Anno di lotta per Pedro
Libreria Anomalia – Centro documentazione anarchica – Roma
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Archivio Giacomo Despali
fondo Sandro Scarso
Recensione di Gigi Roggero a Gli autonomi. Storia dei Collettivi politici veneti per il potere operaio di Giacomo e Piero Despali, a cura di Mimmo Sersante (DeriveApprodi, gennaio 2020)
Ci sono libri, pochi, che da tempo aspettano di essere scritti. La storia dei Collettivi politici veneti per il potere operaio (Cpv) è uno di questi. Con la cura di Mimmo Sersante, è costruito attraverso un lungo e articolato dialogo tra i fratelli Giacomo e Piero Despali, dalmati di nascita e padovani di adozione, che dei Collettivi sono stati quadri dirigenti. Il testo è arricchito da interviste a ex militanti di Pordenone, Rovigo, Venezia e del Centro di comunicazione comunista veneto, a dimostrazione dell’estensione e del radicamento dei Cpv, e da alcuni documenti politici, soprattutto della rivista «Autonomia». Pubblicato a gennaio, è il sesto volume de Gli autonomi, ormai storica iniziativa editoriale di DeriveApprodi. Dell’Autonomia operaia organizzata, infatti, i Cpv sono stati un asse portante.
La narrazione comincia dall’inizio degli anni Settanta, il convegno di Rosolina del ’73 è ovviamente una tappa periodizzante su cui riflettere. Piero, allora in un gruppo di studenti medi ed ex medi da cui nasceranno i Collettivi, non ha compreso i reali motivi politici dello scioglimento di Potere operaio: «la proposta di dare centralità alle assemblee autonome delle grandi fabbriche poteva solo significare che si andasse tutti a Marghera e fare lavoro esterno; e però questa cosa non c’entrava niente con la nostra esperienza territoriale». Con la concreta necessità di utilizzare una struttura organizzativa nazionale, i padovani decidono dunque di restare in Potere operaio anche dopo Rosolina. L’anno dopo, nel ’74, verificano l’esaurimento di quella storia: l’attivo di Po si trasforma così nel primo attivo dei Collettivi.
Del resto, come precisa Giacomo, gli studenti – in particolare quelli degli istituti tecnici – prefiguravano già dalla fine degli anni Sessanta quella che, nel corso di un decennio, sarebbe emersa come nuova composizione di classe, al cui centro vi era la complessa figura politica dell’operaio sociale, la cui sostanza soggettiva è il rifiuto del lavoro (salariato, tiene a precisare Giacomo; sans phrase, ovvero specificamente capitalistico, ribatte Piero). Da qui la ripulsa a chiudersi nel fortilizio della fabbrica tradizionalmente intesa, per costruire il processo organizzativo dentro e contro la «fabbrica diffusa», anticipata dalla configurazione produttiva del Veneto. «Sono convinto – sostiene Piero – che solo più tardi Negri comincerà a valorizzare la centralità di questa nuova composizione di classe. Da parte nostra possiamo dire di averlo anticipato proprio sul terreno della politica pratica. Io credo che sia stato questo il vero motivo per cui torneremo a incontrarlo, dopo».
La lotta dei Consigli di fabbrica doveva perciò saldarsi con l’iniziativa territoriale contro l’aumento dei prezzi e l’abbassamento della qualità della vita. Nascono così nuovi organismi, come i coordinamenti operai, «un mix di operaio massa e operaio sociale»; oppure i Gruppi sociali, centri di aggregazione legati alle parrocchie, che vengono occupati e trasformati dalla presenza politica dei compagni. È in questo tentativo di ricomposizione fondato sul territorio che viene lanciata la parola d’ordine: «Costruiamo il potere operaio e proletario nelle nostre zone».
Dal ’76 i Cpv parlano, nella concretezza dell’intervento politico, di contropotere. È infatti in quell’anno che inizia una nuova pratica di lotta: il giorno precedente a un annunciato comizio di Almirante, i Collettivi spiazzano tutti – polizia e fascisti, Pci e ritualità antifasciste. Alcune centinaia di compagni armati, anche da Venezia-Mestre e da Vicenza, bloccano le vie di accesso al quartiere padovano dell’Arcella, distruggendo la sede dell’Msi, colpendo case e luoghi di ritrovo dei fascisti. Va detto che una simile iniziativa, così come più in generale le altre azioni contro gli squadristi locali, non seguono affatto le classiche retoriche resistenziali, caratteristiche di altri gruppi rivoluzionari e delle formazioni combattenti: sono una pratica strumentale utile a costruire un corpo militante coeso, a cementare i rapporti politici, a modulare l’esercizio della forza. Del resto, la cosiddetta «notte dei fuochi» dell’Arcella va ben oltre l’antifascismo: diventerà ben presto, insieme alle ronde ed estesa ad altri luoghi del Veneto, un modello di controllo territoriale e, al contempo, di decisione autonoma dei tempi, dei luoghi e dell’intensità nell’esercizio della forza. Con il ’76, così, i Cpv consolidano la propria forme di organizzazione compiutamente regionale, con un esecutivo politico composto dai responsabili dei singoli collettivi.
Con grande chiarezza, come già aveva fatto Donato Tagliapietra nel precedente volume sull’Autonomia operaia vicentina, Piero e Giacomo illustrano le differenze profonde rispetto alla proposta combattentista, in particolare le Br, ancorate alla centralità della grande fabbrica, al terrore panico per un golpe militare, a una concezione della forma-Stato definitivamente superata. Per certi aspetti, sono una sorta di Pci estremista, che interpreta l’autonomia della politica come autonomia della lotta armata, riproducendo una struttura separata rispetto alla composizione di classe. Attenzione, precisa Piero rivendicando l’«unità dei comunisti»: la lotta armata non è affatto esclusa dalla prospettiva autonoma, ma è sempre interna al processo di sviluppo dell’illegalità di massa e di costruzione del contropotere, mai rappresentata separatamente da un partito armato clandestino.
Il controllo territoriale si pratica anche per organizzare gli espropri, sfuggendo qui a un doppio rischio: da un lato la tentazione di esaltare meri comportamenti di ribellismo individuale, dall’altro di riprodurre la logica del servizio o caritatevole, nella divisione tra erogatori e utenti. Espropri e azioni di riduzione dei prezzi vivono all’interno del rapporto tra bisogni sociali e progetto politico rivoluzionario, evitando la reciproca autonomizzazione e separatezza. Divengono, appunto, esercizio di contropotere. Se guardiamo all’oggi, come talora esplicitamente e ancor più implicitamente questo volume ci invita a fare, vediamo come la storia si ripeta: il dibattito del cosiddetto «movimento» è infatti intrappolato tra il consumo ideologico delle insorgenze degli altri e i bravi samaritani che aiutano le vittime, tra il fuoco fatuo dell’estetica rivoltosa e l’acquasanta della rivoltante retorica umanitaria.
Centrale comunque è la questione del salario, inteso nella sua duplicità monetaria e reale, nella fabbrica tradizionale e nella fabbrica sociale. Il soggetto della lotta, l’operaio sociale, è una figura multiforme. Lo si trova nell’università patavina, la «nostra Mirafiori», dove i compagni incontrano lo studente massa, dentro i processi di fuga dalla fabbrica, di estensione del rifiuto del lavoro, di autovalorizzazione proletaria, di industrializzazione della formazione. Lo si trova nei comportamenti conflittuali delle donne, però – importante sottolineatura – non in quanto figura separata o indipendente dalla composizione di classe: «non eravamo tifosi del femminismo […] ci risultava difficile considerare la casa il luogo esclusivo della lotta», se per luogo di lotta intendiamo materialisticamente l’individuazione di una controparte e una pratica di organizzazione. I comportamenti conflittuali delle donne sono invece quelli con cui i compagni e le compagne dei Cpv si rapportano dentro e fuori dalla fabbrica tradizionale, costituendo un vettore soggettivo importante della nuova composizione di classe. Anche qui troviamo indicazioni e riflessioni che dovrebbero essere messe a valore nei dibattiti dell’oggi, che troppo spesso riproducono ideologicamente discorsi di un passato che non c’è più, senza neppure quella carica sovversiva che avevano al tempo.
Comunque proprio in quella fase, sostiene Piero, si compie la transizione tra l’operaio massa e l’operaio sociale, che permette di anticipare il ’77. A partire da questa concretezza di intervento territoriale centrato sulla nuova composizione di classe i Cpv si avvicinano a «Rosso»: in questo contesto, nel giro di poco, cominceranno a porre il tema del partito, nella forma dell’organizzazione nazionale. Lo fanno spinti dalla forza del loro radicamento, come possibilità di un passaggio in avanti, con la necessità di continui momenti di verifica politica. Ciò consente loro, almeno nel ripercorrerlo analiticamente, di criticare il «colpo sull’acceleratore» di chi ha immaginato che la tendenza fosse già realizzata, quindi non necessitasse di una processualità politica. L’accelerazione, infatti, non è un salto in avanti in rottura con la tendenza del capitale, al contrario si affida a essa pensando di poterla dirigere. Resta in ogni caso un nodo irrisolto, uno di quelli centrali. Giacomo e Piero non svicolano dal problema, non tentano di far quadrare i conti o di rifugiarsi in mitopoietiche ricostruzioni. Affrontano il tema di petto, evidenziano i punti critici, ripensano quello che è stato fatto e che non è stato fatto. La stessa territorialità, ci dicono, «è stato l’elemento di pregio della nostra organizzazione anche se, alla lunga, si è rivelata un limite». Con il finire del ’78, si esaurisce anche l’ipotesi nazionale: così nell’ottobre esce il numero zero di «Autonomia», «nelle intenzioni un settimanale di movimento legato al territorio», che continuerà le sue pubblicazioni fino all’inizio degli anni Novanta, accompagnando la transizione dai Cpv a quello che verrà dopo.
Anche la banale brutalità della repressione non può essere un alibi dietro cui nascondersi, come se i rivoluzionari si aspettassero qualcosa di diverso dal nemico. Anzi, ci dicono, è stato un errore sopravvalutare lo Stato di diritto, dare per buone le retoriche con cui i liberali raccontano la propria democrazia. In queste pagine, oltre a non esserci nessun tentativo di giustificazione, non vi è neppure alcuna traccia di vittimismo, anzi: «Sono orgoglioso – afferma Piero – di dire che non mi sono mai trasformato in un esule. Invece nella mia lunga latitanza la rete di solidarietà che ho trovato è stata significativa in quanto indice di ciò che siamo stati».
Poi sarebbero venuti gli anni Ottanta, la controrivoluzione capitalistica e il leghismo. Si apre un’altra storia, che però non va letta in modo disgiunto: è in qualche modo la risposta a questa storia, quella dell’Autonomia. La fuga dalla fabbrica che diventa autoimprenditorialità, le province che i Cpv non sono riusciti a trasformare fino in fondo, il contropotere autonomo che si trasfigura nel separatismo proprietario: ecco, dice Giacomo, dove nasce l’uomo della Lega, che sa interpretare e piegare verso i propri fini i mutamenti della composizione sociale del Veneto. Tutto sommato, negli anni Ottanta e Novanta fa quello che – con segno opposto – i Cpv avevano fatto nel decennio precedente. «Forse – riflette a voce alta Piero – non siamo stati sufficientemente radicali, nel senso in cui il nostro Marx usa questa parola: di andare alla radice delle cose. Non so se per il tempo che ci è mancato, per errori nostri di valutazione – aver sopravvalutato troppo noi stessi e sottovalutato gli altri – oppure, ma questo lo dico col senno di poi, per non aver compreso a tempo la reale posta in gioco». Altrettanto importante è il ragionamento di Giacomo attorno alla soggettività, questione cruciale che spesso anche nella nostra tradizione politica è stata soffocata da un riduzionismo che potremmo definire meccanicista: la composizione politica, afferma correttamente, è infatti un impasto di cose molteplici e talora contraddittorie, non solo della collazione nella stratificazione della forza lavoro.
Infine, con lucida chiarezza viene analizzato il comportamento politico in carcere e il tema della dissociazione: «Noi – spiega Giacomo – avevamo sempre dato battaglia ai compagni delle Br condannandone le degenerazioni nel mentre si davano, ma la nostra era una battaglia politica mentre questa della dissociazione di politico non aveva nulla perché a condurre il gioco era lo Stato, quello Stato che i compagni, che la dissociazione avevano promosso, dicevano di aver combattuto. Noi la battaglia processuale l’abbiamo condotta avendo sempre di mira le lotte fuori dal carcere. Questi compagni avevano preferito l’autoreferenzialità vestendo i panni di un ceto politico separato, con “il manifesto” come megafono e il dialogo con le istituzioni come il loro impegno precipuo». Dopo l’accelerazione in un avanti separato, ecco l’accelerazione in un rinculo separato. Il problema è che, quando non si pensa con le mani, al pari di quando non si agisce col cervello, la testa si stacca dal corpo, l’individuo dal collettivo, il tempo del proprio sé dalla temporalità del processo organizzativo e dalla produzione allargata di soggettività: è la strada di una compiaciuta o frettolosa «autoreferenzialità», appunto.
Su questo si chiude il dialogo dei Despali insieme al curatore. Un dialogo che mette il lettore-militante continuamente a confronto con i nodi irrisolti del passato e dunque con i problemi dell’oggi, di una storia specifica che è terminata e di una storia rivoluzionaria che ricomincia sempre da capo. A tratti sembrerebbe forse mancare un approfondimento sul piano del processo di organizzazione concreto e quotidiano, di cui Giacomo e Piero sono stati non solo partecipi ma figure protagoniste. Crediamo che non sia una disattenzione, bensì la scelta di mantenersi su un livello di analisi più complessivo. Tale scelta si avvale del concordato completamento del volume con altri due pezzi fondamentali, che si incastrano uno con l’altro: il già citato L’Autonomia operaia vicentina di Tagliapietra e il neonato sito sulla storia dei Cpv (www.collettivipoliticiveneti.it).
Va pure detto che il libro è non solo fondamentale, ma anche bello – come auspica il curatore. Non di quella bellezza fornita da una vuota suggestione, da parole che volano via un istante dopo che sono state pronunciate o lette, da una temporalità effimera: in poche parole, non è una bellezza che risponde ai codici dell’estetica postmoderna. Al contrario, questa storia è di una bellezza radicata nella terra, da cogliere con la testa – ribadiamo, da pensare con le mani. Per leggere un simile libro, avvertiva Nietzsche, è necessaria soprattutto una cosa «per cui si deve essere quasi vacche e in ogni caso non “uomini moderni”: il ruminare». Ruminando, allora, continuiamo e riapriamo la discussione: non sul passato, ma immediatamente sul presente. Sapendo che l’autonomia non è mai data una volta per tutte: la si conquista e reinventa di continuo, rompendo con l’esistente e con quello che siamo, o che siamo diventati.
Tratto da: http://archivio.commonware.org/index.php/gallery//923-pensare-con-le-mani
di Giovanni Iozzoli
Giacomo e Piero Despali (a cura di Mimmo Sersante), Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio, Gli autonomi – volume VI, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2020, pp. 260, € 19,00
È uscito il sesto volume della serie Gli autonomi – e questa è già una notizia, visto che una collana di tale persistenza, merita qualche considerazione. Il primo volume risale al lontanissimo 2007 ed è già in gestazione il numero sette. Qual è la platea che sostiene questa continuità di interesse su un terreno che potrebbe sembrare monotematico o specialistico? Tutti over 65 che contemplano malinconicamente il loro passato pirotecnico? No, certo. Fra gli accaniti lettori di questi libri, sempre miracolosamente in equilibrio tra memorialistica e saggistica politica, esiste di sicuro una ricca eterogeneità di volti e storie, fatta anche di giovanissimi: tutta gente che si interroga sul presente e sul futuro, usando questi volumi come strumenti per aggredire i nodi del qui e ora, la battaglia politica e sociale dell’oggi, il bilancio storico del movimento antagonista come bilancio del movimento reale del conflitto in questo paese – l’autonomia “storica” come elemento di riflessione sull’”autonomia possibile”.
Giacomo e Piero Despali, sotto la guida di Mimmo Sersante, tessono il racconto appassionato e lucido di una stagione che sembra lontana anni luce, guardando il Veneto d’oggi, ridotto a suburra leghista. Ma ci raccontano (come già aveva fatto Donato Tagliapietra nel volume precedente dedicato al territorio vicentino) che anche il “loro” Veneto, quello che uscì dal turbine degli anni ’60, era il risultato di una massiccia trasformazione antropologica, maturata nell’arco di un mattino: un mondo di arretratezza arcaica, di provincialismo democristiano, che pareva immoto e immutabile, nel giro di pochi anni divenne un laboratorio di pratiche sociali rivoluzionarie, che coglievano ed esasperavano, fino a portarli al punto di rottura, gli elementi di sviluppo e modernizzazione prodotti dal boom economico e dalla scolarizzazione di massa.
Al centro della narrazione, una generazione di giovanissimi militanti, quasi tutti studenti delle scuole tecniche e professionali o lavoratori delle microfabbrichette, che si pone l’obiettivo di un insediamento reale nel corpo di classe e nel cuore di questi territori in rapida modificazione. Rompendo con il vecchio Veneto provinciale e rurale, ma anche con il quietismo piccista che spera nella lunga inerzia elettorale, per scalzare la DC. I fratelli Despali sono due giovanotti come tanti, politicizzati nelle scuole medie superiori e approdati in Potere Operaio, la sponda più radicale tra quelle disponibili. La stagione dei gruppi che sta volgendo al termine, ha comunque costituito un invaso e un dispositivo di formazione per migliaia di giovanissimi militanti. Quando Potop si scioglie, non tutti condividono questa scelta, anzi Giacomo e Piero Despali – e con loro, probabilmente la maggior parte del quadro diffuso dell’organizzazione – non ne colgono neanche bene le ragioni.
Ricordo che lo scioglimento di Potere Operaio a Rosolina l’ho vissuto in maniera negativa perché il fatto di rimanere o non rimanere in Potere Operaio, dare continuità a quell’esperienza oppure uscirne per dare forma ad altre esperienze, è stato un effettivo elemento di confusione. Per quanto mi riguarda, ero allora – parliamo del 1973 – in un gruppo di studenti, medi ed ex medi, che sul momento non aveva capito il vero motivo dello scioglimento perché la proposta di dare centralità alle assemblee autonome delle grandi fabbriche poteva solo significare che si andasse tutti a Marghera a fare lavoro esterno; e però questa cosa non c’entrava niente con la nostra esperienza territoriale. (pag. 35)
Potere Operaio si scioglie, ma la sua intelaiatura organizzativa a Padova è ancora in piedi. Nella confusione dei riferimenti nazionali e delle varie ipotesi, il “che fare”, per i giovanissimi quadri veneti, è la riconduzione dell’iniziativa politica al territorio: non un rinculo, ma una specie di intuizione strategica, che solo nel tempo troverà le parole – e l’armamentario teorico – per essere razionalizzata. I Collettivi per il potere operaio rappresentano, anche nella sigla, questa fase di superamento: si mantiene testardamente il riferimento al “potere operaio”, ma è ormai tramontata la prospettiva che basti andare a traino delle grandi fabbriche e dell’operaio massa; la ristrutturazione sociale è velocissima, cambia i territori, l’organizzazione del lavoro, gli insediamenti produttivi, la scuola; più che affidarsi alla funzione salvifica del mondo operaio, si devono ripercorrere i nessi che stanno legando tutte queste trasformazioni, leggerne gli attori sociali, coglierne le potenzialità conflittuali o ricompositive. Per fare questo c’è bisogno di una generazione di quadri – e di una organizzazione – adatta a questa fase di intensa movimentazione.
Ci ritroviamo con quanti avevano condiviso a Padova l’esperienza di Potere Operaio; l’attivo registra in verità la sua fine. Alcuni di noi, sempre più consapevoli del limite della proposta di Potere Operaio nazionale, proprio riferendosi a questa pratica politica di radicamento territoriale, decidono di razionalizzare l’intervento strutturandoci in collettivi politici fissati da specifici ambiti di lavoro. […] Il primo a formarsi è il Collettivo Padova Nord […] L’aggancio ci è offerto dall’intervento sul caro trasporti dell’anno prima del Comitato Interistituto; partendo dall’autoriduzione dell’aumento del prezzo dei biglietti e dell’abbonamento, dall’organizzazione degli scioperi e dal blocco delle corriere, avevamo costruito i Comitati di linea dei pendolari, una forma di organizzazione di fatto permanente che ci sarebbe tornata utile l’anno dopo (pag. 44)
Vertenzialità e territorio. Questa la ricetta. E poi adeguata strumentazione organizzativa: i Collettivi come struttura generale, e poi i Gruppi Sociali, i Coordinamenti operai, gli organismi studenteschi, tutto dentro il medesimo tessuto connettivo, animati da strumenti di comunicazione collettivi – vedi Radio Sherwood e più tardi il settimanale «Autonomia» – in un crescendo di legittimazione sociale che farà tremare partiti e istituzioni.
Tutta la tematica dell’operaio sociale, si dispiegherà prima nella prassi, e poi, dopo, troverà una sua sistematizzazione teorica: «Noi vi scorgemmo il nostro punto di luce nel giovane proletario, studente di un istituto professionale o tecnico, frequentatore dell’oratorio parrocchiale, prossimo a varcare le soglie di una fabbrichetta oppure, se femmina, di un laboratorio» (pag. 48)
Dopo di che abbiamo voltato pagina privilegiando fin da subito la figura dell’operaio sociale. Aggiungerei naturalmente perché anche noi ne facevamo parte per età, percorsi scolastici, forme di vita e tutto questo a prescindere dai paesi e dalle famiglie di provenienza. In più sentivamo di farne parte. Si, c’era questo comune sentire che era difficile da spiegare, forse perché non c’era nulla da spiegare; era così e basta. E’ il motivo per cui non siamo entrati in maniera significativa nelle roccaforti dell’operaio massa, nella fabbriche di tre-quattrocento operai dove era il partito a fare il bello e il cattivo tempo. In questo caso si sarebbe trattato di una scelta, che non poteva essere la nostra perché ci saremmo sentiti come pesci fuor d’acqua. Sono convinto che solo più tardi Negri comincerà a valorizzare la centralità di questa nuova composizione di classe. Da parte nostra possiamo dire di averlo proprio anticipato sul terreno della politica pratica (pag. 51)
Il dibattito sulla composizione “tecnica e politica” di classe – e quindi sull’imputazione del soggetto rivoluzionario – agiterà furiosamente tutta la sinistra rivoluzionaria e anche la stessa area dell’autonomia, sempre divisa, tra i suoi tre-quattro tronconi principali, al momento di convergere su ipotesi di ricomposizione nazionale. Così come altrettanto lacerante sarà la discussione, in quell’infuocato decennio, sulla legittimità della lotta armata e, in generale, sull’uso della forza:
L’uso della forza, traduzione sul terreno della pratica contingente della lotta armata la cui validità sul piano strategico non era messa in discussione, la commisuravamo a questo progetto di intervento territoriale e la sua legittimazione poteva venire solo dalle strutture e non da fonti autoritative esterne. Senza questa premessa, la lotta armata avrebbe potuto svilupparsi solo avvitandosi su se stessa, come di fatto avvenne con le BR dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Anche se il distinguo per chi legge oggi potrebbe suonare capzioso, per noi violenza politica ed omicidio politico non furono mai la stessa cosa. Oggi è tornata di moda l’idea che solo lo Stato è legittimato a usare la forza e che solo la violenza di Stato è quella legittima. È la rivincita postuma di Hobbes su Spinoza e di Kant su Marx. Eppure per noi era diverso; veramente da questo punto di vista siamo stati i figli di questo secolo, delle sue rivoluzioni. È alla luce della sua storia che abbiamo potuto mettere in discussione quel monopolio di Stato conservando nel contempo i nostri distinguo (pag. 53)
Uso dell’illegalità, organizzazione, spostamento dei rapporti di forza sui territori: «è stato durante il 76 che abbiamo iniziato a parlare seriamente di contropotere, che abbiamo cominciato a crederci», cioè è la pratica reale, il consenso di massa, la vittoria nelle vertenze, a darti l’idea che quella parola tante volte evocata – contropotere – stava diventando esercizio concreto e quotidiano.
Durante tutto il ’76 continuiamo il nostro radicamento in città e in provincia, sviluppiamo in maniera ancora più estesa le pratiche di programma sul salario diretto e indiretto, il Comitato Interistituto si radica ancora di più nelle scuole, cominciamo a mettere piede in alcune facoltà, sempre attraverso ex medi; oltre a Scienze Politiche cominciamo ad essere molto presenti a Psicologia e Lettere. Iscriversi non costavo un cazzo e l’università era in quegli anni veramente di massa. Evidentemente il ciclo di lotte partito nel ’67 nelle Università di mezza Italia aveva dato i suoi frutti. Nessuno ci aveva regalato niente e quello che avevamo ce l’eravamo guadagnato. Così Psicologia stava diventando per Padova quello che Sociologia era diventata per Trento: una buona facoltà di tendenza, con bravi insegnati e uno sbocco garantito soprattutto per le donne. Con Psicologia approda a Padova lo studente massa […] ora sono migliaia con una composizione omogenea molto diversa dallo studente tradizionale, espressione della borghesia di un certo tipo. Molti di noi si sentono parte della nuova composizione per cui la scelta di questa facoltà non è casuale. Siccome Psicologia e Lettere erano vicino a Piazza dei Signori, anche noi eravamo sempre lì in piazza al punto che questa era diventata la nostra piazza, il nostro centro sociale: un cocktail micidiale grazie a questa combinazione di un casino di gente con caratteristiche nuove, che esprimeva un’idea diversa di studio e del modo di stare al mondo. Avevamo trovato il nostro brodo di coltura, letteralmente. Quale studente poteva resistere al fascino dei Collettivi? (pag. 58)
Se la realtà padovana non consente l’intervento sull’operaio massa, i Coordinamenti operai saranno comunque uno strumento di ricomposizione tra la classe operaia diffusa dei piccoli laboratori e i disoccupati prodotti dal processo di crisi/ristrutturazione iniziato nella prima metà dei settanta. La lotta agli straordinari, diventa tematica centrale, per tenere al centro delle pratiche la parola d’ordine “lavorare tutti lavorare meno” e in prospettiva il rifiuto del lavoro salariato, come critica all’immolazione del tempo di vita al moloch della produzione e all’etica lavorista, così radicata in quelle terre.
per noi lo straordinario, ogni sabato, in una situazione di forte disoccupazione, doveva essere combattuto ovunque, e non solo nelle medie e grandi fabbriche, attraverso la ronda. La ronda era una forma di lotta che coinvolgeva soprattutto i disoccupati; andava davanti la fabbrica, anche con gli operai della fabbrica, per bloccare lo straordinario. A ben vedere, per i disoccupati era la sola forma di lotta possibile, quella che restituiva loro dignità perché permetteva di lottare per i loro interessi. (pag. 66)
Mentre i ritmi della lotta di classe in Italia subiscono drastiche accelerazioni, si riflette con serietà sulla necessità di non lasciarsi intrappolare da ideologie territorialiste: c’è bisogno di un orizzonte nazionale complessivo per trasformare i conflitti diffusi in programma comunista.
Il tema dell’Autonomia Operaia Organizzata – il nodo, in ultima analisi, del partito –, tra il ’76 e il ’77 diventa sempre più stringente; per i collettivi veneti significa rafforzare l’asse con gli organismi milanesi di «Rosso», stabilendo la nuova realtà organizzativa, anche mediante un significativo cambio della testata del giornale:
A sancire la nuova casa comune sarà «Rosso per il potere operaio» il cui primo numero è del novembre 1977, che non a caso apre sul tema dell’Organizzazione nazionale dell’Autonomia. […] Da parte nostra volevamo che i nostri interlocutori intanto condividessero l’idea che il nuovo ciclo di movimento fosse finalmente promosso e organizzato dall’Autonomia; in secondo luogo, che l’organizzazione ventilata fosse legata ad alcuni punti, in primis il radicamento territoriale a garanzia dell’effettiva consistenza di quanti si fossero dichiarati d’accordo col progetto. […] Da questo punto di vista eravamo interessati a parlare solo con chi era espressione di un percorso proprio, radicato, reale e grosso. […] Una prima risposta è stata quindi quella di un patto federativo tra realtà organizzate e radicate sul piano territoriale, capaci di rappresentare in termini qualitativi e quantitativi forme reali di ricomposizione di classe. (pag. 92)
I tempi incalzano, esaltanti e feroci. I veneti attraversano e si lasciano attraversare dal movimento del ’77, intensificando ancora di più il processo di maturazione organizzativo. Dietro l’angolo, però, c’è già il 1978, l’anno del sequestro Moro e di un ulteriore scompaginamento di qualsiasi illusione di un ordinato e progressivo accumulo di forza dell’autonomia operaia. Rammenta Piero Despali:
Anch’io ricordo bene che come militante dei collettivi veneti non mi sfuggì la portata di quell’operazione militare. Nonostante che del ’77 non avessero capito un cazzo, che fossero ancora legati alla grande fabbrica già ristrutturata e che si fossero mossi in assoluta autonomia imponendoci dall’alto la loro decisione, pensai che questa volta era diverso, e che a fare la differenza era proprio la potenza militare espressa in via Fani; questa stessa potenza – era il mio timore – avrebbe potuto funzionare come un ipoteca del loro progetto politico rispetto a tutto. A maggior ragione l’urgenza di aprire una battaglia politica per contrastarla. […] La nostra risposta era obbligata e non bastava dire che il nostro nemico era lo Stato. Dovevamo rispondere anche alle Br affrontando di petto taluni aspetti della nostra proposta alternativa, in primis quello dell’Organizzazione che non c’era. Se prima di Moro i tempi che avevamo preso in considerazione erano più o meno lunghi, adesso bisognava accelerare. È in questa ottica che va letto l’articolo di Toni sul partito dell’Autonomia nel numero di «Rosso per il potere operaio» di Maggio. Si tratta di un accorato appello a mettere mano al Partito. (pagg. 98–99)
Molto lucida la lettura degli effetti del dopo Moro e della “geometrica potenza” di via Fani dentro al movimento: nasce la categoria politico-sociologica della tifoseria.
Il tifoso è quello che si affascina, che non ragiona più sugli effetti perché non ha il problema di andare il giorno dopo a costruire qualcosa di politicamente utile, ragiona in forma astratta […] Dietro la sua ombra puoi scorgere in controluce quello che smanetta al computer, parla di tutto, se ne sta a casa sua, non ha alcun rapporto con la realtà. (pag. 103)
I Collettivi intanto, sperimentano livelli sempre più alti di illegalità, fino ad arrivare alla “critica delle armi”. Questi passaggi sono però tutti interni ai livelli organizzativi, alle campagne, alle scadenze di movimento, e non giungeranno mai all’uso dell’omicidio come “propaganda armata”. Le “notti dei fuochi” con la riappropriazione manu militari di pezzi di territorio e il sanzionamento di massa di precisi obiettivi politici, resteranno esempi importanti nel panorama nazionale.
Si arriva così al 1979, alla stagione del sette aprile – e alle inchieste successive, con la pesca “a strascico” praticata con larghezza dagli inquirenti dentro al movimento. Il teorema Calogero postula l’esistenza di un’assurda cupola unitaria che ha eterodiretto tutti i fermenti rivoluzionari in Italia, dal ’69 ad allora. La costruzione giuridica manicomiale giungerà all’indicazione di Negri come telefonista delle BR.
Piero Despali si farà 13 anni da latitante. Giacomo sei anni in carcere. Con loro tanti altri quadri e militanti. Con malinconica franchezza, i due narratori ricordano che più delle provocazioni calogeriane, ebbe un effetto lacerante la tragedia di Thiene – tre giovani militanti dei collettivi uccisi dall’esplosione accidentale di un ordigno che doveva servire nella campagna di risposta agli arresti del 7 aprile, con il tragico corollario del suicidio in carcere di un quarto militante, Lorenzo Bortoli, due mesi dopo. Il decennio Settanta si chiude nelle condizioni di massima durezza immaginabili.
La stagione di caccia di Calogero sarà lunga e fagociterà storie, vite, militanza in tutta Italia, come una schiacciasassi. Gli ultimi processi si concluderanno alla fine degli anni ’80. Gli autonomi veneti si ritroveranno in carcere a confrontarsi con due passaggi, anche umanamente, laceranti: da una parte l’egemonia delle BR che cercano di trasformare il carcere in un proprio fronte di organizzazione; dall’altro lo sviluppo del movimento della dissociazione, tanto più lacerante e pericoloso, perché coinvolgente nomi che avevano rappresentato molto nella storia dell’autonomia.
Tra questi settori e i giudici inizia un dialogo, che diventerà sempre più gravido di conseguenze:
Se vuoi, e per semplificare al massimo, mentre per noi restava valido l’assunto comunista dello “Stato si abbatte e non si cambia”, per loro, invece, da nemico assoluto lo Stato diventava un soggetto con cui potevi tranquillamente dialogare, il che comportava la messa in mora di ogni forma di lotta armata finalizzata per l’appunto alla sua distruzione. È il motivo per cui questi stessi compagni pensavano di poter spiegare al giudice – istruttore, inquirente o giudicante, poco importa – le buone ragioni dell’Autonomia contrapposte alle cattive ragioni delle BR. Ritenevano di poter convincere i giudici della loro diversità che pensavano abissale per cui, a partire da queste considerazioni, il trattamento conseguente avrebbe dovuto essere diversificato (pag. 144)
Avviato il dialogo con i magistrati “illuminati”, elaborati alcuni documenti politici che dovevano fare da spartiacque, iniziò la formazione delle “aree omogenee” dentro le carceri. Il processo della dissociazione era pienamente avviato e si concluderà con la legge 34 del 1987.
Ma io, e con me gli altri compagni dei Collettivi, da chi avrei dovuto dissociarmi? Noi avevamo sempre dato battaglia ai compagni delle BR condannandone le degenerazioni nel mentre si davano, ma la nostra era una battaglia politica, mentre questa della dissociazione, di politico non aveva nulla perché a condurre il gioco era lo Stato, quello Stato che i compagni, che la dissociazione avevano promosso, dicevano di aver sempre combattuto. Noi la battaglia processuale l’abbiamo condotta avendo sempre di mira le lotte fuori dal carcere. Questi compagni avevano preferito l’autoreferenzialità, vestendo i panni di un ceto politico separato, con il «Il Manifesto» come megafono e il dialogo con le istituzioni come il loro impegno precipuo. Comunque sia, il mondo carcerario si dividerà presto nei due emisferi dei dissociati e degli irriducibili, per cui il dilemma di stare con gli uni o con gli altri sarà il rovello di chi, preso atto che tertium non datur, si trovava costretto a navigare, come dice il poeta, in acque perigliose e a guardarsi le spalle dagli uni e dagli altri […] Chi eravamo? Non potendo ricondurre la mia esistenza di carcerato al concetto di dissociato, pentito, irriducibile brigatista, per quanto mi riguarda avevo optato per il sintagma nominale “prigioniero politico comunista” (pagg. 145–146)
Sono anni di rotture umane, di disgregazione di una comunità politica e carceraria che per lungo tempo segnerà le vite di chi attraversò quelle esperienze laceranti. La storia dei Collettivi finisce più o meno in questa temperie infuocata. Nasce il Movimento Comunista Veneto (articolazione territoriale di una proposta nazionale mai decollata) e anche la narrazione dei due fratelli protagonisti della storia, si interrompe, non senza qualche necessario elemento di bilancio.
I Collettivi Politici Veneti per il potere operaio, saranno l’organizzazione autonoma più radicata e persistente della storia, insieme ai Comitati autonomi romani: ma con un agire da partito – una tendenza al partito, potremmo dire – più evidente e coerente. I mitici “padovani” erano sempre additati come esempio da seguire nel rigore organizzativo; non si trattava di fissazione organizzativistica, ma di metodo: tutta la produzione di autovalorizzazione proletaria, doveva “costituirsi” in un livello strutturato di contropotere, darsi una forma, una visibilità; e l’autonomia operaia organizzata era lo sforzo interno, a questi movimenti, per elevare l’antagonismo sociale in prospettiva comunista. I collettivi politici – tra mobilità delle forme e sapienti funzioni di accentramento – furono lo strumento utile a svolgere quel ruolo in quella fase.
Solo la forza dell’insediamento e la continuità del metodo, permisero all’autonomia operaia veneta di sopravvivere e ritrovarsi, ancora in piedi, nel decennio successivo. Tra i fallimenti nazionali, lo scompaginamento prodotto dalle inchieste e dalla galera, le grandi sconfitte sociali, solo un organizzazione solida poteva sopravvivere a questo tsunami e, sia pur piena di cerotti e stampelle, l’autonomia veneta resse. Sono ancora disponibili in rete le bellissime immagini amatoriali della manifestazione cittadina a Padova, convocata per l’assassinio di Pietro Greco, nella primavera del 1985. Fu l’occasione della rottura del “coprifuoco” imposto alle manifestazioni di piazza a Padova, fin dall’aprile 1979. Si vedono molti ragazzi e ragazze, in quelle immagini un po’ sgranate, che rivendicano il nome di quel loro fratello maggiore che non conobbero, ammazzato come un cane in un agguato sbirresco – ragazzi che non avevano conosciuto gli anni ’70 ma che avevano scelto di essere lì, in piazza, a raccogliere quelle bandiere, a rivendicare una memoria, a guardare al futuro. Calogero era stato sconfitto.
Tratto da: https://www.carmillaonline.com/2020/03/11/quella-persistente-memoria-autonoma/
da Il Manifesto