La rivolta di piazza Statuto segna per la prima volta l’emergere nella lotta di classe della figura dell’operaio-massa. Questa figura, nella Torino della Fiat e della Lancia, è impersonificata dai giovani operai immigrati meridionali che saranno la maggioranza di coloro che verranno poi imputati nel processo per i “fatti di violenza” che attraversarono la città dal 7 al 9 luglio 1962.
Ancor più che durante le giornate della rivolta di Genova quando, difesi dalla polizia del governo Tambroni, i neofascisti del M.S.I. volevano tenere il loro il congresso quella nuova composizione della classe si afferma in maniera netta rispetto alla composizione dei “ragazzi con le magliette a strisce” genovesi.
A piazza Statuto si affaccia il soggetto operaio che sarà il protagonista delle lotte degli anni ’70 e che con il suo protagonismo romperà gli equilibri nel mondo dell’allora sinistra politica, partitica e sindacale.
Con il testo di Dario Lanzardo, all’alba dei 60 anni da quella rivolta, mettiamo a disposizione un lavoro che, nelle parole del suo stesso autore, non è “interpretativo” ma una “ricerca” che mette a disposizione due storie contrapposte – quella riportata nella prima parte (capitoli I e II) e quella nella parte titolata La “memoria di parte” con le testimonianze dei protagonisti diretti tra cui Sante Notarnicola allora 25nne operaio in una fabbrica chimica arrivato a Torino dalla Puglia.
Storia del Comitato operaio della Magneti Marelli
di Emilio Mentasti
edizioni Colibrì
“Oggi capita raramente di trovare ricerche, articoli, libri e documenti sulle lotte operaie dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Settanta. I primi vent’anni sono poco esaltanti in quanto costituiscono un periodo di sconfitte nelle fabbriche, si può perciò immaginare il poco interesse a riproporne i passaggi storici, mentre non si capisce per gli anni che vanno dall’inizio degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, fase assolutamente esaltante delle lotte in fabbrica, oltre che momento di cambiamento su più livelli dell’intera società italiana. Le motivazioni per la scarsa attenzione devono essere analizzate da almeno due angolazioni: da una parte la volontà di nascondere una storia “dal basso” che ha prodotto risultati concreti, dall’altra la difficoltà a riconoscere che il ceto politico riformista e radicale di oggi non è capace di ripetere o prendere esempio da quella esperienza. Credo che chi, oggi, sostiene di essere dalla parte della “classe” molte volte difende solo la propria posizione, l’arroganza di autonominarsi rappresentante della classe, senza voler fare i conti col fatto che quando questa alza la testa i primi a saltare sono proprio i suoi “vecchi rappresentanti”. La storia operaia degli anni Sessanta e Settanta è al centro dell’attenzione da subito dopo quella fenomenale esperienza culminata con l’ ”autunno caldo”.La prima parte del libro è dedicata alla storia della società Magneti Marelli, fondamentale per comprendere la situazione operaia in fabbrica. Infatti, oltre che illustrare le fasi di ristrutturazione intervenute nell’arco di settant’anni, mette in evidenza come la Magneti sia stata una delle prime aziende italiane a introdurre lo scientific management, e mostra come la Fiat (padrone e cliente principale) abbia influenzato in modo decisivo sia le scelte produttive sia quelle nell’ambito della disciplina della forza-lavoro.Le due parti successive sono il risultato vero e proprio di una ricerca che ricostruisce in sintesi le lotte condotte dagli operai della Magneti Marelli di Crescenzago, tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1972, e ripercorre l’attività del Comitato operaio fin dalle sue origini.
Per la realizzazione di questo testo ho consultato il Fondo Gallinari della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, archivio di volantini, fogli e giornali opera del Comitato operaio, oltre che diversi libri sulla storia del movimento operaio ampiamente citati nelle note.”
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