L’occupazione dello stabilimento Fiat di Mirafiori del marzo 1973 rappresenta il punto più alto di un ciclo di lotte operaie che ha inizio nella seconda metà degli anni Sessanta. Soggetto protagonista di quel ciclo di lotte è l’«operaio massa», cioè l’operaio dequalificato, emigrato dalle campagne del Sud e obbligato al massacrante lavoro della catena di montaggio delle grandi fabbriche. Questo soggetto, privo di qualsiasi talento di «mestiere», all’interno di quelle fabbriche e soprattutto alla Fiat, riesce a controvertire la drammatica sconfitta operaia subita nel corso degli anni Cinquanta. Il susseguirsi ininterrotto delle sue pratiche di lotta culmina nell’occupazione degli stabilimenti di Mirafiori nel marzo 1973, assumendo caratteri «militari» a opera di centinaia di avanguardie, i cosiddetti «fazzoletti rossi», che demoliscono in poche settimane quel che era stato per due decenni un dispotismo aziendale assoluto. Il libro propone una ricostruzione storica di quelle vicende e di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, quando le organizzazioni rivoluzionarie della sinistra radicale ritennero automatico passare all’attacco del «cuore dello Stato». Il testo, che esce in occasione del cinquantenario degli eventi, si avvale di una preziosa appendice: il diario quotidiano dell’occupazione stilata dai protagonisti di quello straordinario evento.
Una riflessione su e a partire dai tre volumi della serie sugli autonomi di Derive Approdi dedicati all’autonomia operaia nel sud d’Italia (a cura di Antonio Bove e Francesco Festa). Sottosviluppo, disoccupazione e ciò che resta di questi movimenti in quelli di oggi.
«andare al nord per fare lo sviluppo. Perché a loro sù gli serviva il nostro sottosviluppo per farlo. Chi ha fatto lo sviluppo del nord tutto lo sviluppo dell’Italia e dell’Europa? Noi lo abbiamo fatto, noi braccianti del sud. Come fossero una cosa diversa gli operai del nord e i braccianti del sud. Altro che sottoproletariato. Perché siamo noi che siamo gli operai del nord»
Nanni Balestrini, Vogliamo tutto
Ritornare a Sud, ieri come oggi, significa ripercorrere le strade di un esodo dalle strane ritmiche accomunate tutte dall’esigenza di partire da un luogo assegnato a una storia marginale. Molti sono stati gli sguardi che hanno legittimato questo ruolo di serie B, dalle categorie accademiche del familismo amorale alle categorie giornalistiche degli sfaticati del divano; pochi sono stati gli sforzi ad andare ai resti della storia recuperando fonti, archivi e testimonianze. Nei tre volumi di recente uscita per Derive Approdi (Gli autonomi vol.10 L’autonomia operaia meridionale. Parte prima, Gli autonomi vol.11 . L’autonomia operaia meridionale. Napoli e la Campania. Parte seconda, Gli autonomi, vol.12. L’autonomia operaia meridionale. Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia. Terza parte, tutti e tre a cura di Antonio Bove e Francesco Antonio Festa) lo sforzo tende a compiersi riconoscendo l’alterità di un’autonomia con la “a” minuscola perché esistenziale, diffusa e connotata dalla difficoltà di farsi organizzazione, identificabile quasi come una postura maturata nella propria storia di resistenza al comando capitalistico e statuale. Nelle pieghe di queste storie si dànno fenomeni contraddittori con le vicende che hanno attraversato l’Autonomia operaia organizzata – presente tra Roma e il centro-nord –, infatti, non può essere altrimenti per due movimenti di massa che si danno nei due tempi del modo di produzione capitalistico: sviluppo (al centro-nord), sottosviluppo (al Sud e nelle isole); e infine lo Stato come sintesi atta a garantire il dispiegarsi della produzione del massimo valore tramite l’esercizio del governo di sviluppo e sottosviluppo.
I volumi restituiscono l’eterogeneità politica del Sud Italia ricostruendo i processi di ricomposizione politica autonoma del proletariato dentro il governo dello sviluppo attraverso lo strumento del “piano” Cassa per il mezzogiorno e l’emergenza dell’attacco al reddito ed indiretto nell’assenza del welfare. Per questo, all’interno della raccolta gli interventi sulle lotte ai margini dellaproduzione sono prevalenti per qualità politica e centralità del proletariato esterno alla fabbrica – invece centrali nella narrazione del sindacalismo confederale e del PCI – mentre gli interventi legati al lavoro degli autonomi meridionali restituiscono un crescente disaffezionamento alla fabbrica connotato da crescente rifiuto del lavoro e della nocività della produzione, che si legano immediatamente alle lotte proletarie su reddito, casa e welfare.
Ai curatori della trilogia, Francesco Antonio Festa e Antonio Bove, va il merito della ricostruzione delle storie dell’autonomia meridionale attraverso una minuziosa ricerca delle fonti, l’uso di interventi di quadro storico-politico e la voce degli autonomi. I contributi di questi ultimi interrogano il metodo con cui si è dato antagonismo sociale a Sud dentro le linee del comando capitalista sullo sviluppo e nella formazione dell’operaio sociale; stimolano la ricerca militante sulla costruzione di una narrazione di territori e di un immaginario che non abbisogna di accettare il ricatto salute – lavoro, emigrazione – disoccupazione.
Prima dell’autonomia partenopea. 1969 – 1973
L’autonomia partenopea si muove ai margini delle lotte operaie che hanno connotato il periodo che va dal 1969 al 1973 – con le rivolte di Castellammare di Stabia e di Acerra – o al proprio interno nei Poli di sviluppo – territori all’interno del quale sono concentrati stabilimenti industriali e investimenti della Cassa per il mezzogiorno. Il salto di qualità dell’autonomia meridionale si ha a partire dal 1973, quando il combinato disposto di crisi capitalistica globale, inflazione ed epidemia del colera a Napoli, vanno a colpire in modo significativo la già precaria economia meridionale. Allo stesso tempo il ruolo dei gruppi della sinistra extraparlamentare è marginalea Sud – fatta eccezione per l’intervento di Lotta Continua con Mo’ che il tempo si avvicina, formazioni marxiste-leniniste come i Gruppi Lenin e formazioni di stampo maoista come Servire il popolo – mentre le forme di autorganizzazione e le prassi autonome si dànno spontaneamente. In quest’azione di ristrutturazione capitalistica, produttiva e territoriale si inserisce anche il movimento imprevisto delle migrazioni di ritorno degli ex emigranti partiti con la valigia di cartone durante il periodo dello sviluppo economico – solo nel 1972 circa 28mila operai licenziati dalle industrie tedesche fanno ritorno in Italia – che costituirono uno dei fattori di disgregazione politica più significativi per il proletariato meridionale: «andarsene è si negare la propria forza-lavoro al padrone, ma è anche negare se stessi a una possibile organizzazione politica, è affermare la propria disperazione nella possibilità di costruire una forza politica proletaria efficace. […] Chi emigra sono i possibili quadri politici, i giovani dotati di iniziativa e coraggio. Chi resta sono i vecchi, sono gli sconfitti, i rassegnati o i ruffiani dei padroni» (Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini, Stato e sottosviluppo, Feltrinelli, 1972).
Questi si aggiungono a 140mila disoccupati e circa 40mila operai in cassa integrazione nella provincia di Napoli per mancanza di commesse, oltre 35mila operai della piccola industria sono espulsi dalla fabbrica a causa di ridimensionamenti e delocalizzazioni – Angus, GIE a Giugliano in Campania e Merrel costituiscono tre esempi eclatanti. Così, viene «smentita la convinzione – diffusa in modo capillare – che un aumento degli investimenti, soprattutto industriali, avrebbe determinato una riduzione della disoccupazione e dell’emigrazione»), data dal reiterato uso della minaccia della smobilitazione industriale per ricevere ulteriore sovvenzionamento statale senza che siano date garanzie da parte delle imprese e allo stesso tempo viene meno la determinazione del sottoproletariato usata dal sindacato per «spiegare avvenimenti, nel mezzogiorno, di un certo peso politico che non fossero riconducibili agli schemi tradizionali dei rapporti tra capitalisti e proletari» (Giovanni Mottura, Mezzogiorno eclasse operaia, Coines, 1973, pp. 147–148).
È il soggetto imprevisto del disoccupato a far da catalizzatore alle mobilitazioni a Napoli all’uscita dalla crisi di inizio anni ’70, un soggetto collettivo che nasce «per non pagare i costi della crisi di Napoli, non a caso chiamata la crisi della disoccupazione; sorto ai primi tentativi come un gruppo di 20–30 persone, nella speranza di conquistare un posto di lavoro». Inizialmente le azioni sono diffuse e molto eventuali, talvolta assumono anche la forma di rivolte popolari – come nei casi di Castellammare di Stabia, Acerra e Pomigliano nel 1971, e San Giovanni a Teduccio nel 1972 – e innestano il proprio agire attorno alle campagne contro il caro-fitti e caro-vita. In questo contesto «il tessuto delle lotte [..] è ampio e attraversato da comportamenti conflittuali radicali estesi a un vasto arco sociale e il complesso lavoro di tessitura di un modello organizzativo si confronta con le esperienze che in quel momento segnano la materialità dello scontro di classe in città» (Gli autonomi, vol. X, p. 167).
«È fernuta a zizzinella» – i disoccupati si organizzano. 1974 – 1980
La prima significativa iniziativa di organizzazione dei disoccupati a Napoli si ha tra il ’74-‘76 dal comitato di quartiere San Lorenzo che assieme ai sottoccupati della zona vanno a formare il comitato dei disoccupati di Vico Cinquesanti; altri comitati si formano nei rioni attorno ad associazioni mutualistiche, gruppi della sinistra-extraparlamentare e centri di documentazione.
I comitati vanno a ricomporre una classe lavoratrice dispiegata nel tessuto urbano, connotata da un’ampia eterogeneità soggettiva e lavorativa. In mezzo ai vicoli della metropoli non si riesce a intravedere la centralità dell’operaio massa ma emerge con largo anticipo il soggetto dell’operaio sociale nelle sue varie mansioni lavorative da sottoccupato o da proletario/sottoproletario ai margini della legalità. Nel 1974, anche i lavoratori dell’industria sommersa illegale, di fronte all’instaurarsi di un «modello imprenditoriale mafioso» iniziano ad autorganizzarsi per fronteggiare crisi, repressione e ristrutturazione in senso capitalistico del mestiere del contrabbandiere. Davanti a quest’esigenza nasce il Collettivo autonomo contrabbandieri, che annuncia una delle sue prime uscite pubbliche all’Università Federico II, con un volantino su cui si scrive: «Il contrabbando a Napoli permette a 50.000 famiglie di sopravvivere a stento. Da poco meno di un anno, oltre a chiudere i posti di lavoro, lo Stato e la Finanza hanno dichiarato guerra al contrabbando. Ci sparano addosso quando usciamo con i motoscafi blu. Il contrabbando non si tocca! Fino a quando non ci daranno un altro mezzo per vivere. Dobbiamo organizzarci ed essere uniti per difendere il nostro diritto alla vita. Riunione di tutti i contrabbandieri napoletani. Giovedì 15 alle ore 10 davanti all’Università di Scienze di via Mezzocannone 16 di fronte al Cinema Astra» (Gli autonomi, vol. X, pp. 174–175)
L’esperienza, seppur di breve durata restituisce pezzi di un mondo entro cui si muovono centinaia di compagne e compagni che cercano di strutturare un lavoro politico dentro e contro la crisi.
Autorganizzare il collocamento. Disoccupati e liste di lotta
Il primo obiettivo del movimento è la costruzione «in autonomia [di] un collocamento alternativo» per combattere quello “ufficiale”, veste legale di ogni illegittimità e compravendita di posti lavorativi, e imporre con la lotta la propria vertenza, scontrandosi con sindacati e istituzioni» (Gli autonomi, vol. X, p. 107). Il criterio con cui si compongono le liste di lotta del collocamento alternativo è la partecipazione attiva alla mobilitazione dei disoccupati organizzati, attraverso la presenza alle assemblee, ai cortei e alle iniziative di lotta: «gli operai firmano il cartellino in fabbrica, noi firmiamo il nostro cartellino in strada» (F. Raimondino, L’irresistibile ascesa di Agostino O’ pazzo, “Inchiesta”, 22, Dedalo edizioni pp. 15–24). Insieme ai comitati popolari e organizzati da militanti afferenti all’ormai disgregata area della sinistra extra-parlamentare, spuntano comitati creati ad hoc da DC e CISNAL – come la «lista 19» – per minare l’efficacia dell’azione dei disoccupati organizzati, per reindirizzare la funzione del collocamento su direttrici clientelari. Questi tentativi vengono stroncati alla base sul nascere grazie all’azione popolare, antifascista e antidemocristiana del movimento dei disoccupati, tanto che le sedi della CISL saranno spesso occupate dal movimento nel corso degli anni e quelle del MSI ripetutamente assaltate.
L’attacco istituzionale alle richieste del movimento arriva puntuale con la riforma del collocamento – legge l285/1977 – voluta dai sindacati e dal PCI. In questo modo, le richieste dei disoccupati vengono di nuovo immesse in uno schema di parcellizzazione, accelerando l’impasse entro cui si ritrova il movimento spaccato tra fazioni vicine al PCI e di conseguenza alla nuova amministrazione comunale guidata dal sindaco Valenti – e ancorate a una dinamica di sindacalizzazione dell’occupazione; e componenti contraddistintesi per crescenti comportamenti autonomi, raccolte attorno al comitato banchi nuovi animato dagli autonomi partenopei, d’opposizione al Governo locale e centrale, e non di meno alla politica dei sacrifici o dell’austerità operaia.
Salario garantito, salario integrale
Nel movimento c’è un filo continuo che lega le storie dei disoccupati, esemplificato nello slogan «lavoro o non lavoro vogliamo campare, salario garantito salario integrale». La questione unisce il movimento e dà ad esso una propria capacità ricompositiva nel proletariato marginale-illegale e sottoproletariato metropolitano, ed anche sulla classe operaia impiegata nell’industria. L’esigenza di intervenire sul salario indiretto è trasversale. Lo scoppio dell’epidemia di colera ha l’effetto diretto l’implementazione della stretta repressiva sui “lavoratori non dichiarati, cioè proletari che lavorano a sotto salario e senza alcuna previdenza” (Centro di coordinamento campano, Contro l’uso capitalistico del colera, 1973), l’economia del vicolo e il proletariato illegale, e l’accelerazione del tentativo di ristrutturazione territoriale del centro storico di Napoli, ovvero, il territorio in cui ha luogo la produzione di questi settori disgregati di classe. L’effetto indiretto di tale operazione è quello di implementare l’autorganizzazione popolare: partono le mobilitazioni dei disoccupati verso gli uffici del collocamento, aumenta la conflittualità diffusa contro le forze dell’ordine e soprattutto iniziano le campagne di autodifesa con «campagne popolari per le autoriduzioni di tariffe e bollette, riappropriazione di servizi e spazi sociali, requisizioni e occupazioni di case, espropri proletari e pratiche di illegalità diffusa» (Gli autonomi, vol. XI, p. 104) – tra il 1974 e il 1975 circa 70mila famiglie su 310mila si autoriducono le bollette. La richiesta quindi di un salario garantito fa da filo conduttore tra settori del proletariato e sottoproletariato napoletano, data la sua capacità di intervenire sul salario indiretto nel momento della crisi; di agganciare il discorso prodotto nelle fabbriche sul salario sganciato dalla produttività a quello prodotto nella fabbrica metropolitana, poiché «in una città nella quale il reddito ufficialmente distribuito è solo un quarto della quantità di massa monetaria realmente coinvolta nella circolazione sociale, il confine fra marginalità e sua negazione si perde» (G. Lovanco, Una città fra marginalità e integrazione, “Metropoli”,5, Cooperativa Linea di Condotta, 1981, p. 20).
La rivendicazione del salario garantito, seppur continua nel movimento, arriva ad affrontare un salto di qualità con il mutamento della composizione sociale del movimento. Nella prima fase la prevalenza di ex-artigiani e le migrazioni di ritorno di ex-operai spesso sindacalizzati, ha portato il movimento ad avere rivendicazioni legate all’occupazione e di conseguenza il salario garantito era trattato come una rivendicazione destinata a essere provvisori. Quando invece, a partire dal 1976, muta la composizione sociale prevalente nel movimento, il discorso sul salario garantito assume una sua centralità insieme alla generalizzazione di un discorso sul rifiuto del lavoro: il nuovo disoccupato, giovane e scolarizzato, rifiuta il lavoro in quanto forma di costrizione e inizia a rivendicare salario, non cede alla frammentazione imposta con le categorie dei cantieristi e corsisti: «due anni di formazione professionale, quando nella situazione attuale bastano tre mesi di corso, altro che manodopera specializzata, è che non ci vogliono inserire nel ciclo produttivo, vogliono metterci solo chi ci pare a loro, chi sanno che è ubbidiente e non gli rompe le palle. Comunque, quello che ci devono dare è chiaro, o lavoro o salario» (L. Castellano e P. Virno, Parlano i Banchi Nuovi, “Metropoli”,4, 1981, p. 17) L’unità del movimento viene messa alla prova dalle manovre di governo. Nel settembre 1978 vengono messi a bando prima 4mila posti con finalità essenzialmente assistenziali e successivamente vengono messi a bando circa 6mila posti da corsista davanti ad una platea complessiva di 31mila disoccupati iscritti alle liste del collocamento. Il Comitato Banchi Nuovi prende l’iniziativa politica vedendo nell’alleanza con gli operai una via d’uscita all’impasse entro cui sono costretti. La prassi entro cui si innesta quest’alleanza è quella del blocco della città attraverso blocchi continui della circolazione fino a tarda notte ed intervento attivo al fianco degli operai all’AlfaSud, sia con l’intervento all’assemblea sindacale del 6 ottobre in cui interviene anche Ingrao sia con il blocco reiterato delle merci fino al 12 ottobre. Nelle assemblee tra disoccupati e operai si registra l’ultimo grande sussulto del movimento prima di una fase di bassa che durerà fino al terremoto del novembre 1980.
O’ terremoto, 1981
Il movimento dei disoccupati napoletani, lacerato da una sostanziale diminuzione delle liste dei disoccupati a circa mille unità e da una congiuntura economica sfavorevole, avrà un ruolo politico di primo piano nell’organizzazione delle lotte sociali all’indomani del terremoto. Le spaccature all’interno della neonata UDN – Unione dei disoccupati napoletani, in cui il PCI aveva un ruolo egemone – portano alla formazione del Comitato disoccupati organizzati – 25 giugno, che assieme al Comitato banchi nuovi e ai comitati dei disoccupati in cui gli autonomi napoletani hanno un ruolo organizzativo di primo piano – Vomero, Rione Traiano, e nell’area flegrea e della cintura vesuviana – avrà uns funzione cruciale nella produzione di conflittualità dentro e oltre l’emergenza del terremoto. Nella notte del 23 novembre 1980 i danni più ingenti si contano nell’entroterra irpino, potentino e salernitano, mentre invece a Napoli le case dei quartieri bene – Posillipo e Vomero – resistono senza troppi danni, quelle dei quartieri popolari invece crollano come castelli di carta; l’80% dei danni sono ad abitazioni a uso civile, mentre per l’apparato industriale i danni sono residuali: dopo 15 giorni dal terremoto il 90% degli stabilimenti funziona a pieno regime (P. Basso, Disoccupati e Stato: il movimento dei disoccupati organizzati a Napoli:(1975–1981), Franco Angeli, 1981).
Davanti al terremoto la sinistra extra-parlamentare e larga parte del movimento autonomo, in particolare i comitati autonomi de I Volsci e di Radio Onda Rossa, strutturano il proprio lavoro politico in Irpinia dove le istituzioni hanno mostrato la propria criminale inefficacia. Nella prima riunione delle aree antagoniste della città, invece, Pietro Basso del Centro d’iniziativa marxista propone ai compagni di «restare nella metropoli perché dopo il terremoto naturale si sarebbe verificato un altro terremoto, quello sociale» e «rivendicò al nascente nuovo movimento dei disoccupati organizzati una possibile funzione di traino organizzativo verso il resto del proletariato urbano e chiese a tutti i militanti di unirsi in una mobilitazione che avrebbe dovuto investire la città» (Gli autonomi, vol. XI, p. 39). L’intuizione è lungimirante, poiché c’è l’esigenza di tenere insieme una eterogenea composizione del lavoro, che muovendosi tra sottoccupazione, illegalità, informalità e lavoro a domicilio riesce a tenere assieme un piano complessivo di attacco alle istituzioni locali e nazionali. Le rivendicazioni del movimento si riversano su di una piattaforma politica con parole d’ordine riguardanti ristrutturazione a carico dello Stato delle case inagibili, lavoro stabile e sicuro, salario garantito ed esenzione dalle bollette per i proletari. La piattaforma si fa immediatamente mobilitazione permanente: nei mesi successivi non si riescono a contare i cortei spontanei nel capoluogo campano e all’interno di questi non tardano a emergere comportamenti autonomi e antagonisti – come nel primo corteo post-sisma in cui una parte dei manifestanti si dirige verso autonomamente verso Piazza Garibaldi per attuare blocchi stradali dando alle fiamme dei pullman.
L’ambizione del Comitato Banchi Nuovi e dei disoccupati del “25 giugno” di unificare il movimento inizia a darsi nelle prassi, nei cortei che nel mese di gennaio 1981 mettono a ferro e fuoco i palazzi delle istituzioni, nello iato col sindacato che perde contatto con il movimento e nelle trasferte romane contro la nuova riforma del collocamento «che non dà lavoro a chi non ce l’ha» a cui partecipano oltre 10mila disoccupati napoletani. In quest’ultimo evento, il movimento decide di occupare la sede di “Repubblica” per lanciare la propria piattaforma che verte sui punti del riconoscimento delle liste di lotta dei disoccupati organizzati, uso dei disoccupati organizzati nel lavoro di ricostruzione, riconoscimento del diritto all’abitare nel centro storico per i proletari napoletani, riduzione drastica dell’orario di lavoro e varo entro il 15 marzo dei corsi di formazione-lavoro. I disoccupati fanno una “guerra quotidiana” al governo locale e nazionale con la propria mobilitazione permanente e per l’opposizione alla ristrutturazione territoriale, politica ed economica attuata a mezzo commissariamento cittadino e ricostruzione attraverso la legge speciale l291/1981 che servì solo a «elargire una montagna di finanziamenti a una classe imprenditrice (in maggioranza del nord Italia tra cui una consistente parte afferente al circuito della lega delle cooperative, all’epoca legata a doppio filo con il PCI) la quale appena si esaurirono i flussi finanziari dismise immediatamente la gran parte degli insediamenti produttivi disseminando il territorio di capannoni abbandonati, riversando sui conti dello stato decine di migliaia di lavoratori che reclamavano cassa integrazione e ammortizzatori sociali». Davanti a questa determinazione del movimento «il ministro del lavoro franco Foschi fu costretto [..] a precipitarsi a Napoli dove, in un Palazzo Santa Lucia assediato da migliaia e migliaia di senza lavoro sottoscrisse un accordo per l’avvio di 10mila nuovi posti di lavoro con i rappresentanti delle liste di lotta» (Gli autonomi, vol. XI, p. 46), l’ennesima promessa fatta per sedare la mobilitazione dei disoccupati organizzati.
I conti col presente
L’esperienza di lotta prodotta dai disoccupati organizzati si è generalizzata, contaminando i collettivi autonomi meridionali con metodi e pratiche di lotta, e concentrata in un lavoro capillare e continuativo a Napoli. L’esempio di organizzazione e modalità d’intervento politico contamina i disoccupati di città come Foggia, Bari, Taranto, Palermo e Salerno; la prassi delle occupazioni e della contestazione del governo della forza-lavoro è l’elemento di uscita dallo stato di invisibilità a cui si è destinati; la contestazione della gestione capitalistica dell’intervento sociale e welfaristico pubblico come esigenza di chi a salario o non salario deve campare. A oggi la lotta dei disoccupati continua a segnare il tempo della lotta proletaria al ricatto del comando capitalistico della forza-lavoro, rivendicando salario garantito e agibilità politica; l’attacco alle misure di attenuamento della povertà come il reddito di cittadinanza nell’incedere della crisi prima pandemica e poi inflazionistica, ha prodotto l’organizzazione politica dei disoccupati organizzati in città come Palermo – dove il tasso di disoccupazione raggiunge il 15,6%.
Con grande piacere ed in questa data simbolica 1° maggio 2023 l’Archivio 68 apre il sito.
Apriamo una vetrina di tutto ciò che l’Archivio conserva tra materiale Grigio, Fondi, Emeroteca, Biblioteca, e materiale Fotografico, Manifesti, Volantini e altro.
Storia dell’Archivio Il Sessantotto, scritta da Maurizio Lampronti, aprile 2023…
L’Archivio Sessantotto nasce nel 1983, ma l’idea è precedente e viene da un gruppo di compagni che avevano sempre avuto riguardo per i materiali prodotti dai gruppi dell’allora sinistra rivoluzionaria. Non molti l’avevano conservato, solo alcuni, e altri l’avevano distrutto quando nel 78/79 la repressione colpiva con imputazioni gravissime anche il semplice possesso di giornali e documenti di un certo tipo.
Il progetto decolla nel disinteresse generale della città, il nucleo dei fondatori è composta da una decina di persone che discutono sulla realizzazione del progetto: ognuno di loro porta dieci nomi di persone che si pensa possano avere materiali; vengono spedite centocinquanta lettere a compagni che si supponevano interessati: risponde una (1) persona. Il clima era comunque pesante, tra gli ultimi aneliti delle B.R. e la scoperta della loggia P2.
I compagni che avevano avuto l’idea dell’Archivio erano stati i primi che avevano conferito materiali. Gli altri contattati furono scelti in base alle varie aree politiche antiistituzionali: anarchici, trotzkisti, marxisti leninisti, un paio di persone che provenivano dal Manifesto, altri da Lotta Continua. La discussione riunì circa trentacinque compagni, una dozzina interessati al progetto, alcuni poi si dispersero dopo la fondazione dell’Archivio, qualcuno si è aggiunto.
Si cominciò a lavorare in quattro o cinque persone; l’archivio volle essere fin dall’inizio slegato da gruppi politici o partitici; qualcuno l’aveva scambiato per una sede politica, si resero conto dell’errore e se ne andarono verso altri lidi. L’Archivio non ha legami politici, non aderisce a iniziative, ma lo fanno (lo continuano a fare) i compagni singolarmente. Maurizio Lampronti è nei Cobas della scuola, anche Marcello Giappichelli; Fulvio D’Eri nei comitati di base delle Ferrovie, Vincenzo Simoni nell’Unione Inquilini; fanno ciò che avevano sempre fatto.
Via de’ pepi, la prima sede…
La prima sede è stata in via dei Pepi, in S. Croce. Avrebbe dovuto essere in via di Mezzo che ha ospitato fin dal 1982 l’organizzazione Lotta Continua per il comunismo. Nella crisi di questo gruppo divenne luogo di incontro di compagni che facevano riferimento alle migliori espressioni dell’Autonomia; c’era un sotterraneo, una cantina, che si era pensato fosse adatto per l’Archivio, ma divenne poi una specie di bar notturno che si chiamava Pantera Rosa, che fu ottimo posto di ritrovo e luogo di iniziative contro lo spaccio (nel quartiere l’eroina galoppava furiosa).
Quindi, via dei Pepi: dal 1970 era una sede politica, dopo le elezioni del 1970 uscì dal PSIUP quasi tutta la Federazione Giovanile, qualcuno entrò in Lotta Continua, altri organizzarono il Centro di Documentazione (che aveva un corrispettivo a Torino, con cui erano in contatto). Alla fine degli anni ‘70 rimase come sede di alcuni collettivi, sei persone continuavano a pagare l’affitto, non ne potevano più (dieci anni dopo) e lasciarono volentieri il posto all’Archivio. Era un vecchio fondo (come quello di via di Mezzo) alluvionato (cinque metri d’acqua) puzzolente: ci siamo stati sette anni. Nel 1989, improvvisamente, la proprietà che non se ne era mai curata rivolle il fondo. La proprietaria era figlia di un pittore di insegne che aveva fatto buona parte delle vecchie insegne di Firenze.
Da via Giano della Bella…
L’Archivio iniziò a cercare un’altra sede al momento dello sfratto, qualche settimana di picchetti e pressioni nei confronti del Comune; si andò a occupare l’Assessorato alla cultura e dopo un giorno e mezzo venne fuori il posto in via Giano della Bella. Era un orribile edificio moderno, nato per ospitare gli artigiani che vennero trasferiti lì dal vecchio Conventino che era stato anche rete di rapporti sociali nel dopoguerra. Alcuni preferirono restare nel vecchio edificio cadente, altri si trasferirono nel nuovo Conventino. Oltre all’Archivio, c’era Fuori Binario ed una istituzione per il recupero tossici. I rapporti con gli artigiani non erano tra i migliori, non capivano cosa facevamo e perché lo facevamo gratis. Loro guadagnavano dalla loro attività e pagavano affitto e condominio, noi pagavamo e non guadagnavamo; era difficile la convivenza, quando noi arrivavamo nel pomeriggio loro se ne andavano e si rimaneva soli nello spettrale edificio. L’Archivio si era autoridotto il canone di affitto al 20% come previsto dal Comune stesso per le associazioni culturali con scopi sociali e si accumulò un bel debito, poi annullato dopo una serie di incontri con i funzionari comunali.
… a via Gianpaolo Orsini!
Dopo sette anni al Comune venne in mente che lì non potevamo stare perché l’edificio aveva un’altra destinazione. Arrivano i vigili alla fine di un luglio caldissimo per lo sgombero fissato la settimana seguente, senza che noi fossimo stati avvisati. Si va all’Assessorato e si occupa: ci volle molto tempo per far capire che la disdetta non era mai arrivata. Il Comune aveva in idea di dare una sede a varie associazioni culturali. C’era il Parterre in piazza della Libertà, dei cubi ove l’Istituto Gramsci aveva tenuto per un po’ il suo materiale; poi venne fuori la vecchia scuola di via Orsini. Qui dovevano esserci, oltre all’Archivio, l’Istituto Gramsci, il Turati (PSI). Ci sarebbero state le tre anime della sinistra. Si infila la Lega ambiente e viene fuori il Forum per la pace e la guerra che organizza costosi convegni a cui presenziano pochissime persone: dopo un po’ sparisce e anche il Turati trova di meglio; poi arriva anche Italia Nostra e finalmente ci troviamo con altri che fanno cultura e hanno orari compatibili con i nostri
Dopo diversi anni spesi nell’attività di riordino e cura dei materiali lasciatici da Primo e nella lenta, progressiva, messa a disposizione del catalogo della biblioteca (libri, opuscoli e periodici), ci siamo decisi ad affrontare il nucleo propriamente documentario dell’Archivio Primo Moroni. Si tratta di una ingente quantità di scatole di varie dimensioni contenenti documenti di altrettanto varia natura (lettere, appunti, bozze editoriali, materiali “interni”), cioè quanto è tecnicamente definito “materiale grigio”, a indicarne giustappunto l’eterogeneità, o “materiale d’archivio”.
Non a caso non avevamo, finora, osato affrontare questo materiale se non attraverso una descrizione molto sommaria: ci mancavano le competenze e gli strumenti essenziali per intraprendere una simile attività. Perciò abbiamo deciso di rivolgerci a un gruppo di amici competenti, che già ci avevano aiutato in precedenza nella schedatura bibliografica e nell’uso dei relativi software; più precisamente si tratta degli archivisti attivi nella CAeB (Cooperativa Archivistica e Bibliotecaria). Costoro, contestualmente, ci hanno proposto anche di concorrere a un bando ministeriale avente a oggetto la lavorazione di questo tipo di materiali.
Eccoci quindi a presentare una nuova e per noi molto importante iniziativa: il progetto di riordino e inventariazione dell’Archivio Primo Moroni intitolato “Ma chi ha detto che non c’è… Utopia, underground e movimenti nelle carte di Primo Moroni”. Tale progetto, scritto insieme con gli archivisti della CAeB, è risultato essere quello più finanziato in Lombardia (Ministero della cultura, decreto direttoriale rep. n. 709, 8 giugno 2023, che dispone la concessione di contributi per la realizzazione di progetti riguardanti interventi da effettuarsi su archivi dei movimenti politici e degli organismi di rappresentanza dei lavoratori o di loro esponenti).
Nel mese di giugno la CAeB ha iniziato i lavori necessari a mettere in sicurezza i materiali d’archivio, raccogliendo i documenti entro supporti cartacei “non acidi” adatti alla loro conservazione a lungo termine, riordinando e inventariando tutte le “carte” raccolte da Primo e da chi ha animato nel corso degli anni la Calusca. Per parte nostra stiamo fornendo le informazioni di “contesto” necessarie agli archivisti, nel mentre cerchiamo di fare tesoro delle loro capacità e competenze per ampliare le nostre.
Con ciò la presenza di Primo alla storia, attraverso l’incredibile, inestimabile e fragilissimo patrimonio collettivo da lui raccolto e conservato, sarà a disposizione di tutti, insieme alla ricca biblioteca il cui catalogo (ancorché incompleto) è già consultabile online.
All’interno dell’Archivio sono presenti alcuni piccoli fondi personali, come quelli di Walter Peruzzi e Carlo Cuomo, anch’essi oggetto di questo intervento grazie al quale sarà presto a disposizione di tutti una fonte straordinaria di documentazione sulle lotte sociali, i movimenti politici giovanili e le trasformazioni culturali, sui fenomeni di autogestione e di aggregazione politico-culturale della realtà metropolitana milanese (e non solo).
Per la prima tranche, la fine dei lavori è prevista all’inizio di novembre 2023, mentre nel marzo 2024 avverrà la consegna definitiva. Parallelamente si svolgeranno presentazioni e momenti di condivisione del lavoro effettuato.
Chiudiamo con un’altra informazione importante: la Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia in data odierna, 24 luglio 2023, ha ultimato le pratiche attraverso cui l’«Archivio e biblioteca “Archivio Primo Moroni”» è riconosciuto “di interesse storico particolarmente importante” e perciò tutelato dalla normativa in materia (decreto 13 del 24/7/2023). «Gli archivi e la biblioteca dell’Associazione», si legge nella “Notifica” che accompagna la “Dichiarazione di interesse” della Soprintendenza, «costituiscono, pertanto, un patrimonio di eccezionale interesse storico, rappresentando una fonte imprescindibile per comprendere e studiare l’esperienza politica e intellettuale di Primo Moroni, nonché per approfondire la conoscenza della produzione artistica, politica e culturale dei movimenti della controcultura operanti a Milano e in Italia».
L’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser), nato nel 1992 dall’incontro tra le associazioni partigiane del territorio e un gruppo di storici e studiosi, aderisce all’Istituto nazionale Ferruccio Parri ed è parte di una rete di 67 istituti diffusi sull’intero territorio nazionale.
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