 – e più specificatamente la diffusione e la continuità con cui l’esperienza del ’68 è penetrata in questi dieci anni nei comparti del lavoro sociale diversi dalla fabbrica. Mette conto delineare brevemente quale conseguenza – in termini di rapporti di forza fra le classi dentro la produzione sociale – comporti questo rovesciamento anticipato per cui la delega del dominio all’intelletto generale, volta ad assicurare il carattere molecolare del processo di valorizzazione, funziona all’inverso, ricomponendo sulla base del sapere sociale accumulato tutta l’intelligenza produttiva del lavoro vivo contro le condizioni di produzione. A partire dal ’70, sia pure con ritmo ineguale, pieno di pause, arretramenti e cadute improvvise (valga per tutti la paralisi del movimento nei mesi successivi alla rivoluzione dei prezzi petroliferi) gli elementi di rigidità introdotti dalle lotte hanno inceppato e poi scardinato il mercato del lavoro.
Un rapido confronto tra il tasso di crescita dei salari, della produttività e dell’inflazione testimonia come nello scontro tra il tentativo capitalistico – organizzato su scala multinazionale, in primo luogo Usa e Rft – di contenere il lavoro necessario per aumentare il pluslavoro in quanto plusvalore, e la pratica operaia di ridurre il lavoro necessario per assicurarsi più tempo libero (come tempo otium o come tempo per un’attività appropriante altra ricchezza), ha prevalso, sul trend della produzione e riproduzione sociale, il comportamento di parte operaia. È così sotto gli occhi di tutti la diminuzione drastica dell’orario di lavoro effettivo rispetto a quello ufficiale (per via di assenteismo, pause più o meno concordate, rigida attinenza alla mansione e alla collocazione anche fisica), e l’aumento vertiginoso del doppio lavoro, soprattutto come «part-time». Si badi: il fenomeno odierno non ha alcuna analogia con quello – di proporzioni raffrontabili – degli anni Cinquanta.
Lì infatti il secondo lavoro si presentava come del tutto annesso alla dinamica della produzione di plusvalore (assoluto in primo luogo). Si trattava allora di prolungamento della giornata lavorativa strettamente intesa, in cui – stanti i livelli della produttività sociale dell’Italia post-bellica, nonché i rapporti di forza fra le classi – il doppio lavoro era dilatazione del «tempo immediato di lavoro» – perché il rapporto di lavoro necessario-pluslavoro si desse nelle proporzioni richieste dall’accumulazione capitalistica.
Insomma: il doppio lavoro veniva vissuto da parte operaia come lavoro necessario, mera occasione di sopravvivenza, costrizione imposta dal nemico sociale. Del resto, a riprova di questa considerazione, basterebbe ricordare il carattere rigido del doppio lavoro, il suo essere, cioè, tempo interamente regolato e ritmato della logica del processo di valorizzazione, impermeabile a ogni tentativo di autoregolazione o solo di fluidificazione operaia. Assai diversa è la situazione presente: qui siamo di fronte a una riproduzione «garantita» ottenuta tramite una pratica sociale di rifiuto del lavoro, che per estensione e profondità è senza precedenti nell’Occidente capitalistico. Questo è un passaggio decisivo, il cui possesso è indispensabile per la comprensione della situazione di classe in Italia. Nuova socialità della cooperazione lavorativa Quando, infatti, si insiste, nel rappresentare la congiuntura italiana, sugli elementi di rapina che la forma di produzione della «fabbrica diffusa» comporta; quando il doppio lavoro appare come mera estensione di sfruttamento, rastrellamento «sordidamente giudaico», negli interstizi della società – ecco che vengono a essere rimosse proprio le caratteristiche soggettive, di parte operaia, che storicamente hanno determinato, in qualche modo, in avanti le condizioni di produttività date. E questo è vero non solo per il lavoro «part-time» (che, come ognuno sa, postula un alto grado di socializzazione e automazione dei settori produttivi o dei servizi che lo richiedono); ma è vero perfino per il «lavoro a domicilio» – la vacca sacra di tutte le interpretazioni pauperistiche e regressive dell’economia italiana. Giacché, come è possibile non vedere che se elemento fondante del recente e massiccio allargamento del «part-time» del lavoro a domicilio è stata la lotta al lavoro produttivo da parte dell’operaio massa, la formazione stessa ha avuto tuttavia luogo dentro «l’incessante trasformazione della natura dell’industria» – anzi addirittura come ulteriore sollecitazione della stessa? Qui non si tratta di un regressione nella forma della cooperazione sociale, di un ritorno a forme che precedono la manifattura (humus desiderato del rivoluzionarismo protocomunista italiano che, giustamente, vede il proprio possibile successo affidato alla «infinita potenza» della povertà, al regresso, alla barbarie). Il lavoro a domicilio di cui si sta discutendo è sempre organizzato dalla grande impresa sulla scala della cooperazione sociale – e richiede quindi un ulteriore salto in avanti nei processi di automazione nonché nell’integrazione fabbrica-società. Il lamento sulla contrazione del «fattore di scala» che comporterebbe il passaggio dalla fabbrica, come luogo murario del ciclo lavorativo, allo «sminuzzamento» dello stesso ciclo nel lavoro a domicilio, non tiene conto della circostanza che questa disseminazione è solo decentralizzazione fisica – essa avviene infatti forzando il carattere organico della cooperazione lavorativa e materializzando comando e coordinamento dentro la tecnologia dell’automazione; così la divisione del lavoro procede nella sua sussunzione assolutamente classica, progressiva, delle forze produttive e in primo luogo dei comportamenti della forza-lavoro, rovesciando le difficoltà politiche in un allargamento assoluto del processo di valorizzazione, e per questa via potenziando il lavoro sociale come base materiale della ricchezza.
Se è vero, infatti, che nel lavoro a domicilio il calcolatore sostituisce le fragili gambe del capo reparto, e la prestazione a cottimo aggira la viscosità dell’erogazione lavorativa di fabbrica, è soprattutto vero che il lavoro a domicilio non è, esaminato nel suo «trend», lavoro necessario; nasce «a valle» della giornata lavorativa tradizionale, e quindi dopo che il problema della riproduzione ha ricevuto una soluzione positiva per la forza-lavoro. E d’altro canto le forme in cui il lavoro a domicilio si svolge, la stessa base tecnica della strumentazione fa sì che non si riapre l’era del lavoro parcellizzato, dell’uomo appendice della macchina: anche qui prevalenti sono gli elementi di sorveglianza sulla macchina, e quindi di autoregolazione del tempo di lavoro e di fluidificazione e intercambiabilità delle mansioni. Ancor più emblematica è la forma di lavoro «part-time».
Non si tratta infatti dell’eterno «part-time» del bracciante di Cerignola chiamato a surrogare il mulo per qualche ora – laddove il suo bisogno di reddito gli fa desiderare d’essere definitivamente mulo. Se guardiamo i saggi di sviluppo dei diversi settori che utilizzano il «part-time», ci accorgiamo che il più significativo (fino al punto di essere in realtà l’unico esistente) è quello che impiega il «part-time» utilizzando l’intercambiabilità e l’autoregolazione, sulla base della relativa automazione del flusso produttivo, la qualificazione richiesta sembra presupporre, più che una formazione specialistica, il possesso di quella anonima conoscenza sommersa che assicura l’adattabilità come capacità di apprendere puro lavoro in quanto sapere sociale.
Mette conto insistere ancora su alcuni tratti «operai» di queste relazioni produttive, che hanno silenziosamente mutato le condizioni dentro cui si svolgono i movimenti delle classi sociali in Italia. Una critica al concetto di «emarginazione» Intanto, diciamo subito che non c’è «emarginazione», disoccupazione e repressione nel senso forte che questi termini hanno nella storia delle relazioni industriali.
La raffigurazione del Paese in preda alla miseria crescente e alla ferocia dei nuovi e vecchi governanti, anche quando appaiono sui fogli dei radicals nostrani, sono pure idiozie: gravi solo perché testimoniano quanto separato, ottuso, inutilmente soddisfatto di sé sia quello «spicchio» di cielo della politica che appartiene ai nostri compagni rivoluzionari di ruolo e ai loro «compagni di strada» – posseduti da «delirio repressivo». Sopravvivono perché «controreazionandosi» a vicenda la paura delle proprie paure, coltivano la «volontà d’impotenza», l’orrore per la vittoria e il successo come materialità che si impone. Non si vuole con ciò negare che esista in Italia la logica del mondo «altro dalla ricchezza»: marginalità, disoccupazione, repressione non vogliono morire, si nutrono di lavoro vivo e sopravvivono come possono.
Ma tutto questo è banale – vuol dire ripetere ossessivamente una verità vuota: il carattere contraddittorio del «progresso» capitalistico, il suo continuo mortificare e distruggere la «vita possibile» dei produttori come riaffermazione delle proprie condizioni di sviluppo. Ma il punto decisivo è oltre il banale. Come dire: oltre Seveso.
Di chi è l’iniziativa che attraversa e sommuove, ormai pressoché ininterrottamente da dieci anni, tutto il tessuto produttivo? O, se si vuole: come si è andata configurando, nel rapporto fra le classi, la distribuzione della ricchezza in Italia? Quale soggetto è andato affermando il proprio diritto come «diritto nuovo» alla garanzia, all’automatismo della riproduzione senza accettare condizioni sul versante dell’interesse generale – ovvero della produttività sociale intesa come incremento del valore realizzato «pro capite»? Tutta la pubblicistica e la letteratura corrente danno una risposta inequivocabile.
La vita quotidiana si incarica da parte sua di «zittire il lamento delle statistiche», facendo penetrare nella testa dei singoli questa «sicurezza bella» del diritto automatico alla vita come diritto imposto. Per capire questo generale sommovimento non basta tenere d’occhio gli indici «classici» della scienza economica; il quadro si è fatto più complesso e ricco di variabili sconosciute. Vediamo la cosa da più vicino. Si dice: oltre due milioni di disoccupati, soprattutto giovani. Reinnescato dal «ritardo semantico» delle parole un «pianto costernato» inonda i fogli progressisti e «rivoluzionari». A prendere sul serio i termini (che informano perché richiamano analogia) ci sarebbe da aspettarsi che due milioni di persone vivano nell’indigenza, e una percentuale così cospicua (diciamo centomila) sia prossima all’inedia. Come ognuno può vedere si tratta di una rappresentazione distorta dell’uso di vecchie parole per denotare fatti nuovi. Il «soggetto sfruttato» considerato dal punto di vista della sua ricchezza L’attuale disoccupazione italiana ha luogo in condizioni affatto originali. Il livello della spesa pubblica, in specie per sanità, scuola, servizi è di tale portata da sdrammatizzare alla radice il fenomeno. E il fatto che tutto questo poggi su un apparato pubblico «improduttivo» al quale va destinata una fetta del plusvalore sociale, è fatto – dal punto di vista dell’interesse di classe – assolutamente secondario a fronte del «valore d’uso» di questi servizi e anche dell’effetto di alleggerimento che l’occupazione in essi esercita sul mercato del lavoro, concorrendo in modo non secondario a impedire il formarsi di un esercito industriale di riserva.
Da questo punto di vista, si può dire che la contraddizione passa attraverso le spese dello Stato; e che si dà un preciso interesse operaio al mantenimento delle funzioni definibili come «improduttive». D’altro canto le occasioni – più o meno legali – di reddito che un sistema produttivo a capitalismo maturo genera di continuo, rendono la disoccupazione in certa misura, un «tempo di lavoro» autoregolato, saltuario, non irrigidito.
Del resto, basta osservare che la stessa categoria anagrafica del disoccupato è, nelle statistiche, definita per negazione – in quanto condizione che difetta nella regolarità e continuità della prestazione lavorativa. Ma mentre questa condizione denotava in passato, ad esempio negli anni Cinquanta, estraneità al processo produttivo o comunque alla distribuzione del reddito, questo non è più vero, almeno nella generalità dei casi, dentro una produzione sociale così elastica e insinuante – in cui fabbrica e società diventano sinonimi. Forse bisognerebbe cominciare a pensare alla disoccupazione non come «mancanza» come «difetto», ma come «presenza», come «pienezza». Giacché solo gli ideologi del lavoro produttivo – specie zoologica in estinzione confinata ormai in quegli spogli parchi che sono gli uffici studi del sindacato e del Partito comunista – rimuovono, mentendo per omissione, la componente di rifiuto del lavoro produttivo che v’è nel fenomeno della disoccupazione giovanile. Anche qui il comportamento soggettivo è un «indizio forte» di questa asserzione.
Al di là della rilevanza statistica dei dati – che pure testimoniano un allargamento a forbice tra giovani disoccupati anagraficamente censiti e occasioni di lavoro precario, nella forma giusta, non utilizzata – assai più probante è la fuga della fabbrica, tipica di quella nuova generazione di operai che sono, a un tempo, studenti un po’ balordi delle scuole di ogni ordine e grado. Qui siamo di fronte a una novità di comportamento di grande rilievo.
Negli anni Sessanta la fabbrica era, in specie per la forza-lavoro giovanile, un’occasione privilegiata di reddito e, per una minoranza politicizzata numericamente significativa, anche sede, orgogliosa e decisiva, della lotta e dell’organizzazione politica di classe. Insomma «militanti e produttori» insieme si era solo nella fabbrica. Qualcosa in questo registro così lineare si è ora irrimediabilmente rotto. Il giovane operaio guarda fuori dalla fabbrica alle occasioni più fluide e meno rigide di reddito – ma guarda fuori anche con gli occhi del corteo duro che spazza il centro cittadino, con l’ansia dell’espropriatore-ladro, con la vigile attenzione del terrorista: anche qui si tratta di una minoranza, in vero numericamente ridotta, ma la sua stessa esistenza come «distribuzione normale» in ogni agglomerato operaio attesta la non interpretabilità in termini di devianza, di scarto statistico; e ciò è, di per se stesso, un salto rispetto al passato. Certo, tutto questo è anche risultato del processo inflazionistico, della progressiva importanza del «capitale produttivo di interesse», del risarcimento consumato dai circuiti monetari come risposta padronale all’egemonia dell’operaio in fabbrica. Ma appunto è la straordinaria continuità dell’innovazione produttiva operaia che va sottolineata come chiave di comprensione del presente – rattrappimento dell’erogazione lavorativa in fabbrica, utilizzazione delle occasioni fluide di lavoro che il capitale è costretto ad approntare dentro la produzione allargata. L’incessante erosione del pluslavoro A ben guardare la «porta stretta» attraverso cui passare per comprendere la situazione italiana è data dalla «genesi» delle condizioni, dentro le relazioni produttive, che consentono l’affermarsi della rigidità operaia (vera e propria erosione progressiva di plusvalore) senza che la macchina produttiva precipiti verso la paralisi – con conseguenze che finirebbero per schiacciare lo stesso contropotere operaio. Il che equivale a interrogarsi sul «segreto» che ha permesso di incrementare il rapporto lavoro necessario/pluslavoro in una misura senza precedenti nella storia italiana e senza confronti nell’Occidente capitalistico – tenendo tuttavia il debito complessivo del Paese verso l’estero entro i 20 milioni di dollari: che vuol dire il 10% del G.N.P. annuale e appena 1/5 dell’ammontare di capitale trafugato all’estero in soli sette anni (dati del 1976).
Bene: ricorrendo per brevità d’esposizione a una risposta schematica si può affermare, in primo luogo, che la lotta operaia contro il pluslavoro in fabbrica ha potuto imporsi, ben al di là dei risultati contrattuali, perché il lavoro non-operaio dentro e fuori la fabbrica ha progressivamente desistito dai suoi compiti di comando e controllo per configurarsi tendenzialmente come «coordinamento e innovazione».
Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che è il comportamento molecolare di milioni di uomini, che dovrebbero «sorvegliare e punire» altri uomini, a permettere la sottrazione alla costrizione del «ritmo», il fiorire delle pause, il ridimensionamento della fatica. Il lavoro non-operaio che vede se stesso dentro la composizione di classe operaia assicura, nella quotidianità della produzione sociale, l’espandersi dell’erosione del pluslavoro. Tempo di lavoro / tempo di non lavoro D’altro canto questo comportamento soggettivo del lavoro non-operaio spinge all’automazione della produzione come tentativo di oggettivare il comando nel capitale costante; ma anche come mera condizione di sopravvivenza del ciclo produttivo.
A sua volta l’allargarsi dell’automazione offre altre occasioni all’intelligenza produttiva di sfuggire al «tempo immediato di lavoro», contrae assolutamente e relativamente la presenza della forza-lavoro in generale e di quella produttiva in particolare nel processo produttivo diretto, pone le basi per una ulteriore riduzione che può assumere l’aspetto di pluslavoro o di «tempo libero» a seconda dei rapporti di forza tra le classi.
Vale la pena ricordare, a proposito del tempo libero, che anche qui qualcosa è mutata; non è tempo libero dell’impiegato svizzero impaniato dalle agenzie di viaggio: tempo che «trascorre senza senso restando tuttavia soggetto ai ritmi del mondo del lavoro salariato e alla sua ideologia».
Il tempo libero se è in parte tempo di lavoro (ma autoregolato) per procurarsi reddito, è anche «otium» in quanto tempo dedicato ad attività più alte; ad esempio: all’organizzazione e all’allargamento della lotta – per quanto ingenue possano essere le forme che tutto questo «mediamente» assume. D’altro canto il «tempo libero ha naturalmente trasformato colui che ne dispone in un soggetto diverso; ed è come tale che egli entra poi anche nell’immediato processo di produzione». Insomma questo «feed-back» positivo che si è istituito tra rifiuto operaio del lavoro produttivo – comportamento dentro la produzione del lavoro non-operaio – automazione (feed-back che rende vischiosa e qualche volta arresta, stante la relativa arretratezza delle forze produttive, la connessione processo di valorizzazione-processo di produzione) trova il suo «spunto iniziale» nel comportamento del lavoro non-operaio che ormai sembra guidare tutta la dinamica.
Si è già accennato alla complessità della ricostruzione storica di questo comportamento – probabilmente analogo a quello di altri Paesi a capitalismo maturo ma, certamente, specificatamente italiano per diffusione e profondità. Si è già richiamato il ’68. Ma ovviamente è un riferimento che a sua volta andrebbe spiegato. Su questo discorso bisognerà tornare.
Qui ci interessa evidenziare come sia insufficiente vedere nella «nuova composizione di classe» la base materiale della crisi italiana. Giacché quando si parla di modificazione nella composizione di classe si sottolinea in genere l’ingresso (o il diverso peso relativo) di un segmento di forza-lavoro dentro il corpo complessivo di classe operaia.
Muta la composizione tecnica di classe ma, in qualche modo, si tratta di un’aggiunta, o, come è uso dire, di «proletarizzazione» di altri strati sociali che nel loro ridursi a «classe operaia» si impadroniscono della memoria storica di lotte, comportamenti e istituti organizzativi precedenti. Oggi invece in Italia c’è rottura, c’è mutamento nella composizione politica di classe – il dislocarsi del lavoro operaio non significa assorbimento e mimetizzazione del primo nel secondo, non è una sorta di «reductio ad unum». Comando del valore d’uso sul lavoro sociale L’ingresso soggettivo del lavoro non-operaio dentro il corpo di classe operaia pone un drammatico problema di rottura del comportamento produttivo e politico nella prassi totale del lavoro vivo; che genera – non serve nasconderlo – anche tragiche forzature, lacerazioni nonché tentativi di rigetto. Il che è del resto assai ragionevole – purché si tenga presente che i soggetti denotati con astrazioni (lavoro operaio, lavoro non-operaio) sono in realtà soggetti reali e cioè uomini che intrattenendo reciprocamente nuove relazioni mutano, sono costretti a mutare, radicalmente se stessi. È una problematica assai vasta; e in questa sede è possibile indicare solo uno dei fili conduttori. L’idea forza con cui il lavoro non-operaio va costruendosi come soggettività è quella del comando del valore d’uso sul lavoro sociale. Malgrado che spesso questa idea-forza non sia penetrata dentro il singolo a mo’ di coscienza, i movimenti produttivi e i gesti di lotta del lavoro non-operaio corrono lungo questo filo. Si pensi alle lotte sui servizi sanitari, sulla scuola, sul problema dell’energia. E tuttavia questo valore d’uso non ha un significato protosocialista, artigianale, di possesso intellettuale e controllo da parte del singolo produttore della specifica mediazione tecnica con la natura relativa a una particolare attività lavorativa.
In altri termini non è una riedizione del movimento hippie, divinizzazione fantastica del singolo e disprezzo reazionario per la ricchezza.
Comando del valore d’uso vuol dire richiesta di «lavoro utile» come possibilità materiale di usare, per i soggetti che producono, della ricchezza sociale – usare nel senso di godere di essa. Da questo punto di vista la divisione del lavoro, l’organizzazione scientifica della cooperazione lavorativa, la «natura come industria», in una parola la potenza del lavoro astratto, costituiscono il presupposto, il terreno stesso su cui la pratica del valore d’uso s’impianta. Si potrebbe dire che il valore d’uso pretende uno smisurato allargamento di questo stesso processo, desidera la «società umana come racket di massa della natura» – al limite spinge alla riproduzione sociale come processo garantito, meramente automatico, immediato e quieto nella sua anomia: come l’atto naturale del respirare. Bisogna insistere: l’idea-forza del lavoro d’uso non va ricercata nei documenti che i gruppi politici preparano o nella rappresentazione individuale che il militante ha del movimento.
Essa «non si fa vedere a occhio nudo e chiede quindi l’occhio della mente e la presa della teoria».
E la mente può ricercarla solo nella fattualità dei processi – purché si intenda per processi la totalità della prassi umana; ma in primo luogo il movimento produttivo del lavoro vivo e i comportamenti politici di massa. Valore d’uso è Valore d’uso è il disgusto del posto fisso, magari sotto casa: è l’orrore per il mestiere; è mobilità; è fuga dalla prestazione stupidamente irrigidita come resistenza attiva alla merce, a farsi merce, a essere posseduto interamente dai movimenti della merce. Valore d’uso è la complicità sociale che il lavoro non-operaio offre, lungo gli interminabili attimi della giornata lavorativa, al comportamento operaio che rifiuta la «cieca fatica» propria del lavoro di fabbrica. Valore d’uso è la volontà di sapere nel suo «attraversare calpestando», con la dolce ottusità dei giovani, il corpo della «madre scuola»; che boccheggia e ansima perché strutturalmente incapace di dare, di rispondere a un bisogno di conoscenza che non si configuri come richiesta di inserimento nei ranghi del lavoro salariato – e se, dio non voglia, anche qualche rosa viene calpestata tanto peggio per le rose. Valore d’uso è il desiderio di apprendere con tutto il corpo questa nuova sensibilità che emerge da quel continente ricco di toni, sfumature, emozioni sensibili che è l’associazionismo giovanile nel suo rapporto particolare con la musica, il cinema, la pittura, insomma con «l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Valore d’uso è la ricerca caparbia di nuove relazioni tra gli uomini, di modo «trasversale di comunicare», di sperimentare, di crescere sulle proprie diversità – e insieme la capacità di non rimuovere la sofferenza, le miserie e le sconfitte di questa ricerca lasciandosi assorbire dalla vecchia norma, reinventando tartufescamente la domenica; bensì cercando ancora, procedendo «a testa alta». Valore d’uso è la «pensosa allegria» propria del furto di oggetti utili, desiderati – che è rapporto diretto con le cose, libero dalla mediazione sporca perché inutile del denaro; ma anche «nostalgia della ricchezza», del vivere gratis, di una pienezza di consumo e godimento come possibilità latente, materiale della società moderna – che forse è aspirazione al paradiso ma solo in quanto disprezzo per le difficoltà inutili perché già superabili; solo in quanto odio per un purgatorio che, nel suo trascinarsi oltre il giusto, cessa di essere preparazione, attesa per diventare privazione giustificata, sofferenza superflua. Valore d’uso è la speranza ingenua con cui nell’agricoltura, nei servizi, nei quartieri, nascono, per vivere fragilmente e poi morire, cento, mille esperienze di «controeconomia», di lavoro utile – come allusione tenera a un’altra forma di lavoro sociale, a un’altra distribuzione del tempo del lavoro in quanto costo sociale; desiderio di conoscere, bisogno di scegliere la destinazione della propria fatica; in qualche modo stima e protezione audace dell’unicità della propria vita. Valore d’uso è la disumana astrattezza dell’omicidio, dell’attentato – soluzione fantastica di un problema reale, rimpianto denso dell’interezza delle proprie possibilità, disperato tentativo di far valere, con orgoglio impaziente, la propria forza sociale; che però, nella forma cortocircuitata della violenza militare, finisce col premiare esattamente il contrario di ciò di cui parla. Valore d’uso è tutto questo e insieme altre cose: difficilmente verbalizzabili ma certo osservabili dentro la nuova giornata lavorativa, dentro la vita quotidiana – purché cessi il vezzo di ascoltare con un orecchio solo: e avvertire così il rumore dei cristalli rotti ma non lo strofinio di «tutta la tavola trascinata irresistibilmente verso il futuro». Inadeguatezza della categoria-denaro a sintetizzare i nuovi bisogni Forse il richiamo alla Roma del 12 marzo 1977 può rendere nella sua complessità – come ricchezza e indigenza insieme – l’immagine della pratica sociale del valore d’uso.
Tutti i tratti prima delineati erano presenti – si davano simultaneamente e nello stesso luogo come in una prova generale, in una scena di massa con centomila attori. Forse bisognerebbe ripartire da lì, dalla «cattiveria sognante» di quel black-out assai meno popolato che quello di New York ma in qualche modo più gravido di conseguenze perché costruito da una «minoranza di massa», perché praticato servendosi della luce. Ripartire da lì, da quell’accaduto, da quella presenza per riannodare i fili del discorso sulla forma denaro, sulla forma stato, sulla forma pensiero, sul sindacato, sul partito e così via. Qui possiamo solo tratteggiare l’approccio che deriva, nell’affrontare alcuni di questi temi, dell’avere l’occhio al «movimento reale che trasforma». Innanzi tutto il valore di scambio o meglio il denaro come capitale. Nella pratica della nuova giornata lavorativa, in questo singolare modo di contrapporsi al movimento della categoria denaro, v’è appena la traccia della tradizione nazional-popolare della cultura cattolica che sente il denaro come colpa, come cosa immonda, come catastrofe dell’essenza umana. Lo scambio lavoro contro denaro viene vissuto come scambio di fatica contro reddito. Ma si dirà: questa è una pratica antica quanto la forza-lavoro. Si può rispondere: la novità risiede nella circostanza che comportamenti produttivi di interi segmenti di forza-lavoro (in particolare il lavoro non-operaio) tendono a imporre, nel funzionamento della macchina economica, questo tipo di scambio. Per dir meglio: il denaro pretende il lavoro che valorizza, impone che la produzione sociale sia dominata dall’atto di scambio lavoro contro capitale: potrebbe dirsi che il motore segreto della dinamica capitalistica, di questo spirito animale mai sazio che sommuove la storia moderna, è piantato in questo atto di scambio. Di qui potrebbero derivarsi, come altrove è stato chiarito, con passaggi rigorosamente algebrici, tutti i comportamenti dei soggetti sul mercato: compresa la forza-lavoro nei suoi movimenti politici e produttivi. Denaro come costo sociale eccessivo La pratica sindacale di privilegiare l’aspetto reddito sull’aspetto capitale non contraddice questo svolgersi della categoria denaro – stante la capacità del capitale di presentarsi come reddito denaro, reddito astratto che produce esso stesso bisogno astratto di ricchezza, bisogno astratto di godere più che godimento fattuale.
È questa la chiave per capire la sostanziale simpatia con cui gli operai dell’Occidente (ma forse anche quelli dei Paesi a socialismo realizzato) hanno guardato e guardano allo sviluppo capitalistico – ed è ancora questo il passaggio necessario per ricostruire la cosiddetta «degenerazione revisionista» in tutto il movimento operaio; senza ricorrere a schemi interpretativi moralistici tipo «tradimento» che per essere convincenti, dato il carattere ripetitivo e onnipresente del tradimento stesso, richiederebbero una teoria genetica sui funzionari dei partiti operai.
Del resto, niente di irragionevole: l’opzione di massa a favore dello sviluppo capitalistico proviene dalla consapevolezza, anch’essa di massa, che – sia pure a prezzo dell’astrattizzazione dei bisogni, sia pur facendo emergere un’«umanità capovolta» – questo modo di produzione assicura, magari con le scorie produttive, l’appagamento di bisogni concreti, l’espansione del processo di vita, il ricambio ricco con la natura. La rottura si delinea quando, sulla base composita, universale, egualitaria, comunicabile, assicurata dal denaro in quanto misura e scopo delle cose, emergono bisogni nuovi, radicali – qualche volta nel senso che non sopportano ontologicamente rappresentazione in termini di denaro: spesso nel senso che avvertono come non più necessaria una loro traduzione in denaro.
Si porrebbe dire: il denaro come costo sociale eccessivo nell’epoca in cui è la stessa natura a funzionare da industria. Bisogni radicali e desiderio di sovversione È qui che si evidenzia quel bisogno di non farsi merce che sta a fondamento della pratica della lotta illegale e delle sue forme violente. Bisogno che, a sua volta, è sintesi di bisogni peculiari, diversi, non commensurabili: ultimo bisogno astratto ma scagliato contro l’astrazione come regola; e, per ciò stesso, retroterra reale dell’organizzazione rivoluzionaria post-leninista. Mette conto sottolineare che quando si discorre di bisogni radicali non ci si riferisce a nascoste positive latenze della natura umana, auspicabili ma di esistenza incerta – come le risorse petrolifere non ancora scoperte. Questi bisogni radicali stanno lì “sotto le chiappe” di tutti.
Si chiamano con nomi diversi, spesso hanno odore sgradevole, comportano qualche orrenda formazione e si fanno valere con modi poco civili.
Ma ci sono.
Il movimento delle donne ad esempio – ripulito da quella malattia ideologica, che lo perseguita come un vizio di cuore, di proporsi come rivendicazione un po’ rancorosa l’uguaglianza ossessiva con l’uomo – il movimento delle donne, si diceva, in quanto afferma la diversità della donna, la peculiarità dei suoi bisogni non genericamente umani, e la precisa determinazione di far posto, dentro le «relazioni industriali», a questa diversità senza che essa sia costretta a mimetizzarsi nella forma «uguale» il denaro. Non sta qui un fondamento, non elucubrativo, del «diritto ineguale» come possibilità attuale? Ancora: le pratiche lavorative, soprattutto nella riproduzione sociale, che si svolgono attorno alla solidarietà piuttosto che alla concorrenza, assumono una forma «altra» del lavoro salariato: sono qualche volta lavoro socialmente utile, più spesso attività con scopo – in cui bisogno e lavoro coincidono.
Pratiche sempre esistenti è vero, ma costrette a vivere ieri negli interstizi, negli angoli bui della produzione sociale – come parenti deformi. Oggi tendono a emergere, ad allargarsi innovandosi, a ritagliarsi propri spazi di esistenza e di legittimazione. La «società sommersa» Quando si dice che il rapporto tra un soggetto sociale costituito sul valore d’uso e la categoria di valore di scambio tende a porsi come mera occasione di reddito si vuole significare due concetti.
Alla forma impresa il lavoro vivo (o meglio la parte non irrilevante di esso) chiede garanzia di vita, soluzione automatica del problema della riproduzione. L’orgoglio produttivo, l’erogazione con inventiva, se può, si applica altrove – dopo che è trascorso il tempo immediato di lavoro.
Così se i torni, i forni, le caldaie, gli scambi, il sistema macchine nel suo insieme funzionasse da solo ben pochi si sentirebbero diminuiti per questo. Invece dentro la forma valore d’uso segmenti via via più larghi di lavoro vivo applicano la loro forza invenzione, la loro intelligenza produttiva – con risultati non sempre apprezzabili ma con una continuità di sperimentazione che attesta la radicalità del bisogno.
Questa «società sommersa» non fonda kibbutz, non popola riserve in cui si pratichi virtuosamente il baratto.
Essa è impiantata come un tumore dentro la società del lavoro salariato – e organizza la sua metastasi, articolandosi, succhiando tutto quello che può col minimo sforzo, badando in ogni circostanza ai rapporti di forza e sottraendosi con grande intelligenza alle battaglie campali, agli scontri decisivi per evitare che l’impiego massiccio di tutti gli anticorpi di cui la società è capace, blocchi la metastasi stessa. Non emarginazione, ma estraneità ostile Come ognuno può vedere siamo ben lontani dal modello esplicativo Asor Rosa – che ha avuto le sue vittime dentro il movimento. Per Asor Rosa la forma impresa è prima società ricca ed equilibrata assediata da ciompi senza mestiere, temibili solo per la loro miseria morale e materiale che è loro propria. Laddove i ricchi non sono certo coloro che vivono dentro e per l’impresa – semmai essi hanno diritto a tutta la pietà, non scevra di preoccupazione, dei giovani. Ed è ancora alla complessità del 12 marzo del ’77 che bisognerà riandare per ricostruire l’intreccio tra nuovi comportamenti del lavoro vivo (in particolare del lavoro non-operaio) e strategia sindacale. Tutto ciò che prima è stato scritto sulla pratica del valore d’uso, ancorché incompleto, è sufficiente tuttavia a dare le dimensioni del problema.
Il rapporto è di estraneità profonda e, nell’immediato, esso assume la forma di un’ostilità reciproca. La cacciata di Lama dall’Università di Roma, lungi dall’essere una bizzarria estremista, è una spia di questa situazione.
Del resto non può che essere così. Il sindacato interpreta sul terreno contrattuale, come autorità salariale, i movimenti della forza-lavoro volti alla propria valorizzazione in quanto merce.
Questi movimenti non sono un’invenzione del sindacato. Sono movimenti indotti dallo svolgersi della categoria denaro, ma essendo movimenti reali che trascinano milioni di uomini, hanno aspetti contraddittori.
Il sindacato per sua fondazione mette in rilievo i tratti di movimento autovalorizzante di merce. Il conflitto, la lotta che esso rappresenta e conduce si svolge dentro i limiti dello scambio lavoro produttivo-capitale. Oltre questi limiti la forma stessa di sindacato non si dà. Sicché, quando in Inghilterra o in Italia i bonzi sindacali concordano sacrifici con le imprese per salvare l’economia, bisognerebbe smetterla di gridare allo scandalo. Fanno il loro mestiere; difendono insieme il loro posto di lavoro; e gli operai, che sanno apprezzare la divisione del lavoro, non menano alcuna meraviglia. Ma questo movimento autovalorizzante di merce si svolge secondo una dinamica affatto diversa da quella che presiede alla pratica del valore d’uso – nella crisi poi questa diversità tende a porsi come opposizione, come ostilità.
E questa ostilità, occorre ricordarlo, non contrappone un pugno di burocrati sindacali al popolo lavoratore.
Essa divide il lavoro vivo, si rappresenta come contrasto produttivo, politico, culturale tra segmenti diversi del lavoro – insomma contrappone uomini ad altri uomini sulla scala dei grandi numeri. Il comportamento dominato dal valore di scambio si oppone, è costretto a opporsi al comportamento dominato dal valore d’uso. È una lacerazione che attraversa il corpo del lavoro vivo, schiera moltitudini da una parte e dall’altra spesso senza continuità o confini tracciabili in base alle mansioni espletate. E tuttavia si può dire che, mediamente, quello che chiamiamo comportamento dominato dal valore d’uso si ritrova di preferenza tra i giovani che esplicano il lavoro non-operaio; e quello che chiamiamo comportamento dominato dal valore di scambio si ritrova più frequentemente nel lavoro operaio della grande fabbrica.
Dunque la lacerazione esiste: e tutto fa pensare che sia destinata ad approfondirsi. Né serviranno a lenire il dolore le comuni reliquie: la notevole omogeneità di lessico e il paradossale rifarsi alle stesse icone (oh, il ritardo della «politica»!) nascondono in realtà universi inconciliabili. E d’altro canto questa lacerazione non sarà certo rimaneggiata dal probabile successo della strategia del Pci mirante a porre l’ipotesi diretta del lavoro produttivo sul governo del Paese – è facile prevedere infatti che la «centralità operaia» come riferimento per la macchina statuale non può che comportare, almeno nell’immediato, l’accentuarsi della pressione volta a ricondurre a forza-lavoro produttiva il lavoro non-operaio, e in genere il lavoro produttivo.
Riconduzione che, se non ha alcun respiro strategico dentro lo sviluppo capitalistico – giacché il livello delle forze produttive, la composizione di classe, l’obsolescenza della dimensione nazionale la rendono retrodatata – ha tuttavia la capacità di scompaginare il significato sovversivo dei nuovi comportamenti dentro la produzione sociale, compromettendo una ricomposizione di classe nella crisi attorno alla pratica del valore d’uso. Sembra quindi di poter concludere che la contrapposizione tra segmenti diversi del lavoro vivo è destinata, almeno in Italia, ad accentuarsi – alimentando uno scontro che, in quanto coinvolge milioni di uomini, può essere riguardato come una forma, sia pure sotterranea, di guerra civile.
DAL TERRORISMO ALLA GUERRIGLIA
di Franco Piperno
1. Per il concorrere di cause diverse, non esaminabili in questa sede, ha avuto luogo nell’ultimo decennio un silenzioso sommovimento «nel modo di produrre la ricchezza».
Il circuito produttivo utilizza prevalentemente la natura come industria, piuttosto che l’erogazione di pluslavoro ed il conseguente furto del tempo di lavoro. Per dirla in gergo: le diverse forme della produzione sociale non sono più organicamente saldate dalla legge del valore.
Tutto questo comporta delle conseguenze di grande rilievo, che investono i soggetti sociali nonché la stessa cooperazione lavorativa. Intanto emerge un soggetto proletario nuovo, artefice sì della ricchezza ma non più interpretabile (anche ai fini del calcolo economico) in termini di lavoro produttivo e improduttivo. Muta quindi la composizione di classe del proletariato.
L’intellighentsia tecnico-scientifica in particolare (che rozzamente possiamo chiamare «lavoro non-operaio») viene ad occupare una posizione di centralità nella produzione della ricchezza sociale. E non si tratta, si badi, della disattesa aspettativa sulla proletarizzazione dei ceti medi – come mera riduzione di altre figure sociali a lavoro salariato.
Il lavoro non-operaio – agendo non più come ceto residuale, bensì in quanto soggetto materiale di un nuovo modo di produzione – porta con sé comportamenti, riferimenti culturali, ideologie, non riconducibili alla memoria storica delle lotte operaie.
2. Il mutamento nella composizione del proletariato induce una «nuova spontaneità» che appare sulla scena per la prima volta nell’indimenticabile ’68. La nuova spontaneità ha il suo tratto caratteristico nel rapporto che intrattiene con la ricchezza sociale.
Quest’ultima, infatti, viene vissuta come valore d’uso – nel senso che appropriarsene vuol dire godere di essa.
La produzione cessa così di essere sentita come una sorta di attributo «a priori» dell’essenza umana – quasi una necessità morale; essa viene indagata e ridimensionata in quanto produzione di ricchezza umanamente fruibile: cioè, appunto, di valori d’uso.
Ecco allora dispiegarsi i comportamenti tipici di questa nuova spontaneità: l’assenteismo come sabotaggio di massa della costrizione al lavoro; il furto nei supermarket come riappropriazione individuale di oggetti il cui godimento è impedito dalla mediazione monetaria; l’occupazione come semplice occasione di reddito; la disponibilità «generosa ed incantata» nei confronti di quei momenti dell’attività sociale in cui «lavoro e bisogno coincidono»; le mille forme di ribellione in cui si consuma «nell’anonimato del quotidiano» una insofferenza sociale radicale e qualche volta violenta.
Questi comportamenti rompono ogni rapporto di proporzionalità tra partecipazione alla produzione e quota di reddito fruita; tra tempo di lavoro erogato e quantità di oggetti di cui si pretende la disponibilità. Va da sé che, trattandosi di comportamenti (e non di innocue idee), il loro manifestarsi impone la pratica dell’illegalità come condizione necessaria di esistenza.
3. A sottendere questi comportamenti v’è una cultura che, malgrado evidenti ingenuità, vistose lacune, super-semplificazioni, non può essere tuttavia liquidata come falsa coscienza.
È una cultura che, pur nutrendosi di indigenza ed alienazione, ha tuttavia speranza: nel senso che ritiene materialmente ed immediatamente superabile quella stessa indigenza ed alienazione.
Da qui la tematica dell’immediatismo: quel mettere al primo posto il proprio corpo, i propri bisogni, la propria diversità ed irripetibilità; con la presunzione – per lo più irriflessa – che la pienezza dei tempi sia giunta: il godimento concreto della ricchezza è a portata di mano, giacché è possibile qui ed ora rovesciare «la ricchezza oggettiva in ricchezza dei soggetti»; ed il prolungarsi della condizione di indigenza è frutto d’arbitrio, tecnicamente e socialmente non spiegabile, non giustificabile.
4. Del resto, non v’è solo l’urgenza di nuovi bisogni che premono alla ricerca di un appagamento che il vecchio mondo non sa dare. Muta anche la morfologia dello Stato moderno.
Il deperire «dell’economia come struttura»; o meglio: lo smarrimento – a seguito dello stesso sviluppo – di ogni regola economica, comporta l’ergersi autonomo del potere politico, arbitro unico sull’impiego dei frutti della cooperazione sociale. Esso sembra così definirsi come la sede entro cui trova una formalizzazione la guerra tra le corporazioni per la spartizione del «surplus» sociale nella sua forma monetaria.
Il nuovo Stato corporativo si rivela di conseguenza incapace di una attività progettuale in grado di perseguire, materialmente e coerentemente, l’interesse generale in quanto distinto dalle esigenze voraci delle corporazioni. Nello stesso tempo, gli istituti stessi della democrazia rappresentativa risultano svuotati di ogni contenuto decisionale e sopravvivono come costosi apparati ideologici che registrano ed acclamano operazioni maturate altrove.
La politica svolge i suoi esiti senza alcuna regola che non sia la mera misura del rapporto di forza – cioè, come è stato detto, la politica è guerra sotto altra forma.
5. In questo quadro, i bisogni sociali non rappresentabili dal sistema delle corporazioni – vuoi perché non monetizzabili, vuoi perché, più semplicemente, asincroni – tendono a farsi valere sfuggendo come nemica la mediazione politica e ricorrendo, senza alcuna riserva morale, alla guerra in forma propria. La nuova spontaneità ha perfezionato infatti una sorta, di «senso comune» diffuso soprattutto tra le donne ed i giovani, siano essi impiegati o operai, disoccupati o studenti.
È un «senso comune» che vive lo Stato come insieme di apparati sordamente amministrativi: da un lato arbitrari perché superflui, e dall’altro assolutamente estranei ed ostili.
L’insieme di questi apparati (e delle operazioni che producono) appare ai giovani proletari (o almeno ad una parte significativa di essi) come dispotico. Dispotico non significa, in questo caso, «limitativo delle tradizionali libertà individuali» – habeas corpus e così via.
Il potere è dispotico perché impone e legalizza una arbitraria e lancinante separazione tra individuo e ricchezza sociale, tra ricchezza oggettiva e godimento di essa da parte dei soggetti, tra ricchezza «esistente» e ricchezza «possibile».
6. II Movimento Operaio è incapace non solo di tradurre politicamente questa nuova spontaneità; ma perfino di riconoscerla ed entrare in contatto con essa. E tutto questo per motivi assai meno peregrini che i presunti tradimenti del «gruppo dirigente».
È quella del Movimento Operaio – infatti – un’esperienza politica che si è consumata attorno ad altri soggetti sociali, ad altra morfologia del processo produttivo, ad altra spontaneità – in altri termini, attorno ad un’epoca storica in cui il mancato sviluppo delle forze produttive, ovvero la miseria come fame, faceva aggio sul tema della divisione del lavoro e sul bisogno di auto-realizzazione dell’individuo.
Ecco allora che l’agire del Movimento Operaio si dipana in un tempo retrodatato: inneggia al profitto come sorgente di ricchezza quando è andata in rovina, per eccesso di sviluppo, la forma-impresa; difende l’indipendenza nazionale quando non si da più un mercato nazionale; promuove il lavoro manuale nell’epoca dell’automazione; predica la mistica del sacrificio a fronte di una vita quotidiana delle masse che pratica il consumo come libertà. Così, in un tempo irreale, matura nella retorica la tragedia del Movimento Operaio: le stesse variegate aspettative di massa – che appena due anni fa ancora si erano fissate sulla sinistra tradizionale – tendono, a fronte dell’impotenza, a rifluire o separarsi.
Alla fine, quell’orgogliosa iniziativa denominata «operaio che si fa Stato», residua solo il malconcio tentativo di una nuova legittimazione sociale al moderno Stato corporativo. Mentre per parte sua un altro, un secondo «movimento operaio» va emergendo, innervato da altri bisogni ed altre forme di lotta. Esso non solo si autonomizza dal primo, ma ormai vi si contrappone e lo combatte apertamente.
7. Così stando le cose, l’esistenza – in dimensioni ridotte ma significative – di un «movimento» che pratica la violenza armata per conseguire i propri obiettivi risulta, in qualche misura, ovvia: quasi come accade ai fenomeni naturali.
Ci si dovrebbe meravigliare del contrario. Dentro il movimento armato, la presenza delle Brigate Rosse si caratterizza – (rispetto ad altre formazioni combattenti, che sono significative per il rapporto che a volte hanno stabilito con i contenuti programmatici del movimento) per un discorso (pratico) sull’efficacia: vale a dire, non solo per l’uso coerente ed efficace del terrorismo (inteso, secondo la tradizione rivoluzionaria, come strumento atto ad intimidire e paralizzare più che a distruggere materialmente il nemico); ma anche per il tentativo di legittimare l’esistenza stessa dell’organizzazione militare in quanto momento indispensabile nella lotta per l’emancipazione sociale.
Nasce qui, ad esempio, la richiesta brigatista – formale forse, ma certo ragionevole – del riconoscimento del loro status di combattenti).
8. Fissati così i termini del discorso, è possibile affrontare la questione politica centrale: il rapporto tra violenza armata e movimento o, se si vuole, tra terrorismo ed emergere di quella nuova spontaneità prima, a grandi tratti, delineata. Intanto, vale la pena di riformulare la questione in maniera «chiara e distinta».
Indagare la corrispondenza (sia come data che come possibile) tra terrorismo e nuova spontaneità vuol dire verificare l’ipotesi di interfunzionalità tra i due fenomeni. Più correttamente, si tratta di scoprire i nessi (se ci sono) attraverso cui la nuova spontaneità può giovarsi del terrorismo e più in generale della lotta armata nel suo dispiegarsi come processo emancipativo pratico, quotidiano.
La soluzione del problema contiene in sé la «catena di soluzioni» per i sotto-problemi che da quello derivano: ricomposizione o disarticolazione dello Stato; espropriazione o rafforzamento della lotta di massa.
Insomma, rispondendo al quesito sopra proposto si finisce col dare un segno univoco al terrorismo. Va da sé che non è possibile formulare questa risposta ricorrendo agli «universali» evangelici o ad iper-ipotesi inverificabili – tipo «la sacralità della vita umana», «la furia omicida dei terroristi»; «la congiura delle superpotenze contro l’eurocomunismo», e così via. Sceverando le parole dalle cose, l’indagine empirica può delineare il rapporto di contro-reazione che si istituisce tra i fatti in esame, in quanto cause ed effetti insieme.
9. Nell’indagine empirica conviene riferirsi ad episodi certi. Agli inizi degli anni ’70, nelle grandi fabbriche, la lotta di reparto ha «svelato» il ruolo del capo come privo di significato tecnico-produttivo. Il capo, infatti, non svolge alcuna reale funzione di coordinamento del processo produttivo; bensì ha compiti di divisione degli operai e di comando su di essi.
Egli appare (ed è) un agente del processo di valorizzazione, estraneo al processo di produzione – nel reparto tutti gli atti produttivi vengono compiuti dentro la cooperazione operaia prescindendo dal capo e dalla sua funzione di pura coazione al ritmo di lavoro. A seguito di questa «scoperta di massa» si è cominciato ad intimidire in vario modo i capi, e qualche volta a sparare su di essi.
È una storia accaduta agli inizi degli anni ’70; ma fornisce ancora oggi una chiara esemplificazione dell’intreccio possibile tra movimento e terrorismo. La lotta di massa può isolare, ed isola, articolazioni del potere in quanto pure funzioni di comando destituite di ogni fondamento tecnico e quindi prive di consenso nel tessuto produttivo (il loro esistere è spiegabile come imposizione arbitraria, come effetto di forza del nemico; il loro perire è a questo punto un problema di distruzione materiale). Così, questo affare dei capi evidenzia il possibile rapporto di efficacia reciproca tra lotta di massa e terrorismo, cui sopra si accennava.
Quella rete di controllo molecolare sui comportamenti operai costituita dal micropotere dei capi è oggi, almeno nelle grandi fabbriche, in più punti smagliata.
Di questo v’è perfino una «prova contabile»: le ore effettivamente lavorate sono significativamente inferiori a quelle contrattualmente previste, anche quando si tien conto delle ore dedicate ad officiare la liturgia sindacale: scioperi ufficiali, manifestazioni, comizi delle autorità e così via.
10. Esaminiamo ora i fatti di via Fani. Conviene avanzare subito un’osservazione, marginale ma non irrilevante. Non c’è contrapposizione tra il sequestro di Moro e gli atti terroristici contro i capi.
È lo stesso percorso della lotta di massa: dalla fabbrica al potere politico.
A tracciare questo percorso ha certo contribuito quella nuova spontaneità di cui già prima si è detto; ma tuttavia è stato il successo conseguito dalla manovra inflattiva nell’attacco alla vita quotidiana delle masse a renderlo un percorso obbligato.
Del resto non si spiega anche così l’idolatria statalista che oggi pervade il Pci fino ad assumere in alcuni suoi dirigenti punte di vera e propria isteria? Anche il terrorismo ha compiuto il cammino che dal comando di fabbrica porta al comando sociale.
Così, l’analisi critica svela il segno implicito nell’azione di via Fani. A fronte di un potere che limita i processi di emancipazione e interdice, soprattutto ai giovani, «l’illimitato godimento della ricchezza sociale», il terrorismo opera per intimidire a sua volta, per «interdire un potere di interdizione». E negli spazi che così si aprono v’è una obiettiva possibilità di crescita per il movimento.
Certo, non si possono ancora individuare tutti gli esiti di questo atto terroristico. E tuttavia esistono, sono sotto gli occhi di tutti, indizi sufficienti per affermare che questo Stato non viene fuori dall’affare-Moro più articolato e legittimato – ma solo più impotente e feroce.
11. Lo Stato corporativo ha subito avvertito lo spessore sovversivo, la minaccia per l’assetto sociale insita nei fatti di via Fani. Ma anziché «stare ai fatti», e muoversi tra di essi in maniera adeguata, dubitando della legittimità della sua stessa esistenza ha preferito trattare i brigatisti come belve sanguinarie sfuggite ai guardiani dello zoo. Ecco allora che la riduzione del terrorismo a problema di ordine pubblico e di igiene mentale ha svuotato d’effetto i comportamenti repressivi rendendoli, peraltro, ridicoli.
Tutto è avvenuto come se un elefante inseguisse per i vicoli della vecchia Roma una zanzara – guai ai passanti! È stato uno spettacolo tragico ed esilarante ad un tempo. Intanto i sacerdoti del regime inondavano la stampa e la televisione di richiami ai primi principi, lanciavano tra le lacrime appelli umanitari, proclamavano solennemente il valore assoluto della vita umana – diarrea declamatoria che non impediva loro di adoperarsi, con cinica doppiezza, perché il sangue di Moro scongiurasse, misticamente, quella resa dei conti che ormai sembra gravare sulle «vite probe» degli uomini del regime.
12. Non è difficile capire che i brigatisti, con il sequestro Moro, hanno inteso mostrare come i grandi sacerdoti che officiano i riti del moderno Stato corporativo non sono intoccabili, né godono di alcuna impunità. L’«infinita potenza dello Stato» poggia, infatti, sui piedi d’argilla della passività dei «sudditi». Oltre a ciò, i brigatisti – una volta catturato Moro – si sono riproposti di conseguire un ulteriore risultato (la scarcerazione di alcuni militanti) che rafforzasse materialmente l’organizzazione e ne legittimasse, in qualche misura, l’esistenza in quanto organizzazione militare che rompe il monopolio statale della violenza armata. Ma catturare vivo un «personaggio reale» come Moro comportava la neutralizzazione fulminea della scorta armata. Dunque, una volta dentro la macchina bellica del sequestro, l’eccidio dei cinque agenti era una mossa obbligata – lo scontro si è svolto infatti sulla linea del fuoco. D’altro canto, a seguito del rifiuto da parte del potere non solo dello scambio ma perfino della trattativa, l’uccisione di Moro era divenuta una altra mossa obbligata – pena la perdita, per il futuro, di forza contrattuale e di credibilità per l’organizzazione brigatista. Così, in un susseguirsi di mosse obbligate, l’esito dell’azione intrapresa il 16 marzo è davvero singolare: i brigatisti sembrano contribuire con il cadavere di Moro a quel nuovo equilibrio politico che da due mesi il sistema dei partiti e delle corporazioni stava affannosamente cercando – scongiurando l’eventualità più pericolosa ed ingarbugliata per il potere: dover trascinare con sé un Moro fisicamente vivo ma politicamente «immondo», vera «mina vagante» per le procedure del Palazzo.
Dove, allora, l’errore che ha finito col ridimensionare il senso del sequestro Moro?
In primo luogo, appunto, nell’uso del sequestro, del ricatto: uso ricorrente nella pratica terroristica, ma già inadeguato quando – come accade oggi – il fenomeno ha raggiunto tali livelli di potenza da imporre il passaggio a forme proprie di guerriglia.
In secondo luogo, nell’aver consegnato un’azione di siffatta potenza ad un obiettivo minimale, quasi privato, ed insieme tutt’altro che «realistico»: la scarcerazione di alcuni detenuti politici. In questa sfasatura tra efficacia destabilizzante dovuta all’impiego intelligente delle regole militari e gestione politica sprovveduta degli esiti provocati, si sono inseriti – sotto gli occhi di tutti – quegli elementi ambigui, spettacolari, degenerativi esemplarmente rappresentati nell’atto finale: la riconsegna, ingegneristica e beffarda, del cadavere di Moro in prossimità del Palazzo. Così, travolte in qualche modo da una sorta di boomerang, le BR sono rimaste segnate di ferocia impotente: come accade a tutti coloro che provocano morti inutili.
13. II dibattito sull’affare-Moro ha messo alla prova la «cultura di sinistra» come ideologia dominante.
È emersa la sua strutturale incapacità di scoprire le cause che stanno dietro la pratica terroristica e che continuamente la rigenerano.
I brigatisti, perché lucidi «dispensatori di morte», sono stati additati come burattini in mano a potenti – ma, ovviamente, segreti – burattinai; come ricettacolo, al più, dei passati errori del movimento comunista; come sempre e comunque nemici ed estranei al processo di emancipazione sociale. Qualcuno – come Scalfari, curioso erede dei «distinti crociani» – si è spinto anche oltre: li ha espulsi geneticamente dalla specie umana, e li considera sbrigativamente alla stregua di lupi impazziti – insomma, la materializzazione del male come categoria infantile.
Laddove ognuno sa che un branco di lupi riuscirebbe a mala pena a terrorizzare una sperduta comunità agreste; mentre, d’altro canto, una società complessa e malata come la nostra, in grado di tollerare con rassegnata passività la ferocia senza senso che punteggia l’anonimia della vita quotidiana, avrebbe rapidamente sminuzzato e digerito tutti i guasti inferti da un comportamento statisticamente bizzarro e crudele. Ma v’è di più: la cultura di sinistra, ricorrendo all’uso superstizioso di categorie astoriche e pietrificate (la «vita», la «convivenza civile», gli «eterni valori», «l’umanità») ha denunciato il suo spasmodico bisogno di durare, il rigetto fisiologico dell’autocritica, l’odio per gli eventi che minacciano quelle minime virtù sulle quali un intero ceto politico ha costruito in questo dopoguerra la sua minimale fortuna.
Si veda, a mo’ d’esempio, la questione – sollevata da più parti – dei «mezzi di lotta» come spia della vera natura della violenza armata.
Questo rovesciamento un po’ peregrino – al tradizionale culto dei fini è subentrata ed infuria tutt’ora una sorta di idolatria dei mezzi – rivela, nell’intolleranza che gli è propria, uno stolto disegno ideologico: rimuovere ed esorcizzare il nuovo per santificare i mezzi, le scelte politiche nonché la pratica di vita «volgare e soddisfatta di sé» della borghesia rossa. Così, tutto quel discorrere sulla vita a cui, da spettatori allibiti, abbiamo assistito nelle settimane del caso Moro, puzza irreparabilmente di retorica e di morte.
Lo attestano, nella loro generosità sprovveduta, proprio i compagni di Lotta Continua che, impegnati in una inedita missione sacerdotale, hanno riscoperto recentemente la sacralità della vita in quanto vita biologica – ed arretrano con orrore morale di fronte all’eventualità di «dare o subire» la morte – vissuta come catastrofe dell’essenza umana. In verità la vita umana non è poveramente un miracolo biologico.
Essa vive perché nodo di relazioni sociali; e nel caso dei «funzionari del dominio» comporta un adeguato potere di innovazione o interdizione sulla vita di altri uomini. Così può, scandalosamente, accadere che la morte di un uomo si traduca in libertà e vita per altri.
Si tratta di una «evidenza banale», secca come un fatto; essa determina invero il comportamento di tutti noi di fronte alla morte come evento quotidiano. Perché la disuguaglianza che gerarchizza la vita degli uomini conferisce ovviamente un peso diverso alle loro morti.
Così vanno le cose del mondo. E fingere che «le regole» siano diverse, che «l’umanità sia già realizzata» è espressione dei puri ‘desiderata’ quando non si tratta di volgare menzogna ideologica. E poiché il futuro si annuncia, fin da subito, disumano, decenza vuole che ognuno si scelga i suoi feriti ed i suoi morti; e questi pianga e quelli – se può – curi.
14. Si è spesso insistito sull’inconsistenza del programma politico delle formazioni armate a fronte di una indubbia capacità operativa che – ad esempio – nel caso delle Br ha raggiunto effetti di potenza senza precedenti. Ma questo divario tra intenzioni e potenza delle azioni non è, a ben guardare, un limite.
La caratteristica affatto moderna del terrorismo in Italia è che non abbisogna di un progetto per affermarsi ed espandersi; non ha (anche se, magari, lo crede) un modello sociale da proporci (o, se si vuole, da imporci). Infatti se, di nuovo, nell’approccio critico si distingue tra l’ideologia dei terroristi che partorisce documenti teoricamente pasticciati e non privi di allucinazioni, e la catena di eventi che gli atti terroristici mettono in moto, è agevole desumere quanto segue: il piano che presiede alla pratica terroristica – nonché al suo successo – è una strategia militare in senso proprio – rivolta alla distruzione materiale del nemico (lo Stato in tutte le sue articolazioni) secondo le regole dell’intelligenza militare. Questa strategia non abbisogna di un programma politico (inteso come indicazione progettuale delle forme di produzione e di potere proprie della società che si intende costruire) – per il buon motivo che essa vive, in modo irriflesso, dentro al movimento del valore d’uso cui già si accennava; costituendone una, sia pure estrema, articolazione. Infatti la coscienza critica della possibilità di impadronirsi, «qui ed ora», della ricchezza sociale arbitrariamente negata, penetra tra i giovani come senso comune – in grado, quindi, non solo di surrogare il tradizionale programma politico, ma anche di farsi regola immediata di vita che presiede e spinge all’agire.
In altri termini se la nuova spontaneità, il movimento del valore d’uso, viene visto come un plurisoggetto, un plurisapere, un pluricomportamento, il terrorismo non è di necessità altro dal movimento, bensì può essere una delle sue funzioni; e precisamente la funzione di distruzione del potere statale in quanto potere che impedisce ai mille saperi, ai mille bisogni concreti, particolari, locali che costituiscono il movimento di emergere e realizzarsi.
15 Va da sé che questo rapporto di interfunzionalità tra nuova spontaneità e terrorismo, vivendo in forma cieca, irriflessa, non è dato una volta per tutte; è assai critico: dipende dai modi e dai tempi secondo i quali entrambi i termini si sviluppano. In particolare mette conto rilevare come la situazione sia ad un bivio. L’affare-Moro ha segnato infatti, per molti versi, il punto più alto e, ad un tempo, i limiti del terrorismo. Esso è oggi costretto a scegliere. O si fissa e, magari, si perfeziona come pratica separata, popolar-giustizialista, con forme, tempi ed obiettivi quasi privati – per esempio insistendo sulla ossessiva tematica della scarcerazione dei prigionieri. In questo caso, come è già accaduto in altri paesi, il fenomeno della violenza politica finirà col collocarsi dentro la variegata casistica dell’insofferenza sociale nel tardocapitalismo – uno dei costi sociali che il dominio quotidianamente paga o, meglio, fa pagare per la propria sopravvivenza. Oppure esso trapassa a forme di guerriglia in senso proprio – inseguendo consapevolmente un suo radicamento dentro la nuova spontaneità. Questo, però, comporta una profonda ristrutturazione dell’organizzazione militare, la cui capacità di durare ed estendersi viene affidata alla «complicità sociale» più che all’autosufficienza dell’organizzazione stessa. Va da sé che un successo su questo piano comporterebbe un salto nella capacità offensiva della lotta armata. Nel breve periodo, cioè nei prossimi mesi, il radicamento non potrà certo avvenire sul terreno dei comportamenti: qui la diversità tra il vivere ricco ed immediato dei giovani e l’astrattezza militare, rigida, disumana del terrorismo è irriducibile. Viceversa, la saldatura come operazione soggettiva potrebbe aver luogo assumendo gli obiettivi che il movimento ha praticato in questi anni: in primo luogo, l’idea-forza «lavorare meno, lavorare tutti». Nella consapevolezza che rilevare con intelligenza alcuni degli obiettivi di massa e praticarli, vorrebbe dire scaricare su di essi l’indubbia potenza della lotta armata. D’altro canto i nuovi comportamenti sociali – costretti ad un impatto molecolare (e non spettacolare) col terrorismo – ne uscirebbero profondamente modificati ed ispessiti. Nel senso che prevarrebbe, minacciosa, la qualità di sovversione dell’ordine esistente che la nuova spontaneità contiene e cela dentro di sé: qualità che – per farsi valere – abbisogna di conseguire successi, di vincere, di sottrarsi a quell’aria tra la marginalità permissiva ed il dissenso innocuo che oggi la limita ed affligge come un vizio di cuore. Non si può infatti dimenticare che l’«espropriazione della lotta» e dell’iniziativa di massa interviene laddove il movimento cozza contro ostacoli che non riesce a rimuovere con azioni adeguate; e, inutilmente sazio del suo «buon diritto», non si attrezza per importo; sicché la sua tensione si consuma in una vuota «coazione a ripetere» che è solo prologo di impotenza e passività. Ecco perché coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo del ’77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia.
16. A mo’ di provvisoria conclusione, si può affermare che la «particolarità felice» della situazione italiana risiede in queste circostanze. Esiste e si va tumultuosamente diffondendo tra i giovani una pratica di vita centrata sul bisogno, «cioè» sul valore d’uso.
A questo si accompagna, in un rapporto non privo di scontri e lacerazioni, il delinearsi di un soggetto politico che pone in termini militari la questione della rottura della macchina dello Stato.
Di conseguenza, in Italia, la pratica sociale del valore d’uso si carica di significato offensivo, di mutamento del modo di produzione; laddove, in altri paesi, quella stessa pratica – magari più ampia e ricca – vive di vita virtuale, interstiziale, in qualche modo effimera «accanto» alla società del capitale ed al suo Stato. D’altro canto il nuovo Stato corporativo non è in grado, almeno nel medio periodo, di far posto ai nuovi comportamenti, mediandone e governandone la dinamica. Il regime è così costretto a contrapporsi frontalmente alla nuova spontaneità – la rigetta perfino come mero dato, come esistenza; e si affanna per distruggerla desiderando solo una risposta in termini di interdizione e di morte. E tuttavia questa risposta – nel generale sommovimento che in dieci anni ha mutato il paese alterando i soggetti sociali, spezzando gli equilibri politici, svuotando alleanze secolari tra classi e ceti – non può articolarsi tramite una base sociale reazionaria perché inconsistente e già sconfitta, o ricorrendo ai corpi separati perché mangiati essi stessi dalle corporazioni. In verità, questa operazione di morte e restaurazione deve far perno fin da subito sulla rete sociale rappresentata politicamente dal Pci. Ma il precipitare del processo di statalizzazione di questo partito (ed il contemporaneo esaurirsi nell’impotenza del suo ruolo riformista-progressista) libera le contraddizioni sociali che vivono al suo interno e che l’ingegneria togliattiana era riuscita in questi anni a contenere ed amministrare.
I costi dell’operazione sono talmente alti da essere, forse, insopportabili. Il Pci rischia di tagliare il ramo su cui è seduto. Come ognuno vede «grande è il disordine sotto il cielo, e per questo la situazione è eccellente». 1a parte, maggio 1978 («pre-print 1/4», supplemento al n. 0 di «Metropoli», Roma, dicembre 1978) Vivere con la guerriglia Lucio Castellano L’anno scorso in Inghilterra è stato pubblicato uno studio interessante: alcuni statistici hanno ordinato le differenti professioni secondo la durata media della vita di chi le praticava. Ne è venuto fuori che i minatori sono quelli che vivono di meno e – seguendo una scala che va dal lavoro manuale a quello intellettuale – per ultimi vengono i professori, gli avvocati e gli uomini politici.
È un’osservazione, in parte banale, che bisognerebbe però far presente agli improvvisati elogiatori del lavoro manuale, e che comunque a torto è stata tenuta fuori dal dibattito in corso sulla democrazia, la violenza e la morte, di qui sul corpo e i bisogni, il personale e la vita quotidiana. Per essere acidi, si potrebbe metterla cosi: è fondato il rischio che Colletti viva più a lungo della stragrande maggioranza dei suoi studenti.
C’è di che riflettere molto. Ma è meglio riprendere il problema dagli inizi, dai termini in cui è stato posto. Il ’77 ha visto l’emergere prepotente di una categoria centrale – la fisicità, il corpo, i bisogni, i desideri: cioè l’individuo – e con esso le differenze, il particolare, che cercano di definire il loro posto dentro un processo collettivo di liberazione. La critica della politica – intesa come quel processo che eguaglia gli uomini nella astrazione dello Stato, isolandoli nella concretezza delle loro diversità, contrapponendosi ad ognuno di essi come «interesse generale» che li domina – è l’immagine sintetica di questo passaggio. Dietro ci stanno, ancora, la rivalutazione della concretezza della vita quotidiana contro l’astrazione totalitaria dei «grandi ideali»; il rifiuto della subordinazione del presente al futuro; la rivendicazione della materialità della propria esistenza; l’odio al sacrificio, all’eroismo, alla retorica.
Non è importante tracciare in questa sede la genealogia di questo immediatismo: c’è l’impronta operaia, radicale ed egalitaria del «tutto e subito», ed il ruolo cruciale del movimento di liberazione della donna; è essenziale – in questo discorso – la rottura, non la continuità, il fatto che per la prima volta questo blocco tematico diviene il punto di aggregazione, il momento di identità di un soggetto politico articolato e potente. Il soggetto generale sfruttato Sono questi i termini della questione che innovano profondamente il dibattito sullo Stato e la politica, la rivoluzione e la guerra, il processo di liberazione e i bisogni.
C’è un nodo, però, che bisogna capire preliminarmente, per comprendere quanta banalità e tediosità riesumate, quanto cattolicesimo protervo, siano potute venire fuori da una base così ricca, da premesse tanto eversive: perché un percorso misterioso, nel giro di pochi mesi, ha fatto di questo insieme di tematiche il terreno di fondazione di un’inedita cultura dell’emarginazione, di un linguaggio di piccolo gruppo, ripetitivo, petulante e barocco, il linguaggio di chi dell’«esclusione» ha fatto una professione di fede.
C’è stata una rimozione all’inizio, e di questa bisogna rendere conto: non è vero che tra il movimento del ’77 e le lettere a Lotta continua ci sia un filo semplice e diretto di continuità: c’è, viceversa, una selezione, un filtro politico preciso e determinante.
Il movimento del ’77 non è stato, socialmente, un movimento di emarginati e neanche – in senso stretto – di «non garantiti»: ci stavano dentro fette rilevanti di lavoratori dei servizi, di tecnici e impiegati, di giovani lavoratori delle piccole fabbriche e studenti, di lavoratori a tempo parziale e disoccupati, ed aveva un rapporto stretto, tematico e politico, con il movimento di lotta delle donne.
Un soggetto sociale unito dal suo essere in larga parte esterno ai meccanismi di cooptazione del sistema dei partiti e portatore di istanze estremamente avanzate, però ben addentro ai processi di produzione e riproduzione della ricchezza sociale, fortemente interrelato con l’insieme del tessuto sociale, non isolabile, socialmente potente perché detentore di conoscenza e informazioni, perché interno – e alcune volte inserito nel cuore – dei meccanismi riproduttivi.
Non è stata la rivolta del ghetto, ma l’emergenza di processi di modificazione profondi che hanno percorso in questi anni l’insieme del tessuto sociale e di classe nel nostro paese: l’esternità di questo soggetto politico al sistema dei partiti non è interpretabile come sua emarginazione, ma come debolezza profonda dell’assetto politico e istituzionale dell’«anello Italia». Contro la falsa coscienza di marginali La tematica dell’emarginazione non è stata un’identità naturale per questo movimento; è stata il prodotto faticoso di una gestione politica che ha smussato dentro una facile identità la radicalità dei problemi difficili che si erano posti, che ha ricondotto l’emergenza delle nuove tematiche dentro l’ossatura delle vecchie ideologie, che nella sostanza ha spaccato il movimento isolandone una componente, sciogliendo il problema della sua identità di soggetto politico in quello dell’identità sociale di una parte di esso. Con questo tramite, la critica della politica ha perso lo spessore che le avrebbe permesso di essere anche critica pratica del potere e dello Stato, per ridursi ad una pratica di esclusione dall’uno e dall’altro; e l’emergenza dell’individuale e del quotidiano dentro il processo collettivo di liberazione è stata ricacciata nel ghetto garantista del «lasciateci vivere», nella ricerca degli spazi marginali, mentre il problema della «legittimazione» politica della radicalità dei comportamenti e delle forme d’azione trovava la fondazione più tradizionale e povera: l’esclusione, la disperazione, la rabbia.
La disperazione come identità collettiva, come segno di riconoscimento, e con essa l’impotenza.
È un’identità rassicurante, per sé e per gli altri: «sono un emarginato arrabbiato, non ho bisogno di correggere i miei errori, quando ho fame urlo»; «è un povero emarginato, il male che può fare è poco, lo fa soprattutto a sé». È a questo punto che le lettere a Lotta continua diventano un caso nazionale, un boom letterario, escono sulle pagine dell’Espresso. Emarginazione e disperazione esistono, certo, ma non è questo il punto, qui si tratta di altro, di una cultura, di un linguaggio, di una professione: è un grande filtro ideologico attraverso il quale deve passare tutto quanto voglia stare «dentro il movimento», una forma obbligata di espressione, un linguaggio che dà legittimità e costringe al mimetismo.
Questo linguaggio ha i suoi cultori ed amministratori, i sacri maestri inflessibili ed autoritari nel dettare le regole del gioco, i patiti dello ‘sballo’ e gli ex cantori dei servizi d’ordine, gli esperti in «rapporti umani» e le professioniste del femminismo. Critica della distinzione tra pace e guerra Il dibattito sulla violenza appare la prima grande vittima di questa situazione infelice. Ha un punto di partenza che è importante: la rivendicazione del diritto alla vita, il rifiuto del sacrificio e dell’eroismo, della retorica bellicista.
La critica della politica è anche critica della guerra, rifiuto della distruzione in nome dell’ideale futuro, rifiuto della subordinazione di sé ai «superiori interessi di tutti»: è rifiuto di quel momento dell’emergenza in cui la donna si comporta come l’uomo, e tutti come soldati, dove non c’è posto per il gioco e lo scherzo, per la festa, dove non esistono i diritti della vita quotidiana, e tutte le potenze distruttrici della società si concentrano «per costruire un futuro migliore». Ma il discorso non può finire qui, altrimenti diventa retorica natalizia. Perché la critica della guerra è anche critica della pace che la guerra produce e riproduce dal suo interno, ed è critica di quella parte della società che è sempre in armi per garantire la pace. È in realtà – non può non esserlo – critica della distinzione forzosa tra pace e guerra, tra esercito e società, tra soldato e civile. Ed anche qui c’è un problema, centrale, di rimozione del soggetto, della nostra storia, collettiva come personale.
Se lo guardiamo infatti con l’occhio del militante e dell’ideologo, il movimento del ’77 è stato il campo di battaglia di linee politiche ferocemente avverse – militariste alcune, pacifiste altre: organizzazioni di diversa natura, dentro quest’ottica – alcune fatte per la guerra, altre fatte per la pace – si sono disputate lo spazio politico al suo interno. Se lo guardiamo, però, dall’esterno (per così dire: dalla faccia che ha mostrato di sé), o se guardiamo, oltre allo scontro, alla convivenza di tendenze di diversa natura e alle stesse biografie dei compagni, vediamo che, al di là dei veti e delle prescrizioni categoriche, che slittano da un ruolo all’altro, che mescolano e tengono insieme storie ed esperienze normalmente incompatibili, allora ci accorgiamo che il movimento di questi anni, in Italia come in Europa, ha intrecciato intimamente, in modo continuo e sistematico, iniziativa legale ed illegale, violenta e non violenta, di massa e di piccoli gruppi, muovendosi ora secondo le leggi dello stato di pace, ora dello stato di guerra: questo dato non è vissuto all’interno di una organizzazione, ma le ha attraversate tutte, superandole e imponendo la convivenza di momenti organizzativi diversi all’interno del medesimo soggetto sociale. Questa caratteristica, questa capacità di mescolare insieme pace e guerra, di sviluppare iniziativa offensiva senza produrre soldati, non soltanto ha costruito la sua forza, ma è elemento centrale del suo essere movimento comunista ed eversivo. Erodere la distinzione tra pace e guerra vuol dire infatti porsi sul terreno della critica dello stato, mettere in forse i principi della legittimazione del potere politico, che afferma infatti una distinzione fra «Stato» e «società», «pubblico» e «privato», «generale» e «particolare». L’interesse generale è armato, gli interessi particolari si confrontano secondo le leggi che governano la pace.
L’armamento dello Stato garantisce il disarmo della società; il fatto che una parte della società – l’apparato repressivo e militare – si erga come corpo separato e funzioni secondo le leggi della «guerra», garantisce che il resto della società viva nella «pace». E «pace» vuol dire soltanto che la «guerra» è diventata un «affare particolare», di alcuni uomini che ne vivono (poliziotti e militari), o di quei particolari momenti in cui questi uomini particolari prendono il comando su tutti gli altri, dimostrando nei fatti che – essendo loro i garanti della pace di tutti – la governano anche, ne sono la parte dirigente.
La guerra garantisce la pace, la minaccia di essa la conserva, all’interno degli Stati o nei rapporti tra Stati, e nella distinzione tra pace e guerra appare fondarsi, nella cultura politica occidentale, il concetto di Stato. La violenza domina i rapporti sociali È una distinzione che impone la definizione della violenza in termini categoriali e, facendone «affare particolare di un gruppo di uomini particolari», ne tronca i nessi con le altre forme dell’agire e della comunicazione sociale: la «violenza» si presenta non per quello che è – una faccia di ogni attività umana dentro il rapporto di capitale, presente in ogni forma di espressione e comunicazione, dove porta il segno del rapporto di potere – ma appare un’attività accanto alle altre, specializzata e mostruosa, che tutte le ricatta. Ogni rapporto di potere ha la sua faccia militare, ed ogni rapporto umano è, dentro il capitale, rapporto di potere: per questo la macchina da guerra affonda le sue radici nei rapporti di pace, e la violenza che li domina si dà la sua rappresentazione generale nell’«infinita potenza distruttrice» dello Stato moderno.
L’apparato repressivo, con i suoi specialisti della guerra, è sintesi della violenza che domina i rapporti sociali, ed è la garanzia armata della loro riproduzione: perché il lavoro salariato non si scopra come violenza, la violenza si presenta come un lavoro accanto agli altri; perché il lavoratore non scopra di essere immerso nella violenza quotidiana, questa gli si presenta come professione di un altro «lavoratore», il poliziotto.
Rimettere sui piedi «questo mondo capovolto» vuol dire andare a svelare la violenza nascosta nella vita quotidiana ed affrontarla per quello che è, senza cedere al ricatto del terrore, attaccandone la macchina per sabotarla: vuol dire imparare ad usare la violenza, per non doverla delegare, per non esserne ricattati; imparare a riconoscerla, o a viverci insieme. Chi scioglierà l’armata rossa? Il movimento di questi anni non è stato insurrezionalista o militarista perché non è stato pacifista, perché non ha rispettato la successione della pace che prepara la guerra o il suo apparato, il suo esercito ordinato, e quella della guerra che prepara la nuova pace; perché non ha visto la violenza concentrata nell’ora X della resa dei conti – la cieca, disumana e astratta violenza degli eserciti -, ma l’ha vista dispiegata e appresa lungo tutto l’arco della lotta politica di liberazione. Perché due sono le strade (e i «pacifisti» di turno lo dimostrano sempre): a) la lotta politica esclude l’uso della violenza dal suo orizzonte, e allora rispetta l’apparato militare esistente, oppure si appresta ad organizzarne uno alternativo ed equivalente per passare poi ad una fase di guerra, aperta o «legittima», esercito contro esercito. Stato contro Stato (è una storia che già conosciamo, ed abbiamo imparato a porci le domande: chi scioglierà l’Armata Rossa? chi lotterà contro lo Stato quando la classe operaia si sarà fatta Stato?);
b) il processo di liberazione non è prima «politico» e poi «militare»; apprende l’uso delle armi lungo tutto il suo corso; scioglie l’esercito nelle mille funzioni della lotta politica; mescola nella vita di ognuno il civile ed il combattente, impone ad ognuno di imparare l’arte della guerra e quella della pace. Non si può pretendere di vivere il processo di liberazione comunista, ed avere lo stesso rapporto con la violenza, la stessa idea di bello, e buono, e giusto, e desiderabile, la stessa idea di normalità, le stesse abitudini, di un impiegato di banca torinese di mezz’età: vivere col terremoto è sempre – anche – vivere col terrorismo, e per non avere un’idea «eroica» della guerra bisogna innanzitutto evitare un’idea pezzente della pace. I pacifisti come Lama arruolano poliziotti, quelli «più a sinistra» chiedono la legittimazione della «violenza di massa», del «proletariato in armi».
Il movimento reale è stato più realista e meno bellicoso, più umano e meno eroico: è perché ha criticato la guerra che ha messo in discussione la pace, ed è perché ha rifiutato l’esercito che ha spezzato il criterio della delega e della legittimazione; con errori ed approssimazioni, e con deviazioni terribili, e coltivando miti assurdi, e dentro una storia, contraddittoria, ma imparando, e migliorando in un processo che ha modificato la realtà più di un’insurrezione. Critica comunista della democrazia Critica della politica è dunque anche critica della separatezza guerra/pace. La pace di cui parliamo, è la pace della democrazia, e la violenza che usa è «violenza legittima», che la maggioranza ha delegato alle istituzioni dello Stato: criticare quella violenza vuol dire criticare il principio più sviluppato della legittimazione politica, la democrazia. Perché il problema della legittimità è il problema della maggioranza, e il problema della maggioranza è quello degli istituti in cui si esprimono, cioè dello Stato: «maggioranza» e «minoranza» appartengono all’universo del pensiero politico, si spartiscono il comando sull’«interesse generale», vivono della separazione di «pubblico» e «privato», di Stato e società, affondando le radici dentro i rapporti di dominio che soli impongono agli uomini di confrontarsi come quantità.
La maggioranza si costituisce per amministrare il potere: quanto più il potere è concentrato, tanto più può la maggioranza, tanto meno può ognuno; tanto più ricco è il «pubblico», l’«interesse di tutti», tanto più povero, espropriato, è il «privato»; tanto più spossessato, privo di espressione, è l’interesse di ognuno. La democrazia è insieme il massimo sviluppo del potere statale, il massimo momento di concentrazione del potere politico, e il luogo dell’incontrastato comando del principio di maggioranza: il punto non è che nello Stato moderno vi sia poca democrazia, che non siano tutelate le minoranze; ma – al contrario – che è condotta una lotta a morte contro tutto ciò che non si esprime nei termini di maggioranza o minoranza, che non si esprime in termini di potere e di gestione. È per questo che ovunque il movimento di liberazione comunista è fuorilegge, perché si pone al di fuori del codice democratico, e questo codice definisce in modo esclusivo l’universo della politica.
La radicale critica marxiana della democrazia individua le categorie che fondano la lotta a morte fra democrazia e comunismo, fra potere democratico e liberazione comunista. Il resto sono miserie, imbrogli ad usum delphini. In democrazia è obbligatorio «lottare per la maggioranza» perché senza maggioranza non si può fare nulla, neanche produrre uno spillo, o suonare il clarino.
Allo Stato si può chiedere tutto, ma senza lo Stato non si può fare nulla, e il rapporto di potere si presenta come il linguaggio universale in cui tutti si condensano e traducono. La lotta per la maggioranza è obbligatoria, di qualsiasi maggioranza si tratti; e la maggioranza di un insieme piccolo rimanda alla maggioranza di un insieme più vasto, come la maggioranza del Pdup rimanda alla maggioranza di DP, mentre le istituzioni parlamentari si sviluppano su tutto il tessuto sociale, ed eserciti crescenti di delegati apprendono il mistero della conciliazione della massima divisibilità del potere con la sua massima concentrazione. Con la maggioranza si può tutto, senza la maggioranza non si può nulla: la sola azione sociale riconosciuta è la lotta per la maggioranza («è la dittatura degli avvocati sulla società americana», scriveva anni fa un giornalista a proposito del Congresso Usa); il solo rapporto sociale riconosciuto è quello assembleare, di maggioranza e minoranza.
Massima concentrazione del potere, sua ottima amministrazione.
Il capitale concentra i mezzi di produzione, la ricchezza sociale, la democrazia li amministra secondo un codice, quello del rapporto di maggioranza e minoranza: è il codice migliore, ma è il mondo del capitale. Non conosciamo un altro codice per «legittimare» il potere politico; lo Stato socialista si muove all’interno di questo stesso orizzonte. Questo vuol dire che stiamo lottando contro il potere politico, contro la forma-Stato, contro la democrazia, contro l’universo dei rapporti capitalistici di produzione, «per il comunismo».