sul ”gruppo’’ politico e i suoi giornali fra operaismo e autonomia organizzata
un saggio di Cinzia Zennoni che tratta del «partito degli operai comunisti».
Il partito degli operai comunisti
In seguito all’occupazione operaia della Fiat di Torino alla fine del marzo 1973 e alle iniziative di incontro promosse dagli organismi autonomi, culminate nel convegno di Bologna del 3–4 marzo 1973, Potere operaio decise di apportare alcune modifiche alla propria linea politica, in relazione ai recenti avvenimenti. Un articolo è di fondamentale importanza per comprendere la lenta evoluzione ideologica del gruppo e gli sforzi compiuti per adeguare il livello teorico ai mutamenti in corso: si intitola Il partito degli operai comunisti (in «Potere operaio» del lunedì, n. 47, 9 aprile 1973. Tutte le citazioni del presente paragrafo sono tratte dal medesimo articolo, salvo diversa specificazione. Il problema centrale rimaneva lo stesso: costruire l’organizzazione rivoluzionaria di massa in grado di promuovere e sostenere l’attacco contro lo Stato, in quanto ritenuto la forma suprema di repressione e il garante della conservazione di un sistema complesso di sfruttamento a danno delle diverse componenti della classe proletaria. Mutavano tuttavia le modalità della sua realizzazione. Potere operaio poneva come necessaria una «rettifica di linea» e soprattutto un’autocritica da parte dei gruppi extraparlamentari circa la pretesa di rappresentare essi stessi il partito da costruire, attorno al quale far convergere altre forze (singoli militanti o intere organizzazioni). Non occorreva infatti una crescita in termini quantitativi, bensì un salto qualitativo da far compiere alle avanguardie del movimento. Il punto di partenza per la costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria era individuato altrove: «È oggi probabile che una rete di organismi autonomi operai esistente in Italia, possa cominciare ad assolvere a questa specifica e fondamentale funzione di partito. Più e meglio di qualsiasi gruppo o di qualsiasi “aggregazione di gruppi”». È evidente l’influenza determinante che l’area dell’autonomia operaia organizzata esercitò sul gruppo di Potere operaio, anche se poi fu quest’ultimo a tentare di condizionarne la linea. Precisamente si riproponeva il tema dell’organizzazione rivoluzionaria all’interno di quella che veniva individuata come «area di partito» (cioè quella «rete di avanguardie che hanno partecipato al convegno di Bologna del 3–4 marzo»), al cui personale politico si riconosceva il merito di un effettivo radicamento nelle situazioni di fabbrica e di quartiere. Tuttavia per Potere operaio si rendeva necessario un ulteriore passaggio: i comitati e le assemblee autonome avrebbero dovuto mettere in secondo piano il loro aspetto di «organismi di massa» e di «strutture di movimento» e porsi come strumenti effettivi di direzione e di orientamento politico, per agire nel presente come segmenti del partito da costruire tramite un’accentuazione dei processi di centralizzazione tra loro intercorrenti. Ciò non riguardava solamente i comitati e le assemblee di fabbrica: anche i comitati territoriali avrebbero dovuto realizzare l’unità delle avanguardie per organizzare la «lotta d’appropriazione», mirante, nelle intenzioni del gruppo, alla difesa del salario reale dal furto dei «costi sociali». Potere operaio si rivolgeva quindi all’area dell’autonomia come referente privilegiato del proprio progetto di partito. Interveniva in essa, ma dall’esterno, proponendo il superamento dei tentativi di semplice coordinamento, di centralizzazione dal basso, e chiedendo agli organismi autonomi di fabbrica e ai comitati operai e proletari sul territorio di agire come già facenti parte di una struttura unitaria, con il preciso programma politico di condurre determinati settori sociali allo scontro violento con lo Stato, nella forma della «guerra civile tra operai e padroni». Per questo il partito si presentava come una struttura politico-militare, in grado di organizzare il ricorso alla violenza rivoluzionaria di massa, in quanto esercitata a partire dalle sue articolazioni territoriali. Ancora una volta il livello teorico dell’analisi sovrastava il livello organizzativo. Potere operaio ammetteva che «tutto questo percorso vive oggi solo in modo informale nel movimento». Si attendeva il momento del passaggio alla pratica effettiva del processo insurrezionale e nel frattempo si cercavano le strade per realizzarlo. Così come nel 1971 Potere operaio aveva lanciato la proposta dei comitati politici come strutture organizzate di lotta in fabbrica e sul territorio, ora ci si rivolgeva a quegli organismi autonomi già esistenti o in via di formazione, sorti indipendentemente dall’iniziativa dei gruppi extraparlamentari. Potere operaio, proprio in relazione all’insorgenza di tale fenomeno, visse una profonda lacerazione al suo interno tra coloro che, primi fra tutti i militanti dell’area veneta, erano attratti dalle nuove realtà autonome e prestavano attenzione all’evoluzione degli eventi, e coloro che, come la componente romana, ancora sostenevano l’idea di proporre dall’esterno, in quanto gruppo di Potere operaio, l’iniziativa del partito rivoluzionario all’area dell’autonomia. Si aprivano due strade: una era quella di intervenire negli avvenimenti in corso con la proposta dell’organizzazione rivoluzionaria conservando la propria identità di gruppo e quindi con la malcelata volontà, qualora la proposta si fosse concretizzata, di raccoglierne i meriti, esercitando in essa una funzione direttiva; l’altra era quella di «sciogliersi» nell’area dell’autonomia operaia, cessare di agire come singolo gruppo per militare direttamente all’interno degli organismi di massa che la costituivano. La contraddizione tra le due linee sarebbe esplosa successivamente, al convegno di Rosolina, che segnò la rottura definitiva del gruppo. Per il momento si cercò di trovare una mediazione tra le due ipotesi operative,[i] tramite elaborazioni teoriche conciliative che concedessero spazio all’una e all’altra parte, di cui l’articolo sopra menzionato costituisce un esempio.
Note [i] Toni Negri scrisse in proposito: «L’esperienza di Potere operaio è un’esperienza abbastanza corta, se si vuole, va dal ’69 fino al ’72 […] e che viene volontariamente bruciata quando rischia di non trovare soluzioni politiche. È quanto avviene attorno al problema del cosiddetto dualismo, un problema che man mano viene emergendo all’interno di Potere operaio. Un dualismo tutto fondato sul diverso peso che viene dato agli elementi della soggettività rispetto ai momenti della lotta di massa come tale. […] questo rapporto è però un rapporto che nella vita dell’organizzazione comporta continuamente degli squilibri, squilibri che man mano l’organizzazione comincia a rilevare e che determinano una fatica continua di mediazione e rischiano continuamente di produrre lacerazioni all’interno dell’organizzazione stessa». (Toni Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Multhipla, Milano 1979, pp. 110–111).
Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria
da La breve estate dell’autonomia, intervista fatta da Roberto Demontis a Giorgio Moroni ad apertura de Gli autonomi vol. VII. L’autonomia operaia a Genova e in Liguria Prima parte (1973–1980), curata da entrambi. Nell’intervista viene raccontata la nascita di «Nulla da perdere. Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria».
Nel dicembre 1977 esce «Nulla da perdere. Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria». Il nome viene da una formazione di Arditi del popolo, anarchici e sindacalisti rivoluzionari che operò a Sestri ponente tra il 1920 e il 1921. Cercavamo per il giornale un nome con significato universale ma anche con una qualche radice locale. Il giornale era in quel momento rappresentativo delle attività e delle posizioni di tutti i comitati, e non solo di quelli genovesi, ma anche di quelli imperiesi e spezzini; non era una cosa semplice, già alla fine del 1977, dopo il sostanziale fallimento del convegno di Bologna. Il lungo editoriale di apertura, e in particolare gli ultimi quattro capoversi, vennero lungamente discussi; ricordo bene quel «l’Autonomia operaia non è la “riserva” delle formazioni comuniste unicamente combattenti, né noi possiamo considerare queste organizzazioni come la componente di attacco di un movimento interpretato come unitario. Siamo in presenza di ipotesi diverse e di programmi non coincidenti». E ancora, poco più indietro, questo enunciato molto negriano: «Oggi programma rivoluzionario è ricomporre tutto il soggetto che lotta in forme operaia contro il capitale, e organizzarne la violenza contro il suo stato». Il giornale era ricco di reportage sulle situazioni di intervento militante nelle quali eravamo impegnati, a partire da quello sulle piccole fabbriche della Valpolcevera fino all’ufficio di collocamento, dall’occupazione di case in via delle Tofane sulle alture di Teglia alle nostre attività nelle scuole medie superiori e all’Università. Una pagina era dedicata alla vicenda imperiese della fabbrica Amici della storia (ribattezzata nel titolo: «Nemici degli operai»), occupata dagli operai con la leadership degli autonomi. Un’altra presentava l’inchiesta sull’industria bellica, fabbrica sociale della morte, a La Spezia. Altro spazio del giornale era dedicato agli interventi extra-moenia dell’Autonomia operaia ligure: la partecipazione prima alla manifestazione internazionale contro la costruzione di un reattore nucleare a Malville, in Francia, e successivamente alla mobilitazione contro la centrale nucleare Enel di Montalto di Castro. Spiccavano le pagine centrali intitolate «Eppur si muove», cronistoria di fatti rilevanti di lotta e contropotere nell’arco di poco più di un anno a Genova e in Liguria, dove accanto a episodi di lotta, scioperi e manifestazioni comparivano attentati rivendicati dalle ronde autonome e anche le azioni delle Br; e la pubblicazione dell’inchiesta sulle società immobiliari con cui i Gruppi armati radicali avevano rivendicato un attentato dimostrativo alla Società costruzioni immobiliari. Con la pubblicazione di un documento della Lega italiana dei diritti dell’uomo sui fatti di Stammheim e Mogadiscio mettevamo in mostra la nostra velleitaria intenzione di governare il rapporto con quello che era di fatto un «organismo di massa» delle Brigate rosse. Al neo-latitante Gianfranco Faina dedicavamo un comunicato di solidarietà firmato assieme al PCML, con il quale avevamo ormai un rapporto organico, e alla IV Internazionale.
Dopo che il fascicolo ormai completo del secondo numero venne sequestrato nell’aprile del 1978 nella mia abitazione nel corso di una perquisizione (per non essere più restituito), nel corso di quello stesso aprile uscì ugualmente il secondo numero di «Nulla da perdere», con editoriale e articoli diversi e con la prima pagina dedicata a reclamare la mia liberazione. Ci fu in quel momento una rabbiosa ed efficace reazione all’azione repressiva: il giornale, realizzato in pochissimi giorni, in tempo per promuovere la manifestazione convocata in Piazza Caricamento per il 16 aprile, esce come supplemento di «Rosso» ed è stampato a Milano. Non ci sono articoli specifici sulle attività in corso, ma interventi di linea (Le rive sono strette, ma contro la ramificazione del comando diffondiamo il contropotere, Continuiamo a volere tutto) e interventi sullo stato della repressione (La rivoluzione non si può mettere fuori legge, Anticipazioni repressive a Genova). Mentre nei secondi vengono descritti i passaggi progressivi del piano repressivo a Genova contro l’Autonomia, nei primi i temi di fondo sono la perdita della centralità di fabbrica con una diversa articolazione del processo produttivo, cui corrisponde una analoga ramificazione dei dispositivi di controllo e comando capitalistico; conseguentemente la proposta dell’Autonomia deve porsi l’obiettivo della ricomposizione del soggetto rivoluzionario. Nei decenni successivi varie volte «Nulla da Perdere» venne ripreso come titolo del giornale rappresentativo di nuove iniziative antagoniste genovesi.
Una importante pubblicazione di area è il numero unico di «7 Aprile», che venne pubblicato dal Comitato 7 aprile di Genova un anno dopo, nel maggio 1979. L’idea del numero speciale, cui era previsto ne dovessero seguire altri, emerse in varie riunioni presso il Centro di documentazione di porta Soprana subito dopo il 7 aprile 1979 e gli arresti dell’inchiesta calogeriana. Il giornale non era stato ancora terminato che, quaranta giorni dopo il 7 aprile, il 17 maggio 1979, scattò l’operazione genovese, quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: così, a contribuire alla stesura e raccolta dei testi che vennero pubblicati nel numero unico, si aggiunse il comitato di difesa degli arrestati del 17 maggio.
un testo di Gianni Sbrogiò tratto dal libro Quando il potere è operaio, a cura di Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò.
La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)
«Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera»inizia a essere distribuito con una certa frequenza davanti alle fabbriche nel corso del ’67. Oltre ai problemi specifici della fabbrica l’intervento è centrato sulla «lotta contro il piano» e sulla «lotta generale»per contrapporre la forza autonoma operaia contro il progetto capitalistico di inserimento della classe operaia nella compartecipazione dello «sviluppo democratico». Il «Piano» è il disegno di legge del gennaio ’65 sul «Programma di sviluppo economico per il quinquennio ’65–69» detto piano Pieraccini (parlamentare Psi) che verrà votato in parlamento solo nel luglio del ’67 con il voto contrario dei comunisti, quello favorevole dei socialisti e dei parlamentari sindacalisti della Cisl e della Uil e l’astensione dei sindacalisti Cgil. In quel periodo il sindacato costituisce una vera e propria «cinghia di trasmissione» dei vari partiti. Secondo «Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera»la linea politica del «piano» consiste nel tentativo di ingabbiare la lotta operaia attraverso la responsabilizzazione e il controllo delle richieste operaie, con l’aiuto dei partiti di sinistra (la fusione del Psdi e del Psi con la nascita del Psu sposta a destra l’ex Psi) e con il controllo sindacale (l’accordo quadro tra Cgil-Cisl-Uil sposta a destra la Cgil). Potere Operaiointravede queste tendenze a cominciare dagli accordi contrattuali avvenuti nel ’66 per i 3 milioni di lavoratori e si rivolge agli operai per far ripartire le lotte su obiettivi precisi partendo dal salario.
Il gruppo usa i diversi canali organizzativi quali la C.I., i Nas (Nuclei aziendali socialisti) e le Cellule del Pci per aprire un fronte in fabbrica contro il padronatoe contro i vertici sindacali e di partito. Si sostiene che contro il «piano» ci può essere solo «lotta generale». Il salario, l’orario, le ferie sono rivendicazioni di tutta la classe operaia e pertanto, sulla loro base, lo scontro deve essere generale, operai da una parte e padronato dall’altra. Né basta mettere in campo qualche sciopero intercategoriale per lasciare sfogare la rabbia. Si chiedono forme di lotta intransigenti e articolate per incidere più a fondo possibile sugli interessi padronali, mentre si propongono obiettivi comuni basati sulle esigenze operaie di una diminuzione dell’orario di lavoro e di un incremento del livello salariale. In questa fase Potere operaio considera il Pci l’unico partito del movimento operaio italiano con un reale rapporto con la classe operaia. Un partito la cui linea, arrendevole e collaborazionista verso i padroni, non è passata tra la sua base, ma che in ogni caso impedisce la saldatura con le istanze autonome operaie. Il progetto di Potere operaio è spezzare questo programma portandoci dentro tutta la forza della lotta operaia[1].
Il 19 aprile ’67 alla Edison, la Cisl e la Uil firmano un accordo sulla nocività, abolendo l’indennità in alcuni reparti perché affermano che la nocività sarebbe stata eliminata. I risultati dell’indagine commissionata al Prof. Massimo Crepet, direttore dell’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova, vengono emessi il 26 giugno ’67, ma già da gennaio l’azienda aveva cominciato a non pagare l’indennità di nocività ai nuovi assunti.La Cgil non firma l’accordo, ma non si oppone concretamente e il Pci tace. Potere operaio incita alla lotta e attraverso i suoi membri presenti in C.I. chiede un’assemblea generale per decidere[2]. La mancata convocazione dell’assemblea non fa demordere gli operai della San Marco che si organizzano autonomamente: il 17 agosto, dopo due scioperi del reparto, i membri di Potere operaio decidono di generalizzare la lotta a tutta la fabbrica. La Cgil rompe l’unità di vertice e il 25 agosto appoggia lo sciopero, pur non adoperandosi molto per la sua riuscita. I compagni operai di Potere operaio, aiutati dagli esterni, studenti e intellettuali, organizzano i picchetti e si riesce a far scioperare 500 operai. Il Pci comincia a prendere posizione, oltre che per linee interne, anche pubblicamente contro la linea di lotta dei compagni di Potere operaio. In un numero unico del 25 aprile del ’67, «Il Pci nelle fabbriche di Porto Marghera», sotto il titolo «A chi giova tutto questo?», si sottolinea come «Potere Operaio sia contro i lavoratori, contro il sindacato e il partito e faccia il gioco dei padroni, della Dc e del centro-sinistra» (Chinello 1996, vol. II, p. 514).
Nel febbraio ’67 Italo Sbrogiò, consigliere comunale a Venezia, membro del Comitato Federale del Pci di Venezia e del Consiglio Direttivo della Cgil, oltre che facente parte della Commissione Interna del Petrolchimico rassegna le dimissioni dal Pci contestando al partito la mancanza di democrazia e di dibattito interno, l’abbandono della lotta operaia come strumento di lotta contro la politica padronale e dichiarando che le recenti lotte contrattuali si sono chiuse sulla pelle degli operai perché deliberatamente non si è voluto andare oltre certi limiti. Il Pci nella sua foga contro gli «antipartito» espelle molti compagni, tra i quali l’avv. Emanuele Battain, F. Boscolo, Renato Darsiè, Nico Luciani e Antonio Manotti, rei di criticare la linea del partito e di appoggiare le lotte operaie.
Nel novembre del ’67 anche a livello nazionale il Pci comincia a prendere posizione contro i gruppi antipartito e invita le varie Federazioni a condurre una lotta, senza incertezze, contro tutte le attività e le manifestazioni di «frazionismo» e di «dissenso» che mettono in discussione la linea politica del partito. Coloro che non si contrappongono con fermezza o che tollerano, vengono allontanati. A Venezia tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, Cesco Chinello, responsabile di Federazione, «ingraiano» nell’XI Congresso del Pci (gennaio ’66), considerato troppo incline al confronto con questi gruppi antipartito, nella migliore tradizione stalinista, viene estromesso a livello comunale e «promosso» deputato alla Camera.
La scelta di Italo Sbrogiò è in controtendenza rispetto alla linea che andava configurandosi in «Classe operaia»(si veda il numero del marzo ’67) con Mario Tronti e in «Contropiano» con Massimo Cacciari che sostenevano il cosiddetto«entrismo» nel Pci. Si trattava di una strategia che portò, un anno dopo, molti studenti a entrare nel Pci, mentre i quadri operai di Porto Marghera ben si guardarono da seguire tali indicazioni.
Nel ’67 scoppia anche il movimento degli studenti universitari. La scintilla è la riforma universitaria del ministro Gui e l’aumento delle tasse. Le agitazioni partono a Pisa, Trento, Milano. A Venezia la Facoltà di Architettura viene occupata per due mesi, poi si affianca Ca’ Foscari. Queste agitazioni mettono in luce quello che poi sarà velocemente assimilato dalle avanguardie operaie: l’assemblea come centro decisionale, il conflitto continuo e l’atteggiamento antiautoritario contro qualsiasi potere. Molto presto a Venezia si passa da una lotta contro la riforma a una discussione sullo studente come forza-lavoro in formazione e sull’Università come strumento di valorizzazione del capitale. La tesi di Potere operaio è che lo studente non esiste come figura sociale, ma che deve diventare militante e quadro politico della lotta operaia più in generale. Cominciano a Marghera gli incontri teorici e pratici tra operai e studenti. Le lotte studentesche dall’Università si allargano alle scuole medie superiori come il Liceo scientifico G.B. Benedetti e il Franchetti di Mestre. Gli studenti presenziano davanti ai cancelli durante gli scioperi con la parola d’ordine: «Operai e studenti uniti nella lotta contro i padroni». Potere operaio apre una sede, che esisterà fino al 1982, in via Pasini 7,a Marghera, attrezzata di ciclostile, mezzo indispensabile e unico allora per poter produrre e diffondere i volantini. Un’autotassazione mensile sul salario per far fronte alle spese e alle diverse iniziative garantisce l’autonomia del gruppo. Montedison, dopo l’unificazione tra Montecatini ed Edison, tenta di rendere omogenee le condizioni di sfruttamento dei dipendenti dei due gruppi attraverso l’«armonizzazione» dei trattamenti. Potere operaio mette in guardia che la trattativa senza la lotta porterà a un accordo-bidone e livellerà le condizioni verso il basso.
Note[1] Si veda «Potere Operaio – Giornale politico degli operai di Porto Marghera», n. 1, 1 maggio 1967. [2] Ibidem.
[Nel 1970 Potere operaio] si trovò ad agire in un mutato contesto. La risposta capitalistica alle conquiste contrattuali del 1969 non si fece attendere e «fu di carattere tradizionale» [1]. Le autorità economiche italiane praticarono inizialmente una moderata politica deflazionistica, di restrizione del credito e della spesa pubblica, ritenendo che la crisi avrebbe consentito una rapida espulsione della manodopera in eccedenza, un aumento della produttività e una ripresa dei profitti [2]. Non fu così. Se l’industria di Stato e i grandi gruppi privati mantennero alti i livelli d’investimento, gran parte del settore privato reagì riducendoli drasticamente, preferendo recuperare gli aumenti salariali tramite un innalzamento dei prezzi. L’inflazione ebbe un limite solo nella concorrenza dell’estero, almeno per le merci destinate all’esportazione. Si cercò di compensare l’aumento dei salari con un aumento del rendimento, ma ciò trovò seri ostacoli nelle strutture di rappresentanza operaia formatesi durante l’autunno caldo, i delegati e i consigli, e nell’opposizione dei gruppi della sinistra rivoluzionaria. L’iniziativa sindacale procedeva a rilento. Gli scioperi per le riforme non riuscivano a incidere in sede di dibattito politico.
L’estate del 1970 fu un momento di calma apparente, perché in autunno l’offensiva operaia nelle più grandi fabbriche italiane riprese. La tradizionale priorità degli accordi nazionali rispetto alla contrattazione aziendale non contava più. Le singole fabbriche chiedevano:
la rigida applicazione della riduzione contrattuale dell’orario di lavoro, cioè si chiedeva di ridurre al minimo e di sottoporre a rigido controllo la prestazione di ore straordinarie (oltre l’orario giornaliero oppure oltre l’orario settimanale di 40 ore). Si chiedeva l’abolizione del turno di notte e si rifiutavano sempre di più i lavori gravosi o pericolosi o nocivi, chiedendo misure preventive di eliminazione delle anomalie. Si resisteva alle richieste di diversa distribuzione dell’orario al fine di una maggior utilizzazione degli impianti. Soprattutto si moltiplicavano le rivendicazioni sulle qualifiche e sulla classificazione del lavoro [3].
In merito a quest’ultimo punto la divergenza tra le formazioni della nuova sinistra e i sindacati si fece in particolar modo sentire. La richiesta sindacale di un nuovo sistema di classificazione, che prevedesse l’abolizione delle categorie inferiori e considerasse la permanenza nella terza categoria operaia, quella degli operai comuni, come temporanea e automaticamente superabile dopo un certo periodo di tempo, differiva dalla posizione di Potere operaio, mirante alla soppressione completa di ogni sistema di divisione della classe operaia basato sulle qualifiche. Il dato di partenza era per entrambi il medesimo: la diffusione di mansioni sempre più ripetitive, parcellizzate, dequalificate bloccava la possibilità di promozione a categorie superiori. Per il sindacato la lotta doveva quindi indirizzarsi verso la difesa della qualifica e l’agevolazione del passaggio di categoria; per Potere operaio la richiesta era quella di un «salario garantito» indipendentemente dalla prestazione lavorativa, di reddito per tutti, occupati e disoccupati, non di lavoro, concepito sempre come sfruttamento.
In merito a proposte di tale tipo occorre tuttavia fare due osservazioni: la prima è che a Potere operaio non interessava avanzare richieste compatibili con il sistema, che potessero essere da questo accolte e assorbite. Quando ciò si verificava, ecco che era subito elaborata una nuova proposta, ancora più radicale e inconciliabile. Gli slogan servivano al gruppo per rendersi riconoscibile, per creare una propria linea, fatta di obiettivi il più possibile avanzati rispetto a quelli sindacali e a quelli delle altre formazioni della nuova sinistra, attorno ai quali raccogliere consenso, indipendentemente dalla attuabilità delle proposte fatte. A questa osservazione ne fa seguito un’altra: l’obiettivo del «salario garantito», che divenne poi richiesta di «salario politico», non fu perseguito attraverso modalità previste dall’ordinario meccanismo economico, bensì attraverso la pratica dell’appropriazione, che proprio a partire dal 1970 cominciò a diffondersi. Il fatto di occupare una casa, all’inizio, o di rapinare un supermercato, poi, non era più sentito come illegale, ma giustificato come «riappropriazione di ricchezza sociale» ingiustamente sottratta ai legittimi beneficiari, i proletari. Questo mostra come in realtà Potere operaio prevedesse meccanismi di realizzazione degli obiettivi che violassero la legittimità del sistema, per provocarne la crisi e creare così le condizioni rivoluzionarie. Vie legali, leggi di riforma, proposte compatibili con le regole della produzione erano respinte, in quanto ritenute strumenti atti a garantire un solo interesse, quello di parte capitalistica.
L’obiettivo del salario politico permise l’individuazione di nuovi referenti sociali da coinvolgere nel progetto rivoluzionario. L’iniziale centralità della classe operaia cominciava a vacillare. Potere operaio continuava a ripetere che compito delle avanguardie operaie era quello di raccogliere l’intero proletariato attorno agli obiettivi operai, assunti come interesse generale. Eppure, parallelamente all’estensione dell’intervento al Sud, si avverte uno spostamento dell’attenzione verso i disoccupati, i braccianti, i lavoratori saltuari, gli studenti. Forse anche in seguito alla realistica considerazione, più volte riportata dal giornale, di quanto ancora il sindacato contasse in fabbrica e di quanto fosse difficile, sebbene i toni trionfalistici o catastrofici (a seconda dei casi) tendessero a negarlo, scavalcarne l’organizzazione. Da qui la preoccupazione di costruire non solo nuclei di coordinamento e direzione in fabbrica, ma anche sul territorio chiedendo casa, trasporti, scuola gratis e ovviamente salario per tutti.
Se il 1970 può considerarsi un anno denso di riforme dal punto di vista istituzionale, lo stesso non può dirsi dal punto di vista sociale. Durante il terzo governo Rumor (27 marzo‑6 luglio 1970) furono completati gli iter legislativi dello «statuto dei lavoratori» e della legge attuativa dell’ordinamento regionale, essendosi già prevista l’elezione dei consigli regionali per il 7 giugno 1970. Venne concessa l’amnistia che il Psi chiedeva per i reati connessi ad agitazione sindacale e approvata la legge costituzionale che istituiva il referendum abrogativo. Per quanto riguarda la legge sul divorzio, essa venne approvata in via definitiva dalla Camera il 1° dicembre 1970 [4]. Per le altre richieste riformatrici avanzate dai sindacati nei settori della casa [5], della sanità, della scuola, dei trasporti, dai governi dell’epoca furono ripetute promesse senza trovare alcuna applicazione.
Le resistenze che le richieste sindacali di riforma incontrarono a livello governativo favorirono la mobilitazione diretta dei gruppi extraparlamentari di sinistra sul terreno sociale. Fu in questo periodo, precisamente nel novembre 1970, che Lotta continua lanciò il programma compendiato dalla formula: «Prendiamoci la città». Emblematico rimase l’episodio dell’occupazione delle case Iacp di viale Tibaldi a Milano, nel giugno 1971, dove una cinquantina di famiglie riuscirono, dopo aver subìto vari sgomberi da parte della polizia, a ottenere l’assegnazione dei locali occupati. Lotta continua aveva promosso e diretto l’iniziativa insieme al Collettivo di Architettura, ma a essa aderirono altri gruppi rivoluzionari, tra cui Potere operaio, settori del sindacato e delle Acli [6]. Episodi di questo tipo contribuirono a creare un clima di avvicinamento, a favorire ipotesi di unità d’azione che preludessero alla formazione di un’unica organizzazione alternativa alla sinistra tradizionale.
Anche la campagna contro il «decretone», un decreto-legge presentato dal governo Colombo nell’agosto 1970, che prevedeva disposizioni di carattere tributario e quindi un aggravamento del carico fiscale, trovò concordi Manifesto e Potere operaio, oltre all’ostruzionismo condotto in Parlamento dai deputati del Psiup e alle richieste di radicali modifiche da parte del Pci [7].
Note[1] V. Foa, op. cit., p. 198. [2] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989, pp. 448–449. [3] V. Foa, op. cit., p. 199. [4] P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, vol. XXIV, t. 2, UTET, Torino 1995, pp. 428–432. [5] In realtà sul problema della riforma del settore abitativo e della pianificazione urbana venne varata una legge nell’ottobre 1971, dagli esiti alquanto deludenti. Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 445–447. [6] L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Feltrinelli, Milano 1988, p. 86. [7] Il decretone fu definitivamente approvato dal Senato il 15 dicembre 1970. Cfr. P. Craveri, op. cit., pp. 436–437.
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