Filtra per Categoria
Autonomia Bolognese
Autonomie del Meridione
Fondo DeriveApprodi
Collettivi Politici Veneti
Autonomia Toscana
Blog
Autonomia Romana
Autonomia Milanese
Mostri pieni di speranza

Mostri pieni di speranza

La sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti rac­con­ta­ta dai suoi pro­ta­go­ni­sti. Il VI volu­me degli Auto­no­mi rico­strui­sce, attra­ver­so le voci di Pie­ro e Gia­co­mo Despa­li, il lun­go Ses­san­tot­to ita­lia­no nel ter­ri­to­rio – il Nord Est – che più di altri sarà inve­sti­to dal muta­men­to pro­dut­ti­vo e poli­ti­co del­la Secon­da Repubblica

di Fran­ce­sco Raparelli

7 apri­le 2020

Mili­tan­te com­ples­si­vo. Sem­bre­reb­be, di pri­mo acchi­to, quel­lo «di pro­fes­sio­ne» pre­sen­ta­to da Lenin nel Che fare? Eppu­re, non è la stes­sa cosa. È un modo di esse­re del sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio nel­la tran­si­zio­ne nove­cen­te­sca, il sal­to d’epoca che dal for­di­smo, e dal­lo Sta­to key­ne­sia­no, pro­ce­de ver­so la socie­tà del gene­ral intel­lect. Un mili­tan­te comu­ni­sta e com­bat­ten­te, cer­to, ma del tut­to inter­no al pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, nel­la sua «gran­de tra­sfor­ma­zio­ne». Orga­niz­za­to­re rigo­ro­so, è vero, ma desi­de­ro­so di assa­po­ra­re i Grun­dris­se di Marx o gli Illu­mi­ni­sti. Agi­ta­to­re davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che, senz’altro, ma pure e soprat­tut­to nel­le piaz­ze libe­re, ascol­tan­do i Led Zep­pe­lin e pro­get­tan­do un lun­go viag­gio. Un roma­no del­la spe­cie in que­stio­ne, scom­par­so trop­po pre­sto, per ritrar­re fat­tez­ze e com­por­ta­men­ti del­la nuo­va figu­ra pro­dut­ti­va, dell’intel­let­tua­li­tà di mas­sa, usò un’espressione avvin­cen­te: hope­ful­mon­sters; in gene­ti­ca, i mostri pie­ni di spe­ran­za che scan­di­sco­no i sal­ti evo­lu­ti­vi. Sfug­ge ai più, ma la com­par­sa del­le figu­re ormai fin trop­po note del lavo­ro cogni­ti­vo – pove­ro di sala­rio, pre­ca­rio di con­trat­to, ric­co di com­pe­ten­ze e capa­ci­tà impren­di­to­ria­li – ha un pre­ce­den­te nel mili­tan­te com­ples­si­vo degli ita­li­ci anni Set­tan­ta. Mostro pie­no di spe­ran­za, appun­to.

Il libro-inter­vi­sta a cura di Mim­mo Ser­san­te, il VI volu­me Deri­veAp­pro­di dedi­ca­to alla sto­ria dell’Autonomia Ope­ra­ia, ha per pro­ta­go­ni­sti due mili­tan­ti com­ples­si­vi di Pado­va: due fra­tel­li di ori­gi­ne dal­ma­ta, Pie­ro e Gia­co­mo Despa­li. La loro sto­ria por­ta con sé e rac­con­ta quel­la dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti, vicen­da nata dopo lo scio­gli­men­to del grup­po Pote­re Ope­ra­io e con­clu­sa dal­la furia repres­si­va che ha ini­zio il 7 apri­le del 1979. Il volu­me, com­po­sto anche da sche­de, inter­vi­ste e docu­men­ti, diver­te e appas­sio­na chi i fra­tel­li li cono­sce e li ha fre­quen­ta­ti, ma sol­le­ci­ta anche i gio­va­ni che da non mol­to si sono but­ta­ti nel­la mischia. Il rac­con­to è den­so e impe­gna­ti­vo, inten­dia­mo­ci. Eppu­re c’è rit­mo: la for­ma del dia­lo­go è quel­la giu­sta, per­ché sen­za poli­fo­nia non c’è sto­ria di que­gli anni; il ricor­do del­le gesta, giu­sta­men­te orgo­glio­so, non sfug­ge alla lama dell’autocritica; il det­ta­glio bio­gra­fi­co, che pure com­pa­re, è sem­pre aggan­cia­to ai sus­sul­ti dell’epoca.

Pro­via­mo a indi­vi­dua­re alcu­ni pun­ti sin­go­la­ri, che orien­ta­no e muo­vo­no la lettura.

Il ter­ri­to­rio. Un Mao non dog­ma­ti­co inse­gna ai pado­va­ni che la spa­zio non è già dato, sta­ti­co. È piut­to­sto dina­mi­co, ha a che fare con la fab­bri­ca che si fa socie­tà, con la pro­du­zio­ne che divie­ne coe­sten­si­va alla ripro­du­zio­ne. Non stu­pi­sce, allo­ra, che il ter­ri­to­rio sia in pri­mo luo­go quel­lo dei pen­do­la­ri, la mer­ce for­za-lavo­ro, sia essa in for­ma­zio­ne o già impie­ga­ta, che si muo­ve e cir­co­la. Non è Mao, ma è Marx ovvia­men­te, quel­lo acu­mi­na­to dell’operaismo dei “Qua­der­ni ros­si” e di “Clas­se ope­ra­ia”, quel­lo che ha il nome di Toni Negri e dell’Istituto di Scien­ze Poli­ti­che dell’Università di Pado­va. Il gio­co del go, però, indi­ca che il ter­ri­to­rio va strap­pa­to, occu­pa­to. È nel ter­ri­to­rio che si fa la «base ros­sa», il con­tro­po­te­re, ovve­ro un dua­li­smo di pote­re per­ma­nen­te, che non ambi­sce alla pre­sa del Palaz­zo d’Inverno. È nel ter­ri­to­rio che il nuo­vo sog­get­to pro­le­ta­rio – sco­la­riz­za­to, osti­le alla fati­ca sala­ria­ta, intra­pren­den­te – si com­po­ne e fa del­la sua esi­sten­za, del suo desi­de­rio di cono­scen­za, tra­ma offensiva.

La muta. Il com­bat­ten­te non è un clan­de­sti­no, e nem­me­no un «tifo­so». Ha sem­pre in men­te l’adagio di Lukács – da Lenin sem­pre ispi­ra­to: «per lot­ta­re effi­ca­ce­men­te con­tro la bor­ghe­sia, occor­re varia­re di con­ti­nuo le armi lega­li e ille­ga­li e spes­so uti­liz­zar­le con­tem­po­ra­nea­men­te nel­le stes­se que­stio­ni». Non si trat­ta di eroi roman­ti­ci, né di mona­ci del­la III Inter­na­zio­na­le: meglio pen­sa­re ai lupi. Il mas­si­mo teo­ri­co del­la sovra­ni­tà sta­ta­le, ovve­ro Tho­mas Hob­bes, defi­ni­reb­be le mute di lupi «siste­mi irre­go­la­ri». Cosa inten­de­va il misan­tro­po? Il fede­ra­li­smo con­tro lo Sta­to, l’uso col­let­ti­vo del­la for­za con­tro il Levia­ta­no. Il mostro bibli­co, che fa il popo­lo con­tro la mol­ti­tu­di­ne, teme fol­le­men­te la mol­ti­tu­di­ne con­tro il popo­lo. C’è dun­que una lun­ga tra­di­zio­ne che pre­ce­de e sol­le­ci­ta gli auto­no­mi vene­ti, e non solo loro ovvia­men­te (pen­sia­mo a Roma, Mila­no, Bolo­gna): quel­la che ritie­ne rego­la la sedi­tio e leg­ge il com­pro­mes­so tem­po­ra­neo; quel­la che strin­ge pat­ti bat­ta­glian­do, ma respin­ge i con­trat­ti e il dirit­to privato.

Biblio­te­ca. I pri­mi sag­gi del mate­ria­li­smo, quel­lo razio­na­le e quel­lo sto­ri­co, Pie­ro e Gia­co­mo li tro­va­no tra i libri degli Isti­tu­ti tec­ni­ci fre­quen­ta­ti. Si chia­ma mobi­li­tà socia­le. La lot­ta ope­ra­ia e il lun­go Ses­san­tot­to ita­lia­no sono in pri­mo luo­go que­sto: «non farò la tua stes­sa spor­ca vita», lamen­ta­va Clau­dio Lol­li. Rifiu­to del lavo­ro è sì com­bat­ti­men­to, ma per­ché è desi­de­rio di cono­scen­za, di socia­li­tà altra. I fra­tel­li Despa­li, ed è for­se il movi­men­to più bel­lo del rac­con­to, fan­no del­le loro let­tu­re le pro­ta­go­ni­ste del­la sce­na, al pari del pic­chet­to e del­la men­sa auto­ge­sti­ta, degli scon­tri e del­le assem­blee del 1977. L’operaismo è la sco­per­ta di un Marx sco­no­sciu­to, dal Pci e dal­la sini­stra mano­mes­so e mal­trat­ta­to. Ed è una chia­ve per met­te­re in scac­co Fran­co­for­te e la sua Scuo­la. Ma ci sono anche Geor­ge Jack­son e Ange­la Davis. C’è il Set­te­cen­to fran­ce­se che pre­pa­ra la rivo­lu­zio­ne bor­ghe­se, c’è la Fran­cia di Fou­cault e Deleu­ze. Il mili­tan­te com­ples­si­vo sco­pre mon­di, pre­pa­ran­do le sue armi.

Essen­do una sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci, il rac­con­to si fer­ma con la deva­sta­zio­ne repres­si­va di Calo­ge­ro e teo­re­mi vari. È vero però che, se c’è un ele­men­to dav­ve­ro sin­go­la­re dell’Autonomia vene­ta, que­sto è la sua con­ti­nui­tà, la capa­ci­tà di rilan­cia­re l’innovazione poli­ti­ca con la sta­gio­ne dei cen­tri socia­li, col «popo­lo di Seat­tle», col movi­men­to dei Forum socia­li. È vero pure che inter­ru­zio­ne vi fu. Per la repres­sio­ne, indub­bia­men­te, ma per un pro­ble­ma più rile­van­te, che anco­ra ci afflig­ge: qua­le il rove­scio del­la fab­bri­ca post­for­di­sta? Il movi­men­to dell’Autonomia, che anti­ci­pa il sal­to d’epoca, vie­ne dal­lo stes­so supe­ra­to. I mostri pie­ni di spe­ran­za si fan­no recal­ci­tran­ti alla for­ma par­ti­to, più in gene­ra­le all’organizzazione, pre­fe­ren­do l’exit alla voi­ce. Pro­ble­ma di ieri, nel­la tran­si­zio­ne in cor­so; pro­ble­ma di oggi, con la tran­si­zio­ne fini­ta da un pez­zo e il neo­li­be­ra­li­smo, con­tro­ri­vo­lu­zio­ne per­ma­nen­te, che pas­sa di cri­si in crisi.

Nel­la foto 28/​05/​1975: scon­tri a Pado­va per impe­di­re il comi­zio del pre­si­den­te dell’Msi Covel­li (via col­let­ti­vi­po­li­ti­ci­ve­ne­ti)

Trat­to da: https://www.dinamopress.it/news/mostri-pieni-speranza

Gli autonomi e gli anni 70 in un’obiettiva storia di parte

Gli autonomi e gli anni 70 in un’obiettiva storia di parte

Le vicen­de dei col­let­ti­vi comu­ni­sti che ani­ma­ro­no il decen­nio più inten­so del secon­do Nove­cen­to arri­va al sesto volu­me, per i tipi di Deriveapprodi.

La neces­si­tà di dis­so­da­re il cam­po vasto del rea­le spin­ge ogni intra­pre­sa col­let­ti­va a de-scri­ver­si per non diven­ta­re ogget­to pas­si­vo e impo­ten­te del­la espo­si­zio­ne e del­la clas­si­fi­ca­zio­ne altrui. Da que­sta pre­mes­sa muo­vo­no Ser­gio Bian­chi e il suo col­let­ti­vo Deri­veap­pro­di nell’editare il sesto volu­me de Gli auto­no­mi per nar­ra­re, sen­za com­pen­dia­re, e docu­men­ta­re cri­ti­ca­men­te l’organizzazione, la for­ma e le pra­ti­che poli­ti­che del comu­ni­smo ope­rai­sta in Ita­lia. Testi da appro­fon­di­re in par­ti­co­la­re da par­te di stu­dio­si e mili­tan­ti che per ragio­ni ana­gra­fi­che non han­no vis­su­to que­gli anni. Appro­fon­di­men­to ancor più neces­sa­rio sul­la secon­da par­te degli anni Set­tan­ta, anni che una cer­ta sto­rio­gra­fia ha defi­ni­to “anni di piom­bo” e che non van­no esal­ta­ti in una con­tro-meta­fo­ra metal­lur­gi­ca come età dell’oro del­le lot­te socia­li. Esal­ta­zio­ne e autoe­sal­ta­zio­ne che non c’è negli auto­ri – mas­si­mi diri­gen­ti dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti – Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li che, con Mar­zio, Ste­fa­no, Eli­sa­bet­ta e San­dro, ne affron­ta­no ana­li­ti­ca­men­te tut­to il ciclo di militanza.

I col­let­ti­vi sono par­te fon­da­men­ta­le del movi­men­to di tra­sfor­ma­zio­ne poli­ti­ca in que­sto arco tem­po­ra­le: dal­la fine dell’organizzazione Pote­re Ope­ra­io con il con­ve­gno di Roso­li­na, i pri­mi di giu­gno 1973, alla mor­te acci­den­ta­le di tre mili­tan­ti a Thie­ne, il gior­no 11 apri­le 1979, neĺ­la pre­pa­ra­zio­ne di un ordi­gno rudi­men­ta­le. Movi­men­to che, quin­di, non crol­la con l’operazione mas­si­ma nel­la sto­ria del­la repres­sio­ne ita­lia­na, gli arre­sti del 7 apri­le 1979, ma nel pri­mo e uni­co even­to tra­gi­co inter­no all’organizzazione che ave­va mani­fe­sta­to il fat­to che “si era arri­va­ti alla resa dei con­ti del ciclo di lot­te ope­ra­ie e pro­le­ta­rie degli anni Set­tan­ta”, vale a dire con la secon­da onda­ta di arre­sti l’11 mar­zo 1980 (pag. 126).

Il libro va let­to a ritro­so, par­ten­do dal­la sezio­ne docu­men­ta­le, che per scel­ta degli auto­ri e del cura­to­re Mim­mo Ser­san­te chia­ri­sce in quat­tro pas­sag­gi chi sono e cosa voglio­no i col­let­ti­vi, un sog­get­to poli­ti­co orga­niz­za­to del­la clas­se fina­liz­za­to alla rot­tu­ra trau­ma­ti­ca del capi­ta­li­smo, tan­to come modo di pro­du­zio­ne quan­to come stru­men­to di ripro­du­zio­ne sociale.

Quat­tro docu­men­ti appar­te­nen­ti al gene­re let­te­ra­rio del docu­men­to poli­ti­co, gene­re – come giu­sta­men­te osser­va­to – sot­to­po­sto più di altri all’insidia del tem­po, come il sopra­bi­to: “lo ripo­ni con cura nell’armadio per tirar­lo fuo­ri chi sa quan­do” (pag. 205). Ma gene­re infi­ni­ta­men­te più accon­cio degli atti di un giu­di­ce istrut­to­re, di un sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re o di una abbor­rac­cia­ta com­mis­sio­ne bica­me­ra­le a descri­ve­re il pro­get­to, la pras­si e la tem­pe­rie in cui que­sti si inse­ri­sco­no. I col­let­ti­vi, dun­que, ave­va­no due strut­tu­re di dire­zio­ne com­ples­si­va: la com­mis­sio­ne fab­bri­che e la com­mis­sio­ne poli­ti­ca, a ripro­va del fat­to che l’intervento di mas­sa e l’intervento mili­ta­re doves­se­ro esse­re fina­liz­za­ti sem­pre alla ricom­po­si­zio­ne di classe.

Nes­su­na con­ces­sio­ne è offer­ta all’insurrezionalismo, in fon­do il pun­to teo­ri­co su cui PotOp si era divi­so, ma una lot­ta di lun­ga di dura­ta, di movi­men­to e al con­tem­po di posi­zio­ne, con la costru­zio­ne di basi ros­se per dispie­ga­re sul ter­ri­to­rio un con­tro­po­te­re anche fon­da­to sull’illegalità dif­fu­sa. E nes­su­na con­ces­sio­ne nem­me­no all’omicidio poli­ti­co, sin­to­mo dell’autismo del­le prin­ci­pa­li for­ma­zio­ni lot­tar­ma­ti­ste pas­sa­te dall’attacco al cuo­re del­lo Sta­to alla giu­sti­zia som­ma­ria (pag. 240). Risul­ta­no evi­den­ti i prin­ci­pa­li rife­ri­men­ti poli­ti­ci dei col­let­ti­vi: il maoi­smo e il leni­ni­smo, che ven­go­no appro­fon­di­ti con spe­ci­fi­che sche­de (pagg. 196–200). Rife­ri­men­ti mol­to tra­di­zio­na­li sal­vo nel­la scel­ta di aver agi­to da par­ti­to sen­za il soste­gno di un par­ti­to (pag. 28).

La par­te più memo­ria­li­sti­ca non lascia spa­zio ad alcun det­ta­glio inu­ti­le al fine di rico­strui­re la gene­ra­zio­ne di rivo­lu­zio­na­ri di mestie­re che agi­va in que­gli anni nel pado­va­no, nel vicen­ti­no, nel rodi­gi­no e nel por­de­no­ne­se. Trat­tan­do­si di un movi­men­to gene­ra­zio­na­le, non casual­men­te, resta sul­lo sfon­do la vicen­da di Por­to Mar­ghe­ra, dove sus­si­ste­va­no una clas­se diri­gen­te pro­ta­go­ni­sta del­le lot­te ope­ra­ie fin dal ’68, come Augu­sto Fin­zi, e una spe­ci­fi­ci­tà nell’organizzazione poli­ti­ca dal Comi­ta­to auto­no­mo del Petrol­chi­mi­co disar­ti­co­la­to­si col fini­re di PotOp e in cui la rico­stru­zio­ne dell’intervento in fab­bri­ca fu più inter­ge­ne­ra­zio­na­le tra qua­dri di fab­bri­ca già esper­ti, come Arman­do Pen­zo e Fran­co Bel­lot­to, avvi­ci­na­ti dal­le nuo­ve leve. In tale con­te­sto tut­to divie­ne più com­pli­ca­to, alla luce del ruo­lo svol­to dal­lo Sta­to con le sue par­te­ci­pa­zio­ni sta­ta­li, il qua­le eser­ci­ta­va il coman­do del­la pro­du­zio­ne, in par­ti­co­la­re chi­mi­ca e navalmeccanica. 

Il trat­to distin­ti­vo dell’organizzazione è dato dal­la sua com­po­si­zio­ne socia­le, costi­tui­ta dal­la figu­ra dell’operaio socia­le in tut­te le sue decli­na­zio­ni: i pro­le­ta­ri e sot­to­pro­le­ta­ri inse­ri­ti nel­la filie­ra del­la fab­bri­ca dif­fu­sa, gli stu­den­ti medi di for­ma­zio­ne tec­ni­ca, gli uni­ver­si­ta­ri che, a miglia­ia, approc­cia­no per la pri­ma vol­ta la for­ma­zio­ne tra Magi­ste­ro, Psi­co­lo­gia e, ovvia­men­te, Scien­ze poli­ti­che, base ros­sa per anto­no­ma­sia. Sono i fra­tel­li mino­ri e più for­tu­na­ti dell’operaio mas­sa, pro­ta­go­ni­sta di Voglia­mo tut­to, che dal­la cam­pa­gna vene­ta mar­cia­no divi­si per col­pi­re uni­ti la ter­ri­to­ria­liz­za­zio­ne del­la valo­riz­za­zio­ne del capi­ta­le che si espri­me nel­la mol­ti­pli­ca­zio­ne del­le fab­bri­che, del­le ban­che e del­le sedi uni­ver­si­ta­rie. Per rispon­de­re a que­sta ristrut­tu­ra­zio­ne biso­gna­va costrui­re una “nuo­va allean­za” tra i con­si­gli di fab­bri­ca, da con­trol­la­re da den­tro e da fuo­ri da un lato e, dall’altro lato, tra col­let­ti­vi ter­ri­to­ria­li in lot­ta con­tro il caro­vi­ta, per il dirit­to all’abitare e all’acculturamento. 

E una nuo­va leva di sta­ta­li e para­sta­ta­li attrat­ti nel ciclo di pro­du­zio­ne dei ser­vi­zi pub­bli­ci dal­le rifor­me del com­pro­mes­so di attua­zio­ne costi­tu­zio­na­le: in fer­ro­via, all’Enel, negli ospe­da­li, nel­le scuole.

Il radi­ca­men­to for­tis­si­mo sul ter­ri­to­rio è cro­ce e deli­zia (pag.89), poi­ché per­met­te di svol­ge­re un ruo­lo anti­ci­pa­to­re sul movi­men­to del ’77, di ave­re la testa del cor­teo di Bolo­gna nel giu­gno di quell’anno, ma ren­de i col­let­ti­vi ogget­ti­va­men­te mar­gi­na­li l’anno seguen­te con il seque­stro Moro. Gli auto­ri non l’esplicitano fino in fon­do, ma da quel momen­to il ruo­lo del col­let­ti­vo di via dei Vol­sci, da un lato, e del col­let­ti­vo del­la nasci­tu­ra rivi­sta Metro­po­li dall’altro, diven­ta pre­pon­de­ran­te per il movi­men­to comu­ni­sta anta­go­ni­sta. Tor­na, così, il pro­ces­so mai matu­ra­to del par­ti­to dell’operaio socia­le nazio­na­le che riu­ni­fi­cas­se il barel­lie­re del poli­cli­ni­co dal for­te accen­to roma­no al con­to­ter­zi­sta dell’alta pado­va­na, ma che non pote­va nasce­re dal­la nuo­va fase come giu­stap­po­si­zio­ne di espe­rien­ze locali.

Col­pi­sce nel­la rico­stru­zio­ne il trat­to di cul­tu­ra poli­ti­ca dei fra­tel­li Despa­li, vale a dire la cri­ti­ca al revi­sio­ni­smo del Pci fino dal­la svol­ta di Saler­no. La valu­ta­zio­ne net­ta sul tren­ten­nio pre­ce­den­te del­la più nume­ro­sa orga­niz­za­zio­ne dell’Occidente non con­sen­ti­va alla loro impre­sa poli­ti­ca di rivol­ger­si a pla­sma­re il “vero” par­ti­to comu­ni­sta, pro­prio per­ché l’autenticità del pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio era venu­ta meno non già col ber­lin­gue­ri­smo, ma con la fine del­la Resistenza. 

Sono dav­ve­ro mol­ti gli argo­men­ti ana­liz­za­ti nell’opera, che non dà l’idea di esse­re sta­ta scrit­ta come pagi­na di “sto­ria dei vin­ti”. Volen­do ascri­ve­re al pen­sie­ro ben­ja­mi­nia­no i fra­tel­li Despa­li, sem­bra abbia­no chia­ro che la social­de­mo­cra­zia ha spez­za­to il ner­vo del­la clas­se facen­do­le disap­pren­de­re l’odio e la volon­tà del sacri­fi­cio, “poi­ché entram­bi si ali­men­ta­no all’immagine degli avi asser­vi­ti e non all’ideale dei libe­ri nipoti”.

Autonomia Operaia: i rivoluzionari si raccontano

Autonomia Operaia: i rivoluzionari si raccontano

Da non per­de­re il libro dei fra­tel­li Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li sul­la sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io, edi­to da Derive/​Approdi

L’oblio del­la memo­ria è un virus for­se anco­ra più leta­le di Covid-19, per­ché “ucci­de” nel­la men­te degli uma­ni la Sto­ria e l’esperienza che essa tra­smet­te nel tem­po, ren­den­do tut­to un futi­le eter­no pre­sen­te. Lo sta­to pre­sen­te del­le cose. E, così, anche il futu­ro sco­lo­ra in una rei­te­ra­zio­ne dell’esistente, pri­vo d’ideali e di uto­pie, con­si­de­ra­ti sogni irrea­liz­za­bi­li e dun­que fuor­vian­ti. Que­sto virus non è estra­neo alla nazio­ne ita­lia­na, al nostro carat­te­re nazio­nal-popo­la­re, anzi è una male­det­ta costan­te dell’italianità. Dimen­ti­chia­mo facil­men­te even­ti, cri­mi­ni, respon­sa­bi­li­tà, col­pe. Il per­do­ni­smo è poi il fra­tel­lo gemel­lo dell’oblio del­la memo­ria. Vi sono però ecce­zio­ni impor­tan­ti, ce ne sono sta­te anche in pas­sa­to per meri­to di ope­re sto­rio­gra­fi­che in con­tro­ten­den­za e di figu­re intel­let­tua­li degne di que­sto nome. Anche se la Sto­ria, si sa, la fan­no i vin­ci­to­ri. Ma non sem­pre. Un’opera per tut­te vale la pena di cita­re: “Pro­le­ta­ri sen­za rivo­lu­zio­ne” di Ren­zo del Car­ria. Una sor­ta di “enci­clo­pe­dia” cult che riscri­ve la Sto­ria, appun­to, del­le lot­te popo­la­ri e pro­le­ta­rie dall’Unità d’Italia al 1975, data fati­di­ca per­ché segna effet­ti­va­men­te un pas­sag­gio epo­ca­le, for­se non da tut­ti rico­no­sciu­to come tale. Per saper­ne di più con­si­glio di leg­ge­re un roman­zo recen­te di valo­re “La scuo­la cat­to­li­ca” di Edoar­do Albinati.

Rare sono, dun­que, le ope­re che con­tra­sta­no seria­men­te la sin­dro­me dell’amnesia, get­tan­do luce su even­ti e perio­di che meri­ta­no di esse­re stu­dia­ti e ricor­da­ti, in quan­to han­no mol­to da inse­gna­re ai poste­ri. E oggi ne sco­pria­mo in libre­ria, qua­si per caso, una di que­ste: “Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io”, dei fra­tel­li Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, edi­ta da Derive/​Approdi. Un libro pre­zio­so per diver­se ragio­ni. In pri­mo luo­go per­ché riper­cor­re con sguar­do cri­ti­co gli “anni di fuo­co” o “di piom­bo” – come si pre­fe­ri­sce chia­mar­li – che han­no carat­te­riz­za­to l’ultima fase del seco­lo scor­so, nel­la qua­le la Guer­ra Fred­da era all’epilogo. E il glo­bo appa­ri­va attra­ver­sa­to da con­flit­ti, lot­te, rivol­te, stra­gi, impe­ri emer­gen­ti e altri che sta­va­no per crol­la­re. In Ita­lia, poi, si svol­ge­va una sor­ta di “guer­ra a bas­sa inten­si­tà”, inte­sa come arti­co­la­zio­ne spe­ci­fi­ca e di “tea­tro” del più vasto con­flit­to geo­po­li­ti­co mon­dia­le in corso.

In tal con­te­sto, il libro nar­ra l’esperienza poli­ti­ca di una sezio­ne fon­da­men­ta­le di quell’arcipelago di orga­niz­za­zio­ni sov­ver­si­ve cono­sciu­to come “Auto­no­mia Ope­ra­ia orga­niz­za­ta”. Espe­rien­za rivo­lu­zio­na­ria a pie­no tito­lo che ha ege­mo­niz­za­to i movi­men­ti di lot­ta degli anni ’70 e ’80. Al cen­tro del rac­con­to – fat­to in for­ma dia­lo­gi­ca dai due pro­ta­go­ni­sti, Gia­co­mo e Pie­ro (ecco un altro pre­gio del libro)- ci sono i Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Una strut­tu­ra di mili­tan­ti comu­ni­sti con­cen­tra­ta pre­va­len­te­men­te nel Nord-Est, con quar­tier gene­ra­le a Pado­va, ma anche con signi­fi­ca­ti­ve pro­ie­zio­ni nazio­na­li, in Lom­bar­dia, a Roma e Napoli.

Come, quan­do, dove e per­ché si costi­tui­sce que­sta orga­niz­za­zio­ne, ce lo dico­no attra­ver­so una sug­ge­sti­va con­ver­sa­zio­ne i due lea­der. Si capi­sce subi­to che vita pri­va­ta e azio­ne poli­ti­ca han­no rap­pre­sen­ta­to un bino­mio indis­so­lu­bi­le nel­la loro bio­gra­fia, car­ne e san­gue del loro esse­re-nel-mon­do. Uni­ti da un lega­me di fra­tel­lan­za, da idea­li e da una meta comu­ni, ma anche dif­fe­ren­zia­ti da tem­pe­ra­men­ti per­so­na­li e da rife­ri­men­ti cul­tu­ra­li e teo­ri­ci non iden­ti­ci, Gia­co­mo e Pie­ro han­no domi­na­to tut­ta la vicen­da dei Col­let­ti­vi, dal­la fon­da­zio­ne nel ’74-’75 ori­gi­na­ta dal­le cene­ri di Pote­re Ope­ra­io ai gior­ni nostri. Alla base di que­sta scel­ta c’è innan­zi tut­to – è bene sot­to­li­near­lo – un’adesione for­te al mar­xi­smo e al comu­ni­smo, non inte­si tut­ta­via in manie­ra dog­ma­ti­ca e fidei­sti­ca, come inve­ce acca­de­va per altre for­ma­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie di quel perio­do. Nel loro baga­glio teo­ri­co figu­ra­no cer­ta­men­te Karl Marx (soprat­tut­to quel­lo dei Grun­dris­se), Lenin, un cer­to Mao e la Resi­sten­za, ma anche la Scuo­la di Fran­co­for­te, Ador­no e Mar­cu­se, Fanon, Paul Swee­zy, ma soprat­tut­to i Qua­der­ni Ros­si, con Ranie­ro Pan­zie­ri, Mario Tron­ti, ecc. Insom­ma, quel grup­po d’intellettuali-militanti di matri­ce socia­li­sta che, median­te l’inchiesta ope­ra­ia, sta­va ristu­dian­do la fab­bri­ca tay­lo­ri­sti­ca, il nuo­vo cor­so del neo­ca­pi­ta­li­smo, la figu­ra dell’operaio-massa in qua­li­tà di sog­get­to poten­zial­men­te rivo­lu­zio­na­rio. Tut­to ciò in alter­na­ti­va allo sto­ri­ci­smo revi­sio­ni­sta del PCI su cui si fon­da­va la dop­piez­za togliat­tia­na del­la “via ita­lia­na al socia­li­smo”. In altre paro­le, l’ossatura del mar­xi­smo cri­ti­co degli anni ’60. Più tar­di si aggiun­ge­rà la figu­ra cen­tra­le di Anto­nio Negri, il “cat­ti­vo mae­stro” per eccel­len­za secon­do i media uffi­cia­li. Qua­li gli atout che decre­ta­no il suc­ces­so matu­ra­to dai Col­let­ti­vi nel bien­nio ’76-’77? Lo spie­ga­no con chia­rez­za Pie­ro e Gia­co­mo Despali.

In pri­mis, un’attenzione par­ti­co­la­re ver­so quel­la che defi­ni­va­no la “nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se”, ossia l’insieme degli atto­ri socia­li che, a par­ti­re da con­di­zio­ni e biso­gni mate­ria­li e non da affla­ti ideo­lo­gi­ci, avreb­be­ro potu­to poten­zial­men­te incar­na­re un per­cor­so rivo­lu­zio­na­rio all’interno di un Pae­se a capi­ta­li­smo ormai avan­za­to come l’Italia. La stra­te­gia poli­ti­ca dell’organizzazione dove­va quin­di basar­si sul­la ricom­po­si­zio­ne del­le nuo­ve figu­re pro­le­ta­rie pro­dot­te dal­la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca del­la gran­de fab­bri­ca: stu­den­ti-lavo­ra­to­ri, disoc­cu­pa­ti, cas­sin­te­gra­ti, lavo­ra­to­ri in nero, ecc. E’ la nuo­va sog­get­ti­vi­tà dell’ “ope­ra­io socia­le” che sosti­tui­sce in par­te quel­la dell’ope­ra­io-mas­sa ormai in decli­no e ani­ma la fab­bri­ca dif­fu­sa sul ter­ri­to­rio. Una cate­go­ria, nel frat­tem­po teo­riz­za­ta dal pro­fes­sor Anto­nio Negri. Del resto, la strut­tu­ra pro­dut­ti­va del Vene­to, fon­da­ta sul­le Pmi, si atta­glia­va per­fet­ta­men­te a que­sta ana­li­si di stam­po socio­lo­gi­co. In altre paro­le, a quel­la che i nostri auto­ri chia­ma­no la “let­tu­ra del­la nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se”. Di con­se­guen­za, obiet­ti­vo stra­te­gi­co dell’agire poli­ti­co dei Col­let­ti­vi non pote­va che esse­re la costru­zio­ne d’istituti di con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le attra­ver­so la costi­tu­zio­ne di vere e pro­prie “basi ros­se”.

Sul pia­no orga­niz­za­ti­vo, un simi­le impian­to teo­ri­co-poli­ti­co si è tra­dot­to in una for­ma arti­co­la­ta com­pren­den­te comi­ta­ti, coor­di­na­men­ti di zona, grup­pi socia­li, col­let­ti­vi, che han­no avu­to la capa­ci­tà di radi­car­si a Pado­va, nell’Università e negli isti­tu­ti supe­rio­ri, ma soprat­tut­to nei pae­si cir­co­stan­ti e in alcu­ne fab­bri­che. Altra intui­zio­ne feli­ce del grup­po diri­gen­te dei Col­let­ti­vi, che ha con­tri­bui­to non poco al suc­ces­so di cui si par­la­va, è sta­ta l’adozione di una moda­li­tà ope­ra­ti­va inno­va­ti­va: agi­re per “cam­pa­gne”. All’interno del­le qua­li pre­ve­de­re anche quel­li che la stam­pa del tem­po stig­ma­tiz­za­va come “fuo­chi dif­fu­si”, ossia atten­ta­ti mira­ti e col­le­ga­ti in siner­gia dia­let­ti­ca con le lot­te di mas­sa che si dispie­ga­va­no con­tro il caro­vi­ta, gli straor­di­na­ri, il lavo­ro nero, la vio­len­za dei fasci­sti, per gli aumen­ti sala­ria­li, le auto­ri­du­zio­ni del­le bol­let­te e del­le tarif­fe, per la con­qui­sta di spa­zi di socia­liz­za­zio­ne alter­na­ti­va, ecc. Insom­ma, per l’autovalorizzazione pro­le­ta­ria a disca­pi­to del­la valo­riz­za­zio­ne del capi­ta­le, come la defi­ni­va il “cat­ti­vo mae­stro” Negri. Il tema del­la vio­len­za, dun­que, entra di pre­po­ten­za nel­la sto­ria dei Col­let­ti­vi, dato che nel frat­tem­po sta­va cre­scen­do d’intensità il ruo­lo del­le orga­niz­za­zio­ni comu­ni­ste com­bat­ten­ti, spe­cial­men­te le BR. E i fra­tel­li Despa­li lo affron­ta­no sen­za infin­gi­men­ti, spie­gan­do moti­va­zio­ni e dif­fe­ren­ze con il com­por­ta­men­to di que­sti gruppi.

“L’uso del­la for­za, tra­du­zio­ne sul ter­re­no del­la pra­ti­ca con­tin­gen­te del­la lot­ta arma­ta la cui vali­di­tà sul pia­no stra­te­gi­co non era mes­sa in discus­sio­ne, la com­mi­su­ra­va­mo a que­sto pro­get­to d’intervento ter­ri­to­ria­le e la sua legit­ti­ma­zio­ne pote­va veni­re solo dal­le strut­tu­re e non da fon­ti auto­ri­ta­ti­ve ester­ne – scri­ve Pie­ro – Sen­za que­sta pre­mes­sa, la lot­ta arma­ta avreb­be potu­to svi­lup­par­si solo avvi­tan­do­si su se stes­sa, come di fat­to avven­ne con le BR dopo il seque­stro e l’uccisione di Aldo Moro”. Pur­trop­po, dopo l’ascesa inter­vie­ne pun­tual­men­te il decli­no, sem­pre, che arri­va il 7 apri­le 1979 a ope­ra del pm Calo­ge­ro. Il magi­stra­to, sull’onda del cli­ma nazio­na­le, lan­cia una mas­sic­cia ope­ra­zio­ne anti Col­let­ti­vi nel Vene­to con mol­ti arre­sti. Intan­to, la repres­sio­ne ha comin­cia­to a col­pi­re pesan­te­men­te in tut­to il Pae­se dopo il seque­stro Moro. Il Movi­men­to del ’77, che riem­pi­va piaz­ze e stra­de del­le cit­tà, con scon­tri e mani­fe­sta­zio­ni, per­de col­pi e avvia la sua fase di disin­te­gra­zio­ne. I Col­let­ti­vi subi­sco­no il col­po, ma resi­sto­no e, dopo un po’, si riorganizzano.

Che acca­de nei pri­mi anni ’80? Se vole­te saper­lo, cari let­to­ri, leg­ge­te il libro. Noi ci fer­mia­mo qua, non pos­sia­mo sve­la­re tut­to… Una cosa, però, pos­sia­mo dir­la sen­za tema di smen­ti­ta. Que­sto lavo­ro – che pre­sen­ta anche una ric­ca appen­di­ce di docu­men­ti dell’epoca e inter­vi­ste ad altri mili­tan­ti – deve esse­re con­si­de­ra­to legit­ti­ma­men­te, per spes­so­re e veri­tà sto­ri­ca mes­si in cam­po, il capi­to­lo fina­le di “Pro­le­ta­ri sen­za rivo­lu­zio­ne” di Ren­zo del Carria.

Aldo Musci

Trat­to da: http://www.chronopolis.it/autonomia-operaia-i-rivoluzionari-si-raccontano/

Mostri pieni di speranza

La storia sempre in divenire degli anni Settanta

La sto­ria ita­lia­na degli anni Set­tan­ta è da sem­pre argo­men­to con­tro­ver­so. Sarà per la rela­ti­va vici­nan­za tem­po­ra­le di quel decen­nio, per il vio­len­to scon­tro ideo­lo­gi­co e i feno­me­ni lace­ran­ti che anco­ra per­man­go­no, fat­to sta che la rico­stru­zio­ne di quel perio­do di pro­fon­da muta­zio­ne del nostro Pae­se rima­ne un ter­re­no mina­to. Mal­gra­do gli ormai nume­ro­si con­tri­bu­ti sto­ri­ci per la com­pren­sio­ne del­le sue dina­mi­che com­ples­se e con­trad­dit­to­rie, si ha la sen­sa­zio­ne che anco­ra mol­to vi sia da appro­fon­di­re, da recu­pe­ra­re, da ripor­ta­re alla luce.

In que­sta com­ples­sa impre­sa l’editore Deri­veAp­pro­di por­ta avan­ti da anni una ricer­ca degna di nota, pri­vi­le­gian­do la voce di chi que­gli anni li ha vis­su­ti sul cam­po (spes­so di bat­ta­glia), ana­liz­zan­do quin­di quel momen­to sto­ri­co dal pun­to di vista di colo­ro che vi ope­ra­ro­no, impe­gnan­do­si in una lot­ta siste­mi­ca e tota­liz­zan­te allo sta­tus quo. Si inqua­dra in quest’ottica la for­tu­na­ta serie dedi­ca­ta alla sto­ria degli Auto­no­mi, giun­ta al sesto volu­me, che rico­strui­sce la sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io, nar­ra­ta da due tra i suoi prin­ci­pa­li pro­ta­go­ni­sti, Gia­co­mo e Pie­ro Despali.

È una vicen­da ini­zia­ta nell’autunno del 1974, dopo l’esaurimento dell’esperienza di Pote­re ope­ra­io. Come gli auto­ri ben espli­ci­ta­no in que­ste inte­res­san­tis­si­me pagi­ne, si trat­tò di un vero e pro­prio pro­get­to poli­ti­co mili­tan­te, con un pro­fon­do radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le, por­ta­to avan­ti da per­so­ne dota­te di una ric­ca for­ma­zio­ne teo­ri­co-cul­tu­ra­le di matri­ce ope­rai­sta. Quei mili­tan­ti crea­ro­no un auten­ti­co labo­ra­to­rio di idee e di pras­si, che si avva­le­va di una for­te pre­sen­za in ambi­to uni­ver­si­ta­rio, di una radio (“Sher­wood”) e di un perio­di­co (Auto­no­mia), e nel qua­le si ela­bo­ra­ro­no inchie­ste e ana­li­si sui pro­ces­si del­la ristrut­tu­ra­zio­ne pro­dut­ti­va in atto, che die­de­ro luo­go al con­cet­to del­la “fab­bri­ca dif­fu­sa”, pro­dut­tri­ce dell’“operaio socia­le”, cioè del­la figu­ra del moder­no pre­ca­ria­to desti­na­ta ad assu­me­re un ruo­lo sem­pre più cen­tra­le nei con­flit­ti poli­ti­ci di clas­se. A que­ste atti­vi­tà di stu­dio si accom­pa­gna­va un impe­gno inter­ven­ti­sta, con l’organizzazione di azio­ni poli­ti­co-mili­ta­ri di mas­sa con­tro fasci­sti, qua­dri del­le fab­bri­che e dell’apparato repres­si­vo, che sfo­cia­ro­no nel­le famo­se “not­ti dei fuo­chi”: deci­ne di attac­chi in con­tem­po­ra­nea in varie cit­tà del­la regio­ne vene­ta. L’operazione giu­di­zia­ria del 7 apri­le 1979, la pri­ma di una serie di rispo­ste del­lo Sta­to, poi minò e distrus­se quel­la rete orga­niz­za­ti­va stron­can­do il suo pro­get­to rivoluzionario.

Tut­to ciò è nar­ra­to dai fra­tel­li Despa­li, i qua­li, come scri­ve nel­la pun­tua­le intro­du­zio­ne il cura­to­re del volu­me, Mim­mo Ser­san­te, si sono resi “fon­te sto­rio­gra­fi­ca in pri­ma per­so­na”. In effet­ti, riguar­do alla rifles­sio­ne sto­ri­ca è fon­da­men­ta­le che a rac­con­ta­re il per­cor­so poli­ti­co ed esi­sten­zia­le degli Auto­no­mi sia­no colo­ro che quel­la sto­ria l’hanno fat­ta. Il loro pun­to di vista si affian­ca e arric­chi­sce le “veri­tà” uffi­cia­li su quel­le vicen­de – le car­te pro­ces­sua­li dell’inchiesta pado­va­na del 7 apri­le 1979 – e gli stu­di sto­rio­gra­fi­ci ope­ra dei ricer­ca­to­ri di pro­fes­sio­ne. La testi­mo­nian­za diret­ta dei pro­ta­go­ni­sti, i loro ricor­di, insom­ma la fon­te ora­le rima­ne impre­scin­di­bi­le se si vuo­le rico­strui­re con suf­fi­cien­te com­ple­tez­za quel com­ples­so panorama.

E la for­ma nar­ra­ti­va del “rac­con­to” si rive­la dav­ve­ro fer­ti­le, con la sua capa­ci­tà di coin­vol­ge­re il let­to­re, calar­lo nel­la tem­pe­rie di un’epoca ormai lon­ta­na, nei luo­ghi dell’anima oltre che in quel­li del­la poli­ti­ca. In tal modo, la macro­sto­ria dei col­let­ti­vi di cui qui si par­la si vena di uma­ni­tà, pren­de for­ma e vivi­dez­za con lam­pi di vita, emo­zio­ni e sus­sul­ti che per­mea­no di sé il discor­so sto­rio­gra­fi­co, com­ple­tan­do l’arazzo d’un luo­go e d’un tem­po che altri­men­ti gele­reb­be nel­le fred­de rico­stru­zio­ni intel­let­tua­li edi­fi­ca­te sul­le car­te. Dun­que, la nar­ra­zio­ne luci­da e par­te­ci­pa­ta dei fra­tel­li Despa­li resti­tui­sce un ele­men­to, fatal­men­te sbia­di­to (se non per­du­to) nel­le fon­ti scrit­te: la pas­sio­ne, l’indignazione che a quel­la lot­ta spin­ge­va­no, la “feli­ci­tà del com­bat­ten­te”. Insom­ma, per cita­re anco­ra Ser­san­te, “la cifra gio­io­sa di quel decen­nio”, soli­ta­men­te bol­la­to a fuo­co e inca­sel­la­to nel­la geli­da cate­go­ria degli “anni di piombo”.

Un ragaz­zo di oggi che voles­se, sana­men­te incu­rio­si­to, avvi­ci­nar­si a quel­la sta­gio­ne, ai gio­va­ni di allo­ra che inte­se­ro schie­rar­si e impe­gnar­si in uno scon­tro che defi­ni­va il pro­prio esse­re, la pro­pria iden­ti­tà, com­met­ten­do cer­to erro­ri, mal valu­tan­do deter­mi­na­te dina­mi­che, ma comun­que dedi­can­do­vi un impe­gno eti­co tota­liz­zan­te, per un gio­va­ne let­to­re di oggi insom­ma que­sto libro risul­ta quan­to mai istrut­ti­vo, anche e soprat­tut­to per rico­strui­re una tem­pe­rie emo­ti­va, un sen­so di appar­te­nen­za, una con­di­zio­ne altra da una glo­ba­liz­za­zio­ne allo­ra già inci­pien­te e oggi dram­ma­ti­ca­men­te per­va­si­va, una socia­liz­za­zio­ne e un modo di con­ce­pi­re la mili­tan­za poli­ti­ca e civi­le distan­te anni luce dal nostro tem­po. E non sareb­be cosa da poco.

Ma que­sto volu­me non si esau­ri­sce nel rac­con­to di Pie­ro e Gia­co­mo Despa­li: a esso seguo­no le testi­mo­nian­ze di alcu­ni loro com­pa­gni, ex mili­tan­ti di Col­let­ti­vi poli­ti­ci di altre cit­tà, uti­li per com­ple­ta­re un qua­dro così com­ples­so. Il testo è poi cor­re­da­to da note a piè di pagi­na espli­ca­ti­ve (poi­ché sva­ria­ti sono i con­te­sti e i rife­ri­men­ti, e lon­ta­ni nel tem­po), da un’appendice con sche­de di appro­fon­di­men­to, arti­co­la­te sul­le tre voci che han­no carat­te­riz­za­to il pen­sie­ro e ali­men­ta­to la pra­ti­ca poli­ti­ca di cui qui si par­la (ope­rai­smo, maoi­smo, leni­ni­smo), e infi­ne da una sezio­ne con­te­nen­te quat­tro docu­men­ti poli­ti­ci, che han­no scan­di­to la sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti dal 1974, e che arric­chi­sco­no il mate­ria­le di pri­ma mano offer­to dal volume.

Sull’importanza di que­ste rico­stru­zio­ni sto­ri­che, anche e soprat­tut­to per il tem­po pre­sen­te – il nostro tem­po! – ci pia­ce chiu­de­re con l’epigrafe scel­ta dagli auto­ri, una fra­se di Ern­st Bloch: “È fecon­do solo quel ricor­do che al con­tem­po ci ram­men­ta quan­to anco­ra resta da fare”.

Da asso­cia­re alla let­tu­ra del libro si invi­ta a con­sul­ta­re il sito dedi­ca­to alla sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti, l’intervista ai fra­tel­li Despa­li e il mate­ria­le sto­ri­co dell’intero ciclo di lot­te auto­no­me in Veneto.

Giorgio Bertani editore ribelle

Nel gran pro­li­fe­ra­re di espres­sio­ni edi­to­ria­li (rivi­ste, libre­rie, case edi­tri­ci) che han­no carat­te­riz­za­to il perio­do dal ’68 fino ai pri­mi anni ottan­ta, un posto par­ti­co­la­re spet­ta all’e­di­to­re Gior­gio Ber­ta­ni, per la capa­ci­tà che ha avu­to di ospi­ta­re nel suo cata­lo­go le voci più signi­fi­ca­ti­ve del pen­sie­ro cri­ti­co di que­gli anni. Frut­to di un lun­go lavo­ro di ricer­ca tra archi­vi e sto­ria ora­le, que­sto libro riper­cor­re la sto­ria di una casa edi­tri­ce e del­la cit­tà in cui è nata, Vero­na, all’e­po­ca labo­ra­to­rio di cul­tu­re anta­go­ni­ste, al pari di Mila­no, Bolo­gna e Padova.

Gli Autonomi

Auto­no­mia ope­ra­ia a Geno­va e in Liguria

Par­te pri­ma (1973–1980)

a cura di Rober­to Demon­tis e Gior­gio Moroni