Una anticipazione di Lanfranco Caminiti in previsione dell’uscita del volume sulle autonomie del meridione.
Guerra sociale.
Consideravamo questa, la nostra prassi e il nostro compito. Solo che noi non avevamo una grande esperienza «militare» – e da qualche parte bisognava cominciare.
Ho qualche ricordo dei miei pasticci: la notte prima dell’assemblea di Cosenza, avevamo deciso di fare una piccola «notte dei fuochi».
A me toccò una sede politica a Rosarno, altre piccole cose si sarebbero fatte in provincia di Cosenza, di Reggio, sulla jonica – andai con la mia tanica di benzina, l’innesco e tutto, lasciammo il volantino, e via. Ma sto portone non prendeva fuoco. Facemmo un giro largo, tornammo – niente. non era neanche notte fonda, che poi Rosarno era anche un luogo pattugliatissimo. Al secondo o terzo giro, finalmente appicciò: avevamo fatto il nostro dovere.
L’attentato alla Liquichimica di Saline Joniche fallì la prima sera perché non ci eravamo portati dietro una tronchese per tagliare la rete di protezione; nascondemmo le borse con l’innesco e la benzina sotto un ponticello, pregando che li avremmo ritrovati. La seconda sera andò tutto bene.
Diversi anni dopo incontrai a tavola, a casa di un parente, uno degli addetti alla vigilanza notturna, che avevamo legato e imbavagliato per sistemare le borse che avrebbero bruciato la sala di comando della produzione. Raccontava quella sera – sì, aveva avuto paura – con tranquillità: pensai fosse meglio non dirgli che aveva di fronte proprio l’uomo che gli aveva fatto passare il più brutto quarto d’ora della sua vita, magari mi spaccava i denti.
La mattina dell’attentato alla centrale della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania a Cosenza, l’auto che avevamo rubato non voleva saperne di partire – era tutto pronto, anche il volantino, con la data e la spiega. Ebbi un colpo di culo: continuando a sfregare i contatti che avevamo spellato, scattò la scintilla e l’auto si mise in moto. Poi, andò bene.
A una rapina da un gioielliere a Napoli, ci fregò la gentilezza – non stringemmo bene il nastro intorno i suoi polsi e quello si liberò proprio correndo dietro i compagni che intanto erano usciti e provavano a dileguarsi. Lo fermai sparandogli da lontano, con una 6.35 – l’unica arma che mi ero portato dietro – e lo presi al fegato, e quello si accasciò. Ci andò bene a entrambi, e invece andò male ai compagni, perché tutto quel trambusto fece arrivare i «falchi» della polizia, che stazionavano lì vicino, e ne arrestarono due e fu l’inizio della fine.
In un attentato all’Italsider di Taranto, piazzammo del plastico con una miccia lunga su un nastro che ci avevano indicato, ma era proprio all’esterno e ai margini. andammo via e ’sto botto non lo sentivamo – poi ci fu, ma lo sentimmo solo noi. Hai voglia a comunicati – nessuno riusciva a trovare «il danno», ce ne misero di giorni.
A una rapina a Potenza, che avevamo fatto per dare un po’ di soldi a una struttura di compagni della Puglia, mentre scappavamo con la borsa con il malloppo, Fiora mi chiese se avevo trattenuto qualcosa per noi; dissi di sì, anche se non era nei patti – anch’io, fece lei.
A un’irruzione all’Intersind di Palermo, dove rinchiudemmo in una stanza una decina di impiegati e poi trafugammo carte, mi ero messo le lentine a contatto e dei baffi finti, che però non si incollavano bene e mezzo ogni tanto mi cascava e io stavo sempre lì a sistemarlo – ma nessuno descrisse il mio aspetto; dissero solo che «parlavo senza accento», come minimo venivo da Milano, il che un po’ mi divertiva. Però fummo in grado di cooperare per la più bella rapina di quegli anni, l’assalto al Club Mediterranée di Nicotera – con una squadra travestita da carabinieri da terra e una squadra che arrivò in motoscafo dal mare, e svuotammo l’intera cassa e le cassette di scurezza, con una fuga tra le campagne e di nuovo via mare – che ci sarebbe stata bene in un film. Certo l’avevamo fatta con chi «controllava» il territorio – e come altrimenti? facemmo fifty-fifty, come veri gentiluomini.Non eravamo clandestini.
Con quella stessa faccia facevamo assemblee e rapine, riunioni e attentati. in guerra, d’altronde, si combatte a viso aperto
di Lanfranco Caminiti - uno stralcio dal volume X “L’autonomia operaia meridionale”
Ci restava l’interrogativo su «quale processo» andasse costruito – non fummo in grado di rispondere.
Le uniche, provvisorie, forme organizzate al Sud dell’Autonomia meridionale furono l’assemblea calabrese dell’autunno del 1976 a Cosenza e l’assemblea meridionale del gennaio 1978 a Palermo, dove c’erano veramente tutti. Soprattutto, le uniche stabili forme di organizzazione al Sud erano una miriade di strutture politiche sul territorio – circoli, associazioni, comitati, gruppi di amici, o legami tribali tra vecchi compagni.
Pensavamo che il nostro compito fosse quello di intessere la trama di questo ordito: persino all’assemblea nazionale di Bologna, del settembre 1977, dove Fiora intervenne per il Sud, convocammo tutti i compagni meridionali presenti a vederci in una sede «separata», e questo facemmo, all’università in un’aula a semicerchio.
Il Sud è una cosa «a parte» e l’Autonomia meridionale è una cosa «a parte»: vedete di capirlo.
Tutto quello che noi facevamo, Fiora, io e gli altri, era andare su e giù per il Sud – la statale Jonica 106, la Basentana, la Tirrenica, l’Autostrada del sole, con un vecchio scassone Anglia a diesel che schiattò, come un fedele cavallo che aveva sempre lavorato senza mai lamentarsi, in un qualche raccordo di autostrada; e poi, con una meravigliosa DS Pallas Citroen, a gas, verde brillante con il tettuccio avana, la più bella auto che io abbia mai avuto, che sfracassai andando da Cosenza verso Reggio Calabria all’altezza di Sant’Elia sulla strada ghiacciata, ribaltandomi più volte e uscendone carponi, mentre stava a pancia in su con le ruote all’aria come un qualunque scarafaggio, indenne.
Ero indistruttibile. E comunque non era niente male muoversi tra una riunione e l’altra sulla costiera amalfitana o scendere al tramonto tra Maratea e Diamante o incontrarsi di notte alle luci di quel mostro di Bagnoli visto da Bacoli, non era niente male fermarsi nelle trattorie dei Quartieri spagnoli a discutere di comunismo e polpo e salsicce coi friarielli oppure prendere freddo e acqua sulla Basentana per stampare l’infinito numero zero ma, dopo, azzannare le salsicce lucane di cinghiale.
Foto recuperata dal web – aspettiamo maggiori info e dettagli
Pubblichiamo un estratto da Gli autonomi. L’Autonomia operaia meridionale. Parte prima. vol. X
Il film I contrabbandieri di Santa Lucia[1], interpretato da uno straripante Mario Merola è un B‑movie di culto e uno dei più noti fra quelli dedicati al contrabbando di sigarette. Nello stile a metà tra la classica sceneggiata e il «poliziottesco» in voga in quegli anni, la pellicola tratta il tema del conflitto fra la guapparia storica della città e le nuove mafie. Pur nei suoi tratti oleografici il film esce in un periodo di trasformazione profonda della malavita organizzata napoletana, di pari passo con la grande ristrutturazione del capitalismo internazionale del quale la vicenda del contrabbando è una chiave di lettura molto interessante. Il contrabbando è l’attività, fra quelle che hanno storicamente impegnato il proletariato napoletano, che più di tutte ha finito per costituire un elemento iconografico. Vera e propria «industria» sommersa, ha costituito un elemento centrale dell’economia della città, talmente radicato da divenire anche uno stigma, quasi un paradigma del carattere dei napoletani che, pur di non lavorare in maniera «regolare» si sarebbero inventati questa frode alle casse dello Stato.
Nella ricostruzione di parte borghese, inoltre, si sovrappone quasi sempre questa attività a quella della camorra, operando una forzatura che a un’attenta rilettura storica mostra chiaramente il suo carattere parziale. Il ruolo della camorra, infatti, va letto dentro il progressivo trasformarsi dell’economia generale che ovviamente determina anche un cambio di passo nella struttura e nei metodi della malavita ma non riassume l’intera vicenda che è molto più complessa di quella che si pretende di rappresentare attraverso la retorica della legalità, paravento dietro cui si nasconde la materialità di questo fenomeno, la sua funzione nell’economia del proletariato urbano e anche i processi di politicizzazione che al suo interno sono avvenuti.
Per comprendere a fondo la storia del contrabbando e il suo ruolo all’interno dell’economia e della vita sociale, politica e culturale di Napoli occorre guardare all’industrializzazione «monca» rispetto alle promesse di un certo meridionalismo che per decenni ha inseguito il mito dello sviluppo ma non ha mai trasformato Napoli in una vera città industriale[2], innescando trasformazioni della struttura urbana e di quella sociale senza mai toccare le contraddizioni sociali e anzi, sottolineandone i caratteri più controversi.
È questa la chiave di lettura attraverso cui leggere la trasformazione della camorra napoletana, da fenomeno malavitoso locale a elemento di primo piano dell’economia, al centro di relazioni internazionali e legami politici e imprenditoriali, proprio a partire dall’inizio degli anni Settanta, in concomitanza con il declino delle politiche di sviluppo del sud e dello stanziamento di fondi pubblici. All’interno di questo processo che solo formalmente, o nelle pie intenzioni dei meridionalisti più onesti, poteva costituire un elemento di riscatto per la città, una grande parte della popolazione cittadina, da quei processi espulsa o da essi mai interessata, ha costruito una propria struttura economica di cui il contrabbando è stato l’elemento sicuramente più importante, arrivando a fatturare migliaia di miliardi di lire. I libri contabili del ras Michele Zaza, sequestrati in un’operazione di polizia, svelano l’entità degli affari ammontanti nel ’77 a circa 5000 tonnellate annue, per un fatturato di circa 150 miliardi di lire, una struttura di tipo industriale che arrivava a contare fino a 50.000 «impiegati»[3].
Sono, questi, i numeri di un’impresa al culmine del suo periodo d’oro, fiorito tra il ’73 e il ’74, quando l’attività perde definitivamente il carattere originario, crescendo fino a diventare «la Fiat di Napoli» e arrivando a superare il volume di vendite del Monopolio di Stato.
Iniziato nel Dopoguerra, con la presenza delle truppe americane in città, in quartieri della zona orientale con una forte presenza operaia come S. Giovanni a Teduccio e Barra, il contrabbando non era in origine un’attività di esclusivo appannaggio della criminalità organizzata, come spesso viene raccontato e l’identificazione tout court con quel mondo è una narrazione delle classi dominanti[4].
Negli anni Sessanta Napoli assunse un ruolo centrale in questa attività, grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, resa cruciale dalla chiusura del porto franco di Tangeri e lo spostamento dei depositi di sigarette sulle coste della Jugoslavia e dell’Albania o in territori «neutrali» come la Grecia e la Turchia, dove il commercio dipendeva da contrattazioni delegate a intermediari in contatto con le multinazionali. La presenza di capimafia siciliani in domicilio coatto a Napoli all’inizio degli anni Settanta produrrà una metamorfosi della vecchia malavita locale, con la quale alcuni capi camorra già impegnati nel settore verranno affiliati a Cosa Nostra, avviando un processo di evoluzione della «vecchia camorra». È proprio grazie a questo passaggio che il contrabbando passa a un modello imprenditoriale mafioso, incredibilmente più redditizio e feroce di cui negli anni Settanta le organizzazioni criminali locali assumono il controllo totale, trasformandolo in un’industria sulla cui struttura si svilupperà il business del narcotraffico.
In questa trasformazione è leggibile anche la metamorfosi della figura del contrabbandiere che da «lavoratore autonomo» diventa dipendente dei gruppi criminali che investono nell’acquisto della merce all’ingrosso, distribuendola poi a strutture cooperative costituite da gruppi di proprietari associati dei motoscafi, scafisti «professionisti», celebrati da canzoni e pellicole cinematografiche per gli epici inseguimenti con la Guardia di Finanza attraverso il Golfo, capi paranza che mediante un walkie talkie dirigono le operazioni di sbarco da terra dove marinai addetti allo scarico della merce provvedono al trasporto in luoghi sicuri e successivamente alla distribuzione a una rete di commercianti al dettaglio, dei quali è un’icona Sofia Loren nei panni di Adelina in Ieri, oggi e domani[5].
Il boom del contrabbando si verifica fra il 1970 e il 1973, quando un esercito di manodopera trova in questa attività la propria fonte di sostentamento e proprio le azioni di contrasto delle istituzioni, in realtà, in assenza di politiche economiche e sociali in grado di intervenire sulla difficile situazione sociale napoletana, forniscono un notevole impulso allo sviluppo di forme nuove di organizzazione del fenomeno operate dalla camorra. A tale proposito è utile considerare quello che accade con la Legge 359 del 14 agosto ’74, quando si estende la territorialità da sei a dodici miglia dalla costa. Prima di questa legge le navi che trasportavano le sigarette potevano arrivare, nelle acque internazionali, a una distanza che permetteva anche a gruppi di proletari autorganizzati di raggiungerle con piccole imbarcazioni. Con la Legge 359 cambia tutto, sono ben altri gli scafi necessari a raggiungere i carichi al largo e solo i mafiosi possono investire tanto, così quel commercio diventa un affare monopolizzato dai clan marsigliesi.
La vera svolta, la ristrutturazione capitalista del contrabbando è questa. L’attività si incrementa, negli anni successivi, in seguito all’allentamento della pressione poliziesca, sostenuta dalla Legge 724 del 1975 che depenalizza l’attività, una risposta dello Stato alle lotte sociali che puntava a consentire uno sfogo alla rabbia popolare, in mancanza di investimenti nel welfare. Anche Valenzi, sindaco del Pci, si espresse pubblicamente per un allentamento della pressione delle forze dell’ordine. Dopo il 1975, in concomitanza con la crescita del potere delle organizzazioni criminali si scatena una guerra fra i clan marsigliesi e la mafia siciliana per il controllo di questo ricco settore commerciale che va incontro a una ristrutturazione dentro la quale si inserisce il fiorente mercato degli stupefacenti che comincia a prendere spazio utilizzando proprio i canali distributivi della rete del contrabbando. Dal 1979 la pressione della Polizia ricomincia a diventare alta e solo le organizzazioni camorristiche, che dispongono di capitali e mezzi possono affrontare quella guerra con lo Stato che i piccoli contrabbandieri non possono sostenere[6]. In quel periodo la città viene investita dai primi scontri della guerra fra la camorra urbana e quella legata a Raffaele Cutolo che prova a monopolizzare il settore imponendo ai contrabbandieri una «tassa» sul fatturato.
I proletari fino ad allora impegnati nell’attività si trovano quindi sospesi fra lo Stato e la malavita che da sponde apparentemente opposte richiedono sottomissione, disciplina ed estrazione di plusvalore. In questa morsa fra la repressione statale e l’espansione della malavita organizzata nascono, dall’incontro con alcuni militanti politici attivi nei quartieri popolari della città, forme di soggettivazione che provarono a sottrarsi al binomio Stato/camorra, come il Collettivo autonomo contrabbandieri, nato a Forcella nel 1974, che annuncia una delle sue prime uscite pubbliche all’Università Federico II, con un volantino su cui si scrive:
Il contrabbando a Napoli permette a 50.000 famiglie di sopravvivere a stento. Da poco meno di un anno, oltre a chiudere i posti di lavoro, lo Stato e la Finanza hanno dichiarato guerra al contrabbando. Ci sparano addosso quando usciamo con i motoscafi blu. Il contrabbando non si tocca! Fino a quando non ci daranno un altro mezzo per vivere. Dobbiamo organizzarci ed essere uniti per difendere il nostro diritto alla vita. Riunione di tutti i contrabbandieri napoletani. Giovedì 15 alle ore 10 davanti all’Università di Scienze di via Mezzocannone 16 di fronte al Cinema Astra. Collettivo autonomo contrabbandieri[7].
Il collettivo lo fondarono alcuni compagni del Vomero che facevano i contrabbandieri. In quel periodo erano molti i comunisti napoletani che vivevano da «illegali» e quella esperienza, quindi, non nacque da «avanguardie esterne» ma all’interno del loro mondo. Tra il ’72 e il ’74 furono molte le trasformazioni della città che colpirono il proletariato napoletano per il quale le attività «illegali» avevano un ruolo importante. È chiaro che di fronte a quegli attacchi i compagni sentissero l’esigenza di organizzarsi. Quel collettivo è vissuto poco perché ha subito una repressione pazzesca, appena venne fuori la notizia quasi tutti i compagni furono arrestati ma è un errore analizzarne la portata politica solo alla luce della sua «durata». Noi spesso abbiamo un’idea retrò nei confronti di questi fenomeni, pensiamo che le strutture di movimento che nascono per un’esigenza debbano avere la stessa vita di un collettivo politico o di un partito ma non è così. La storia dei movimenti che nascono nei territori è quella che è, le strutture di movimento spontanee come questo collettivo possono anche durare poco ma quella che sopravvive è l’idea di fondo. Quello che resta è la valenza politica dell’illegalità organizzata e il suo ingresso dentro il processo rivoluzionario, la fine dell’idea di sottoproletariato come elemento marginale anche nel ragionamento dei compagni.
Il collettivo dura poco in termini temporali ma le lotte del colera nascono da lì, da un percorso politico che si era avviato in seno al proletariato e al sottoproletariato urbano che si organizza dentro la crisi. Bisogna, quindi, sempre rintracciare dentro queste vicende, gli elementi politici di base, le aperture sulle quali cambia il corso degli eventi storici più che la durata della singola esperienza. Nella vicenda dei contrabbandieri è possibile leggere molto delle contraddizioni che avvenivano a Napoli in quegli anni. Nel ’73, con il colera, lo Stato avvia una guerra ai proletari della città attaccandone il sostentamento economico che consisteva nella vendita per strada di generi alimentari, fra cui le cozze. La guerra al contrabbando è dello stesso segno. Dopo la Legge 359 i compagni fino a quel momento avevano avuto un ruolo importante in quel mondo, gli operai licenziati si mettevano insieme per comprare una barca ma dopo questa legge cambia tutto e finisce la struttura cooperativa dal basso che, pur senza teorizzazioni, era la modalità su cui era organizzata quell’attività. Alla fine il contrabbando muore per interessi diversi, una volta che si sono strutturati quei canali commerciali è più conveniente trasformarlo in circuito di droga e armi. Quella non è una vicenda di scontro fra mafiosi e Stato, anzi, è la storia di trasformazione in senso capitalista di un settore dell’economia dentro cui c’erano molti compagni e dentro quelle vicende va letta la storia del collettivo autonomo di contrabbandieri che nasce per lottare contro quell’aggressione del capitalismo alla vita dei proletari. La trasformazione imposta dal Capitale pesa sui territori perché distrugge strutture sociali ed economiche che si reggevano su quello. È lo Stato che le distrugge, attaccando i proletari del centro storico nella materialità delle loro fonti di sostentamento[8].
Note
[1]I contrabbandieri di S. Lucia, regia di A. Brescia, con M. Merola e A. Sabato. Prod. Atlas, Italia 1979.
[2] G. Mazzocchi – A. Villani (a cura di), Sulla città, oggi. La periferia metropolitana. Nodi e risposte, Franco Angeli, Milano 2004.
[3] F. Barbagallo, Il potere della camorra, Einaudi, Torino 1999.
[4] Si veda L. Manunza, Geografie dell’informe. Le nuove frontiere della globalizzazione. Etnografie da Tangeri, Napoli e Istanbul, Ombre Corte, Verona 2016.
[5]Ieri, oggi e domani, regia di V. De Sica, con M. Mastroianni e S. Loren, Prod. C. Ponti, 1963.
[6] I. Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma 1988.
[7] Volantino del Collettivo Autonomo Contrabbandieri, 1974.
Una anticipazione del racconto di uno dei protagonisti del volume X sull’autonomia operaia meridionale
“Il nostro Comitato si chiamava Comitato comunista territoriale, nacque nel quartiere S. Carlo all’Arena nel centro storico, dove sono nato, e aveva una composizione prevalentemente studentesca mentre la componente operaia proletaria era quasi inesistente. Avevamo una presenza forte nelle scuole e un lavoro fondato sull’antifascismo che metteva d’accordo tutti sulla necessità dello scontro. In quella zona il confronto con i fascisti era impegnativo, avevamo a che fare con la sezione Berta di via Foria, storicamente una di quelle più «dure» a Napoli e dovevi essere pronto a tutto. Noi, comunque, li abbiamo sempre affrontati quelli della Berta che molti temevano sulla base anche di leggende metropolitane. C’era un fascista che frequentava quella sezione che chiamavano ’O criminale. In realtà anni dopo scoprimmo che questo tizio, di cui tutti avevano paura si chiamava così semplicemente perché appassionato del fumetto «Kriminal». Quegli anni erano fatti anche di storie così. Nel quartiere c’era anche un circolo del proletariato giovanile dove si raccolsero i giovani ex di Lotta continua che stava in una situazione difficile, che alla presenza della Berta sommava quella di un clan camorristico molto forte. Nel ’76 occupammo una sede alle spalle dell’Università, ed eravamo tantissimi, facevamo riunioni con quasi cento compagni che poi presidiavano quotidianamente tre piazze fondamentali del quartiere, piazza G.B. Vico, piazza Carlo III e piazza Nazionale. Questa situazione è andata avanti fino alla vicenda Moro, dopo la quale si squagliarono tutti.”
Ancora una anticipazione del racconto di uno dei protagonisti del volume X sull’autonomia operaia meridionale
“Piazza Medaglie d’Oro era il punto in cui confluivano, in maniera abbastanza disordinata, compagni di vario genere. Molti di loro provenivano da gruppi organizzati, come i compagni di Po, che a Napoli non aveva mai avuto un grande radicamento, o Lc. La piazza era un luogo che diventava centro di organizzazione informale della politica, in cui venivano costruite le mobilitazioni, soprattutto quelle antifasciste che in quegli anni erano uno degli elementi caratteristici della lotta a Napoli. Il Vomero era uno degli snodi più forti della presenza fascista a Napoli e mantenere quella piazza era fondamentale. Da quel posto sono partite nel corso de- gli anni una serie di azioni nelle quali le appartenenze alle organizzazioni sfumavano, non c’era una vera differenziazione. Anche buona parte dei compagni che avevano attraversato a vario titolo Lc, si aggregavano sempre di più nella pratica dell’antifascismo militante sulla base di ragionamenti che partivano dalla discussione che stava attraversando tutto il movimento sull’uso della violenza, a partire da quello che era successo nel ’73 in Cile. Da quel dibattito si aprì una grande discussione che covava in realtà sotto le ceneri da tempo, soprattutto fra i compagni inseriti nel servizio d’ordine di Lc. L’uso della forza e della violenza di massa era un tema da sempre sotto traccia, tanto è vero che tutti i nostri ragionamenti venivano poi arricchiti e quasi anticipati da alcuni episodi. Penso alla risposta di massa alla strage di Brescia che a Napoli fu enorme e trovò addirittura impreparati i servizi d’ordine delle varie organizzazioni. La gente che scese in piazza il giorno della manifestazione era molto più «attrezzata» e disposta allo scontro di quanto lo fossimo noi e si era dotata autonomamente di «materiali», in quella che fu un’azione antifascista di massa incredibile. Le strutture organizzate dovevano rincorrere quasi la gente che assaltava le sedi come quella della Cisnal a via de Gasperi dove, mentre provavamo a salire per le scale del palazzo vedevamo il mobilio degli uffici volare dalle finestre. Tra quella gente che ci aveva preceduto c’era di tutto, antifascisti di ogni provenienza. La violenza e la forza che il movimento era in grado di esprimere si manifestava davanti ai nostri occhi…”
Genealogia dei movimenti socialidi occupazione di case a Napoli dagli anni ’50 ad oggi
Riportiamo interamente il lavoro accademico svolto da un attivista del movimento napoletano che ricostruisce, a partire dagli anni ’50, e lotte e il contesto in cui si sviluppò un enorme movimento di massa che rivendicava e praticava il diritto alla casa.
Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri viene ricostruita la genealogia dei movimenti sociali che nati come movimenti per il diritto alla casa si sono trasformati ai giorni nostri in movimento per il diritto all’abitare.
Per lo sviluppo dell’autonomia e delle sue componenti organizzate la data del 23 novembre 1980 rappresenta un punto di svolta per riprendere parola dopo le ondate repressive degli ultimi anni ’70.
Questo lavoro può aiutare alla comprensione di quanto avvenne nel tessuto sociale proletario metropolitano all’indomani del terremoto che colpì e devastò maggiormente le zone interne dell’Irpinia ma fornisce anche le coordinate per comprendere le condizioni abitative di Napoli e dei suoi quartieri che, a fronte dell’espansione urbanistica selvaggia e speculativa, determinò lo sviluppo delle prime lotte organizzate in cui la presenza delle componenti autonome risulto determinante.
Lotte che svilupparono forme organizzative capaci di far vivere sul terreno delle rivendicazioni e della pratica alcune delle parole d’ordine di quegli anni dal “prendiamoci la città” alle autoriduzioni dei beni essenziali fino alla requisizione delle case sfitte.
Questo contributo, ovviamente, non è un documento politico: la sua pubblicazione su Archivio Autonomia risponde alla necessità di far conoscere e mantenere viva la memoria delle lotte sociali che in maniera autonoma si sono sviluppate nel nostro paese laddove non si ri/trovano materiali originali .
Volantino di mobilitazione del Comitato di quartiere Sant’Erasmo ai Granili. Fonte: Luisa Maglio, archivio privato
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