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12) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un sag­gio di Cin­zia Zen­no­ni che trat­ta del «par­ti­to degli ope­rai comunisti».


Il par­ti­to degli ope­rai comunisti


In segui­to all’occupazione ope­ra­ia del­la Fiat di Tori­no alla fine del mar­zo 1973 e alle ini­zia­ti­ve di incon­tro pro­mos­se dagli orga­ni­smi auto­no­mi, cul­mi­na­te nel con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo 1973, Pote­re ope­ra­io deci­se di appor­ta­re alcu­ne modi­fi­che alla pro­pria linea poli­ti­ca, in rela­zio­ne ai recen­ti avve­ni­men­ti. Un arti­co­lo è di fon­da­men­ta­le impor­tan­za per com­pren­de­re la len­ta evo­lu­zio­ne ideo­lo­gi­ca del grup­po e gli sfor­zi com­piu­ti per ade­gua­re il livel­lo teo­ri­co ai muta­men­ti in cor­so: si inti­to­la Il par­ti­to degli ope­rai comu­ni­sti (in «Pote­re ope­ra­io» del lune­dì, n. 47, 9 apri­le 1973. Tut­te le cita­zio­ni del pre­sen­te para­gra­fo sono trat­te dal mede­si­mo arti­co­lo, sal­vo diver­sa spe­ci­fi­ca­zio­ne.
Il pro­ble­ma cen­tra­le rima­ne­va lo stes­so: costrui­re l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa in gra­do di pro­muo­ve­re e soste­ne­re l’attacco con­tro lo Sta­to, in quan­to rite­nu­to la for­ma supre­ma di repres­sio­ne e il garan­te del­la con­ser­va­zio­ne di un siste­ma com­ples­so di sfrut­ta­men­to a dan­no del­le diver­se com­po­nen­ti del­la clas­se pro­le­ta­ria. Muta­va­no tut­ta­via le moda­li­tà del­la sua rea­liz­za­zio­ne. Pote­re ope­ra­io pone­va come neces­sa­ria una «ret­ti­fi­ca di linea» e soprat­tut­to un’autocritica da par­te dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri cir­ca la pre­te­sa di rap­pre­sen­ta­re essi stes­si il par­ti­to da costrui­re, attor­no al qua­le far con­ver­ge­re altre for­ze (sin­go­li mili­tan­ti o inte­re orga­niz­za­zio­ni). Non occor­re­va infat­ti una cre­sci­ta in ter­mi­ni quan­ti­ta­ti­vi, ben­sì un sal­to qua­li­ta­ti­vo da far com­pie­re alle avan­guar­die del movi­men­to. Il pun­to di par­ten­za per la costru­zio­ne dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria era indi­vi­dua­to altro­ve: «È oggi pro­ba­bi­le che una rete di orga­ni­smi auto­no­mi ope­rai esi­sten­te in Ita­lia, pos­sa comin­cia­re ad assol­ve­re a que­sta spe­ci­fi­ca e fon­da­men­ta­le fun­zio­ne di par­ti­to. Più e meglio di qual­sia­si grup­po o di qual­sia­si “aggre­ga­zio­ne di grup­pi”». È evi­den­te l’influenza deter­mi­nan­te che l’area dell’autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta eser­ci­tò sul grup­po di Pote­re ope­ra­io, anche se poi fu quest’ultimo a ten­ta­re di con­di­zio­nar­ne la linea. Pre­ci­sa­men­te si ripro­po­ne­va il tema dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria all’interno di quel­la che veni­va indi­vi­dua­ta come «area di par­ti­to» (cioè quel­la «rete di avan­guar­die che han­no par­te­ci­pa­to al con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo»), al cui per­so­na­le poli­ti­co si rico­no­sce­va il meri­to di un effet­ti­vo radi­ca­men­to nel­le situa­zio­ni di fab­bri­ca e di quar­tie­re.
Tut­ta­via per Pote­re ope­ra­io si ren­de­va neces­sa­rio un ulte­rio­re pas­sag­gio: i comi­ta­ti e le assem­blee auto­no­me avreb­be­ro dovu­to met­te­re in secon­do pia­no il loro aspet­to di «orga­ni­smi di mas­sa» e di «strut­tu­re di movi­men­to» e por­si come stru­men­ti effet­ti­vi di dire­zio­ne e di orien­ta­men­to poli­ti­co, per agi­re nel pre­sen­te come seg­men­ti del par­ti­to da costrui­re tra­mi­te un’accentuazione dei pro­ces­si di cen­tra­liz­za­zio­ne tra loro inter­cor­ren­ti. Ciò non riguar­da­va sola­men­te i comi­ta­ti e le assem­blee di fab­bri­ca: anche i comi­ta­ti ter­ri­to­ria­li avreb­be­ro dovu­to rea­liz­za­re l’unità del­le avan­guar­die per orga­niz­za­re la «lot­ta d’appropriazione», miran­te, nel­le inten­zio­ni del grup­po, alla dife­sa del sala­rio rea­le dal fur­to dei «costi socia­li».
Pote­re ope­ra­io si rivol­ge­va quin­di all’area dell’autonomia come refe­ren­te pri­vi­le­gia­to del pro­prio pro­get­to di par­ti­to. Inter­ve­ni­va in essa, ma dall’esterno, pro­po­nen­do il supe­ra­men­to dei ten­ta­ti­vi di sem­pli­ce coor­di­na­men­to, di cen­tra­liz­za­zio­ne dal bas­so, e chie­den­do agli orga­ni­smi auto­no­mi di fab­bri­ca e ai comi­ta­ti ope­rai e pro­le­ta­ri sul ter­ri­to­rio di agi­re come già facen­ti par­te di una strut­tu­ra uni­ta­ria, con il pre­ci­so pro­gram­ma poli­ti­co di con­dur­re deter­mi­na­ti set­to­ri socia­li allo scon­tro vio­len­to con lo Sta­to, nel­la for­ma del­la «guer­ra civi­le tra ope­rai e padro­ni».
Per que­sto il par­ti­to si pre­sen­ta­va come una strut­tu­ra poli­ti­co-mili­ta­re, in gra­do di orga­niz­za­re il ricor­so alla vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa, in quan­to eser­ci­ta­ta a par­ti­re dal­le sue arti­co­la­zio­ni ter­ri­to­ria­li.
Anco­ra una vol­ta il livel­lo teo­ri­co dell’analisi sovra­sta­va il livel­lo orga­niz­za­ti­vo. Pote­re ope­ra­io ammet­te­va che «tut­to que­sto per­cor­so vive oggi solo in modo infor­ma­le nel movi­men­to». Si atten­de­va il momen­to del pas­sag­gio alla pra­ti­ca effet­ti­va del pro­ces­so insur­re­zio­na­le e nel frat­tem­po si cer­ca­va­no le stra­de per rea­liz­zar­lo. Così come nel 1971 Pote­re ope­ra­io ave­va lan­cia­to la pro­po­sta dei comi­ta­ti poli­ti­ci come strut­tu­re orga­niz­za­te di lot­ta in fab­bri­ca e sul ter­ri­to­rio, ora ci si rivol­ge­va a que­gli orga­ni­smi auto­no­mi già esi­sten­ti o in via di for­ma­zio­ne, sor­ti indi­pen­den­te­men­te dall’iniziativa dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri.
Pote­re ope­ra­io, pro­prio in rela­zio­ne all’insorgenza di tale feno­me­no, vis­se una pro­fon­da lace­ra­zio­ne al suo inter­no tra colo­ro che, pri­mi fra tut­ti i mili­tan­ti dell’area vene­ta, era­no attrat­ti dal­le nuo­ve real­tà auto­no­me e pre­sta­va­no atten­zio­ne all’evoluzione degli even­ti, e colo­ro che, come la com­po­nen­te roma­na, anco­ra soste­ne­va­no l’idea di pro­por­re dall’esterno, in quan­to grup­po di Pote­re ope­ra­io, l’iniziativa del par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio all’area dell’autonomia. Si apri­va­no due stra­de: una era quel­la di inter­ve­ni­re negli avve­ni­men­ti in cor­so con la pro­po­sta dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria con­ser­van­do la pro­pria iden­ti­tà di grup­po e quin­di con la mal­ce­la­ta volon­tà, qua­lo­ra la pro­po­sta si fos­se con­cre­tiz­za­ta, di rac­co­glier­ne i meri­ti, eser­ci­tan­do in essa una fun­zio­ne diret­ti­va; l’altra era quel­la di «scio­glier­si» nell’area dell’autonomia ope­ra­ia, ces­sa­re di agi­re come sin­go­lo grup­po per mili­ta­re diret­ta­men­te all’interno degli orga­ni­smi di mas­sa che la costi­tui­va­no.
La con­trad­di­zio­ne tra le due linee sareb­be esplo­sa suc­ces­si­va­men­te, al con­ve­gno di Roso­li­na, che segnò la rot­tu­ra defi­ni­ti­va del grup­po. Per il momen­to si cer­cò di tro­va­re una media­zio­ne tra le due ipo­te­si operative,[i] tra­mi­te ela­bo­ra­zio­ni teo­ri­che con­ci­lia­ti­ve che con­ce­des­se­ro spa­zio all’una e all’altra par­te, di cui l’articolo sopra men­zio­na­to costi­tui­sce un esempio.


Note [i] Toni Negri scris­se in pro­po­si­to: «L’esperienza di Pote­re ope­ra­io è un’esperienza abba­stan­za cor­ta, se si vuo­le, va dal ’69 fino al ’72 […] e che vie­ne volon­ta­ria­men­te bru­cia­ta quan­do rischia di non tro­va­re solu­zio­ni poli­ti­che. È quan­to avvie­ne attor­no al pro­ble­ma del cosid­det­to dua­li­smo, un pro­ble­ma che man mano vie­ne emer­gen­do all’interno di Pote­re ope­ra­io. Un dua­li­smo tut­to fon­da­to sul diver­so peso che vie­ne dato agli ele­men­ti del­la sog­get­ti­vi­tà rispet­to ai momen­ti del­la lot­ta di mas­sa come tale. […] que­sto rap­por­to è però un rap­por­to che nel­la vita dell’organizzazione com­por­ta con­ti­nua­men­te degli squi­li­bri, squi­li­bri che man mano l’organizzazione comin­cia a rile­va­re e che deter­mi­na­no una fati­ca con­ti­nua di media­zio­ne e rischia­no con­ti­nua­men­te di pro­dur­re lace­ra­zio­ni all’interno dell’organizzazione stes­sa». (Toni Negri, Dall’operaio mas­sa all’operaio socia­le, a cura di P. Poz­zi e R. Tomas­si­ni, Mul­thi­pla, Mila­no 1979, pp. 110–111).

Nulla da perdere.

Argo­men­ti: 2022, Geno­va

Gior­na­le comu­ni­sta per l’au­to­no­mia ope­ra­ia in Liguria

da La bre­ve esta­te dell’autonomia, inter­vi­sta fat­ta da Rober­to Demon­tis a Gior­gio Moro­ni ad aper­tu­ra de Gli auto­no­mi vol. VII. L’autonomia ope­ra­ia a Geno­va e in Ligu­ria Pri­ma par­te (1973–1980), cura­ta da entram­bi. Nell’intervista vie­ne rac­con­ta­ta la nasci­ta di «Nul­la da per­de­re. Gior­na­le comu­ni­sta per l’autonomia ope­ra­ia in Liguria».

Nel dicem­bre 1977 esce «Nul­la da per­de­re. Gior­na­le comu­ni­sta per l’autonomia ope­ra­ia in Ligu­ria». Il nome vie­ne da una for­ma­zio­ne di Ardi­ti del popo­lo, anar­chi­ci e sin­da­ca­li­sti rivo­lu­zio­na­ri che ope­rò a Sestri ponen­te tra il 1920 e il 1921. Cer­ca­va­mo per il gior­na­le un nome con signi­fi­ca­to uni­ver­sa­le ma anche con una qual­che radi­ce loca­le. Il gior­na­le era in quel momen­to rap­pre­sen­ta­ti­vo del­le atti­vi­tà e del­le posi­zio­ni di tut­ti i comi­ta­ti, e non solo di quel­li geno­ve­si, ma anche di quel­li impe­rie­si e spez­zi­ni; non era una cosa sem­pli­ce, già alla fine del 1977, dopo il sostan­zia­le fal­li­men­to del con­ve­gno di Bolo­gna. Il lun­go edi­to­ria­le di aper­tu­ra, e in par­ti­co­la­re gli ulti­mi quat­tro capo­ver­si, ven­ne­ro lun­ga­men­te discus­si; ricor­do bene quel «l’Autonomia ope­ra­ia non è la “riser­va” del­le for­ma­zio­ni comu­ni­ste uni­ca­men­te com­bat­ten­ti, né noi pos­sia­mo con­si­de­ra­re que­ste orga­niz­za­zio­ni come la com­po­nen­te di attac­co di un movi­men­to inter­pre­ta­to come uni­ta­rio. Sia­mo in pre­sen­za di ipo­te­si diver­se e di pro­gram­mi non coin­ci­den­ti». E anco­ra, poco più indie­tro, que­sto enun­cia­to mol­to negria­no: «Oggi pro­gram­ma rivo­lu­zio­na­rio è ricom­por­re tut­to il sog­get­to che lot­ta in for­me ope­ra­ia con­tro il capi­ta­le, e orga­niz­zar­ne la vio­len­za con­tro il suo sta­to». Il gior­na­le era ric­co di repor­ta­ge sul­le situa­zio­ni di inter­ven­to mili­tan­te nel­le qua­li era­va­mo impe­gna­ti, a par­ti­re da quel­lo sul­le pic­co­le fab­bri­che del­la Val­pol­ce­ve­ra fino all’ufficio di col­lo­ca­men­to, dall’occupazione di case in via del­le Tofa­ne sul­le altu­re di Teglia alle nostre atti­vi­tà nel­le scuo­le medie supe­rio­ri e all’Università. Una pagi­na era dedi­ca­ta alla vicen­da impe­rie­se del­la fab­bri­ca Ami­ci del­la sto­ria (ribat­tez­za­ta nel tito­lo: «Nemi­ci degli ope­rai»), occu­pa­ta dagli ope­rai con la lea­der­ship degli auto­no­mi. Un’altra pre­sen­ta­va l’inchiesta sull’industria bel­li­ca, fab­bri­ca socia­le del­la mor­te, a La Spe­zia. Altro spa­zio del gior­na­le era dedi­ca­to agli inter­ven­ti extra-moe­nia dell’Autonomia ope­ra­ia ligu­re: la par­te­ci­pa­zio­ne pri­ma alla mani­fe­sta­zio­ne inter­na­zio­na­le con­tro la costru­zio­ne di un reat­to­re nuclea­re a Mal­vil­le, in Fran­cia, e suc­ces­si­va­men­te alla mobi­li­ta­zio­ne con­tro la cen­tra­le nuclea­re Enel di Mon­tal­to di Castro. Spic­ca­va­no le pagi­ne cen­tra­li inti­to­la­te «Eppur si muo­ve», cro­ni­sto­ria di fat­ti rile­van­ti di lot­ta e con­tro­po­te­re nell’arco di poco più di un anno a Geno­va e in Ligu­ria, dove accan­to a epi­so­di di lot­ta, scio­pe­ri e mani­fe­sta­zio­ni com­pa­ri­va­no atten­ta­ti riven­di­ca­ti dal­le ron­de auto­no­me e anche le azio­ni del­le Br; e la pub­bli­ca­zio­ne dell’inchiesta sul­le socie­tà immo­bi­lia­ri con cui i Grup­pi arma­ti radi­ca­li ave­va­no riven­di­ca­to un atten­ta­to dimo­stra­ti­vo alla Socie­tà costru­zio­ni immo­bi­lia­ri. Con la pub­bli­ca­zio­ne di un docu­men­to del­la Lega ita­lia­na dei dirit­ti dell’uomo sui fat­ti di Stam­m­heim e Moga­di­scio met­te­va­mo in mostra la nostra vel­lei­ta­ria inten­zio­ne di gover­na­re il rap­por­to con quel­lo che era di fat­to un «orga­ni­smo di mas­sa» del­le Bri­ga­te ros­se. Al neo-lati­tan­te Gian­fran­co Fai­na dedi­ca­va­mo un comu­ni­ca­to di soli­da­rie­tà fir­ma­to assie­me al PCML, con il qua­le ave­va­mo ormai un rap­por­to orga­ni­co, e alla IV Internazionale.

Dopo che il fasci­co­lo ormai com­ple­to del secon­do nume­ro ven­ne seque­stra­to nel­l’a­pri­le del 1978 nel­la mia abi­ta­zio­ne nel cor­so di una per­qui­si­zio­ne (per non esse­re più resti­tui­to), nel cor­so di quel­lo stes­so apri­le uscì ugual­men­te il secon­do nume­ro di «Nul­la da per­de­re», con edi­to­ria­le e arti­co­li diver­si e con la pri­ma pagi­na dedi­ca­ta a recla­ma­re la mia libe­ra­zio­ne. Ci fu in quel momen­to una rab­bio­sa ed effi­ca­ce rea­zio­ne all’azione repres­si­va: il gior­na­le, rea­liz­za­to in pochis­si­mi gior­ni, in tem­po per pro­muo­ve­re la mani­fe­sta­zio­ne con­vo­ca­ta in Piaz­za Cari­ca­men­to per il 16 apri­le, esce come sup­ple­men­to di «Ros­so» ed è stam­pa­to a Mila­no. Non ci sono arti­co­li spe­ci­fi­ci sul­le atti­vi­tà in cor­so, ma inter­ven­ti di linea (Le rive sono stret­te, ma con­tro la rami­fi­ca­zio­ne del coman­do dif­fon­dia­mo il con­tro­po­te­re, Con­ti­nuia­mo a vole­re tut­to) e inter­ven­ti sul­lo sta­to del­la repres­sio­ne (La rivo­lu­zio­ne non si può met­te­re fuo­ri leg­ge, Anti­ci­pa­zio­ni repres­si­ve a Geno­va). Men­tre nei secon­di ven­go­no descrit­ti i pas­sag­gi pro­gres­si­vi del pia­no repres­si­vo a Geno­va con­tro l’Autonomia, nei pri­mi i temi di fon­do sono la per­di­ta del­la cen­tra­li­tà di fab­bri­ca con una diver­sa arti­co­la­zio­ne del pro­ces­so pro­dut­ti­vo, cui cor­ri­spon­de una ana­lo­ga rami­fi­ca­zio­ne dei dispo­si­ti­vi di con­trol­lo e coman­do capi­ta­li­sti­co; con­se­guen­te­men­te la pro­po­sta dell’Autonomia deve por­si l’obiettivo del­la ricom­po­si­zio­ne del sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio. Nei decen­ni suc­ces­si­vi varie vol­te «Nul­la da Per­de­re» ven­ne ripre­so come tito­lo del gior­na­le rap­pre­sen­ta­ti­vo di nuo­ve ini­zia­ti­ve anta­go­ni­ste genovesi.

Una impor­tan­te pub­bli­ca­zio­ne di area è il nume­ro uni­co di «7 Apri­le», che ven­ne pub­bli­ca­to dal Comi­ta­to 7 apri­le di Geno­va un anno dopo, nel mag­gio 1979. L’idea del nume­ro spe­cia­le, cui era pre­vi­sto ne doves­se­ro segui­re altri, emer­se in varie riu­nio­ni pres­so il Cen­tro di docu­men­ta­zio­ne di por­ta Sopra­na subi­to dopo il 7 apri­le 1979 e gli arre­sti dell’inchiesta calo­ge­ria­na. Il gior­na­le non era sta­to anco­ra ter­mi­na­to che, qua­ran­ta gior­ni dopo il 7 apri­le, il 17 mag­gio 1979, scat­tò l’operazione geno­ve­se, quel­la del gene­ra­le Car­lo Alber­to Dal­la Chie­sa: così, a con­tri­bui­re alla ste­su­ra e rac­col­ta dei testi che ven­ne­ro pub­bli­ca­ti nel nume­ro uni­co, si aggiun­se il comi­ta­to di dife­sa degli arre­sta­ti del 17 maggio.

La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)

un testo di Gian­ni Sbro­giò trat­to dal libro Quan­do il pote­re è ope­ra­io, a cura di Devi Sac­chet­to e Gian­ni Sbrogiò.

La for­ma­zio­ne del grup­po di Pote­re ope­ra­io a Por­to Mar­ghe­ra (1967)

«Il Pote­re Ope­ra­io – gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Marghera»inizia a esse­re distri­bui­to con una cer­ta fre­quen­za davan­ti alle fab­bri­che nel cor­so del ’67. Oltre ai pro­ble­mi spe­ci­fi­ci del­la fab­bri­ca l’intervento è cen­tra­to sul­la «lot­ta con­tro il pia­no» e sul­la «lot­ta generale»per con­trap­por­re la for­za auto­no­ma ope­ra­ia con­tro il pro­get­to capi­ta­li­sti­co di inse­ri­men­to del­la clas­se ope­ra­ia nel­la com­par­te­ci­pa­zio­ne del­lo «svi­lup­po demo­cra­ti­co». Il «Pia­no» è il dise­gno di leg­ge del gen­na­io ’65 sul «Pro­gram­ma di svi­lup­po eco­no­mi­co per il quin­quen­nio ’65–69» det­to pia­no Pie­rac­ci­ni (par­la­men­ta­re Psi) che ver­rà vota­to in par­la­men­to solo nel luglio del ’67 con il voto con­tra­rio dei comu­ni­sti, quel­lo favo­re­vo­le dei socia­li­sti e dei par­la­men­ta­ri sin­da­ca­li­sti del­la Cisl e del­la Uil e l’astensione dei sin­da­ca­li­sti Cgil. In quel perio­do il sin­da­ca­to costi­tui­sce una vera e pro­pria «cin­ghia di tra­smis­sio­ne» dei vari par­ti­ti. Secon­do «Il Pote­re Ope­ra­io – gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra» la linea poli­ti­ca del «pia­no» con­si­ste nel ten­ta­ti­vo di ingab­bia­re la lot­ta ope­ra­ia attra­ver­so la respon­sa­bi­liz­za­zio­ne e il con­trol­lo del­le richie­ste ope­ra­ie, con l’aiuto dei par­ti­ti di sini­stra (la fusio­ne del Psdi e del Psi con la nasci­ta del Psu spo­sta a destra l’ex Psi) e con il con­trol­lo sin­da­ca­le (l’accordo qua­dro tra Cgil-Cisl-Uil spo­sta a destra la Cgil). Pote­re Ope­ra­io intra­ve­de que­ste ten­den­ze a comin­cia­re dagli accor­di con­trat­tua­li avve­nu­ti nel ’66 per i 3 milio­ni di lavo­ra­to­ri e si rivol­ge agli ope­rai per far ripar­ti­re le lot­te su obiet­ti­vi pre­ci­si par­ten­do dal salario.

Il grup­po usa i diver­si cana­li orga­niz­za­ti­vi qua­li la C.I., i Nas (Nuclei azien­da­li socia­li­sti) e le Cel­lu­le del Pci per apri­re un fron­te in fab­bri­ca con­tro il padro­na­toe con­tro i ver­ti­ci sin­da­ca­li e di par­ti­to. Si sostie­ne che con­tro il «pia­no» ci può esse­re solo «lot­ta gene­ra­le». Il sala­rio, l’orario, le ferie sono riven­di­ca­zio­ni di tut­ta la clas­se ope­ra­ia e per­tan­to, sul­la loro base, lo scon­tro deve esse­re gene­ra­le, ope­rai da una par­te e padro­na­to dall’altra. Né basta met­te­re in cam­po qual­che scio­pe­ro inter­ca­te­go­ria­le per lascia­re sfo­ga­re la rab­bia. Si chie­do­no for­me di lot­ta intran­si­gen­ti e arti­co­la­te per inci­de­re più a fon­do pos­si­bi­le sugli inte­res­si padro­na­li, men­tre si pro­pon­go­no obiet­ti­vi comu­ni basa­ti sul­le esi­gen­ze ope­ra­ie di una dimi­nu­zio­ne dell’orario di lavo­ro e di un incre­men­to del livel­lo sala­ria­le. In que­sta fase Pote­re ope­ra­io con­si­de­ra il Pci l’unico par­ti­to del movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no con un rea­le rap­por­to con la clas­se ope­ra­ia. Un par­ti­to la cui linea, arren­de­vo­le e col­la­bo­ra­zio­ni­sta ver­so i padro­ni, non è pas­sa­ta tra la sua base, ma che in ogni caso impe­di­sce la sal­da­tu­ra con le istan­ze auto­no­me ope­ra­ie. Il pro­get­to di Pote­re ope­ra­io è spez­za­re que­sto pro­gram­ma por­tan­do­ci den­tro tut­ta la for­za del­la lot­ta ope­ra­ia[1].

Il 19 apri­le ’67 alla Edi­son, la Cisl e la Uil fir­ma­no un accor­do sul­la noci­vi­tà, abo­len­do l’indennità in alcu­ni repar­ti per­ché affer­ma­no che la noci­vi­tà sareb­be sta­ta eli­mi­na­ta. I risul­ta­ti dell’indagine com­mis­sio­na­ta al Prof. Mas­si­mo Cre­pet, diret­to­re dell’Istituto di Medi­ci­na del Lavo­ro di Pado­va, ven­go­no emes­si il 26 giu­gno ’67, ma già da gen­na­io l’azienda ave­va comin­cia­to a non paga­re l’indennità di noci­vi­tà ai nuo­vi assunti.La Cgil non fir­ma l’accordo, ma non si oppo­ne con­cre­ta­men­te e il Pci tace. Pote­re ope­ra­io inci­ta alla lot­ta e attra­ver­so i suoi mem­bri pre­sen­ti in C.I. chie­de un’assemblea gene­ra­le per deci­de­re[2]. La man­ca­ta con­vo­ca­zio­ne dell’assemblea non fa demor­de­re gli ope­rai del­la San Mar­co che si orga­niz­za­no auto­no­ma­men­te: il 17 ago­sto, dopo due scio­pe­ri del repar­to, i mem­bri di Pote­re ope­ra­io deci­do­no di gene­ra­liz­za­re la lot­ta a tut­ta la fab­bri­ca. La Cgil rom­pe l’unità di ver­ti­ce e il 25 ago­sto appog­gia lo scio­pe­ro, pur non ado­pe­ran­do­si mol­to per la sua riu­sci­ta. I com­pa­gni ope­rai di Pote­re ope­ra­io, aiu­ta­ti dagli ester­ni, stu­den­ti e intel­let­tua­li, orga­niz­za­no i pic­chet­ti e si rie­sce a far scio­pe­ra­re 500 ope­rai. Il Pci comin­cia a pren­de­re posi­zio­ne, oltre che per linee inter­ne, anche pub­bli­ca­men­te con­tro la linea di lot­ta dei com­pa­gni di Pote­re ope­ra­io. In un nume­ro uni­co del 25 apri­le del ’67, «Il Pci nel­le fab­bri­che di Por­to Mar­ghe­ra», sot­to il tito­lo «A chi gio­va tut­to que­sto?», si sot­to­li­nea come «Pote­re Ope­ra­io sia con­tro i lavo­ra­to­ri, con­tro il sin­da­ca­to e il par­ti­to e fac­cia il gio­co dei padro­ni, del­la Dc e del cen­tro-sini­stra» (Chi­nel­lo 1996, vol. II, p. 514).

Nel feb­bra­io ’67 Ita­lo Sbro­giò, con­si­glie­re comu­na­le a Vene­zia, mem­bro del Comi­ta­to Fede­ra­le del Pci di Vene­zia e del Con­si­glio Diret­ti­vo del­la Cgil, oltre che facen­te par­te del­la Com­mis­sio­ne Inter­na del Petrol­chi­mi­co ras­se­gna le dimis­sio­ni dal Pci con­te­stan­do al par­ti­to la man­can­za di demo­cra­zia e di dibat­ti­to inter­no, l’abbandono del­la lot­ta ope­ra­ia come stru­men­to di lot­ta con­tro la poli­ti­ca padro­na­le e dichia­ran­do che le recen­ti lot­te con­trat­tua­li si sono chiu­se sul­la pel­le degli ope­rai per­ché deli­be­ra­ta­men­te non si è volu­to anda­re oltre cer­ti limi­ti. Il Pci nel­la sua foga con­tro gli «anti­par­ti­to» espel­le mol­ti com­pa­gni, tra i qua­li l’avv. Ema­nue­le Bat­tain, F. Bosco­lo, Rena­to Dar­siè, Nico Lucia­ni e Anto­nio Manot­ti, rei di cri­ti­ca­re la linea del par­ti­to e di appog­gia­re le lot­te operaie.

Nel novem­bre del ’67 anche a livel­lo nazio­na­le il Pci comin­cia a pren­de­re posi­zio­ne con­tro i grup­pi anti­par­ti­to e invi­ta le varie Fede­ra­zio­ni a con­dur­re una lot­ta, sen­za incer­tez­ze, con­tro tut­te le atti­vi­tà e le mani­fe­sta­zio­ni di «fra­zio­ni­smo» e di «dis­sen­so» che met­to­no in discus­sio­ne la linea poli­ti­ca del par­ti­to. Colo­ro che non si con­trap­pon­go­no con fer­mez­za o che tol­le­ra­no, ven­go­no allon­ta­na­ti. A Vene­zia tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, Cesco Chi­nel­lo, respon­sa­bi­le di Fede­ra­zio­ne, «ingra­ia­no» nell’XI Con­gres­so del Pci (gen­na­io ’66), con­si­de­ra­to trop­po incli­ne al con­fron­to con que­sti grup­pi anti­par­ti­to, nel­la miglio­re tra­di­zio­ne sta­li­ni­sta, vie­ne estro­mes­so a livel­lo comu­na­le e «pro­mos­so» depu­ta­to alla Camera.

La scel­ta di Ita­lo Sbro­giò è in con­tro­ten­den­za rispet­to alla linea che anda­va con­fi­gu­ran­do­si in «Clas­se ope­ra­ia» (si veda il nume­ro del mar­zo ’67) con Mario Tron­ti e in «Con­tro­pia­no» con Mas­si­mo Cac­cia­ri che soste­ne­va­no il cosiddetto«entrismo» nel Pci. Si trat­ta­va di una stra­te­gia che por­tò, un anno dopo, mol­ti stu­den­ti a entra­re nel Pci, men­tre i qua­dri ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra ben si guar­da­ro­no da segui­re tali indicazioni.

Nel ’67 scop­pia anche il movi­men­to degli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri. La scin­til­la è la rifor­ma uni­ver­si­ta­ria del mini­stro Gui e l’aumento del­le tas­se. Le agi­ta­zio­ni par­to­no a Pisa, Tren­to, Mila­no. A Vene­zia la Facol­tà di Archi­tet­tu­ra vie­ne occu­pa­ta per due mesi, poi si affian­ca Ca’ Fosca­ri. Que­ste agi­ta­zio­ni met­to­no in luce quel­lo che poi sarà velo­ce­men­te assi­mi­la­to dal­le avan­guar­die ope­ra­ie: l’assemblea come cen­tro deci­sio­na­le, il con­flit­to con­ti­nuo e l’atteggiamento anti­au­to­ri­ta­rio con­tro qual­sia­si pote­re. Mol­to pre­sto a Vene­zia si pas­sa da una lot­ta con­tro la rifor­ma a una discus­sio­ne sul­lo stu­den­te come for­za-lavo­ro in for­ma­zio­ne e sull’Università come stru­men­to di valo­riz­za­zio­ne del capi­ta­le. La tesi di Pote­re ope­ra­io è che lo stu­den­te non esi­ste come figu­ra socia­le, ma che deve diven­ta­re mili­tan­te e qua­dro poli­ti­co del­la lot­ta ope­ra­ia più in gene­ra­le. Comin­cia­no a Mar­ghe­ra gli incon­tri teo­ri­ci e pra­ti­ci tra ope­rai e stu­den­ti. Le lot­te stu­den­te­sche dall’Università si allar­ga­no alle scuo­le medie supe­rio­ri come il Liceo scien­ti­fi­co G.B. Bene­det­ti e il Fran­chet­ti di Mestre. Gli stu­den­ti pre­sen­zia­no davan­ti ai can­cel­li duran­te gli scio­pe­ri con la paro­la d’ordine: «Ope­rai e stu­den­ti uni­ti nel­la lot­ta con­tro i padro­ni». Pote­re ope­ra­io apre una sede, che esi­ste­rà fino al 1982, in via Pasi­ni 7,a Mar­ghe­ra, attrez­za­ta di ciclo­sti­le, mez­zo indi­spen­sa­bi­le e uni­co allo­ra per poter pro­dur­re e dif­fon­de­re i volan­ti­ni. Un’autotassazione men­si­le sul sala­rio per far fron­te alle spe­se e alle diver­se ini­zia­ti­ve garan­ti­sce l’autonomia del grup­po. Mon­te­di­son, dopo l’unificazione tra Mon­te­ca­ti­ni ed Edi­son, ten­ta di ren­de­re omo­ge­nee le con­di­zio­ni di sfrut­ta­men­to dei dipen­den­ti dei due grup­pi attra­ver­so l’«armonizzazione» dei trat­ta­men­ti. Pote­re ope­ra­io met­te in guar­dia che la trat­ta­ti­va sen­za la lot­ta por­te­rà a un accor­do-bido­ne e livel­le­rà le con­di­zio­ni ver­so il basso.

Note [1] Si veda «Pote­re Ope­ra­io – Gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra», n. 1, 1 mag­gio 1967. [2] Ibi­dem.

Il 1970 di Potere operaio

un testo di Cin­zia Zennoni

[Nel 1970 Pote­re ope­ra­io] si tro­vò ad agi­re in un muta­to con­te­sto. La rispo­sta capi­ta­li­sti­ca alle con­qui­ste con­trat­tua­li del 1969 non si fece atten­de­re e «fu di carat­te­re tra­di­zio­na­le» [1]. Le auto­ri­tà eco­no­mi­che ita­lia­ne pra­ti­ca­ro­no ini­zial­men­te una mode­ra­ta poli­ti­ca defla­zio­ni­sti­ca, di restri­zio­ne del cre­di­to e del­la spe­sa pub­bli­ca, rite­nen­do che la cri­si avreb­be con­sen­ti­to una rapi­da espul­sio­ne del­la mano­do­pe­ra in ecce­den­za, un aumen­to del­la pro­dut­ti­vi­tà e una ripre­sa dei pro­fit­ti [2]. Non fu così. Se l’industria di Sta­to e i gran­di grup­pi pri­va­ti man­ten­ne­ro alti i livel­li d’investimento, gran par­te del set­to­re pri­va­to rea­gì ridu­cen­do­li dra­sti­ca­men­te, pre­fe­ren­do recu­pe­ra­re gli aumen­ti sala­ria­li tra­mi­te un innal­za­men­to dei prez­zi. L’inflazione ebbe un limi­te solo nel­la con­cor­ren­za dell’estero, alme­no per le mer­ci desti­na­te all’esportazione. Si cer­cò di com­pen­sa­re l’aumento dei sala­ri con un aumen­to del ren­di­men­to, ma ciò tro­vò seri osta­co­li nel­le strut­tu­re di rap­pre­sen­tan­za ope­ra­ia for­ma­te­si duran­te l’autunno cal­do, i dele­ga­ti e i con­si­gli, e nell’opposizione dei grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria. L’iniziativa sin­da­ca­le pro­ce­de­va a rilen­to. Gli scio­pe­ri per le rifor­me non riu­sci­va­no a inci­de­re in sede di dibat­ti­to politico.

L’estate del 1970 fu un momen­to di cal­ma appa­ren­te, per­ché in autun­no l’offensiva ope­ra­ia nel­le più gran­di fab­bri­che ita­lia­ne ripre­se. La tra­di­zio­na­le prio­ri­tà degli accor­di nazio­na­li rispet­to alla con­trat­ta­zio­ne azien­da­le non con­ta­va più. Le sin­go­le fab­bri­che chiedevano:

la rigi­da appli­ca­zio­ne del­la ridu­zio­ne con­trat­tua­le dell’orario di lavo­ro, cioè si chie­de­va di ridur­re al mini­mo e di sot­to­por­re a rigi­do con­trol­lo la pre­sta­zio­ne di ore straor­di­na­rie (oltre l’orario gior­na­lie­ro oppu­re oltre l’orario set­ti­ma­na­le di 40 ore). Si chie­de­va l’abolizione del tur­no di not­te e si rifiu­ta­va­no sem­pre di più i lavo­ri gra­vo­si o peri­co­lo­si o noci­vi, chie­den­do misu­re pre­ven­ti­ve di eli­mi­na­zio­ne del­le ano­ma­lie. Si resi­ste­va alle richie­ste di diver­sa distri­bu­zio­ne dell’orario al fine di una mag­gior uti­liz­za­zio­ne degli impian­ti. Soprat­tut­to si mol­ti­pli­ca­va­no le riven­di­ca­zio­ni sul­le qua­li­fi­che e sul­la clas­si­fi­ca­zio­ne del lavo­ro [3].

In meri­to a quest’ultimo pun­to la diver­gen­za tra le for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra e i sin­da­ca­ti si fece in par­ti­co­lar modo sen­ti­re. La richie­sta sin­da­ca­le di un nuo­vo siste­ma di clas­si­fi­ca­zio­ne, che pre­ve­des­se l’abolizione del­le cate­go­rie infe­rio­ri e con­si­de­ras­se la per­ma­nen­za nel­la ter­za cate­go­ria ope­ra­ia, quel­la degli ope­rai comu­ni, come tem­po­ra­nea e auto­ma­ti­ca­men­te supe­ra­bi­le dopo un cer­to perio­do di tem­po, dif­fe­ri­va dal­la posi­zio­ne di Pote­re ope­ra­io, miran­te alla sop­pres­sio­ne com­ple­ta di ogni siste­ma di divi­sio­ne del­la clas­se ope­ra­ia basa­to sul­le qua­li­fi­che. Il dato di par­ten­za era per entram­bi il mede­si­mo: la dif­fu­sio­ne di man­sio­ni sem­pre più ripe­ti­ti­ve, par­cel­liz­za­te, dequa­li­fi­ca­te bloc­ca­va la pos­si­bi­li­tà di pro­mo­zio­ne a cate­go­rie supe­rio­ri. Per il sin­da­ca­to la lot­ta dove­va quin­di indi­riz­zar­si ver­so la dife­sa del­la qua­li­fi­ca e l’agevolazione del pas­sag­gio di cate­go­ria; per Pote­re ope­ra­io la richie­sta era quel­la di un «sala­rio garan­ti­to» indi­pen­den­te­men­te dal­la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va, di red­di­to per tut­ti, occu­pa­ti e disoc­cu­pa­ti, non di lavo­ro, con­ce­pi­to sem­pre come sfruttamento.

In meri­to a pro­po­ste di tale tipo occor­re tut­ta­via fare due osser­va­zio­ni: la pri­ma è che a Pote­re ope­ra­io non inte­res­sa­va avan­za­re richie­ste com­pa­ti­bi­li con il siste­ma, che potes­se­ro esse­re da que­sto accol­te e assor­bi­te. Quan­do ciò si veri­fi­ca­va, ecco che era subi­to ela­bo­ra­ta una nuo­va pro­po­sta, anco­ra più radi­ca­le e incon­ci­lia­bi­le. Gli slo­gan ser­vi­va­no al grup­po per ren­der­si rico­no­sci­bi­le, per crea­re una pro­pria linea, fat­ta di obiet­ti­vi il più pos­si­bi­le avan­za­ti rispet­to a quel­li sin­da­ca­li e a quel­li del­le altre for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra, attor­no ai qua­li rac­co­glie­re con­sen­so, indi­pen­den­te­men­te dal­la attua­bi­li­tà del­le pro­po­ste fat­te. A que­sta osser­va­zio­ne ne fa segui­to un’altra: l’obiettivo del «sala­rio garan­ti­to», che diven­ne poi richie­sta di «sala­rio poli­ti­co», non fu per­se­gui­to attra­ver­so moda­li­tà pre­vi­ste dall’ordinario mec­ca­ni­smo eco­no­mi­co, ben­sì attra­ver­so la pra­ti­ca dell’appropriazione, che pro­prio a par­ti­re dal 1970 comin­ciò a dif­fon­der­si. Il fat­to di occu­pa­re una casa, all’inizio, o di rapi­na­re un super­mer­ca­to, poi, non era più sen­ti­to come ille­ga­le, ma giu­sti­fi­ca­to come «riap­pro­pria­zio­ne di ric­chez­za socia­le» ingiu­sta­men­te sot­trat­ta ai legit­ti­mi bene­fi­cia­ri, i pro­le­ta­ri. Que­sto mostra come in real­tà Pote­re ope­ra­io pre­ve­des­se mec­ca­ni­smi di rea­liz­za­zio­ne degli obiet­ti­vi che vio­las­se­ro la legit­ti­mi­tà del siste­ma, per pro­vo­car­ne la cri­si e crea­re così le con­di­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie. Vie lega­li, leg­gi di rifor­ma, pro­po­ste com­pa­ti­bi­li con le rego­le del­la pro­du­zio­ne era­no respin­te, in quan­to rite­nu­te stru­men­ti atti a garan­ti­re un solo inte­res­se, quel­lo di par­te capitalistica.

L’obiettivo del sala­rio poli­ti­co per­mi­se l’individuazione di nuo­vi refe­ren­ti socia­li da coin­vol­ge­re nel pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio. L’iniziale cen­tra­li­tà del­la clas­se ope­ra­ia comin­cia­va a vacil­la­re. Pote­re ope­ra­io con­ti­nua­va a ripe­te­re che com­pi­to del­le avan­guar­die ope­ra­ie era quel­lo di rac­co­glie­re l’intero pro­le­ta­ria­to attor­no agli obiet­ti­vi ope­rai, assun­ti come inte­res­se gene­ra­le. Eppu­re, paral­le­la­men­te all’estensione dell’intervento al Sud, si avver­te uno spo­sta­men­to dell’attenzione ver­so i disoc­cu­pa­ti, i brac­cian­ti, i lavo­ra­to­ri sal­tua­ri, gli stu­den­ti. For­se anche in segui­to alla rea­li­sti­ca con­si­de­ra­zio­ne, più vol­te ripor­ta­ta dal gior­na­le, di quan­to anco­ra il sin­da­ca­to con­tas­se in fab­bri­ca e di quan­to fos­se dif­fi­ci­le, seb­be­ne i toni trion­fa­li­sti­ci o cata­stro­fi­ci (a secon­da dei casi) ten­des­se­ro a negar­lo, sca­val­car­ne l’organizzazione. Da qui la pre­oc­cu­pa­zio­ne di costrui­re non solo nuclei di coor­di­na­men­to e dire­zio­ne in fab­bri­ca, ma anche sul ter­ri­to­rio chie­den­do casa, tra­spor­ti, scuo­la gra­tis e ovvia­men­te sala­rio per tutti.

Se il 1970 può con­si­de­rar­si un anno den­so di rifor­me dal pun­to di vista isti­tu­zio­na­le, lo stes­so non può dir­si dal pun­to di vista socia­le. Duran­te il ter­zo gover­no Rumor (27 marzo‑6 luglio 1970) furo­no com­ple­ta­ti gli iter legi­sla­ti­vi del­lo «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» e del­la leg­ge attua­ti­va dell’ordinamento regio­na­le, essen­do­si già pre­vi­sta l’elezione dei con­si­gli regio­na­li per il 7 giu­gno 1970. Ven­ne con­ces­sa l’amnistia che il Psi chie­de­va per i rea­ti con­nes­si ad agi­ta­zio­ne sin­da­ca­le e appro­va­ta la leg­ge costi­tu­zio­na­le che isti­tui­va il refe­ren­dum abro­ga­ti­vo. Per quan­to riguar­da la leg­ge sul divor­zio, essa ven­ne appro­va­ta in via defi­ni­ti­va dal­la Came­ra il 1° dicem­bre 1970 [4]. Per le altre richie­ste rifor­ma­tri­ci avan­za­te dai sin­da­ca­ti nei set­to­ri del­la casa [5], del­la sani­tà, del­la scuo­la, dei tra­spor­ti, dai gover­ni dell’epoca furo­no ripe­tu­te pro­mes­se sen­za tro­va­re alcu­na applicazione.

Le resi­sten­ze che le richie­ste sin­da­ca­li di rifor­ma incon­tra­ro­no a livel­lo gover­na­ti­vo favo­ri­ro­no la mobi­li­ta­zio­ne diret­ta dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri di sini­stra sul ter­re­no socia­le. Fu in que­sto perio­do, pre­ci­sa­men­te nel novem­bre 1970, che Lot­ta con­ti­nua lan­ciò il pro­gram­ma com­pen­dia­to dal­la for­mu­la: «Pren­dia­mo­ci la cit­tà». Emble­ma­ti­co rima­se l’episodio dell’occupazione del­le case Iacp di via­le Tibal­di a Mila­no, nel giu­gno 1971, dove una cin­quan­ti­na di fami­glie riu­sci­ro­no, dopo aver subì­to vari sgom­be­ri da par­te del­la poli­zia, a otte­ne­re l’assegnazione dei loca­li occu­pa­ti. Lot­ta con­ti­nua ave­va pro­mos­so e diret­to l’iniziativa insie­me al Col­let­ti­vo di Archi­tet­tu­ra, ma a essa ade­ri­ro­no altri grup­pi rivo­lu­zio­na­ri, tra cui Pote­re ope­ra­io, set­to­ri del sin­da­ca­to e del­le Acli [6]. Epi­so­di di que­sto tipo con­tri­bui­ro­no a crea­re un cli­ma di avvi­ci­na­men­to, a favo­ri­re ipo­te­si di uni­tà d’azione che pre­lu­des­se­ro alla for­ma­zio­ne di un’unica orga­niz­za­zio­ne alter­na­ti­va alla sini­stra tradizionale.

Anche la cam­pa­gna con­tro il «decre­to­ne», un decre­to-leg­ge pre­sen­ta­to dal gover­no Colom­bo nell’agosto 1970, che pre­ve­de­va dispo­si­zio­ni di carat­te­re tri­bu­ta­rio e quin­di un aggra­va­men­to del cari­co fisca­le, tro­vò con­cor­di Mani­fe­sto e Pote­re ope­ra­io, oltre all’ostruzionismo con­dot­to in Par­la­men­to dai depu­ta­ti del Psiup e alle richie­ste di radi­ca­li modi­fi­che da par­te del Pci [7].

Note [1] V. Foa, op. cit., p. 198. [2] P. Gin­sborg, Sto­ria d’Italia dal dopo­guer­ra a oggi, Einau­di, Tori­no 1989, pp. 448–449. [3] V. Foa, op. cit., p. 199. [4] P. Cra­ve­ri, La repub­bli­ca dal 1958 al 1992, in Sto­ria d’Italia, diret­ta da G. Galas­so, vol. XXIV, t. 2, UTET, Tori­no 1995, pp. 428–432. [5] In real­tà sul pro­ble­ma del­la rifor­ma del set­to­re abi­ta­ti­vo e del­la pia­ni­fi­ca­zio­ne urba­na ven­ne vara­ta una leg­ge nell’ottobre 1971, dagli esi­ti alquan­to delu­den­ti. Cfr. P. Gin­sborg, Sto­ria d’Italia dal dopo­guer­ra a oggi, cit., pp. 445–447. [6] L. Bob­bio, Sto­ria di Lot­ta Con­ti­nua, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1988, p. 86. [7] Il decre­to­ne fu defi­ni­ti­va­men­te appro­va­to dal Sena­to il 15 dicem­bre 1970. Cfr. P. Cra­ve­ri, op. cit., pp. 436–437.